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L’erede di un casato baronale di Calacte, in Sicilia, si insedia finalmente nel palazzo di famiglia, lascito faticosamente guadagnato a suon di sberloni giurisprudenziali. Storico per sacra vocazione, il cavaliere sta cercando di assemblare un compendio “valido” degli accadimenti cittadini, ma anche di interrogare le sue radici – più nebulose e indefinite di quanto gradirebbe. Quando si imbatte in una stanza segreta nella pancia della dimora – il gabinetto di scrittura settecentesco del barone suo antenato – dovrà confrontarsi, suo malgrado, con l’idea stessa di “verità” storica…

Il dispositivo narrativo che Maria Attanasio utilizza per La Rosa Inversa (Sellerio) – e che le occorre sia per imbastire uno splendido intrigo popolato da gesuiti caduti in pubblica disgrazia, massoni iperattivi, alchimisti e donne che un po’ dribblano il convento e un po’ fanno penitenza per convenienza – è in realtà un commento colto e mimetico al tenace potere della propaganda. 
Attanasio fa scovare in biblioteca al suo cavaliere a Calacte – pseudonimo prescelto per Caltagirone – la relazione sordida e sensazionalistica di un delitto di grande rilevanza simbolica, rimasto insoluto. Il romanzo riempie i vuoti e attribuisce un percorso e una “backstory” all’apparenza solidissima allo scellerato gesto….. che però è una fake news bella e buona. La relazione c’è e ha circolato, ma come anche Attanasio scoprirà – lì per lì con un certo disappunto -, è stata costruita a tavolino da una tipografia pontificia di Bologna per soffocare gli entusiasmi popolari che dai Lumi francesi – con annessi sovrani decapitati – rischiavano di dilagare anche dalle nostre parti.

Insomma, conte Cagliostro a parte, Attanasio costruisce un congegno narrativo verosimilissimo ma fantasioso che si innesta su un’altra menzogna strumentale. Che lo faccia oggi, pur maneggiando materiale settecentesco e ricostruendo l’atmosfera di conflitto pubblico di quel tempo, non può che confermare la longevità e la presa “perenne” dell’invenzione che serve una tesi o una posizione precisa. È un’avventura erudita, questo libro, ma è anche un’indagine attualissima sulla post-verità e sul panorama informativo che abitiamo nel presente, l’era definitiva della manipolazione e del paradosso.

È il cinquantesimo libro che negli ultimi anni prende un quartetto di amiche o sorelle che si paragonano e/o si ribattezzano PICCOLE DONNE? Esatto. Bisognerebbe piantarla? Per quanto mi riguarda sì – e da un pezzo – ma in questo frangente non rappresenta un fattore invalidante. Le Piccole Donne di Holly Bourne sono un durevole nucleo che si assembla all’università e che tiene botta nonostante il tempo che passa e la vita che cambia. Diventano, in Molto felice per te – in libreria per Heloola con la traduzione di Rachele Salerno -, un sistema di “classificazione” per raccontare le diverse facce del rapporto con la maternità.
Possiamo delegare a queste quattro la totalità delle potenziali iterazioni del concetto? Direi di no e sarebbe anche improbabile pretenderlo, ma sono funzioni utili e Bourne le architetta per generare la maggior conflittualità possibile, oltre che per commentare – tra solidarietà e satira – cosa succede quando ci confrontiamo, nel presente, con il grande continente dei figli. Sono volutamente molto calcate? Temo di sì – e spesso si cede al rischio di ridurle in macchiette, anche se la dinamica generale fa il possibile per stemperare.

Quello che apprendiamo subito è che in una giornata insolitamente torrida, in una villa bizzarra in mezzo alla campagna inglese, è scoppiato un incendio di notevoli proporzioni. Nella villa era in corso un baby shower. Incidente? Atto deliberato? Semplici cretine o velenose criminali? Le quattro principali indiziate sono ovviamente le Piccole Donne, che rispondono all’incirca a questa configurazione: c’è quella distrutta dai primi nove mesi di vita del suo bambino, quella che di figli non ne vuole e sta investendo ogni energia nella carriera, quella che combatte una caparbia infertilità e s’affida al pensiero magico e a Pinterest e quella all’ottavo mese che pare baciata da tutte le fortune del mondo ma chissà se è vero.

Pensiero Magico organizza per Gravida il baby shower che tanto le sarebbe piaciuto poter organizzare per il suo, di lieto evento, e da lì tutto va a ramengo. La Madre Provata non esce di casa e non dorme da nove mesi, Girlboss preferirebbe badare al primo lancio importante della sua agenzia letteraria, fa un caldo incredibile, Gravida trova grottesco e ODDIO TROPPO BASICO tutto quello che Pensiero Magico ha messo in piedi per lei e tornano pian piano a galla rancori millenari, meschinità, insensibilità reciproche e ingratitudini imperdonabili. Chi ha il pane non ha i denti e chi ha i denti non ha il pane, siamo cambiate troppo, non siamo cambiate insieme, non ci riconosciamo più e nessuna è mai stata presente per le altre al momento giusto o per le ragioni giuste, nessuna mi capisce. Catastrofe, scleri, uomini in prevalenza non pervenuti, decisamente troppe copertine di mussola, traumi e fiamme.

