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tegamini

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Evviva, arrivano i cefalopodi!
[La prendo larga, ma approderemo dove dobbiamo approdare.]

Se volete capire meglio come funzionano i polpi – ma pure le seppie e i calamari – e fare un tour guidato giù per un ramo assolutamente unico dell’albero classificatorio delle bestie, bussate con fiducia al signor Peter Godfrey-Smith:

Ma si possono anche guardare cose, che passano un po’ tutte dallo stesso tema centrale: esseri umani addolorati o incasinati che riscoprono come stare al mondo facendo amicizia – passatemi l’immagine – con un polpo.

Trailer: Creature luminose
Tratto dal romanzo di Shelby Van Pelt, Creature luminose / Remarkably Bright Creatures è la storia di un polpo in cattività che dimostra una spiccata parzialità per due persone che fan le pulizie all’acquario – e che hanno una montagna di rogne loro da risolvere. Ho pianto tutta l’acqua del mare, credo.

My Octopus Teacher: Oscar come miglior documentario e riflessione sull'ecosistema marino - blog - blog.greenthesisgroup.com
My Octopus Teacher – che in italiano è diventato Il mio amico è in fondo al mare – è un documentario, invece. C’è un polpo libero, in natura, che viene importunato da un sub afflitto. Anche qui ho singhiozzato senza ritegno.

A che serviva questa mini-introduzione?
A dire che anche La stagione dell’acquario di Anne Cathrine Bomann – uscito per Iperborea con la traduzione di Eva Valvo – lavora sul medesimo schema relazionale tra le persone “incastrate” e i polpi, recuperando la riflessione ricorrente sul dentro/fuori, prigionia/libertà, isolamento/legame.
Il perché si perseveri nello scegliere i polpi come interlocutori – e non le cernie, le triglie, il gambero mantide o il cetriolo di mare – è una faccenda complicata, ma credo dipenda dalla ricerca della reciprocità. Reagiamo istintivamente alle creature che s’accorgono di noi, che dimostrano un tipo d’intelligenza intenzionale e in qualche modo interpretabile secondo i nostri parametri. Perché? Perché siamo dei poveracci e dei megalomani, tra le altre cose. E amiamo chi pensiamo ci ami e ci veda.

Se al polpo di Remarkably Bright Creatures si attribuiscono per ragioni narrative delle doti quasi oracolari, il polpo che incontra Vigga, la protagonista di Bomann, tende a farsi un po’ di più gli affari suoi, producendo un rimescolamento interiore che resta maggiormente a carico di chi lo guarda dalla parte “asciutta” del mondo.

C’è una giovane donna che non ha mai saputo comunicare con le altre persone che galleggia da un lavoro che disprezza all’altro. Vigga ha una sola amica sul pianeta e, per sintetizzare, non prende bene il fatto che quest’amica preziosissima arrivi all’improvviso ad annunciarle una gravidanza. Ma come, e io? Che ne sarà di me. Anche tu mi abbandoni? Perché tutti vanno avanti, costruiscono qualcosa, creano e progrediscono lasciandomi da sola nelle retrovie?

Sarà lavorando all’acquario cittadino – l’ennesimo impiego in cui non crede e che è sicura di mollare – che Vigga scoprirà una bizzarra affinità col resident-polpo, una femmina strutturalmente impossibilitata a incontrare i suoi simili ma sorprendentemente disposta a lasciarsi avvicinare da lei.
Sarà specchiandosi in una creatura che per radicale separazione dalle altre, solitudine e disparatissima essenza le ricorda la sua, di condizione, che Vigga muoverà i primi passi in un presente destinato a cambiare… e riuscirà a percepirsi parte di un’idea più grande di “natura”. Conserverà il suo sguardo peculiare, ma si scoprirà anche capace di puntarlo, finalmente, un cicinin più in là del suo ombelico.

È una storia dall’andamento rarefatto ed essenziale – perché accompagna in maniera coerente il punto di vista “straniante” della protagonista. Non brilla per virtuosismi o chissà quali squarci d’illuminazione esistenziale, ma qualche ventosa che usiamo per appiccicarci alla paura di restare fossilizzate riesce a scollarla. Ai polpi, secondo me, non interessa. Anche se sanno aprire i barattoli e ogni tanto ci concedono, loro malgrado, l’onore di ammirarli.

