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Dunque, chi abita nei dintorni di Piazza Ambrosoli – anzi, di Piazza GIORGIO Ambrosoli, che altrimenti le mappe di Google non ve la trovano e vi mandano a Usmate Crostone – è già molto fortunato. Palazzi bellissimi. Alberi altissimi. Negozietti amichevolissimi. E, dal 22 settembre, pure una vineria di rara piacevolezza. Il Vinaccio, infatti, ha deciso di aprire bottega anche un po’ più in là del Naviglio – dove già tante gioie ci regalava -, affiancando al nuovo locale anche un grande negozio virtuale.

Ma procediamo con ordine, perché i collaudi ben riusciti vanno documentati.

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Ebbene, leggenda narra che al numero 3 di Piazza Ambrosoli ci fosse un ortolano, un signore che – in quarant’anni e passa di onorato servizio – è riuscito a diventare una vera istituzione di quartiere. Quando ha deciso di chiudere e di godersi la pensione, è subentrata la Ciurma del Vinaccio, con l’idea di portare avanti la tradizione di buon vicinato e di creare un nuovo punto di riferimento per chi passa o per chi vive nei dintorni. La selezione dei vini che si possono trovare in negozio è accurata e scrupolosa, ma anche basata sulle storie e sul rapporto personale con i produttori. Vini eccellenti, insomma, ma fatti e scelti col cuore. Costosissimi e inavvicinabili? No. Da supermercato? Nemmeno. Ci sono bottiglie buone che possiamo passare a prendere per cena in un comunissimo martedì sera – per dire – e bottiglie per le occasioni “speciali”. E, aspetto ancor più importante, c’è Alessandra, che ha il preziosissimo talento di sapere TUTTO senza fartelo pesare. Anzi. Il risultato di questo felice mix convivial-enologico è un locale BARRA negozio che se la tira poco ma la sa lunga. Un posto dove si sta bene.

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Ma c’è solo la vineria di quartiere?
Macché.
Magari stiamo da un’altra parte. Magari non abitiamo neanche a Milano. L’idea dei soci del Vinaccio è quella di creare una rete di enoteche nelle città più disparate, fino alla conquista del pianeta e delle galassie più remote ma, nel frattempo, si sono dati da fare per essere presenti, almeno virtualmente, ovunque. Insieme al nuovo Vinaccio, infatti, è stato inaugurato anche un vasto e-commerce – www.ilvinaccio.it -, che affianca il negozio e ne condivide in pieno lo spirito.
Il “rating” delle bottiglie potrei averlo inventato io, quindi ne parlerò con grande entusiasmo. Sia online che offline i vini vengono valutati in CUORINI.

C U O R I N I

Visto che nello shop arrivano solo prodotti molto ben selezionati, la bontà non può che essere misurata in cose belle. Si va, dunque, da vini “sopra la media nella loro categoria” (un cuorino bianco) ai vini “unici e senza paragoni” (un cuorino tutto rosso trafitto da un’amorosissimo dardo). E, dopo averne assaggiati numerosi – mantenendo comunque la dignità, perché sono pur sempre una signora – un rating del genere mi sembra incredibilmente appropriato.
Ma vi dirò di più.
Visto che bere da soli non è un crimine, certo, ma mi sembra più gioioso bere in compagnia, c’è anche un codice sconto del 10% da usare, se vi va, su www.ilvinaccio.it. Il codice è difficilissimo, preparatevi: tegamini.

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Dopo il giro di esplorazione in negozio – e una quantità considerevole di chiacchiere – ci siamo spostati al Montalcino (grazie alla Francesca per il passaggio e per avermi fatto provare l’emozione di parcheggiare a Milano con la Smart – 3 minuti netti, a Porta Genova… LA VITA), che è un po’ il campo-base dei soci del Vinaccio. Il ristorante ha una cantina super Game of Thrones dove la Ciurma si riunisce periodicamente per assaggiare e valutare i vini da proporre nel locale e sullo shop. Ho mangiato come un bufalo,  ho bevuto anche meglio e sono tornata a casa proprio contenta. Insomma, bravoni tutti. E in bocca al lupo.

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Il Vinaccio di Piazza Ambrosoli 3 inaugura il 22 settembre. Passate a bervi un bicchiere!

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Post realizzato in collaborazione con Il Vinaccio.

 

Non so se si capirà, ma proviamo.
Il tempo è una gran fregatura, ma ha anche un valore inestimabile. E, a ben 32 anni, faccio molta fatica a ricordare un momento in cui ho effettivamente avuto del tempo.
Di certo sto esagerando, ma mi è sempre sembrato di avere, più che altro, dei pezzi di giornata da amministrare. Dei ritagli un po’ approssimativi da rimediare in mezzo a tutto quello che ci si aspettava che facessi, studiassi o producessi.
È da quando sono piccolissima che mi dicono che non ho costanza, che non sono abbastanza tenace, che non mi impegno a sufficienza. La verità è che l’impegno massimo l’ho sempre buttato tutto nel creare del tempo che mi regalasse la possibilità di scegliere. E di capire che cos’ero, in qualche modo. Che cosa potevo diventare, coltivando quello che pensavo potesse darmi un significato, un posto.
In pratica, però, non ho mai smesso di fare, studiare o produrre quello che ci si aspettava da me.
Molto di quello che mi sembrava importante, molto di me come mi conosco adesso, cominciava semplicemente dopo – quando il tempo “normale” esauriva il suo spazio sull’agenda. Io c’ero, prima o poi. Ma nei margini di quello che bisognava fare. Per parecchio sono riuscita a definirmi solo per differenza. Questo non mi appartiene. Questo non mi piace. Questo non c’entra niente. Questo no. L’epoca dell’università è stata quella dei più o meno. Poi ho respirato. E sono stata fortunata, nei limiti della fortuna che può aspettarsi una persona che comincia a lavorare nel 2009.
Non credo che mi sia successo niente di particolarmente speciale o rivoluzionario. Tutta questa roba si chiama crescere, alla fin fine. E l’aspetto più bello è scoprire che esiste un margine di manovra. Che le cose che detesti o quelle che ti azzoppano si possono modificare. Che gli unici timori che devi prendere in considerazione sono i tuoi. Che il tempo può smettere di procedere su due linee parallele, perché controllarlo diventa più plausibile.