Bourne sviluppa la narrazione affidando ogni capitolo al punto di vista di una Piccola Donna, in un’asimmetria percettiva che fa emergere sia quanto ciascuna sia prigioniera del suo microcosmo individuale ma anche quanto sia difficile ammettere che no, non ce la stiamo cavando bene. Perché una madre non è solo una madre, è la distanza che la separa da come dovrebbe funzionare una madre perfetta. Una donna in carriera non è solo quello che costruisce, è quello che le manca perché rifiuta di votarsi alla famiglia. Una donna che vorrebbe dei figli ma non ci riesce non può essere solo una vittima dell’inspiegabile, è fallimento e perdita di scopo. La si mette giù un po’ alla carlona, è vero, ma nell’intreccio di tutte queste discrepanze – tra cosa si spera e si desidera individualmente e cosa è codificato come lecito, “normale” e corretto – che crepita il fuocherello di questo quadrangolo di punti di vista. Potrebbero passare per egoismi che viaggiano su binari distantissimi, ma spesso convivono tutti insieme nella medesima donna, nel mondo reale.

Che la storia del romanzo prosegua per alternanze di punti di vista – con ogni voce che trova modo di “spiegarsi” e di illuminare anche quello che le altre non sanno o non dovrebbero sapere – rende il libro mosso e amico della curiosità. Non solo vuoi sapere chi ha dato fuoco alla casa, ma aspetti con impazienza anche che comincino a volare gli stracci – e Bourne ci gioca molto bene. Anche senza volerci far su delle analisi sociologiche, è un libro che marcia spedito anche se qua e là è vittima della sua stessa formula: l’abbiamo capito che queste quattro devono rappresentare un “tipo”, fai più storia che prosegue e meno “ti rispiego chi sono”, apriamoli un po’ questi recinti dell’iper-caratterizzazione a tesi.
In generale? Gustoso. Non so quanto dovremmo augurarci l’immedesimazione, ma Bourne è abbastanza volpacchiotta da fornire appigli in abbondanza. E non per dare ragione alla Gravida, ma la pignatta a forma di vulva non si può proprio tollerare.

Uscito nel 2025 nel vasto mondo anglosassone, Tutte le mattine di Sybil arriva qua da noi per Rizzoli nella traduzione di Giuseppina Oneto – e con un publishing, specialmente sul fronte del titolo, che confesso m’avrebbe acchiappata poco, senza il poderoso clamore estero che ha accompagnato il libro e che ha contribuito a farlo finire nel mio listone disordinato di guarda un po’, poi lo leggiamo.

La caratteristica più spiccata da segnalare, qui, è la struttura epistolare. È una storia che assimiliamo leggendo la posta della signora Sybil, settantenne che vive da sola in una casetta probabilmente fatta di marzapane in una cittadina del Maryland. È in pensione da un pezzo – ha lavorato come cancelliera, in simbiosi con un giudice molto stimato -, il suo ex-marito dimora in un altro continente e i figli sono grandi e altrettanto proiettati nel vasto mondo. Lei non è di temperamento avventuroso, ma da una vita intera scrive lettere a chiunque e quell’abitudine, che si sovrappone alla sua stessa identità, continua a sostenerla e ad aiutarla a governare le relazioni con gli altri esseri umani. A noi è dato scavarci in mezzo – leggendo quello che spedisce e, quando occorre, anche quello che riceve – per farci un’idea man mano sempre più definita della sua interiorità, del suo passato e dei rapporti con gli altri personaggi, vecchi e nuovi.

Lo spauracchio più pressante che incombe sulla signora Sybil è la perdita della vista, che s’affaccia all’orizzonte con la promessa di privarla dell’indipendenza e di una quotidianità fatta di confini molto chiari. Solo le lettere possono andare e venire, in questo microcosmo chiuso – e capire come mai la signora Sybil sia così guardinga, stanziale e all’apparenza inflessibile fa parte del giocone che il libro apparecchia per noi.
C’è qualcosa che è andato storto e che continua ad avvelenare il presente, ma Virginia Evans ha tutte le ragioni per farcelo scoprire pian piano. Sybil, scegliendo con cura come raccontarsi, cosa insabbiare e cosa esternare, costruisce di fatto una realtà che le pare possibile abitare. S’impiccia, con una cortesia intransigente, si ritrae, timorosa di rivelarsi vulnerabile. Si vieta legami e speranze, perché crederci può costare caro e, ormai, le pare d’aver fatto quel che doveva fare, nella vita. Che altro dovrebbe capitare a una signora che ha superato i 70?

La struttura è di certo il punto di forza – e le rivelazioni o i ribaltamenti di “versione” tengono viva la curiosità. Il fatto che quest’ossessione così duratura e piacevolmente anacronistica per la corrispondenza trovi anche una spiegazione in una sorta di forma mentis personale della signora Sybil è fonte di sollievo, perché non lascia a penzolare nel nulla la “forma” del libro e riduce la componente di vezzosità e stravaganza della scelta, che un po’ furbetta poteva sembrare.
Bisogna anche dire che la ricerca dell’effetto e dei nostri potenziali piantini è molto evidente nella traiettoria di Sybil e che, forse, bastava pestarci su un po’ meno. Se cercate un garbuglio interpersonale da ricostruire e un incoraggiamento a uscire dal guscio, però, resta un libro che fila via bene e sollecita anche una certa speranza nel domani, nella redenzione e nel conforto che possono donarci gli altri, pure se noi istintivamente ci crediamo poco. Andrete a procurarvi una risma di carta da lettere? Chissà! I francobolli si comprano ancora in tabaccheria? Non ne ho la più pallida idea.

