Qua conviene produrre un gemellaggio tra il primo e l’ultimo libro di Nothomb che ho letto. Non tanto perché si staziona in tutte e due i casi in Giappone – ce ne sono altri tre, se non sbaglio, che ci fanno gravitare lì – ma perché raccontano la stessa parentesi temporale da due punti di vista diversi: Stupore e tremori è vita lavorativa, Né di Eva né di Adamo è vita umana*. Entrambi sono, però, storie di dissonanza, disomogeneità e scelta deliberata della posizione più scomoda – che in fin dei conti coincide spesso con un’idea incontenibile di libertà e di rottura rispetto alle aspettative.
* Un po’ a livello generale e specialmente pensando al Giappone, mi trovo meglio a non considerare il lavoro come un sottoinsieme della vita ma proprio come una roba che richiede una personalità apposita e altri schemi di funzionamento.
Comunque, facciamo un ripasso rapido di Stupore e tremori, intanto che ci siamo. Qui troviamo il devastante e tragicomico disfacimento di un’impiegata occidentale che cerca di districarsi in una MEGADITTA giapponese, soccombendo con caparbia inventiva e inanellando una tampa dopo l’altra. Un auto-sabotaggio magistrale. Fa molto ridere. Fa una gran paura.
E che accade in Né di Eva né di Adamo? Qualche tempo prima di lasciarsi divorare dalla megaditta, una giovane Amélie torna in Giappone con l’intento di chiamarlo di nuovo casa e di farsi in qualche maniera riconoscere dal posto in cui aveva passato i suoi primi anni. Parla bene giapponese? Non troppo. I giapponesi pensano che lo sappia fare? Figuriamoci. Loro parlano altre lingue? Poca roba – e hanno troppo timore degli insegnanti per far domande in classe, si scoprirà. Che fa per tirare su due soldi ma anche per inserirsi di nuovo nel flusso delle relazioni quotidiane? Si propone come insegnante privata di francese e trova un allievo della sua età che, con esasperante cortesia e una flemma OVER9000, farà del corteggiarla l’unica vera occupazione della sua esistenza.
Stare insieme a Rinri si dimostrerà una sorta di palestra intensiva di mediazione culturale, un esperimento felice e un enigma continuo. Lei non capisce perché la perfezione totale di lui le metta più ansia che serenità e lui, finché può, si gode il languore del limbo universitario, unica parentesi in cui i giovani giapponesi – ci dice Nothomb – possono cincischiare un po’ dopo l’ordalia dell’istruzione obbligatoria e delle selezioni precocissime. Lui, che tecnicamente ha già fallito, può prendersela comoda in una facoltà meno competitiva e scaldare i motori in vista del mondo del lavoro “vero”. Insomma, mai più gli ricapiterà di avere tutto quel tempo a disposizione e così pochi doveri.
Non vi spoilero le vicissitudini relazionali – anche perché in una storia fatta d’aneddotica, di atmosfera e di comparativismo linguistico, pure, è in quel che fanno i giovani innamorati che vi conviene andare a cercare una trama, se proprio vi preme – ma voglio farmi dar ragione dal nostro Rinri sul tema della divisione del tempo e di come lo occupiamo vivendo. Amélie gli chiede, per fargli fare un po’ d’esercizio col francese, cosa gli piace di più fare. E lui le dice che gli piace giocare. A cosa? Non si sa, il concetto non si traduce e sta in piedi da solo. Giocare e basta. Giocare a niente. Giocare a tutto. Giocare, per Rinri, è pensare a come riempire del tempo privo di obblighi, compiti e scadenze. È stare al mondo senza pretese. Godersi il vuoto, prima di essere sopraffatti. Proteggere la pace. Divertircisi dentro, contemplarla. Amélie alza la mano per proporgli il “nostro” concetto di otium e s’accorge, ormai impiegata a tempo pienissimo alla megaditta, che un giapponese educato al culto del lavoro lo padroneggia molto meglio di lei. Come volete che vada a finire, questa storia d’amore? Che dobbiamo fare noi, signora Amelia, che il giocare di Rinri lo possiamo mettere in pratica nelle frattaglie residue del nostro presente e raramente possiamo far leva sulla purissima fuga?
John Patrick McHugh è simultaneamente un gran volpone e anche uno che mette molto bene le cose in chiaro, sin dal titolo. Fine primo tempo – il suo romanzo d’esordio, in libreria per Heloola con la traduzione di Bianca Rita Cataldi – racconta una fase di passaggio, la fine di un capitolo e il limbo confuso che ci separa dal successivo. E, visto che il protagonista fa (anche) il volenteroso difensore in una squadra di calcio gaelico, la scansione temporale sportiva risulta appropriatissima. L’intervallo che attraversiamo – che Sally Rooney, grande amica del McHugh, forse avrebbe battezzato più volentieri Intermezzo – è quello tra la scuola e l’università, gli amori pasticciati e i sentimenti da coltivare, il presente da figlio e il futuro da giovane uomo indipendente e, per tirarci dentro tutto quanto, l’adolescenza e il gigantesco CHISSÀ della vita adulta.
