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tegamini

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Snapchat è un aggeggio social-piattaformoso che consente alla gente di postare video della lunghezza massima di dieci secondi per raccontare un po’ quello che ne hanno voglia. I video spariscono dopo 24 ore – insieme alla “Storia” quotidiana in cui sono confluiti – e possono essere liberamente commentati da chi li guarda – sempre che l’utente in questione abbia “aperto” i messaggi privati e non vi abbia bloccato. Anche i messaggi spariscono, una volta visualizzati, a meno che non riteniate necessario salvarli – schiacciandoci sopra un dito finché non vi esce SALVATO – o screenshottarli per la posterità. Se salvate sono fatti vostri, se screenshottate si vede.
E fin qua, favola.

fetch

Ma sono tutti in grado di gestire saggiamente la magica possibilità di commentare le storie altrui? 
Non sempre. O non moltissimo. 
Anzi, facciamo così: ci sono margini di miglioramento.
Non so bene come sia accaduto, ma su Snapchat c’è parecchia gente che sembra divertirsi a guardare quello che racconto. Di conseguenza, ricevo moltissimi messaggi ogni giorno. Non è una gara a chi riceve più messaggi, che sia super chiaro. Le gare mi fanno pietà e chi si alza al mattino con il chiodo fisso di ACCUMULARE FOLLOWER dovrebbe stare a letto e ciao.

not happening

Il “moltissimi” messaggi quotidiani che mi ritrovo nella schermatina della chat è un dato propedeutico allo spiegone.
Perché?
Il “moltissimi” ci assiste in due modi.
UNO) mi ha aiutata ad elaborare una casistica piuttosto esaustiva (per quanto soggettiva) sull’argomento.
DUE) le persone non sono sempre in grado di mettersi nei panni altrui su un social che non fornisce indicatori numerici “pubblici”. Snapchat non è Facebook, dove un contenuto è visibilmente accompagnato da MIPIACE esplicitamente conteggiati e da una discussione pubblica. Snapchat permette un’interazione diretta molto ricca, ma non abbiamo idea di che cosa succede “a casa” di chi riceve i nostri commenti. E quasi sempre non abbiamo nemmeno modo di “conoscere” chi è che sta effettivamente parlando con noi – faccenda che, in un contesto di scarsa trasparenza, non può che complicare le cose.
Per rendere la faccenda ancor più incasinata, dirò anche che sono una di quelle persone che risponde pubblicamente a domande che potrebbero essere di un qualche interesse per la collettività (mostrando ai popoli del mondo il messaggio originale e partendo da lì) e che c’è anche una rubrica, che si chiama #LibriniTegamini, in cui consiglio – sempre a beneficio di tutti – libri da leggere a chi me li chiede.

interesting

Alla luce di tutta questa roba veramente estenuante che v’ho raccontato, vorrei dunque offrirvi qualche consiglio molto sereno e sincero per chiacchierare civilmente e allegramente con le gente che vi piace guardare su Snapchat.
Non è una predica, non è un “decalogo del bon-ton di Snapchat”, non è un “se fai così vedrai che starai simpatico a tutti” e non è neanche un VI DICO COME STARE AL MONDO PERCHÉ IO LO SO E VOI SIETE SCEMI. È una fenomenologia – personalissima – di quello che trovo inopportuno e che preferirei non dover vedere più. 
Condividerete il mio fastidio? Bene, mi fa piacere.
Vi sembrerò antipatica e insensbile? Ancora meglio. Vuol probabilmente dire che appartenete alla ristretta fascia di utenti che non sa distinguere un commento carino, spassoso e interessante da una bestialità. E leggere questa roba potrebbe esservi d’aiuto – o potrebbe convincervi a non seguire più quella rompicoglioni di Tegamini. Win-win, insomma.

good friend

Bene.

“Domandare è lecito, rispondere è cortesia”, diceva mia nonna – che in vita sua parlava all’incirca con 14 persone complessivamente. Se diamo la possibilità alle persone di parlarci, è saggio ed educato rispondere alle domande e ai commenti che ci arrivano. Ma il grado di “complessità” e di ricchezza della risposta non è qualcosa su cui vi consiglio di sindacare. Perché è possibile che il vostro commento sia un po’ sciocco o non offra particolari spunti di dialogo. Ed è anche possibile che il vostro commento sia poco educato.

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Ci sentiamo tutti degli irripetibili fiocchi di neve, ma forse sarebbe più opportuno commentare di meno ma commentare quando abbiamo effettivamente qualcosa da dire (rispettando chi ci legge e tenendo presente che la gente non può e non deve perdere tempo dietro alle scortesie).
Esempi.

Inviare un HAHAHAHAHA ad ogni snap di una storia, per un totale di 23 HAHAHAHAHA consecutivi. Mettervi allegria mi fa piacere, ma contenetevi, ve ne prego. Adoro gli HAHAHAHA, ma ne basta uno. Giuro che capirò.

shall we not

Volete delle precisazioni su qualcosa che avete visto?
Non siamo su Depop.
Marca? Negozio? Prezzo? Mi fai la foto dell’etichetta? Non benissimo. E soprattutto, molto spesso, dimostra una scarsa propensione all’ascolto. Se mi compro una cosa bella e mi prendo la briga di farla vedere su Snapchat, è assai probabile che vi spieghi da dove viene e come procurarvela. Se poi volete domandarmi che taglia ho scelto perché non avete idea di come veste quel brand (quesito sacrosanto e dubbio amletico perenne), c’è modo e modo. Ciao Tegamini, quel maglione lo voglio tantissimo anch’io! Ne vale la pena? Veste piccolo o dici che me la cavo con la S? A quel punto, vi risponderò probabilmente con una dettagliata nota vocale in cui vi racconterò pure come si chiama la pecora che ha fornito la lana per quel maglione. Marca? Negozio? Prezzo? Vi risponderò con un monosillabo.

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Approfondire una questione rispondendo volentieri a delle domande poste con educazione è bello e civile, ma non vi autorizza ad utilizzare le persone come un motore di ricerca. Se, ad esempio, vi informo che il rossetto VAVAVOOM lo trovate da Sephora, non chiedetemi di individuare il punto vendita più vicino alla vostra abitazione. Non chiedetemi di decifrare per voi il funzionamento dei resi di Asos. O di mandarvi l’URL di un sito che, se vi interessava così tanto, potevate screenshottare negli snap precedenti. Insomma, se vi interessa sapere qualcosa di facilmente reperibile utilizzando Google per un secondo, non chiedete a un’altra persona di farlo per voi.

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Ma come dobbiamo intendere la faccenda dell’educazione?
Snapchat non è certamente il luogo adatto ad ospitare slanci d’eccessiva formalità – Baronessa Tegamini, anche Voi qui a corte! Qual diletto! Mi rallegro della Vostra compagnia e Vi esorto ad avvalerVi dei miei servigi in caso di periglio o di necessità. Vostro sempre devotissimo. -, ma non deve nemmeno diventare la sagra del cappone ripieno di Campiofiorito.
Un minuscolo accorgimento per partire con il piede giusto? Provate a presentarvi, se è la prima volta che scrivete a una persona – acquisterete all’istante 1000 punti serenità e farete una gentilezza a chi vi legge.
È un po’ che “parlate” con una persona che seguite? Non ci sarà certo bisogno di sciorinare convenevoli ogni volta, ma non date mai per scontato che l’universo intero abbia precisamente in mente chi siete, che numero di scarpe portate e qual è il vostro colore preferito. Siate pazienti, insomma. E mettete gli altri nelle condizioni di capirvi il più possibile.

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Ah, nel “non è educato” inserirei anche la casistica dei maniaci ai giardinetti. Non c’è bisogno di ricevere foto inopportune per aver voglia di unirsi al programma di protezione testimoni dell’FBI. È sufficiente uno sconosciuto che ha la brillante idea di scriverti “vorrei una tua ciocca di capelli per poterti clonare e tenere sempre qua con me”.
Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro.