Ho fatto, per anni, un lavoro che mi rendeva orgogliosissima. Poi è arrivato il momento di cambiare e ne ho fatto un altro che mi ha insegnato moltissimo, ma che mi ha quasi rimbambita. E poi è nato Cesare, evento che ha introdotto un paradosso piuttosto interessante. Perché l’epoca che – per eccellenza – determina la fine inevitabile del tuo tempo, per me ha rappresentato una specie di espansione delle possibilità. E un ripensamento della mia concezione di “cos’è importante”. Ma non perché ODDIO I FIGLI CI DANNO UNA RAGIONE PER VIVERE, perché io avevo trovato il modo di sentirmi molto felice e realizzata anche da nullipara, vi dirò – ma perché quando qualcuno dipende completamente da te devi diventare molto coraggiosa. E tutto quello che mi intimoriva ha smesso di farmi paura.

Ho sempre detestato la prospettiva di deludere il prossimo. Di dimostrarmi un cattivo investimento. Di non essere all’altezza delle aspettative.
Ma non sempre.
Perché, sebbene questi dubbi fossero una costante nel mio tempo “normale”, erano anche zavorre che sparivano quando arrivavo finalmente a occupare il mio tempo. Ma non per malriposti deliri di onnipotenza – tutta questa struttura ha una sua patologica razionalità, mi pare -, ma perché chi sa che cosa è meglio per noi siamo noi, ad un certo punto. E a volte ci scopriamo capaci di cose che non avremmo mai immaginato di poter fare.
Con Cesare ho tirato fuori risorse che non credevo di possedere. E non perché abbiamo deciso di riprodurci con la convinzione che la nostra vita non sarebbe cambiata – però, si va meno al cinema e non si va più a ballare. MA VA? -, ma perché capitano gioie, accidenti, disastri e luminosi momenti di felicità che, semplicemente, non è possibile immaginare prima. Non è una scoperta da ridurre all’argomentazione imbecille del TU CHE NON HAI FIGLI NON PUOI CAPIRE. È più una questione di superamento, da parte di una realtà piuttosto enorme e ramificata, delle tue capacità di previsione e di gestione dell’imponderabile.
Puoi sentire quello che ti raccontano gli altri e puoi costruirti accurati scenari, ma è difficile sapere con certezza com’è che la prenderai per davvero. Così come non si immagina bene la fatica. O da dove provenga l’energia che torna a soccorrerti quando pensavi di non starci più dentro. O la fonte misteriosa della pazienza che persevera nel sostenerti anche al quarto cucchiaino di cremina alla tapioca che finisce in terra, in microparticelle vaporizzate.

Non ho idea di come sia capitato, insomma, ma sono diventata molto più forte. E molto meno incline a pensare che il tempo che ho a disposizione possa continuare a dipendere dalle decisioni o dalle influenze di qualcun altro. Perché non tutte le cose hanno la stessa importanza. Non tutte le relazioni riescono a farci somigliare un pochino di più a quello che vorremmo essere. Non tutti i lavori ci rendono fieri di quello che stiamo facendo, o ci garantiscono uno scambio dignitoso tra quello che diamo e quello che riceviamo. Non tutto quello a cui ci dedichiamo o tutti i rapporti che coltiviamo sono tempo nostro.
Non voglio più avere bisogno di distinguerli, i due tempi.
Voglio che rimanga solo il mio.
Non voglio provare quella stanchezza devastante – mista a voglia di mettermi a letto e di rimanerci per cent’anni – che ti schiaccia quando fai malvolentieri e con grande macchinosità qualcosa che non ti appartiene e che, alla fin fine, neanche ti interessa. Voglio avere la possibilità di esserci – senza dover chiedere il permesso a nessuno – se ci sarà bisogno di me. Voglio che Cesare cresca sapendo che ci ha spalancato un vasto e inesploratissimo orizzonte di felicità – e che questa lucina molto brillante mi ha fatto venire voglia di migliorare anche il resto. Mi ha fatto vedere quello che c’era già, forse, ma che avevo paura di fare. Perché cambiare è difficile, è rischioso, ci espone al fallimento e alle cantonate. Ma, certe volte, ci salva. E trasforma tutto il nostro tempo in una specie di regalo, in un contenitore da riempire con quello che conta davvero. 
Andrà bene?
Chissà.
Ma ci proviamo.
Perché il coraggio non manca più.

 

Ebbene, anche oggi è una giornata magnifica per desiderare delle cose!
Procediamo con baldanza.

Mi sono recentemente resa conto di essere piena di buste, bustine e bustone che dovrebbero aiutarmi a tenere in ordine le borse, contenendo di volta in volta insiemi di oggetti di varia utilità quotidiana. Le mie borse, nonostante questo nobile sforzo classificatorio, restano però un casino e, invece di frugare una volta sola nelle vaste profondità della borsa principale finisco per frugare anche in tutte le bustine, non trovando comunque una mazza. Basta, mi sono rotta i coglioni di frugare. Voglio solo bustine trasparenti. Su Sticker Stack – sito specializzato in cancelleria asiatica (e in tutto quel vasto mondo che può circondare il termine CANCELLERIA) – ce ne sono diverse. Hanno un’aria superbamente funzionale e alcune sono addirittura carine.

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PBteen – sito che per motivi anagrafici non dovrei visitare, lo ben so – ha lanciato da poco una bellissima collezione di aggeggiame domestico disegnata da Anna Sui. È un tripudio di farfalle, cassettiere goticheggianti, specchi arzigogolati e pavoni. E c’è anche un cuscino con un unicorno sciantosissimo.

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Un sabato sono andata a lavorare alla libreria Open – perché sì, capita di lavorare al sabato – e, mentre andavo a sedermi al tavolone dei volenterosi COWORKERS, ho individuato una pregevole scatolina di Parole orrende magnetiche. Da ciaone ad apericena, nulla deve sfuggire all’odio. Sfogatevi sul frigo.

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Mi sto convertendo alle borse a tracolla. Se devi spingere un passeggino o maneggiare un infante sono decisamente più comode. Vado graziosamente in giro con roba che penzola nell’incavo del gomito solo quando sono in solitaria, ormai. E ci sta, ci si riadatta. E la cosa positiva è che puoi dichiarare di aver bisogno di borse nuove offrendo solidissime motivazioni. I miei entusiasmi più recenti si stanno riversando sulle tracolle tondeggianti di ban.do. C’è anche rosa.

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Odio le pagine Facebook con le robe che “fanno ridere”. Ma i Dinosauri Onesti sono la vita. E ho scoperto che ci sono anche le magliette. Le vorrei tutte – come rinunciare a SI SA CHE IL NUOTO È LO SPORT PIÙ COMPLETO – ma, per deformazione professionale, credo che sarebbe bello cominciare da questa.

