Orbene, con George Lucas qua si fa un film a volume. Roche e Hopman hanno dedicato la prima “puntata” delle Guerre di Lucas – in libreria per Bao Publishing – alla travagliata gestazione di A New Hope, mentre questo secondo libro si concentra su The Empire Strikes Back. Visto che è già stato raccontato da dove arriva Lucas e da quali premesse cultural-immaginarie è partita la saga di Star Wars, il passo dell’Episodio II è decisamente più spedito, anche se sempre ricchissimo di gustosi retroscena, meticolosissimo nella ricostruzione e disegnato con dinamico puntiglio.
Se il primo film era stato un salto nel buio, dimostrandosi contro ogni ragionevole pronostico un successo fuori scala rispetto a qualsiasi altro fenomeno cinematografico, a Lucas tocca ora l’ingrato compito di replicare un clamoroso risultato senza sacrificare visione creativa e senza finire al manicomio. Le difficoltà produttive erano state incredibili, sia sul fronte delle riprese che delle tecnologie (spesso messe a punto da zero) e anche per l’Impero i piani sono ambiziosi e le incognite innumerevoli. Lucas sa che gioverà a tutti quanti non averlo alla regia – e se si limiterà a guidare la sceneggiatura, senza firmarla in prima (e unica) persona – ma delegare non è semplice e ancora peggio è tutelarsi a livello economico, riuscendo comunque ad assicurare alla produzione un budget astronomico e l’indipendenza dagli studios, sempre mal tollerati per la loro avidità e per non aver creduto all’istante nel potenziale di Star Wars. È un po’ rancoroso, Lucas, e non mi sento di biasimarlo.
Quel che ho apprezzato in entrambi i casi è la visione complessiva del processo che Roche e Hopman ci restituiscono. Non c’è solo l’aneddotica simpaticona sui capricci degli attori, per dire, ma si cerca di ricostruire l’atmosfera del set insieme alle rogne pratiche, che vanno dalla gestione dei costi a come animare il pupazzo di Yoda. C’è, specialmente in questo secondo episodio, il cammino di trasformazione di Star Wars in una specie di multinazionale dell’intrattenimento fatta di contenuto – i film – ma anche di licenze da vendere. Smorza il sogno? Forse si, ma lo riporta anche a una dimensione di maggiore realtà, quella di una proprietà intellettuale che sta in piedi grazie alle storie ma pure sfornando una quantità spropositata di pupazzetti. Lucas, che gli autori tendono ancora una volta a non santificare, ne emerge come una figura sempre tormentata e lì lì per farsi calpestare dal suo stesso universo, ma anche come un creativo che vorrebbe fare dei soldi per inaugurare un modo nuovo per concepire il cinema e per accogliere idee un po’ più bizzarre della media. Ce l’ha fatta? Chissà. Ma intanto l’impero ha colpito ancora……. e si è espanso a dismisura, continuando ad affascinarci ancora oggi.


