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tegamini

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La saggistica è un universo multiforme in cui torno a intermittenza a rifugiarmi. È un invito ad esercitare la curiosità e un felice calderone sfaccettatissimo in cui ogni più che legittima fissazione può trovare espressione, dimora e spazio per afferrarci. È con questo spirito – e con la solita disposizione avventurosa – che ho accettato ben volentieri l’invito a compilare questa piccola guida di lettura che spero possa ispirarvi a scandagliare il catalogo Aboca, meravigliandovene quanto me – e pure di più, se vi va. Data la deformazione paleontologica della nostra famiglia, il primo incontro con questo editore va fatto risalire a Donald H. Prothero e ai suoi Fossili fantastici, ma non solo di giganti preistorici rocambolescamente riportati alla luce avremo modo di parlare.
Le edizioni Aboca nascono nel 2012 come una sorta di spin-off filosofico rispetto all’impegno produttivo dell’azienda-madre. Nel tempo, oltre a chiarire un preciso posizionamento valoriale, hanno saputo ospitare illustri punti di vista, divulgatori assai autorevoli e voci di spicco che animano con rigore il dibattito scientifico, ambientale e zoologico. Insomma, vocazione divulgativa e ricerca eclettica, pensandoci sempre come partecipanti attivi – e responsabili – alla vita del pianeta che ci ospita.

Cosa troverete qua?
Suggerimenti tematici per approcciarvi al catalogo Aboca e farlo entrare in pianta stabile nei vostri radar.
Procedo!


Animalini

Josef H. Reichholf 
Scoiattoli & Co. – Viaggio nel mondo del roditore più simpatico, veloce e parsimonioso

Vispi abitanti della natura più selvaggia ma anche degli spazi “addomesticati” delle nostre città, gli scoiattoli sono ottimi ambasciatori: li possiamo osservare con relativa frequenza e sono ormai diventati validi rappresentanti della commistione tra ambienti diversi. Oltre a presentarci i roditori che per vari incroci del destino si è trovato ad accudire, Reichholf ci offre, in questo libro, una panoramica accurata (e pure affettuosa) del “funzionamento” e del comportamento dello scoiattolo. Perché sì, sono innegabilmente carini, ma non solo di codine poffose vale la pena occuparsi.

 

Wendy Williams
La vita e i segreti delle farfalle – Scienziati, ladri e collezionisti che hanno inseguito e raccontato l’insetto più bello del mondo

Dall’epica migrazione delle monarca al lavoro pionieristico di Maria Sybilla Merian nel XVII secolo, dall’ossessione per la bellezza ai delicati equilibri dei nostri ecosistemi, Wendy Williams ci introduce al variopinto mondo delle farfalle servendosi efficacemente di una doppia chiave tematica: all’indagine entomologica (cos’è una farfalla, insomma?) si unisce una prospettiva storica fatta di scoperte, collezionisti maniacali, rivalità e titanici scontri teorici. Lepidotteri alla riscossa!

 

Rachel Carson
La vita che brilla sulla riva del mare – Le piante e gli animali che popolano i litorali rocciosi, le spiagge sabbiose e le barriere coralline

Biologa marina e antesignana della riflessione pubblica sull’ambiente, Rachel Carson ci accompagna alla scoperta di un luogo liminale: la costa. Frangia ibrida tra mare e terra, la riva ospita una varietà sorprendente di creature e vegetali che hanno sviluppato strategie uniche di adattamento e sopravvivono spesso in condizioni fragilissime. Quest’edizione – la prima per l’Italia – ospita anche la preziosa introduzione di Margaret Atwood.

 

Susanne Foitzik & Olaf Fritsche
Minimi giganti – La vita segreta delle formiche

Dovendo rispondere ai quesiti incalzantissimi dell’entomologo di casa – che ha cinque anni ma è comunque molto intransigente – non è il primo libro sulle formiche che leggo… ma si è senza dubbio rivelato il più curioso e piacevole. Oltre a renderci partecipi del come si studiano le formiche – tema per niente scontato -, Foitzik e Fritsche ce le presentano innanzitutto come abilissime costruttrici di reti “sociali”: non esiste formica senza una colonia e non esiste colonia che non assegni a ogni insetto un ruolo preciso, vitale al funzionamento complessivo della comunità. Come fanno a comunicare? Coma fanno a sapere, individualmente, cosa ci si aspetta da loro? Perché alcune specie hanno addirittura sviluppato la capacità di coltivare funghi? Ecco qua un buon posto per scoprirlo.


Ragazze sapienti

Due titoli per riavvicinarci al regno dell’umano, entrambi curati da Erika Maderna – che per Aboca si è occupata diffusamente di mitologia botanica e di storia “curativa”, mettendo in primo piano gli antichi saperi custoditi dalle donne in contesti più o meno accoglienti (o propensi a carbonizzarle al rogo).
Per virtù d’erbe e d’incanti e Medichesse riflettono sul ruolo delle donne in medicina, esplorando quel territorio ibrido tra conoscenza erboristica e ritualità, tra consapevolezza profonda delle proprietà “utili” della natura e dominio del magico.
Passando in rassegna piante emblematiche, strutture sociali, pregiudizi pervasivi e figure di spicco – immancabilmente bollate come indemoniate, soggetti devianti o temibili streghe da neutralizzare o ridurre al silenzio -, Maderna restituisce dignità e visibilità a uno spazio di autonomia femminile che per secoli ci ha viste protagoniste, spesso a carissimo prezzo.


Esplorazioni

Telmo Pievani & Mauro Varotto
Viaggio nell’Italia dell’antropocene – La geografia visionaria del nostro futuro

Corredato da mappe meticolosissime che tentano di descrivere un territorio che ancora non c’è – ma che promette di manifestarsi in maniera fin troppo solida -, Viaggio nell’Italia dell’antropocene è un dettagliato what if geografico: che aspetto avrà l’Italia del 2786 (mille anni dopo l’emblematico viaggio di Goethe nel nostro paese), se non faremo nulla per contenere gli effetti dell’attività umana sul clima del pianeta? Tra nuovi deserti, innalzamento delle acque e “zone climatiche” del tutto inedite, Pievani e Varotto immaginano una grande cartolina del nostro avvenire, sperando da un lato che esista ancora una casa dove poterla recapitare e, dall’altro, che ci sia ancora margine per mitigare il panorama ben poco incoraggiante che ci restituisce.

 

Jemma Wadham
Il mondo dove è bianco – Viaggio nelle terre dei ghiacciai tra allarme e stupore

Venticinque anni di ricerca sul campo – in condizioni a dir poco estreme – condensati in un volume che fotografa l’involuzione di una delle risorse più fragili e preziose del pianeta: il ghiaccio. Dalle calotte polari alle vette andine, Wadham sfata la percezione comune del ghiacciaio come massa inerte e “morta” per svelarci le meraviglie di questi ecosistemi impervi ma delicatissimi, vitali per la nostra sopravvivenza e più che mai da capire e, in ultima ma urgente istanza, da preservare.