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Un’altra cosa ESTREMAMENTE spiacevole sono gli utenti che parlano male degli altri. In chat. Con te. Senza che voi abbiate fornito loro alcun appiglio o input.
Un conto è dire pubblicamente “GIANLUIGI NON LO SOPPORTO” e ricevere dei commenti in merito – ve la siete cercata? Gestitevi i “Ma che cazzo dici, Gianluigi è fantastico! Sei una stronza” o i “Gianluigi non piace neanche a me” – e ben altro è leggere, dal niente, una cattiveria gratuita su un’altra persona. Pensate di risultare simpatici? Credete di poter creare una qualche specie di “alleanza” fondata sulla disapprovazione nei confronti del Gianluigi di turno? Siete in cerca di “complicità”? Complimenti, avete appena fatto una figuraccia.

tell her

C’è una persona con cui vi piace chiacchierare e che COL TEMPO avete imparato a conoscere un po’ meglio? Potete provare a condividere la vostra opinione su Gianluigi. Ma scrivere al primo che passa che Gianluigi è un coglionazzo non è saggio, non è piacevole da leggere e, soprattutto, nessuno ve lo ha chiesto. Se dovete proprio parlare di un’altra persona, parlatene in positivo. Altrimenti tacete.

shut up

Non pretendete che gli altri parlino di quello che pare a voi. Vi siete inventati un bellissimo # che state cercando di far girare – con la malcelata speranza, spesso, che giri un po’ anche il vostro nome? Non spammatelo a caso. Tegamini si interessa di libri, unicorni e soprammobili imbecilli? Ottimo! Mandiamole 10 snap in chat in cui la esortiamo insistentemente a partecipare a un # dedicato agli attrezzi agricoli! Tegamini non ha parlato di attrezzi agricoli nonostante la mia mirata segnalazione? Tegamini se la tira!
Caso B.
Tegamini non ha partecipato al mio # dedicato ai libri fotografici sui soprammobili a forma di unicorno? Ma se ne parla sempre di quelle cose lì? Tegamini se la tira!
Nel primo caso non meravigliatevi. Mica a tutti interessano gli attrezzi agricoli. Che cosa vi dovrei dire? Che maneggio la vanga con grazia? Che ne so io di vanghe. Me lo state dicendo solo per approfittarvene, e la cosa non vi fa onore.
Nel secondo caso, invece, è probabile che la persona che vorreste coinvolgere non abbia avuto il tempo di reagire ai numerosi stimoli – anche se pertinenti – che le sono arrivati. O, molto semplicemente, non ha voglia di parlarne. O la vostra richiesta, anche se sensata, era un po’ troppo invadente. Insomma, segnalate quello che vi sembra appropriato, ma non attendetevi matematicamente una reazione. Potreste non essere gli unici, quel giorno, ad aver fatto la stessa cosa.

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Vagamente collegato al punto precedente, c’è la faccenda dell’approfittarsene, soprattutto quando una persona si dedica a sfornare una rubrica in cui si menzionano direttamente altri utenti o si postano richieste in cui il nickname è abbondantemente visibile. Ora, io tendo a non pensar male della gente, ma se mi domandi un libro in chat e io ti rispondo con un suggerimento ben motivato cinque minuti dopo, mi aspetto un “Grazie” o un’eventuale richiesta di ulteriori chiarimenti (“Hai altro da consigliare di questo autore?”, “Ma è molto triste e dici che mi ammazzo a pagina 30?”, “Va bene anche per il mio fidanzato che non è mai uscito dal tunnel dei Librogame?”) e non un “Ma scusa, non mi fai il video pubblico come agli altri?”.

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Una persona ha appena detto che è contenta? Non commentate con un panegirico sull’ineluttabilità del destino e sulla sorte fatale che attende tutti noi.
Una persona si rallegra perché il suo bambino dorme? Non commentate con un “Adesso te la passi bene, ma vedrai quando mette i denti! Vedrai quando va all’asilo, quanti MORBI si prende! Vedrai quando arriva l’adolescenza e comincerà a sputarti in faccia!”.
Una persona dichiara il proprio amore per il marito, la moglie, il fidanzato, la fidanzata, il compagno, la compagna? Non commentate con un “Adesso tutto ok, ma vedrai! Anche le cose più belle finiscono”.
Insomma, se uno è triste provate a incoraggiarlo, se vi sembra opportuno. Ma se uno è felice lasciatelo stare, se proprio non vi va di partecipare alla sua gioia. Non possiamo mica andare in giro con una mano sui coglioni 24 ore al giorno, per la miseria.

ghhhh

Seguite da qualche mese una persona che non parla mai della sua vita sentimentale? O del lavoro? O dei suoi genitori? Potrebbe essere un orfano single e disoccupato con dei traumi inscalfibili. O potrebbe non aver voglia di affrontare quegli argomenti. Se dopo qualche tempo vi accorgete che ci sono cose che un determinato utente NON DICE, non provate a tirargliele fuori con domandine “simpatiche” in chat. Avrà i suoi buoni motivi e, soprattutto, non è obbligato a dirvi più di quello che si sente di dire. Osservate, ascoltate e provate ad adeguarvi al “limite di condivisione” che il vostro utente del cuore ha deciso di tracciare.

obsessed

Vi sembra che vi sia rimasto ben poco da commentare?
Correggete il tiro e provate anche a mettervi nei panni degli altri. E, alla luce della limitata casistica che ho avuto voglia di raccogliere, non biasimate chi “chiude” le chat. Mi sembra che ci siano dei presupposti più che validi.
Ve la cavate già bene?
Continuate felicemente così. Chiacchierate. Fotografate beluga. Parlate di quello che vi piace e che vi rende felici. Approfondite quello che vi sta a cuore. Chiedete consigli VERI a chi pensate possa aiutarvi. Condividete quello che sapete se pensate possa servire.
Snapchat non è una gara di popolarità. Non è la Corrida di Corrado e non è nemmeno una scuola elementare. Prendetevi il tempo per pensare davvero a quello che scrivete. Vi aiuterà a stabilire delle relazioni più positive, piacevoli e divertenti. E credo si starebbe un po’ tutti meglio.

taco bell

Per la rubrica “là fuori c’è tutto un mondo di meraviglie inesplorate” – ma anche “l’universo conosciuto non termina nello stanzino degli accessori di H&M” – e con la complicità di numerose giovani donne piene d’entusiasmo che hanno deciso di scegliere per me dei regali molto belli, ho deciso di compilare (FINALMENTE) una lista incredibilmente esaustiva di splendori-handmade scoperti in questi mesi, mesi pieni di gioia ma quasi del tutto privi di salutari e terapeutici momenti dedicati allo shopping.
Ecco dunque, in ordine assolutamente casuale, un prezioso elenchino di talentuose artigiane, artiste e creative che dovreste immediatamente ricoprire di miliardi. Perché se lo meritano.

Juiceforbreakfast

Character-designer di rara coccosità, Giulia sviluppa VISUAL AIDENTITIES per chi ne ha bisogno (dai piccoli business a chi, semplicemente, deve spedire le stramaledette partecipazioni di matrimonio) e sforna una vasta gamma di teneri prodotti pieni di pattern adorabili.

Una foto pubblicata da Francesca Crescentini (@tegamini) in data:

 

Gioielli e Conigli

Esplorando ogni possibile sfumatura cromatica inventata dalla natura (e ogni tecnica esistente di combinazione delle perline) da Gioielli e Conigli troverete collane, orecchini, anelli, braccialetti e carinerie a profusione a base di pietruzze luccicanti, fiocchi e nappine. Belle, luminose, comode e solide – e per solide intendo resistenti alle manine infernali di un bambino di quattro mesi.

