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tegamini

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Il parco apre la mattina, nemmeno troppo presto. L’orario è variabile, ma ragionevole. L’infante ha ormai nove mesi… e si desta tra le sette e le otto e mezza, solitamente di ottimo umore. Ti vede e ti sorride serafico, anche se hai ancora la faccia sfigurata dalle pieghe del cuscino. Sei felice, perché è tenero. E la giornata comincia.

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…a dirla tutta, però, l’infante si sveglia tra le sette e le otto e mezza solo durante la settimana. Nel weekend è operativo alle sei spaccate. Non abbiamo idea di come faccia a distinguere i sabati e le domeniche dai feriali, ma ci riesce. Che bello, è sabato! Possiamo dormire un po’ di più! E INVECE.

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In casa nostra non vige una ferrea divisione dei compiti. Valutiamo il chi fa cosa in base a come siamo conciati in un determinato istante. In linea generale, ci pensa il genitore meno catatonico – con il tacito accordo di riequilibrare gli sforzi nel corso delle ostilità quotidiane. Ma la faccenda è irrilevante, in fondo. L’unica garanzia è quel che si trova nel primo pannolino.

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La cacca non mi stupisce più. Non dico che mi piaccia, chiaramente, ma ormai la considero inoffensiva. Le smorfie le faccio ancora, come riflesso condizionato, ma resto stoicamente indifferente. Va bene, è cacca. Non può nuocermi. Leviamocela dai piedi e tanti saluti. Ne valuto colore, composizione e consistenza – per assicurarmi che la creatura non produca nulla di eccessivamente fantasmagorico o ignoto alla scienza pediatrica – e procedo baldanzosa ai lavaggi di culino.

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Sono una grande estimatrice dell’acqua corrente. Alle salviettine si ricorre in situazioni estreme, quando proprio non c’è un lavandino nei paraggi. Che ne so, in un deserto. In una masseria remota solitamente utilizzata per i sequestri di persona. Se c’è un rubinetto, il culo del bambino va sotto al rubinetto. Peccato che il culo del bambino sia ormai diventato voluminoso – proporzionalmente al resto del bambino, per fortuna – e che l’infante, preso dall’entusiasmo, detesti la staticità. Se prima, dunque, potevo contare su un bambino maneggevole e facilmente rubinettabile, ora detergergli il deretano in un lavandino è una specie di avventura oceanografia, un naufragio su un vascello pirata, una passeggiata su una spiaggia devastata da uno tsunami.

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Il cassetto dei pannolini è vuoto. Dove diamine sono i pannolini. Ma soprattutto, come PERDIANA è possibile che siano già finiti. LI ABBIAMO COMPRATI SEI MINUTI FA.

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I pannolini non si volatilizzano, amici. I pannolini vanno smaltiti come le scorie radioattive. C’è chi si ingegna in modo diverso, ma noi abbiamo un onesto e funzionale mangiapannolini che troneggia fiero nel bagno perennemente allagato in cui svogliamo le pregevoli attività di pulitura della creatura. Visto che nessuno freme dalla voglia di cambiare il sacchetto ogni 13 minuti, il mangiapannolini si riempie. E si riempie. E si riempie. E, ad un certo punto, il maniglione si incastra. E tu, con un bambino di quasi dieci chili in braccio – avvolto in un asciugamano e divertitissimo dalle tue difficoltà – ti ritrovi a scuotere un mangiapannolini con la mano libera, bestemmiando i santi di ogni confessione e insultandoti per la scarsa lungimiranza dimostrata ANCHE QUESTA VOLTA. Perché il mangiapannolini ha ragione (ed è anche piuttosto capiente), sei tu che sei imbecille.

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Un tempo, mi ricordo, cambiare il pannolino era un’esperienza rilassante. Disponendo di un neonato pacifico e allegro, l’attività a bordo del fasciatoio non richiedeva un particolare sforzo muscolare e non suscitava pianti e strepiti acutissimi. Minicuore accettava di buon grado abluzioni, pernacchie sulla pancia e, soprattutto, la sostituzione dell’indispensabile arnese. Oggi, invece, sperare che stia coricato sul fasciatoio a farsi cambiare un pannolino è pura fantascienza. Se va molto bene, si alza in piedi contro al muro. Se va male, scaglia in terra quello che trova nel comodo e funzionalissimo vano portaoggetti-indispensabili-all’igiene e cerca di tuffarsi nel cesto dei bodini sporchi – doppio carpiato con avvitamento, coefficiente di difficoltà 9.7. Metterlo sul letto è l’unica soluzione praticabile, ma appena lo appoggi sul materasso si rivolta come una cotoletta mannara, schizza verso l’altiera e si avventa sui cavi penzolanti dei caricabatterie, sradicandoli dalle prese con immensa soddisfazione. E tu là, col pannolino in mano e l’acutissimo desiderio di assumere una tata-wrestler. O un gladiatore, di quelli col forcone e la rete. Fermati, miseria ladrissima. Lasciati mettere questo DIAMINE di pannolino.

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Sono le 9.07. E hai già un polpaccio dolorante e tre stiramenti alla schiena.

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Prepari il latte, collochi il bambino nella sdraietta – le due attività si svolgono spesso in parallelo, con l’ausilio di un secondo paio di braccia che di tanto in tanto spuntano miracolosamente all’altezza delle costole -, metti Mozart a palla – perché la musica fa diventare intelligentissimi, si sa – e consegni il biberon al bambino. Il bambino, che il cielo lo benedica, è capace di sgarganellarselo da solo, quindi tu ne approfitti scaltrissimamente per 1) Fare la pipì, 2) Levarti il pigiama – per indossare roba casuale che somiglia tantissimo a un pigiama, 3) Inghiottire un caffè e un biscotto – senza sederti, il che ti fa sentire molto al bar, 4) Metterti in faccia una crema a caso, 5) Tirarti su i capelli in modo da non farti scalpare nel corso della mattinata.

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Sono stati dodici minuti bellissimi, ma non possiamo aspettarci che durino in eterno. Il bambino accetta di soggiornare nella sdraietta solo mentre beve il suo latte. Il latte finisce, il bambino odia la sdraietta. E, di riflesso, l’intero universo.

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Porre tempestivamente fine al disappunto – e ripristinare la felicità – è uno dei doveri principali di una madre, mi pare di aver capito. Senza indugio, dunque, libero la creatura e la sguinzaglio sul tappeto, terra di vaste opportunità ludico-motorie.

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Trascorro l’ora successiva a domandarmi perché il bambino disprezzi ogni singolo e COSTOSISSIMO giocattolo scandinavo dalle proprietà multisensoriali, sonore e tattili che gli abbiamo comprato per prediligere invece i controller della Wii – debitamente privati delle pile -, un pacchetto di fazzoletti del Carrefour, un sacchetto di carta, l’estremità della mia treccia, il pendaglio delle tende, i telecomandi.

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Nella speranza di distoglierlo dall’insana passione che nutre per il mio telefono, poi, ho cercato di ingannarlo acquistando uno stupendo telefono per bebè alla Chicco – con una musichetta diversa per ogni tasto, tre potenziali contatti da chiamare (la scimmietta, la giraffina e l’ippopotamino) e pure la vibrazione. Si illumina, suona, ronza ed è bellissimo. Ma lui se ne sbatte vigorosamente i coglioni.

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Mi ricordo improvvisamente di avere il lavandino pieno di piatti, ventidue chili di bucato da lavare e qualcosa di indefinibile che soggiorna nella lavatrice in attesa che qualcuno decida di stendere. Potrei cacciare il bambino nel seggiolone e intrattenerlo con le mie gloriose e necessarie attività domestiche, ma mi sembra troppo contento per sradicarlo dal tappeto. Regola fondamentale: se il bambino è contento NON LO SPOSTARE NON LO INTERROMPERE VA BENE COSÌ.

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Contro ogni logica e previsione, l’infante decide di devastare ogni tua aspettativa abbandonando il tappeto di sua spontanea volontà e gattonando come un pazzo in direzione della cucina. Nell’illusione di poterlo contenere, superi il pouf con un balzo e fai del tuo meglio per rincorrerlo.

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Nonostante la velocità del bambino non smetta di atterrirti, i suoi progressi sul fronte pre-deambulatorio un po’ ti commuovono. Fai quattordici video e li spedisci a tutti i tuoi congiunti. E pure agli amici. Alla chat del corso pre-parto no, invece, perché hai paura a scriverci qualsiasi cosa. Sono piene di bambini afflitti da continui problemi insormontabili. Il tuo dorme, mangia, se la ride ed esegue un impeccabile Cassina 2 alla sbarra. Non hai il diritto di lamentarti.

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Visto che in cucina ci siamo in qualche modo arrivati, decido di lanciarmi in un repentino progetto-lavastoviglie. Inserisco l’erede nel seggiolone – legandolo come un criminale di guerra, visto che ha già manifestato l’intenzione di gettarsi fortissimo al suolo – e sfodero il diversivo definitivo: l’onnipotente galletta di riso.

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Le merendine sgranocchiette che elargisco parsimoniosamente a Minicuore costano all’incirca come un Cayenne. Da quando ha la facoltà di nutrirsi di pappe, frutta, carnine e roba appartenente al regno pseudosolido sono diventata una di quelle signore molto a modo che frequentano i NaturaSì. Non ho ancora fatto la tessera – perché spero mi passi, prima o poi -, ma mi sto appassionando. La gente mangia cose incredibili. Ho scoperto cereali mai sentiti, intolleranze alimentari di nicchia, bacche del Mar Caspio. Per Minicuore compro le farine per le varie pappe, le verdurette, le adorabili fettine biscottatine MIGNON di farro, i biscottini a forma di stella senza zucchero senza burro senza lieviti SENZA UN CAZZO alla mela e alla carota… non prendo neanche il cestino, perché se prendo il cestino finisce come da Sephora. E già così è una tragedia, perché gli mollo comunque trentamila euro a botta. Mi ripiglierò? Me lo auguro. Per ora, invece, fingo di essere una ricca milanese eco-bio.

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Il bambino azzanna la galletta di kamut/riso/farro/CEREALE POCO MAINSTREAM A SCELTA, mastica per quindici secondi e la scaglia sul pavimento, cercando di colpire il gatto.

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Mangi la galletta che è caduta per terra – ma proprio per non avere la sensazione di aver scaraventato cinque euro nel cesso -, rinunci a dargliene un’altra e fai partire la lavastoviglie, valutando la possibilità di convertire l’intera famiglia all’utilizzo di piatti, posate e pentolame di plastica. Armata dell’entusiasmo che solo il completamento di un compito semplice e lineare (per quanto fastidioso) può donarti, fai ritorno sul tappeto con il bambino abbarbicato addosso e, mentre lo osservi ogni suo movimento come un condor di montagna, produci cinque minuti di monologhi sconnessi su Snapchat – tanto per perdere ancora di più il contatto con la realtà.

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Nascondi il telefono (PERCHÉ SE LO VEDE È FINITA) e torni a rincoglionirlo con storie di ogni genere. Attacchi con “La sirenetta impanata”, una filastrocca di tua invenzione dalla rara potenza immaginifica. Perché le sirene che siamo abituati a vedere nei cartoni animati, nell’arte e nella cinematografia sono tutte magre, flessuose, belle e figherrime? Semplice: quelle in carne vengono catturate e cucinate dai marinai di passaggio. È tutto spiegato nella canzoncina, tranquilli. INSOMMA, mentre ti sgoli con “La sirenetta impanata” il bambino pesta una costruzione gommosa, perde l’equilibrio e precipita. MA TU LO PRENDI AL VOLO, salvandolo dal trauma cranico.

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Visto che tuo figlio ha l’indole dello stuntman e l’istinto di conservazione del cast di Jackass dopo una piomba a base di tequila, il salvataggio non lo scalfisce più di tanto. E CHE SARÀ MAI, DONNA. NON FACCIAMOLA TANTO LUNGA. Per esprimerti tutta la sua gratitudine, anzi, ti assesta ridacchiando un poderoso sberlone sul naso, impiegando i cinque minuti successivi per artigliarti la faccia – perché se gridi MA AMORE PICCOLISSIMO DEL CUORE MI FI MALE PIANO PIANO AHIA lui si diverte ancora di più.

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Mentre valuti la possibilità di acquistare una tenuta antisommossa da utilizzare sul tappeto, il bambino ti guarda negli occhi e dice distintamente MAM-MA MAM-MA.

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Mentre cerchi di stabilire se si sia trattato semplicemente di un evento fortuito o se, in realtà, la creatura che hai portato in grembo per nove mesi e che sei riuscita ad accudire in questo mondo per un tempo altrettanto lungo abbia effettivamente detto MAM-MA capendo che la mamma sei tu, INSOMMA, mentre piangi di gioia e lo baci moltissimo perché ha messo in fila (più o meno casualmente) alcune sillabe che ti definiscono, il bambino si caga addosso.

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Sono nove mesi che sbottoni e riabbottoni bodini e minuscoli indumenti. Ma ancora non padroneggi gli automatici. E sbagli a chiuderli almeno due volte al giorno. Carissimo inventore degli automatici, devi sapere che non sono automatici per un cazzo.

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Espletati i doveri di lavaggio/cambio/vestizione, t’accorgi magicamente che è mezzogiorno e mezza. Il tempo si srotola in maniera bizzarra, quando si sta a casa con un bambino. Non ti sembra che passi mai e, ad un certo punto, ti sembra che passi tutto insieme.

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È ora di mangiare. SEGGIOLONE!

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Preparare la pappa è fonte di continui enigmi e perplessità – di cui probabilmente ti libererai soltanto fra numerosissimi anni, quando tuo figlio ti chiederà dei soldi per andarsi a mangiare un cheeseburger coi suoi amici, per esempio. In attesa che quel rinfrancante momento arrivi, però, ti arrangi schiacciando verdure bollite, miscelando granaglie polverose, sminuzzando finemente petti di pollo e producendo ettolitri di brodo vegetale. E il bambino MANGIA TUTTO, VIVA LA MADONNA.

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Il fatto che Minicuore ingurgiti di buon grado quello che gli propino non è però garanzia di pasti pacifici. Perché può accadere che, preso da un’incontenibile emozione, il bambino decida di vaporizzarti negli occhi una cucchiaiata di frutta frullata, spernacchiandola senza pietà in ogni direzione e deturpando irrimediabilmente ogni essere vivente o arredo nelle vicinanze del seggiolone.

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Ma può anche succedere che, gesticolando come uno sbandieratore fiorentino, il bambino decida di assestare un poderoso manrovescio al cucchiaino colmo di cibo che stai tentando di avvicinargli alla bocca, costringendoti ad effettuare un’attenta esegesi della sua postura e del suo stato d’animo prima di arrischiarti a proporgli una nuova cucchiaiata.