 

Donald R. Prothero
La storia della vita in 25 fossili – Le meraviglie dell’evoluzione e i suoi intrepidi ricercatori

Siamo propensi a considerare l’evoluzione come un processo efficiente ed esatto, fatto di miglioramenti incrementali che appaiono ordinatamente per garantire a piante e bestie l’efficacia operativa necessaria a sopravvivere. Anche la storia della scienza ci viene di solito dipinta come un susseguirsi di eroiche rivelazioni e intuizioni vincenti… ma come funziona davvero? Prothero – geologo e paleontologo, nonché splendido divulgatore – prova qui a far collidere i punti di svolta evolutivi più rilevanti nel lungo percorso della vita sulla terra con la parabola niente affatto lineare della scoperta. Come? Raccontandoci 25 fossili “esemplari” che hanno rappresentato un bivio fondamentale sia per il mondo naturale che per la nostra capacità di comprenderlo.

 


Verde

Stefano Mancuso
Botanica – Viaggio nell’universo vegetale

A Stefano Mancuso e al suo approccio accessibile e curioso devo molto del mio interesse recente per le piante. Questo volume è lo scheletro di uno spettacolo multimediale nato con lo scopo di raccontarci il mondo vegetale come un’insieme di organismi sorprendentemente consapevoli e “attivi” – uno dei cavalli di battaglia tematici di Mancuso. Le piante comunicano, collaborano, decifrano le condizioni ambientali che le ospitano e si adattano di conseguenza, facendo leva su risorse estrose e sofisticate: un altro tassello accessibilissimo per imparare a considerare il “verde” come creatura viva e come potenziale motore di innovazione.

 

Patrick Roberts
Giungle – Come le foreste tropicali hanno dato forma al mondo e a noi

Troppo intricate per viverci o autentiche protagoniste di ogni era del nostro pianeta? Dalla comparsa dei primi fiori all’influenza che esercitano sull’atmosfera terrestre, le giungle e le foreste della fascia tropicale non sono semplicemente un posto interessante e scenografico dove scovare pennuti variopinti da ammirare nei documentari. Fra storia, botanica e zoologia, Robert si addentra nel fitto della vegetazione per offrirci una visione più completa del ruolo che la fascia tropicale ha esercitato nella traiettoria evolutiva della Terra e del nostro rapporto – non sempre equilibrato e ponderato – con le risorse naturali.

 

Zora del Buono
Vite di alberi straordinari – Viaggio tra le piante più antiche del mondo

Io, degli alberi illustri catalogati qui da Zora del Buono, ho visto solo il Generale Sherman, una sequoia di 2200 anni che supera gli 80 metri d’altezza. Di alberi ragguardevoli, però, al mondo ce ne sono parecchi… e non primeggiano solo per dimensioni. Ci sono vegetali scampati alla bomba atomica, piante-colonia che ridefiniscono il concetto stesso di albero o fronde che persistono dopo aver offerto riparo a regnanti, poeti e pensatori. Questo libro è il risultato di un viaggio lungo un anno – che replicherei assai volentieri – alla scoperta di piante che hanno a loro modo fatto la storia, trasformandosi in simboli di resistenza al tempo e in monumenti al potere rigenerativo della natura.


Come concludere?
Tenderei a non farlo, invitandovi a esplorare ulteriormente – e seguendo le vostre più spiccate inclinazioni – il catalogo Aboca. Spero che questa lista possa rappresentare un punto di partenza utile e il primo passo per la coltivazione di una biblioteca naturalistica molto vispa e rigogliosa.
🙂

 

Pubblicato originariamente nel 1984, Ballo di famiglia è stato il festeggiatissimo esordio di David Leavitt. SEM l’ha riproposto lo scorso anno al mercato italiano in una nuova traduzione curata da Fabio Cremonesi.
Espletate le rapide pratiche inerenti alle coordinate editoriali, veniamo al dunque: Ballo di famiglia è una raccolta di racconti fatta di garbugli identitari in cui piombiamo senza premesse lungagnone, spesso materializzandoci all’improvviso a un crocevia o sull’orlo di uno scontro che ha il sapore minaccioso degli eventi irreparabili.
La cornice socio-geografica generale è quella della borghesia americana degli anni Ottanta, quella dei sobborghi dove si consuma una normalità di bisogni primari appagati, cani sul prato e piscine col dosaggio del cloro sempre subottimale. Ed è proprio in quelle vie ordinate o in quelle casette di villeggiatura imbiancate di fresco (ma con le tubature che perdono) che i personaggi fanno ritorno senza scampo, lasciando a intermittenza le grandi città che faticosamente cercano di chiamare casa. Se ne sono andati per trovare il modo di somigliarsi di più, ma non riescono mai davvero a dimenticare da dove vengono e, di sicuro, non tornano a cuor leggero.

Le famiglie di queste storie sono piene di crepe da ricucire, crisi di nervi più o meno incancrenite, voltafaccia e compromessi per il mantenimento di una parvenza di decoro. C’è gente che si impegna in nome di un’armonia collettiva ormai da tempo demolita e, nel farlo, pretende che ogni sacrificio venga riconosciuto e riverito. Emerge, sempre, il tema della sessualità, che qua assume anche il ruolo di cartina di tornasole definitiva dell’identità e della capacità di accettarsi e di farsi accettare davvero in un contesto che ama dipingersi come “aperto” e pronto ma, in definitiva, forse così accogliente non è – e chissà come dev’essere stato, negli anni Ottanta, far uscire un libro che così a fondo indaga l’incontro/scontro tra omosessualità vissuta allo scoperto e quieto conformismo suburbano.

Si parla anche di malattia, buono e cattivo vicinato, eredità, matrimoni che finiscono e riassetti faticosi, rancori antichi, dissesto mentale. Leavitt ci presenta questo concentrato esplosivo di spigoli transitando per i particolari minimi dello stare insieme e organizzando per noi riunioni di famiglia che costringono i nodi a tornare al pettine originario, per quanto controvoglia e con risultati potenzialmente distruttivi, lasciandoci sempre un gran mucchio di piatti da lavare e l’amara sensazione di aver ancora una volta sbagliato a dire la verità, anche se non potevamo farne a meno.

Una riscoperta per me graditissima che, se vi va, è anche ascoltabile su Storytel con la voce di Gianmarco Saurino. Per provare Storytel, ecco qua un propizio collaudo gratuito di 30 giorni.

Quante delle usanze che diamo per assodatissime sono in realtà costrutti sociali o “riti” relativamente recenti? Non so stilare un elenco completo, ma fra queste lente sedimentazioni storiche c’è senz’altro la misurazione del tempo che trascorre secondo scansioni convenzionali/condivise e l’abitudine di festeggiare il compleanno, considerandolo sia come una ricorrenza o un giorno “speciale” che come rigoroso traguardo periodico che ci consente di dichiarare con precisione la nostra età anagrafica.
Perché per secoli non si è sentito tutto questo gran bisogno di sapere con esattezza quanti anni avevano le persone?
In un più vasto ordine delle cose, era ritenuto più importante a livello simbolico il momento della nascita, quello della morte o il battesimo?
Qual era il rapporto tra tempo “collettivo” e tempo individuale?

