Invidia è uscito a puntate sul quotidiano Tan nel 1937 e questa traduzione di Nicola Verderame per Crocetti è la prima a far capolino fuori dai confini della Turchia, dove Nahid Sirri Örik è al centro di una sorta di riscoperta collettiva dopo decenni di oblio. Cosa ne so io della produzione letteraria turca a cavallo tra la disgregazione dell’ordine imperiale Ottomano e l’insediamento della repubblica? Zero, ma da qualche parte è possibile cominciare, quindi perché non tentare con questo concentrato di cattiveria, passioni nefaste, scappatelle sciagurate, matrimoni mal architettati e città minerarie provincialotte che vogliono fingersi bel mondo? Alé.
Una buona domanda per cominciare è la seguente: che cos’è l’invidia? Quali conseguenze può produrre? Per quanto possiamo “coltivarla” prima che ci divori dall’interno? Örik architetta per la protagonista di questa storia delle pessime condizioni strutturali: è brutta – e ci viene ribadito brutalmente ogni tre righe proprio in quel modo lì: “è brutta” -, non è più giovane – secondo gli standard del tempo, almeno -, non ha un marito e dipende di fatto dal fratello, che è avviato a una buona carriera nel nuovo e fiorente settore estrattivo.
Ma poteva andare diversamente?
Secondo Seniha sì. Perché bella non è mai stata, ma c’è stato un tempo in cui avrebbe potuto studiare e prendere sul serio le proposte di potenziali pretendenti, ma in una famiglia in cui le risorse non sono più floride come prima – l’era dei Pascià è letteralmente e metaforicamente finita – si sceglie di investire sul figlio maschio di casa e non di sicuro su una femmina, che di prezioso ha solo la sua virtù. Halit studia e viaggia, insomma, mentre Seniha resta ferma ai blocchi di partenza, vedendosi portare via risorse che pensa le spettino e covando nel cuore un rancore devastante.
Quando Halit torna a casa con una moglie vispa e bella – a coronamento di una posizione sociale che si fa sempre più significativa -, a Seniha si chiude definitivamente la vena. Tu, che prosperi grazie a tutto quello che mi è stato tolto. Tu, che mi ignori e manco mi degni di uno sguardo, quando a ogni passo dovresti ringraziarmi perché è me che hanno sacrificato per darti tutte le possibilità che hai avuto. Tu, che hai deciso che dovrò farti di fatto da governante a vita invece di impegnarti a trovarmi un buon partito e una casa mia da gestire come avevi promesso di fare.
E via così.
Ma le recriminazioni di Seniha non si limitano a restare nello spazio astratto delle idee: a trasformare “la fanciulla sfiorita” – CHE CI TENGO A RICORDARVI SEMPRE E ANCHE QUA CHE È MOLTO BRUTTA, inciso mio – nell’antieroina totale di questo romanzo è la transizione dall’interiorità alla pratica. Seniha si fa artefice di un sabotaggio deliberato, di una lunga e meticolosa opera di manipolazione ai danni dell’anello più malleable della catena, quella giovanissima e splendida moglie che nessuna passione vera ha conosciuto e che ha sposato Halit per uscire dall’indigenza – l’ennesima tragedia “femminile” che Örik ci dona. Seniha trasforma Mükerrem in un’arma per danneggiare il fratello, anche a costo di non guadagnarci più niente – anzi, ben sapendo quanto poco le convenga turbare lo status quo.
L’aspetto più epico e terrificante dell’impresa di Seniha è proprio la natura intrinsecamente autolesionistica del suo progetto: l’invidia che la muove non è un sentimento che produrrà dei vantaggi per lei o che prevede almeno una soddisfazione personale. Non c’è rivincita, non c’è compensazione possibile. Quel che è perso è perso, ma quel che posso farti perdere io non mi restituirà niente e non renderà radioso il mio avvenire. Ma lo faccio lo stesso, perché demolirti è l’unico potere che mi hai lasciato, avendo escluso a priori di poter partecipare di buon grado alla tua prosperità. Scelgo di farti del male e spero di fartene il più possibile, perché è l’unico tizzone “vivo” che mi resta.
Insomma, se vi intrigano i territori storico-letterari fuori dai radar consueti e se siete in cerca di un libro fatto di interiorità tumultuose e gente sgradevolissima ma assai interessante nel suo nero spirito, Örik può essere un recupero curioso – per quanto amaro e fosco – da fare.







Blythe è il prodotto di una dinastia di madri che la società civile disapproverebbe. È sopravvissuta a un’infanzia infelice e al rifiuto costante, senza avere gli strumenti “anagrafici” necessari per decodificare i patimenti delle donne della sua famiglia. All’università conosce un ragazzo e, per la prima volta, riesce a immaginare un futuro tollerabile – anzi, un futuro felice. Sono innamorati, lui è convinto che in lei si nasconda una madre meravigliosa e lei ha un gran bisogno di crederci, di meritarsi questa vasta fiducia. Nasce Violet, ma Blythe ci capisce poco. Si ritrova inchiodata a casa – è Fox che lavora mentre lei prova a dedicarsi alla scrittura – con una neonata che pare richiedere più di quanto lei possa ragionevolmente darle. Nulla di quanto aveva immaginato trova specchio nella quotidianità con Violet, ma mostrarsi capace e padrona della situazione, dar prova di essere degna di quell’immagine di madre esemplare così cara al marito ha il sopravvento sulla realtà dei fatti. Chissà, magari Blythe esagera. Magari è lei che non ci sta dentro. Violet non sarà mica così terribile, dai. Perché la devi sempre dipingere a tinte così fosche? Verrebbe quasi da pensare che non le vuoi bene… ma sarebbe una mostruosità bella e buona. Sei un mostro, Blythe?








Demon nasce senza tante cerimonie sul pavimento di una casa mobile, da una diciottenne con già alcuni percorsi di disintossicazione (non molto ben riusciti) alle spalle. L’unico dono che il destino pare tributargli sono dei vicini che diventano una sorta di seconda famiglia. Pure loro sono hillbilly da manuale, ma in confronto a Demon e a sua madre – privi di mezzi, privi di radici, di direzione o di magici piani a lungo termine – sembrano il Rotary Club di Corso Magenta. Demon oscilla tra un’iperconsapevolezza della propria condizione di svantaggio “materiale” e una struggente capacità di assorbimento delle disgrazie. Non solo cerca di cavarsela, ma resta “intero”, anche se chi dovrebbe prendersi cura di lui non si dimostra mai all’altezza della situazione, anzi.
1950. Valeria Cossati compra un quaderno e comincia a usarlo per registrare gli accadimenti della sua vita. Scrive sentendosi in colpa, nascondendosi e nascondendolo, un po’ perché il tempo che dedica al quaderno è tempo sottratto ai doveri domestici e un po’ perché quello che scopre, scrivendo, è un grumo indigesto e contraddittorio di sincerità fin troppo limpide. Valeria ha di poco superato i quaranta e ha due figli grandi, un lavoro in ufficio e un marito. La famiglia la assorbe e la riassume, la definisce e la mangia, le garantisce un presente solido ma le impedisce di immaginarsi diversa… almeno fino all’arrivo di quel quaderno, comprato d’impulso e destinato a diventare l’unico posto in cui coltivare la solitudine necessaria a rimettere in moto i pensieri. Scrivere nel quaderno diventerà per Valeria un esercizio di identità, un’operazione di auto-smascheramento e di reazione autentica ai tanti urti minimi di una quotidianità fatta di automatismi, conformismi e rospi inghiottiti in silenzio.