Ma cos’è che succede? John sta aspettando i risultati degli esami finali per capire che università potrà permettersi di seguire e passa l’estate a lavorare in un albergone per turisti e a guadagnarsi un posto da titolare nella squadra dell’isola. I suoi si stanno separando, sua sorella si deve sposare, lui è un groviglio di apprensioni e di spaesamenti, senza più troppi punti di riferimento – al di là dei quattro soliti amici – e senza piani o ambizioni solide da seguire. Sa all’incirca di volersene andare, ma non è ancora capace di immaginarsi altrove e l’opportunità di inventarsi da capo il futuro è più fonte d’inquietudine che spinta propulsiva e risoluta. E l’amore? È un enigma – e un’occasione perfetta per tradire di continuo il proprio cuore. La dinamica tra John e la sua collega Amber mi ha ricordato moltissimo Normal People: non ci si ama rispondendo solo a quel che sentiamo ma ci si ama in un contesto che può deformare tutto, specialmente se il coraggio di doversi sincerità è ancora in fase di costruzione. John si vergogna di Amber, è dispostissimo a credere solo al peggio (per quanto privo di fondamento possa essere) e vorremmo insultarlo ogni tre pagine, per quanto è coniglio. Il fatto che sia anche profondamente terrorizzato dalla sua stessa inettitudine è sia un’attenuante che un’aggravante e finisce che tocca a noi vergognarci del poco credito che troviamo legittimo concedergli. Sembra tutto plausibile? In fin dei conti sì, perché John non capisce niente e la sua inopportunità, la sua goffaggine, il suo continuo fraintendere e la disperazione con cui cerca un appiglio è roba che può esserci capitato di attraversare. Sarebbe bello ricordarsi solo i trionfi, ma è anche inanellando cretinate che si diventa grandi – per quanto ammaccati ci si arrivi.
Se siete in cerca di conclusioni risolutive l’isola di John potrebbe non fare per voi. Se vi va di affrontare una trama che funge da dichiarato pretesto per riprodurre un’atmosfera e un terrificante momento di passaggio vi conviene cominciare a fare dei giri di campo, che c’è da accaparrarsi una maglia e tutti sono sulle tribune a fare il tifo, anche se magari piove e faticherete a vedere più in là del vostro naso.
La vita comincia davvero quando si smette di pensare a che effetto facciamo sugli altri e si bada solo a doversi un po’ di fedeltà? Ce lo auguriamo di cuore, McHugh. Anche se forse non si ci si arriva mai.
Allora, facciamo che dell’adattamento cinematografico di Project Hail Mary ne parliamo quando vado a vederlo – nonostante Ryan Gosling campeggi sulla copertina – e qua pensiamo al libro, che è gustoso e matto, oltre che ben inseribile nel recente filone dell’affettuoso rinascimento spazial-umano. Ciao, Artemis 2.
Andy Weir è un narratore che s’intende di gente sola (e più o meno alla deriva) nello spazio o su pianeti non ancora contaminati da una nostra presenza “strutturata”. Il problema scatenante, qui, è la scoperta di un microrganismo che pare nutrirsi dell’energia delle stelle. Fantastico, c’è vita nel cosmo! E invece no, perché se questi “astrofagi” ci mangiano il sole e ne attenuano la luminosità vuol dire che gli ecosistemi terrestri finiranno a gambe all’aria e noi, in sintesi, moriremo di fame e/o torneremo all’età della pietra (dopo esserci vicendevolmente sterminati per contenderci delle risorse ormai esigue). La catastrofe incombe! MA LA SCIENZA PUÒ SALVARCI – anche se intende affidarsi a eroi improvvisati!
Un professore di scienze delle medie, per fortuiti incastri e un audace passato da ricercatore – carriera finita nel cesso perché ha litigato con tutti e gli han dato dello squinternato – si trova a studiare questi astrofagi e guadagna una posizione privilegiata nella task-force globale che sta faticosamente provado a mettere in piedi una missione per salvare la Terra. Noi lo apprendiamo dalla quarta di copertina e man mano anche da quello che si ricorda e riesce a ricostruire il professor Grace, che all’inizio del romanzo è effettivamente a bordo di una navicella sofisticatissima ma non sa neanche più come si chiama – le gioie del coma indotto, a quanto pare. Quel che intuisce con chiarezza è che lui nello spazio non ci voleva andare, non è di certo un astronauta e la missione ha tutta l’aria di essere stata concepita come un eroico suicidio senza biglietto di ritorno. Mal comune mezzo gaudio, però, perché nei pressi dell’unica stella che è stata contagiata dagli astrofagi ma non si sta miracolosamente spegnendo c’e un altro vascello che galleggia nel vuoto del cosmo….. AMAZE AMAZE AMAZE. Sì, è un’adorabile CIT.
In uno scenario utopico – in generale e ancor di più nel momento presente – l’umanità si coalizza e diventa intelligentissima per salvarsi la pelle. La ricerca e le sue applicazioni spalancano un orizzonte di sfolgorante speranza, ma sarà un legame d’amicizia che trascende le distanze galattiche a rendere concretamente possibile l’impensabile. Weir, che ci tiene tantissimo a farci sapere che se l’è studiata bene, non ci risparmia formule, biologia molecolare, esperimenti minuziosi e nozioni termodinamiche che io, son sincera, non ho la struttura neurologica per comprendere e che ho subito con la paziente rassegnazione che ha caratterizzato gli anni del liceo. Nonostante l’ordalia, il romanzo prevede anche spiegazioni spicciole che permettono pure a noi minorati fisico-matematici di afferrare i passaggi fondamentali e, soprattutto, non tralascia gli aspetti relazionali, lasciando pure baluginare la curiosità autentica che credo accompagni la ricerca scientifica.