L’invenzione del compleanno di Jean-Claude Schmitt – un saggio snello e curioso, supportato da un ricco apparato iconografico che un po’ ci assiste nel controbilanciare un’esposizione non proprio spumeggiantissima – ripercorre le tappe che ci hanno gradualmente condotti a spegnere le candeline su torte di varia foggia mentre intoniamo (ragliando allegramente) canzoncine assortite.

Dalle feste pagane alla “censura” introdotta nel Medioevo dal cristianesimo – che considerava il giorno in cui moriamo il vero inizio della vita, perché è della dimensione ultraterrena dell’anima che è più opportuno occuparsi -, Schmitt scartabella illustri diari, minuziose cronache di corte e calendari pieni zeppi di santi per tracciare la rotta evolutiva del compleanno “moderno”, svelandoci – fra le altre cose – l’insospettabile legame tra Goethe e la torta con le candeline.

Per definizione, i cataclismi hanno il potere assoluto e terribile di mutare per sempre lo status quo. Impongono un cambiamento radicale (e tragico) della realtà che conosciamo e a caro prezzo ci obbligano a immaginarne un’altra, a ricostruirla sulla nostra pelle oltre che nel pensiero. Non c’è catastrofe che possa vederci preparati o che ci offra appigli per capire come ne riemergeremo – se questa fortuna di “esserci” ancora ci verrà concessa da chissà quale sorte inconoscibile. Nessuno ha merito, nella salvezza come nella morte, ma chi rimane non può che domandarsi cosa fare con quel futuro che, in mezzo all’annullamento del mondo a cui si appartiene, sembra a maggior ragione dono e miracolo, visto che a tanti altri è stato sottratto arbitrariamente e all’improvviso. Il disastro in cui si muovono Nicola e Barbara, i due narratori che ci accompagnano in Trema la notte di Nadia Terranova, è un disastro realmente accaduto: il terremoto del 1908 che ha raso al suolo Messina e Reggio Calabria.

Entrambi, a modo loro, lottano con un presente che non asseconda i loro desideri.
Barbara fugge spesso a Messina dalla nonna per vivere la grande città e allontanarsi da un padre che la vorrebbe sposata con un ragazzo che non ama. A lei piacerebbe studiare e scrivere, ma i margini di manovra per una donna sono ancora molto scarsi e l’indipendenza è un miraggio.
Nicola è un bambino, figlio unico di una famiglia ricca ma piagata da fanatismi quasi inverosimili: la madre lo fa dormire in cantina su un catafalco, legato, sorvegliando ogni sua mossa in cerca dello zampino maligno del diavolo. Nicola ci capisce poco, ma intuisce perfettamente che l’indifferenza del padre e le torture di sua madre non sono il genere d’amore “giusto”.
A fornire loro una seconda occasione per immaginarsi liberi e senza vincoli è, paradossalmente, proprio il terremoto. Oltre al trauma della distruzione, però, ad accomunarli ci sarà un incontro che a Barbara consegnerà un’eredità assai tangibile e a Nicola l’imperativo di crescere per dimostrarsi migliore di quello che le ha visto subire. I loro destini si somigliano nell’idea di reinvenzione e di lotta per la sopravvivenza in due città sfatte, ma la parabola concreta delle loro rinascite sarà diversissima. Entrambi impasteranno quelle macerie per cambiare pelle e plasmarsi un’identità nuova, con l’ostinazione dei sopravvissuti e il coraggio di chi ormai ha già perso tutto.

Il libro procede assegnando un capitolo a Barbara e uno a Nicola. Ogni capitolo fa il suo sotto la vigile benedizione di un arcano maggiore: m’è sembrato bellissimo, perché se c’è una cosa che ho vagamente afferrato dei tarocchi è la possibilità di leggerli seguendo più direzioni “di senso”, più interpretazioni e incroci cangianti. Un terremoto è un orrore che la natura ci infligge, ma in questo romanzo diventa anche un acceleratore di destini, un grande calderone in cui convivono l’immobilità della perdita e lo slancio verso il domani di chi resta e trova il modo – imperfetto, doloroso e pieno di compromessi – di ricostruire.
Anche la lingua di Terranova trova, qui, un passo che somiglia molto alla divinazione: è ricchissima, suggestiva e fluida. Restituisce la componente maestosa che ogni disastro vastissimo trasmette suo malgrado ma anche la forza più circoscritta degli istinti individuali più basilari.
Cosa ce ne facciamo di un male assurdo che si abbatte sul mondo che conosciamo? Dipende. Da noi e dalla carta che pescheremo dal mazzo. Niente è scritto, ma tutto si può immaginare… così come lo Stretto può continuare ad essere attraversato, a seconda del riflesso che il mare ci restituisce.
Un evviva per Nadia Terranova? Decisamente sì.

“Con la mia testimonianza volevo rendere meno assurde certe vite fatte solo di miseria”: uscito nel 1976, Génie la matta di Inés Cagnati – in libreria per Adelphi nella traduzione di Ena Marchi – è uno di quei “ripescaggi editoriali”, se così vogliamo chiamarli, che riportano al presente romanzi o autor* che ci hanno sfiorato un po’ alla lontana o che, nel nostro contesto, son pervenuti poco o niente.
Inés Cagnati arriva da una famiglia di contadini veneti emigrati in Francia e da molto di quello che ha vissuto e conosciuto in prima persona (anche dal punto di vista del lavoro agricolo) spunta come un’erbaccia tenace questa storia asciutta e tremenda che gravita sul rapporto simbiotico – per quanto sbilanciatissimo, almeno all’apparenza – tra una madre e una figlia, entrambe emarginate da una comunità rurale che mal le tollera ma non esita a sfruttarle. 

Génie campa come camperebbe una bestia da soma. Sua figlia le trotta attorno dimostrandole una devozione assoluta e disperata, crescendo di fatto da sola in una specie di cono d’ombra fatto di attesa e dubbio (la mamma tornerà? Per quanto ancora dovrò aspettarla e starle alle calcagna nel timore che mi lasci indietro? Ma mi vorrà un po’ bene, anche se non me lo dimostra?). Marie si spiega il mondo (e ce lo racconta) con i pochi strumenti che ha, imparando gradualmente a immaginare un altrove più clemente che non sarà mai davvero alla sua portata.
Génie e Marie vivono in una casupola lontana da tutto, mangiando quello che Génie riceve in cambio delle sue titaniche fatiche nelle fattorie vicine. La famiglia d’origine di Génie è assai benestante e rinomata nel circondario, ma la piccola Maria è nata da una violenza di cui OVVIAMENTE viene ritenuta responsabile solo la madre e, per questo “peccato”, entrambe dovranno continuare a portare il peso della vergogna e del disonore, forse per sempre.