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Tamago Craft

Pupazzi grassi, giacche dalle fodere imprevedibili, pois minuscoli e animali coloratissimi (e glitterati, nel mio caso) che fanno capolino su ogni genere di micro-capo d’abbigliamento. Vestiti allegri per bambini ancora più allegri.

tamago craft drago

 

Some Wood Ideas

Arredamento, design e accessori pazzi, completamente in legno. Tra le ultime invenzioni, una collezione di animaletti-spilletta che rasenta la perfezione zoologica.

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Cicilla Handmade

Abbigliamento per minuscoli umani, con una magnifica selezione di stampe (CIAO NOI ABBIAMO I DINOSAURI), una grande cura nella scelta dei materiali e un saggissimo orientamento alla praticità. Troverete vestitini, pantaloncini, bavaglini, copertine e bustine (da riempire con i generi di prima necessità più disparati). Sto seriamente pensando di fregare il bavaglino a Minicuore e usarlo come FÙLAR.

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Nigutindor

Oggetti per la casa in ceramica e argilla, rigorosamente dipinti a mano – o decorati in bella calligrafia, come avrebbe detto la mia maestra delle elementari. Ciao, maestra Silvana. Si va dalle tazze piene di gatti agli scatolini portagioie che si fingono musicassette.

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Petit Pois Rose

Grafica, crafter e illustratrice, Clara cuce cuscini a forma di fette di pizza e ha la capacità di trasformare qualsiasi cosa in un unicorno. Il tutto, ovviamente, avvalendosi dei colori più pastellosi di sempre. Che qualcuno le affidi il restyling dell’intera civiltà occidentale.  

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Prettyinmad

Fatto a mano, con amore. Erika non ha praticamente più bisogno di presentazioni, ma una tote, una bustina o una fascia per i capelli con una stampa bellissima (in solido ed estroso cotone americano) è sempre una buona notizia. La gamma viene continuamente aggiornata con nuovi modelli e invenzioni… quindi andate e frugate. Io viaggio con fenicotteri e costellazioni nella borsa e sono una ragazza felice.

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Bene. Rompete i porcellini e sbizzarritevi.
E cuorosità handmade a tutti.

La nascita di un infante viene solitamente celebrata da amici, congiunti e conoscenti con un profluvio di doni, di solito classificabili in tre principali categorie: vestitini, giochini, cremine. Il vasto mondo delle cremine può comprendere prodotti da bagno (e il bagnoschiumino delicato, e lo SCIAMPINO, e il saponino) e cremine a tutti gli effetti, inventate dai brand più disparati per combattere ogni genere di alterazione cutanea.
Ecco.
Io ho due tonnellate di cremine complicatissime che vorrei smerciare a qualcuno, visto che il deretano del mio bambino si è rivelato piuttosto resistente. Quasi antiproiettile. Dove dovrei spalmargliela, tutta quella roba? DOVE. Tegamini, vorremmo farti provare questi prodotti altoatesini mega naturali e super testati che si trovano solo in farmacia e nelle parafarmacie più illuminate, ti mandiamo uno scatolone pieno. MA IO CHE COSA CI FACCIO. MINICUORE NON HA UNA MAZZA DI NIENTE. TENETEVELI.
Ma a nulla è servito protestare. E ho ricevuto la mia eclettica fornitura di prodottini Mama Natura da collaudare.

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La gamma non è sterminata, ma decisamente ben costruita. L’idea di base è quella di fronteggiare, con soluzioni sicure e scientificamente architettate, i problemi più comuni che possono affliggere un piccolo essere umano. Ci sono le goccine Colikind a base di fermenti lattici e camomilla, il gel con l’estratto di malva per le gengive piene di dentini bellicosi che vogliono spuntare, lo spruzzino per combattere il raffreddore, l’olietto Sebokind con le mandorle dolci per la crosta lattea, la crema Dermakind con betaglucano, calendula e pantenolo per le irritazioni e gli arrossamenti. Insomma, poche cose ma assai mirate e progettate nei minimi dettagli, senza conservanti, parabeni, petrolati, coloranti e profumazioni aggiunte.

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Sull’integratore allevia-coliche non posso fortunatamente pronunciarmi – visto che non ne abbiamo mai avuto bisogno, che il cielo benedica l’apparato digerente di Minicuore – e per il gel-dentini è ancora presto, ma con l’olietto per la crosta lattea stiamo facendo amicizia (batuffolo di cotone sul cranietto e massaggi delicati) e la crema Dermakind, alla fin fine, si è rivelata utile. Vuoi il freddo, vuoi il bagno e le posizioni “nuove” – il culotto ora serve anche a sedersi, gente – qualche rossore e screpolamento da risolvere c’è stato. Visto che non è solo una crema lenitiva “da cambio” e che c’è pure dentro il sempre miracoloso olio di mandorle, l’ho usata anche come idratante. Sui polpacciotti. E sugli stinchi. Che temo abbia ereditato da me – “Tesoro, qua hai proprio la pelle secca come un serpente”, mi disse l’estetista in una giornata particolarmente buia. E lo spray per il raffreddore? Il Rimikind va usato da due anni in su. Cesare, in caso di bisogno, viene soccorso con i lavaggi di fisiologica, ma io ho decisamente più di due anni e il raffreddore mi viene. Quindi ciao, me lo sono sparato nel naso. E ho fatto bene. Anzi, me lo porto pure in giro, come un talismano… anche perché una roba che contiene aloe, acido ialuronico e acqua termale salsobromoiodica delle Terme di Monticelli deve per forza possedere una qualche proprietà salvifica.

Insomma. Bene. Testoline splendenti, nasi sturati e chiappette morbide a tutti.

Funziono così. Compro quasi tutti i miei libri online. Ma se entro fisicamente in libreria è praticamente impossibile che io esca a mani vuote. Vado a cercare di rado i libri che popolano le mie svariate wishlist, perché sono quasi sempre certa di non poterli trovare, ma qualcosa riesco sempre a pescarlo. Datemi un quarto d’ora per vagare felice e spensierata e riuscirò a farmi un regalo inaspettato. A scoprire un titolo che non conoscevo. O ad arrivare, chissà per quale strana associazione di idee, a una cosa bella che avevo dimenticato. Frugo, spulcio le quarte, guardo le copertine, mi scandalizzo per le fascette, finisco davanti a scaffali pieni di roba che mai al mondo potrebbe interessarmi – ma ci guardo lo stesso. Perché Amazon mi risolve – brillantemente – ogni genere di problema logistico e di approvvigionamento, ma la curiosità e il gusto dell’esplorazione sono un’altra faccenda. Ho circa millemila libri da leggere – in coda, come dal salumiere – ma quelli che compro in libreria saltano automaticamente la fila. Le librerie, per me, rimangono dei luoghi felici – nonostante tutto. E queste sono le mie librerie preferite di Milano. 

Rizzoli Galleria
Galleria Vittorio Emanuele II
Lunedì-domenica 9 > 20
Giovedì 9 > 22

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Ristrutturata alla velocità della luce e riaperta al pubblico nel novembre del 2014, Rizzoli Galleria è l’unica libreria gigantesca della città che riesce a non terrorizzarmi… e a non farmi sentire al supermercato. Non ho ancora esplorato il piano dedicato agli infanti (si dice sia mirabile), ma ho apprezzato tantissimo la super sezione in lingua inglese al -1 (dove ho inaspettatamente scovato la mia edizione preferita di sempre della Scopa del sistema) e l’ottagono, una sala di rara bellezza dedicata agli illustrati d’arte, moda, fotografia e design. Cento punti a chi ha deciso di arredare con pezzi di Cassina, Vitra e Frau. E anche a chi è venuto in mente di fabbricare un’app piena di informazioni, novità e percorsi tematici (aggiornati settimanalmente).

