Author

tegamini

Browsing

pistrine

Se ti tagli una tibia, cadendo da un gradino come una voluminosa oca, ti ritroverai seduta per terra con in mano un flacone d’acqua ossigenata e la testa affollata da ricordi e domande. Ti chiederai se i giganteschi frammenti di calza rimasti intrappolati nella ferita finiranno per scatenare una cancrena che provocherà l’amputazione del tuo utile arto, appena sotto il ginocchio. Ti chiederai anche, sempre che la gamba si salvi, se ti rimarrà il segno. Ti chiederai se devi in qualche modo intervenire nel processo di cicatrizzazione o se il tuo unico incarico sarà di non rompere le balle, lasciando che la natura faccia saggiamente il suo corso. Ma più di ogni altra cosa, ripenserai alle eroiche piastrine di Esplorando il corpo umano.

Un buon 90% di quel che so del mio organismo e di quello del mio prossimo si fonda su Esplorando il corpo umano. Non ne vado fiera, ma neanche mi vergogno. Mi vergogno solo di non aver mai avuto la santa pazienza di montare tutto lo scheletro, quello sì. Un giorno, non si sa come, lo stomaco è andato perso e da lì è iniziato lo sfacelo. Scapole ciondolanti, piedi al contrario e via così, non c’era più motivo di continuare. Nonostante la sconfitta modellistica, videocassette e fascicoli hanno plasmato la mia giovane mente, trasformandomi in una venticinquenne che ancora si immagina i mitocondri come dei fornetti a legna e i neurotrasmettitori che corrono di qua e di là con le pergamenine in mano. Ed è una cosa bella, perchè quando salta fuori una sana idea divulgativa, il sapere trasmesso riecheggia sereno nell’eternità. E da questa affermazione potremmo quasi generalizzare che Piero Angela non può morire, ma non è il momento.
Comunque, si parlava delle piastrine di Esplorando il corpo umano. Neanche alle Termopili si è vista una dedizione pari a quella delle piastrine di Esplorando il corpo umano. Se ci pensiamo bene, tutti gli altri abitanti dell’organismo svolgono sì il loro lavoro con impegno, ma un po’ come facciamo anche noi. Ci si lamenta, si trascinano i piedi, si sbuffa se c’è da faticare più di tanto, si guarda con insistenza l’orologio, si va dai colleghi a raccontare quanto stiamo lavorando e si fa a chi è più esausto, ci si iscrive a competizioni sulla profondità dell’occhiaia e cose del genere. Tornando al sistema circolatorio, esempio lampante e innegabile di questo diffuso malcostume è il Globulo Rosso Grasso. Un po’ sempre, ma soprattutto quando trasporta anidride carbonica, il Globulo Rosso Grasso è di una pesantezza inaudita. Non fa un micron senza infliggere ai globuli circostanti un preciso resoconto di quanto sia spossato, demotivato, scazzato,  infelice ed esaurito. Di quanto gli pesi l’anidride, di quanto voglia arrivare ai polmoni il prima possibile, perchè così non gliela fa più, perchè lui è grosso e quindi gli mettono sulla schiena più anidride degli altri e lui non se la merita, tutta quella roba da portare in giro e insomma, morirà secco di fatica. E basta, Globulo Grasso, hai vicino il Globulo Vecchio, che ha millemila anni e inciampa nella barba, ma si sobbarca la sua anidride senza fare tante storie, e che sarà mai, mica c’è in giro la leucemia, cammina e taci, trombone lamentoso che non sei altro.