A parte la ricostruzione minuziosa della vita materiale – Albero degli zoccoli, se tu? -, uno dei temi più rilevanti è quello della follia come stigma sociale.
Génie non è “matta”, ma fa comodo a tutti dipingerla così. Si chiude nel silenzio, rifiuta di partecipare in maniera canonica alla vita di una comunità che l’ha scacciata per una colpa non sua e, deviando dalla norma, sia dal punto di vista relazionale che economico, si guadagna l’etichetta di pazza e perde il diritto di essere trattata come una persona. Il matto, come osserva anche Cagnati nell’intervista che trovate in appendice al volume, serve sia a confermare la nostra normalità e la nostra piena adesione al sistema sociale a cui apparteniamo che a fornirci un comodo appiglio per disumanizzare chi si ribella. Non solo creiamo un bersaglio posticcio, ma anche i presupposti su cui far leva per sentirci in diritto di fare del nostro peggio alle spese del soggetto deviante di turno.
Finché Génie darà mostra di accettare il ruolo di matta che le è stato assegnato – in un posto del genere l’isolamento somiglia a una forma di libertà -, tutti le permetteranno di continuare a esistere, per quanto in maniera miserabile, all’interno di un meccanismo iniquo di sfruttamento. Appena rialzerà la testa per cercare di condurre una vita canonicamente ritenuta “normale”, però, gliela faranno pagare amaramente.

Génie la matta è una delle cose più tristi, ingiuste e scoraggianti che io abbia mai letto? Penso proprio di sì.
È un libro che avanza di stagione in stagione come una filastrocca mesta – e delle filastrocche rispecchia la futilità, credo, soprattutto se vogliamo vederci un parallelo con quello che Génie deve fare per sopravvivere, un giorno dopo l’altro, come un mulo che non può concedersi di pensare – e precipita in un finale repentino che mai e poi mai, finché starò al mondo, riuscirò a metabolizzare.
SANTO IL CIELO, SIGNORA MIA.

Dunque, del Grishaverse mi mancano ancora i Corvi e il re-uccellaccio (poverone), ma mi sono buttata su La nona casa di Leigh Bardugo con un solido (e ripagatissimo) ottimismo. Far funzionare un fantasy in una realtà “presente” è una grande sfida, credo, perché la costruzione del mondo deve innestarsi su un contesto che c’è e che possiamo sottoporre alle nostre intransigenti pretese di credibilità e plausibilità. Insomma, Yale è un posto vero… e come luogo vero ha i suoi punti di riferimento geografici e un suo vissuto nella nostra percezione, oltre che una lunga storia fattuale. Su quel che ci pare di sapere di Yale – e su tutta la “mitologia” ben radicata delle università americane della Ivy League -, Bardugo costruisce una stratificazione ulteriore, un universo magico parallelo che risponde a leggi specifiche e crea il margine di manovra necessario per l’invenzione. C’è senza dubbio un equilibrio delicato da gestire e Bardugo tiene splendidamente in piedi la baracca facendosi aiutare sia dal “tono” dei suoi personaggi che da un utile passato di ex-studentessa del blasonato campus.

L’espediente chiave per presentarci il mondo è vecchio come il cucco, ma ben calibrato: anche la protagonista è una neofita che sta imparando a navigare in acque ignote e complicate e noi, da spettatori, impariamo a orientarci con lei. Il rischio dello spiegone mega didascalico è scongiurato sia dalla struttura del libro – che alterna diverse linee temporali e ci fa saltare di qua e di là al momento giusto – che dalla gestione dei personaggi.

Che succede, in soldoni?
Alex Stern è un’outsider cresciuta assai lontano dai privilegi e dai fondi fiduciari che tenderemmo ad associare alla nobiltà “di portafoglio” americana e approda a Yale da mezza miracolata, dopo un’infanzia altrettanto accidentata. Misteriosamente scampata a una cruenta strage che ha spazzato via (e spezzettato) il suo spacciatore/fidanzato e gli ospiti poco raccomandabili della sua più immediata bolla californiana, Alex viene reclutata dalla Lethe, una società segreta che le offre una sontuosa seconda possibilità in cambio dei suoi peculiari servigi…
Ma che cos’è capace di fare Alex? Vede i fantasmi, in pratica. E vederli è un dono più unico che raro, nonché inestimabile per i suoi futuri pigmalioni.

Bardugo recupera otto delle società segrete dell’ateneo (che esistono sul serio e si sono potute fregiare, cammin facendo, di esponenti di spicco) e le trasforma in potentissimi nodi magici che, tra un rituale e l’altro, si occupano da decenni di influenzare con mano decisa le sorti del mondo. C’è chi amministra la fama, chi prevede investimenti, chi redige contratti inscalfibili, chi crea portali e chi può garantire cieca obbedienza. A vegliare sulle società – e a fare in modo che il mondo umano continui a percepirle “solo” come ritrovi elitari e non come devastanti e spregiudicati poli del sovrannaturale – c’è una nona casa, la Lethe. Un po’ arbitri e un po’ garanti, i membri della Lethe supervisionano i riti, mediano e tengono a bada la nutritissima schiera di fantasmi di New Haven, infestata da una folla di spiriti vaganti che non si rassegnano alla morte e gravitano attorno a ogni attività liminale che possa garantire loro uno spiraglio per varcare il Velo. Il fatto che Alex li veda – senza ricorrere a pozioni o elisir – è una maledizione, ma anche una risorsa preziosissima per la Lethe.

E quindi? Quindi niente, Alex sta cercando di adattarsi alla sua nuova vita e sta imparando il mestiere, ma si ritrova ben presto priva di mentore e alle prese con un omicidio che a prima vista non sembrerebbe avere nulla di esoterico…. E INVECE.
Misteri da risolvere!
Protagoniste mordaci!
Modalità innovative di rimozione dei tatuaggi!
Barbatrucchi!
Invenzioni magiche!
Rituali meticolosissimi!
Budella e mercato azionario!
Un sano odio per i potenti che pensano di poter fare come gli pare!
Spettri da scagionare!
Ritmo incalzante!
Inghippi!
Segreti!
Redenzione – ma senza pietismi!
In sintesi: La nona casa è un gran divertimento e uno splendido lavoro di equilibrismo tra mondo magico e mondo “vero”. Fremo per il seguito – e anche un po’ per la serie televisiva che dovrebbe essere stata opzionata da Amazon. Il coinvolgimento di Bardugo, così come è accaduto per la trasposizione di Tenebre e ossa, dovrebbe essere garantito anche in questo caso. Per il resto, svago e magia a voi.

*

[Il libro è disponibilissimo per Mondadori nella traduzione di Roberta Verde, ma si può anche ascoltare su Storytel, come ho fatto io. Se volete collaudare Storytel, ecco qua il mio consueto link per il periodo di prova gratuito “prolungato”, 30 giorni invece delle due settimane canoniche.]

Visto che siamo riusciti a preservare il primogenito fino ai cinque anni d’età e un po’ d’esperienza sul campo l’abbiamo guadagnata, ecco qua una raccolta ragionata – e sostenuta dal preziosissimo senno di poi – di COSE che si sono dimostrate indispensabili e utili per affrontare l’arrivo di un piccolo umano in famiglia. Perché mi metto qua a compilare un listone per neonati e neonate? Perché fra qualche settimana accoglieremo una creatura nuova e sto cercando di capire pure io cosa si può riciclare, cosa si può migliorare e cosa ci manca. Insomma, mi rinfresco le idee io e, incidentalmente, magari fornisco pure a voi qualche informazione sensata. In questo post troverete quello che abbiamo usato noi al primo giro – e che s’è dimostrato durevole – per affrontare i primissimi e primi tempi.