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Verso Libri
Corso di Porta Ticinese 40
Martedì, mercoledì, domenica 10 > 21
Giovedì, venerdì, sabato 10 > 24

verso libri

Tutte le (rare) volte che una libreria indipendente apre i battenti mi viene da pensarla più o meno così: ma che bello, una libreria nuova, piccolina, coraggiosissima e valorosa! …santo il cielo, ce la faranno? Speriamo bene. Ecco, con Verso è andata esattamente così. E, ormai a un annetto dall’inaugurazione, ogni volta che passo per Corso Porta Ticinese sono contenta di vederla popolata, vispa e aperta fino a tardi. Il catalogo è ricercato e avventuroso (io, per dire, mi ero comprata Lo splendore casuale delle meduse) e gli spazi assai piacevoli. C’è un baretto, un civilissimo wi-fi libero e un vasto calendario di eventi (tenendo a mente che non di sole presentazioni librarie vive l’uomo). Il posto perfetto per farsi cogliere di sorpresa da un bel libro. Sull’aperitivo, purtroppo, non ho ancora informazioni. Ma mi documenterò.

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American Bookstore
via Camperio 14
Gli orari d’apertura sono misteriosi, anche se il sito dice “Il punto vendita è sempre aperto, anche ad agosto”. Rassicurante, no?

Il bannerone superTOP viene da http://www.americanbookstore.it/

L’American Bookstore è un luogo bizzarro, disordinato e stranamente accogliente – e forse anche l’unico posto a Milano dove posso sperare di scovare qualcosa che ho effettivamente messo in wishlist. La libreria è specializzata in narrativa anglosassone, dalle novità applaudite dal New Yorker ai paperback dimenticati da Dio. Ci sono chicche e rarità, ma anche i super bestseller in edizione economica. Il tutto è inspiegabilmente accompagnato da un esuberante assortimento di oggettistica. Tazze, scatole, galletti patchwork, biglietti d’auguri e ninnolame degno di una nonna del Wisconsin. Attendo con ansia un angolo dedicato alle torte di mele.

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Libreria Egea
via Bocconi 8
Lunedì-venerdi 10 > 19.30
Sabato 10 > 13.30 / 14.30 – 19

egea

Ci ho passato secoli, all’Egea. Patendo come un cane. Quando facevo l’università, i libri li andavo a prendere lì, sfidando folle oceaniche di studenti esasperati e commessi trafelatissimi. Non l’ho mai percepita come una vera e propria libreria, era il posto dove bisognava andare a procurarsi la dispensa di Storia Economica o il malloppone di Diritto Privato. E vi assicuro che c’è ben poco da stare allegri, quando vi tocca comprare un libro di Diritto Privato. Anni dopo, però, complice la ristrutturazione massiccia (che ha contribuito a rendere l’intera faccenda un po’ più user-friendly), mi sono resa conto che l’Egea poteva anche essere un bel posto. Al piano inferiore ci sono addirittura la narrativa e un giocoso angolo-bambini, ma il punto forte è sempre la saggistica – non necessariamente iper specialistica. Oltre al super catalogo dedicato al management – sai com’è, è pur sempre la libreria della Bocconi -, gli argomenti frugabili sono i più disparati, dalla moda all’organizzazione aziendale, dalla sociologia ai pamphlet sulle brutture del mondo.

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Triennale Bookstore
viale Alemagna 6
Lunedì – martedì 10 > 21
Mercoledì – sabato 10 > 23
Domenica 10 > 21

triennale bookstore

All’estero – così, GENERALIZZIAMO – i bookshop dei musei sono sempre strabilianti. In Italia un po’ meno. Magari si trovano i cataloghi della mostra in corso, più qualche volume di trent’anni fa vagamente inerente all’argomento. C’è qualche cartolina, ci sono i magneti pazzi da mettere sul frigo. Ed è morta lì. Il Bookstore della Triennale – gestito da Skira – non è sterminato, ma è sicuramente molto avvincente. Si trovano libri di architettura, design, arte moderna e contemporanea e una selezione di riviste di settore. Si vai dai puri coffee-table books (quelli da piazzare in salotto per fare bella figura e passare per persone raffinate) ai saggi con meno figure e più attenzione agli aspetti teorici della creatività. Per la gioia dell’universo mondo, poi, c’è anche una spassosa selezione di aggeggi e gadget insoliti – cosa che trovo sempre di grandissima consolazione, non potendo permettermi la lampada Arco di Achille Castiglioni.

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E niente, questi sono i posti dove amo girovagare. Visto che il tutto è assai soggettivo – e non c’è alcuna pretesa di esaustività, vi esorto ad allungare l’elenco con le vostre librerie preferite. Che si fa sempre in tempo ad imparare qualcosa.

 

Non tutti gli anni ti capita qualcosa di straordinario. Non tutti gli anni sono speciali. Certo, quelli bravi sul serio riescono a tirare fuori il buono anche dai periodi più catastrofici, ma ci vuole dell’impegno. E, comunque, non è detto che un anno pieno delle celeberrime “difficoltà che mi hanno insegnato tanto” si tramuti all’improvviso in un forziere colmo di meraviglie da ricordare con gioia e gratitudine. Io, in tutta franchezza, di anni che dimenticherei piuttosto volentieri ne ho quanti ne volete. Sono serviti? Certo. Me li sciropperei di nuovo? No, grazie assai.
In quest’anno che è appena finito, però, mi sembra di aver combinato qualcosa di memorabile. Quest’anno, chissà poi come, mi pare di aver fatto qualcosa di buono, di felice. La felicità si fabbrica in maniere bizzarre e misteriose, quasi sempre accidentali. È un fenomeno di complicata riproducibilità che spesso ha poco a che vedere con le intenzioni, che ti fa commuovere quando la intravedi nella vita degli altri ma che ti fa anche imbestialire, perché inevitabilmente ti domandi che cos’hai che non va, perché tutti si muovono mentre te rimani sempre lì, perché sembra che ogni volta ti manchi un pezzo per arrivare dove credi di dover piantare una bandierina.
Per certi versi continuo – e temo continuerò sempre – a sentirmi un passo indietro, ma perché funziono così e ciao.
A me, tipicamente, la cosa giusta da dire viene in mente due giorni dopo. Sono quella vestita un po’ troppo bene quando gli altri arrivano (saggiamente) con le ciabatte di gomma – e viceversa. Non sono brava a simulare simpatie e a coltivare relazioni astute. Non ho pazienza per chi significa poco per me ed è impossibile darmi degli ordini. Non mi sento particolarmente indispensabile e, di conseguenza, mi prendo poco sul serio.
Sono sbilenca, e sbilenca resterò.
È un peccato, forse, ma ho deciso che va bene così. Perché, nonostante le mie numerose goffaggini, sto riuscendo a fare cose assolutamente impensabili. Almeno per me. Ed è questa la cosa davvero strabiliante. Scoprirsi capaci di cavarsela in un territorio dove mai avremmo creduto di poter mettere piede, perché ci sembrava un posto troppo remoto e troppo difficile da raggiungere. Un posto che, tutto sommato, non ci sentivamo pienamente in diritto di abitare.
Nulla di quello che mi è capitato in questi ultimi anni felici è riuscito a cancellare completamente il sospetto della candid-camera. Forse è per questo che non ho mai smesso di impegnarmi. O di stupirmi davvero moltissimo di fronte ad ogni mattoncino importante che sono riuscita – non si sa bene come e di certo non da sola – a incastrare al posto giusto.
Quindi sì, è così che è andata.
L’anno scorso non ho fatto nulla di inedito nel vasto panorama della storia umana. Ma mai al mondo avrei pensato di ritrovarmici. E di uscirne indenne. E di scoprire che così tante cose all’apparenza assurde e gigantesche sono, in realtà, assurde e gigantesche ma possibili. Ho fatto fatica e continuo a non capirci un granché, ma sono arrivata in fondo con la sensazione di aver creato, strada facendo, della felicità dove prima non c’era niente. Della felicità nuova.