In Un breve soggiorno all’inferno di Steven L. Peck – tradotto da Stefano Ternavasio per Blackie Edizioni – si scopre che l’aldilà è amministrato dallo zoroastrismo e che chi non aderisce già a quell’inquadramento lì finirà d’ufficio in uno dei numerosi inferni possibili. Noi facciamo esperienza dell’inferno assegnato al nostro protagonista, modellato su un racconto di Borges, La biblioteca di Babele. La biblioteca contiene tutti i potenziali libri composti o componibili in ogni luogo e tempo e te ne puoi andare solo se trovi quello che racconta la tua storia. È plausibile trovarlo? Giammai.

Il poveraccio di cui condividiamo la sorte vaga per EONI in questo luogo sterminato, uniforme e asettico (in cui non si può manco morire per davvero). Ci sono altre anime erranti, che esprimono con grande dovizia le innumerevoli sfaccettature dell’erosione interiore e della follia innescata dal tedio assoluto e dalla mancanza di prospettive. Si tenta disperatamente di ricostituire ordini sociali e relazioni umane, si fa di tutto per occupare il tempo in un posto che esiste oltre la dimensione del sopportabile e dell’intellettualmente comprensibile. Come se non bastasse, sfogliando e sfogliando volumi, i penitenti si imbattono solo sporadicamente in una parola o in una frase di senso compiuto – te pensi: che bello, un’eternità a leggere capolavori in una biblioteca senza fine! E invece no, nella prodigiosa connotazione combinatoria della biblioteca i libri contengono quasi solo roba che pare scritta da un gatto che cammina sulla tastiera – sajs71)/?©@.€/773shsuHuBsiCOSÌ INSOMMA.

A parte il terrore che l’eternità e l’infinito generano in automatico nei cuori e nelle menti dei mortali – più o meno dotati di fede -, la radice del problema sta nella presenza dichiarata di una via d’uscita, che però è ingegnerizzata per concretizzarsi in un’illusione di raro sadismo. L’inferno è la speranza che muore perché mai e poi mai ci si trova nelle reali condizioni di afferrarla.
Che malessere. Che magone. Che paura, signor Peck. Ma chi me l’ha fatto fare. Idea stupenda e fertilissima? Certo. Ci vivrei? Ma manco dipinta.

Un libro! Un pesce spada! Una macchina fotografica! Un temporale! Una medusa! Un asino!
Basterebbe questo elenco all’apparenza sconclusionato per arrivare al cuore di Principio metà fine di Valeria Luiselli – tradotto da Tommaso Pincio per Einaudi Stile Libero, ma propenderei per un approccio meno criptico.
Quel che sappiamo è che c’è una scrittrice che approfitta dell’ottimo riscontro internazionale ottenuto con i suoi libri per cambiare aria dopo una separazione impervia. Insieme alla figlia si dedica a una forma di nomadismo che è insieme fuga e ricerca – dell’ispirazione, di un nuovo centro e di un equilibrio che le pare perduto. Accolta in Europa da editori esteri di ogni dove, decide a fine tour di stabilirsi per un po’ a Catania, nell’appartamento lasciato temporaneamente libero da un amante musicista. La Sicilia, scopriremo con immane sollievo, non è solo una cornice pittoresca ma il luogo d’origine della sua famiglia….. e il posto destinato a far incontrare la mitologia “privata” da cui discende con la mitologia “canonizzata” che fa da base a tutte le storie del mondo.

A fare da nume tutelare all’impresa – insieme a un mondo naturale in subbuglio -, c’è il dio Proteo, mutaforma sfuggentissimo e “oracolo” capace di vedere il tempo come un grande impasto fluido. Ma come Proteo diventa interpellabile solo dopo aver compiuto tutta la catena delle sue trasformazioni, anche la scrittrice e la sua bambina dovranno dar senso a quello che trovano lungo la strada e cambiare pelle per immaginarsi in un futuro nuovo. Pare un casino, ma non lo è: Proteo viaggia con loro in uno zaino, immortalato su un frammento di mosaico che un’indomita bisnonna tombarola ha rinvenuto proprio lì in Sicilia. Capiremo cosa l’universo si aspetta da noi se saremo capaci di riportare Proteo a casa sua? O mai, in questo mondo, possiamo aspettarci di catturarlo davvero?

È un libro di vastissima intelligenza “architettonica”. Luiselli ci porta a spasso travestendo la storia da bozza in corso di compilazione e, appunto dopo appunto, raccorda un presente di smarrimenti personali e incombenze quotidianissime con una dimensione antica, simbolica e misteriosa. Forse somiglia proprio a un mosaico da dissotterrare, questo libro. Si sente la terra vecchia – che Luiselli veste di tutti i prodigi aggiuntivi che le occorrono – e ci si guadagna una visione del disegno complessivo spennellando con attenzione. Nessun dettaglio va sprecato, perché in fin dei conti le grandi rivelazioni ce le inventiamo noi, riordinando e trovando un senso a quello che ci capita. Lo sappiamo fare perché ce l’hanno insegnato i miti e, anche se non in tutte le case c’è una piastrella di Proteo, tutte le famiglie si nutrono di un’epica minima che le tiene insieme. Di fronte alla catastrofe, a vincere sarà l’innocenza tenace di una bambina che spera d’aver decifrato il volere del destino.