Insomma, Project Hail Mary è un’avventura con catastrofe incombente, dilemmi, crisi d’identità e un buon senso dell’umorismo. E può contare su un lavoro più che dignitoso in termini di struttura. C’è da sospendere tutta l’incredulità che vi resta, ma personalmente trovo più plausibile conversare con un sasso alieno che risolvere un integrale, quindi pochi problemi. E il finale è MOLTO TENERO. Fantascienza scaldacuore? Ebbene sì.
Converrebbe maggiormente parlare di Sociopath di Patric Gagne quando uscirà anche in italiano, ma portiamoci comunque avanti con le operazioni. La premessa di metodo dell’autrice coincide con la struttura – e con le motivazioni – di questo memoir: è un articolatissimo “salve, sono una sociopatica, ho un PhD in psicologia e sono qui per spiegarvi come funziono”.
La sociopatia, come gli altri disordini della personalità, ha caratteristiche intrinseche ma anche un contorno di pregiudizi “esterni” particolarmente insidiosi. Mentre per una gran quantità di altre malattie mentali e stati di atipicità esistono da decenni cure, studi, criteri diagnostici e una letteratura consolidata, la sociopatia è stata a lungo assimilata alle psicopatie, ai comportamenti antisociali o, per viaggiare più terra a terra, agli efferati criminali in regime di massima sicurezza, senza perdersi in gran sfumature. Per Gagne, che si è a lungo prodigata affinché la sua condizione trovasse dignità di studio e di trattamento specifico, lo stigma che circonda la sociopatia ha rappresentato uno scoglio complicatissimo da scardinare, sia a livello di comunità “professionale” che di vita quotidiana. I sociopatici ci spaventano e ci ripugnano, li troviamo respingenti e pericolosi, alieni e inspiegabili… ma sapremmo definirli davvero? Possiamo dire di conoscerli? Il libro ricostruisce la vita di Gagne dall’infanzia a un’età adulta che comprende un marito, dei figli, una carriera e un’esistenza che non stenterei a etichettare come invidiabile. Proponendosi come voce narrante, testimone e “cavia”, Gagne cerca di farci capire com’è campare senza avvertire vergogne, sensi di colpa o reazioni emotive degne di nota. Sente poco ma di sicuro pensa molto e, oscillando tra l’apatia e il bisogno viscerale e violento di trasgredire per scuotersi dall’immobilità, Gagne ci accompagna nell’esplorazione di un mondo in cui la tavolozza dei sentimenti accessibili è fisiologicamente limitata e, per non far troppa paura al prossimo, spesso simulata.
È un libro strano da leggere. Ci si rende conto che lo sforzo per descrivere qualcosa che per noi è “normale” per Gagne è un riflesso appreso – come per una vita intera ha imparato a imitare reazioni e modalità accettabili di interazione, così finisce per scrivere. La struttura è ciclica: ti racconto un episodio, ti spiego quello che ho sentito io, ti spiego come hanno reagito le persone non sociopatiche attorno a me, torno a raccontarti cos’ho imparato dal loro feedback e cosa penso di farci. È noiosissimo, davvero, ma è anche emblematico. Gli esempi sono fondamentali per far afferrare a noi qualcosa di “alieno” rispetto alla risposta emotiva standard e il fatto che ogni evento vada scomposto, analizzato e inquadrato in strutture indotte – perché Gagne, per conto suo, non prova quello che per gli altri è istintivo e spontaneo – è il cuore vero della storia.
Mi è piaciuto questo libro? No. Ma mi è servito. Mi è ancora più chiaro che chi incontriamo non va misurato in base a idee di conformità che servono solo a proteggerci dall’insicurezza e dalla paura – di scoprirci indesiderabili, scomodi, strani… diversi.
Dunque, Tre nomi di Florence Knapp è uno di quei romanzi che si affacciano all’uscita in libreria con una lista già lunga di acquisizioni estere, diritti venduti ai quattro angoli del mondo e grande entusiasmo nel comparto degli addetti e delle addette ai lavori – un pubblico solitamente incline a pessimismo, fastidio e foschi stati d’animo. Knapp arriva qui in Italia nella traduzione di Federica Merati per Garzanti, che mi ha dato l’allegra possibilità di chiacchierare con l’autrice. Gli argomenti di conversazione non mancano, visto che il libro è sia dotato di una struttura curiosa che di un passo svelto e incalzante, oltre che di un ventaglio di relazioni e scogli affascinanti da seguire.
Ma come funziona?
Così.
Una madre, Cora, è chiamata a “registrare” il suo bebè all’equivalente britannico dell’anagrafe. In una giornata elettrica e tempestosa, esce con la figlia più grande e il bebè per occuparsi di questa commissione che dovrebbe essere di pura routine, visto che il marito – uomo dispotico e violento – le ha ordinato esplicitamente di battezzarlo col suo nome. Gordon “Sr” è certo che Cora gli ubbidirà e che la creatura tornerà a casa chiamandosi ufficialmente Gordon “Jr”. Cora, però, tentenna. Voglio davvero che raccolga l’eredità di quest’uomo che mi tormenta e mi riduce all’impotenza? Voglio rivedere lui ogni volta che guardo mio figlio? Voglio scaricare su un innocente questa tara generazionale fatta di cattiveria? Florence Knapp, a questo punto, ramifica la storia in tre, in base a come Cora finirà per chiamare il bambino. In un’iterazione opta per Bear – accogliendo il suggerimento caloroso e buffo della sorellina maggiore -, nella seconda lo chiama Julian – un nome che piace solo a lei e che ipotizza l’esistenza di un “padre celeste” migliore del padre di cui dispongono nella realtà – e nella terza si rassegna a chiamarlo Gordon. Come reagirà il padre? E chi diventeranno, di conseguenza, questi tre bambini? Knapp ci racconta le loro storie a partire dal 1987 e coprendo un arco di 35 anni, tornando a far visita a tutti quanti a intervalli di 7.
