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Esordirò con un’osservazione un po’ ridicola. La quarta di copertina m’aveva infuso un certo senso d’allarme perché Mio, la nostra protagonista, pare lì per lì motivatissima da un unico scopo: utilizzare la sua vista prodigiosa – per quanto fisiologicamente fondata – per attribuire un colore specifico a ogni singolo essere umano che incontra. E io, che sono arida e tendente all’assurdo, ho subito pensato ECCOCI QUA, UN ROMANZO SULL’ARMOCROMIA… MA IN GIAPPONE! Alla faccia della mia pochezza d’animo, però, Le vite nascoste dei colori di Laura Imai Messina – in libreria per Einaudi – si prefigge scopi ben diversi, con la delicatezza di un’ala di farfalla.

Che accade in questo libro? Dipende dall’occhio.
La dorsale principale – a livello di movimento di trama, almeno – è quella dell’incontro tra Mio e Aoi, che nasce come fortuita collisione tra cuori carezzevoli ma nasconde trame e predestinazioni che arrivano da lontano.
Mio è l’ultima discendente di una stirpe di creatori di kimono nuziali, l’indumento più complicato e ricco di significati simbolici della produzione indumentaria del Giappone tutto. La sua famiglia gestisce con sapienza un atelier specializzato in shiromukudalla tintura del tessuto alla vestizione della sposa. Mio è cresciuta sbirciando di soppiatto le giovani donne assistite dalla madre e dalla nonna, ma anche beandosi delle innumerevoli sfumature della stoffa. Il suo rapporto col colore è totalizzante, ma non tanto per sghiribizzo o ossessione. Mio è strutturata, proprio a livello ottico, per percepire una gamma cromatica molto più ampia del consueto e questa capacità di vedere il colore e di interpretarlo diventerà il suo cammino d’elezione, anche da grande. Il fatto che Mio veda più sfumature degli altri – e che cerchi di descriverle costruendo, di fatto, un vocabolario prodigioso che un po’ attinge dalla storia e un po’ vive d’accostamenti suggestivi – non la trasforma in una mazzetta Pantone ambulante, ma in una sensibilissima cartina tornasole che cattura anche quello che si agita sotto la superficie.

[Parentesi di puro fascino visivo: lo shiromuku è fatto così. La foto viene da qua.]

E Aoi? Aoi ha un’impresa di pompe funebri. Se la famiglia di Mio affianca chi, col matrimonio, sta per intraprendere una vita nuova, Aoi è custode dei riti che governano il corpo dei defunti e consolano i rimasti. È un ragazzo gentile, abituato a confrontarsi con le persone durante i momenti in cui meno vorremmo essere visti – mentre soffriamo, mentre ci separiamo da chi abbiamo amato. Anche nel suo caso, non pare sia un talento che nasce dall’allenamento o dal quella patina di cinismo disincantato che finisce quasi sempre per rivestire chiunque svolga un mestiere – e lo svolga bene – per un lungo lasso di tempo. Aoi non ha timore della morte perché è nell’accudire la vita – che si tratti di un giardino o di chi incontra – che si radica davvero il suo talento. E Mio, che sta invece al mondo col freno a mano tirato, timorosa di scoprirsi, di sbilanciarsi nel sentimento e di finirne incenerita come già ha visto accadere, più che alla vita che prosegue pensa al passato che non si può più modificare. A paralizzarla, forse, è la vastità delle possibilità che intravede nello spettro cromatico – che si tratti di fiori o di anime – che rende ricchissimo ma anche soverchiante il mondo in cui si aggira. L’unico a cui non riesce ad attribuire un colore, però, è proprio Aoi. Ed è da lì che comincerà il loro cammino.

Mi sono ingrovigliata già a sufficienza su Mio e Aoi, ma il loro incontro non è l’unica tesserina del mosaico. È un libro che parla di famiglia e di identità, di ricordi inattendibili – perché filtrati dalle sensazioni che un ricordo inevitabilmente ingloba, di responsabilità, scelta, eredità e sacrificio. Come il colore di una persona poco si intuisce se quel dono ci manca, tanto di quello che è davvero decisivo può restare taciuto e sepolto, anche se modifica in maniera irreparabile la nostra rotta.
Insomma, se il nucleo sono Mio e Aoi – e i loro sguardi complementari -, tantissimo fa anche l’atmosfera e l’accurata levità di Laura Imai Messina. Parte del fascino che, da lettori “altri”, attribuiamo a un romanzo ambientato in Giappone si annida anche in quello che di quei posti ci viene permesso di scorgere, credo. La precisione dello sguardo di Mio non troverebbe espressione senza una cura analoga della parola e del contesto. Quel che ci viene restituito è un Giappone fatto di piccoli quadri ricchi di dettaglio che mettono in comunicazione il nuovo con l’antico, la tradizione col quotidiano. Già l’esplorazione dei colori è un campo di gioco significativo, perché riesce ad abbracciare sia estetica che bagaglio simbolico, radicato in una cultura che col colore cercava di catturare l’armonia, ma organizzava anche il funzionamento gerarchico dei suoi gruppi sociali, tanto per fare un esempio. Ed è mettendo in fila tanti minuscoli moti dell’animo e facendoci pensare a quale mai potrebbe essere la sfumatura della parte posteriore della foglia del salice o del fondo di un armadio che Laura Imai Messina traccia per noi la parabola volubile e complessa di un amore che sboccia. E quando accade? Quando, finalmente, scegliamo di mettere da parte la paura e di correre il rischio di ricorrere alla verità… svelando i nostri veri colori.