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La famiglia dispone di una vasta selezione di bavaglini. Bavaglini grandi, bavaglini piccoli. Bavaglini di tessuto – con fodera sottostante di plastica, bavaglini-poncho in pura plastica, bavaglini di plastica con vano raccoglitore per la pappa che precipita. Nonostante quest’abbondanza di bavaglini – fornitura che a me, all’inizio, pareva addirittura eccessiva -, il bambino troverà comunque il modo di gettarsi almeno una palata di pappa sulle ginocchia e di insozzare a più riprese il pavimento della cucina.

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Ma la mossa che ogni volta mi stronca definitivamente è lo stropicciamento di faccia (già parzialmente ricoperta di pappa) per mezzo di pugnetto che stringe una manciata di – METTIAMO – carotine spappolate.

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Ma affrontare una situazione di profondo caos nella sua interezza non ha mai fatto bene a nessuno: il disagio va scomposto, frazionato e gestito un po’ alla volta. Non è un bambino ricoperto di pappa che mi osserva con una certa belligeranza dalla sommità di un seggiolone non lindissimo, posizionato nel bel mezzo di una cucina da ripiastrellare – GIAMMAI! È un bambino sazio e soddisfatto, un bambino BRAVISSIMO che ha mangiato quel che doveva mangiare e che ripulirò senza farmi prendere dal panico, un ditino alla volta.

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Con un immane dispendio di acqua corrente, carta da cucina, spugnette a forma di pesciolino e teneri asciugamani tempestati di orsacchiotti, riesco a debellare lo strato di cibo semidigerito che ricopre il mio primogenito. E lo abbraccio teneramente, anche se non può fare a meno di starnutire ogni volta che gli bagno il naso.

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Dopo un’intensa mattinata di ginnastica da tappeto, giochi vorticosi, gattonamenti e lauti pranzi, l’infante sembra stanchino. Me lo isso su una spalla, abbasso la tapparella e attacco con la procedura standard di disinnesco a base di passeggiatina per la cameretta e rassicuranti massaggini circolari sulla schiena, coadiuvati dalla mia personalissima interpretazione mugugnata della devastante ninna nanna di Brahms. NEMMENO UNO SCOIATTOLO IMBOTTITO DI ANFETAMINE PUÒ RESISTERE A BRAHMS. Nonostante alcune flebili proteste, il bambino si assopisce.

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Ma non lasciamoci ingannare. Un conto è tenere in braccio un bambino addormentato… e ben altra faccenda è adagiare un bambino addormentato sul suo materasso. Un bambino che ti russa sulla clavicola potrebbe destarsi strepitando alla minima variazione posturale – e i movimenti necessari a depositarlo nel suo lettino sono numerosi, complessi e variamente destabilizzanti. Mentre fingi di poterlo mettere giù senza correre alcun rischio, lo riempi di minuscoli bacini nell’incavo del collo (area tra le più morbidine, teporosine e profumatine del creato) e cerchi di raccogliere il coraggio per effettuare la manovra.

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Le menate, come minimo, sono due.
UNO – Sostenerlo correttamente mentre vi piegate sul lettino, tentando di raggiungere un materasso che vi arriva all’incirca alle caviglie.
DUE – Riuscire a riprendervi i vostri avambracci una volta depositato l’infante nel lettino – sfilandoglieli di soppiatto da sotto la testolina e dal retro-coscini.
Al mondo ci sono sicuramente robe più complicate, ma quando riesco a preservare il sonno del bambino nel passaggio spalla-lettino mi sento sempre un po’ miracolata. Nonché un genio assoluto del pilates.

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Giuro, è come se tutti i giorni dopo pranzo prendessi di nuovo 110 e lode alla specialistica. La soddisfazione è quella. Fiera del traguardo conseguito, contemplo Minicuore per quindici minuti. Perché non c’è niente di più bello di un bambino che ronfa a pancia per aria.

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MA IL BAMBINO DORME IL BAMBINO DORME È IL MOMENTO DI COMPRIMERE LA MIA INTERA ESISTENZA NON MATERNITÀ-RELATED NELL’ESIGUO SPAZIO DEL SUO PISOLINO! Apro il computer e cerco di capire di che cosa dovrei occuparmi con urgenza. Della roba che rimando da un mese? Del blog? Dei 13 libri che dovrei tradurre fingendo di avere effettivamente a disposizione una giornata lavorativa normale? Della situazione disperata delle mie cespugliose sopracciglia? Dei pacchetti arrivati la settimana scorsa? Delle fatture da preparare? Dei romanzi che vorrei leggere? Delle domande della gente su Snapchat? Delle mie amiche che mi invitano a pranzo e non ricevono risposta?

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Nel vano tentativo di riordinare le idee, vado a fare la pipì – spostandomi per casa come un ninja. Il minimo rumore scomposto potrebbe destare l’infante… ed è decisamente troppo presto, non ho ancora combinato una mazza di niente. Anche fare la pipì comporta dei rischi. Per evitare che lo scroscio risulti troppo perentorio, butto una palla di carta igienica nel water per attutire i decibel e penso alla regina Elisabetta. La regina Elisabetta fa una pipì impercettibile, ne sono sicura.

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Torno al computer, ma mi dimentico dov’è e lo cerco per dieci minuti. Il mio “ufficio”, in teoria, è nella cameretta del bambino e, non potendo disporne durante il suo sonnellino – né mai, a dire il vero – vago per casa con documenti, fogli, chiavette, caricabatterie, scanner, astucci, post-it e agende sotto al braccio, contribuendo grandemente all’accrescimento della confusione che già provo.

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Colta da un raptus igienista, resetto il salotto – riponendo tutti i giocattoli al loro posto – e pulisco la cucina.

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Apro Facebook – ERRORE!!111!!! – e mi imbatto in un post antivaccinista. Sapendo perfettamente che discutere è inutile (e quasi controproducente) blocco e mi incazzo come una bestia per i fattacci miei.

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I muratori, impegnatissimi ad infierire sulla facciata del palazzo di fronte ormai da due mesi, attaccano col martello pneumatico.

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Muratori, lo so che anche voi dovete campare, ma perché vi ostinate a trapanare SEMPRE E SOLTANTO durante la siesta di Minicuore? State su quel ponteggio tutto il santo il giorno e non producete il minimo rumore. Lo metto a dormire e vi parte all’improvviso l’acutissima necessità di demolire il balcone della signora Fumagalli? Perché, dico io. Spiegatemelo. Mettiamoci d’accordo, a questo punto. Se appendo un drappo rosso alla finestra vuol dire che il bambino dorme e che dovete ficcarvi quei martelli là dove nessun martello è mai giunto prima (o almeno così mi piace pensare), se invece appendo un drappo verde vuol dire che potete martellarvi felicemente anche le corna, se vi va, perché il bambino è attivo. VA BENE, PERDIANA? VE LI FONDO, QUEI MARTELLI.

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Il bambino, non si sa come, riesce a non svegliarsi. Venti minuti dopo, però, faccio l’errore di tossire, provocando istantaneamente uno di quei piantini interlocutori che preannunciano un repentino ritorno dal mondo dei sogni. Mi stramaledico più e più volte, mi levo le ciabatte e mi avvicino come una spia russa alla camera del bambino. Potrebbe continuare a dormire. O potrebbe svegliarsi. O potrei svegliarlo io nel tentativo di capire se vuole svegliarsi. La terza ipotesi, ovviamente, è quella che si verifica più spesso. MA CIAO AMORE ECCOTI QUI LA MAMMA È CRETINA PERCHÉ È VENUTA IN CAMERA PERCHÉ SE ME NE STAVO FUORI TU CONTINUAVI A SONNECCHIARE MA NO IO DEVO ENTRARE A VEDERE COME STAI E POI FINISCE CHE TI SVEGLIO IO COME UNA DEMENTE BUON POMERIGGIO AMORE PICCOLO DELLA TENEREZZA BEN TORNATO.

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Il pomeriggio comincia ufficialmente – anche se sono tipo le 13.49 e il bambino ha fatto il pisolino più corto del mondo.

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Sollevi la tapparella e ti accorgi che la creatura ha qualcosa in faccia.

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DUE PUNTURE DI ZANZARA DUE! Una in mezzo alla fronte e una – oltraggio massimo – sul guancino tondeggiante. ROSSE GIGANTESCHE PUNTURE DI ZANZARA DETURPANO IL VISO DEL MIO BAMBINO!

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Le zanzare che – di giorno, poi – morsicano gli infanti sui teneri faccini sono la prova lampante della non-esistenza di Dio.

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Mentre giuro vendetta all’intero reame entomologico, il gatto transita incautamente per il corridoio. Il bambino lo scorge e lancia un fragoroso strillo di apprezzamento. Cesare ADORA il gatto. La mera presenza di Ottone riesce a rallegrarlo più di quanto io sarò mai in grado di fare. Cesare brama la compagnia di Ottone che, ovviamente, lo evita come la peste perché teme di vedersi strappare il pelo a ciuffi. E ha ragione da vendere. Ma c’è ben poco che io possa fare per contenere l’entusiasmo di mio figlio… e decido di liberarlo in corridoio alle calcagna del gatto.

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Ottone ha stabilito una soglia-limite. Se Cesare gli arriva a mezzo metro, Ottone si allontana. Se Cesare lo osserva rispettosamente a più di mezzo metro, allora lo tollera. Cesare non ha idea di quanto sia mezzo metro e, in ogni caso, punta a prendere il gatto per le orecchie e a salirgli in groppa, ambizione che rende irrilevante ogni tentativo di misurare le distanze. Ottone, comunque, non è un artista della fuga e finisce regolarmente per cacciarsi in qualche vicolo cieco, esponendosi senza possibilità di riscatto alle potenziali sevizie del bambino.

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Salvo il gatto – perché, insomma, voglio bene anche a lui e, soprattutto, voglio evitare che cavi gli occhi a Minicuore durante una manovra difensiva -, abbevero il bambino con un po’ d’acquetta, trascino il seggiolone in bagno e mi appresto a rendermi presentabile per l’uscita pomeridiana.

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Posizioni il bambino in modo che, dal seggiolone, non possa allungarsi fino al ripiano del lavabo – su cui troneggiano i tuoi investimenti BIUTI più riusciti e una miriade di utensili che potrebbero rivelarsi letali per un essere non ancora completamente padrone dei suoi arti superiori. L’infante la prende BENISSIMO.

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Lo plachi con una confezione ancora sigillata di Lines Intervallo dal rassicurante packaging rosa e procedi con le operazioni. Non si sa come mai, ma il bambino trova spassose le persone che si fanno la doccia. Il che è molto positivo, perché puoi utilizzare i preziosi momenti dedicati all’igiene personale come una specie di intermezzo cabarettistico. Mentre fai le pernacchie sul vetro e ti esibisci in buffi gargarismi gorgoglianti, ti ricordi all’improvviso di non aver pranzato.

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Ti asciughi, ti spalmi addosso della crema rassodante a casaccio – va rassodato TUTTO, è inutile star lì a selezionare una zona specifica -, ti lavi le mani e, nuda come una salamandra di fiume, ti rechi in cucina alla ricerca di banana, bavaglino (di quelli con vano raccoglischifo) e coltello. Distribuisci rondelle di banana sul tavolino del seggiolone (precedentemente sterilizzato con l’Amuchina) e fai del tuo meglio per truccarti un po’ mentre l’infante fa merenda ghermendo la banana con le ditine.

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Non sarai diventata bellissima, va bene, e hai guardato più il bambino che lo specchio, ma almeno sei pulita, pettinata, vestita e truccata al minimo sindacale. Poi guardi i piedi per capire se ti sei già messa le scarpe o se sei ancora in ciabatte di gomma e ti accorgi che il pavimento del bagno è pieno di bananine masticate.

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Prendi il telefono per scoprire che ore sono e ti casca l’occhio sulle notifichine di WhatsApp. La chat del corso pre-parto sembra essersi rianimata! Quali incredibili quesiti ci riserverà oggi il destino? Trovi 378 nuovi messaggi che trattano dei seguenti argomenti: lenticchie sì o lenticche no? Dentizione e ano infiammato: reale correlazione o semplice sfiga sistemica? Il mio nano continua a svegliarsi quattro volte a notte: è normale, ragazze? Ma voi quante volte siete uscite a cena da quando sono nati? E, dulcis in fundo: ho visto che ci sono i guinzagli per i nostri puffi, voi li avete provati?!?!111!!
Scelgo di contribuire alla discussione utilizzando Cesare come un meme. Di foto ne ho in abbondanza e mandare il mio KUCCIOLO che ride mi sembra molto più garbato rispetto all’opzione scrivo-quello-che-penso-davvero. Che è più o meno una roba di questo genere:

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Sciacqui la creatura e un rapido esame olfattivo ti porta a constatare, con una certa soddisfazione, che il bambino ha cagato (di nuovo, già) con un tempismo favoloso, risparmiandoti l’incombenza di doverlo cambiare in mezzo a un prato. O sul sagrato del Duomo. O nell’angusto bagno, sprovvisto di un piano vagamente adatto, di un qualche locale.

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Solita manfrina del pannolino, più cambio DI OUTFIT. Si esce carini, perbacco. Dopo innumerevoli contorsioni e aver sventato svariati tentativi di cruentissimo suicidio, riesci a infilare al piccolo umano un paio di braghette adorabili tempestate di palmette e una maglietta con un bradipo appeso a una liana tropicale. COME SEI TENERO TATONE PICCOLO.

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Inserisci la creatura nel passeggino e, mentre infierisce sul ripiano della libreria a cui l’hai incautamente accostato, ispezioni il contenuto della borsa del cambio. Non ci capisci niente, quindi ci butti dentro un biberon d’acqua, un pacco di gallette al kamut ECO BIO CHILOMETRO ZERO FATTE A MANO INTEGRALI SENZA SALE AGGIUNTO SENZA GLUTINE, una manciata di pannolini, un ombrello e un pupazzo che suona, sfrigola e scrocchietta. E decidi che va bene così. C’è un limite al caos che puoi controllare.

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Usciamo, finalmente. E trascorriamo il resto del pomeriggio a vagare paciosamente per zone casuali – ma ombreggiate e piacevoli – della città. Ormai conosco a memoria la conformazione dei marciapiedi, l’assortimento merceologico di ogni vetrina, la collocazione di negozi impensabili e le scorciatoie più esotiche per tirarla in lungo (nel caso il bambino sia tranquillo) o correre rapidamente al campo base (nel caso si sia rotto l’anima di farsi scarrozzare).