Dunque, di Clara Dupont-Monod avevo già letto Adattarsiun romanzo SBUDELLANTE che potete approfondire/recuperare qui – e l’ho poi ritrovata quest’estate in una veste completamente diversa. Grande ammirazione per chi sa produrre metamorfosi letterarie, giuro.
E devo anche ammettere – non senza un certo imbarazzo – che fin qua il mio massimo grado di avvicinamento alla progenie di Eleonora d’Aquitania e del Plantageneto è stato rappresentato dal Principe Giovanni e dalla fugace apparizione di re Riccardo Cuor di Leone in Robin Hood della Disney. E no, questo Plantageneto non è il Plantageneto che se la prendeva con Mel Gibson in Braveheart.

Ma cosa accade qua. Dupont-Monod battezza Eleonora d’Aquitania come sua fiammeggiante protagonista e affida al suo figliolo prediletto – quel Riccardo passato alla storia come Riccardo Cuor di Leone – la cronaca della sua vita. Tra storia, opportuna finzione e immaginazione al servizio del sentimento, La rivoltain libreria per Clichy nella traduzione di Tommaso Guerrieri – è sia una parabola di famiglia (assai illustre e battagliera) che un ripescaggio dall’ombra di una figura regnante di rara ambizione, caparbietà e capacità.

Che sia il figlio a raccontarci la madre – e a farsi testimone del potere della sua ferrea volontà – è triste e ingiusto, ma anche specchio della “leva” esecutiva limitatissima di cui Eleonora poteva concretamente disporre. O, per lo meno, è la spiegazione che mi sono data io sulla gestione del punto di vista.
Sposa di Luigi VII di Francia, piantato poi per maritarsi con il temibile Plantageneto, Eleonora scopre ben presto che i ragionamenti strategici e le promesse lasciano il tempo che trovano. Erede al trono d’Inghilterra e, grazie a lei, anche re del territorio più florido di Francia, il Plantageneto estromette Eleonora dalla sua Aquitania… e Eleonora non la prende bene. Saranno i figli avuti col Plantageneto – e opportunamente disposti sulla scacchiera – a vendicare la tremenda ingiuria e a scatenare una sollevazione che disordinerà terre, regni e legami di sangue.

Eleonora è una madre, una prigioniera, una minaccia e una fortezza. Emerge qua come una creatura magnetica e inafferrabile, sconosciuta anche ai suoi affetti più vivi e invariabilmente memorabile. Dupont-Monod maneggia la storia il tanto che basta a non disorientarci, ma la forza di questo romanzo è sicuramente lo scavo intimo – quello che le fonti non possono raccontare ma che, senza dubbio, è bello intravedere qua, tra una picca e un’armatura pesante, tra un tradimento imperdonabile e un potere che mai sposerà la giustizia – perché per qualcuno, molto semplicemente, non è previsto che ce ne possa essere.

L’erede di un casato baronale di Calacte, in Sicilia, si insedia finalmente nel palazzo di famiglia, lascito faticosamente guadagnato a suon di sberloni giurisprudenziali. Storico per sacra vocazione, il cavaliere sta cercando di assemblare un compendio “valido” degli accadimenti cittadini, ma anche di interrogare le sue radici – più nebulose e indefinite di quanto gradirebbe. Quando si imbatte in una stanza segreta nella pancia della dimora – il gabinetto di scrittura settecentesco del barone suo antenato – dovrà confrontarsi, suo malgrado, con l’idea stessa di “verità” storica…

Il dispositivo narrativo che Maria Attanasio utilizza per La Rosa Inversa (Sellerio) – e che le occorre sia per imbastire uno splendido intrigo popolato da gesuiti caduti in pubblica disgrazia, massoni iperattivi, alchimisti e donne che un po’ dribblano il convento e un po’ fanno penitenza per convenienza – è in realtà un commento colto e mimetico al tenace potere della propaganda. 
Attanasio fa scovare in biblioteca al suo cavaliere a Calacte – pseudonimo prescelto per Caltagirone – la relazione sordida e sensazionalistica di un delitto di grande rilevanza simbolica, rimasto insoluto. Il romanzo riempie i vuoti e attribuisce un percorso e una “backstory” all’apparenza solidissima allo scellerato gesto….. che però è una fake news bella e buona. La relazione c’è e ha circolato, ma come anche Attanasio scoprirà – lì per lì con un certo disappunto -, è stata costruita a tavolino da una tipografia pontificia di Bologna per soffocare gli entusiasmi popolari che dai Lumi francesi – con annessi sovrani decapitati – rischiavano di dilagare anche dalle nostre parti.