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Il ritorno dalle vacanze è anche un po’ il ritorno alle nostre solite facce di pietra. Non so voi, ma io divento grigia appena rimetto piede in casa mia. Come una lapide in un cimitero bretone. Visto che amo moltissimo gli scrub e le acquette spruzzette di Caudalie (FANNO EFFETTIVAMENTE QUALCOSA) vorrei provare anche il Fluido Pelle Perfetta della linea Vinoperfect, che promette di resuscitare pure i sassi. Basterà? Spero di scoprirlo presto.

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Sul fronte lettura, invece, vorrei mettere le mani il prima possibile sul nuovo romanzo di Peppe Fiore – da me già molto apprezzato qualche tempo fa, quando uscì Nessuno è indispensabile. Dimenticare mi pare un po’ diverso, come toni – un cupo mistero, una storia di solitudine e di ricordi che riaffiorano per chiedere il conto -, ma sono molto fiduciosa. E curiosona.

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Ho il fondato sospetto che gli Oscar Ink ci regaleranno grandi soddisfazioni. Ho “inaugurato” la collana con Monstress – per chi volesse approfondire, c’è un #LibriniTegamini nella versatile e comodissima sezione – e ho spavaldamente proseguito con il primo volume di Black Monday – che raccoglie i primi quattro capitoli del fumetto originale, The Black Monday Murders -, sceneggiato da Jonathan Hickman e magnificamente disegnato da Tomm Coker. Sulla fascetta c’è Satana, dopotutto. Cosa potrà mai andare storto?

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Ma che succede, in questa gloriosa graphic-novel? L’idea di fondo, che verrà esplosa in una ragnatela di epoche, personaggi e accidenti diversi, è quella dell’esistenza di un legame più o meno occulto tra soldi e forze dell’oscurità più buia, truculenta e terrificante. I soldi scorrono come il sangue e, se ne vogliamo accumulare abbastanza, ci sarà sempre un prezzo da pagare.

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Il fumetto si apre con la teatralissima morte di un rampollo della dinastia Rothschild – e per teatralissima intendo una roba alla Seven – e con l’inizio di un’indagine apparentemente senza speranze, perché troppo misterioso e fosco è il reale movente del delitto. A sbrogliare la faccenda sarà chiamato un detective poco incline a seguire il manuale, ma particolarmente predisposto a credere all’incredibile.
Il vero centro dell’azione, però, sono gli uffici delle grandi banche d’investimento che controllano Wall Street e la finanza mondiale da tempo immemore – forse addirittura da prima che l’uomo cominciasse a parlare di soldi, accontentandosi di percepirli semplicemente come “potere”. Hickman ci accompagna dietro le quinte della Caina-Kankrin, mostrandoci le “vere” cause del crollo del 1929 e di ogni successiva catastrofe finanziaria, costruendo per lo sbalordimento di noi tutti un complicato e fascinosissimo meccanismo di gestione dei flussi monetari che, come vedremo, non sono altro che il risultato di un mastodontico e indissolubile patto col diavolo.

Non so voi, ma non ho mai letto niente del genere. E raramente mi è capitato di godermi dei disegni così belli. È un lavoro imponente, stratificatissimo e apparentemente senza fondo.
Un po’ come l’avidità.
O l’inferno.

Ben tornati al glorioso appuntamento con la lista delle cose che non mi sono potuta permettere questa settimana – ma che comunque desidero con grandissimo trasporto.
Procediamo!

Dunque, sono arrivata alla conclusione che ogni singolo capo d’abbigliamento o accessorio di Miss Patina dovrebbe felicemente trasferirsi nel mio armadio ma, se devo proprio scegliere, darei la priorità al vestito da gattara bibliotecaria. Il tenero micino, purtroppo, non sembra compreso nel prezzo.

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Mio malgrado, non sono immune al fascino delle perlotte. E delle borsine minuscole dove riesci a infilare solo le chiavi di casa ma già se vuoi metterci i fazzoletti hai qualche problema. La combo mortale, dunque, è la bustina con le perline. Celestiale… e pratica come un ombrellino da cocktail in mezzo a una tempesta monsonica. Tipo questa specie di bomboniera di Max&Co.

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Copio e incollo quello che ha scritto Minimum Fax su Instagram per raccontare il prossimo saggio che dovrei leggere. È tutto qua:

“Noi non siamo stati preparati per questa vita agra, ma per un’altra meravigliosa. Il problema è che quella vita non esiste”: giovedì 14 esce Teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura, il libro che finalmente ci spiega perché desideriamo stili di vita che non possiamo permetterci.

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È settembre, quindi bramo di default un’agenda nuova (anche se mi ostino a comprare quelle che, in teoria, dovrebbero coprirmi fino a fine anno). E bramo un’agenda nuova anche se sto usando praticamente sempre Google Calendar per qualsiasi cosa. Pazienza. La ricerca dell’agenda perfetta è un cammino lungo e periglioso. La mia ultima scoperta sono i planner di Dailygreatness. C’è quello per la vita in generale e quello business (visto che ora sono una garrula lavoratrice autonoma che farà casino con le tasse e non capisce più dove si trova nell’universo). Li vendono in un comodo bundle COSTOSISSIMO e sembrano molto intelligenti.

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House of Hackney (mia imperitura fissazione) ha finalmente sfornato la nuova collezione di carta da parati, roba INESTIMABILE per la casa e abiti che non potrò mai permettermi – anche se una maglietta me la sono comprata, lo scorso anno. Comunque, tra i diversi stili autunnali, il mio pattern preferito è sicuramente il sobrio e delicatissimo Paradisa, ispirato a un motivo decorativo hawaiano degli anni Trenta. Con pappagalli giganti. E foglie. A posto. Spero ci facciano anche le t-shirt, visto che sono più o meno l’unica cosa che posso vagamente comprarmi (quando vanno in saldo).

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Concluderei con un’altra tracollina inutile, perché non sono mai abbastanza. Visto che mi sono persa i dinosauri di Coach e pure quelli di Zara, potrei ripiegare su un erbivoro incredibilmente allegro di Pull & Bear. C’è anche il triceratopo, ma mi piace meno perché è color cacchetta.