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Se l’infante è particolarmente ben disposto, posso arrischiarmi ad entrare nei negozi meno affollati e labirintici – escludendo a priori quelli dotati di numerosi piani o porte troppo complicate. Se va di lusso (e se trovo qualche commessa dal cuore di cioccolato che si fa commuovere dalla coccolosità di Cesare, bambino che sorride immancabilmente a TUTTI, ma pure a gente che somiglia a Pacciani, Himmler e Sauron), posso anche provarmi due vestiti in croce, che spesso finisco per comprare più per la soddisfazione di essere riuscita a provarmeli come una persona normale che per la loro effettiva resa addosso a me.

not a good idea

UNA PIADINERIA! PRESTO, DATEMI QUALCOSA RIPIENO DI QUALCOS’ALTRO!

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In un tratto particolarmente agevole (marciapiede ampio, pianeggiante, senza pendenze laterali che ti costringono a spingere il passeggino come farebbe un grosso granchio), mi arrischio a controllare la mail. Che bello, la prossima settimana ci sarebbero cento cose stupende da fare! Scarto a priori il 98% di quello che mi propongono, guardo il CALENDAR mentre aspetto che il semaforo diventi verde e chiamo i miei per sapere se mercoledì – PER CASO SE SIETE LIBERI SE VI VA SE AVETE VOGLIA SE VI MANCA CESARE – sono disposti a venire a Milano a stropicciare il bambino mentre io vado a svolgere delle attività piacevoli ma comunque configurabili come lavorative.

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MADRE il mercoledì gioca a tennis…

cry

…ma per amore di suo nipote troverà una sostituta.

smile cast

Mi dirigo baldanzosa verso casa, fiera di aver quasi sfangato il pomeriggio e sperando fortissimo che Amore del Cuore abbia deciso di sua sponte di recarsi al supermercato per ovviare alla vastità del nulla che alberga nel nostro frigorifero. Mentre immagino cenette meravigliose – cucinate senza il minimo sforzo da parte mia, ma nemmeno di pianificazione – Amore del Cuore mi telefona per sapere che cosa deve comprare.

right

Io non lo so, va bene? Non lo so. Mangio tutto quello che ti pare, non mi interessa.

mangiare

Perché devo dirtelo io che cosa comprare per cena. Chi sono, Sonia Peronaci? Ingegnati! Non ci abiti anche tu insieme a noi? Non lo sai che cosa manca? DAI FACCIAMOCELA SU.

woman

Dopo aver attaccato senza troppe cerimonie, cinque minuti dopo gli mando un messaggio in stampatello per ricordargli che non abbiamo niente da bere PER CARITÀ RISOLVIAMO IL PROBLEMA.

margarita

Cesare saluta con la manina i passanti che gli piacciono e rivolge grida agghiaccianti a quelli che intralciano il suo cammino, costringendomi a superarli per salvare l’intero quartiere dalla sordità.

gallimimus

Il portinaio mi consegna i quattro scatoloni arrivati durante la giornata. Ringrazio sentitamente e cerco di capire come portarli di sopra senza sfondare il passeggino. O senza sfondarmi io.

trice

Il bambino apprezza i giretti, ma dopo un po’ vuole spostarsi da solo. Non è mai stato un soprammobile o un particolare fan di sdraiette, palestrine e forme d’intrattenimento basate sulla compostezza della posizione supina. Disprezza legacci e cinturine e si sta allenando con caparbietà per divincolarsi definitivamente dalle ridicole costrizioni che gli impongono di stare seduto nel passeggino. Ogni volta che lo libero la gioia è grande e vibrantissima.

spinosauro gate

Ottone, lì per lì contento di vederci rincasare, corre al riparo.

run run

Mi levo le scarpe e crollo, così come sono, sul tappeto. Il bambino riabbraccia i suoi giocattoli (più i materiali non concepiti per il gioco che siamo stati costretti a considerare comunque giocattoli) come se l’avessi appena riportato a casa dopo cent’anni di guerra di trincea. Bordeggia, mi calpesta, lancia cubi di gomma, morsica i fenicotteri, scaraventa al suolo tre telecomandi e, in generale, sembra dilettarsi.

petting zoo 2

Sta provando ad alzarsi in piedi. Appoggia le manine per terra e cerca di stendere le gambine. Ce la farà? Forse fra qualche settimana. Ma sono comunque fierissima e gli consegno mentalmente un Nobel motorio.

alan wow

Una zanzara sorvola la zona di gioco. La POLVERIZZO a mezz’aria, abbandonandomi a grida di trionfo piuttosto inconsulte.

gnam

E la mia felicità non è destinata ad esaurirsi. Perché, all’improvviso, avverto il suono celestiale delle chiavi che girano nella toppa. AMORE DEL CUORE È TORNATO AMORE DEL CUORE È ARRIVATO A CASA SONO SALVA C’È AMORE DEL CUORE GRAZIE DIVINITÀ DI OGNI LATITUDINE FORMA E COLORE CE L’HO FATTA!

bike raptor

AMORE DEL CUORE SEI QUI SEI QUI COME SEI BELLO NON TI RICORDAVO COSÌ BELLO NON ANDARE VIA MAI PIÙ!

kiss

PRENDITI TUO FIGLIO! TIENILO OCCUPATO! LASCIAMI QUI A CONTEMPLARE PACIFICAMENTE IL NIENTE PER ALCUNI MINUTI!

trex over here

A seguire, scene di ragionevolezza familiare. Io che mescolo la pappa mentre Amore del Cuore prepara la cena – senza consultarmi, per fortuna -, birrette e fette di salame fanno la loro comparsa, Cesare – opportunamente seggiolonato – monitora la situazione mangiandosi cucchiaiate e cucchiaiate di pastina col formaggetto e le verdurine, cercando di coricarsi nel piatto e di cacciarmi contemporaneamente le dita negli occhi. Ma va bene lo stesso, perché ci siamo tutti.

ellie grant

Amore del Cuore è incaricato delle procedure serali di avvicinamento al sonno, incombenza che ha assunto con mio grande sollievo per potersi coccolare un po’ il bambino e sfogare, al contempo, le sue ambizioni canore. Perché io ho le mie tecniche, ma lui va di karaoke, prediligendo i cantautori italiani delle epoche più disparate (e disperate) o le ballate romantiche della tradizione folk americana. Ho rinunciato a capire e non c’è niente che io possa fare per migliorare la playlist. Finché funziona, per me va benissimo. E mi limito a ridere, nascosta dietro alla porta. Come spesso accade quando si cerca di cavarsela con un infante simpatico e ben disposto ma parecchio energico, il procedimento rasenta il surreale… ma il risultato è assolutamente portentoso.

life finds a way

E chi l’avrebbe mai detto.
Il parco è chiuso, per oggi.
Buonanotte a tutti!

bone

Per un lungo periodo della mia vita ho cercato di ignorare i libri Taschen, un po’ come Ulisse che supera lo scoglio delle Sirene riuscendo a non gettarsi in acqua come un miserabile marinaio boccalone. Io idem, all’incirca. Osservo le copertine tenendomi a debita distanza. Se un libro Taschen si manifesta inavvertitamente nel mio perimetro d’azione mi auguro fortissimo che sia INCELLOFANATO – e quindi impossibile da sfogliare. Non mi sono iscritta alle newsletter, non visito il sito e, tendenzialmente, provo a fingere che Taschen non esista. Perché non mi fido delle mie capacità di autocontrollo… e non ho la certezza di uscirne indenne. Potrei venir trascinata in un glorioso gorgo di folli tomi giganteschi che acquisterei a un ritmo sostenutissimo e caparbio – pur non avendo un tavolino di design su cui appoggiarli -, fino alla rovina definitiva.
Il destino, però, trama ai miei danni.
Durante una delle mie peregrinazioni pomeridiane con passeggino da spingere, infatti, sono capitata davanti alla libreria Taschen di via Meravigli. E una sorta di campo magnetico mi ha risucchiata al suo interno. Ho istantaneamente adocchiato un libro STRABILIANTE e ho mandato il seguente messaggio ad Amore del Cuore, approfittando di una ricorrenza a dir poco pretestuosa: BENE AMORE GRANDE IL 15 MAGGIO È L’ANNIVERSARIO DEL NOSTRO INCONTRO QUINDI REGALAMI MOONFIRE.
Moonfire, per capirci, è questo:

t11

Norman Mailer ha raccontato la missione dell’Apollo 11 in un lungo reportage commissionato da LIFE Magazine. Il reportage, ampliato e rivisto, è poi diventato un libro – Of a Fire on the Moon – che rimane una delle cronache più straordinarie dello sbarco sulla Luna e della sua genesi. Taschen ha preso gli articoli di Mailer e li ha accompagnati a una miriade di fotografie (spesso inedite) pescate direttamente dagli archivi della NASA, producendo la meraviglia che è Moonfire – che ora soggiorna felice sul ripiano d’onore della mia libreria.
La gioia.
La saggezza.
La beltà.
Ma per quanto Moonfire riuscirà a placare il mio entusiasmo per Taschen? Non per molto. Soprattutto perché mi sono abbandonata, quasi doverosamente, a una delle attività che mi riescono meglio al mondo (e che più al mondo riescono a farmi desiderare lo status di ricchissima ereditiera nullafacente): la compilazione di assurde wishlist.
Il catalogo Taschen offre, a livello tematico, cose felici praticamente per tutti. Qui ci sono i miei preferiti – ammassati con un improbo sforzo di sintesi che mi ha condotta a una già dolorosa autocensura. Volete vedere altro? Spulciatevi il resto – ricordando di farvi legare all’albero maestro.

 

t1

100 Illustrators
Una ricognizione internazionale sul meglio dell’illustrazione contemporanea.

*

t2

20th Century Fashion
Cent’anni di industria della moda raccontati in 400 campagne pubblicitarie della Jim Heimann Collection.

*

t3

Alchemy & Mysticism
Le nozioni base dell’alchimia e una storia iconografica del misticismo cristiano, fino all’arte Romantica. Medicina, miracoli, santi e cabalisti.

*

t4

William Blake. The Drawings for Dante’s Divine Comedy
Le 102 illustrazioni di William Blake per la Divina commedia sono conservate in sette diverse istituzioni. E poi c’è questo libro che le riunisce tutte.

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t5

CCCP. Cosmic Communist Constructions Photographed
Frédéric Chaubin ha scovato e fotografato 90 edifici sovietici costruiti tra gli anni ’70 e ’90 – in un’epoca di relativa rinascita per l’immaginazione e la fantasia progettuale dell’URSS. Il risultato è un viaggio che riporta alla luce una fanta-architettura quasi surreale, raccontando le aspirazioni impossibili di un sistema prossimo al collasso.

*

t6

Ingressi di Milano
Che cosa si nasconde dietro ai portoni di Milano? Una guida – con tanto di indirizzi esatti, mappette e saggi artistico-architettonici – per esplorare gli ingressi dei palazzi più (o meno) celebri della città.

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t7

Expanding Universe
Le immagini catturate da Hubble – oltre a rappresentare una vittoria indiscussa della tecnica – hanno cambiato il nostro modo di studiare e di comprendere l’universo. Questo libro, uscito in occasione del venticinquesimo anniversario del telescopio, raccoglie le foto più affascinanti e quelle più rilevanti dal punto di vista scientifico.

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t8

Her Majesty
Che vi devo dire, The Crown ha lasciato il segno.

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t9

Living in the Countryside
Perché un giorno manderò tutti a stendere e mi ritirerò in campagna a fare marmellate come una vera signora.

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t10

Mad Men
Un cofanetto curato da Matthew Weiner in persona per ripercorrere e commentare le sette stagioni della serie. Ci sono le foto dal set, le battute più memorabili, Don Draper che non lavora mai, Peggy che si risente, gente che beve alle 9 del mattino, il guardaroba DI DIO di Betty e le interviste a chi ha lavorato al programma, dagli sceneggiatori ai costumisti. In sintesi, la gloria.

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t12

Menu Design In America
Uno degli obiettivi più nobili della mia esistenza è avere una cucina straordinariamente luminosa con un bel muro da riempire di menu incorniciati, tutti quelli che ho scovato e rubato negli anni nei ristoranti in cui ho mangiato. Perché i menu sono una forma d’arte, c’è poco da fare.

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t13

Mucha
La vita e le opere del mio maestro preferito dell’Art Nouveau.

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t14

The Complete Costume History
Auguste Racinet pubblicò la sua “enciclopedia della moda” tra il 1876 e il 1888. Originariamente era un’opera in sei volumi, che affrontava gli stili e le tradizioni sartoriali dei popoli di tutto il mondo ripartendoli in base alla cultura di provenienza e ai modelli più riconoscibili. Taschen ha riproposto il libro di Racinet in versione originale, tavole comprese.

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t15

The Book of Symbols
350 saggi per esplorare gli aspetti psicologici, artistici, religiosi e culturali dei simboli, per capirne meglio il significato e, soprattutto, per comprendere perché alcuni oggetti, immagini o codificazioni finiscono per diventare archetipi o contenitori di messaggi più vasti.

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t16

The World of Ornament
 Un libro-reference che combina due blasonatissime enciclopedie decorative del diciannovesimo secolo (quella di Racinet, ancora lui, e quella di Auguste Dupont-Auberville). Ampio spettro e ampio orizzonte temporale, dagli antici egizi all’arte dell’Ottocento. Quanta bellezza.

*

Ma il libro che desidero di più – e che avrà agilmente la precedenza su tutti gli altri – è PaleoartL’arte di rappresentare i dinosauri è un’impresa colossale e affascinantissima, perché ci chiama a immaginare con precisione qualcosa che arriva ai giorni nostri in maniera incompleta, frammentaria e “ridotta”. È un’arte fallibilissima, che ha spesso colmato le lacune attingendo alle leggende e a un immaginario truculento e sensazionalistico, ma è anche la storia dell’incontro tra scienza e disegno – e dei mille modi che abbiamo escogitato per rievocare creature praticamente impensabili.

t17

Non è forse strabiliante?
Non è adattissimo a me?
Non me lo merito, forse?
L’anniversario di matrimonio è vicino. Preparo già il messaggio per Amore del Cuore.