Insomma, conte Cagliostro a parte, Attanasio costruisce un congegno narrativo verosimilissimo ma fantasioso che si innesta su un’altra menzogna strumentale. Che lo faccia oggi, pur maneggiando materiale settecentesco e ricostruendo l’atmosfera di conflitto pubblico di quel tempo, non può che confermare la longevità e la presa “perenne” dell’invenzione che serve una tesi o una posizione precisa. È un’avventura erudita, questo libro, ma è anche un’indagine attualissima sulla post-verità e sul panorama informativo che abitiamo nel presente, l’era definitiva della manipolazione e del paradosso.

È il cinquantesimo libro che negli ultimi anni prende un quartetto di amiche o sorelle che si paragonano e/o si ribattezzano PICCOLE DONNE? Esatto. Bisognerebbe piantarla? Per quanto mi riguarda sì – e da un pezzo – ma in questo frangente non rappresenta un fattore invalidante. Le Piccole Donne di Holly Bourne sono un durevole nucleo che si assembla all’università e che tiene botta nonostante il tempo che passa e la vita che cambia. Diventano, in Molto felice per te – in libreria per Heloola con la traduzione di Rachele Salerno -, un sistema di “classificazione” per raccontare le diverse facce del rapporto con la maternità.
Possiamo delegare a queste quattro la totalità delle potenziali iterazioni del concetto? Direi di no e sarebbe anche improbabile pretenderlo, ma sono funzioni utili e Bourne le architetta per generare la maggior conflittualità possibile, oltre che per commentare – tra solidarietà e satira – cosa succede quando ci confrontiamo, nel presente, con il grande continente dei figli. Sono volutamente molto calcate? Temo di sì – e spesso si cede al rischio di ridurle in macchiette, anche se la dinamica generale fa il possibile per stemperare.

Quello che apprendiamo subito è che in una giornata insolitamente torrida, in una villa bizzarra in mezzo alla campagna inglese, è scoppiato un incendio di notevoli proporzioni. Nella villa era in corso un baby shower. Incidente? Atto deliberato? Semplici cretine o velenose criminali? Le quattro principali indiziate sono ovviamente le Piccole Donne, che rispondono all’incirca a questa configurazione: c’è quella distrutta dai primi nove mesi di vita del suo bambino, quella che di figli non ne vuole e sta investendo ogni energia nella carriera, quella che combatte una caparbia infertilità e s’affida al pensiero magico e a Pinterest e quella all’ottavo mese che pare baciata da tutte le fortune del mondo ma chissà se è vero.

Pensiero Magico organizza per Gravida il baby shower che tanto le sarebbe piaciuto poter organizzare per il suo, di lieto evento, e da lì tutto va a ramengo. La Madre Provata non esce di casa e non dorme da nove mesi, Girlboss preferirebbe badare al primo lancio importante della sua agenzia letteraria, fa un caldo incredibile, Gravida trova grottesco e ODDIO TROPPO BASICO tutto quello che Pensiero Magico ha messo in piedi per lei e tornano pian piano a galla rancori millenari, meschinità, insensibilità reciproche e ingratitudini imperdonabili. Chi ha il pane non ha i denti e chi ha i denti non ha il pane, siamo cambiate troppo, non siamo cambiate insieme, non ci riconosciamo più e nessuna è mai stata presente per le altre al momento giusto o per le ragioni giuste, nessuna mi capisce. Catastrofe, scleri, uomini in prevalenza non pervenuti, decisamente troppe copertine di mussola, traumi e fiamme.

Bourne sviluppa la narrazione affidando ogni capitolo al punto di vista di una Piccola Donna, in un’asimmetria percettiva che fa emergere sia quanto ciascuna sia prigioniera del suo microcosmo individuale ma anche quanto sia difficile ammettere che no, non ce la stiamo cavando bene. Perché una madre non è solo una madre, è la distanza che la separa da come dovrebbe funzionare una madre perfetta. Una donna in carriera non è solo quello che costruisce, è quello che le manca perché rifiuta di votarsi alla famiglia. Una donna che vorrebbe dei figli ma non ci riesce non può essere solo una vittima dell’inspiegabile, è fallimento e perdita di scopo. La si mette giù un po’ alla carlona, è vero, ma nell’intreccio di tutte queste discrepanze – tra cosa si spera e si desidera individualmente e cosa è codificato come lecito, “normale” e corretto – che crepita il fuocherello di questo quadrangolo di punti di vista. Potrebbero passare per egoismi che viaggiano su binari distantissimi, ma spesso convivono tutti insieme nella medesima donna, nel mondo reale.

