C’è un saggio bellissimo di uno studioso russo che si chiama Bachtin, il saggio si intitola La parola del romanzo ed è pubblicato da Einaudi in un volume intitolato Estetica e romanzo, dove Bachtin dice che noi, le cose che diciamo, il cinquanta percento non sono cose che diciamo, sono cose che ripetiamo. Quel saggio è degli anni cinquanta, e adesso, secondo me, sessant’anni dopo, per me, perlomeno, quella percentuale lì è salita al novantotto percento, e i giorni che mi viene un pensiero mio che l’ho pensato io sono giorni da segnare sul calendario noi siamo veramente, mi sembra, tutti impastati di sonno, non sappiamo neanche distinguere dentro la testa quel che abbiamo pensato noi e quello che abbiamo sentito dire dagli altri e io non lo so, quanto si può andare avanti, così, forse all’infinito, ma forse anche no.
Paolo Nori
(Noi e i governi)
La meravigliosa utilità del filo a piombo
marcos y marcos
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Insomma, stravedo per Paolo Nori. È il tipo di persona che preferisco: l’intelligente che non te lo fa pesare, che ti racconta le cose un po’ perchè si diverte e un po’ perchè sa che hai bisogno di fare delle scoperte. E allora te ne butta lì un milione, di cose nuove. Ti spiega dove le ha prese, perchè ci tiene e anche un po’ che ci devi fare. Questo libro, più o meno, è un bel giro in un posto che non conosci con una di quelle guide che vanno a portare a spasso la gente nel tempo libero, senza lo stipendio. Succede anche che Nori ne sappia come te, dell’argomento che gli hanno chiesto di cacciare in un discorso. Cinquanta minuti sulla letteratura della DDR. E Nori deve studiarsi in quattro giorni che cosa si scriveva là e come la prendevano le persone. E sono discorsi meravigliosi, perchè si inizia insieme e si finisce insieme, e il processo somiglia un po’ al camminare per strada tranquilli, solo che ogni persona che si incrocia ti mette un sasso in tasca e ti ferma per dirti che cosa significa, per lei, quel sasso. Alla fine del viale – sempre che sia un viale e non un pascolo erboso, che va benissimo – sei così pieno di sassi che a stento riesci a muoverti, ma sei anche profondamente rincuorato.
Ecco. Uno dei sassi che Paolo Nori mi ha tirato – o adagiato in tasca – è lo stupefacente Daniil Charms, scrittore russo che morì di fame in un manicomio dopo essere stato ingiustamente internato. Charms racconta cosa si vende di più nei negozi inventando una zuffa tra gentiluomini che si colpiscono con dei cetrioli davvero grandi. Scrive ad un amico che stava diventando ricco, e solo per manifestargli tutta la sua costernazione. “Vecchie che si ribaltano”. È un titolo bellissimo. Cercavo Disastri, ma alla Feltrinelli di Torino Porta Nuova non avevano niente di suo. Credo sia perchè tutti quelli coi treni cancellati hanno avuto la mia idea, e sono entrati per comprare Daniil Charms.




Quel che importa davvero è scoprire che l’anfesibena “è serpente con due teste, una al suo luogo e l’altra sulla coda; e con le due può mordere, e corre via con leggerezza, e i suoi occhi brillano come candele”. Ma anche che sia Keplero che Giordano Bruno pensavano ai pianeti come a grandi animali tranquilli, animali sferici dal sangue caldo e dalle abitudini regolari, dotati di ragione. Scopriamo pure che le antilopi dell’alba dei tempi avevano sei zampe invece di quattro e che, grazie a tutte quelle estremità, erano quasi impossibili da raggiungere. Per ripristinare un po’ di giustizia, il dio Tunk-poj decise di mettercisi d’impegno e, dopo aver costruito dei super pattini col legno di un albero sacro che scricchiolava molto, ne catturò una e le mozzò un paio zampe, perchè “gli uomini diventano ogni giorno più piccoli e deboli. Come potrebbero cacciare le antilopi a sei zampe, se io stesso appena ci riesco?”. Impariamo che le arpie sono schifose e pallide di fame, che l’ambra in realtà è la cacca dell’asino a tre zampe e che il Baldanders è un mostro “successivo”, perchè si trasforma continuamente in qualcos’altro. Al nutrito sottoinsieme delle creaturone appartiene il Bahamut, immenso e splendente, che regge il mondo sul suo dorso di pesce. E con discreta fatica, se pensiamo che sopra al pesce c’è un toro, e sopra il toro una montagna di rubino, e sopra la montagna un angelo, e sopra l’angelo sei inferni, e sopra gl’inferni la terra e sopra la terra sette cieli. Il basilisco del Medioevo era un gallo dalle piume gialle, con le ali coperte di spine e la coda di serpente. Quel che rimane costante nei secoli è però lo sguardo che pietrifica – ogni serpente che si rispetti è nato dal sangue di Medusa – e la capacità di rendere deserto e sterile ogni luogo stupido abbastanza da ospitarlo. Il borametz è un ibrido tra il vegetale e l’animale, una pianta con quattro o cinque radici e le fronde ricoperte di lana, è un albero-agnello, che i lupi divorano con grande passione. Il Cerbero ipotizzato da Esiodo aveva cinquanta teste, ma il numero fu ridotto a tre “per maggiore comodità delle arti plastiche”. Una roba che non mi ricordavo è che l’ultima fatica di Ercole consisteva nel cavare il Cerbero dall’Inferno e portarlo in superficie, alla luce del sole. Lucrezio argomentò l’impossibilità dell’esistenza del centauro osservando che un cavallo di tre anni è un cavallo adulto, mentre un bambino di tre anni è solo un “fantolino balbettante”. A mettere insieme due creature con tale disparità di ritmi di sviluppo, il pezzo di sotto del centauro morirebbe circa cinquant’anni prima del pezzo di sopra.