Dev’essere confortante avere la capacità di analizzare in un libro – e di razionalizzare, in un certo senso – un terrore personale reso onnipresente dal contesto informativo in cui siamo inseriti. Ecco, Mark O’Connell – già transitato per questi lidi con Essere una macchina – per un certo periodo si è ritrovato a gestire un’ossessione soverchiante per la fine del mondo… intesa come multiforme apocalisse che mescola molti aspetti diversi, dalla degenerazione climatico-ambientale al collasso della civiltà.

Associamo tradizionalmente l’idea di Apocalisse a un grande e plateale evento traumatico di portata definitiva e irrevocabile, ma O’Connell ce la presenta come una condizione di graduale disgregazione e deterioramento di quello che ci circonda, sia dal punto di vista del nostro “habitat” che della nostra cultura, dei nostri legami e delle nostre speranze per il futuro.
È come se avessimo spesso di immaginare il domani con l’ottimismo con lui le grandi “ere del progresso” ci hanno abituato a concepire la nostra sorte. Il domani è gradualmente diventato sempre più fosco, insomma. E ci viviamo dentro, già ora, con limitate capacità (o volontà) di arginare l’arginabile.

Per cercare di inquadrare meglio quest’ansia da fine dei tempi, in Appunti da un’Apocalisse O’Connell ha fatto i bagagli e ha visitato una serie di luoghi emblematici che trasportano nel mondo tangibile la nostra paura della catastrofe. Alcuni sono posti “preparatori”, altri sono posti in cui la catastrofe è già accaduta. È un viaggio personale, ma anche un itinerario che attraversa un ventaglio di subculture e fenomeni socio-economici collettivi.

Dai bunker di lusso in South Dakota ai miliardari della Silicon Valley che si comprano pezzi interi di Nuova Zelanda (o di Terra di Mezzo?) fino ai tour guidati nella Zona di Alienazione di Pripjat’ – passando per una conferenza sulla colonizzazione marziana – O’Connell vaga riflettendo sul tempo che ci resta e su una grande scelta finale: a sopravvivere sarà l’individuo con i mezzi per isolarsi e tenere fuori il resto del mondo o sarà l’essere umano come membro di una comunità da ricostruire – insieme?

Nozioni di base: Olive, ancora lei di Elizabeth Strout – in libreria per Einaudi con la traduzione di Susanna Basso – è il seguito di Olive Kitteridge uscito… quand’era? Nel 2008. Ne rispecchia spirito, intenti e struttura e, anticipando una possibile e legittima domanda, ha sicuramente più senso se li si legge in ordine. Perché il secondo è proprio un “sequel”.

Ma come sono fatti, questi libri? Sono narrazioni corali con un centro di gravità geografico – la cittadina costiera di Crosby, Maine – e personale – Olive.
Non tutti i capitoli riguardano Olive o la sua famiglia in senso stretto, ma tutti i capitoli la vedono apparire (anche solo fugacemente) o lasciare un’impronta di qualche genere – e spesso indelebile – sui personaggi che incontra.

Chi è Olive? Un’insegnante in pensione dotata di filtri ridottissimi e di un perentorio spirito critico. Insomma, insiste per spiegarti come si sta al mondo anche se non gliel’hai chiesto, si impiccia e sentenzia, ma non la tiri sotto con la macchina perché sovente si dimostra più saggia di te. E non è immune alle miserie umane che tanto mostra di disprezzare e compatire.

In questo secondo capitolo la vediamo alle prese con la vedovanza e con il possibile germogliare di un nuovo sodalizio… e torna anche ad affacciarsi il bistrattato figlio Christopher, che appena ha potuto è scappato lontanissimo da Crosby. In generale, è un libro che misura il tempo che passa e tutti i personaggi fanno i conti con quello che sono riusciti a combinare nella vita. Che è poco, di solito. O è qualcosa che non era stato particolarmente preventivato. Come si gestiscono i rimpianti? Ma che abbiamo fatto con gli anni che ci sono stati concessi?

È un libro che mette in fila le minuzie del quotidiano e i dettagli “pratici” del vivere, per analizzare sentimenti e dilemmi giganteschi. Ci sono esseri umani nudi e crudi, travolti da menate legittime, tragiche e plausibili. È anche un libro che racconta la lenta moviola dell’invecchiamento, gli acciacchi e la caparbietà con cui fingiamo di non esserne scalfiti. Olive battaglia con tutto e tutti, ma la sfida più aspra che la attende è quella col suo corpo che perde colpi e con la sua mente che non guizza più come un’anguilla elettrica. Questa parabola, credo, resta la più profonda, spinosa e toccante del libro.