Che la storia del romanzo prosegua per alternanze di punti di vista – con ogni voce che trova modo di “spiegarsi” e di illuminare anche quello che le altre non sanno o non dovrebbero sapere – rende il libro mosso e amico della curiosità. Non solo vuoi sapere chi ha dato fuoco alla casa, ma aspetti con impazienza anche che comincino a volare gli stracci – e Bourne ci gioca molto bene. Anche senza volerci far su delle analisi sociologiche, è un libro che marcia spedito anche se qua e là è vittima della sua stessa formula: l’abbiamo capito che queste quattro devono rappresentare un “tipo”, fai più storia che prosegue e meno “ti rispiego chi sono”, apriamoli un po’ questi recinti dell’iper-caratterizzazione a tesi.
In generale? Gustoso. Non so quanto dovremmo augurarci l’immedesimazione, ma Bourne è abbastanza volpacchiotta da fornire appigli in abbondanza. E non per dare ragione alla Gravida, ma la pignatta a forma di vulva non si può proprio tollerare.

Uscito nel 2025 nel vasto mondo anglosassone, Tutte le mattine di Sybil arriva qua da noi per Rizzoli nella traduzione di Giuseppina Oneto – e con un publishing, specialmente sul fronte del titolo, che confesso m’avrebbe acchiappata poco, senza il poderoso clamore estero che ha accompagnato il libro e che ha contribuito a farlo finire nel mio listone disordinato di guarda un po’, poi lo leggiamo.

La caratteristica più spiccata da segnalare, qui, è la struttura epistolare. È una storia che assimiliamo leggendo la posta della signora Sybil, settantenne che vive da sola in una casetta probabilmente fatta di marzapane in una cittadina del Maryland. È in pensione da un pezzo – ha lavorato come cancelliera, in simbiosi con un giudice molto stimato -, il suo ex-marito dimora in un altro continente e i figli sono grandi e altrettanto proiettati nel vasto mondo. Lei non è di temperamento avventuroso, ma da una vita intera scrive lettere a chiunque e quell’abitudine, che si sovrappone alla sua stessa identità, continua a sostenerla e ad aiutarla a governare le relazioni con gli altri esseri umani. A noi è dato scavarci in mezzo – leggendo quello che spedisce e, quando occorre, anche quello che riceve – per farci un’idea man mano sempre più definita della sua interiorità, del suo passato e dei rapporti con gli altri personaggi, vecchi e nuovi.

Lo spauracchio più pressante che incombe sulla signora Sybil è la perdita della vista, che s’affaccia all’orizzonte con la promessa di privarla dell’indipendenza e di una quotidianità fatta di confini molto chiari. Solo le lettere possono andare e venire, in questo microcosmo chiuso – e capire come mai la signora Sybil sia così guardinga, stanziale e all’apparenza inflessibile fa parte del giocone che il libro apparecchia per noi.
C’è qualcosa che è andato storto e che continua ad avvelenare il presente, ma Virginia Evans ha tutte le ragioni per farcelo scoprire pian piano. Sybil, scegliendo con cura come raccontarsi, cosa insabbiare e cosa esternare, costruisce di fatto una realtà che le pare possibile abitare. S’impiccia, con una cortesia intransigente, si ritrae, timorosa di rivelarsi vulnerabile. Si vieta legami e speranze, perché crederci può costare caro e, ormai, le pare d’aver fatto quel che doveva fare, nella vita. Che altro dovrebbe capitare a una signora che ha superato i 70?

La struttura è di certo il punto di forza – e le rivelazioni o i ribaltamenti di “versione” tengono viva la curiosità. Il fatto che quest’ossessione così duratura e piacevolmente anacronistica per la corrispondenza trovi anche una spiegazione in una sorta di forma mentis personale della signora Sybil è fonte di sollievo, perché non lascia a penzolare nel nulla la “forma” del libro e riduce la componente di vezzosità e stravaganza della scelta, che un po’ furbetta poteva sembrare.
Bisogna anche dire che la ricerca dell’effetto e dei nostri potenziali piantini è molto evidente nella traiettoria di Sybil e che, forse, bastava pestarci su un po’ meno. Se cercate un garbuglio interpersonale da ricostruire e un incoraggiamento a uscire dal guscio, però, resta un libro che fila via bene e sollecita anche una certa speranza nel domani, nella redenzione e nel conforto che possono donarci gli altri, pure se noi istintivamente ci crediamo poco. Andrete a procurarvi una risma di carta da lettere? Chissà! I francobolli si comprano ancora in tabaccheria? Non ne ho la più pallida idea.