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Non è una regola ferrea, ma nelle coppie capita spesso che ci sia uno che fa le foto e l’altro che non ci pensa neanche lontanamente. Anzi, che vive la faccenda quasi con fastidio. Te ne accorgi soprattutto in vacanza. Te ne accorgi soprattutto quando hai un bambino piccolo. Te ne accorgi in maniera inequivocabile se hai sposato Amore del Cuore.

Ora, per me fare le foto alle cose o alle persone è una maniera di creare ricordi, di ritrovare quello che mi ha stupito in un certo istante o di fissare un momento che non mi va di perdere per strada. Mi piace fare le foto e fotografo qualsiasi cosa, anche se non ho mai sviluppato un particolare talento “tecnico” o una fissazione spiccata per obiettivi, pellicole, marchingegni e attrezzature. La tecnologia si è evoluta di pari passo con la mia pigrizia, forse, quindi mi arrangio felicemente con il telefono o con una delle macchinette più elementari ed efficaci che ha inventato la Canon per la gente allegrona ma piuttosto sbrigativa.
Comunque.
Sarà che ho sempre l’angoscia del tempo che passa e che si trascina via quello che succede, sarà lo spiccato orientamento al visuale della società che abitiamo, sarà che quelle tre volte che mi vesto come un essere umano mi piace potermelo rammentare – SARÀ QUEL CHE SARÀ, ma io sono quella che fa le foto. E Amore del Cuore no.

Io lo fotografo spesso, Amore del Cuore. Mi fa piacere. Mi diverto. Se ha in braccio Cesare o se Cesare gli sta camminando sulla faccia, poi, lo fotografo ancora più volentieri. Se siamo insieme da qualche parte e sono contenta parto anche con “Amore del Cuore, facciamoci una foto insieme”. Ci provo io, ma tra i due non sono quella col braccio più lungo, quindi spesso finisce con un “Amore del Cuore, falla tu, che fai meno fatica e magari entriamo nell’inquadratura senza slogarci le clavicole”.
E già lì si percepisce del disagio.
Ma è solo la punta dell’iceberg dello scazzo.

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Io non so, onestamente, come facciano quelle con gli Instagram pieni di foto dove ci sono loro per strada, appoggiate a un portone interessante con un gelato in mano. O graziosamente accoccolate sull’erba di un giardino. O sedute sui gradini di qualche chiesa. Ragazze che passeggiano sospinte dalla brezza. Ragazze che osservano il tramonto dalla cima di una scogliera. Quella roba lì.
Ma chi è che vi fotografa, ragazze dell’Instagram?
Non Amore del Cuore, questo è certo.
La dinamica è la seguente. E no, non accade sei volte al giorno. Accade circa una volta ogni due settimane – il tempo necessario a riprendermi dal trauma causatomi dai precedenti tentativi di farmi fotografare dal mio consorte.
Ma parliamone.

È una giornata radiosa (o almeno sopportabile). Ho i capelli pulitissimi e ho avuto il tempo di mettermi addirittura il rossetto. Sono ben disposta verso l’esistenza e indosso un insieme di cose che mi rendono in qualche modo fiera di essermele comprate o di averle abbinate con criterio. Ci ritroviamo a passeggiare in un bel posto, non c’è tanta gente.

“Amore del Cuore, fammi una foto. Guarda che meraviglia. Per favore, su. Mi metto lì cinque secondi. Paf, paf e via”.

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Consegno il telefono ad Amore del Cuore – con la fotocamera già attiva, che così non deve manco sbattersi a pigiare l’icona per aprire l’app – e Amore del Cuore lo afferrerà con un misto di riluttanza e compatimento, come se gli stessi porgendo un paio di pattine da indossare per non rigarmi il parquet, o una sogliola umida, o la carcassa ricoperta di muffa di un gatto con tre zampe. Alla consegna del telefono, devo aggiungerlo per dovere di cronaca, Amore del Cuore reagisce anche alzando gli occhi al cielo e sbuffando con eloquenza.
Io, caparbia, mi vado a piazzare in un angolo – ben conscia del suo travolgente entusiasmo – e provo a pensare a che faccia dovrei fare o a come potrei mettermi per non somigliare a una cretina che sta ferma contro a un muro senza un motivo al mondo. Non posso dedicarmi a questo nobile sforzo intellettivo-plastico, però, perché Amore del Cuore non è visibilmente pronto ad affrontare il GRAVOSO compito a lui affidato con l’adeguata serietà.
Dovete sapere, infatti, che Amore del Cuore non si sposterà di un centimetro dal punto in cui gli avete consegnato il telefono. Potete andare a mettervi in posa a cento metri di distanza o rimanergli appiccicate, non farà la minima differenza. Lui starà lì dov’è, come un albero, cazzo. “Amore del Cuore, vieni qua, però. Cioè, non mi pigli neanche con lo zoom se rimani lì”. Una volta approdato a punto B – e scordatevi un punto C, dal punto B non lo schioderete mai più -, Amore del Cuore si metterà una mano in tasca, tirerà su il telefono e scatterà brutalmente una sequenza di foto. Ma così, a caso. Bam, bam, bam, bam.

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“Amore del Cuore, tralasciamo per un attimo la mia faccia, perché di quello non hai colpa, ma ho delle domande. Perché ho sei metri di spazio vuoto a sinistra e la spalla destra a filo del bordo? Dimmelo che ho una lama di luce che mi decapita, che così mi scanso leggermente. Ma poi non t’accorgi che se non ti abbassi un po’, quando mi fai le foto, somiglio a Tyrion Lannister? Avrò anche la testa grossa e le gambe non lunghissime, ma se non ti pieghi un po’ viene veramente fuori una roba che non ha senso. Le proporzioni di un neonato. E la porta, sto qua in mezzo perché sarebbe bello che si vedesse tutta, ma in una maniera un po’ più simmetrica. Cioè, quello stipite lì è in diagonale. Ma pesantemente. Non è una porta, sembra un triangolo scaleno, l’entrata di una piramide, un incubo geometrico”.
Che rompicoglioni, direte voi. Ottimo, venite a farvi fare una foto da Amore del Cuore e poi ne riparliamo.
Comunque.
Amore del Cuore accoglie benissimo le mie rimostranze. Si lancia, di solito, in una filippica contro i social network nel loro complesso (come se le foto che mi fa fossero pubblicabili), arrivando a denigrare il capitalismo e auspicando il ritorno della censura statale (ma quella delle monarchie illuminate e basta). E io là, appoggiata a una porta a sognare un selfie-stick.