Per approfondire ulteriormente, ecco qua Florence che risponde con grande generosità alle mie domande.
I “se” sono sempre un argomento di riflessione affascinante, penso. Ed è anche molto umano guardarsi indietro per cercare di individuare una potenziale sliding-door, uno di quei bivi che hanno il potere di cambiare radicalmente una vita. Fa anche una gran paura, però, perché ci si accorge alla svelta che i fattori che rispondono al nostro controllo sono pochissimi. Ma ci aggrappiamo alla speranza. Scegliamo di credere che ogni cambiamento sia intenzionale, che dipenda da noi. La chiave che usi nel romanzo per sviluppare tre futuri diversi per lo stesso bambino è il nome, una variabile su cui non ha il minimo controllo. Sua madre, Cora, decide come chiamarlo e lui dovrà convivere con questa decisione per il resto della sua vita. Perché hai scelto un innesco di questo tipo? Che significato ha per te il nome di una persona?
[F. K.] – Credo di aver usato il nome perché i nomi hanno il potere di plasmare il modo in cui verremo “visti” dagli altri – e anche il modo in cui noi stessi ci percepiamo. Mettendo a confronto i tre filoni alternativi della vita di questo bambino, ciascuno determinato dal nome che gli è stato dato, sono riuscita a catturare le innumerevoli ramificazioni che una decisione di questo tipo può scatenare.
I nomi sono costrutti potentissimi – quando sentiamo il nome di qualcuno è un po’ come se aprissimo il cassetto di uno schedario. Nella nostra testa, chiamiamo a raccolta tutto quello che sappiamo di quella persona: come ride, come cammina, come ci fa sentire, che lavoro fa, di che colore ha i capelli, dove abita. Credo che i nomi, in qualche modo, ci offrano più materiale rispetto a una fotografia, che cristallizza una versione statica di quella persona, in un’età specifica, in un momento e in un determinato stato d’animo.
Riusciremo davvero ad afferrare perché la scelta del nome per il bambino è un evento così carico di conseguenze solo esplorando un po’ meglio il mondo di sua madre. Com’è la vita di Cora, quando la incontriamo nel 1987, all’inizio del romanzo?
All’inizio della storia, ogni aspetto della vita di Cora è controllato dal marito. Quello che legge, quello che indossa, come può trascorrere le sue giornate. Lui vorrebbe che Cora assecondasse una consolidatissima tradizione di famiglia, dando il suo stesso nome al bambino. Ma la storia si frattura in tre filoni distinti quando Cora prende in considerazione altri due nomi, rifiutandosi di condannarlo a vivere nei panni di suo padre.
Nel 1987, la Gran Bretagna è stata investita dalla tempesta più violenta degli ultimi due secoli. Cora si sveglia e trova il mondo in subbuglio e, in un certo senso, avverte anche che il flusso “normale” delle cose ha subito una breve interruzione. Anche se ignorare i desideri del marito violento per chiamare suo figlio in un altro modo rappresenta un rischio, le circostanze insolite in cui si trova finiscono per darle coraggio.
Gordon, il padre, sembra vivere due vite completamente separate. Per il mondo “esterno” è un medico – un bravo dottore, affidabile e stimato -, ma a casa è un marito crudele, violento e dispotico. Nessuno è a conoscenza di questa vita domestica completamente nascosta, il che non fa che isolare Cora ancora di più. Sa benissimo che nessuno crederebbe a tutto quello che sta subendo e, da lettrici e lettori, ci troviamo in una posizione difficile: tifiamo per lei e vorremmo tanto vederla scappare da lì, ma dobbiamo anche capire perché per Cora sia quasi inconcepibile. È stato doloroso, da scrittrice, intrappolare un’altra donna in una situazione così tremenda?
Sì, è stato incredibilmente doloroso. Anche se credo che, accompagnando Cora nella storyline di Gordon Jr, sono riuscita a comprendere meglio perché non riesca ad andarsene. A ogni snodo mi ritrovavo a pensare, Ecco, finalmente può scappare, adesso ci siamo. Ma poi riflettevo sulle potenziali reazioni di Gordon e ogni volta spuntava un nuovo muro che le costruiva davanti, un nuovo livello di controllo. Potevano essere gli abusi fisici e l’isolamento sociale, poteva privarla della sua indipendenza finanziaria o mettere in discussione la sua sanità mentale, poteva minacciare di portarle via i figli… diciamo che mi è sempre sembrato un sollievo potermi rifugiare negli altri due filoni narrativi, in cui la vita di questa famiglia offre più speranza – anche se gli ostacoli non mancano mai.
Perché hai scelto di lavorare su un intervallo temporale di 7 anni?