In Un breve soggiorno all’inferno di Steven L. Peck – tradotto da Stefano Ternavasio per Blackie Edizioni – si scopre che l’aldilà è amministrato dallo zoroastrismo e che chi non aderisce già a quell’inquadramento lì finirà d’ufficio in uno dei numerosi inferni possibili. Noi facciamo esperienza dell’inferno assegnato al nostro protagonista, modellato su un racconto di Borges, La biblioteca di Babele. La biblioteca contiene tutti i potenziali libri composti o componibili in ogni luogo e tempo e te ne puoi andare solo se trovi quello che racconta la tua storia. È plausibile trovarlo? Giammai.

Il poveraccio di cui condividiamo la sorte vaga per EONI in questo luogo sterminato, uniforme e asettico (in cui non si può manco morire per davvero). Ci sono altre anime erranti, che esprimono con grande dovizia le innumerevoli sfaccettature dell’erosione interiore e della follia innescata dal tedio assoluto e dalla mancanza di prospettive. Si tenta disperatamente di ricostituire ordini sociali e relazioni umane, si fa di tutto per occupare il tempo in un posto che esiste oltre la dimensione del sopportabile e dell’intellettualmente comprensibile. Come se non bastasse, sfogliando e sfogliando volumi, i penitenti si imbattono solo sporadicamente in una parola o in una frase di senso compiuto – te pensi: che bello, un’eternità a leggere capolavori in una biblioteca senza fine! E invece no, nella prodigiosa connotazione combinatoria della biblioteca i libri contengono quasi solo roba che pare scritta da un gatto che cammina sulla tastiera – sajs71)/?©@.€/773shsuHuBsiCOSÌ INSOMMA.

A parte il terrore che l’eternità e l’infinito generano in automatico nei cuori e nelle menti dei mortali – più o meno dotati di fede -, la radice del problema sta nella presenza dichiarata di una via d’uscita, che però è ingegnerizzata per concretizzarsi in un’illusione di raro sadismo. L’inferno è la speranza che muore perché mai e poi mai ci si trova nelle reali condizioni di afferrarla.
Che malessere. Che magone. Che paura, signor Peck. Ma chi me l’ha fatto fare. Idea stupenda e fertilissima? Certo. Ci vivrei? Ma manco dipinta.

Un libro! Un pesce spada! Una macchina fotografica! Un temporale! Una medusa! Un asino!
Basterebbe questo elenco all’apparenza sconclusionato per arrivare al cuore di Principio metà fine di Valeria Luiselli – tradotto da Tommaso Pincio per Einaudi Stile Libero, ma propenderei per un approccio meno criptico.
Quel che sappiamo è che c’è una scrittrice che approfitta dell’ottimo riscontro internazionale ottenuto con i suoi libri per cambiare aria dopo una separazione impervia. Insieme alla figlia si dedica a una forma di nomadismo che è insieme fuga e ricerca – dell’ispirazione, di un nuovo centro e di un equilibrio che le pare perduto. Accolta in Europa da editori esteri di ogni dove, decide a fine tour di stabilirsi per un po’ a Catania, nell’appartamento lasciato temporaneamente libero da un amante musicista. La Sicilia, scopriremo con immane sollievo, non è solo una cornice pittoresca ma il luogo d’origine della sua famiglia….. e il posto destinato a far incontrare la mitologia “privata” da cui discende con la mitologia “canonizzata” che fa da base a tutte le storie del mondo.