Per farla breve, Lazzari riesce all’incirca a rappresentare tutto quello che amo.
Come avrete modo di sentire anche nel magistrale Snapchat-video che ho appiccicato un pochino più sotto, sono una di quelle classiche persone che ogni due giorni molesta pubblicamente Lazzari con esortazioni di questo tenore: CHE COS’HA IL VENETO CHE NOI NON ABBIAMO? PERCHÉ NON APRITE A MILANO, PERCHÉ! CHE COSA DOBBIAMO FARE PER CONVINCERVI? ANCHE NOI VI MERITIAMO. NON POSSO MICA VENIRE A VERONA OGNI TRE GIORNI.
Lazzari, il mio personalissimo Winner Taco.

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Crociate per l’apertura di punti vendita milanesi a parte, di Lazzari amo con trasporto soprattutto le stampe. E l’attenzione un po’ folle per il dettaglio, soprattutto zoologico. La gonna-squalo? Ce l’ho ancora sul gozzo. I colletti con i narvalini? Svengo. Anna Kövecses che disegna alpaca e gattini neri che giocano coi gomitoli? LEGATEMI ALL’ALBERO MAESTRO.
Per celebrare degnamente la collezione autunno-inverno, mi sono magicamente trasformata in una #LazzariGirl ricoperta di cigni e ho fatto l’unica cosa che sembro in grado di fare con una certa efficacia: consigliare dei libri da leggere. Possibilmente in tema con il mood ricercato, giocoso e originale del brand.
Il risultato, come vi conviene moltissimo verificare qua sotto – se già non vi siete visti tutto quanto su Snapchat -, è una puntata speciale di #LibriniTegamini, con quattro nuovi consigli di lettura.

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Per i più inclini alle comodità dell’acquisto d’impulso, ecco dove trovare i quattro preziosi tomi:
Michel Pastoureau, Bestiari del medioevo
Martin Hopkinson, Ex Libris: The Art of Bookplates
Robert Sabuda, Encyclopedia Prehistorica: Dinosaurs
Benedetta Craveri, Amanti e regine 

Per chi volesse giustamente riempire Lazzari di miliardi e lingotti d’oro, invece, ecco qua il favoloso shop.

E niente. È stato bellissimo. Cignetti e libri fantastici a tutti.

Da orgogliosa proprietaria di ben due alberi di mango, sono molto contenta di tornare ad occuparmi di Treedom. Per chi si fosse perso le puntate precedenti, Treedom è una piattaforma che permette a tutti di finanziare la nascita e la crescita di piante di ogni genere in ben quattro continenti, a sostegno delle popolazioni locali (che si prendono cura di tutti questi spavaldi vegetali e ne beneficiano a livello economico e “materiale”) e del benessere del pianeta. Perché sì, anche due manghi in più possono fare la differenza. E scusate se è poco.
Ma perché siamo qui.
Gli alberi di Treedom, come è giusto, si possono anche regalare e, in occasione del SANTO NATALE, la faccenda si è fatta ancor più seria. Anzi, realistica. Mentre grandi e piccini di ogni latitudine si ostinano a diffondere il mito di un anziano signore obeso che ti entra in soggiorno passando per una canna fumaria, Treedom ha scelto la concretezza, portandoci a fare un giro in uno dei suoi vivai più rigogliosi. Il domandone è semplice: che cosa succede quando scegliamo un alberino di Treedom? Succede che in Kenya c’è una persona vera che lo pianta e che, giorno per giorno, lo aiuta a diventare alto sei metri.

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Se anche voi, travolti dalla necessità di donare o di donarvi un vegetale, volete fare un giro in Kenya e scoprire i primi passi di un alberino di Treedom, potete dare un occhio qui: troverete delle nuove piante e potrete accedere spavaldamente al vivaio con una serie di video 360° assolutamente adorabili e assai didattici.
Che cosa si può piantare questo Natale? Alberini di mango (il mango non manca mai, grande festa per il mango), guava, avocado (se vi sentite fashion blogger e/o avete fashion blogger a cui regalare qualcosa da mettere su Instagram) e markhamia. I primi tre sono alberi da frutto, mentre la markhamia è un albero utile: serve a fare ombra alle altre colture. E ha dei bellissimi fiori gialli. Come faccio a saperlo? Me l’ha raccontato il ragazzone con la salopette mentre giravo su me stessa con un visore sulla faccia.

Direi che sapete tutto. Industriatevi e andate a piantare i vostri alberini. Anzi, inalberatevi… ma in senso buono, per una volta.

Quante parole servono per raccontare un grande classico della letteratura? Solo dodici, se ti impegni tantissimo. Un po’ come gli inventori dei Cozy Classics, i libri più morbidini di sempre. Prima di abbandonarmi senza ritegno alla tenerezza devastante che questo progetto mi ispira, conviene però fare un passettino indietro. Da dove vengono i Cozy Classics? A Vancouver ci sono due fratelli gemelli – Jack e Holman Wang – che da qualche anno si industriano per trasformare i romanzi più letti di ogni tempo in mini opere d’arte (e di sintesi) a beneficio di bambini grossi e piccoli.

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Gli indefessi gemelli Wang hanno cominciato “da soli” e sono da poco entrati nel catalogo di Chronicle Books, che ha anche deciso di rilanciare la serie con nuove copertine e nuova grafica e si sta impegnando – con molta calma, purtroppo – a ristampare tutti i volumini già usciti. Fortunatamente per noi, però, nessuno si è azzardato a toccare i pupazzetti, che sono un po’ l’aspetto più commovente e speciale dell’intera faccenda.

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I coraggiosi Wang si sono cimentati, tra gli altri, con Guerra e paceMoby DickEmma, I miserabiliJane Eyre e Oliver Twist e, per la primavera del 2017, è già in programma Il mago di Oz – storia che, non lo nascondo, mi ha sempre fatto una paura boia.
Comunque.
Ogni pupazzetto è realizzato a mano con il needle felting, una tecnica complicatissima ed esasperante ma assolutamente FAVOLA. I pupazzetti – vestiti, pettinati e opportunamente agghindati – vengono poi fotografati all’interno di set lillipuziani che riproducono una scena o uno snodo fondamentale del capolavoro prescelto. Ogni libricino, si diceva, contiene dodici immagini e dodici parole a prova di bambino. Perché, in teoria, i Cozy Classics sarebbero destinati a minuscoli esseri umani che, tramite parole semplici, possono avvicinarsi ai concetti fondamentali dello stare al mondo (che ne so, l’amore, l’amicizia, le balene bianche, la sconfinata speranza nel genere maschile che Mr Darcy può restituirti), facendosi dare una mano da storie grandiose e figure belle.

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Sono fermamente intenzionata a collezionare tutti i Cozy Classics e a sfogliarli senza pietà con Minicuore. Anzi, diciamo pure che la faccenda dei bambini è una palese scusa. Ovvio, Peppa Pig va combattuta con ogni mezzo… e non che sedersi lì con il vostro erede a raccontargli i raccordi narrativi tra le dodici paroline non sia nobile e saggio, MA VOLETE METTERE CIOÈ UNO SCAFFALE INTERO DI COCCOLOSI LIBRINI FELTRINI CON I VOSTRI CLASSICI DEL CUORE LEVATEVI BAMBINI.
Quest’anno, poi, in occasione di un inequivocabile risveglio della Forza, gli instancabili Wang si sono cimentati anche con la saga di Star Wars, dedicando un volume a ogni episodio della trilogia “originale”. La mini-collana di Star Wars si chiama EPIC YARNS e si calcola che, solo per Chewbacca, siano stati utilizzati circa dodici chili di lanina.

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E basta, credo di aver finito. Avete una wishlist? Fantastico. È il momento di riempirla. Per quanto mi riguarda, organizzerò una manifestazione di piazza per chiedere a gran voce la trasposizione-Cozy di Anna Karenina. Perché meritiamo di imbatterci in una cavalla Frou-Frou di lana che soccombe di fronte alla meglio nobiltà pietroburghese.
E tanti feltrini a tutti.