Procediamo.


Preparazione del terreno

LA FAMIGERATA BORSA DELL’OSPEDALE

Sì, le implacabili esigenze d’equipaggiamento iniziano dal parto e si configureranno in una borsa per voi e una borsa per chi nasce. Gli ospedali sono soliti fornire una lista di elementi indispensabili e/o caldamente richiesti o consigliati per la fase di ricovero – questa, per esempio, è quella dell’ospedale dove ho partorito e partorirò io – e visto che la vita è difficile, vi incoraggio a dar retta a chi tenta di semplificarvela. Cercatela o chiedetela, perché ogni reparto ha le sue “regole” organizzative e se date una mano nel farvi dare una mano filerà tutto più liscio.
Sì, i pannoloni post-parto sono grotteschi, ma facciamoci pace.
Sì, portatevi delle ZAVATTE che si possano lavare.
Sì, impacchettate la roba della prole separatamente, in modo che sia consegnabile al personale del reparto. Non partite con l’idea del “quando sono là smisto tutto”.
No, non prendete su ciucci, giocattoli, pupazzi e cazzate perché un bambino di due giorni non necessita di intrattenimento.
Sì, armatevi di vestaglia.

UNA RISORSA UTILE PER AGGIORNARE IL PARENTADO

Farete molte foto. Tutti vorranno riceverle. Voi non avrete voglia di mandarle a 30927209 gruppi di messaggistica diversi ogni sei minuti.
Come risolverla? Con un’app molto comoda che vi permette di caricare foto e video rendendoli consultabili da parenti e amici senza che vi rompano l’anima. Invitate chi volete e solo quelle persone potranno accedere ai materiali e caricarne. Altre utilità: precisissima misurazione del tempo, comodità di consultazione e, man mano che passano i mesi, “tesori” da ripescare. Lo spazio d’archiviazione è gratuito fino a una certa capienza e poi si paga un abbonamento mensile – noi li stiamo spendendo molto volentieri ormai da un lustro. L’app si chiama Back Then.


Mobilio domestico

Pinterest potrebbe avervi irrimediabilmente infuso un senso preventivo di sconfitta, ma facciamoci forza. Avrete tempo per allestire una cameretta degna di Downton Abbey e vi auguro di poterci riuscire, se le vostre ambizioni sono quelle. Noi, non vivendo in una magione sconfinata, abbiamo badato alla praticità e alla possibilità di allungare il più possibile la vita a quello che stavamo comprando. Sì, non ci siamo orientati sulla soluzione più economica del mercato, ma sono cinque anni che usiamo questa roba e ora ricominceremo il giro riciclando tutto per la creatura nuova… quindi sì, mi sento di dire che è stato un buon investimento.

Che vi serve, in estrema sintesi?
UNA CULLA.
UN FASCIATOIO.

Noi avevamo preso in blocco il sistema Stokke Home.
Com’era fatto? C’era una culletta e un cassettiera – predisposta per incastrarci sopra un piano aggiuntivo che fungeva da fasciatoio. A tendere, con il telaio della culletta e il piano del fasciatoio si assemblava una scrivania. L’abbiamo assemblata? Totale. Stiamo ancora usando la cassettiera? Totale 2.

La culla era così:

Sono molto triste perché pare non la producano più ma sono anche molto contenta perché riutilizzeremo la nostra. Per qual motivo? PERCHÉ BASCULA. C’è un telaio “fisso” ma la parte del materasso si può far dondolare, conciliando magistralmente il sonno dell’occupante.
Ci sono mille tipi di culla, là fuori. Io non ho optato per una di quelle che si attaccano direttamente al letto perché non sono mai stata in grado di allattare da coricata – andava già bene se ci riuscivo da seduta – e quel che mi premeva principalmente era avere il bambino in camera con noi per ridurre i pellegrinaggi notturni. Credo che Stokke non faccia più la culla Home perché mi pare abbiano “perfezionato” e allungato il potenziale utilizzo degli altri modelli – quelle celeberrime culle tonde con le sbarrette di legno che poi si allungano e si modificano per crescere col bambino senza imporvi di comprare prima una culla e poi un lettino.

Per quanto riguarda la cassettiera-fasciatoio, noi ci siamo trovati bene perché ci cambi e ci vesti sopra il bambino senza doverlo mollare lì per andare a frugare in un armadio. Mettevamo i pannolini nel primo cassetto, gli indumentini negli altri e le varie lozioni nello scomparto laterale del fasciatoio. È capiente? Non sembra, ma molto. Cesare ha un armadio suo da circa un mese ma fino ai cinque anni abbiamo usato quella cassettiera per tutti i suoi vestiti.

Collaterali utilità da fasciatoio: il nostro aveva il materassino imbottito “suo”, ovviamente lavabile. Una volta assicurata la morbidezza necessaria del piano d’appoggio, potete anche valutare di metterci su una traversina o un telo di più rapida gestione: si sporca e lo sostituite. È una soluzione che torna anche comoda quando si è in giro e magari non c’è sempre la possibilità di avvalersi di una “stazione di cambio” regolamentare.


Arnesi

Non arredano, ma soccorrono.

LA SDRAIETTA

Cielo, non posso allontanarmi nemmeno per lavarmi i capelli! Ebbene, è una menzogna. Armatevi di sdraietta. Placa le ansie, è facilmente spostabile, rimbalza e intrattiene, previene i ruzzoloni perché c’è la cintura e, con un opportuno riduttore che di solito vi vendono insieme al resto, la potete usare praticamente da subito. Perché no, i neonati non son capaci di stare seduti ma sono felicissimi di guardarsi attorno da spaparanzati.
Ma la piglio “motorizzata”? In giro ce ne sono parecchie che si muovono da sole ma, a mio parere, sono un po’ dei baracconi. La maggior parte sono dondolabilissime a mano e, nel caso scegliate uno di quei modelli che sono anche incastrabili sui seggioloni della medesima famiglia, tendete a prolungarne l’uso e le occasioni di utilità, variando anche l’inclinazione.
Noi avevamo preso la Steps, piazzabile anche sul seggiolone gemello.

IL MANGIAPANNOLINI

Dove gettare le scorie radioattive?
Ci sono degli appositi bidoncini. Sì, il fatto che esistano non è un mero esercizio di speculazione commerciale ma una buona invenzione. Sì, sono fatti apposta per non puzzare come la morte e per essere tenuti a portata di braccio. Col tempo imparerete anche a fare canestro con grande disinvoltura.
Ce ne sono di diversi tipi. C’è la tipologia dispendiosa ma a prova di disastro nucleare – ogni pannolino viene sigillato in un sacchetto tutto suo e poi finisce nel bidoncino – e c’è la tipologia onesta e snella tipo questo qua della Chicco che abbiamo usato noi. Nel primo caso vi dovete comprare il bidoncino e anche i sacchetti – perché funziona coi suoi e solo coi suoi, quindi periodicamente dovrete rifornirvi di ricariche -, nel secondo caso potrete benissimo avvalervi di un sacchetto della monnezza qualsiasi e basterà comprare il bidoncino per i fatti suoi.