A fare da nume tutelare all’impresa – insieme a un mondo naturale in subbuglio -, c’è il dio Proteo, mutaforma sfuggentissimo e “oracolo” capace di vedere il tempo come un grande impasto fluido. Ma come Proteo diventa interpellabile solo dopo aver compiuto tutta la catena delle sue trasformazioni, anche la scrittrice e la sua bambina dovranno dar senso a quello che trovano lungo la strada e cambiare pelle per immaginarsi in un futuro nuovo. Pare un casino, ma non lo è: Proteo viaggia con loro in uno zaino, immortalato su un frammento di mosaico che un’indomita bisnonna tombarola ha rinvenuto proprio lì in Sicilia. Capiremo cosa l’universo si aspetta da noi se saremo capaci di riportare Proteo a casa sua? O mai, in questo mondo, possiamo aspettarci di catturarlo davvero?

È un libro di vastissima intelligenza “architettonica”. Luiselli ci porta a spasso travestendo la storia da bozza in corso di compilazione e, appunto dopo appunto, raccorda un presente di smarrimenti personali e incombenze quotidianissime con una dimensione antica, simbolica e misteriosa. Forse somiglia proprio a un mosaico da dissotterrare, questo libro. Si sente la terra vecchia – che Luiselli veste di tutti i prodigi aggiuntivi che le occorrono – e ci si guadagna una visione del disegno complessivo spennellando con attenzione. Nessun dettaglio va sprecato, perché in fin dei conti le grandi rivelazioni ce le inventiamo noi, riordinando e trovando un senso a quello che ci capita. Lo sappiamo fare perché ce l’hanno insegnato i miti e, anche se non in tutte le case c’è una piastrella di Proteo, tutte le famiglie si nutrono di un’epica minima che le tiene insieme. Di fronte alla catastrofe, a vincere sarà l’innocenza tenace di una bambina che spera d’aver decifrato il volere del destino.

 

Qua conviene produrre un gemellaggio tra il primo e l’ultimo libro di Nothomb che ho letto. Non tanto perché si staziona in tutte e due i casi in Giappone – ce ne sono altri tre, se non sbaglio, che ci fanno gravitare lì – ma perché raccontano la stessa parentesi temporale da due punti di vista diversi: Stupore e tremori è vita lavorativa, Né di Eva né di Adamo è vita umana*. Entrambi sono, però, storie di dissonanza, disomogeneità e scelta deliberata della posizione più scomoda – che in fin dei conti coincide spesso con un’idea incontenibile di libertà e di rottura rispetto alle aspettative.

Stupore e tremori* Un po’ a livello generale e specialmente pensando al Giappone, mi trovo meglio a non considerare il lavoro come un sottoinsieme della vita ma proprio come una roba che richiede una personalità apposita e altri schemi di funzionamento.

Comunque, facciamo un ripasso rapido di Stupore e tremori, intanto che ci siamo. Qui troviamo il devastante e tragicomico disfacimento di un’impiegata occidentale che cerca di districarsi in una MEGADITTA giapponese, soccombendo con caparbia inventiva e inanellando una tampa dopo l’altra. Un auto-sabotaggio magistrale. Fa molto ridere. Fa una gran paura.

E che accade in Né di Eva né di Adamo? Qualche tempo prima di lasciarsi divorare dalla megaditta, una giovane Amélie torna in Giappone con l’intento di chiamarlo di nuovo casa e di farsi in qualche maniera riconoscere dal posto in cui aveva passato i suoi primi anni. Parla bene giapponese? Non troppo. I giapponesi pensano che lo sappia fare? Figuriamoci. Loro parlano altre lingue? Poca roba – e hanno troppo timore degli insegnanti per far domande in classe, si scoprirà. Che fa per tirare su due soldi ma anche per inserirsi di nuovo nel flusso delle relazioni quotidiane? Si propone come insegnante privata di francese e trova un allievo della sua età che, con esasperante cortesia e una flemma OVER9000, farà del corteggiarla l’unica vera occupazione della sua esistenza.

Né di Eva né di Adamo - Amélie Nothomb - copertinaStare insieme a Rinri si dimostrerà una sorta di palestra intensiva di mediazione culturale, un esperimento felice e un enigma continuo. Lei non capisce perché la perfezione totale di lui le metta più ansia che serenità e lui, finché può, si gode il languore del limbo universitario, unica parentesi in cui i giovani giapponesi – ci dice Nothomb – possono cincischiare un po’ dopo l’ordalia dell’istruzione obbligatoria e delle selezioni precocissime. Lui, che tecnicamente ha già fallito, può prendersela comoda in una facoltà meno competitiva e scaldare i motori in vista del mondo del lavoro “vero”. Insomma, mai più gli ricapiterà di avere tutto quel tempo a disposizione e così pochi doveri.