Tra le cose molto difficili che devi provare a fare quando metti al mondo un neonato c’è, secondo me, anche il rimanere vagamente normali. “Ma come mi trovi. Cioè, non sono impazzita, vero?” è l’ultima domanda che faccio a chiunque ci venga a trovare. Ma proprio sul pianerottolo. Magari mentre la gente aspetta l’ascensore. Bisogna chiederlo lì, sullo zerbino, perché se ti dicono che hai perso la brocca è molto più facile gestire la situazione. Sbatti la porta e ciao, torni in casa a rimuginare mentre ascolti per la trentesima volta in un’ora il loop ipnotico delle musichette della palestrina. Il fatto di aver ricevuto solo risposte incoraggianti è per me fonte di immensa soddisfazione. Il fenomeno è spiegabile in due modi. A) Ho amici, parenti e visitatori incredibilmente diplomatici. B) Sto riuscendo, in qualche modo, a mantenere una certa dignità.
Comunque sia, il merito è in gran parte di Minicuore.
Non so come, ma abbiamo fatto un bambino ragionevole. Minicuore dorme la notte (non nel nostro letto), ci riconosce, fa i sorrisi, non è soggetto a devastanti piaghe da pannolino, produce gorgheggi molto teneri, non si offende quando lo immergi in una vaschetta d’acqua calda, è gentile con gli sconosciuti e ricorre al pianto solo in casi di disagio ben decifrabili. Non ho idea del perché abbia deciso di comportarsi così bene, ma sto zitta prima di tirarmi addosso una sfiga apocalittica. Anzi, passo immediatamente al racconto di una difficoltà, tanto per non ridere in faccia al karma.
Minicuore mangia con la foga e la disperata passione di un nobile debosciato della Russia zarista.
Ora, l’allattamento è una faccenda complicata e molto personale. E per me, in tutta onestà, voi potete fare un po’ come vi pare. Minicuore ha beneficiato per due mesi pieni di quanto sono riuscita a produrre ricorrendo unicamente alla prorompenza delle mie strabilianti mammelle, ma ora sembra aver deciso di raggiungere le dimensioni di un cucciolo di brontosauro – o almeno di ritornare a crescere al ritmo baldanzoso di qualche settimana fa – e in qualche modo dobbiamo pur aiutarlo. La pediatra ci ha dunque autorizzati – con mio grande sollievo – a biberonarlo in pace e serenità.
Grazie, signora pediatra.
E come funziona?
Continuo a vestire la maglia da titolare nell’FC Milk e, se serve, chiedo il cambio al quaratesimo del secondo tempo e il biberon finisce vittoriosamente la partita. Ma anche – e purtroppo devo abbandonare questa EFFICACISSIMA metafora -, posso uscire di casa di tanto in tanto senza l’angoscia di non aver lasciato in eredità abbastanza latte.
DEVO STARE FUORI DUE ORE, MORIRÀ DI STENTI NELLA TUNDRA.
Ecco, no. Gli si prepara un biberon adeguato al suo famelico stomachino e cento punti al Progetto Normalità.

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Ora, la faccenda del biberon è piuttosto intricata.
CI FOSSE UNA ROBA FACILE OGNI TANTO INVECE ZERO DEVI SEMPRE FARTI OTTANTADUE DOMANDE SANTO IL CIELO PERCHÉ.
Abbiamo cominciato con un biberon che ha prodotto grandi sbrodolamenti, sputacchiamenti vari e rutti un po’ troppo perentori e frequenti – che si sa, rutti = grandi celebrazioni in tutto il regno, ma se ogni quattro minuti è necessario ruttare c’è evidentemente qualcosa di sghembo. Con piglio e spirito d’avventura abbiamo quindi cambiato strategia e ci siamo cimentati con i biberon Philips Avent, i Natural da 260ml che vanno bene per i bambini che hanno tagliato brillantemente il traguardo del mese d’esistenza. Minicuore 260ml se li scofanerà tra un po’ di tempo, ma veleggiamo già oltre i 150ml dei biberon per i piccoli-piccoli e il formato ci va più che bene. Anche perché sono comodi da tenere in mano, non è mica come ritrovarsi a dar da mangiare al bambino con un tubo di palle da tennis.

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Comunque, la Avent mi sta simpatica da tempo. Ho usato con felicità il loro tiralatte manuale e diversi aggeggi per la manutenzione della tetta, ma sui biberon ero ancora ignorante e bisognosa di collaudi seri.
E com’è andata?
Dunque, a parte la carineria dell’involucro (ALLEGRE SCIMMIETTE!), la facilità di riempimento, la forma gradevole da impugnare e gli avvitamenti agevoli (a prova di madri mancine), Minicuore mangia con molta più civiltà. È di certo un bambino assai perspicace (PER FORZA È FIGLIO MIO DI CHE COSA STIAMO PARLANDO), ma la tettarella evidentemente lo aiuta. E fa il possibile per frenare i suoi entusiasmi. Mi pare sia un biberon più realistico, insomma. Non genera sgargarozzamenti, c’è un sistema intelligente di circolazione dell’aria – che finisce nel biberon invece di finire all’interno del vostro erede, dove provocherebbe potenziali disagi, deflagrazioni ed estemporanee disperazioni – e, soprattutto, non si ingozza. MA POI SE LO ABITUI COSÌ NON È PIÙ CAPACE DI ATTACCARSI VERGOGNATI AI MIEI TEMPI QUESTE COSE NON SI FACEVANO. Che vi devo dire, Minicuore gestisce brillantemente entrambe le opzioni. Sarà che stiamo usando un biberon sensato e ben studiato per l’allattamento misto. O forse è un premio Nobel. Non saprei… ma la spiegazione più semplice tende spesso ad essere quella esatta – e i biglietti per Stoccolma magari li prenotiamo un’altra volta.
🙂

DISCLAIMER
Questo post non contiene nemmeno l’1% di quello che ci è accaduto. E non ambisce a far meglio di così. Perché, in tutta franchezza, non si può.
Questo post, in sintesi, è un trailer. Ma di quelli fatti bene. Mica un trailer con già dentro tutta la trama, che cavolo.

***

BENE. PROCEDIAMO.

Pur continuando a non capacitarmi di come una persona – per quanto piccola – sia riuscita a raggiungere il mondo esterno transitando per la mia coraggiosa vagina, l’operazione “Riproduciamoci, orsù” si è conclusa con successo e, dal 24 settembre, abbiamo un Minicuore. 
Anzi, un Cesare.
E siamo felici come degli imbecilli.

Ora, potrei mettermi qua a dirvi cose poetiche e piene di sentimento. Potrei scrivere due cartelle sul potere salvifico della vita che sboccia. Potrei provare a farvi piangere con una minuziosa descrizione del primo battito di ciglia di mio figlio. Potrei intrattenervi con una moltitudine di sconfinate tenerezze… ma non è questo che ci serve.
Perché è tutto bellissimo, ma è anche un gran casino. E quello che ti preme all’inizio – oltre a non uccidere accidentalmente tuo figlio – è riprendere un vago controllo della realtà.
Nell’ambizioso tentativo di arginare l’entropia neonatale, ho dunque deciso di affrontare la faccenda con razionalità, mappando i fenomeni principali che si sono scatenati nelle prime settimane di vita di Minicuore. Perché sì, la gente non vi dirà mai che un bambino ha un mese e mezzo. I bambini hanno sei settimane. E nessuno capirà mai di che cazzo state parlando.