Seguiamo questa famiglia lungo un arco di 35 anni e ho saputo, sin da subito, che mi sarebbero serviti dei salti temporali piuttosto ampi, in modo da poter incontrare le versioni di questo bambino a intervalli ben scanditi, focalizzandoci con precisione sui momenti emblematici che lo plasmano, sia durante l’infanzia che nell’età adulta. C’è anche una teoria, ho scoperto, secondo cui il corpo umano si rinnova completamente seguendo cicli di 7 anni e mi è parso un buon punto di riferimento per un romanzo che, almeno in parte, parla anche di trasformazione.
Bear, Julian e Gordon crescono in tre ambienti molto diversi, determinati dalla reazione iniziale del padre. Anche negli scenari peggiori, la possibilità di costruire una “comunità” e di trovare sostegno diventa un pinnacolo di speranza. Cos’è la famiglia, allora? La vera speranza si può trovare nelle famiglie che ci scegliamo, nelle circostanze che decidiamo di creare per noi stessi?
La famiglia, nel romanzo, assume moltissime forme. Alcune sono più convenzionali – due persone che si innamorano e si costruiscono una vita insieme – ma mi è anche piaciuto scrivere di famiglie d’elezione, o di un nucleo in cui si stringono legami tra generazioni radicalmente diverse, o di una vicinanza che nasce da una passione comune. A parte il matrimonio di Cora, credo che la speranza e la gioia si possano trovare in ciascuna di queste configurazioni, per quando disordinate o imperfette siano.
Alcuni personaggi ricoprono un ruolo centrale nella vita di Bear/Julian/Gordon mentre, in altre iterazioni, sono presenze più evanescenti. Hai pianificato tutto sin dall’inizio o hai deciso strada facendo chi includere nel “cast” in maniera più incisiva?
C’era ben poco di scolpito nella pietra, all’inizio, anche se sapevo di voler giocare con l’idea che una decisione singola, come il nome da dare a un bambino, potesse influenzare quali persone diventeranno fondamentali per noi. C’è un personaggio che si chiama Lily e, in uno dei filoni della vita di questo bambino, lui si innamora di lei. In un altro, invece, le infligge un danno gravissimo. In un terzo, poi, le loro traiettorie si sfiorano a malapena.
Bear, Julian e Gordon imboccano strade separate, ma tutti e tre crescono con una paura molto radicata – o, almeno, con un dubbio fondato: siamo destinati a diventare come nostro padre? Mentre Bear e Julian rifiutano radicalmente questo scenario, per Gordon Jr è molto più complicato. All’inizio lo disprezziamo, in un certo senso, perché si schiera dalla parte del padre – il soggetto “potente” nella dinamica di famiglia -, anche se non dovremmo giudicare un bambino per le strategie di sopravvivenza che adotta…
Credo che Gordon Jr subisca una manipolazione atroce da parte di suo padre, che finisce per usarlo come un’arma. Non ha il pieno controllo sulla sua bussola morale e fa alcune scelte discutibili. Da adulto non può cambiare quello che ha fatto, ma ha la possibilità di decidere chi essere e come inserirsi nelle vite degli altri, da quel momento in poi. Non credo che abbia necessariamente il diritto di ottenere il perdono delle persone che ha ferito, ma trovo che ci sia della speranza, nel consentirgli di essere giudicato dal mondo per l’adulto che sceglierà di essere.
Sei sempre stata una “Florence” o c’erano altre possibilità? Per dire, io sono una Francesca ma dovevo chiamarmi Isotta – che qua da noi è un po’ meno comune. 🙂
Mi piacciono molto sia Isotta che Francesca – sono entrambi dei bellissimi nomi. Io sono sempre stata una Florence. Vorrei poter dire d’aver preso il nome dalla città, ma la verità è che mia madre, durante la gravidanza, aveva visto The Magic Roundabout, un cartone francese in stop-motion, e si era innamorata di questa Florence, un personaggio con delle scarpette bianche coi lacci.
Non si scrive (e non si legge) ma in uno spazio vuoto e indago sempre con grande curiosità le influenze altrui sul processo creativo. Libri, musica, film… cosa ti ha aiutata o ispirata durante il lavoro su Tre nomi?
Oh, adoro questa domanda. E sì, concordo in pieno.
Qualche esempio.
C’è un verso di Dancing in the Dark, una canzone di Bruce Springsteen, che dice “I check my look in the mirror / Wanna change my clothes, my hair, my face’. Mi sono resa conto, scrivendo, che continuava a girarmi in testa. Dopotutto, è una sensazione con cui sia Gordon Jr che Julian si ritrovano spesso a lottare.
Poi c’è Maya Angelou, che ci porta in posti scomodi, con i suoi libri. Da lettrice, però, mi ha sempre fatto sentire avvolta in una specie di bozzolo protettivo. Non so come ci riesca, ma credo dipenda dal calore e dalla bellezza delle parole che sceglie. Ci penso spesso – a come si possa trovare un equilibrio tra luce e oscurità.
Se anche a voi andrà di cercarlo, trovate Tre nomi in libreria. Grazie a Florence Knapp per la pazienza e la gentilezza e a Garzanti per averci messe in contatto.
Orbene, con George Lucas qua si fa un film a volume. Roche e Hopman hanno dedicato la prima “puntata” delle Guerre di Lucas – in libreria per Bao Publishing – alla travagliata gestazione di A New Hope, mentre questo secondo libro si concentra su The Empire Strikes Back.Visto che è già stato raccontato da dove arrivaLucas e da quali premesse cultural-immaginarieè partita la saga di Star Wars, il passo dell’Episodio IIè decisamente più spedito, anche se sempre ricchissimo di gustosi retroscena, meticolosissimo nella ricostruzione e disegnato con dinamico puntiglio.