Non vi spoilero le vicissitudini relazionali – anche perché in una storia fatta d’aneddotica, di atmosfera e di comparativismo linguistico, pure, è in quel che fanno i giovani innamorati che vi conviene andare a cercare una trama, se proprio vi preme – ma voglio farmi dar ragione dal nostro Rinri sul tema della divisione del tempo e di come lo occupiamo vivendo. Amélie gli chiede, per fargli fare un po’ d’esercizio col francese, cosa gli piace di più fare. E lui le dice che gli piace giocare. A cosa? Non si sa, il concetto non si traduce e sta in piedi da solo. Giocare e basta. Giocare a niente. Giocare a tutto. Giocare, per Rinri, è pensare a come riempire del tempo privo di obblighi, compiti e scadenze. È stare al mondo senza pretese. Godersi il vuoto, prima di essere sopraffatti. Proteggere la pace. Divertircisi dentro, contemplarla. Amélie alza la mano per proporgli il “nostro” concetto di otium e s’accorge, ormai impiegata a tempo pienissimo alla megaditta, che un giapponese educato al culto del lavoro lo padroneggia molto meglio di lei. Come volete che vada a finire, questa storia d’amore? Che dobbiamo fare noi, signora Amelia, che il giocare di Rinri lo possiamo mettere in pratica nelle frattaglie residue del nostro presente e raramente possiamo far leva sulla purissima fuga?

John Patrick McHugh è simultaneamente un gran volpone e anche uno che mette molto bene le cose in chiaro, sin dal titolo. Fine primo tempo – il suo romanzo d’esordio, in libreria per Heloola con la traduzione di Bianca Rita Cataldi – racconta una fase di passaggio, la fine di un capitolo e il limbo confuso che ci separa dal successivo. E, visto che il protagonista fa (anche) il volenteroso difensore in una squadra di calcio gaelico, la scansione temporale sportiva risulta appropriatissima. L’intervallo che attraversiamo – che Sally Rooney, grande amica del McHugh, forse avrebbe battezzato più volentieri Intermezzo – è quello tra la scuola e l’università, gli amori pasticciati e i sentimenti da coltivare, il presente da figlio e il futuro da giovane uomo indipendente e, per tirarci dentro tutto quanto, l’adolescenza e il gigantesco CHISSÀ della vita adulta.

Ma cos’è che succede? John sta aspettando i risultati degli esami finali per capire che università potrà permettersi di seguire e passa l’estate a lavorare in un albergone per turisti e a guadagnarsi un posto da titolare nella squadra dell’isola. I suoi si stanno separando, sua sorella si deve sposare, lui è un groviglio di apprensioni e di spaesamenti, senza più troppi punti di riferimento – al di là dei quattro soliti amici – e senza piani o ambizioni solide da seguire. Sa all’incirca di volersene andare, ma non è ancora capace di immaginarsi altrove e l’opportunità di inventarsi da capo il futuro è più fonte d’inquietudine che spinta propulsiva e risoluta.
E l’amore? È un enigma – e un’occasione perfetta per tradire di continuo il proprio cuore. La dinamica tra John e la sua collega Amber mi ha ricordato moltissimo Normal People: non ci si ama rispondendo solo a quel che sentiamo ma ci si ama in un contesto che può deformare tutto, specialmente se il coraggio di doversi sincerità è ancora in fase di costruzione. John si vergogna di Amber, è dispostissimo a credere solo al peggio (per quanto privo di fondamento possa essere) e vorremmo insultarlo ogni tre pagine, per quanto è coniglio. Il fatto che sia anche profondamente terrorizzato dalla sua stessa inettitudine è sia un’attenuante che un’aggravante e finisce che tocca a noi vergognarci del poco credito che troviamo legittimo concedergli. Sembra tutto plausibile? In fin dei conti sì, perché John non capisce niente e la sua inopportunità, la sua goffaggine, il suo continuo fraintendere e la disperazione con cui cerca un appiglio è roba che può esserci capitato di attraversare. Sarebbe bello ricordarsi solo i trionfi, ma è anche inanellando cretinate che si diventa grandi – per quanto ammaccati ci si arrivi.