Ecco, da una piastrina non si avrà mai e poi mai un comportamento da Globulo Grasso. La piastrina è al mondo per salvare tutti gli altri. La piastrina darà la mano alle altre piastrine per costruire un ponte o tappare una falla o sottrarre un vaso sanguigno dal collasso… e lo farà con gioia, lo farà con allegria ed efficienza, si arrampicherà e incastrerà finchè il solido muro di piastrine, con tutte le loro faccine ben disegnate una ad una diventerà una campitura rossa indistinta e vorrà dire che la singola piastrina non esiste più, ma è diventata una molecolina inscindibile in una cosa più grande e nobile.  E mi ricordo che da piccola, quando finalmente si creava questo impenetrabile muro indistinto e il corpo era salvo, mi mettevo a piangere a dirotto davanti alla tv. Piangevo forte per le eroiche e anonime piastrine, che si sacrificavano col sorriso sulle facciotte tonde, agitando le cinque sei o quante mani sono, perdendo se stesse senza sentire uno straccio di grazie, perchè quello era il destino della piastrina, creata per compattarsi alle altre e proteggere tutti dal dissanguamento.
Insomma, tutto questo sta capitando sulla mia tibia tagliuzzata.
Proprio lì… e ora sono molto commossa.

Da un punto di vista antropologico e linguistico, cercare casa può essere avvincente. Il mercato immobiliare è una di quelle realtà dove regna sovrana l’asimmetria informativa, dove tu vai a parlare con persone intrepide, impermeabili alla vergogna e al ritegno, persone che con olimpica flemma riescono a dirti che il rognoso monolocale di quindici metri quadri che stai visitando non è un monolocale, bensì un delizioso e modernissimo open space. E ti diranno anche che oltre al microonde, nello squisito e piccolo loft – anzi, “intimo” piccolo loft – ci sono sia lavatrice che lavastoviglie. Al che, ti guarderai speranzosamente in giro, ma lì per lì, incassati sotto al lavabo, questi preziosi elettrodomestici non li vedrai da nessuna parte… ma ti verrà presto detto che non ci sono perchè si trovano dov’è naturale che siano: alla fine dei tuoi avambracci.
Ma non tutto è viscido e subdolo. C’è speranza. E soprattutto, c’è comicità involontaria.

Il bilocale di Giulio Verne
In stabile anni 60 piano alto luminoso ottimo alloggio mq 80 composto da ingresso 2 camere tinello cucinino bagno. Doppia esposizione termoascensore.
Steampunk is not dead!

Alloggio per democristiani
Centralissimo ma molto silenzioso piccolo loft-ampio mono/bilocale circa 40 mq.
I padroni di casa che non vogliono deludere nessuno sono i migliori. Questa casa è un Transformer. E’ un monolocale, è un bilocale, è un loft, è un loft piccolo, è un monolocale ampio, è qualcosa che farà la mitosi per te, è una chimera dell’architettura moderna, è un non-luogo, è tutto quello che gli chiederai di essere. E anche di più.

Quell’allure cosmopolita
Appartamento non arredato di mq. 100 circa composto da: ampio ingresso, 2 camere, sala, cucina abitabile, bagno (sdoppiato alla francese).
Ah, fare la spola tra il cesso e il lavabo, sentendosi un po’ nella ville lumière. Ah, sgranocchiare macarons, contemplando il fascino inarrivabile di un bidet che non esiste. Ma poi, perchè chiamare una cosa con un nome francofono quando poi in Francia non c’è, il beneamato bidet?

Mr Scrooge
Richiedesi affidabilità economiche.
e anche
Richiedesi referenze economiche dimostrabili.
Perchè io sarò anche uno che costruisce frasi scorrette e poco scorrevoli, ma non sono un pezzente schifoso. Sono uno sgrammaticato possidente.

Maniglione antipanico
In interno cortile pedonale con ricovero biciclette, primo piano rialzato, porta blindata, inferriate alle finestre.
Vorrei precisare che il ricovero biciclette è in un bunker sotterraneo, con riconoscimento impronte digitali e scanning della retina all’ingresso. In caso di bisogno, l’appartamento è anche dotato di riflettori con lenti intercambiabili, per proiettare nei cieli il segnale d’emergenza del supereroe più indicato. Perchè non bisogna far fare a Batman una roba da Spiderman.