 

Qua conviene produrre un gemellaggio tra il primo e l’ultimo libro di Nothomb che ho letto. Non tanto perché si staziona in tutte e due i casi in Giappone – ce ne sono altri tre, se non sbaglio, che ci fanno gravitare lì – ma perché raccontano la stessa parentesi temporale da due punti di vista diversi: Stupore e tremori è vita lavorativa, Né di Eva né di Adamo è vita umana*. Entrambi sono, però, storie di dissonanza, disomogeneità e scelta deliberata della posizione più scomoda – che in fin dei conti coincide spesso con un’idea incontenibile di libertà e di rottura rispetto alle aspettative.

Stupore e tremori* Un po’ a livello generale e specialmente pensando al Giappone, mi trovo meglio a non considerare il lavoro come un sottoinsieme della vita ma proprio come una roba che richiede una personalità apposita e altri schemi di funzionamento.

Comunque, facciamo un ripasso rapido di Stupore e tremori, intanto che ci siamo. Qui troviamo il devastante e tragicomico disfacimento di un’impiegata occidentale che cerca di districarsi in una MEGADITTA giapponese, soccombendo con caparbia inventiva e inanellando una tampa dopo l’altra. Un auto-sabotaggio magistrale. Fa molto ridere. Fa una gran paura.

E che accade in Né di Eva né di Adamo? Qualche tempo prima di lasciarsi divorare dalla megaditta, una giovane Amélie torna in Giappone con l’intento di chiamarlo di nuovo casa e di farsi in qualche maniera riconoscere dal posto in cui aveva passato i suoi primi anni. Parla bene giapponese? Non troppo. I giapponesi pensano che lo sappia fare? Figuriamoci. Loro parlano altre lingue? Poca roba – e hanno troppo timore degli insegnanti per far domande in classe, si scoprirà. Che fa per tirare su due soldi ma anche per inserirsi di nuovo nel flusso delle relazioni quotidiane? Si propone come insegnante privata di francese e trova un allievo della sua età che, con esasperante cortesia e una flemma OVER9000, farà del corteggiarla l’unica vera occupazione della sua esistenza.

Né di Eva né di Adamo - Amélie Nothomb - copertinaStare insieme a Rinri si dimostrerà una sorta di palestra intensiva di mediazione culturale, un esperimento felice e un enigma continuo. Lei non capisce perché la perfezione totale di lui le metta più ansia che serenità e lui, finché può, si gode il languore del limbo universitario, unica parentesi in cui i giovani giapponesi – ci dice Nothomb – possono cincischiare un po’ dopo l’ordalia dell’istruzione obbligatoria e delle selezioni precocissime. Lui, che tecnicamente ha già fallito, può prendersela comoda in una facoltà meno competitiva e scaldare i motori in vista del mondo del lavoro “vero”. Insomma, mai più gli ricapiterà di avere tutto quel tempo a disposizione e così pochi doveri.

Non vi spoilero le vicissitudini relazionali – anche perché in una storia fatta d’aneddotica, di atmosfera e di comparativismo linguistico, pure, è in quel che fanno i giovani innamorati che vi conviene andare a cercare una trama, se proprio vi preme – ma voglio farmi dar ragione dal nostro Rinri sul tema della divisione del tempo e di come lo occupiamo vivendo. Amélie gli chiede, per fargli fare un po’ d’esercizio col francese, cosa gli piace di più fare. E lui le dice che gli piace giocare. A cosa? Non si sa, il concetto non si traduce e sta in piedi da solo. Giocare e basta. Giocare a niente. Giocare a tutto. Giocare, per Rinri, è pensare a come riempire del tempo privo di obblighi, compiti e scadenze. È stare al mondo senza pretese. Godersi il vuoto, prima di essere sopraffatti. Proteggere la pace. Divertircisi dentro, contemplarla. Amélie alza la mano per proporgli il “nostro” concetto di otium e s’accorge, ormai impiegata a tempo pienissimo alla megaditta, che un giapponese educato al culto del lavoro lo padroneggia molto meglio di lei. Come volete che vada a finire, questa storia d’amore? Che dobbiamo fare noi, signora Amelia, che il giocare di Rinri lo possiamo mettere in pratica nelle frattaglie residue del nostro presente e raramente possiamo far leva sulla purissima fuga?

John Patrick McHugh è simultaneamente un gran volpone e anche uno che mette molto bene le cose in chiaro, sin dal titolo. Fine primo tempo – il suo romanzo d’esordio, in libreria per Heloola con la traduzione di Bianca Rita Cataldi – racconta una fase di passaggio, la fine di un capitolo e il limbo confuso che ci separa dal successivo. E, visto che il protagonista fa (anche) il volenteroso difensore in una squadra di calcio gaelico, la scansione temporale sportiva risulta appropriatissima. L’intervallo che attraversiamo – che Sally Rooney, grande amica del McHugh, forse avrebbe battezzato più volentieri Intermezzo – è quello tra la scuola e l’università, gli amori pasticciati e i sentimenti da coltivare, il presente da figlio e il futuro da giovane uomo indipendente e, per tirarci dentro tutto quanto, l’adolescenza e il gigantesco CHISSÀ della vita adulta.