Se siete in cerca di conclusioni risolutive l’isola di John potrebbe non fare per voi. Se vi va di affrontare una trama che funge da dichiarato pretesto per riprodurre un’atmosfera e un terrificante momento di passaggio vi conviene cominciare a fare dei giri di campo, che c’è da accaparrarsi una maglia e tutti sono sulle tribune a fare il tifo, anche se magari piove e faticherete a vedere più in là del vostro naso.
La vita comincia davvero quando si smette di pensare a che effetto facciamo sugli altri e si bada solo a doversi un po’ di fedeltà? Ce lo auguriamo di cuore, McHugh. Anche se forse non si ci si arriva mai.

Allora, facciamo che dell’adattamento cinematografico di Project Hail Mary ne parliamo quando vado a vederlo – nonostante Ryan Gosling campeggi sulla copertina – e qua pensiamo al libro, che è gustoso e matto, oltre che ben inseribile nel recente filone dell’affettuoso rinascimento spazial-umano. Ciao, Artemis 2.

Andy Weir è un narratore che s’intende di gente sola (e più o meno alla deriva) nello spazio o su pianeti non ancora contaminati da una nostra presenza “strutturata”. Il problema scatenante, qui, è la scoperta di un microrganismo che pare nutrirsi dell’energia delle stelle. Fantastico, c’è vita nel cosmo! E invece no, perché se questi “astrofagi” ci mangiano il sole e ne attenuano la luminosità vuol dire che gli ecosistemi terrestri finiranno a gambe all’aria e noi, in sintesi, moriremo di fame e/o torneremo all’età della pietra (dopo esserci vicendevolmente sterminati per contenderci delle risorse ormai esigue). La catastrofe incombe! MA LA SCIENZA PUÒ SALVARCI – anche se intende affidarsi a eroi improvvisati!

Un professore di scienze delle medie, per fortuiti incastri e un audace passato da ricercatore – carriera finita nel cesso perché ha litigato con tutti e gli han dato dello squinternato – si trova a studiare questi astrofagi e guadagna una posizione privilegiata nella task-force globale che sta faticosamente provado a mettere in piedi una missione per salvare la Terra. Noi lo apprendiamo dalla quarta di copertina e man mano anche da quello che si ricorda e riesce a ricostruire il professor Grace, che all’inizio del romanzo è effettivamente a bordo di una navicella sofisticatissima ma non sa neanche più come si chiama – le gioie del coma indotto, a quanto pare. Quel che intuisce con chiarezza è che lui nello spazio non ci voleva andare, non è di certo un astronauta e la missione ha tutta l’aria di essere stata concepita come un eroico suicidio senza biglietto di ritorno. Mal comune mezzo gaudio, però, perché nei pressi dell’unica stella che è stata contagiata dagli astrofagi ma non si sta miracolosamente spegnendo c’e un altro vascello che galleggia nel vuoto del cosmo….. AMAZE AMAZE AMAZE. Sì, è un’adorabile CIT.

In uno scenario utopico – in generale e ancor di più nel momento presente – l’umanità si coalizza e diventa intelligentissima per salvarsi la pelle. La ricerca e le sue applicazioni spalancano un orizzonte di sfolgorante speranza, ma sarà un legame d’amicizia che trascende le distanze galattiche a rendere concretamente possibile l’impensabile. Weir, che ci tiene tantissimo a farci sapere che se l’è studiata bene, non ci risparmia formule, biologia molecolare, esperimenti minuziosi e nozioni termodinamiche che io, son sincera, non ho la struttura neurologica per comprendere e che ho subito con la paziente rassegnazione che ha caratterizzato gli anni del liceo. Nonostante l’ordalia, il romanzo prevede anche spiegazioni spicciole che permettono pure a noi minorati fisico-matematici di afferrare i passaggi fondamentali e, soprattutto, non tralascia gli aspetti relazionali, lasciando pure baluginare la curiosità autentica che credo accompagni la ricerca scientifica.

Insomma, Project Hail Mary è un’avventura con catastrofe incombente, dilemmi, crisi d’identità e un buon senso dell’umorismo. E può contare su un lavoro più che dignitoso in termini di struttura. C’è da sospendere tutta l’incredulità che vi resta, ma personalmente trovo più plausibile conversare con un sasso alieno che risolvere un integrale, quindi pochi problemi. E il finale è MOLTO TENERO. Fantascienza scaldacuore? Ebbene sì.  

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Altre informazioni che potrebbero rallegrarvi:
– esiste un pupazzo di Rocky
– esiste la maglietta con scritto AMAZE AMAZE AMAZE
LEGO vuol farvi costruire la Hail Mary