Partirò con un commento che rallegrerà molto l’editore.
Io, di base, non sono una “lettrice Garzanti” – se con “Garzanti” intendiamo quel che ho sempre inteso io fino a questo momento. Per farla breve, non sono un’annusatrice di foglie di limone, il massiccio utilizzo di vegetazione in copertina mi fa sfasare, odio le fascette e ogni titolo composto da più di cinque parole tende a insospettirmi.
La buona notizia, però, è che il catalogo Garzanti non offre solo romanticismo a sfondo botanico-olfattivo, ma ci assiste valorosamente anche sul fronte letterario. Ed è una scoperta magnifica, che devo a un’autrice giovanissima (già finita nella lista dei migliori scrittori under40 di Granta, che è un traguardo di una certa rilevanza) e al suo esordio, contesissimo in tutto il mondo e pagato negli Stati Uniti con una bella milionata di dollari. Buon per te e per i tuoi ventisette anni, Yaa Gyasi. E buon per noi, che abbiamo un romanzo importante da leggere.

gyasi tegamini

Non dimenticare chi sei è un libro ambizioso, che racconta sette generazioni di uomini e donne accomunati da un’unica matriarca ma separati dal destino – quasi mai clemente. Il grande spartiacque è l’arrivo dei bianchi in Ghana – anzi, in Costa d’Oro – agli albori della tratta degli schiavi. Dal castello di Cape Coast, una delle fortezze da cui partivano le navi cariche di prigionieri africani da vendere oltreoceano, all’America dei nostri giorni, Gyasi ricostruisce la personalissima saga di una famiglia allargata e dispersa, alla ricerca della propria identità in un mondo che si riconfigura per istituzionalizzare il razzismo e legittimare il possesso e lo sfruttamento di un altro essere umano.
Dalle lotte tribali all’eroina che stravolge Harlem negli anni Sessanta, dalle piantagioni di cotone alle miniere di carbone, dal palazzo reale degli Ashanti ai jazz-club di New York, Gyasi ci accompagna in un viaggio lunghissimo, incaricando i suoi personaggi – uno diverso per ogni capitolo – di farsi portavoce di una storia gigantesca e di una “questione” ancora irrisolta. Il risultato è un romanzo epico ma personale, un’indagine importante alle radici di un problema che continua ad accompagnarci, nostro malgrado.
Che brava, perbacco.
E che bello trovare una Gyasi in quel di Garzanti.
Evviva!

Siete giunti fin qui con la certezza di trovare grandiosi annunci e cambiamenti radicali? Il felice completamento di progetti millenari? Vite che svoltano e poderosi capitoli che si chiudono? Costanza, caparbietà e il raggiungimento di obiettivi ambiziosi?

Bride Kill Bill

Peccato.
Là fuori ci sarà sicuramente qualcuno che saprà darvi la soddisfazione che meritate. Gente che si allena per due anni per poter scalare l’Annapurna senza bombole. Giovani che comprano un pezzo di terra e ci costruiscono sopra una casa con le loro mani. Storie INSPIRESCIONAL di imprenditrici coraggiose che dopo anni a pane e cipolle sono riuscite a trovare il modo di campare vendendo braccialetti di canapa intrecciata.
Qua no, desolata. Niente.
Ma procediamo con ordine.

Elle Driver walk

Ci sono lingue interessanti che riescono ad esprimere con un’unica parola un concetto complesso e articolato. Per dire, se vi comprate sempre tantissimi libri ma poi finisce che non li leggete ma vi piace comunque accumularne delle tonnellate e vi viene un po’ d’ansia ma non riuscite lo stesso a farne a meno e molto presto sarete costretti a traslocare perché in casa non ci state più però insomma siete felici ed è questo quello che conta, ECCO, in giapponese c’è un preciso termine che descrive sinteticamente il fenomeno. Anche le lingue scandinave riescono a fare magie di questo genere – specializzandosi, di solito, in concetti teneri. La felicità che si prova bevendo una cioccolata calda dopo una camminata di tre ore sotto a una bufera di neve >>> vocabolo norvegese precisissimo. L’odore di buono che i neonati lasciano sulle copertine che li avvolgono >>> vocabolo danese super sintetico. La tipologia molto caratteristica di sonno tombale ma piacevole che ti assale dopo un pranzo festivo >>> vocabolo finlandese di rara efficacia.
Bene.

Elle Driver pretty cool

L’italiano ha tante belle qualità, ma non la gloriosa capacità di conglomerare vasti ragionamenti, concentrandoli in una sola parola. Io, ad esempio, oggi vorrei parlare della grande soddisfazione che ricavo dal finire un flacone di bagnoschiuma, ma ho delle difficoltà a dirlo in maniera rapida. E comincio a pensare che si tratti di una sorta di fissazione patologica che riguarda solo me, perché se ci trovassimo alle prese con un concetto universale come il rancore, l’allegria, l’invidia o la gioia, probabilmente esisterebbe anche una parola ben definita per descriverlo.

Bride vedi tu

Ma che cos’è che succede, alla fin fine.
L’inconcludenza ci circonda. Viviamo immersi in un perenne vortice monsonico di stimoli eterogenei e di entità differenti – più o meno corporate – che tentano di pungolare la nostra curiosità proponendo di continuo cose da fare, da vedere, da leggere, da comprare, da collezionare e da ascoltare. Uno non è in pace neanche quando lavora, perché per ogni mail a cui rispondi te ne arrivano 12 e, mentre tenti di stabilire un nuovo record di slide create consecutivamente senza nessuno che ti telefoni, arrivano in sei e ti trascinano in riunione – e te sei ancora lì che provi a centrare il titolo.
C’è chi sostiene di riuscire a fare tutto, di avere il tempo e le capacità organizzative necessarie a gestire il binge-watching di intere serie televisive nel giorno esatto dell’uscita, c’è chi torna a casa dall’ufficio alle dieci di sera e in due mesi scrive un romanzo, c’è chi va ai concerti, vede gli amici, dipinge Cappelle Sistine senza vacillare e riesce a fare la spesa andando oltre il minuscolo orizzonte della cena di quella sera lì. C’è chi, in sintesi, va a letto con la consapevolezza di aver fatto, ogni giorno, tutto quello che doveva fare. Di aver chiuso il cerchio. Di non essersi perso niente.
E poi ci sono io, che osservo i cestoni del bucato e mi rendo conto che mai e poi mai ne vedrò il fondo. E se mi pare di non poter governare il cestone del bucato, vi lascio immaginare il resto.

Oren silly rabbit

Ecco perché sono così contenta quando finisco il bagnoschiuma. O lo SCIAMPO. O la crema idratante per la faccia. O il mascara. O una confezione di Saccottini all’albicocca. O lo scatolotto delle pastiglie per la lavastoviglie. O il sale grosso. Il sale grosso non finisce mai. Quando riusciamo a finire il sale grosso mi sento come Cristoforo Colombo che mette piede a terra dopo sedici anni di navigazione. Mi sembra di aver portato a termine una grande impresa. Lo zucchero. Lo zucchero che finisce è una specie di miracolo. Un’autentica testimonianza di abnegazione e incrollabile costanza. Se sono riuscita a finire un pacco di zucchero, un cucchiaino alla volta, un caffè alla volta, non ho nulla da temere. Io le torte non le faccio, finire lo zucchero è un evento epocale. Un traguardo nobilissimo. Se riesco a finire lo zucchero, allora posso sperare di finire anche qualcosa di più significativo – prima o poi. Se lo zucchero finisce, anche le altre cose possono finire – almeno in teoria.

pai mei

In un universo dove la lista delle cose da fare non finisce mai è assolutamente necessario scegliere con cura le proprie battaglie – e rendersi conto dei propri limiti, con garbo e razionalità. Il grande romanzo americano. La visione completa delle stagioni “nuove” del Doctor Who – quelle coi dottori fighi. Il lavaggio puntuale dei maglioni invernali a fine stagione. La costruzione di un guardaroba coerente e funzionale. Imparare il giapponese. Capire qualcosa di vino. Una galleria Instagram cromaticamente coerente. Una casa Pinterest. Nulla di tutto questo è possibile. MA ARRIVARE IN FONDO ALLA CONFEZIONE DEL PRIL SÌ. E IO CI GODO TANTISSIMO.

oren happy

Che hai fatto quest’anno, Tegamini?
Bé, dunque…
Io ho seguito una campagna che ha vinto l’oro a Cannes, ho completato il ciclo di epilazione definitiva di gambe, braccia, baffi, inguine (patata inclusa), ho ristrutturato una casa, ho raccolto centomila euro per gli orfani del Korbenienstan, ho letto la quadrilogia della Ferrante in due sere e non mi sono persa una lezione del corso di meditazione. Tu?
…io? Sono arrivata in fondo a un ombretto glitterato di Sephora – ci lavoro dal 2005, su quell’ombretto. Che altro? Ah, già. HO FINITO SEI PACCHI DI TAMPAX VERDI. QUELLI PIÙ GROSSI. E SCUSAMI SE È POCO.

Bride bloody satisfaction

I libri non fanno tutti lo stesso lavoro. Ci sono libri che vogliono mostrarci quello che non c’è – portandoci anche molto lontano – e ci sono libri che sembrano accontentarsi di quello che abbiamo già. I primi, spesso, costruiscono per noi interi universi dalle caratteristiche più o meno fantasiose e spericolate. I secondi, invece, fanno i modesti – ma può capitare che ci raccontino qualcosa di ancor più prezioso, scegliendo forse il modo più difficile. Perché lo sappiamo tutti com’è fatta una Panda. Sappiamo tutti com’è una casa piena di soprammobili o com’è fatto un paio di anfibi. Non sembra, ma raccontare il quotidiano in maniera meticolosa e “credibile”, con i suoi dettagli, le sue minuscole epifanie e le sue piccolezze, è molto complicato. Ma ogni tanto ci vuole.
Ecco, Il giro del miele di Sandro Campani è proprio uno di quei libri lì. Racconta la storia di una manciata di abitanti di un paese dell’Appennino tosco-emiliano. Ci sono boschi pieni di funghi da raccogliere, cani nevrastenici che abbaiano senza sosta, una falegnameria mandata avanti da due artigiani, abiti da sposa cuciti a mano, il bar in piazza. Tutto comincia – o ritorna – quando Davide bussa alla porta di Giampiero nel cuore della notte, finalmente pronto a raccontargli che cosa è andato storto. Giampiero era l’apprendista di Uliano, il padre di Davide, nella falegnameria dove lui giocava da piccolo ma che non ha voluto (o saputo) ereditare una volta diventato grande. Giampiero ha visto Davide innamorarsi di Silvia, sposarsi con lei – nonostante fossero così diversi – e vivere qualche anno di luminosissima felicità. E Davide ha visto gli affari di Giampiero rallentare sempre di più, fino a un incendio che gli ha portato via una mano e parecchie speranze. Chi si sfoghi con chi davanti al camino acceso non è chiaro e non è nemmeno importante. Ma c’è una bottiglia di grappa e la volontà, almeno da parte di Davide, di non arrendersi. Perché ha molto da farsi perdonare. E le parole giuste, spesso, vengono in mente sempre troppo tardi.

Campani Il giro del miele Tegamini

È una storia comune, una storia di provincia. C’è un matrimonio che si sfascia, una lince in agguato nel bosco, una lunga serie di discorsi mai affrontati, soldi che non bastano e che finiscono per metterti nei guai. Ci sono mogli, mariti, figli e sorelle che lavano la macchina, partono per un pic-nic in riva al lago, lavorano in una fabbrica di torte, incontrano soci poco raccomandabili, comprano un’ape regina che governi le nuove arnie o fanno trenta chilometri tutti i sabati per andare in piscina. Potremmo esserci tutti quanti, in questo libro. E parlare proprio come Campani fa parlare i suoi personaggi. La lingua è bellissima. Pulita, semplice, punteggiata di modi di dire e sfumature dialettali che sembrano invitarti al tavolo con Davide e Giampiero, come se da un momento all’altro arrivasse qualcuno a offrirti una fetta di torta.
Non è un romanzo fatto di avventure sconvolgenti e luoghi impossibili – …insomma, si arriva appena fuori Bologna, un po’ in collina. Ma di strada, senza spostarsi troppo dal soggiorno di Giampiero, se ne fa parecchia.
Una sorpresa meravigliosa.

È ormai palese e assodatissimo: gli eroi Marvel ricevono sempre un sacco di complimenti. Belli! Simpatici! Vispi! Interessanti! Complessi! Ironici! Sodissimi! Ben vestiti! Ben pettinati! Spiritosi! Presi bene – non come quei menagrami piagnucoloni della DC! Viva gli eroi Marvel! Insomma, da Iron Man a Groot, gli esseri umani adorano i supereroi Marvel con una costanza a dir poco granitica – che non vacilla nemmeno di fronte a conclamati pastrocchi, tollerati di buon grado in nome dell’integrità di un glorioso e formidabile “cinematic universe” che culminerà con le presumibilmente orgasmiche Infinity Wars.
Ah, le Infinity Wars. Dopo le Infinity Wars posso anche crepare, ho deciso.
Pur non potendo nascondere il mio entusiasmo tragicamente fanciullesco per gli Avengers – e i Guardiani della Galassia, e il Doctor Strange e pure Ant Man, ovviamente -, vorrei però tentare di riconquistare un minimo di razionalità. Fingerò di essere una consumatrice assennata di prodotti d’intrattenimento. Cercherò di arginare la mia ormai decennale euforia esercitando un sacrosanto diritto: il fastidio. Perché certo, va bene, adoro Peter Quill e sono sconvolta dalle formidabili capacità atletico-manipolatorie della Vedova Nera, ma non sono mica tutti così. Dopo quattordici film, perbacco, anch’io ho sviluppato qualche antipatia. Ed è ora sputare il rospo, senza timori e senza disonore. Marvel, ti adoro, ma devo darmi un contegno. Qui, dunque, ho deciso di elencare i personaggi dell’universo Marvel (Avengers-related – quindi niente X-Men, vecchi Spiderman, reboot di Spiderman e compagnia cantante) che mi sono più invisi. Quelli che mi stanno sull’anima. Quelli che mi hanno quasi (o del tutto) rovinato un’esperienza cinematografica potenzialmente favolosa.
Ebbene sì, Marvel, ci sono personaggi che andrebbero presi a calci nei denti. O compatiti per la loro inutilità. O per il tedio che ispirano nello spettatore. O incitati a farci vedere qualcosa in più, magari. Perché nessuno è perfetto, insomma, nemmeno i supereroi.
Ecco qua, dunque, le creature Marvel che – A TITOLO DEL TUTTO PERSONALE E SENZA ALCUNA PRETESA DI SERIA CRITICA CINEMATOGRAFICO-ONTOLOGICA – non sopporto. Ci provo, ma non li godo.

*

Aldrich Killian

Aldrich Kilian

Un uomo che ha dedicato una vita intera alla vendetta, senza rendersi conto del proprio scarsissimo tempismo. Killian, Tony Stark è sbronzo, circondato da sgnacchere in tanga, felice come una crostata di prugne e stufo marcio di parlare di scienza (almeno per una sera). E tu che fai? Vai lì e gli proponi una discussione seria e PESISSIMA sul futuro della genetica subatomica. Alle due del mattino. In mezzo a una festa. Ma che cosa ti doveva dire? Ma che ti aspettavi? Ma che vuoi? Certo, Tony Stark è un cafone, ma pure tu hai delle difficoltà. E cercare di trombargli la moglie (una ventina d’anni dopo) trasformandoti pure in una montagna di Diavolina per il barbecue non migliorerà di certo le cose. Aldrich Killian, chi? Ecco che cosa continuerà a risponderti Tony Stark. E ben ti sta.
CATEGORIA | Malvagi per futili motivi.