Ma cos’è che succede? John sta aspettando i risultati degli esami finali per capire che università potrà permettersi di seguire e passa l’estate a lavorare in un albergone per turisti e a guadagnarsi un posto da titolare nella squadra dell’isola. I suoi si stanno separando, sua sorella si deve sposare, lui è un groviglio di apprensioni e di spaesamenti, senza più troppi punti di riferimento – al di là dei quattro soliti amici – e senza piani o ambizioni solide da seguire. Sa all’incirca di volersene andare, ma non è ancora capace di immaginarsi altrove e l’opportunità di inventarsi da capo il futuro è più fonte d’inquietudine che spinta propulsiva e risoluta.
E l’amore? È un enigma – e un’occasione perfetta per tradire di continuo il proprio cuore. La dinamica tra John e la sua collega Amber mi ha ricordato moltissimo Normal People: non ci si ama rispondendo solo a quel che sentiamo ma ci si ama in un contesto che può deformare tutto, specialmente se il coraggio di doversi sincerità è ancora in fase di costruzione. John si vergogna di Amber, è dispostissimo a credere solo al peggio (per quanto privo di fondamento possa essere) e vorremmo insultarlo ogni tre pagine, per quanto è coniglio. Il fatto che sia anche profondamente terrorizzato dalla sua stessa inettitudine è sia un’attenuante che un’aggravante e finisce che tocca a noi vergognarci del poco credito che troviamo legittimo concedergli. Sembra tutto plausibile? In fin dei conti sì, perché John non capisce niente e la sua inopportunità, la sua goffaggine, il suo continuo fraintendere e la disperazione con cui cerca un appiglio è roba che può esserci capitato di attraversare. Sarebbe bello ricordarsi solo i trionfi, ma è anche inanellando cretinate che si diventa grandi – per quanto ammaccati ci si arrivi.

Se siete in cerca di conclusioni risolutive l’isola di John potrebbe non fare per voi. Se vi va di affrontare una trama che funge da dichiarato pretesto per riprodurre un’atmosfera e un terrificante momento di passaggio vi conviene cominciare a fare dei giri di campo, che c’è da accaparrarsi una maglia e tutti sono sulle tribune a fare il tifo, anche se magari piove e faticherete a vedere più in là del vostro naso.
La vita comincia davvero quando si smette di pensare a che effetto facciamo sugli altri e si bada solo a doversi un po’ di fedeltà? Ce lo auguriamo di cuore, McHugh. Anche se forse non si ci si arriva mai.

Allora, facciamo che dell’adattamento cinematografico di Project Hail Mary ne parliamo quando vado a vederlo – nonostante Ryan Gosling campeggi sulla copertina – e qua pensiamo al libro, che è gustoso e matto, oltre che ben inseribile nel recente filone dell’affettuoso rinascimento spazial-umano. Ciao, Artemis 2.

Andy Weir è un narratore che s’intende di gente sola (e più o meno alla deriva) nello spazio o su pianeti non ancora contaminati da una nostra presenza “strutturata”. Il problema scatenante, qui, è la scoperta di un microrganismo che pare nutrirsi dell’energia delle stelle. Fantastico, c’è vita nel cosmo! E invece no, perché se questi “astrofagi” ci mangiano il sole e ne attenuano la luminosità vuol dire che gli ecosistemi terrestri finiranno a gambe all’aria e noi, in sintesi, moriremo di fame e/o torneremo all’età della pietra (dopo esserci vicendevolmente sterminati per contenderci delle risorse ormai esigue). La catastrofe incombe! MA LA SCIENZA PUÒ SALVARCI – anche se intende affidarsi a eroi improvvisati!

Un professore di scienze delle medie, per fortuiti incastri e un audace passato da ricercatore – carriera finita nel cesso perché ha litigato con tutti e gli han dato dello squinternato – si trova a studiare questi astrofagi e guadagna una posizione privilegiata nella task-force globale che sta faticosamente provado a mettere in piedi una missione per salvare la Terra. Noi lo apprendiamo dalla quarta di copertina e man mano anche da quello che si ricorda e riesce a ricostruire il professor Grace, che all’inizio del romanzo è effettivamente a bordo di una navicella sofisticatissima ma non sa neanche più come si chiama – le gioie del coma indotto, a quanto pare. Quel che intuisce con chiarezza è che lui nello spazio non ci voleva andare, non è di certo un astronauta e la missione ha tutta l’aria di essere stata concepita come un eroico suicidio senza biglietto di ritorno. Mal comune mezzo gaudio, però, perché nei pressi dell’unica stella che è stata contagiata dagli astrofagi ma non si sta miracolosamente spegnendo c’e un altro vascello che galleggia nel vuoto del cosmo….. AMAZE AMAZE AMAZE. Sì, è un’adorabile CIT.

In uno scenario utopico – in generale e ancor di più nel momento presente – l’umanità si coalizza e diventa intelligentissima per salvarsi la pelle. La ricerca e le sue applicazioni spalancano un orizzonte di sfolgorante speranza, ma sarà un legame d’amicizia che trascende le distanze galattiche a rendere concretamente possibile l’impensabile. Weir, che ci tiene tantissimo a farci sapere che se l’è studiata bene, non ci risparmia formule, biologia molecolare, esperimenti minuziosi e nozioni termodinamiche che io, son sincera, non ho la struttura neurologica per comprendere e che ho subito con la paziente rassegnazione che ha caratterizzato gli anni del liceo. Nonostante l’ordalia, il romanzo prevede anche spiegazioni spicciole che permettono pure a noi minorati fisico-matematici di afferrare i passaggi fondamentali e, soprattutto, non tralascia gli aspetti relazionali, lasciando pure baluginare la curiosità autentica che credo accompagni la ricerca scientifica.