Scout e campeggiatori
Affittasi al piano rialzato monolocale con zona notte soppalcata e bagno interno; l’immobile è arredato senza zona cottura ma con frigorifero.
La gente disinformata e razzista disprezza chi si fa i Quattro salti in padella. I quattrosaltisti sono derisi da tutti quelli che non li mangiano, soprattutto dai coglioni qualsiasi che si sentono dei Gualtiero Marchesi in terra e che indossano il grembuile da cucina come i crociati con l’armatura. Questo qua, che affitta una roba dove non c’è nemmeno il fornello, è sicuramente un detrattore dei cuochi della scuola del surgelato. Avrà pensato, capirai, uno che può spendere solo 310 euro d’affitto che vuoi che si cucini, l’anatra all’arancia? Il dodo in carpione? Le crespelle d’anguilla tirolese? Figurati, si comprerà degl’infimi surgelati Selex – anche perché, nota bene, i Quattro salti costano quanto un trapianto di cornea, se ci pensiamo bene – da sbattere in una padella col teflon grattato, che fa male e che lo uccideranno lentamente, surgelato dopo surgelato: una morte orribile, come si merita. E allora sai che ti dico, ti metto il frigo col freezer, ma non ti metto il fornello, per schernirti, così impari, analfabeta alimentare. Dai, dai, voglio vederti adesso, inquilino del cazzo.

Godzilla… rhooooarrrr
99º piano. centro storico, Centro-Crocetta, Torino.
Le ipotesi sono svariate. Il palazzo di novantanove piani in pieno centro a Torino è invisibile. Il palazzo di novantanove piani è in realtà la Mole Antonelliana – e per soli 500 euro mensili ci puoi vivere dentro. Ma anche, il palazzo di novantanove piani nessuno l’ha mai visto, ma c’è davvero… e i condoni edilizi hanno fatto più danni del previsto.

E tutto questo solo oggi.

 

Beluga_premier.gov.ru-3

La rubrica revival definitiva.
I pensierini delle elementari, direttamente dal quaderno (uncensored, con strafalcioni e mega-parole usate a caso).
Perchè non è mai troppo presto per essere surreali.

***

16 novembre 1994
Riassumo il racconto a pag.116-117 del libro di lettura intitolato “La lotta per difendere il proprio piccolo”

In pieno oceano, sotto il circolo polare, pioveva ininterrottamente da tempo. Era uno di quei giorni di mare lungo, che le balene e le orche odiavano tanto, perchè soffrono di mal di mare.
Una balena ondeggiava lentamente, spossata, tenendo tra le pinne il suo piccolo. Cercava per lui dei mari calmi per insegnargli a nuotare.
A un certo punto apparve un’orca. La balena aveva paura, perchè sapeva di cosa erano capaci le orche. La loro strategia era di infastidire le balene e di morderle sotto la gola per costringerle a emettere un suono, a questo punto si avventavano sulla bocca delle balene e strappavano loro la lingua. Così loro se ne andavano tristi e mute per i mari senza poter più dire nulla.
L’orca era già a poca distanza dalla balena e dal balenottero, quando a un tratto dietro a un’onda si profilò il beluga, il grande delfino bianco.
L’orca si tuffò per cercarsi un nascondiglio, ma il delfino le aveva già tagliato la strada, e con un guizzo rapido la raggiunse e le morse la coda. La lotta fu aspra. Ma dopo poco ritornò la calma: il corpo ferito dell’orca ondeggiava trasportato lontano da un’onda.
La balena ringraziò commossa il beluga che aveva salvato il suo piccolo.
Il beluga raccomandò alla balena di non far prendere freddo al balenottero e la madre rispose che finchè rimaneva stretto a lei non correva rischio di raffreddarsi. Così si separarono e ognuno andò per la sua strada.

 

A casa mia c’era snobismo, quindi non si aspettava Babbo Natale ma avevamo Santa Lucia, una portatrice di regali di nicchia. E io credevo a Santa Lucia con una fervida, incrollabile e cieca fede, cieca almeno quanto lei.