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Il secondo giro di foto è lievemente migliore. O forse così mi pare, perché so benissimo che non ce ne sarà un terzo. Insomma, ho una testa di dimensioni accettabili, sto più o meno in mezzo alla foto, ho i piedi, sembro a fuoco… purtroppo. Perché, una volta risolti i problemi di posizionamento, subentra la disamina della mia faccia e della mia persona in generale. Non mi sento di imputare ad Amore del Cuore anche queste disavventure, ma una cosa devo dichiararla.
Doverosamente.
Se uno ti fotografa malvolentieri – e tu lo sai che ti stanno fotografando malvolentieri -, verrai di merda. Ma merda vera. Il cubismo è una straordinaria corrente artistica, ma quando guardi una tua foto e ci vedi del cubismo non è una bella cosa.
Come il 97% degli esseri umani, vengo meglio in foto se non m’accorgo che mi fotografano o se qualcuno prova insieme a me a farmi venire un po’ meno male. Ma basta poco. Girati un po’ di lì. Muoviti verso di là. Vieni verso di me. Saluta unicorni immaginari. Mangia il gelato. Fermati così.
Con Amore del Cuore è impossibile.
Non esisteranno mai momenti in cui mi fotograferà di sua sponte, mentre galleggio ignara in un istante di serenità. E nemmeno riceverò indicazioni durante questi infrequentissimi “Amore del Cuore, fammi una foto”. Che cosa volete che mi dica? Alzati un po’ te in punta di piedi se non vuoi venire con la testa troppo grossa, che io non ho proprio voglia di chinarmi?

Quindi niente, abbiamo delle difficoltà non particolarmente risolvibili. Sono problemi di indole, proprio. Amore del Cuore non ama immortalare una mazza di niente, ma ce ne faremo una ragione. Il mio profilo Instagram mi vedrà comparire in maniera sporadica – il che, tutto sommato, non credo sia una cattiva idea – e nelle foto di famiglia ci saranno solo lui e Cesare. Bellissimi. Che si stropicciano e si coccolano in ritratti pieni di sentimento e tenerezza.
Io lo accetto, tutto questo. 
Anzi… lo accetterei di buon grado.
Peccato, però, che poi si verifichi il seguente fenomeno.
“Ma Tesoro di Cuccioli, non abbiamo più stampato neanche una foto. Dobbiamo fare gli album di Cesare, dobbiamo riempire le cornici. È bello avere gli album e le foto per casa. Anche delle vacanze, non le abbiamo mai risistemate. Dobbiamo guardarle, anche quelle vecchie. Ti ricordi il nostro primo viaggio a Berlino? Diamo un’occhiata. Scegliamole, che poi le stampiamo”.
Scusa?

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Perdonatemi e siate pazientissimi, ogni tanto si risveglia la Meredith Grey che è in me – insieme all’insopprimibile necessità di esordire con una gag assolutamente strabiliante e originalissima.
Ma lasciamo perdere.
Dunque, perché ci troviamo qui.

Ci troviamo qui perché, anche quest’anno, siete stati pazzescamente cari e avete deciso di mandarmi in gita ai Macchianera Internet Awards. Non avendo più alcun controllo sul tempo che passa o sul quello che faccio al mondo, ho scoperto di essere candidata a qualcosa più o meno una settimana dopo l’annuncio ufficiale. Me l’ha detto Amore del Cuore mentre stavo sul terrazzo coi piedi appoggiati sulla ringhiera a fissare la palma morta dei dirimpettai del mare, nel tentativo di radunare le forze per tirarmi su dopo una sessione particolarmente intensa di MINICUORE DORMI BISOGNA FARE LA NANNA CHE È TARDI.
Ma Tesoro di Cuccioli, sei di nuovo ai Macchianera.
Ma quando mai!
È uscito l’elenco, guarda. Sei nei siti letterari.
Oh, cavolo. E Snapchat?
Snapchat non c’è più.

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Le categorie andavano sfoltite, credo. E insieme a “Miglior post di satira socio-economica scritto con l’ausilio della sola mano destra durante una tempesta di sabbia nelle immediate vicinanze di un vulcano in attività” è sparito anche il premio per Snapchat. Mi dispiace, perché ci tenevo a difendere il titolo. Cos’è, adesso rimarrò in carica in eterno? Monarchia assoluta e addio? È qualcosa di tramandabile a Cesare?
Chissà.
Comunque. Quest’anno la grande priorità sarà la seguente: non arrivare ultima nei siti letterari. Come vedrete, sono in ottima compagnia. Ci sono riviste online, blog editoriali, magazine, l’Ilenia Zodiaco – evviva l’Ilenia! -, librai battaglieri, poeti laureati, premi Nobel, Michiko Kakutani e pure l’inventore della pastina per bambini a forma di letterine dell’alfabeto.

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Insomma, sarà dura, ma spero di cavarmela con un piazzamento onorevole.
A tal proposito, appiccico qua sotto il link alla scheda di votazione per chi avrà voglia/tempo/sufficiente benevolenza per continuare a sostenere la mia improbabile candidatura. I siti letterari sono un po’ in fondo – al 20 -, ma ci sono. Si può votare fino al 15 settembre (la premiazione sarà il 16… e spero caldamente di incontrare Alberto Angela).
Grazie per avermi sospinta fin qui, davvero. Per me è già motivo di grande commozione.

SI VOTA QUI, ALÉ.

Visto che sono bravissima a desiderare delle cose, ho deciso di mettere questo fondamentale talento a disposizione della collettività. Una volta alla settimana, dunque, condividerò qui sul blog un mini elenco delle cose che ho scoperto di bramare nei giorni precedenti. Ci sarà un po’ di tutto, temo, ma spero che anche voi riuscirete a trovarci dentro qualcosa da amare. Amici e parenti, inoltre, potranno utilizzare questi preziosi post per azzeccare sempre i regali. AVETE SENTITO AMICI E PARENTI. ECCO.
Bene, cominciamo allegramente a bramare.

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Una (o tutte) le spilline letterarie di Ideal Bookshelf, uno shop adorabile dedicato agli amanti dei libri che vende un po’ di tutto, dalle stampe di “scaffali ideali” di ogni genere – si può anche richiedere un quadro personalizzato, con i nostri titoli preferiti – alle immarcescibili borsine di tela.

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Uno (o più) cuorini smaltati di Iccio, creati a mano da una ragazza milanese – Beatrice Pagani – che ha deciso di aprire un laboratorio orafo dopo una laurea in economia e un po’ di sogni che si erano stufati di rimanere nel cassetto. I gioielli sono tanti (collane, bracciali, ciondoli, anelli), ma la costante sono le linee sottili e i dettagli colorati. Amo fortissimo anche i Fiammiferi.