Se il primo film era stato un salto nel buio, dimostrandosi contro ogni ragionevole pronostico un successo fuori scala rispetto a qualsiasi altro fenomeno cinematografico, a Lucas tocca ora l’ingrato compito di replicare un clamoroso risultato senza sacrificare visione creativa e senza finire al manicomio. Le difficoltà produttive erano state incredibili, sia sul fronte delle riprese che delle tecnologie (spesso messe a punto da zero) e anche per l’Impero i piani sono ambiziosi e le incognite innumerevoli. Lucas sa che gioverà a tutti quanti non averlo alla regia – e se si limiterà a guidare la sceneggiatura, senza firmarla in prima (e unica) persona – ma delegare non è semplice e ancora peggio è tutelarsi a livello economico, riuscendo comunque ad assicurare alla produzione un budget astronomico e l’indipendenza dagli studios, sempre mal tollerati per la loro avidità e per non aver creduto all’istante nel potenziale di Star Wars. È un po’ rancoroso, Lucas, e non mi sento di biasimarlo.
Quel che ho apprezzato in entrambi i casi è la visione complessiva del processo che Roche e Hopman ci restituiscono. Non c’è solo l’aneddotica simpaticona sui capricci degli attori, per dire, ma si cerca di ricostruire l’atmosfera del set insieme alle rogne pratiche, che vanno dalla gestione dei costi a come animare il pupazzo di Yoda. C’è, specialmente in questo secondo episodio, il cammino di trasformazione di Star Wars in una specie di multinazionale dell’intrattenimento fatta di contenuto – i film – ma anche di licenze da vendere. Smorza il sogno? Forse si, ma lo riporta anche a una dimensione di maggiore realtà, quella di una proprietà intellettuale che sta in piedi grazie alle storie ma pure sfornando una quantità spropositata di pupazzetti. Lucas, che gli autori tendono ancora una volta a non santificare, ne emerge come una figura sempre tormentata e lì lì per farsi calpestare dal suo stesso universo, ma anche come un creativo che vorrebbe fare dei soldi per inaugurare un modo nuovo per concepire il cinema e per accogliere idee un po’ più bizzarre della media. Ce l’ha fatta? Chissà. Ma intanto l’impero ha colpito ancora……. e si è espanso a dismisura, continuando ad affascinarci ancora oggi.
Non mi aspettavo un romanzo nuovo di Bianca Pitzorno e mi pare quasi superfluo parlarne perché cosa volete che vi dica di Bianca Pitzorno a parte EVVIVA LA POSSIAMO ANCORA LEGGERE MA CHE ASPETTATE MICA VI SERVE LA MIA BENEDIZIONE. Per me potreste procedere con La sonnambula senza ulteriori indugi, ma se vogliamo far bene i compiti, possiamo sfarfallare un po’.
La nonna di madama Pitzorno era una ritagliatrice di articoli di giornale, notizie e annunci curiosi. A Sassari, a fine Ottocento, c’era parecchio da ritagliare ed è da quella collezione stramba e curiosa che arriva la nostra sonnambula del titolo. Da intendersi come veggente, sensitiva e/o medium, una donna che offriva servigi di “magnetismo” alla cittadinanza è esistita davvero ed è da quella precisa inserzione pubblicitaria che Pitzorno è partita per costruirle attorno una storia rocambolesca, un’affezionata clientela e un arsenale di strategie a metà tra buonsenso, blanda menzogna e indubbie doti empatiche.
Un po’ come nel Sogno della macchina da cucire, la vita della piccola città sembra un eterno slalom tra scheletri nell’armadio e belle facce da esibire in pubblico, pettegolezzo e dolori intimi, disastri privati e reputazioni da preservare per cavarsela all’interno di una rigida struttura gerarchica. Chi ha i soldi ma non ha il nome, chi ha il nome ma non ha l’umana decenza: tutti dovrebbero conoscere il proprio posto e guai a sgarrare. Ed è qua in mezzo – e in numerosi altri piccoli centri che tendono a preoccuparsi delle medesime cose, in Sardegna come nel continente – che si muove la prodigiosa Ofelia Rossi, né “signora” né popolana.
La sonnambula di Pitzorno ha avuto per necessità molti nomi e non è priva di autentiche doti divinatorie… solo che non si manifestano a comando e non di certo per le 5 lire che le vengono corrisposte per un consulto. È una donna in fuga e un’anima intelligente che meriterebbe la felicità, una sposa troppo giovane e sprovveduta e una vittima che prima della rivincita o della giustizia ambisce a una vita pacifica e sicura. Non sa di essere portentosa, date le circostanze di partenza, ma si dimostra magica più per volontà e autonomia che per le doti simulate con cui si guadagna da vivere, assestandosi in un’indipendenza perennemente minacciata ma davvero rivoluzionaria rispetto a quella – scarsissima – che possono vantare le sue clienti, per quanto altolocate.
La sonnambula – in libreria per Bompiani – è una storia degna di un feuilleton e, come un buon romanzo a puntate, c’è qualche lungaggine che poteva serenamente restar fuori, ma il congegno complessivo incrocia coincidenze e identità celate per far posto a un sentimento che cresce risoluto – senza dimenticare che sì, è bello tifare per un doveroso lieto fine. Godetevelo, insomma. È un polpettoncino di rara e magistrale atmosfera. E produrrà nei vostri cuori coraggiosi più di una palpitazione.