*

Odino

Odino

Odino ci offre un esempio lampante della labilità del confine che separa il vecchio saggio dal vecchio scemo. Grida e sbraita, scaccia gente da Asgard senza tanti complimenti e, quando ci sarebbe veramente bisogno di lui per fronteggiare una minaccia letale e potenzialmente devastante che fa? Va a fare un pisolo. E tanti saluti.
CATEGORIA | Pessimi genitori. / Narcolettici.

*

Arnim Zola

Arnim Zola

Partiamo serenamente dal presupposto che l’Hydra fa schifo. Qualsiasi cosa c’entri coi nazisti fa schifo per definizione, ma dell’Hydra ho sempre apprezzato l’organizzazione, il fatto che – per quanto orrendo e sbagliato – ci fosse un piano di fondo, un ideale malvagio e ributtante, ma preciso. La Marvel, secondo me, ha mille problemi con i cattivi, specialmente nei film dedicati a un unico supereroe. Non ti viene mai veramente il dubbio, a volte, che i buoni possano perdere e che il male trionferà, non ci sono antagonisti che ti fanno paura per davvero. E, molto spesso, ti sembra che rincorrano scopi sciocchi, dettati da una megalomania troppo umana e meschina per trovare posto in una narrazione che dovrebbe scuotere le sorti del mondo. Ecco, l’Hydra no. Con l’Hydra mi sono sempre agitata davvero. L’Hydra è un “cattivo” pensante e ben strutturato. Peccato che, sovente, gli “uomini dell’Hydra” non mi sembrino all’altezza della terrificante organizzazione che dovrebbero rappresentare. Il dottor Zola, per dire, suscita in me reazioni contrastanti – anche se quella prevalente è un po’ un BASTA! DI NUOVO LUI?. Nel Primo vendicatore si rintana negli angoli e osserva quasi sgomento il Teschio Rosso che sclera e imperversa. Se ne sta lì, tremante e tutto sommato marginale. Nei film successivi, invece, la sua coscienza “virtuale” spunta in giro come il prezzemolo. Speravamo di essercene liberati? Macché, ha continuamente qualche rivelazione importantissima da rifilarci. Salta fuori pure mentre Iron Man e Steve Rogers si corcano di mazzate in un luogo remotissimo e gelido, quando di lui ben poco ce ne frega. E in versione virtuale risulta molto più terrificante, sadico e folle dello Zola in carne e ossa. Decidiamoci, insomma, Zola criceto spaventato o Zola 32 bit malvagio e sghignazzante? Ma soprattutto, quante volte ancora ce lo ritroveremo davanti? Basta, lasciatelo bruciare all’inferno, che ormai vivo nel terrore che in qualche Gemma dell’Infinito si nasconda la faccia verde di Zola.
CATEGORIA | Fastidiosamente funzionali. / Invadenti.

*

Malekith

Malekith

Malekith è uno che persino Google ritiene trascurabile. Ci sono tipo sei foto, tutte piccolissime. E non ti biasimo, Google. Gli Elfi Oscuri sono quasi comici. Hanno una bellissima navetta spaziale a forma di vanga gigante e si fanno delle trecce portentose, ma sono un ottimo esempio di cattivi da quattro soldi. Che cosa volete? L’oscurità! Quando la volete? Subito! Dove la volete? Da tutte le parti! E perché? …perché Odino ci ha offesi 5689 anni fa? E perché non vi abbiamo mai sentito nominare, visto che siete così importanti? …perché ci nascondiamo! Siamo discreti!
Dai, Elfi Oscuri. Fateci la cortesia.
CATEGORIA | Sonno e inutilità.

*

Rhodey Rodes / War Machine

war machine

Certo, è triste che Stephen Strange non si sia preso la briga di operare un eroe di guerra ferito in combattimento (risparmiandogli probabilmente la paralisi e/o infinite sessioni fisioterapiche), ma diciamoci la verità: se in un film esiste Tony Stark, a nessuno interessa vedere un’altra armatura che svolazza in giro. E Rhodey lo sa, poveraccio. Mica è scemo. E sentirgli raccontare storielle presumibilmente eroiche e gloriose alle feste non mi fa divertire – Ah! Ma che ragazzo autoironico! -, mi spezza il cuore e basta. Vorrei amarti, Rhodey, ma ti impegni troppo. WAR MACHINE. Certo. La verità è che sarai sempre un Iron Patriot, purtroppo. C’è poco da fare.
CATEGORIA | Trying too hard. / Vivere nell’ombra.

*

Jane Foster

Jane Foster

Di Jane Foster conosciamo perfettamente la straordinaria intelligenza… ma perché continuano a ricordarcelo, mica perché lo vediamo. Jane Foster ha scoperto questo. Jane Foster dirige un centro di ricerca. Jane Foster ha calcolato le possibilità del viaggio interdimensionale. Jane Foster è un genio. Jane Foster, in realtà, è quella che ha ben pensato cacciare le mani in mezzo a due giganteschi monoliti fluttuanti color tenebra per capire se l’Ether è bagnato. E no, amici, quella roba lì non è curiosità scientifica. È pura idiozia. È un film che fa procedere la trama servendosi dell’imbecillità improvvisa e ingiustificata dei suoi protagonisti. NON CACCIARE LE MANI IN MEZZO A DEI MASSI NERISSIMI CHE VOLANO, ACCIDENTI A TE.
Ma Jane Foster mi suscita anche altre perplessità. La sua presenza è ingombrante, anche se invisibile. Ogni volta che Thor appare sul nostro pianeta (e ci rimane per quelli che allo spettatore sembrano mesi) non posso fare a meno di chiedermi perché non vada a trovare Jane. Cioè, non è una relazione a distanza tipo lui è di Milano e lei è di Novara. È una relazione a distanza Terra-Asgard. Visto che ce l’avete menata così tanto con Thor che s’innamora, il minimo che posso aspettarmi è che Jane ricompaia, di tanto in tanto. E invece no. Riferimenti goffi a Jane che è occupatissima a studiare qualcosa dall’altra parte del mondo. Thor che inventa scuse ridicole – “Non voglio metterla in pericolo” – invece di far girare tre volte il martello e volare da lei in 27 minuti. Jane c’è ma non c’è, e rende le relazioni tra i personaggi super traballanti e artificiose.
Quel che più mi fa arrabbiare di Jane, però, è l’effettivo fallimento dei buoni propositi relativi al suo personaggio. Inventiamoci una ragazza forte, saggia, sveglia, indipendente, non la solita bonazza svenevole che va continuamente soccorsa e salvata! E invece. Mani nell’Ether > coma > malattia incredibile e sconosciuta > viaggio ad Asgard > elfi oscuri incazzati > invasione di Asgard > TERRA IN PERICOLO > UNIVERSO A RISCHIO > MORTE MORTE MORTE. E lei là, con una finta armatura da signora asgardiana e la piega perfetta. Jane Foster, io ti maledico.
CATEGORIA | Personaggi girl-power venuti male. / Palle al piede. / Attori troppo famosi che la Marvel non è riuscita a contrattualizzare per benino.

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Falcon

Falcon

“Amore del Cuore, sto facendo un post sui personaggi Marvel che non apprezzo particolarmente. Te chi è che non tolleri?”.
“Il tizio-gallina”.
“Ma chi? Non c’è nessuna gallina”.
“Quello con le ali. Quello che le ha prese da Ant Man”.
“Ahhhhh, FALCON!”.
“Si chiama Falcon?”.
“Come dovevano chiamarlo, GALLINATRON?”.
“Non mi interessa. È veramente il capo dei pirla”.
CATEGORIA | Con tutti i supereroi fighi che la Marvel ha inventato, proprio lui dovevamo sucarci? Ant Man, hai tutta la nostra stima.

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Darcy Lewis

Darcy

Avrò un cuore di pietra, ma le simpatiche pasticcione non le reggo più. Soprattutto quando non stanno zitte un secondo e non riescono a farmi ridere. Darcy è di un’invadenza rara e, anche se non ripugna quanto Zola (AHHHHHHH!), al terzo dialogo volevo già gettarla giù dal Bifrost. Poi, capisco che le ricerche di Jane Foster non possano di certo essere considerate “ortodosse” – almeno non nel primo Thor – e che di laureati del MIT che fanno la fila per uno stage da lei ce ne siano pochi, ma non puoi neanche risolverla assumendo la scema del villaggio, santo il cielo!
CATEGORIA | Orticaria. / Pagliacci tristi.

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Pietro Maximoff

Quicksilver

I gemelli Maximoff ne passano di tutti i colori. E la guerra, e le bombe di Stark che gli devastano la famiglia, e la simpatica idea di offrirsi come cavie per gli esperimenti dell’Hydra, e la solitudine, e la difficoltà di procurarsi i prodotti per decolorarsi bene i capelli… Insomma, la loro vita è impervia, dolorosa e piena di rancore. Ma io non ce la faccio lo stesso. Passi la Wanda, che ha ancora tante meraviglie da imparare e sortilegi spettacolari da farci vedere, ma Pietro no. Aaron Taylor-Johnson è un bravissimo attore, quindi darò la colpa a Joss Whedon. Joss, di grazia, perché hai detto al Taylor-Johnson che il modo migliore per trasmettere allo spettatore tutta l’angoscia e il furore vendicativo di Pietro fosse una perenne espressione da uomo che si è fatto molta cacca nei pantaloni della tuta – senza avere la possibilità di cambiarseli o anche solo di sbarazzarsene? Perché, Joss. Perché l’hai costretto. E alla fine, non pago, l’hai pure ammazzato. Non si fa così.
CATEGORIA | Mal consigliati. / Resting bitch face.

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Justin Hammer

Justin Hammer

Pensare che quel cialtrone di Justin Hammer e la sua compagnia possano in qualche modo rappresentare, per le Stark Industries, dei seri concorrenti è semplicemente inaccettabile. Certo, Hammer è funzionale all’entrata in scena di Vanko – che è un po’ il cattivo ufficiale del film – ma quella con Tony Stark è una rivalità che nemmeno la più coriacea delle sospensioni dell’incredulità riuscirebbe a sostenere. Non ho problemi ad elaborare un procione parlante, ma non riesco a capacitarmi di Hammer. E lo so, non mi fa onore, ma ho continuato a sperare che il pappagallo di Mickey Rourke gli beccasse via un occhio.
CATEGORIA | Wanna Marchi.

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Bucky Barnes

Winter Soldier

Dobbiamo a Bucky e alle sventure che gli capitano – PER COLPA DEL DOTTOR ZOLA ANCORA LUI MALEDIZIONE BASTA BASTA! – alcuni tra i più bei film (più o meno corali) dell’universo Marvel. Il fatto che lui rimanga muto e catatonico per i tre quarti del tempo non dovrebbe turbarci, perché il suo merito più autentico è quello di scatenare reazioni a dir poco perentorie da parte degli altri Avengers. Non dovrebbe turbarci, dico… però ci turba. Almeno, io me la prendo. Bucky, sono Steve! Sono Steve! Sto sfasciando gli Avengers per amor tuo! SILENZIO. BRONCIO. GRUGNITO. FUGA PRECIPITOSA. Bucky mi fa continuamente venire in mente Michelangelo che prende a martellate il Mosè strillandogli PERCHÉ NON PARLI! Certo, il Mosè non era stato programmato per trasformarsi in una spietata e inarrestabile macchina da guerra da un sadico scienziato nazista, ma la relazione tra Bucky e Steve mi pare un pochino unidirezionale. Bucky, sappiamo che hai il cervello fritto, ma ti prego, ti prego, dilla una cosa carina ogni tanto a Captain America. Se lo merita. Va bene, l’hai ripescato dalle macerie di un palazzo affondato e stai trovando maniere trasversalissime per fargli capire che CI SEI, ma ha bisogno di un amico che non opti per l’ibernazione forzata ogni venti minuti. Esterna i tuoi sentimenti, Bucky, Esterna!
CATEGORIA | Amori non ricambiati. / Dateci di più.

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Stan Lee

stan lee

MA CHE RIDERE IL CAMEO NUOVO DI STAN LEE! Ecco, all’inizio sì, mi facevano ridere. Ma sto notando un certo deterioramento dell’approccio creativo-cialtrone all’arte del cameo. Quando Tony Stark lo scambia per Hugh Hefner mi sono divertita parecchio. Ma vedere Stan Lee parcheggiato su un asteroide a blaterare cose senza senso nel nuovo Guardiani della Galassia un po’ m’ha intristito. Sarò sicuramente io che non riesco a cogliere – per drammatica ignoranza – una REFERENCE colta a un qualche fumetto del 1967, certo, ma ormai sono molto più felice di veder apparire a caso Donald il papero che il povero Stan Lee seduto su un sasso nel bel mezzo di una galassia dimenticata da ogni genere di divinità.
CATEGORIA | Può bastare, grazie.

Ottone von Accidenti va per i cinque anni. È nato in agosto insieme a un mucchio di altri gattini che non abbiamo mai conosciuto perché erano stati tutti smistati prima che arrivassimo noi. La cosa, devo confessarlo, un po’ mi aveva dato da pensare. Questo qua è l’ultimo, avrà sicuramente qualche devastante turba comportamentale che ci renderà la vita impossibile. O qualche menomazione irreparabile – nascosta da qualche parte sotto a quei sei metri cubi di pelo che lo ricoprono – che non lo farà campare a lungo, condannandolo a sofferenze atroci. Un gatto omicida con un femore attaccato con il nastro adesivo, tipo. Un gatto distruttore di mondi, con tre occhi, il dono dell’invisibilità e il pancreas grosso come un melone. Insomma, ero sicura che stessero per appiopparci un Ottone von Fregatura. Dopo cinque minuti in compagnia della signora Gattara che l’ha allevato, però, ci siamo resi conto che Ottone era l’ultimo, certo, ma per un motivo molto semplice: la signora Gattara ADORAVA Ottone. E, potendo scegliere, non se ne sarebbe mai e poi mai separata. E, quasi cinque anni dopo, non c’è stato un momento in cui mi sia venuto in mente di pensarla diversamente.

Bé… magari qualche momento c’è stato.
Ma proprio un paio.

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Ottone che mi corre in faccia alle cinque del mattino, quando abitavamo in una casa a forma di cubo, del tutto sprovvista di porte.
Ottone che salta sulla macchina del caffè, ribaltandola in terra e crepando il parquet.
Ottone che ricopre di lanugine NERA tutto quello che possediamo.
Ottone che si fa le unghie sulla televisione.
Ottone che fa esplodere una boccetta di smalto, verniciandosi di verde.
Ottone che capovolge l’albero di Natale, dopo aver frantumato ventisei palline glitterate.
Ottone che salta in un vaso alto un metro e lo riduce a una montagna di taglientissime molecole di vetro.
Ottone che mi mastica i capelli.
Ottone che si avventa su sacchetti di ogni tipo nel cuore della notte, terrorizzandoci oltre ogni immaginazione.
Ottone che minaccia i pesci rossi entrando nella vaschetta con entrambe le zampe.
Ottone che trita ogni caricabatteria a sua disposizione.
Ottone che deposita un epico merdone nel bidet dopo essere stato redarguito per aver sgranocchiato una cotoletta che attendeva, incolpevole, di essere buttata in padella.
Eccetera.