FIAMMIFERO-ROSSO
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Non smetterò mai di comprare quaderni, blocchi, cancelleria, carta assortita, penne, matite, pastelli e via così. MAI. Non importa se poi è roba troppo carina per scriverci sopra, io voglio tutto. E ogni volta che compro una cosa nuova, mi ripeto immancabilmente “ma no, questa volta la usi. Poi si crepa, che senso ha non usare le cose belle?”. Ecco, vorrei esclamarlo con fragore anche adesso, dopo aver adocchiato un pregevole blocchetto che dovrebbe esortarmi a fare quello che devo fare senza mettere la testa sotto la sabbia.

struzzo

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I tre capisaldi della mia infanzia cinematografica sono stati La storia infinita – ARTAX STUPIDO CAVALLO NON MORIRE ARTAX ESCI DA LÌ -, La storia fantastica Labyrinth. Con buona pace dell’Imperatrice Bambina e della Principessa Bottondoro, però, il vincitore indiscusso è David Bowie con i suoi goblin rompicoglioni. E, visto che ho sempre nove anni, mi piacerebbe parecchio sfogliare l’artbook definitivo di Labyrinth. È pieno di schizzi, foto inedite dal backstage e interviste al vasto staff di creativi che ha contribuito a inventare il mondo del film. E pure la pettinatura di Jareth, immagino.

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Sono molto curiosa di vedere l’intera collezione autunnal-invernale di Lazzari, ma ho già deciso di affezionarmi molto alle felpette e ai maglioncini con i volant.

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Concluderei con qualcosa di assolutamente insensato, visto che mi pare di essere stata molto ragionevole. Tié, allora, beccatevi un nobile pennello per il trucco a forma di scettro lunare. Perché sì, va bene? Comodissimo, poi. Soprattutto in viaggio.

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Non so che cos’abbia di speciale la spiaggia, ma in spiaggia si legge a una velocità supersonica. Nessun altro luogo, contesto o stato d’animo è vagamente paragonabile. Mi stendo al mare e, nonostante il sudore, gli esuberanti COCCOBELLI – l’argomento di vendita dell’estate 2017 era il seguente: COCCOBELLO TI TIRA IL PISELLO! -, le anziane che enumerano a gran voce i loro guai e i bambini che protestano perché secondo le loro madri non è praticamente MAI il momento di fare il bagno, ecco – nonostante tutti questi insormontabili ostacoli, io leggo. Molto rapidamente.

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Qui, in ordine di apparizione, troverete tutti i libri – non molto voluminosi, perché avevo bisogno di una botta d’autostima – che ho fagocitato al mare nelle due ore scarse che mi è talvolta capitato di trascorrere in spiaggia mentre Minicuore dormiva e i nonni o il papà vegliavano su di lui.

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Michele Mari, Leggenda privata
Einaudi

Mai ci fu libro meno ombrellonabile di questo, ma in Sardegna sono riuscita a portarmi in spiaggia un Millennio, quindi nulla può più spaventarmi. Comunque. Leggenda privata è un’autobiografia labirintica che procede per mostri e ossessioni, passioni (più o meno disdicevoli) e spettri in agguato nell’ombra. Se amate Mari – come non posso esimermi dal fare – questo libro diventerà uno dei vostri incubi più interessanti. Quel che è certo è che non guarderò mai più un uovo sodo con gli stessi occhi.

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tegamini estate 2017 bencivelli

Silvia Bencivelli, Le mie amiche streghe
Einaudi

Silvia Bencivelli – giornalista scientifica – ha scritto un libro per mandare garbatamente a quel paese chi, all’improvviso, decide di abbandonarsi all’irrazionalità più assoluta. Dalla dieta del gruppo sanguigno ai rituali esoterico-alternativi per far girare dalla parte giusta i bambini podalici, dai vaccini all’oroscopo, Alice – la protagonista – passa in rassegna le stupidaggini più clamorose del nostro tempo, nel tentativo (forse troppo ottimistico) di aiutarci a rinsavire e di rispondere a una domanda dalle conseguenze potenzialmente devastati: perché, di grazia, LA GENTE crede a queste colossali cretinate? È un libro godibile e arguto, che risponde a un nobile intento. Vorrebbe essere un romanzo, ma non mi sembra che ci riesca moltissimo. Prendetevi quel che c’è di buono.

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superzelda

Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta, Superzelda
Minimum Fax

Si sa, ai casi editoriali ci arrivo sempre con almeno un paio d’anni di ritardo. Comunque, Superzelda è la biografia disegnata di Zelda Fitzgerald, donna imprevedibile e turbolenta, appassionata e anticonformista, splendente e folle – sia in senso metaforico che clinico. Avrei potuto dire “Zelda Fitzgerald, la moglie di Francis Scott Fitzgerald”, ma un “moglie di” con lei non avrebbe funzionato. È una storia di creatività, difficoltà quotidiane, squilibri, talento, inquietudini e violente oscillazioni, scritta e disegnata a partire da un grande lavoro di documentazione e ricostruzione. Com’era davvero Zelda? Chissà, forse non lo sapeva nemmeno lei. Con questo libro, però, mi piace pensare di essere riuscita a conoscerla almeno un po’. Magari di sfuggita, a una festa che dura da tre giorni.

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exit west

Mohsin Hamid, Exit West
Traduzione di Norman Gobetti
Einaudi

C’è già un #LibriniTegamini, ma ripetere quanto questo libro sia straordinario non fa mai male. Hamid esplora il tema della migrazione e della fluidità delle società globali attraverso una storia d’amore che nasce nel momento meno propizio, in un paese sull’orlo del baratro, spaccato da una guerra civile che spazzerà via ogni speranza di normalità. I due protagonisti, come tanti altri, scelgono di abbandonare il loro mondo per avventurarsi verso l’ignoto, attraversando clandestinamente una delle tante “porte” che conducono verso un altrove incerto. È un romanzo prezioso, saggio e umanissimo… e sospetto sia anche la cosa più bella che leggerò quest’anno.