Conor Niland, irlandese, ha militato nel tennis professionistico per due decenni buoni, raggiungendo i migliori risultati verso il 2011, epoca in cui la triade dei prodigi – Federer, Djokovic, Nadal – marciava già piuttosto spedita. Ecco, scordiamoci queste vette d’eccellenza, perché il nostro Niland appartiene a un altro tipo di catena alimentare e l’aspetto interessante diQuasi farcela – uscito in origine col titolo di The Racket e appena approdato in libreria in Italia per Mondadori, con la traduzione di Francesca Cosi e Alessandra Repossi – è proprio questo.
Cresciuto in una famiglia in cui il tennis era già diventato una mezza carriera per la sorella maggiore, Niland ha raccolto il testimone con onore e caparbietà ma si è confrontato da subito con un nutrito ventaglio di limiti strutturali, tra federazioni fondamentalmente inesistenti e coaching che già ai tempi appariva quantomeno raffazzonato. S’è arrangiato sempre, Niland, ma facendo costantemente una gran fatica.
Da adolescente aveva fatto un giretto all’accademia di Bollettieri, decidendo però di non trattenersi da quelle parti e perdendo, forse, un treno fondamentale. Ai tempi come adesso, infatti, i debutti solidi sono anche precocissimi e da subito i Junior vengono coltivati e accompagnati da strutture organizzative quasi militari – c’è chi ce la fa e chi non si dimostra un buon investimento e scompare, ma la “macchina” può sempre contare su schiere di nuovi aspiranti. Niland ha continuato a giocare entrando nel circuito dei college americani e da lì ha remato per anni nel purgatorio dei Futures e, se proprio girava bene, dei Challengers. E se l’è cavata, in estrema sintesi, da solo.
Gli entourage sterminati, i calendari ben pianificati, i gran soldoni, gli sponsor generosi….. sono la norma per i giocatori di punta, ma il movimento tennistico globale è fatto di tantissima gente che viaggia due giorni per perdere al primo turno in un torneo di terza fascia in Uzbekistan, senza manco andare in pari con le spese. Chi glielo fa fare? Il sogno crudelissimo della vittoria, la speranza indistruttibile di poter (ancora) migliorare e di riuscire a conquistare un posticino nel tabellone principale di uno Slam. Di vivere un giorno – o magari anche una partita sola – come vivono i Roger, i Rafa e i Nole di turno, che sui quei campi sono attesi come eroi, stelle irripetibili e galline dalle uova d’oro.
Il memoir di Niland contiene alcune inevitabili pedanterie, ma la visione d’insieme che si guadagna è franca e anche piuttosto “salubre”, mi viene da dire. Siamo abituati ai racconti gloriosi, ai successi mitologici, ai traguardi fuori scala….. ma dove crediamo di andare, in fin dei conti? Niland ammette con dignità più di un limite, ma lo si legge e segue con crescente rispetto. Il tennis è per i geni, per i masochisti, per i pazzi e per gli sgobboni.Ma per tutti, senza distinzioni, è e sarà sempre uno sport struggente. Ed è da quel lato della rete lì che abitano le storie che vale la pena ascoltare.
In Quello che possiamo sapere – qui da noi in libreria per Einaudi nella traduzione di Susanna Basso –, Ian McEwan spacca il mondo in due.Da un lato c’è il presente dell’accademico che ci invita a seguirlo nelle sue ricerche e, dall’altro c’è il tempo abitato dai soggetti meticolosamente frugati. Si studia il 2014 – un passato per noi recente – da un lontano 2119, epoca ipotetica in cui quel che poteva andar male è già andato male. Il volenteroso Metcalfe, filologo specializzato nella letteratura e nella cultura del blocco 1990-2030, abita in un futuro di continenti sommersi e umanità sparpagliata, di equilibri politico-economici stravolti da un Grande Disastro. A produrlo son state sia le pessime decisioni dei governanti che il disinvolto superamento dei limiti della decenza sul fronte climatico e ambientale.
Metcalfe e i suoi contemporanei – compresi gli studenti che s’iscrivono senza troppa convinzione al corso che anima insieme alla compagna, anche lei accademica prediluviana – nutrono una fascinazione ambivalente per il periodo 1990-2030. Lo vedono come un’età magica in cui il benessere era ancora diffuso e si campava facendo meno fatica, ma giudicano anche con intransigente severità quegli antenati sciatti, egoisti e poco lungimiranti che hanno spianato la strada alla catastrofe globale. Che contributo alla creatività può aver dato della gente simile? Cosa si scriveva? Cosa si leggeva? Come si stava insieme? Che valore si può attribuire allo spensierato escapismo di quel tempo?
Con le biblioteche traslocate su picchi montani e in luoghi impervi – nella speranza di proteggerle da un altro innalzamento delle acque -, McEwan regala a Metcalfe un antico mistero da risolvere. E anche una fissazione che gli invade la vita. Un celeberrimo poeta di quel bel mondo perduto lì, infatti, ha composto una “corona” per festeggiare il compleanno della moglie. L’ha declamata a cena davanti a un gruppetto di amici e stop, nessuno ha mai più avuto l’opportunità di leggerla o di trovarla pubblicata da qualche parte. E ritrovare la “Corona per Vivien” di Francis Blundy diventerà la missione definitiva di Metcalfe.