LA VASCHETTA PER IL BAGNO

No, i neonati non sono scaraventabili nella vasca da bagno che usate voi. Sono minuscoli e scivolosi come anguille. Mia madre vi esorterebbe a immergerli senza indugi il catino del bucato, ma la civiltà ci fornisce qualche alternativa. Là fuori ci sono vaschette piccoline di ogni tipo. Noi avevamo scelto questa perché è pieghevole (e volendo anche trasportabile senza troppe cerimonie) e dotata di riduttore – una sorta di “cucchiaione” che si assicura al bordo e vi aiuta a sostenere la creatura nei mesi che precedono lo sviluppo dell’impagabile abilità dello stare seduti.

 

Altra cosa che può aiutare nelle abluzioni? Un termometro da bagno. Perché vogliamo bambini puliti ma non cotti.

LO STERILIZZATORE

Non fate come me, non mettetevi a bollire roba in una pentola piena d’acqua per settimane. Gli sterilizzatori esistono e sono nostri amici.
Allattate? Buon per voi. Vi servirà per eventuali ciucci, ammenicoli da morsicare nel periodo della dentizione, giochi scagliati in terra, componenti vari ed eventuali di un ipotetico tiralatte – contenitorini per il latte compresi.
Non allattate o fate allattamento misto? Benissimo per voi anche in questo caso: vi servirà ancora di più per i biberon, sia di vetro che di plastica.
Noi abbiamo la versione “vecchia” di questo, che sterilizza generando vapore, non si insozza, è capiente e può anche essere scomposto e ficcato nel microonde.

CUSCINI

Se allattate e non volete soccombere a dolori articolari incredibilmente avvincenti e insoliti, vi consiglio con tutto il cuore di trovare una seduta con uno schienale alto e confortevole e di munirvi di cuscino. Io avevo usato un classico Boppy della Chicco, che di certo non brilla per versatilità e potenziali impieghi alternativi, ma fa il suo. Sì, è comodo da sfoderare per i lavaggi e potete comprare delle federine aggiuntive.

Volete un cuscino concettualmente più “ricco”? C’è questo di Koala Babycare che può essere usato per allattare, come paracolpi in vista di futuri lettini, come nido-ciambellone o invalicabile muraglia di morbida ma implacabile sicurezza.

STRACCINI E COPERTINE

Che fungano da salviette, copertine o argini per bave, le mussole sono valide alleate. Sono tessuti morbidi, si lavano agevolmente, asciugano in fretta e resistono bene. Noi le abbiamo usate moltissimo sia in versione “lenzuolino” che in versione quadrata, tipo tovagliolo o straccino.

*

Ma la bilancia?
La bilancia per pesare i neonati è un oggetto di cui dotarsi se un medico vi dice che è indispensabile per monitorare la crescita (si possono noleggiare anche in farmacia) o di cui potete pensare di dotarvi spontaneamente se siete persone che gestiscono ragionevolmente le ansie. È uno strumento che può fornirvi un’informazione sul come sta procedendo la crescita, ma la gestione di quel dato – sempre nel caso non sia arrivato un* pediatra a ordinarvi di monitorare tutto con precisione marziale – sta poi al vostro equilibrio. Insomma, se vi dovete ossessionare tenderei a consigliarvi di evitarla.

Ma il tiralatte?
Io ne avevo preso uno “manuale” con cui mi sono trovata malissimo. Non ho allattato con particolare facilità e non ho collaudato tiralatte elettrici più sofisticati – che dovrebbero anche essere più comodi, quindi non mi addentrerò nell’argomento, che in generale è delicato e molto personale.


Andare in giro

Il TRIO

So bene quanto l’universo dei passeggini possa risultare disorientante, ma la prima cosa da fare è pigliare un metro e misurare la porta dell’ascensore. Aiuta nella scrematura iniziale: qualsiasi arnese sia dotato di un telaio più largo della porta dell’ascensore – o delle porte che abitualmente vi troverete a varcare nella vostra quotidianità – non è da prendere in considerazione.
Ciò detto, da che si inizia? La soluzione più lineare – per quanto possa apparire barocca – è il trio. C’è un telaio unico e sopra ci potrete incastrare tre supporti diversi: la navicella (per i civili: la culla), l’ovetto (per i civili: l’aggeggio per il trasporto in macchina) e il passeggino più comunemente inteso, che subentra quando gli infanti riescono a gestire un’anche vaga posizione seduta.
Sì, il trio è un baraccone e quando potrete finalmente optare per un passeggino “leggero” vi sentirete assai meglio, ma nostro malgrado ci vuole. Fattori ulteriori da considerare: come si ripiega? Quanto spazio occupa nel bagagliaio (da ripiegato)? Come si guida? Quanto pesa?
Il fattore compattezza è molto relativo. Il trio ha tendenzialmente un telaio grosso e di miracoli non ne accadono. Votate almeno per il sistema di “chiusura” che vi pare meno macchinoso e tenete presente che quelli col maniglione unico sono incomparabilmente più comodi da guidare (riuscite anche a spingerli con una mano sola) ma si chiudono con manovre più impervie e quelli con le due maniglie indipendenti (che da guidare per me sono scomodissimi) tendono a chiudersi “a ombrello” e sono un po’ più semplici. E il peso? Se siete soliti/solite uscire sempre con una dama di compagnia o con un valletto il problema potrebbe non tangervi, ma se programmate di fare cose per conto vostro assicuratevi di essere in grado di sollevare il maledetto passeggino in autonomia. Sì, potete chiedere aiuto ai passanti, ma dovendomi basare solo sull’altrui gentilezza in questo momento sarei ancora ad aspettare in cima alle scale della metropolitana.

Dopo aver girato per un po’ di negozi – cosa sensata perché vi fanno vedere materialmente come si incastrano e si chiudono le cose e potete anche cimentarvi in una prova di sollevamento – noi avevamo scelto un trio di Inglesina (il Trilogy) con telaio leggero e “stretto”, visto che il nostro vecchio ascensore era molto angusto. In questi cinque anni son cambiati colori e piccoli dettagli, ma il succo è questo:

UNA BORSA PER IL CAMBIO

Spesso i generosissimi produttori di sistemi trio tendono a omaggiarvi o a includere nei cento miliardi che gli darete anche una borsa per il cambio da agganciare al passeggino o da portarvi in giro. Sono quasi sempre delle specie di cartelle da postino bruttarelle e poco funzionali che vi penzolano davanti mentre spingete il trabiccolo e che a tracolla non vi metterete mai perché una roba pesante a tracolla mal si concilia con le tette – già piagate da problemi gestionali tutti loro.
Zaino? Meglio.
Uso potenzialmente eterno, mille scomparti comodi, tasche termiche, cerniere in posti impensabili ma saggi, lo aprite e sta in piedi da solo, capiente, possibilità di trovarne uno bellino, mettibile. Lo volete agganciare al maniglione? Si può. Volete buttarlo nelle retine-porta-cose dei passeggini? Si può. Ve lo volete portare sulla groppa o sbolognare a qualcuno? Si può.
Io avevo comprato questo – ma in una fantasia più giuggiolosa:

 

UN SACCOTTO TERMICO

L’inverno è laborioso, ma ce la si fa. Sarete comunque piagati da innumerevoli strati d’indumenti, ma la soluzione più lineare per uscire è avvalersi di un saccotto termico da ficcare nella navicella o da assicurare al passeggino (ci sono sempre delle fessure, dietro, per far passare gli spallacci delle cinture). Se posso, vi esorterei a propendere per i saccotti “interi” e non solo per quelli in cui infilare le gambe. Meglio ancora quelli con il cappuccio che si può stringere col cordino intorno alla facciotta dei bambini per riparare anche testa, collo e minuscole spalle.