Fondamentalmente, ci credevo così tanto perchè non avevo ben chiari i meccanismi dell’economia di mercato. Esempio lampante: ero una bambina convinta che il bancomat regalasse i soldi, ma allo stesso tempo non riuscivo a dare un valore a quello che c’era nei negozi, che mi sembrava assolutamente fuori dalla nostra portata. Di conseguenza, non era plausibile che ricevessi tutti quei giocattoli in una botta sola senza un aiuto sovrannatural-divino… tutti quei giocattoli avrebbero rovinato noi e la nostra discendenza, rendendo arida la terra, sterili gli armenti e secche le fonti.
Il fatto è che il denaro mi trascinava nella più assoluta confusione.

Gli arti di innumerevoli creature terminano con piedi o zampe di diverse e fantasiose conformazioni.  Dita prensili, unghie, zoccoli, pinne deambulanti, pollici che si oppongono o che concordano con lo status quo, cuscinetti morbidi e polpastrelli più o meno carnosi portano a zonzo bestie belle e brutte sin dall’alba dei tempi, senza fanfaronate e clamore. O almeno, questo era quanto capitava un bel po’ prima che l’uomo decidesse di attribuire proprietà quasi mistiche ai propri piedi, coltivando con dedizione  una capacità del tutto aliena agli altri abitanti del globo… la capacità di sviluppare una serissima, smodata e duratura tradizione di feticismo per le estremità inferiori dei suoi simili. Bene, a quanto pare, tutto questo può capitare benissimo anche alla sula dai piedi azzurri. Anzi, la sula fa di meglio, la sula vive per vantarsi dei propri piedi.
Parliamone.
In questa nuova – e sempre istruttiva – puntata della rubrica CULT “Gli animali ti guardano”, ci occuperemo di un volatile così completamente immerso nella venerazione della propria variopinta palmipedosità da rivaleggiare – in scioltezza e senza nemmeno sudare, tipo Roger Federer – con esseri umani patologicamente fissati. Dopo l’apologia dell’alpaca e l’accorata inchiesta sul fragile equilibrio emotivo del narvalo, arriva finalmente il turno di un nuovo e paradossale animale: la sula dai piedi azzurri, un infausto incrocio tra Quentin Tarantino – meno il genio – e Forrest Gump – meno poesia e dolcezza. Insomma, quel che resta è un ammasso di penne, tessuti fotonici e demenza assoluta.

nb. l’immagine non è stata in alcun modo alterata con arguti e sofisticati software

La pecora è una bestia utile, ma fino ad oggi non sapevo quanto. E’ stato un cretino di Wild – trasmissione mirabilmente condotta da Fiammetta Cicogna – a spalancarmi gli occhi su abissi d’orrore ancora inesplorati. Bear Grylls appartiene alla deplorevole categoria di avventurieri che i produttori di documentari-spettacolo paracadutano su zone impervie allo scopo di offrire al famelico e sedentario pubblico un succulento collage di imprese schifose, potenzialmente (ma non abbastanza) letali e del tutto prive di senso. Qua, ho avuto l’ardire di assistere a questo Bear che va a sopravvivere in mezzo a una brughiera irlandese.
Cos’ho imparato? Per campare, serve una pecora morta.

Dopo il glorioso debutto in sella al morbido alpaca sputacchione, nell’attesissima seconda puntata della rubrica “Gli animali ti guardano” ci occuperemo – con la consueta perizia e accuratezza etologica – dell’elusivo e voluminoso narvalo… una bestia che, al contrario dell’unicorno, non ha avuto la buona creanza di rimanere entro i confini della mitologia.