Insomma, Project Hail Mary è un’avventura con catastrofe incombente, dilemmi, crisi d’identità e un buon senso dell’umorismo. E può contare su un lavoro più che dignitoso in termini di struttura. C’è da sospendere tutta l’incredulità che vi resta, ma personalmente trovo più plausibile conversare con un sasso alieno che risolvere un integrale, quindi pochi problemi. E il finale è MOLTO TENERO. Fantascienza scaldacuore? Ebbene sì.  

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Altre informazioni che potrebbero rallegrarvi:
– esiste un pupazzo di Rocky
– esiste la maglietta con scritto AMAZE AMAZE AMAZE
LEGO vuol farvi costruire la Hail Mary

Converrebbe maggiormente parlare di Sociopath di Patric Gagne quando uscirà anche in italiano, ma portiamoci comunque avanti con le operazioni. La premessa di metodo dell’autrice coincide con la struttura – e con le motivazioni – di questo memoir: è un articolatissimo “salve, sono una sociopatica, ho un PhD in psicologia e sono qui per spiegarvi come funziono”.

La sociopatia, come gli altri disordini della personalità, ha caratteristiche intrinseche ma anche un contorno di pregiudizi “esterni” particolarmente insidiosi. Mentre per una gran quantità di altre malattie mentali e stati di atipicità esistono da decenni cure, studi, criteri diagnostici e una letteratura consolidata, la sociopatia è stata a lungo assimilata alle psicopatie, ai comportamenti antisociali o, per viaggiare più terra a terra, agli efferati criminali in regime di massima sicurezza, senza perdersi in gran sfumature. Per Gagne, che si è a lungo prodigata affinché la sua condizione trovasse dignità di studio e di trattamento specifico, lo stigma che circonda la sociopatia ha rappresentato uno scoglio complicatissimo da scardinare, sia a livello di comunità “professionale” che di vita quotidiana. I sociopatici ci spaventano e ci ripugnano, li troviamo respingenti e pericolosi, alieni e inspiegabili… ma sapremmo definirli davvero? Possiamo dire di conoscerli?
Il libro ricostruisce la vita di Gagne dall’infanzia a un’età adulta che comprende un marito, dei figli, una carriera e un’esistenza che non stenterei a etichettare come invidiabile. Proponendosi come voce narrante, testimone e “cavia”, Gagne cerca di farci capire com’è campare senza avvertire vergogne, sensi di colpa o reazioni emotive degne di nota. Sente poco ma di sicuro pensa molto e, oscillando tra l’apatia e il bisogno viscerale e violento di trasgredire per scuotersi dall’immobilità, Gagne ci accompagna nell’esplorazione di un mondo in cui la tavolozza dei sentimenti accessibili è fisiologicamente limitata e, per non far troppa paura al prossimo, spesso simulata.

È un libro strano da leggere. Ci si rende conto che lo sforzo per descrivere qualcosa che per noi è “normale” per Gagne è un riflesso appreso – come per una vita intera ha imparato a imitare reazioni e modalità accettabili di interazione, così finisce per scrivere. La struttura è ciclica: ti racconto un episodio, ti spiego quello che ho sentito io, ti spiego come hanno reagito le persone non sociopatiche attorno a me, torno a raccontarti cos’ho imparato dal loro feedback e cosa penso di farci. È noiosissimo, davvero, ma è anche emblematico. Gli esempi sono fondamentali per far afferrare a noi qualcosa di “alieno” rispetto alla risposta emotiva standard e il fatto che ogni evento vada scomposto, analizzato e inquadrato in strutture indotte – perché Gagne, per conto suo, non prova quello che per gli altri è istintivo e spontaneo – è il cuore vero della storia.
Mi è piaciuto questo libro? No. Ma mi è servito. Mi è ancora più chiaro che chi incontriamo non va misurato in base a idee di conformità che servono solo a proteggerci dall’insicurezza e dalla paura – di scoprirci indesiderabili, scomodi, strani… diversi.

Dunque, Tre nomi di Florence Knapp è uno di quei romanzi che si affacciano all’uscita in libreria con una lista già lunga di acquisizioni estere, diritti venduti ai quattro angoli del mondo e grande entusiasmo nel comparto degli addetti e delle addette ai lavori – un pubblico solitamente incline a pessimismo, fastidio e foschi stati d’animo. Knapp arriva qui in Italia nella traduzione di Federica Merati per Garzanti, che mi ha dato l’allegra possibilità di chiacchierare con l’autrice. Gli argomenti di conversazione non mancano, visto che il libro è sia dotato di una struttura curiosa che di un passo svelto e incalzante, oltre che di un ventaglio di relazioni e scogli affascinanti da seguire.

Ma come funziona?
Così.