*

Ma la fascia? Non ho informazioni intelligenti da elargire. Con Cesare non mi sentivo in grado di manovrarla e non ho mai provato. Ora che c’è un po’ più di fiducia magari mi cimento.


Bonus track finale?
Un libro, non posso esimermi. L’offerta di album di ricordi e/o diari per la registrazione di avvenimenti salienti nel percorso di crescita dei vostri neonati è molto estesa e spesso eccessivamente zuccherosa. Con Cesare non ho compilato un bel niente perché era già tanto se riuscivo a gestire la situazione, ma ora che brancolo un po’ meno nel buio mi piacerebbe imbarcarmi in un’impresa di documentazione. Uno spunto simpatico e poco “oneroso”? Ecco qua.

 

Bene, ho cercato il più possibile di razionalizzare e di sfrondare il superfluo… e dovrei aver finito. Serve comunque una barca di roba? Un po’ sì, ma mi auguro di aver limitato i danni e spero di cuorissimo che questa lista possa tornarvi utile nell’avvicinamento alla grande avventura genitoriale.
Ci aggiorniamo fra qualche tempo per uno spin-off dedicato ai primi giochi. :3
In bocca al lupo e PIGLIATELA CON TRANQUILLITÀ.

Qualche premessa situazionale per delimitare il campo. Al centro di Hidden Valley Road di Robert Kolker – illustre firma del giornalismo investigativo statunitense – c’è una famiglia che a lungo ha tentato di uniformarsi ai parametri di successo, armonia e benessere a cui siamo abituati ad associare il sogno americano. Mimi e Don Galvin si conoscono in gioventù, si sposano senza grandi inghippi e si trasferiscono per qualche anno su e giù per il paese seguendo gli impegni lavorativi e accademici del marito. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e vari incarichi al seguito dell’esercito, a Don viene offerto un posto in Colorado dall’Air Force, che fra le rocciosissime montagne stava consolidando le sue basi, con annesse comunità urbane. I piccoli Galvin cominciano a nascere nel 1945 e, nell’arco di vent’anni, diventeranno dodici – dieci maschi e due femmine, le ultime in ordine di apparizione. A sei dei fratelli, più o meno precocemente e con effetti più o meno distruttivi, verrà diagnosticata la schizofrenia, trasformando la famiglia in una sorta di caso clinico senza precedenti. Le potenziali domande sono innumerevoli.
Perché così tanti figli si sono ammalati?
Perché fare COSÌ TANTI FIGLI, anche?
Che cos’è successo davvero in quella casa?
Qual è stato – e continua ad essere – l’impatto sui fratelli sani?
Come sono stati curati i Galvin schizofrenici?
Come stanno ora?
Come diamine è possibile che a gente all’apparenza “normale” sia capitata una cosa simile?

In questo libro (tradotto per Feltrinelli da Silvia Rota Sperti), Kolker ricostruisce la storia della famiglia Galvin e, in parallelo, ripercorre le tappe salienti della ricerca sulla schizofrenia – un po’ perché i Galvin sono stati effettivamente intercettati da genetisti, psichiatri e specialisti che di schizofrenia si sono occupati a livello accademico e un po’ perché stiamo ancora collettivamente attendendo risposte scientifiche condivise e “solide” su una malattia profondamente invalidante e complessa che persiste nell’eludere i nostri sforzi di mappatura, controllo e cura.
Insomma, Hidden Valley Road è sia la cronaca minuziosa della parabola collettiva di una famiglia per parecchi versi lontanissima dall’ordinario, ma anche un approfondimento ramificato e ricco sulla malattia mentale. Questo doppio binario riesce a restituirci la dimensione “personale” dei Galvin, inquadrandoli nell’orizzonte più ampio del mistero clinico.
Che cos’è davvero la schizofrenia? Perché si manifesta in così tanti modi diversi ed è spesso stata diagnosticata con troppa reticenza o, al contrario, eccessiva disinvoltura? Come veniva curata negli anni Settanta – quando i Galvin hanno iniziato ad ammalarsi – e come siamo messi ora? I farmaci aiutano? Cosa può fare la psicoterapia? Siamo finalmente riusciti a risalire alle cause della schizofrenia?

L’ultimo domandone è forse quello in grado di riassumere tutti gli altri. Il grosso del dibattito nella comunità scientifica a proposito della schizofrenia ha gravitato su due poli che per decenni si sono esclusi a vicenda: c’era chi sosteneva che la schizofrenia avesse basi genetiche e chi sosteneva che dipendesse da fattori ambientali. In soldoni: ci sono cervelli strutturalmente predisposti a ospitare la malattia VS la malattia si manifesta in presenza di cause scatenanti che dipendono dal contesto in cui si cresce, dalla gente che abbiamo attorno, dai legami che stringiamo…
È sul filo di questa fondamentale ricerca di senso che si muove Kolker nel presentarci i Galvin innanzitutto come esseri umani e non solo come “pazienti” o casi clinici estremi – per quanto lo siano e per quanto non manchino traumi, abusi ed episodi di irreparabile violenza.

Dai ritratti in perenne divenire dei genitori – entrambi invischiati in una battaglia privata e duratura tra ambizione e realtà concretamente raggiungibili, nonostante un’epoca in cui gli ascensori sociali tendevano ancora a funzionare – alle testimonianze dirette raccolte intervistando Mary e Margaret e i fratelli superstiti, Hidden Valley Road è la cronaca di un trauma collettivo, un reportage psichiatrico e una storia di famiglia.
Tono?
Kolker si sottrae, fortunatamente, sia al pietismo pruriginoso che al gusto per il dettaglio macabro.
Non ci sono poetiche riflessioni o voli pindarico-consolatori sul coraggio nella malattia, sull’eroismo dei prestatori di cure e su quanto le difficoltà più atroci ci offrano impagabili lezioni di vita: non c’è sensazionalismo, ma il taglio è fattuale, giornalistico, ordinato. Non c’è quella vena quasi divertita che talvolta si rileva nei testi che illustrano i casi medici “curiosi” o al limite: i Galvin non ci vengono presentati come un grande freakshow psichiatrico.
Sono gente a cui succedono cose inspiegabili, dolorose e distruttive, gente che non trova risposte strutturali ma solo soluzioni temporanee a sintomi ingestibili. Dei Galvin malati conosciamo la traiettoria terapeutica e il terreno comune dell’infanzia, dei sani e dei sopravvissuti impariamo a intravedere le cicatrici inevitabili, perché la malattia mentale di chi ci sta vicino non è qualcosa che accade in un compartimento stagno da cui possiamo dirci immuni.