Il coraggioso filologo ha qualche pista da seguire e, soprattutto, ha avuto modo di farsi un’idea che ritiene attendibilissima sia sui coniugi Blundy che sul circolo di amici e parenti che hanno presenziato alla fatidica e irripetibile lettura. McEwan gli fa raccontare per filo e per segno cosa è riuscito a ricavare dalla sovrabbondanza di fonti disponibili in un’epoca in cui un autore affermato sfornava libri a cui seguivano recensioni, apparati critici, conferenze e interventi filmati. Visto che l’autore affermato e i suoi sodali sono anche delle persone inserite in un contesto di comunicazioni che pian piano si avviano a una capillare digitalizzazione, però, da spulciare ci sono anche diari, lettere, e-mail, messaggi. Ed è proprio sul confine tra pubblico e privato che Metcalfe scava con disperata insistenza. Ci propone una ricostruzione biografica della parabola di Vivien e di Blundy, ma è evidente che qualcosa manchi. È quello, l’altro modo che McEwan sceglie per spaccare in due il mondo:c’è “l’idea” di Blundy e Vivien, ma cosa vogliamo saperne, in fin dei conti? La verità è quel che affiora o va cercata altrove? Come le terre sommerse del presente di Metcalfe, anche i soggetti della sua ricerca e le loro motivazioni più autentiche sembrano riposare sul fondo limaccioso di un abisso di mistificazioni, inganni e segreti.
Il romanzo ci offre un’attrezzatura completa da palombari ed è lì che ci trascina, con l’eterna promessa di un capolavoro poetico da riportare all’asciutto – magra vittoria nella desolazione che tocca ai discendenti di quella generazione felice e irresponsabile. Quella che sembra una pura indagine accademico-letteraria si trasforma in una sorta di tremendo giallo relazionale e ci ricorda che anche quello che può passare per un purissimo esercizio artistico arriva da un fondo scuro di contraddizioni e trappole fatte di corpo, mente e futuri spazzati via da accidenti imprevedibili.
Jordan non si chiama Jordan ma per scoprire il suo vero nome bisognerà arrivare all’ultima pagina. La battezzano così Sam e Yash, i due studenti più appassionati, promettenti e anche immanicati del suo corso di Letteratura al college. In un campus pieno di dormitori pulciosi e alloggi traballanti in condivisione, loro abitano nella bellissima casa di un professore che s’è preso un anno sabbatico e si spacciano volentieri per due personaggi da romanzo. Jordan in quella casa ci finisce in qualità di “Daisy” di Sam, che l’ha invitata a uscire in circostanze meno sfarzose di quelle che avrebbe potuto garantirle un Gatsby. Quel che conta, però, è sempre il filtro letterario che si sovrappone alla vita, la narrazione che sull’esperienza si può costruire.
Sam e Yash sono diversi ma affiatatissimi. Il loro è un rapporto quasi fraterno, un’alleanza solida come solo quelle dei vent’anni, forse, riescono a sostenerci e a modificarci, prima che l’età adulta ci cementi in una forma meno volatile. Jordan si ricava uno spazio in questo microcosmo, che la affascina e la accoglie. Vorrebbe scrivere ma vorrebbe, anche, che quel tempo felice e terribile di grandi possibilità ancora spalancate non finisse mai. Ma è un limbo che ha una data di scadenza – un po’ perché il tempo passa e ci si laurea e un po’ perché Sam, a ben vedere, non è materiale da Grande Amore.
Poveraccio, eri spacciato in partenza, mi viene sinceramente da dire a Sam. Yash è ingegnerizzato da Lily King – che porta Cuore l’innamorato in Italia per Fazi, con la traduzione di Manuela Francescon – per produrre un certo tipo di romanticismo dolente, di fascino pieno di maliconico umorismo. E ve l’ho fatta lunga, ma il triangolo amoroso ve lo promettono direttamente in bandella, quindi abbiamo poco da girarci attorno. È interessante, seguire un amore che sboccia mentre l’imparaticcio precedente muore, ma il libro allunga il passo e complica le cose, trasportandoci verso un futuro che si nutre di quello che è andato storto e del molto che è rimasto in sospeso, di quello che si sceglie di seppellire per andare avanti con la propria vita.
Non sempre, nel mondo vero, si ha la possibilità di chiudere i tanti cerchi che gli anni lasciano in sospeso e il fatto che King regali questa facoltà a Jordan è uno degli elementi più struggenti e visibilmente orchestrati del libro – fin troppo, probabilmente, perché serve un drammone fuori scala perché la resa dei conti funzioni davvero. Si rende onore a un sentimento antico, che inevitabilmente irrompe in una vita che si era consolidata attorno a nuove certezze e a nuove felicità e non si può fare a meno di chiedersi dove abiti davvero il cuore più autentico dei personaggi. È meglio amare, perdere e ricominciare o amare, perdere e scoprirsi incapaci di dimenticare?
È un bel libro, innegabilmente incalzante, che rende giustizia alla confusione elettrizzante del primo amore che illumina tutto quanto – e ogni tanto acceca o ci sorprende quando non ci sentiamo ancora all’altezza. La seconda parte del romanzo, per me, è un po’ furbacchiona e molto calcata. Pecca di eccessivo mestiere, mi viene da dire, di ricerca troppo palese dell’effettone, della reazione emotiva. Qualche tragedia in meno avrebbe dato man forte alla squadra dei sentimenti immani, mantenendoli in un perimetro di credibilità maggiore. Ma potrei essere io, che non ho esperienza di congedi così significativi.
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