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piastrellista

Lars Gustafsson, Il pomeriggio di un piastrellista
Traduzione di Carmen Cima Giorgetti
Iperborea

La nuova collana Luci – con copertine infallibilmente bellissime – raccoglie i titoli che hanno contribuito, negli anni, a fare la storia di Iperborea. Il pomeriggio di un piastrellista è una specie di trionfo di mestizia scandinava. Racconta la giornata di “lavoro” di un vecchio piastrellista solitario, impegnato a sistemare un bagno in una casa sinistra e apparentemente disabitata. È una storia di abbandono e rimpianto, isolamento e bottiglie vuote, equivoci e menti ingarbugliate dal tempo. Non sono in grado di capire se mi sia piaciuto o no… perché non capita spesso di trovare un libro capace di emanare una malinconia così contagiosa.

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sofia

 Paolo Cognetti, Sofia si veste sempre di nero
Minimum Fax

C’è un #LibriniTegamini, ma diciamo due cose anche qui. Sofia si veste sempre di nero è un romanzo di formazione, credo. O una raccolta di racconti. O una riflessione collettiva sui legami che stringiamo e su come ciascuno di noi scelga di costruirsi un rifugio sicuro. Ogni capitolo è affidato a un personaggio o a una voce diversa. Tutti, in qualche modo, hanno fatto parte della vita di Sofia e, nel raccontarla – inseguendola, fraintendendola, allontanandola o salvandola -, spalancano una finestrella sul loro mondo, sui compromessi che hanno accettato e sui tentativi di afferrare un po’ di felicità. O di pace, almeno. Bello? Bello.

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hoban leone

Rusell Hoban, La ricerca del leone
Traduzione di Adriana Motti
Adelphi

Un padre che fugge dalla vita che ha sempre conosciuto e un figlio che lo insegue, cercando la propria strada. Due personaggi che si spostano, divergendo per poi ritrovarsi, sulla mappa di un mondo che sembra non avere più zone inesplorate o misteri da scoprire – leoni a parte. La ricerca del leone è un romanzo che trasforma la quotidianità in mito, in una fiaba avventurosa che ridisegna confini e luoghi per rovesciare all’esterno – e rivestire di denti e pelliccia dorata – i nodi irrisolti che ci appesantiscono il cuore. È un libro strano e misterioso… e non somiglia a nient’altro.

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kureishi

Hanif Kureishi, Uno zero
Traduzione di Davide Tortorella
Bompiani

Un anziano regista malmessisimo – sedia a rotelle, pannolone, bava alla bocca e compagnia danzante – si ritrova in casa un ambiguo figuro che procede spedito a trombargli l’adorata moglie, puntando al patrimonio. Waldo, però, non è un vecchio scemo… e non ha la minima intenzione di tollerare in silenzio lo scempio che si sta consumando sotto al suo naso. La vendetta, per quanto caotica nel metodo e dolorosa da infliggere, sarà inesorabile. È un libro amarissimo che contiene una specie di compendio dei nostri istinti più bassi: nessuno è innocente (e nessuno sembra esserlo mai stato, specialmente in amore) e da tutti, prima o poi, potrete attendervi una battuta devastante o una perla di limpidissimo cinismo.

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sirene

Laura Pugno, Sirene
Marsilio

A ogni pagina di Sirene mi sono domandata MA CHE DIAVOLO STO LEGGENDO. Non sono uno spirito facilmente impressionabile, ma PORCA MISERIA CHE COSA STA SUCCEDENDO. Ebbene, in un futuro imprecisato dove l’umanità cuoce sotto a un sole malevolo che divora l’epidermide, la gente campa male e la Yakuza (che vi devo dire) prospera. Samuel, il nostro valoroso protagonista, lavora in uno stabilimento dove le sirene vengono allevate e macellate. Perché sì, ci sono le sirene, le sirene non somigliano per niente ad Ariel – sono solo vagamente umane e non capiscono niente – e le sirene sono buonissime da mangiare. Anzi, tutti hanno completamente perso la brocca per le sirene. Samuel, un bel giorno, decide di accoppiarsi con una sirena dell’allevamento – SAMUEL SANTO IDDIO SANTISSIMO -, devastandosi irrimediabilmente la vita e innescando una catena di eventi che non faranno che confondervi, terrorizzarvi e spappolarvi il cervello ancora di più. Non so come abbia fatto Laura Pugno a inventarsi un simile mindfuck-zoologico-apocalittico-tarantinian-manghesco, ma mi sono divertita moltissimo. Anche se mi è venuto da vomitare a più riprese.

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reza

Yasmina Reza, Felici i felici
Traduzione di Maurizia Balmelli
Adelphi

Mogli, mariti, figli, amici, amanti. Una galleria di personaggi che si muovono sul grande palcoscenico della nevrosi quotidiana. Ogni capitolo è affidato a un personaggio diverso e ogni storia contribuisce a stringere o azzoppare legami, fiducia e speranze, in una sorta di gigantesco mulinello di tradimenti, confidenze e compromessi. Un romanzo “teatrale”, che racconta con allegra amarezza tutto quello che non osiamo dire. Nemmeno sottovoce.

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arminuta

 Donatella Di Pietrantonio, L’Arminuta
Einaudi

Che meraviglia. Che splendida scoperta. L’Arminuta è un libro vivissimo, pieno di una grazia terribile. La farò breve: siamo in Abruzzo. Una ragazzina di tredici anni, un bel giorno, viene scaricata con una valigia in mano sulla soglia di una casa mai vista prima. È la casa della sua famiglia, una famiglia povera e numerosa che non l’ha cresciuta ma che ora è chiamata a riprendersela, una famiglia di perfetti sconosciuti. L'”Arminuta” – la ritornata – dovrà venire a patti con una realtà di cui non sospettava l’esistenza, ricucendo lo strappo dell’abbandono e ritrovando un po’ di terra da mettere sotto ai piedi. È un romanzo affascinante e doloroso, tenace e sanguigno, scritto in una lingua precisa e schietta, ricca di registri e sfumature diverse, di sapori e di ricordi amari. Una gioia.

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E questo è quanto, cari tutti.
Avete letto qualcosa di bello quest’estate? Consigliate! Consigliate!