Misurazione del tempo in settimane

Comunque.
Partorire è un problema.
Sono entrata in ospedale alle 18 di un venerdì sera e ho trascorso i tre giorni successivi a vagare seminuda e dolorante in mezzo a sconosciuti di ogni tipo, sfoggiando una batteria di surreali camicioni da notte ereditati da mia nonna Lelia che, prevedendo un olocausto atomico circoscritto al solo abbigliamento da letto, ne aveva immagazzinati due container (senza mai mettersene neanche uno, visto che credeva nell’onnipotenza della sottoveste di seta nera – indipendentemente dalla stagione).
La mia stanza, poi, era sprovvista di bagno. Mi è dunque toccato trascinare la mia carcassa gonfia al cessetto dietro l’angolo per una quantità interminabile di volte, brandendo giganteschi assorbenti a forma di Toblerone e maledicendo a gran voce il mio utero tumefatto.
Insomma, passi una vita a riprenderti dalle umiliazioni dell’adolescenza, ma poi partorisci e ti rituffi nell’abisso.

Livello di dignità personale

Il vostro parto è stato soave, edificante e sereno?
Brave voi e bravi tutti.
Io ho patito così tanto che non ho neanche fatto in tempo a spaventarmi. Però avevo un’ostetrica argentina super rassicurante e abilissima che ha serenamente discusso di Harry Potter con Amore del Cuore mentre un’infermiera gigantesca mi spezzava le vertebre cervicali nel tentativo di immobilizzarmi e permettere a un’anestesista con dei capelli fantastici di piantarmi un tubo nella schiena.
Il risultato finale è che, in un istante di particolare ottimismo prodotto dall’epidurale, mi sono convinta di poter far uscire Minicuore in sette secondi netti urlando EXPECTO PATRONUM.
Non provateci, non funziona.
Ma l’epidurale ve la consiglio anche a scopi ricreativi.

Cose belle della vita per livello di piacevolezza sprigionato

All’epidurale, comunque, non ci si arriva agevolmente. Te la devi sudare. Devi meritartela, come il regno dei cieli. A me è toccato rantolare per una mattina intera (e vomitare parecchia roba fosforescente in un secchio) prima che il Dottor Futomaki mi elargisse la sua benedizione.
Io col Dottor Futomaki ce l’ho su davvero.
Un po’ perché non è carino irrompere in una stanza e infilare all’improvviso un braccio intero nella patata di una persona – ma così, senza nemmeno presentarti – e un po’ perché non puoi piantarti in mezzo al corridoio alle otto del mattino per raccogliere le ordinazioni del pranzo. Sushi, poi. In un reparto pieno di donne gravide che soffrono come dei maiali e che il sushi non lo mangiano da nove mesi.
Graziella, te cosa vuoi? Gli uramaki Spicy Salmon o i Rainbow Roll? Chiedi anche alla Diletta, che di solito prende quelli con le uova di pesce volante, ma lo sai com’è fatta. Cosa dite, aggiungo un po’ di tartare, che ce la mangiamo prima?
CHE TU SIA MALEDETTO, DOTTOR FUTOMAKI. UN GIORNO AVRÒ LA MIA VENDETTA!
Ma poco importa. Perché, dopo tanto patire, ti ritrovi con un neonato di tre chili e trecento grammi in braccio. E ti sembra di una bellezza prodigiosa.

Maternità e distorsioni percettive

Potrei raccontarvi com’è che si campa in un ospedale pieno di donne sconvolte che spingono carrettini-lettino con dentro dei bambini minuscoli e variamente terrorizzati, ma mi sembra di essermi già dilungata in particolari già abbastanza cruenti. Vi basti sapere che, se voi avete avuto dei problemi, le altre ne hanno immancabilmente avuti di più. E non vedono l’ora di farvi pesare anche l’ultimo effetto collaterale del loro cesareo.
Quindi niente, io passerei ai regali. I regali sono sempre fonte di grande stupore.
La nascita di un figlio è un evento giustamente festeggiato dalle genti di ogni cultura con un’esplosione di doni strabilianti. In prevalenza ricamati a punto croce.

Frequenza di utilizzo del ricamo a punto croce

Fare regali a un neonato è difficile. La nascita di un infante è un avvenimento di una certa rilevanza – quindi non vuoi arrivare con una cazzata -, ma non vuoi neanche passare per quello che bada troppo al sentimento e troppo poco al lato pratico. Pragmatismo e lungimiranza, dunque, ma anche affetto e coccolosità.
Il risultato?
Al grido di “tanto il bambino cresce e la roba per i primi tempi non gli va più bene dopo un secondo e comunque ho pensato che ne avrai già a pacchi e che era importante regalarvi qualcosa che potete usare anche fra un po’, no?”, vi ritroverete con mille tutine ADORABILI taglia 6-9 mesi e nulla di utilizzabile nell’immediato – che poi è più o meno il momento in cui il bambino si caga anche sulle scapole… e te hai in lavatrice tutto il vestiario che possiede perché le scapole se le riempie di sterco ogni tre ore.
Che il cielo benedica lo shop online di H&M. E quelle due persone che vivono nell’eterno presente.

Composizione del parco-doni

Comunque, visto che la cacca ha già fatto la sua inevitabile comparsa, direi di occuparcene. In ospedale siamo stati istruiti su come cambiare efficacemente un pannolino, detergendo con rapidità e perizia il deretano del nostro bambino. Ogni volta che andavi al Nido – è così che si chiama lo stanzone pieno di neonati dove si espletano le principali funzioni di accudimento mentre sei ancora ricoverata – e cambiavi tuo figlio, un’infermiera/dottoressa/puericultrice correva da te e t’interrogava sul contenuto del pannolino. La pipì veniva accolta con un benevolo cenno del capo, ma senza particolari entusiasmi. La cacca, invece, era festeggiata con salve di cannone e il passaggio in corridoio della fanfara dei Bersaglieri.
Io, nella mia angoscia neogenitoriale, interpretavo il tutto più o meno così.
Il bambino caga? Sei una buona madre.
Il bambino non caga? Sei un mostro e Studio Aperto verrà presto a stanarti.

La cacca è importantissima. Ti sorprendi a parlare così tanto di cacca – con tuo marito, con i nonni, con gli amici, con i semplici passanti – che, quando effettivamente ti tocca pulirla, non ti fa più nemmeno schifo. Certo, non ci verniceresti le pareti, ma non ti fa particolarmente impressione. Anzi, la cacca è una buona notizia, è un evento positivo. Come la piena del Nilo. Come l’arrivo della stagione delle piogge nella savana riarsa. La cacca è oggetto di dibattiti, tavole rotonde e bollettini dal fronte. La cacca, nuova grande protagonista. E pensare che, due mesi fa, potevi sederti a tavola a discorrere di viaggi, progetti, carriera e amicizie, come una persona normale. Ora no, parli solo di merda.

Frequenza e composizione degli argomenti di conversazione

La cacca, insieme al naso tappato, ha per noi rappresentato una grande incognita. Minicuore, pur non incappando mai in raffreddori conclamati, ha passato le prime due settimane a respirare come un piccolo mantice otturato, gettandomi spesso nel panico. ODDIO, SE DIVENTA TUTTO BLU E MUORE? ODDIO, MA AVRÀ QUALCOSA DI DEVASTANTE AI POLMONI? Dopo aver scoperto il potere salvifico dei lavaggini nasali con la soluzione fisiologica – manovra cruentissima da eseguire con una siringhina spuntata, da utilizzare tipo Super Liquidator per sparare acqua nelle minuscole narici tappate di vostro figlio -, sono felicemente passata a preoccupazioni di altro tipo. ODDIO, HA UN OCCHIO UN PO’ GONFIO, È SICURAMENTE GUERCIO! Ma anche IL BAMBINO NON CAGA DA QUATTRO GIORNI, ESPLODERÀ?
Ad ogni micro-allarme, ovviamente, rompevamo i coglioni a qualcuno. Ho telefonato al Nido dell’ospedale, alla guardia medica, alla pediatra, al collega pediatra della nostra pediatra, al pronto soccorso pediatrico e pure al neonatologo dell’ospedale – disponibile solo in risicatissime fasce orarie praticamente inaccessibili (che ci sia lo zampino del malefico Dottor Futomaki?). E che cosa ho scoperto, alla fine? Ho scoperto che devo stare molto calma. E che non esiste una via di mezzo. 