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Mi sto di certo dimenticando qualcosa di fondamentale, ma non importa. Perché la sporadica distruzione dei nostri averi, i rumori improvvisi che ti atterriscono mentre cerchi di dormire, le grattate all’armadio quando la ciotola non viene prontamente riempita all’orario abituale (spaccando il minuto), i tappeti manomessi, l’obbligo di vivere con un roll antipelucchi appeso al collo e con il terrore perenne che i tuoi Supercoralli vengano azzannati fino all’irriconoscibilità, ecco, tutte queste (credo) inevitabili sciagure sono assolutamente trascurabili. Perché Ottone, nella sua sconfinata e vastissima idiozia, mi ha dato una mano a capire com’è che funziona una famiglia, che cosa significa prendersi cura – tutti insieme – gli uni degli altri, che cosa succede quando a casa c’è qualcuno che ami… e che ti aspetta. Mi ha aiutato a capirlo nel suo piccolo, da gatto – perché è un gatto, insomma, non un premio Nobel in grado di rivelarti il funzionamento dell’universo e del cuore umano -, ma anche le sue dannosissime zampe sono servite ad aggiungere un pezzettino importante all’idea di “noi” che stavamo cercando di creare. Ed è vero, qualche tenda ci ha smenato, mentre imparavamo a volerci ancora più bene, ma ne siamo usciti bene. Anzi, meglio. E mi piace pensare che un po’ sia anche merito suo.

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Un Ottone lo augurerei a tutti, e il più a lungo possibile. Il che, senza bisogno di ricorrere a collegamenti mentali super contorti, è anche un po’ la mission di Hill’s Pet Nutrition… e il motivo per cui mi sembra bello dare una mano.


Da ottant’anni, Hill’s si impegna ad architettare alimenti sani, sicuri e controllati per rendere migliore – e più lunga – la vita delle bestie che coccoliamo ogni giorno, senza dimenticare i cani e i gatti che attendono ancora di essere adottati. E, fino al 22 maggio, anche noi possiamo contribuire a riempire di pappe gli animali dei rifugi, facendo una cosa che credo possa riuscirci del tutto naturale: CONDIVIDERE LA FOTO DI UN CANINO O DI UN GATTINO!
Come si fa?
Fate un giro sulla pagina Facebook di Hill’s, postate una foto del vostro animalino e raccontate in allegria com’è la vita con lui. Per ogni testimonianza raccolta, Hill’s donerà un pasto a un rifugio. L’obiettivo è raccoglierne 10.000, per migliorare l’esistenza delle creaturone che non hanno ancora la fortuna di avere un padrone sollecito come voi. O come la signora Gattara che ha deciso di consegnarci un Ottone – qui impegnato ad osservare un carico di crocchette con lo sguardo dell’amore infinito.

 

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Ce la faremo?
Penso proprio di sì.
In alto le ciotole!

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[Qui trovate tutte le informazioni per partecipare e il regolamento della campagna].

DISCLAIMER: in questo post utilizzerò (finalmente) tutte le parolacce che vi ho risparmiato in sei anni di blog.

Diciamocelo, i coloring book hanno rotto i coglioni. E le forme geometriche, e la natura, e i film, e i paesaggi, e le città e gli animali. A tediarmi oltre ogni immaginazione, però, non sono tanto i temi, ma l’immancabile premessa: colora, che ti fa bene. Colora e placati. Colora e recupera la serenità perduta. Colorare è terapeutico, è un’attività rilassante. È come fare yoga, ma senza la puzza di piedi. Colora e salvati dal male e dai tormenti!
Certo, come no.
Se penso a una cosa in grado di farmi venire un nervoso senza fine è un’immensa pagina piena di piume di pavone e maestosi tulipani che dovrei mettermi lì a colorare. Spazietti piccolissimi. Ansia da prestazione. Cento colori da decidere. Colorare mi fa imbestialire, santo cielo. Certo, magari non capisco niente io, ma mi sembra un approccio troppo generico. RITROVARE LA PACE. Perché mai un pavone gigante dovrebbe riuscire ad arginare le mie tribolazioni? Se sono arrivata ad accumulare un odio tale per l’umanità da aver bisogno di un libro da colorare, dubito fortemente che un pavone possa aiutarmi. Un pavone non può capirmi, così come non può capirmi un libro da colorare qualsiasi. Perché la rabbia – sacrosanta – che spesso ci sconvolge deve per forza essere soffocata? Qui non si parla di nuocere al prossimo, ma semplicemente di accettare la propria furia, scatenandola e incanalandola in modo da ricavarne un minimo di soddisfazione, senza maltrattare gli altri.
Ebbene.
Adesso si può.
Perché esistono i libri da colorare per gente incazzata.
Gli unici libri da colorare utili di questo mondo.
Gli unici libri da colorare per cui consumerei volentieri dei pennarelli.
MARCITE, TULIPANI!
VAI A CAGARE, PAVONE!
Non c’è più posto per voi, stronzi! Non ci servite più!
Perché l’universo, finalmente, ha creato i libri da colorare degli insulti e delle parolacce… e sono strabilianti. Non hanno senso e sono pieni di cose orrende, offensive e cretine, ma sono bellissimi.

Dunque, c’è il libro degli insulti – da utilizzare quando vorreste mandare qualcuno a farsi fottere ma, purtroppo, non ve la sentite.

fottiti sto colorando

Rallegriamoci insieme con qualche illuminante esempio – mentre facciamo la punta ai pastelli.

paraculo

rompicoglioni

testa di cazzo

E c’è il libro delle parolacce – perché dentro ognuno di noi alberga un bambino di sette anni che non vede l’ora di arrampicarsi sulla cima di una montagna e gridare fortissimo CULO! MERDA! FIGA PELOSA! Ma così, senza una ragione.

porca puttana calma la rabbia

Anche in questo caso, la meraviglia è vasta – quasi quanto la necessità improvvisa di investire in una collezione sterminata di variopinte penne a punta fine.

faccia di merda

sticazzi

suca

Ogni libro contiene ben 40 espressioni agghiaccianti e versatilissime, da selezionare accuratamente in caso di bisogno, e le pagine sono molto robuste (che si calca, quando ci si incazza) e, oserei ipotizzare, agevolmente asportabili.
Non sapete come arredare l’ufficio? Colorate un bel SUCA e attaccatevelo sul muro. O sulla porta. La gente capirà subito come rapportarsi a voi. E magari vi verrà a rompere le palle un po’ di meno.

Sono libri assurdi, volgari e fondamentalmente imbecilli? Ovvio.
Dobbiamo per questo amarli di meno? Non direi, anzi. 
Ci farebbero dell’autentico bene? Temo di sì.
Non vi garbano?
È un gran peccato.
…ma c’è qualcuno che vorrebbe comunque salutarvi.
Chi?
STOCAZZO.

 

Lo griderò fieramente al mondo – possibilmente dalla cima di una collina verdeggiante: la Guinness è la mia birra preferita. Credo che l’imprinting si sia verificato in vacanza studio dove, oltre a mangiare tonnellate di Pringles, bucarmi ripetutamente le orecchie in un baracchino su una spiaggia falciata dal vento e mettere su circa 9 chili in tre settimane, mi sono bevuta anche la mia prima birra al pub. CIAO MADRE DOPO UNA QUINDICINA D’ANNI POSSO DIRTELO. Nessuno di noi aveva l’età per ordinare alcunché, in un pub irlandese, ma il barista era un tizio elastico – e forse non pienamente in possesso delle sue facoltà. Ad un certo punto ci siamo girati e ci siamo accorti che si finiva i fondi dei bicchieri mentre sparecchiava i tavoli.
Che grazia!
Che spirito!
Che avversione allo spreco!
Purtroppo per noi, però, i mastri birrai del museo della Guinness di Dublino non si sono dimostrati altrettanto contrari alle convenzioni… e il giro è finito, sfortunatamente, senza che potessimo brindare ai folletti, ai quadrifogli e alle arpe magiche. Ma di questo si parlerà fra pochissimo – con una signora che di Guinness se ne intende. Quel che importa, adesso, è predisporci a festeggiare St. Patrick’s Day con il giusto spirito. Noi, per dire, ci siamo spinti fino alla fine dell’arcobaleno e abbiamo rinvenuto un party-forziere.

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Mentre brindiamo alla salute dell’Irlanda tutta, però, possiamo anche farci raccontare qualcosa di saggio e avvincente sulle tradizioni e lo spirito del St. Patrick’s Day da Eibhlin Colgan, responsabile dell’archivio Guinness e depositaria di magici segreti.

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TEGAMINI – Ho visitato il museo della Guinness a Dublino quando avevo 15 anni… ed ero tragicamente underage. Niente birra per me, alla fine del tour. Non mi sono ancora ripresa dalla profonda tristezza di quel momento, ma col tempo sono riuscita a recuperare, e oggi la Guinness è una delle mie birre preferite dell’universo. Tutti conoscono bene la classica Guinness Draught, ma le opzioni a disposizione dei birrofili sono parecchie. Qual è la “sua” Guinness? Perché è speciale?

EIBHLIN COLGAN – Ogni variante di Guinness ha un’occasione appropriata. Per me, una pinta di Guinness Draught vicino a un bel camino nel pub di quartiere è semplicemente perfetta! La celebre schiuma azotata è nata da un’innovazione tecnologica sviluppata da uno dei ricercatori Guinness negli anni Cinquanta e ha rivoluzionato il nostro modo di bere la Guinness.

Quello che ha reso la mia esperienza al museo a Dublino veramente indimenticabile – per la rubrica, trovare il lato positivo anche se non puoi bere – è stato il giro nella galleria pubblicitaria. Ho adorato le illustrazioni degli anni Trenta e Quaranta, ma da dove arrivano quegli animali gioiosissimi?

Negli anni Trenta, la SH Bensons, l’agenzia pubblicitaria che Guinness utilizzava, era in cerca di un modo per rappresentare l’azienda. Un giorno, uno dei loro artisti – John Gilroy – è andato al circo e ha visto un leone marino che teneva una palla in equilibrio sulla punta del naso. Al che, si è domandato se il leone marino fosse abbastanza sveglio da riuscire a tenere in equilibrio sul naso anche una bottiglia di Guinness. Più tardi, tornato in studio, Gilroy disegnò il leone marino e, poco dopo, allargò l’idea fino a includere un intero serraglio di animali – il più famoso dei quali è poi diventato il tucano. Ma in tutti i poster, dettaglio da non trascurare, gli animali non bevono mai dalla bottiglia!

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La pubblicità è, tra le altre cose, un prodotto dell’epoca a cui appartiene. E le pubblicità, oggi, sono anche decisamente reactive, specialmente a livello di social media. Succede qualcosa nel mondo e BOOM, tre ore dopo il web è invaso di branded content che tenta di cavalcare l’onda e di far leva sull’evento che si è appena verificato. C’è stato un momento in cui la pubblicità della Guinness ha davvero rispecchiato – o commentato – quello che stava accadendo nel mondo?

Potrei fare parecchi esempi della rilevanza sociale di Guinness come brand. Mi viene in mente l’elasticità della comunicazione social per l’ultima Coppa del Mondo di rugby. Abbiamo identificato una serie di momenti emblematici – la storica e inaspettata vittoria del Giappone, ad esempio – e li abbiamo celebrati come solo Guinness sa fare, ritagliando uno spazio al termine di ogni partita.

Qualche anno fa ho festeggiato St. Patrick’s Day a New York. Avevamo degli strani cappellini e ci siamo bevute diverse birre verdi. Non ho scuse – al tempo Instagram neanche esisteva, quindi non c’era proprio motivo di bere una birra schifosa colorata di VERDE – e vorrei redimermi. Che cosa consiglia a chi vorrebbe celebrare un autentico St. Patrick’s Day? Lo so, essere irlandesi potrebbe rappresentare un buon punto di partenza, ma proviamo a farcela lo stesso.

St. Patrick’s Day è l’unica giornata dell’anno in cui chiunque, nel mondo, diventa irlandese – e di certo non è necessario essere irlandesi per festeggiare con noi! St. Patrick’s Day ci avvicina agli altri – attorno al significato che ha l’essere irlandesi, e celebrare St. Patrick’s Day con una Guinness in mano unisce le persone.

Eibhlin Colgan

La Guinness ha una storia lunga e avventurosa. E molto dev’essere cambiato, dai tempi di Arthur Guinness. Che cosa è rimasto?

Quando, nel 1759, Arthur Guinness firmò (con uno svolazzo) un contratto d’affitto di 9000 anni, lo fece con l’intenzione di produrre birra di alta qualità. Nonostante il mondo sia cambiato fino a diventare irriconoscibile nel corso degli ultimi 250 anni, la passione che ci spinge a produrre birra di qualità è la stessa, nella Brewery di oggi, che c’era anche ai tempi di Arthur. La sua eredità – investire nella forza lavoro, la fiducia nella qualità della sua birra e un grande senso della comunità – è fatta di valori che mettiamo in pratica ancora oggi.

Qui c’è molto amore per i libri. Sappiamo bene che non si deve bere prima di guidare, ma possiamo felicemente bere mentre ci leggiamo qualcosa. Qual è il libro migliore per accompagnare una pinta di Guinness?

L’Irlanda è celebre per i suoi giganti della letteratura, molti dei quali hanno parlato della Guinness nella loro prosa e nelle loro poesie. C’è l’imbarazzo della scelta… Seamus Heaney, Patrick Kavanagh, WB Yeats, James Joyce, Oscar Wilde.

Gli italiani sono fierissimi della loro cucina, ma siamo anche pronti a provare nuove ricette e non disprezziamo gli esperimenti. Qual è un buon piatto irlandese che possiamo servire, durante una cena a base di Guinness?

La Guinness funziona bene sia come ingrediente che come bevanda da accompagnare al cibo. Il mio piatto preferito da preparare con la Guinness è lo stufato di manzo alla birra. Il nostro chef alla Guinness Storehouse raccomanda sempre di marinare la carne nella Guinness per una notte intera, per renderla più morbida prima di preparare lo stufato. Delizioso!

Bene. Ora siete equipaggiatissimi per festeggiare degnamente San Patrizio. O per tenere una pinta in equilibrio sul naso. Vedete un po’ voi.
Cheers, #tipidaguinness! E grazie a Eibhlin Colgan per aver avuto la pazienza di starmi a sentire.

Dover gestire un bambino appena nato mi ha tragicamente ricordato il mio rapporto con la matematica al liceo: non è che non sapevo le cose, è che le capivo con circa un mese e mezzo di ritardo – in tempo per la verifica successiva, per dire. Con i bambini funziona più o meno così.