Ho salutato Amore del Cuore, prima di partire, con un sincero “Ti invidio tantissimo”. Stavo per affrontare una settimana al mare in compagnia dei miei genitori – esseri umani con cui non abito più dal 2009 – e di un sempre più irruento Minicuore – creaturona con cui, invece, abito moltissimo da 10 mesi -, mentre Amore del Cuore sarebbe rimasto a Milano per i fatti suoi. Sette giorni SETTE di perfetta solitudine. Giorni lavorativi, va bene, ma pur sempre giorni completamente privi di pannolini, pastine, piantini e passeggini.
“Ti invidio tantissimo”, dunque.
Ma anche “Cosa credi, la vera vacanza te la fai a Milano quando non ci siamo”.
“Ma no, non è vero. Mi mancherete. Tornerò a casa e non ci sarà nessuno”.
“MA MEGLIO PER TE, AMORE DEL CUORE”.
Tralasciando queste nostre divergenze prospettiche sul tema dell’alienazione e delle gioie domestiche, comunque, ho lasciato ad Amore del Cuore un collaudo da sbrigare. Un’incombenza veramente gravosa. Un fardello quasi intollerabile. Un peso sconfinato. Una menata apocalittica.
Insomma, mentre MADRE mi ordinava di stendere fuori le salviette ogni volta che mi asciugavo le mani – perché altrimenti in bagno c’è umidità e si ammuffisce tutto -, Amore del Cuore ha fatto del suo meglio per obbedire a un semplice imperativo: goditi una serata estiva. A casa tua. In pace. Trovi tutto nella scatola. Fai quello che ti pare.

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Mentre io e i valorosi nonni percorrevamo per la quindicesima volta il lungomare di Loano (garrula località del savonese) spingendo un euforico Minicuore tra palme, gelaterie, gabbiani, anziani col deambulatore e maldestri mimi di strada, Amore del Cuore faceva del suo meglio per mettere a frutto le sconfinate potenzialità di un kit di intrattenimento domestico in grado di capirlo davvero. I Navigli sono pieni di gente sudata che fa l’aperitivo in una di quelle mangiatoie con le frittatine molli e i tramezzini umidicci? Lascia perdere. Cucinati qualcosa di decente, scandaglia Netflix e goditi il wi-fi in una corroborante nuvola di Autan.
“Mi mancherete tanto”.
Ma figuriamoci.

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Foto di Amore del Cuore, che intendeva dimostrarmi tutto il suo impegno.

Lo scopo dell’operazione affidata al mio consorte, comunque, non era prettamente culinario… anche se devo dire che si è decisamente applicato molto. L’idea di base era di collaudare il Fritz WLAN Repeateruno scatolino in grado di amplificare il segnale wi-fi domestico, rendendo la rete fruibile – in tutta la sua potenza – anche negli angoli più remoti della casa.
Ora, noi non abitiamo in un maniero e nemmeno possediamo dieci ettari di giardino, ma il wi-fi non circola con la medesima baldanza da tutte le parti. In salotto siamo messi bene, ma in camera – dove io, teoricamente, avrei il mio “studio” – va col freno a mano. Idem per la stanza da letto e per il bagnettino limitrofo – e che te ne fai del wi-fi in bagno? Presto lo scopriremo. Mi domando come facciano quelli che abitano in posti tipo il castello della Bestia – LUMIÉRE! PERCHÉ NELL’ALA OVEST NON RIESCO A NAVIGARE? Padrone, l’incantesimo che ci ha maledetti genera drammatiche interferenze, porti pazienza e faccia in modo di trovare l’amore, invece di prendersela con un candelabro. -, ma ho poi compreso che, in effetti, ci sono arguti stratagemmi in grado di sostenerci.
Amore del Cuore, in casa nostra, è senza dubbio il più fervente cultore del bagno nella vasca. Non vede l’ora di tornare a casa in motorino sotto a un temporale devastante per potersi concedere una corroborante mezz’ora di ammollo – “Ho preso freddo, mi faccio un bagnetto”. Di solito legge, quando si ritira nella vasca. Un po’ perché ha già buttato il cellulare nell’acqua e non vuole più correre rischi e un po’ perché col cellulare ci farebbe poco, visto che nel bagnetto il wi-fi è storpio. MA ORA NON PIÙ, a quanto pare.
“Amore del Cuore, sono contenta che tu abbia mangiato bene, ma l’aggeggio l’hai provato? Lo devi fare, è importante. Dobbiamo dire se funziona”.
“Sono in bagno. Adesso metto l’iPad sulla seggiola, attacco il coso e finisco di guardare Netflix”.
Ed è andata così. Dalle frammentarie informazioni ricevute da un uomo nudo che riempie una vasca da bagno ho potuto apprendere che il Fritz funziona in maniera assolutamente elementare – potete piazzarlo dove vi pare, basta che ci sia una presa. Per attivarlo e associarlo alla rete di casa vostra bisogna schiacciare un bottone, punto e stop. Non ci sono fili, mostruosità, ponti intergalattici da costruire e, in generale, l’arnese ha un aspetto poco invasivo e assai lineare. Ci sono delle lucette in grado di comunicarvi la solidità del segnale e, per farla breve, Amore del Cuore è finalmente riuscito a godersi un bagno guardando quello che gli piace. Perché diciamocelo, ci sono cose che su Netflix si guardano insieme e cose che, invece, preferiamo coltivare in solitudine. Amore del Cuore, ad esempio, in mia assenza mangia l’amatriciana (perché non sono fan né degli spaghetti né dei sughi prevalentemente a base di pomodoro CHE VI DEVO DIRE DENUNCIATEMI) e guarda i documentari sulla seconda guerra mondiale.
Ma non possiamo certo farci liquidare così, Amore del Cuore.
Ecco, dunque, la lista dei suoi preferiti.

– Better Call Saul
– Designated Survivor
– Limtless (ebbene sì, c’è anche una serie)
– Master of None
– The Propaganda Game
– Going Clear
– Auschwitz: nascita, storia e segreti di un incubo (ma si può?)
– Missione Anthropoid (questo non so come sia, ma se il tema vi appassiona vi consiglio di leggere HhHH)
– E, teniamoci forte, una pietra miliare che è riuscito a descrivermi solo così: “Hitler in Argentina o una roba del genere”

Mi piacerebbe molto mostrarvi il Fritz che garrisce spavaldo dalla presa del bagno di casa mia, ma non dispongo di documentazione fotografica.
“Amore del Cuore, le foto della cena sono utilissime e saresti un favoloso food-blogger… ma lo scatolino l’hai fotografato?”.
“Ah, quello no. Ma serviva?”.
“…”.
Tutto questo, ovviamente, mi è stato comunicato quando era già in autostrada.

Gli saremo mancati davvero? Chissà. Ma sono certa che il prossimo autunno sarà un tripudio di gite nella vasca da bagno. Il bisogno di relax – sostenuto da una solida rete domestica – non conosce stagioni, dopotutto.
Grazie, Amore del Cuore. E ben arrivato al mare, anche se fotografi solo piatti di pasta.