narvalo

Il monodon monoceros – unico cetaceo dal nome ragionevolmente associabile all’espressione gotta catch’em all – popola le deprimenti, scure e gelide acque nelle vicinanze del Polo Nord e può raggiungere i cinque metri di lunghezza, zanna esclusa. La conformazione conica, la quasi totale assenza di pinne dorsali e lo scarso sviluppo delle pinne natatorie contribuiscono a far somigliare il narvalo a un gigantesco kebab galleggiante.
Ben poco si sa sulle attitudini romantiche del narvalo. Le femmine danno alla luce ogni anno uno o due piccoli, che alla nascita sono già dei silurotti di un metro e mezzo. Ci piace pensare che il corno spunti qualche tempo dopo il parto. Nonostante il loro aspetto poco ergonomico e letale, i narvali sono creature pacifiche e socievoli, fanatiche del feng-shui. La nobile disciplina orientale è infatti l’unico mezzo a disposizione di questi malinconici mammiferi del mare per vivere in branchi di anche centinaia di esemplari senza trucidarsi e impalarsi a vicenda ad ogni cambio di direzione. La qualità che i narvali più apprezzano nei propri simili è la prevedibilità.
Nell’alimentazione, il narvalo può essere equiparato a un qualunque burinazzo umano, arricchitosi torbidamente e in modo spropositato con qualche volgare attività. Il cetaceo, infatti, si nutre essenzialmente di pregiate seppie, calamari giganti ed esosi crostacei.
Per affossare in modo definitivo la propria reputazione, molti studiosi hanno a lungo dibattuto sulla funzione del benedetto corno del narvalo, finendo per morire in disgrazia senza mai essere giunti a una conclusione plausibile. Si pensava che il corno servisse nella caccia, per infilzare altri ignari abitanti dell’idrosfera, ma il narvalo è un nuotatore flemmatico e sonnacchioso, poco incline agli inseguimenti subacquei e palesemente non adatto a trafiggere la preda in velocità – l’avere una pessima mira è infatti la seconda qualità che i narvali più apprezzano nei propri simili e gli esemplari più saggi e amati del branco si dedicano con grande impegno a massacranti allenamenti, allo scopo di peggiorare le proprie capacità di impalare con precisione.
Secondo una teoria forse elaborata da un qualche cavaliere particolarmente attaccato alla propria Durlindana o dal Consiglio Mondiale dei Maestri Jedi,  il corno del narvalo fungerebbe da arma di difesa, in uno scenario moschettieristico cappa e spada. Anche questa teoria è però miseramente naufragata di fronte alla remissiva personalità del narvalo, un cetaceo emo, che sembra attendere di perire di morte violenta con la stessa serena indole dei martiri del primo cristianesimo, porgendo l’altra guancia e scoprendo il costato alle accuminate lance degli aggressori. Non c’è dunque da stupirsi che orche marine, orsi polari ed eschimesi si dedichino con indicibile spasso alla caccia del narvalo. Se ben ci pensiamo, infatti, il narvalo è l’animale perfetto su cui costruire un mirabolante racconto di caccia. Apparentemente mostruoso e arcigno, ma in realtà meno pericoloso di uno scolapasta, il narvalo è facile da uccidere e da morto fa più paura che da vivo. Dunque, chiunque ammazzi un narvalo potrebbe attribuire al gesto connotazioni leggendarie, vantandosi in lungo e in largo al bar davanti a un pubblico ansioso di  essere sommerso di fandonie.
Ma torniamo all’angosciosa diatriba della zanna. Giunge in aiuto, in questa disperata quanto sterile ricerca del significato funzionale del corno del narvalo, un fatto molto semplice: solo gli esemplari maschi sono zavorrati dalla ridicola escrescenza. Di conseguenza, si potrebbe pensare che il corno sia un qualche tipo di richiamo erotico, come accade per cervi, stambecchi, caproni e il resto della cornuta fauna terrestre, che si prende a capocciate per impressionare il gentil sesso. Il narvalo, così come moltre altre specie animali, fa quindi  della propria prorompente escrescenza ossea un mezzo di richiamo per la femmina, che si dirigerà baldanzosa dal narvalo col corno più lungo. Avvallando quest’ultima ipotesi, gli etologi di ogni latitudine sono finalmente giunti, dopo un tortuoso percorso fatto di osservazioni empiriche, coraggiose ipotesi e cocenti smentite, alla scoperta dell’acqua calda.

In conclusione –  e come si può ben osservare nell’eloquente documento fotografico -, il narvalo è un autentico eroe tragico, che lotta strenuamente per far emergere la propria vera personalità: incapace di infliggere crudeltà al prossimo, viene dall’uomo investito del ruolo di giustiziere di animali adorabili, in un trionfo di incomprensione, superficialità ed esecrabile violenza gratuita.
La triste verità è che il narvalo è un mammifero marino tragicamente frainteso.