Hidden Valley Road' Review: Young Men Touched by Madness - WSJ

Tra chi è rimasto e chi si è allontanato, Kolker cerca di restituire rispettosamente valore alle esperienze individuali dei fratelli e di evidenziare il ruolo fondamentale che la loro collaborazione ha giocato nel tentativo della scienza – e di un manipolo di specifici ricercatori – di fornire le risposte che ai Galvin sarebbero tanto servite, senza poterne di fatto beneficiare in tempo utile. La strada per comprendere e curare davvero la schizofrenia è ancora lunga, ma di certo ha incrociato in più di un’occasione la Hidden Valley Road di questa famiglia.

Un ragazzo che decide di abbandonare il proprio involucro fisico per trasformarsi in pure coscienza digitale. Una società in cui le donne hanno eradicato il patriarcato, confinando gli uomini a “riserve” controllate dopo possono svolgere solo mere funzioni riproduttive e di intrattenimento sessuale. Lessicografi vendicativi contro i bulli della scuola. Matrimoni pesantemente sponsorizzati. Prostitute sciamane. Condanne penali che non prevedono la carcerazione ma una cancellazione selettiva dei ricordi – più hai trasgredito alle norme, più memoria ti verrà sottratta. Un sistema che assolutizza la cura dei figli, facendosene carico in toto grazie a istituti che rimpiazzano i genitori. Un’epidemia di neonati senz’anima. Una piccola città che si dissocia dagli Stati Uniti per autodeterminarsi e fondare una nuova America che ne recuperi i valori più autentici. Strutture comunitarie in cui i settantenni organizzano cerimonie suicide per non pesare sulla collettività una volta giunti al termine della loro vita produttiva. Il tempo che scorre al contrario per descrivere le conseguenze di un trauma inconcepibile…

Tra satira, speculative-fiction, trovate poetico-tecnologiche e un ben dosato ricorso a un surreale più plausibile di molto del reale che ci circonda, Matthew Baker costruisce in questa raccolta di racconti – uscita per Sellerio nella traduzione di Marco Rossari e Veronica Raimo – un mosaico di realtà alternative che esplorano gli impatti interiori della dissoluzione di diversi assunti di base del nostro modo di concepire il mondo e l’organizzazione del nostro stare insieme, dalla famiglia al corpo, dall’educazione alla convivenza con i nostri simili.
Un po’ David Foster Wallace- ciao, anni sponsorizzati! – e un po’ George Saunders, i personaggi di Baker si aggirano sul confine del dubbio e della ribellione all’ordine che conoscono: una galleria di micro-mondi autonomi governati da un cambio di paradigma di base, una serie di laboratori sperimentali che tentano di immaginare normalità nuove e un funzionamento “diverso” dei nessi causa-effetto.

Non senza spogliarci di ogni speranza – perché che fanno i ribelli, se non credere con tenacia a qualcosa che gli altri non sono ancora in grado di vedere? –, con Perché l’America Baker rimescola le nostre già malridotte e scarse certezze per produrre altri scenari zoppi e vitalissimi, in un tentativo collettivo di immaginarci meno sperduti e meno disarmati di fronte a un panorama del reale che sfida di continuo la nostra capacità di prevedere il peggio. Non è un libro che ci offre soluzioni, ma ci propone una miriade di spunti per proiettarci in spazi dove siamo già abbondantemente arrivati alle estreme conseguenze. Un bellissimo calderone di assurdità umane.

*

Qualche altro spunto nel filone della speculative-fiction? Eccoci qua.
> Cory Doctorow, Radicalized – Quattro storie del futuro
A cura di Sheila Williams, Relazioni – Amanti, amici e famiglie del futuro
Nella medesima collana di Relazioni (che poi è quella dei “12 Tomorrows” del MIT) è da poco uscito anche Improvvisazioni, curato da Gideon Lichfield. È una raccolta “d’emergenza” che è stata commissionata e scritta nel 2020 e ha un approccio programmaticamente assai più ottimistico rispetto a molta della fantascienza o delle imprese di edificazione letteraria del futuro a cui siamo abituati. Sono storie che cercano di immaginarci proiettati in un domani più equo, sano e funzionale, partendo dal trauma collettivo della pandemia. Sono racconti splendidi, ma la ricezione individuale credo dipenda molto dal grado di saturazione raggiunto sul tema del COVID.

Orbene, Dentro la vita di Luciana Boccardi riparte da dove eravamo collettivamente approdati con La signorina Crovato, confermandone il gradevolissimo e avventuroso andazzo.
Per inquadrare meglio, l’inizio-inizio ci colloca a Venezia nel 1936, a casa di una famiglia di musicisti – di illustre per quanto rovinosa discendenza – che sprofondano in una dignitosissima e alacre miseria dopo una disgrazia capitata al vulcanico padre clarinettista, Raoul. Cercando di sbarcare il lunario, la madre decide suo malgrado di allontanare temporaneamente Luciana. La bambina, crescendo, verrà chiamata a dare una solida mano per sostenere l’economia domestica, tra peripezie di ogni genere, la malaugurata ascesa del fascismo e impieghi assai variegati. Piena di risorse e di una forza d’animo invidiabile, date le grame circostanze, Luciana si industria per studiare e per trovare un impiego alla Biennale, polo culturale dell’arte, della musica, del teatro e del bel mondo dell’epoca. Ed è qua alla sua scrivania, non ancora diciottenne e fiera del grembiulino nero che porterà per quasi tutta la sua permanenza in Biennale, che la ritroviamo all’inizio del secondo volume della sua epopea personale.

Dentro la vita : Boccardi, Luciana: Amazon.it: Libri

Vera e romanzesca insieme, la parabola di Luciana Boccardi è uno spaccato di storia (e di storia del costume) che dai padiglioni in perenne fermento del Lido ci porta fino alle passerelle della moda parigina, tra macchine da scrivere, matrimoni non convenzionali ma funzionanti, grandi nomi e scorci lagunari. Una modernissima donna d’altri tempi, che ripercorre con orgoglio le tappe fondamentali di un’esistenza che forse poche e pochi – disponendo di una differente predisposizione d’animo – sarebbero riusciti ad affrontare con la medesima grazia divertita e con quella singolare capacità salvifica di cambiare pelle al momento giusto, riuscendo comunque a non tradirsi mai.

[Luciana Boccardi, firma storica del Gazzettino di Venezia, è scomparsa poco tempo fa, ma per darvi un’idea del piglio narrativo – che ben ritroviamo anche nei primi due capitoli della sua storia – ecco qua la sua ultima intervista. Era stato annunciato anche un terzo volume a concludere il ciclo, ma vediamo che accadrà…]