Sei finalmente diventata brava a sistemare la medicazione del cordone ombelicale? Il cordone ombelicale saluta e se ne va.
Sei finalmente riuscita ad assemblare un parco-abbigliamento sufficientemente ampio da scongiurare l’emergenza continua? Molto bene, peccato che ormai ci voglia la taglia in più.
Hai finalmente capito come lavare tuo figlio in una vaschetta col riduttore? Stupendo, ma mi pare che ormai abbia i piedi fuori.
Padroneggi finalmente ogni recondito segreto della frutta grattugiata? Buon per te, ma adesso bisogna cominciare con la pappa.

Insomma, si cerca di creare una routine in grado di adattarsi a un fenomeno in continua ed imprevedibile evoluzione. E appena ci si stabilizza su una certa sequenza di azioni (o sull’utilizzo di determinati utensili, canzoncine, giocattoli pazzi, elettrodomestici, accessori, attività), tutto va puntualmente a farsi benedire.
Certo, le economie di apprendimento esistono e ogni volta non è necessario ripartire da zero, ma confesso che non mi dispiacerebbe una salutare settimana di stallo. Così, tanto per sentirmi vagamente padrona della situazione.
L’orologio a pendolo segna le quattro pomeridiane, mio carissimo Reginald. Il nostro giovane rampollo dorme, come è sempre solito fare a quest’ora del giorno. Si sveglierà alle diciassette e quindici e consumerà esattamente tre quarti di mela e cinque rondelle di banana, che digerirà senza particolari tribolazioni durante la sua abituale sessione ginnica in compagnia dei suoi balocchi stropicciabili.

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Comunque.

Dopo cinque mesi di onorato servizio materno, vorrei rendermi vagamente utile alla collettività raggruppando in questo umile post un po’ di cose (che col senno di poi mi sembrano assai elementari) che ci hanno semplificato la vita in questo periodo di affascinante e rocambolesca incertezza.

Pronti?

Ecco alcuni gioiosi e necessari DISCLEIMERZ per evitare interpretazioni asinine di quanto seguirà.
– Ogni bambino è diverso. Ogni genitore è diverso. Qui troverete una lista super basic di quello che ci è stato veramente utile e che ha funzionato PER NOI e per Minicuore, dopo un prolungato utilizzo quotidiano. La speranza è che possa servire a chi ha le idee ancora poco chiare su che cosa comprare (o farsi regalare e/o estorcere ai propri conoscenti) in vista dell’arrivo di un bambino, o a chi è in cerca di nuove strategie di sopravvivenza.
– Siete già genitori provetti e vi imbatterete in cose che a voi non sono piaciute? L’intento non è quello di convertirvi. Se vi siete trovati meglio con un altro passeggino sono solo contenta per voi e per il vostro infante.
– Dobbiamo ad Amazon la nostra sanità mentale. E molte delle cose che troverete qui (con relative foto brutte ma funzionali) saranno anche acquistabili lì sopra. Perché con un bambino che mangia ogni due ore la gente non può passare le giornate a vagare per centri commerciali e astruse parafarmacie.
– L’elenco comprende roba che ci siamo comprati noi, roba che ci è stata donata da parenti e amici, roba che mi hanno regalato i brand. Non c’è tutto quello che abbiamo ricevuto. C’è solo quello che mi è sembrato valido, sensato, comodo e degno del nostro rispetto.

PROCEDIAMO.

Il passeggino (anzi, il sistema TRIO)

Inglesina Trilogy colors

Ci siamo comprati il Trilogy Colors (che è un Trilogy City con i colori zarri) dell’Inglesina.
Perché?
Volevamo un aggeggio che entrasse nell’ascensore (largo ben 50 centimetri), che si potesse chiudere/aprire con una mano sola, che fosse leggero (e sollevabile da me senza bisogno dell’intervento di un prode cavaliere), che non costasse ventottomila trilioni di euro e che non ci obbligasse a comprare separatamente mille pezzi aggiuntivi (ma indispensabili). E abbiamo scelto questo. Telaio, navicella (LA CULLA), ovetto per la macchina, passeggino, borsa (con fasciatoio portatile), parapioggia. E tanti cari saluti.
Io volevo la carrozzina da principino d’Inghilterra, ma per questa volta ho lasciato vincere la realtà.

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Fasciatoio e culla

Stokke cameretta

Abbiamo estorto ai nonni l’intera cameretta Stokke, in pratica. Il lettino non l’ho ancora collaudato – quindi starò zitta -, ma il resto si è rivelato provvidenziale. E contiamo di poter usare tutto ancora per parecchio tempo, visto che i mobili sono scomponibili e combinabili per adattarsi alle diverse fasi della crescita del bambino.
Il mobilotto è una cassettiera con un piano aggiuntivo che funziona da fasciatoio. Nella cassettiera abbiamo cacciato tutto l’occorrente per il cambio e i vestitini di Minicuore, lasciando nello scomparto laterale del fasciatoio le cose da tenere a portata di mano. Ma la mia vera passione è la culla – che all’inizio neanche volevo. Ma figurati, prendiamo una navicella omologata per il sonno e lo teniamo lì per un po’, poi va nel lettino.
E INVECE, LA VITA.
Perché la mia culla – oltre ad essere incredibilmente carina – ha una caratteristica fondamentale e miracolosa: OSCILLA. E oscillazione = SONNO. Oscillazione = PACE. Sono in debito con quella culla, santo il cielo. E sono terrorizzata, perché sta diventando un po’ troppo piccola. Ma non ci abbandonerà. Perché le gambe della culla e il piano del fasciatoio sono studiati per incastrarsi e creare un tavolo. Così, come Megazord.
I mobili della Stokke costano poco? Non direi. Ne vale la pena? A noi pare di sì.
Grazie, nonni. E grazie anche a Valeria, che mi ha fatto scoprire le camerette Stokke.

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Mangiapannolini

mangiapannolini

Abbiamo fugacemente considerato l’ipotesi di dotarci di uno di quei mangiapannolini che insacchettano ogni singolo pannolino in una specie di bustina di plastica antiproiettile per evitare al 1000% ogni genere di odore sgradevole, ma poi il braccino corto ha avuto il sopravvento – mica te li regalano, i sacchettini, maledizione. E, alla fin fine, direi che è andata bene così. Abbiamo preso il mangiapannolini Chicco (dal rassicurante design anni ’80), che funziona con qualsiasi genere di sacchetto della spazzatura e rimane ermeticamente chiuso. Abbassi il maniglione, il pannolino si inabissa, tiri su il maniglione e non t’accorgi di niente. Ovvio, quando lo apri per cambiare il sacchetto è consigliata un’apnea di una decina di secondi, ma non mi pare un problema insormontabile. E il fetore, nell’ordinaria amministrazione, non fuoriesce. Vittoria!

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Cestone

cestone

L’area del fasciatoio va sistemata bene. Deve somigliare un po’ a un nastro trasportatore per lo smaltimento di scorie nucleari. Tutto dovrebbe essere raggiungibile allungando un braccio (mentre con l’altro fate il possibile per evitare che vostro figlio si sfracelli sul pavimento) e non richiedere movimenti inconsulti per funzionare. Il mio cestone per i vestitini sporchi è a circa 5 centimetri dal fasciatoio e non è particolarmente romantico. Ma fa il suo egregio dovere e siamo ormai un grande team. Là fuori esistono anche cestoni molto frufru e super carini, ma a me premeva poterlo chiudere (evitando i coperchi staccabili), poterlo lavare senza problemi e poterlo riempire senza l’ansia di farlo tracimare ogni venti minuti. Plastica, capienza, modestia, funzionalità.

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Telini per il fasciatoio

Pampers Change Mats

Che un bambino spisciazzi o dissemini il fasciatoio di palatine di cacca – e anche con una certa soddisfazione – è inevitabile. Ma mica puoi passare la vita a lavare degli asciugamani. E ti senti una brutta persona ad appoggiarlo sul cuscino imbottito (per quanto lavabile e comodo) senza metterci sotto niente. Dopo aver esaurito gli asciugamani a nostra disposizione, dunque, ci siamo lanciati sui provvidenziali tappetini pisciosini – con grande sollievo della nostra esausta lavatrice. Visto che al supermercato costano quanto la mia istruzione universitaria e che comprarne due in croce non ha senso, prendiamo il giga-paccone-mega-convenienza su Amazon. E zampilliamo in allegria. A casa e in giro, se necessario.

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Cuscino per l’allattamento

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Sono piuttosto certa che il Boppy sia all’incirca l’unico modo per sopravvivere all’allattamento senza sviluppare deformazioni articolari permanenti. E poi ci sono mille foderine belline – che si possono levare e lavare.

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La sdraietta

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Montarla sul seggiolone non mi è mai piaciuto (c’è proprio un po’ troppa pendenza, non so bene come spiegarlo… sembra all’incirca una crocifissione), ma la sdraietta ci ha aiutato tantissimo. Ci ho cacciato dentro Minicuore da praticamente subito e me lo sono portato in giro per casa – senza lasciarlo da qualche parte a pancia per aria come un salame. Ora – che non è ancora bravissimo a stare seduto ma ha cominciato a inghiottire frutta – la uso per dargli da mangiare, dopo averlo infagottato in quattordici bavaglini. Anche questa è Stokke, perché siamo ragazzi facilmente fidelizzabili.

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Straccini

straccini

Per far fronte a sputacchi, rigurgiti, sbavoni, guerre nucelari e invasioni aliene ho ordinato una batteria di straccini di mussola tempestati di gioiose decorazioni… e sono ormai diventati più preziosi del tesoro di Smaug. Disseminati in punti strategici della nostra dimora – e in ogni mia borsetta -, quadrati, lavabilissimi e indistruttibili, accorrono in nostro soccorso ad ogni eruzione di latte semidigerito. Vi sono debitrice, straccini.

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Tiralatte

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Ci sono tiralatte elettrici di rara esosità e prestazioni da industria casearia, ma le mie intenzioni non sono mai state così ambiziose. A me bastava stare fuori di casa per un paio d’ore senza esporre il bambino all’inedia, tutto lì. E un tiralatte manuale – con mille vasetti incorporati e pezzi facili da smontare e sterilizzare – mi è sempre sembrato più che sufficiente al raggiungimento dei miei umili scopi.

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Scaldabiberon

scaldabiberon

Avete deciso di andarvene a spasso (MADRI DEGENERATE!) lasciando in eredità del latte? Il latte va scaldato, in qualche modo. E scaldarlo a bagnomaria con un aggeggio elettrico che sa già qual è la temperatura più consona al delicato palatino del vostro infante è un bel passo avanti. Questo si può usare a casa e in viaggio (c’è lo spinotto per accenderlo anche in macchina) e, teoricamente, funziona anche per la pappa.

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Thermos

thermos

Che sia roba vostra o latte artificiale, un biberon caldo – soprattutto quando si esce e si affronta l’ignoto – può servire parecchio. Questo gioioso thermos promette di preservare la temperatura del benedetto latte per cinque ore (il che è rassicurante, anche se siamo decisamente oltre la soglia temporale accettabile per la giacenza di un biberon SECONDO ME VOI POI FATE COME VOLETE CI MANCHEREBBE), è perfettamente ermetico e ci sono dentro degli aggeggi fatti apposta per non far sbatacchiare la bottiglia.

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Biberon

biberon avent

Visto che Minicuore non è un tipo schizzinoso e mangia indistintamente da qualsiasi attrezzo io gli cacci in bocca, me la sbrigherò da sola. Che lui sarà versatile, ma io mi trovo meglio con i biberon Avent. Non sono troppo larghi, non sono troppo alti, quel che avviti rimane avvitato e la forma della tettarella è comoda. Oserei dire “normale”. Per lavarli bene sul fondo e sulle pareti ci vuole lo scopettino, ma non mi pare un grande ostacolo.

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Sterilizzatore

sterilizzatore

Mi hanno regalato anche il modello più PRO, ma è ancora nella scatola… perché ce la caviamo benone con lo SterilNatural 2 in 1. Ci entrano sei biberon (più relative tettarelle e coperchietti), è relativamente rapido e si può allegramente scomporre e utilizzare a pezzi. Noi lo facciamo marciare ad acqua minerale perché l’acqua che esce dai rubinetti di Milano è GESSO, ma di tanto in tanto va comunque fatta un po’ di comprensibilissima manutenzione con l’aceto. Ma se ci riesco io (e senza lamentarmene), direi che può farcela anche un bradipo zoppo.

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Occhiaie, non vi temo

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Per voi, non per il bambino. Perché la vostra faccia lo sa, che vi svegliate due volte a notte. E le vostre occhiaie ci tengono tantissimo a farlo sapere al mondo intero. Uno stick all’aloe non può fare miracoli contro l’insonnia perenne, ma la frescurina vi restituirà almeno un po’ di speranza.

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Il ciuccio scaltro

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Il ciuccio non ci affascina e, in generale, l’abbiamo discretamente ignorato. Ma non perché in casa nostra esista una qualche avversione ontologica nei confronti del ciuccio, è proprio che a Minicuore non interessa molto. Nei primi mesi, però, l’unico ciuccio che siamo riusciti a usare – usare = garantire una sontuosa permanenza del ciuccio nella cavità orale del mio erede di più di 5 MIRACOLOSI minuti consecutivi – è questa specie di ibrido tra un succhietto e un dinosauro. Ne esitono di mille tipi – a seconda della bestia che più vi piace -, ma il principio è sempre lo stesso: un pupazzino con un ciuccio cucito in faccia. Sembra un’idiozia (e lavarlo ogni volta è un po’ una menata), ma ha il suo perché. Io, per dire, bloccavo il dinosauro con le bretelline della sdraietta (o lo incastravo strategicamente utilizzando ogni superficie e stratagemma disponibile), aumentando di circa il 2000% la stabilità dell’intera operazione. Al crescere dell’infante (e della sua vacillante coordinazione), il pupazzino diventa anche un giocattolo da stritolare. MA VERAMENTE, TEGAMINI? E NOI CHE PENSAVAMO DIVENTASSE UN DIRIGIBILE.

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Bavaglini magnetici

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E le bandanine. E i bavaglini a punto croce coi laccini da annodare. E i bavaglini col velcro. E i bavaglini coi bottoni. Ci sono bavaglini di ogni genere, E NOI LI ABBIAMO TUTTI. Ma sono tutti comodi? No. Il mio preferito (E ACCIDENTI AI CANI NE HO SOLO UNO) è quello con la chiusura magnetica. Perché sì. Il velcro scartavetra i teneri colli, i nodi non devono essere troppo stretti ma neanche troppo larghi – e fatelo voi un nodo dietro la nuca a un bambino che si dimena -, e i bottoni sono minuscoli e ti scappano. Calamita. Ciao. Addio. Il nostro bavaglino magnetico viene da qui… e non ci sono solo le fantasie con i dinosauri. Anche se, ovviamente, i dinosauri sono la cosa migliore del mondo.