 

Superwoobinda non mi aveva fatto schifo, di più. L’immondezza estrema di Superwoobinda non risiedeva nel fatto di essere un libro senza senso, o scritto male, o privo di un filo conduttore o di un messaggio. Anzi. Superwoobinda è orrendo e fastidioso proprio perchè è anche troppo chiaro e comprensibile e potrebbe parlare di te come del tuo vicino di casa o del pazzo del palazzo, quello che ha sempre un odore strano, che incontri a orari inconsulti che sale furtivo le scale, con una scarpa slacciata e il maglione mezzo fuori dai calzoni. Credo che se il senso di un libro del genere riesce ad arrivare al lettore, sia quasi inevitabile che susciti repulsione. Perchè per fare schifo, fa schifo. Proprio una stomachevolezza di una certa importanza e quando è finito ti trovi a pensare, cavolo, per fortuna era corto. Insomma, interessante e illuminante, ma spiacevole.

Ecco, La vita oscena no.

Anni prima, eravamo stati in una piscina.
Non c’era quasi nessuno, era il nostro regno. Mio padre, mia madre e io. Abbiamo giocato per ore. Ricordo che a un certo punto decisi di salire su un’altalena. Mia madre mi spingeva da dietro, assieme ridevamo. Io guardavo il cielo del tardo pomeriggio ed era immenso e mi sembrava di poterci cadere dentro.
Cadere nel cielo.
Nell’azzurro infinito.
La più bella paura del mondo.
Poi lentamente l’altalena si è fermata.
Con mio papà e mia mamma siamo andati a prendere un gelato, era buono.

E’ un libro dove chi non vuole morire muore e chi vuole morire non muore. C’è questa idea della morte come di un’entità cretina e vagamente beffarda, che non conosce il tempismo. Si inizia con una famiglia alle prese con il cancro della mamma. Tutti si aspettano che muoia da un momento all’altro, ma muore prima il papà… e tutti non possono che prenderla come un’offesa personale. Dopo un po’, muore anche la mamma. Le cose perdono di significato. Anzi, l’accumulare cose, perde di significato. Tutto rallenta, diventa molto silenzioso e immobile, fa un rumore di ossa che rimane nelle orecchie e che rende impossibile pensare e capire cosa faccia la gente normale, o ricordarsi cosa significasse essere normali. E così, ordini una bombola del gas nuova e fai esplodere la casa. Ma non di proposito, capita perchè nel frattempo stavi cercando di ucciderti in modo meno diretto… e ci stavi quasi riuscendo. Le pagine dell’infanzia sono bellissime e perfettamente azzoppate da un senso di minaccia costante. Per rendere l’idea, sono belle come può essere bello un coniglietto dal pelo lungo che sgranocchia una minuscola carotina seduto in mezzo all’autostrada. Insomma, uscito dalla clinica e curato dalle ustioni, il “narratore” si iscrive all’università. Va a lezione tre volte, spiega fantasticamente che cosa sia la poesia, beve, dorme per giorni e poi va ai giardinetti e compra una quantità pachidermica di cocaina e giornali porno e si chiude nella sua stanza al patronato. Vorrebbe di nuovo tentare di morire, ma viene spinto in avanti da un’energia irrefrenabile, da impulsi allucinati che eliminano ogni capacità di pensare al di sopra della cintura. Tarantolatissimo, esce solo per comprare altri giornali porno e per andare a scopare a pagamento ai quattro angoli della città. Qui c’è un aggrovigliarsi di cose, liquidi, protuberanze, penetrazioni e così via che è preferibile immaginare come un gigantesco polipo viscido che si avviluppa intorno al protagonista e cerca di trascinarlo più sotto del fondo limaccioso del mare. E non si crede davvero che ci sia una via d’uscita.
E’ un libro che ben ritrae l’abiezione umana, il bisogno continuo di consumare, di muoversi, di scacciare lo spazio vuoto. Certo, è spiacevole, quasi com’era spiacevole Superwoobinda, ma ogni frase è brillante come una poesia intera.
Magari non leggetelo mentre mangiate, .