Una madre, Cora, è chiamata a “registrare” il suo bebè all’equivalente britannico dell’anagrafe. In una giornata elettrica e tempestosa, esce con la figlia più grande e il bebè per occuparsi di questa commissione che dovrebbe essere di pura routine, visto che il marito – uomo dispotico e violento – le ha ordinato esplicitamente di battezzarlo col suo nome. Gordon “Sr” è certo che Cora gli ubbidirà e che la creatura tornerà a casa chiamandosi ufficialmente Gordon “Jr”. Cora, però, tentenna. Voglio davvero che raccolga l’eredità di quest’uomo che mi tormenta e mi riduce all’impotenza? Voglio rivedere lui ogni volta che guardo mio figlio? Voglio scaricare su un innocente questa tara generazionale fatta di cattiveria? Florence Knapp, a questo punto, ramifica la storia in tre, in base a come Cora finirà per chiamare il bambino. In un’iterazione opta per Bear – accogliendo il suggerimento caloroso e buffo della sorellina maggiore -, nella seconda lo chiama Julian – un nome che piace solo a lei e che ipotizza l’esistenza di un “padre celeste” migliore del padre di cui dispongono nella realtà – e nella terza si rassegna a chiamarlo Gordon. Come reagirà il padre? E chi diventeranno, di conseguenza, questi tre bambini? Knapp ci racconta le loro storie a partire dal 1987 e coprendo un arco di 35 anni, tornando a far visita a tutti quanti a intervalli di 7.
Per approfondire ulteriormente, ecco qua Florence che risponde con grande generosità alle mie domande.


I “se” sono sempre un argomento di riflessione affascinante, penso. Ed è anche molto umano guardarsi indietro per cercare di individuare una potenziale sliding-door, uno di quei bivi che hanno il potere di cambiare radicalmente una vita. Fa anche una gran paura, però, perché ci si accorge alla svelta che i fattori che rispondono al nostro controllo sono pochissimi. Ma ci aggrappiamo alla speranza. Scegliamo di credere che ogni cambiamento sia intenzionale, che dipenda da noi. La chiave che usi nel romanzo per sviluppare tre futuri diversi per lo stesso bambino è il nome, una variabile su cui non ha il minimo controllo. Sua madre, Cora, decide come chiamarlo e lui dovrà convivere con questa decisione per il resto della sua vita. Perché hai scelto un innesco di questo tipo? Che significato ha per te il nome di una persona?

[F. K.] – Credo di aver usato il nome perché i nomi hanno il potere di plasmare il modo in cui verremo “visti” dagli altri – e anche il modo in cui noi stessi ci percepiamo. Mettendo a confronto i tre filoni alternativi della vita di questo bambino, ciascuno determinato dal nome che gli è stato dato, sono riuscita a catturare le innumerevoli ramificazioni che una decisione di questo tipo può scatenare.

I nomi sono costrutti potentissimi – quando sentiamo il nome di qualcuno è un po’ come se aprissimo il cassetto di uno schedario. Nella nostra testa, chiamiamo a raccolta tutto quello che sappiamo di quella persona: come ride, come cammina, come ci fa sentire, che lavoro fa, di che colore ha i capelli, dove abita.  Credo che i nomi, in qualche modo, ci offrano più materiale rispetto a una fotografia, che cristallizza una versione statica di quella persona, in un’età specifica, in un momento e in un determinato stato d’animo.

Riusciremo davvero ad afferrare perché la scelta del nome per il bambino è un evento così carico di conseguenze solo esplorando un po’ meglio il mondo di sua madre. Com’è la vita di Cora, quando la incontriamo nel 1987, all’inizio del romanzo?

All’inizio della storia, ogni aspetto della vita di Cora è controllato dal marito. Quello che legge, quello che indossa, come può trascorrere le sue giornate. Lui vorrebbe che Cora assecondasse una consolidatissima tradizione di famiglia, dando il suo stesso nome al bambino. Ma la storia si frattura in tre filoni distinti quando Cora prende in considerazione altri due nomi, rifiutandosi di condannarlo a vivere nei panni di suo padre.

Nel 1987, la Gran Bretagna è stata investita dalla tempesta più violenta degli ultimi due secoli. Cora si sveglia e trova il mondo in subbuglio e, in un certo senso, avverte anche che il flusso “normale” delle cose ha subito una breve interruzione. Anche se ignorare i desideri del marito violento per chiamare suo figlio in un altro modo rappresenta un rischio, le circostanze insolite in cui si trova finiscono per darle coraggio.

Gordon, il padre, sembra vivere due vite completamente separate. Per il mondo “esterno” è un medico – un bravo dottore, affidabile e stimato -, ma a casa è un marito crudele, violento e dispotico. Nessuno è a conoscenza di questa vita domestica completamente nascosta, il che non fa che isolare Cora ancora di più. Sa benissimo che nessuno crederebbe a tutto quello che sta subendo e, da lettrici e lettori, ci troviamo in una posizione difficile: tifiamo per lei e vorremmo tanto vederla scappare da lì, ma dobbiamo anche capire perché per Cora sia quasi inconcepibile. È stato doloroso, da scrittrice, intrappolare un’altra donna in una situazione così tremenda? 

Sì, è stato incredibilmente doloroso. Anche se credo che, accompagnando Cora nella storyline di Gordon Jr, sono riuscita a comprendere meglio perché non riesca ad andarsene. A ogni snodo mi ritrovavo a pensare, Ecco, finalmente può scappare, adesso ci siamo. Ma poi riflettevo sulle potenziali reazioni di Gordon e ogni volta spuntava un nuovo muro che le costruiva davanti, un nuovo livello di controllo. Potevano essere gli abusi fisici e l’isolamento sociale, poteva privarla della sua indipendenza finanziaria o mettere in discussione la sua sanità mentale, poteva minacciare di portarle via i figli… diciamo che mi è sempre sembrato un sollievo potermi rifugiare negli altri due filoni narrativi, in cui la vita di questa famiglia offre più speranza – anche se gli ostacoli non mancano mai.

