Dunque, di Clara Dupont-Monod avevo già letto Adattarsi – un romanzo SBUDELLANTE che potete approfondire/recuperare qui – e l’ho poi ritrovata quest’estate in una veste completamente diversa. Grande ammirazione per chi sa produrre metamorfosi letterarie, giuro.
E devo anche ammettere – non senza un certo imbarazzo – che fin qua il mio massimo grado di avvicinamento alla progenie di Eleonora d’Aquitania e del Plantageneto è stato rappresentato dal Principe Giovanni e dalla fugace apparizione di re Riccardo Cuor di Leone in Robin Hood della Disney. E no, questo Plantageneto non è il Plantageneto che se la prendeva con Mel Gibson in Braveheart.
Ma cosa accade qua. Dupont-Monod battezza Eleonora d’Aquitania come sua fiammeggiante protagonista e affida al suo figliolo prediletto – quel Riccardo passato alla storia come Riccardo Cuor di Leone – la cronaca della sua vita. Tra storia, opportuna finzione e immaginazione al servizio del sentimento, La rivolta – in libreria per Clichy nella traduzione di Tommaso Guerrieri – è sia una parabola di famiglia (assai illustre e battagliera) che un ripescaggio dall’ombra di una figura regnante di rara ambizione, caparbietà e capacità.
Che sia il figlio a raccontarci la madre – e a farsi testimone del potere della sua ferrea volontà – è triste e ingiusto, ma anche specchio della “leva” esecutiva limitatissima di cui Eleonora poteva concretamente disporre. O, per lo meno, è la spiegazione che mi sono data io sulla gestione del punto di vista.
Sposa di Luigi VII di Francia, piantato poi per maritarsi con il temibile Plantageneto, Eleonora scopre ben presto che i ragionamenti strategici e le promesse lasciano il tempo che trovano. Erede al trono d’Inghilterra e, grazie a lei, anche re del territorio più florido di Francia, il Plantageneto estromette Eleonora dalla sua Aquitania… e Eleonora non la prende bene. Saranno i figli avuti col Plantageneto – e opportunamente disposti sulla scacchiera – a vendicare la tremenda ingiuria e a scatenare una sollevazione che disordinerà terre, regni e legami di sangue.
Eleonora è una madre, una prigioniera, una minaccia e una fortezza. Emerge qua come una creatura magnetica e inafferrabile, sconosciuta anche ai suoi affetti più vivi e invariabilmente memorabile. Dupont-Monod maneggia la storia il tanto che basta a non disorientarci, ma la forza di questo romanzo è sicuramente lo scavo intimo – quello che le fonti non possono raccontare ma che, senza dubbio, è bello intravedere qua, tra una picca e un’armatura pesante, tra un tradimento imperdonabile e un potere che mai sposerà la giustizia – perché per qualcuno, molto semplicemente, non è previsto che ce ne possa essere.


Il dispositivo narrativo che 
Quello che apprendiamo subito è che in una giornata insolitamente torrida, in una villa bizzarra in mezzo alla campagna inglese, è scoppiato un incendio di notevoli proporzioni. Nella villa era in corso un baby shower. Incidente? Atto deliberato? Semplici cretine o velenose criminali? Le quattro principali indiziate sono ovviamente le Piccole Donne, che rispondono all’incirca a questa configurazione: c’è quella distrutta dai primi nove mesi di vita del suo bambino, quella che di figli non ne vuole e sta investendo ogni energia nella carriera, quella che combatte una caparbia infertilità e s’affida al pensiero magico e a Pinterest e quella all’ottavo mese che pare baciata da tutte le fortune del mondo ma chissà se è vero.
Uscito nel 2025 nel vasto mondo anglosassone, 
In





Ma cos’è che succede? John sta aspettando i risultati degli esami finali per capire che università potrà permettersi di seguire e passa l’estate a lavorare in un albergone per turisti e a guadagnarsi un posto da titolare nella squadra dell’isola. I suoi si stanno separando, sua sorella si deve sposare, lui è un groviglio di apprensioni e di spaesamenti, senza più troppi punti di riferimento – al di là dei quattro soliti amici – e senza piani o ambizioni solide da seguire. Sa all’incirca di volersene andare, ma non è ancora capace di immaginarsi altrove e l’opportunità di inventarsi da capo il futuro è più fonte d’inquietudine che spinta propulsiva e risoluta.
Un professore di scienze delle medie, per fortuiti incastri e un audace passato da ricercatore – carriera finita nel cesso perché ha litigato con tutti e gli han dato dello squinternato – si trova a studiare questi astrofagi e guadagna una posizione privilegiata nella task-force globale che sta faticosamente provado a mettere in piedi una missione per salvare la Terra. Noi lo apprendiamo dalla quarta di copertina e man mano anche da quello che si ricorda e riesce a ricostruire il professor Grace, che all’inizio del romanzo è effettivamente a bordo di una navicella sofisticatissima ma non sa neanche più come si chiama – le gioie del coma indotto, a quanto pare. Quel che intuisce con chiarezza è che lui nello spazio non ci voleva andare, non è di certo un astronauta e la missione ha tutta l’aria di essere stata concepita come un eroico suicidio senza biglietto di ritorno. Mal comune mezzo gaudio, però, perché nei pressi dell’unica stella che è stata contagiata dagli astrofagi ma non si sta miracolosamente spegnendo c’e un altro vascello che galleggia nel vuoto del cosmo….. AMAZE AMAZE AMAZE. Sì, è un’adorabile CIT.
La sociopatia, come gli altri disordini della personalità, ha caratteristiche intrinseche ma anche un contorno di pregiudizi “esterni” particolarmente insidiosi. Mentre per una gran quantità di altre malattie mentali e stati di atipicità esistono da decenni cure, studi, criteri diagnostici e una letteratura consolidata, la sociopatia è stata a lungo assimilata alle psicopatie, ai comportamenti antisociali o, per viaggiare più terra a terra, agli efferati criminali in regime di massima sicurezza, senza perdersi in gran sfumature. Per Gagne, che si è a lungo prodigata affinché la sua condizione trovasse dignità di studio e di trattamento specifico, lo stigma che circonda la sociopatia ha rappresentato uno scoglio complicatissimo da scardinare, sia a livello di comunità “professionale” che di vita quotidiana. I sociopatici ci spaventano e ci ripugnano, li troviamo respingenti e pericolosi, alieni e inspiegabili… ma sapremmo definirli davvero? Possiamo dire di conoscerli?