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Sacco termico

sacco termico

Minicuore ha cominciato ad andare a spasso con il sopraggiungere del gelo, e ci siamo dovuti attrezzare per evitare l’ibernazione subitanea. Abbiamo due saccotti termici: uno più piccolo – che ora usiamo per l’ovetto – e uno più grande (e pure impermeabile) – per il passeggino. Il saccotto è comodo (rispetto alle tutine da omino Michelin) perché è più semplice da gestire quando si passa dal freddone dell’ambiente esterno a un luogo chiuso e auspicabilmente più temperato. Il saccotto genera del teporino, non disperde il calore e ti permette di vestire normalmente il bambino, senza imbottirlo tantissimo e semplificando le complesse operazioni di svestizione/vestizione. Col saccotto non c’è praticamente una mazza da fare: apri la cerniera e lo tiri fuori.
Del saccotto più piccolo ho parlato qui, mentre qui c’è il saccotto più simile al nostro – che in più ha la coulisse in cima, cose astutissima per evitare che il bambino vada in giro col collo scoperto.

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Il marsupio

Marsupio Babybjorn

Ho pensato di cimentarmi con la fascia per circa 37 secondi, poi mi sono resa conto che se per capire come usare una cosa ho bisogno di guardare numerosi tutorial su Youtube o di frequentare un corso, probabilmente non è una soluzione che fa per me. Se vi trovate bene con la fascia sono molto felice per voi, ma io sono fatta male e mi ci sarei impiccata, penso. Quindi ho preso un marsupio Babybjorn, dopo averlo provato da un’amica che ci ha già portato a spasso due bambini. Sono marsupi pensati per essere messi e tolti agevolmente, senza l’intervento di partner, buoni samaritani o passanti. Si regolano facilmente (adattandosi anche alla schienona di Amore del Cuore) e distribuiscono bene il peso, senza spezzarvi necessariamente la schiena. Grazie, marsupio – senza di te non sarei mai più andata a vedere una mostra. E non avrei mai raggiunto luoghi della città collegati con tram altissimi e impervi.
(Nota: volete usare il marsupio ma c’è meno venti? Ficcate la vostra creatura in una tutona imbottita – ce ne sono di mille tipi, piuminate e non – e vagate con fiducia. Minicuore ha una tuta “da neve” a forma di orsacchiotto e ne andiamo giustamente fierissimi… oltre a destare l’infinita tenerezza delle vecchiette che aspettano il verde al semaforo).

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Fazzoletti IN SCATOLA

kleenex

Credevo che i fazzoletti in scatola servissero soltanto nei film.
Studio dell’analista. Paziente in lacrime sul divano. Il dottore si avvicina, premuroso, e allunga al malcapitato una scatola di provvidenziali fazzoletti. Coraggio, Mary Jane, non faccia così. Grazie, dottore.
In barba alle difficoltà di Mary Jane, però, I FAZZOLETTI IN SCATOLA SERVONO ANCHE ALLE PERSONE VERE. E ora, sentendomi un premio Nobel, li tengo infallibilmente nel primo cassetto del fasciatoio – da dove vengono estratti per direttissima (tipo prestigiatore coi foulard) in caso di alluvioni, smoccolate, rigurgiti di latte e altre amene deiezioni improvvise.
Lo so, gente, sono scoperte. E forza, Mary Jane. Ripigliati.

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L’orso per la nanna

orso paziente

Abbiamo un carillon con lucina rilassante stellinosa che si aggancia alla culla e un orso con la pancia splendente e la capacità di generare serafiche musichine per una mezz’ora buona. Per la sua espressione pacifica e l’incrollabile fiducia nella sua capacità di far addormentare i bambini, l’abbiamo chiamato l’Orso Paziente. E lo amiamo. Lo accendiamo quando Minicuore comincia a dare in escandescenze per la stanchezza e lo teniamo vicino alla culla fino all’effettivo sopraggiungere di una nanna ben strutturata. Ci gioca anche di giorno, ma l’Orso Paziente ci soccorre soprattutto quando è necessario creare un po’ di atmosfera in vista della buonanotte. E non sarà solo merito dell’Orso Paziente, ma il bambino DORME.

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Una lampada da notte

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La culla e il fasciatoio di Minicuore sono nella nostra stanza. Un po’ perché non ho una castello – Ah, Reginald, vuoi seguirmi nell’ala ovest? È giunta l’ora della nostra visita quotidiana al piccolo Conrad… – e un po’ perché mi sembrava più funzionale minimizzare gli spostamenti notturni con un bambino potenzialmente agitato in braccio. E il bagno di Minicuore è il bagnetto della camera – nell’altro bagno è già un miracolo se ci stanno due accappatoi. COMUNQUE. Dopo tre giorni di accensioni confusionarie di luci e disturbo totale al genitore off-duty (un pannolino a testa, latte sempre io… inevitabilmente), ho riesumato l’unica lampada da terra che abbiamo. Lampada che, tra le altre cose, è anche quella che produce la luce più piacevole, calda e avvolgente. L’ho piazzata vicino al fasciatoio e, non si sa come, ho fatto bene. Minicuore l’ha sempre osservata con un’adorazione che non ha mai riservato nemmeno a suo padre (accolto come Gesù Cristo a Gerusalemme ogni volta che torna dal lavoro) e, in generale, ha contribuito a rendere i risvegli meno traumatici e l’ambiente più piacevole. Anche alle tre del mattino. Nel mezzo di una tempesta di sterco molle.

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Set bagnetto

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La corroborante semplicità di questo set di prodottini da bagno ci accompagna più o meno dal ritorno a casa con Minicuore. La bustina si può srotolare e appendere, ogni oggettino ha la sua taschina ed è tutto perfettamente indispensabile. Ci sono la spugnetta, la spazzolina morbida, un pettinino per capelli più seri, la forbicina per le unghie e un pesce molto servizievole che misura la temperatura dell’acqua e vi segnala il range consigliato per una serena immersione.

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Vaschetta

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All’inizio l’abbiamo usata con il gioioso cucchiaione per piccolini (che purtroppo va comprato separatamente), e ora facciamo il bagno sollevando tsunami d’acqua saponata… perché ormai la vaschetta è diventata un po’ piccola. Spero di poterla sfoderare ancora per un po’, magari quando Minicuore riuscirà a stare seduto da solissimo, ma ce la caviamo ancora. È di plastica presumibilmente indistruttibile ed è super comoda perché si più ripiegare (lungo quei gommotti blu) e mettere via senza occuparti mezza casa.

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Librini stropicciosini

libro chicco

Ebbene, il primo libro di Minicuore non è stato Delitto e castigo, ma un prezioso tomo stropicciabile di ben tre pagine. È uno degli oggetti a cui si è affezionato di più ed è anche la prima cosa al mondo che l’ha fatto ridere col sonoro – e io là che piangevo come una vitella. AMORE DEL CUORE HAI SENTITO HA RISO! RIDE! Singhiozzi. Comunque, la cosa divertente penso sia il rumore plasticoso-scrocchiettante delle pagine di stoffa, che dentro credo abbiano i sacchetti di plastica dell’Esselunga, quelli che usano per le focaccine. I sacchettini delle focacce dell’Esselunga sono la cosa più rumorosa di sempre. Il libro è popolato da una serie di animalini che tentano di contare fino a sei avvalendosi di magici PROPS rimediati nella giungla o capitati casualmente nel loro habitat. Bonus, la foglia masticabile.
Noi abbiamo cominciato con questo, ma i libri di stoffa rumorosi, afferrabili e pieni di materiali diversi da toccare sono – in generale – una buonissima idea.

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Palestrina

palestrina

Fonte di inesauribile fascino, la nostra palestrina somiglia un po’ a un carro del Gay Pride – cosa che non può che rallegrarci molto. Suona (e non vi libererete mai più della musichetta), si illumina e produce anche rilassanti rumori di foresta pluviale. È dotata di diversi giocattoli penzolanti che fanno cose diverse (sonagliano, roteano, frinfrillano, vorticano…), di una immancabile foglia scricchiolante e di parecchi ganci per appendere un po’ quello che vi pare. È grande abbastanza da ospitare i primi rotolamenti e il tappetino è facilmente lavabile – perché dove c’è entusiasmo c’è anche la bava. Se volete metterci bimbi di un paio di mesi vi consiglio di “limitare” gli stimoli. Magari tenete spente musichine e lucine – o accontentatevi dei rumori rilassanti. Man mano che gli infanti crescono, invece, sarà stupendo vederli prendere a calci in faccia il tucano e interagire quasi contemporaneamente CON OGNI SINGOLO ARNESE.

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Pupazzi-frittata… ehm, i DOUDOU

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I pupazzetti bidimensionali, con pezzettini afferrabili e magari anche un mix di stoffe diverse da toccare e/o morsicare ci hanno regalato gioie infinite. Il preferito di Minicuore è questa specie di drago col mascellone da ippopotamo (prontamente ribattezzato DRAGOPOTAMO) che si trasforma anche in marionetta e, oltre ad essere uscito più volte vittorioso da diversi lavaggi spietatissimi in lavatrice, ha anche un gancino per il ciuccio e numerose propaggini aggeggiabili.

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Pupazzi… multisensoriali?

giraffa

Con il passare del tempo, la vostra preziosa creatura imparerà anche a gestire pupazzi in tre dimensioni. Ma devono essere estremamente avvincenti. E fornire stimoli eterogenei. Noi, per dire, abbiamo una giraffa dalle sconvolgenti potenzialità. Non solo è dotata di codine, nastrini e orecchiette da tirare, ma ha anche un anellino morsicabile per la dentizione, una zampa imbottita di plastichine fragorose, una zampa con le palline, il culo che suona se lo schiacci e il collo allungabile. E QUANDO LE ALLUNGHI IL COLLO VIBRA – VIBRA! Il poti-poti del deretano va ancora scatenato da un volenteroso genitore, ma contiamo che Minicuore impari a suonare le chiappe di questa giraffa al più presto. Per ora la maltratta con infinita fascinazione.

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Grattugia per la frutta

grattugia

MADRE ha riesumato la grattugia che usava per me ormai trent’anni fa, un aggeggio di vetro pesantissimo e piuttosto angusto. Per ovviare alle difficoltà – e in barba al romanticismo – ci siamo presi una banalissima grattugia di plastica con un po’ più di spazietto laterale, perché la mela deve pur accumularsi da qualche parte senza il rischio di straripare. E deve anche essere comodamente raccattabile con un maledetto cucchiaino, senza dover tutte le volte fare movimenti di polso da giocatore di biliardo. La mela, comunque, la dovete grattare con un armonioso movimento circolare. E su questo MADRE ha perfettamente ragione.

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Pappe for dummies

cucchiaino d'argento

La mia propensione all’arte culinaria rasenta il ridicolo, ma per Minicuore sto cercando di migliorare. E mi sto applicando un casino. Il cucchiaino d’argento – fratello piccolo del celebre Cucchiaio d’argento – è un ricettario estremamente semplice e chiaro sulla gestione delle pappe e dei primi cibi “veri” per bambini fino ai 5 anni. È diviso per età, è assai orientato alla praticità ed è stato assemblato con rigorose supervisioni pediatriche e anche parecchio buonsenso, mi pare di capire. Ora devo comprarmi un colino per filtrare il brodo vegetale (che non ce l’ho, il colino per filtrare i brodi, scusate tanto) e poi si comincia… veleggiando verso l’ignoto.

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Altalena

altalena

In parole povere, l’altalena è una sdraietta che si dondola da sola – proponendo anche un ricco e stimolante sottofondo musical-sonoro e ben quattro velocità di oscillazione. Minicuore, da sveglio, esige la costante attenzione di un essere umano che interagisca con lui, ma sull’altalena riesce a trascorrere piacevolmente anche dei sontuosi quarti d’ora di autonomia. Il sedilino è regolabile (un po’ come quando in aereo vi viene sonno) e il tutto funziona a pile. E c’è anche il telecomando.
L’altalena mi ha liberato dall’obbligo perenne di far fare su e giù a una sdraietta? Abbastanza. E i miei arti ringraziano.
È un oggetto umile e poco ingombrante? Direi di no. Insomma, se avete già una casa che sembra un Toys’r’Us assaltato da uno squadrone di clown imbottiti di anfetamine, vi sconsiglio di complicare ulteriormente la situazione. Se avete un botto di posto, invece, altalenatevi e buonanotte.

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Non ho consigli su prodotti e/o rimedi anti-colica, perché Minicuore non ne ha sofferto (e perché non sono una pediatra).

Non ho consigli sulla cura della pelle, perché Minicuore non ha il culo rosso o particolari problemi che richiedano un intervento più massiccio di quello che ho già descritto qui.

Non ho consigli su saponini, bagnoschiumini e compagnia spumeggiante, perché abbiamo utilizzato indifferentemente quello che ci hanno donato (Chicco e Mustela) senza reazioni scomposte o HIGHLIGHTS degni di nota.

Non ho consigli su termometri, aerosol, pompette anti-muco o strumentazioni varie per la cura dei malanni, perché non ne abbiamo ancora avuto bisogno. Ogni tanto a Minicuore si tappa il naso e la risolviamo con un lavaggio di acqua fisiologica. La fisiologica serve sempre. Dotatevene.

Non ho consigli nemmeno su una marca particolare di asciugamani o mini-accappatoi. Tutto quello che posso dire è che vi conviene prendere quelli di spugnetta con il cappuccio-angolino, perché mettere subito al riparo e all’asciutto i cranietti è importante, dopo il bagno.

Per i pannolini, abbiamo votato per continuità: Pampers Progressi Newborn (e successivi), esattamente quelli che si usavano al nido dell’ospedale.

L’abbigliamento è una landa sterminata piena di possibilità infinite. Non posso addentrarmici, o riemergerei per la maturità di Minicuore. Vi basti sapere che vi serviranno svariati multi-pack di bodini di cotone (la lunghezza della manica dipende un po’ da quando nascerà la vostra creatura) e una collezione discretamente estesa di tutine coi piedi (per l’ordinaria amministrazione vi conviene semplificarvi la vita). Se poi dovete essere ricevuti a corte o volete fare un giro dandovi delle arie, tutti da Petit Bateau.

Vorrei potervi consigliare un ottimo e solidissimo bavaglino impermeabile, ma lo sto ancora cercando.

Vorrei parlare di scarpine. Ma ogni volta che ho cercato di comprare delle pantofoline adorabili a forma di animale ho sbagliato completamente la misura.

Ma dovrei avercela fatta a finire questo enciclopedico post. Almeno quello.
Spero tanto di essere stata d’aiuto e vi auguro meraviglie di ogni genere.
In bocca al lupo!