Tipologie di risposta a condizione di malessere

Al ventesimo È NORMALE che ti rifilano, un po’ ti senti scemo. Perché di fronte a un “è normale” non c’è soluzione. Devi aspettare che la situazione migliori da sola (come ti promettono immancabilmente) o ti viene concesso di intervenire in maniera blandissima e quasi certamente inefficace (“lavi l’occhietto con una garzina”, “massaggi il pancino o stimoli con delicatezza l’orifizio”). Non so voi, ma io funziono così: ho mal di testa > prendo un Moment > mi passa il mal di testa > FAVOLA! Ecco, se uno mi venisse a dire che il mal di testa “è normale” (perché agli esseri umani nella vita un mal di testa può anche venire), mi incazzerei come una bestia e reclamerei a gran voce un rimedio un po’ più significativo, possibilmente a base di sostanze stupefacenti. CERTEZZE, CI SERVONO CERTEZZE.
A volte, dunque, di fronte alla scarsissima propensione all’allarmismo degli operatori sanitari a vostra disposizione, vi sorprenderete a consultare con un certo interesse l’orripilante chat del corso pre-parto – chat alla quale avete messo SILENZIOSO 1 ANNO praticamente subito dopo la nascita dei primi bambini.
Ma perché sì, maledizione.
E per due macro-ordini di motivi.
Uno. Il continuo bombardamento fotografico perpetrato dalle madri degli infanti più raccapriccianti.

Curva dell'ingiustificata fierezza materna

Due. I nomignoli imbecilli.

Termini prevalentemente utilizzati dalle neo madri per indicare i propri figli

PUFFI?
NANI?
CUCCIOLI?
…ma io vi sfondo le costole a colpi di mestolo.
Non ho trascorso nove mesi nel disagio e nella scomodità per mettere al mondo uno GNOMO, accidenti a voi. Non ho patito le pene dell’inferno per una giornata intera per poi sentirmi dire “ma che belle zampine che ha!”. ZAMPINE UN CAZZO. SONO MANI, CRETINA. MANI!
Io non capisco, è come se a chiamarli col loro nome (BAMBINI) si facesse la figura degli insensibili. E lo dice una che è sposata con Amore del Cuore e che ha messo al mondo Minicuore. Ma quelli sono fattacci miei, che diamine – è come ho deciso di chiamare due persone specifiche, mica un’intera categoria di esseri umani. Non pretendo di andare in giro a dire “Oh, ma guarda quanti bei Minicuore ci sono in questa nursery! Sei una donna fortunata, il tuo Amore del Cuore sarà un papà fantastico!”. Dai, cos’è. Anzi, come direbbe mia suocera, MA CE LA FATE?
Comunque.
Il confronto con gli altri è sempre una grande incognita. Ma più per voi che per vostro figlio. Anzi, vi renderete presto conto che vostro figlio, incredibilmente, non è per nulla misantropo. 

Curva della finta serenità neonatale

Quei due o tre giorni che passi in ospedale con il bambino sono una specie di allenamento, ma poco realistico. Nonostante le ostetriche ti chiamino ripetutamente MAMMA – credo più per farti rendere conto di che cosa ti è appena capitato che per l’effettiva impossibilità di ricordarsi nome e cognome di ogni singola puerpera ricoverata –, cominci a capire veramente quello che ti è successo quando rimetti piede in casa. Noi siamo entrati, abbiamo appoggiato per terra sacchetti, valigini, mazzi di fiori, pacchetti e pacchettini e, dopo sette minuti di euforia da “Oddio, che bello, il mio bidet!”, abbiamo sistemato Minicuore sul divano, nella navicella del passeggino, e ci siamo domandati E ADESSO?.
E adesso niente, sono fattacci tuoi.
Non credo ci sia niente che può davvero prepararti a gestire la faccenda, a parte il buonsenso.
Perché prendersi cura di un neonatone è un po’ come conoscere una persona nuova, solo che questa persona si piscia addosso a ripetizione e non è perfettamente in grado di farti sapere che cosa le sta succedendo. O di soffiarsi il naso in autonomia, se è per quello. O di capire che ha le mani. O di distinguere il giorno dalla notte. O te da un materasso.

Mappatura dei luoghi del sonno per frequenza di assopimento

All’inizio, inevitabilmente, le questioni pratiche ti fagocitano. E cambiare la garzina al cordone ombelicale. E farlo mangiare regolarmente. E non lessargli il sedere sotto al rubinetto. E il freddo. E il caldo. E la copertina in faccia. E le calzine. E l’appuntamento dalla pediatra. E come si fissa l’ovetto al sedile della macchina. E la cuffietta. E mettilo a pancia in su. E giralo sul fianco. E starà crescendo. E se non cresce come facciamo. Ogni cinque minuti ne hai una. E ogni due ore e mezza il sistema operativo si azzera, BAMBINO.EXE si riavvia (girano con Windows, all’inizio) e la gioiosa tarantella ricomincia da capo: pannolino > tetta > rutti & secrezioni assortite > nanna (auspicabilmente). Nel caso ci sia da cambiare una tutina, poi, i tempi si dilatano notevolmente…

Legge di moltiplicazione falangea del neonato

Con il passare dei giorni, comunque, si diventa più bravi. Anche accudire un neonato, infatti, segue determinati schemi motorio/cognitivi. E l’allenamento, come insegna MADRE, aiuta sempre. Non avrei mai pensato, ad esempio, di riuscire a tollerare la cronica mancanza di sonno con la disinvoltura che sto dimostrando. Non avrei mai pensato di potermi rallegrare, alle quattro del mattino, per il sorrisotto storto che ti fa un bambino minuscolo quando lo prendi in braccio dopo un piantino. E non avrei mai pensato di potermi commuovere davanti a uno stendino, ma è capitato anche quello. Se lì con una vaschetta piena di tutine tempestate di pinguini e orsacchiotti e ti viene un po’ da piangere, tra una molletta e l’altra.
Insomma, ce la caviamo. Oserei dire che ce la caviamo bene. L’impegno, di sicuro, ce lo mettiamo. E Amore del Cuore è, come prevedibile, molto bravo. Se potesse, credo che mi solleverebbe anche dai doveri dell’allattamento. E io glielo lascerei fare volentierissimo. Tutti ti raccontano quanto è utile allattare e quanto fa bene al bambino, ma sorvolano un po’ sulle difficoltà iniziali. Io sono uscita dall’ospedale con i capezzoli ridotti peggio di una trincea di Verdun ma, a quanto pare, pure quello fa parte del pacchetto. Dopo essermi cosparsa di creme alla lanolina e aver protetto i miei preziosi rubinetti con paracapezzoli in argento 925 – roba uscita per direttissima da un film di Austin Powers -, le mie piastrine hanno finalmente deciso di mettersi all’opera e, dopo settimane di discreti patimenti, ho conquistato la libertà di annoiarmi di tanto in tanto. Perché i bambini piccolissimi mangiano dalle sei alle otto volte al giorno. E ogni volta ci mettono una mezz’oretta buona. Trovarsi un hobby è assolutamente fondamentale.

Allattamento - composizione delle attività svolte in parallelo

E niente.
Siamo qui.
Siamo in tre (più Ottone).
Stiamo ancora tutti quanti bene e ci amiamo fortissimo.
Ciò è sufficiente a fare di me una MADRE? Non credo proprio… ma da qualche parte bisogna pur iniziare.
Ben arrivato, Minicuore. Ti adoriamo. E ce la faremo, promesso.
🙂

***

Visto che mappare in maniera esaustiva i fenomeni principali dell’esistenza di un neonato e cacciarli tutti in un solo post è vagamente impensabile, l’ambizioso progetto procederà su Facebook – senza alcuna periodicità o criterio. Voi fateci un giro, però. Sarà bellissimo.