 

Sono assolutamente certa che la rubrica “Gli animali ti guardano” diventerà un MUST. A livello galattico.
Lo scopo di questo inutile agitarsi di dita sulla tastiera è il seguente: divulgare preziose nozioni zoologiche e incoraggiare l’armonia tra le creature.
Ma veniamo al dunque.
L’alpaca.

L’alpaca è una bestia bella, nonostante somigli a un collage di stivali Ugg.
Tecnicamente, è un camelide. Come il lama, la vigogna, il guanaco e la coperta più morbida che avete in casa. È un camelide che rumina e rimescola vegetali in ben tre stomaci. Per non stramazzare, l’alpaca ha bisogno di mangiare almeno un chilo d’erba al giorno, il che non è poi una cosa così esorbitante… ho visto bambini mangiare ben più di un maschio adulto d’alpaca nel pieno del vigore. La saltellante popolazione degli alpaca si divide in due razze, Huacaya e Suri. Visto che non ho la più pallida idea di cosa questa demarcazione comporti, direi di passare dignotosamente oltre.
Visto che sono così pelosi, gli alpaca hanno scelto di vivere sulle Ande peruviane, boliviane e cilene, ad altitudini arroganti di 3.000-5.000 metri sul livello del remoto mare. Da buon animale andino, l’alpaca ha il vezzo di sputare fortissimo su cose e persone, caratteristica che ha spinto l’uomo, sin dall’alba dei tempi, a servirsi del gagliardo e apparentemente innocuo camelide come bestia da tosare e non da cavalcare o da trascinare per chilometri in salita con roba pesante sulla schiena. Non escludo che  qualche stolto montanaro avesse provato a lanciare la moda dell’alpaca da soma. È certo che l’incauto morì sputacchiato.
Se immerso in acqua saponata, l’alpaca non infeltrisce. La sua lana, che può assumere una ventina di colorazioni naturali – tra cui sicuramente il rosa confetto, il turchese, il blu cobalto e il mimetico verde prato -, non contiene la volgare lanolina, sostanza responsabile della legnosità dei maglioni di tutti noi poveri bastardi.
L’alpaca viene tosato a primavera, circa un minuto prima che crepi di caldo sotto il peso del suo manto. Un alpaca maschio è in grado di produrre circa 4 chili di lana all’anno. 4 chili di lana d’alpaca sospetto riempiano uno sgabuzzino di dimensioni ragguardevoli. Costruzioni imponenti sono state erette in prossimità di recinti e fattorie per contenere tutta la lana ricavata dalla tosatura delle greggi. La necessità di questi fabbricati finisce spesso per mettere a repentaglio la redditività di breve periodo dell’allevamento dell’alpaca, costituendo anche una forte barriera all’ingresso di nuovi competitor nel settore. Quindi, l’allevamento dell’alpaca è una faccenda oligopolistica.
Mettere al mondo un mini-alpaca non è affare da poco. Le femmine partoriscono un solo piccolo l’anno, anche perchè la gestazione dura undici mesi e mezzo e resta poco altro da fare, a parte tentare di non morire di noia e cercare di non ruzzolare dalle pendici di qualche declivio. Alla nascita, accolta con belati di giubilo e sollievo – traducibili con “era ora, che diamine” –  i cuccioli sanno già ordinare al ristorante, applicare correttamente il teorema di Weierstrass, assemblare bestemmie composte, risolvere cubi di Rubik, suonare Chopin e sferruzzare variopinti ponchos con lana proveniente dal loro stesso giovane deretano.
L’alpaca non ha nemici nel mondo naturale. Nessuno vuole mangiarli. Nessuno prova gusto nel trucidarli. Nessuno dissemina tagliole per tranciare loro i robusti stinchi. Tutto questo accadeva molte lune fa, quando gli alpaca non volavano.

20131031-203739