Perché hai scelto di lavorare su un intervallo temporale di 7 anni?

Seguiamo questa famiglia lungo un arco di 35 anni e ho saputo, sin da subito, che mi sarebbero serviti dei salti temporali piuttosto ampi, in modo da poter incontrare le versioni di questo bambino a intervalli ben scanditi, focalizzandoci con precisione sui momenti emblematici che lo plasmano, sia durante l’infanzia che nell’età adulta. C’è anche una teoria, ho scoperto, secondo cui il corpo umano si rinnova completamente seguendo cicli di 7 anni e mi è parso un buon punto di riferimento per un romanzo che, almeno in parte, parla anche di trasformazione.

Bear, Julian e Gordon crescono in tre ambienti molto diversi, determinati dalla reazione iniziale del padre. Anche negli scenari peggiori, la possibilità di costruire una “comunità” e di trovare sostegno diventa un pinnacolo di speranza. Cos’è la famiglia, allora? La vera speranza si può trovare nelle famiglie che ci scegliamo, nelle circostanze che decidiamo di creare per noi stessi?

La famiglia, nel romanzo, assume moltissime forme. Alcune sono più convenzionali – due persone che si innamorano e si costruiscono una vita insieme – ma mi è anche piaciuto scrivere di famiglie d’elezione, o di un nucleo in cui si stringono legami tra generazioni radicalmente diverse, o di una vicinanza che nasce da una passione comune. A parte il matrimonio di Cora, credo che la speranza e la gioia si possano trovare in ciascuna di queste configurazioni, per quando disordinate o imperfette siano.

Alcuni personaggi ricoprono un ruolo centrale nella vita di Bear/Julian/Gordon mentre, in altre iterazioni, sono presenze più evanescenti. Hai pianificato tutto sin dall’inizio o hai deciso strada facendo chi includere nel “cast” in maniera più incisiva?

C’era ben poco di scolpito nella pietra, all’inizio, anche se sapevo di voler giocare con l’idea che una decisione singola, come il nome da dare a un bambino, potesse influenzare quali persone diventeranno fondamentali per noi. C’è un personaggio che si chiama Lily e, in uno dei filoni della vita di questo bambino, lui si innamora di lei. In un altro, invece, le infligge un danno gravissimo. In un terzo, poi, le loro traiettorie si sfiorano a malapena.

Bear, Julian e Gordon imboccano strade separate, ma tutti e tre crescono con una paura molto radicata – o, almeno, con un dubbio fondato: siamo destinati a diventare come nostro padre? Mentre Bear e Julian rifiutano radicalmente questo scenario, per Gordon Jr è molto più complicato. All’inizio lo disprezziamo, in un certo senso, perché si schiera dalla parte del padre – il soggetto “potente” nella dinamica di famiglia -, anche se non dovremmo giudicare un bambino per le strategie di sopravvivenza che adotta…

Credo che Gordon Jr subisca una manipolazione atroce da parte di suo padre, che finisce per usarlo come un’arma. Non ha il pieno controllo sulla sua bussola morale e fa alcune scelte discutibili. Da adulto non può cambiare quello che ha fatto, ma ha la possibilità di decidere chi essere e come inserirsi nelle vite degli altri, da quel momento in poi. Non credo che abbia necessariamente il diritto di ottenere il perdono delle persone che ha ferito, ma trovo che ci sia della speranza, nel consentirgli di essere giudicato dal mondo per l’adulto che sceglierà di essere.

Sei sempre stata una “Florence” o c’erano altre possibilità? Per dire, io sono una Francesca ma dovevo chiamarmi Isotta – che qua da noi è un po’ meno comune. 🙂

Mi piacciono molto sia Isotta che Francesca – sono entrambi dei bellissimi nomi. Io sono sempre stata una Florence. Vorrei poter dire d’aver preso il nome dalla città, ma la verità è che mia madre, durante la gravidanza, aveva visto The Magic Roundabout, un cartone francese in stop-motion, e si era innamorata di questa Florence, un personaggio con delle scarpette bianche coi lacci.

Non si scrive (e non si legge) ma in uno spazio vuoto e indago sempre con grande curiosità le influenze altrui sul processo creativo. Libri, musica, film… cosa ti ha aiutata o ispirata durante il lavoro su Tre nomi?

Oh, adoro questa domanda. E sì, concordo in pieno.
Qualche esempio.
C’è un verso di Dancing in the Dark, una canzone di Bruce Springsteen, che dice “I check my look in the mirror / Wanna change my clothes, my hair, my face’. Mi sono resa conto, scrivendo, che continuava a girarmi in testa. Dopotutto, è una sensazione con cui sia Gordon Jr che Julian si ritrovano spesso a lottare.
Poi c’è Maya Angelou, che ci porta in posti scomodi, con i suoi libri. Da lettrice, però, mi ha sempre fatto sentire avvolta in una specie di bozzolo protettivo. Non so come ci riesca, ma credo dipenda dal calore e dalla bellezza delle parole che sceglie. Ci penso spesso – a come si possa trovare un equilibrio tra luce e oscurità.

Se anche a voi andrà di cercarlo, trovate Tre nomi in libreria. Grazie a Florence Knapp per la pazienza e la gentilezza e a Garzanti per averci messe in contatto.