Insomma, ho ritrovato lo spirito di Olive Kitteridge è stato affascinante osservare l’impronta del tempo che transita su Crosby, sui suoi ben poco tediosi abitanti e sui numerosi scheletri che ospitano nei loro armadi. Il tramonto di Olive è, come ogni tramonto con un po’ di senso del teatro, uno spettacolo che meraviglia e scalfisce.

Ma se questa è la lista BIS, vuol dire che ce n’era già un’altra?
Esatto. La trovate qua.
E benvenuti all’expansion-pack per riempire le vostre sportine – regolarmente di tela e recanti messaggi arguti – con qualche tascabile Einaudi uscito più di recente o sfuggito alle maglie sempre approssimative della mia memoria. L’intento, qua come nella lista precedente, non è quello di compilare l’elenco dei classici che non possono mancare nella vostra libreria – chi sono, Umberto Eco? – ma di frugare qua e là per segnalarvi avventure letterarie eterogenee che per me si sono rivelate preziose. Ho scoperto che quest’anno in sconto non vanno (per legge, pare) le novità dell’ultimo semestre, ma con l’idea di rendere questo post una risorsa duratura, segnalo comunque.
Procedo con sintetica efficienza. O almeno ci provo.

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Da dove parto, se voglio leggere “qualcosa di femminista”? Le risposte possono essere numerose, ma di certo Adichie è un buon trampolino. Dovremmo essere tutti femministi è sempre gagliardamente disponibile nelle Vele in versione integrale, ma c’è anche questa edizione condensata, illustrata da Bianca Bagnarelli e pensata – se vogliamo dar retta alla bandella – per un pubblico di giovani virgulte e virgulti.
Sempre all’interno di questo filone, negli ET trovate anche Cara Ijeawele.

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Dunque, il titolo dice Portatile, ma sono comunque 800 pagine. Non credo bastino in ogni caso a contenere David Foster Wallace, ma è un’antologia che nasce con l’ambizione di pescare quello che di più emblematico, “riconoscibile” e accessibile si possa leggere di suo, per avvicinarsi a quello che ha prodotto riducendo il comprensibile disorientamento che potrebbe assalirci. Ci sono stralci estrapolati dai suoi romanzi, interventi di saggistica, racconti e materiale più didattico.

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In attesa di leggere il romanzo nuovo – che dovrebbe uscire in autunno in inglese, se non ricordo male o se non sono troppo ottimista – negli ET Scrittori sono già approdati entrambi i suoi libri, Parlarne tra amiciPersone normali.
Vi rimando al post su Persone normali, che fra i due resta il mio preferito.

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Dopo Le otto montagne sono ormai diventata una fedele fruitrice del Cognetti montanaro. Se Cognetti va in montagna io sono contenta, serena, pacificata. Qua, insieme a una nutrita schiera di guide e con due cari amici (più lo spettro dell’inafferrabile leopardo delle nevi, svariati asini e un blocco da disegno), decide di celebrare il traguardo dei quarant’anni facendosi 300 km a piedi per il Tibet himalayano. Tiè.

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Non di solo Murakami si anima il Giappone libresco, ma anche dei tormenti dei personaggi di Kawabata – che s’è meritato anche un Nobel -, in bilico tra i codici sublimi dell’arte e il torbido delle passioni silenziose. Per approfondire, anche se abita nelle Letture, ci sono anche i racconti di Prima neve sul Fuji.

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Visto che ci siamo addentrati in territorio giapponese, chiamerei in causa anche Kazuo Ishiguro, che però non è solito ambientare lì le sue storie. Un artista del mondo fluttuante è un’eccezione, è il suo “romanzo giapponese”. Il protagonista è un anziano e illustre pittore che, al termine della Seconda Guerra Mondiale, si vede progressivamente ostracizzato per il suo dichiarato e duraturo appoggio al regime imperialista.
Per Ishigurare ulteriormente vi rammento – a costo di ripetermi – anche Quel che resta del giornoIl gigante sepoltoUn pallido orizzonte di collineNon lasciarmi.

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Exit West credo sia l’unico romanzo che in questi anni mi sono sentita di etichettare – dall’alto della mia VASTA autorità, proprio – come necessario. “Necessario” è diventata la nuova formula magica per praticamente tutto, è un po’ il nuovo “un saggio che si legge come un romanzo”. Ecco, in questo caso è vero. È una storia d’amore e una storia di migrazioni, ma è sopra ogni altra cosa una storia che parla di esseri umani. Utilizza un espediente “fantastico” – quello delle porte che si aprono su luoghi lontani – per analizzare cosa succede nei cuori dei singoli e alle società in senso più ampio quando si scappa da casa propria per trovare salvezza da un’altra parte.

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Per quanto il personaggio di Elizabeth Strout più amato dalla collettività resti con ogni probabilità Olive Kitteridge, anche in Mi chiamo Lucy Barton ritroviamo quell’attenzione minuta ai moti dell’animo e quell’infilata emblematica di piccoli eventi quotidiani che messi tutti in fila tracciano la traiettoria di una vita. Qui abbiamo una madre e una figlia che si ritrovano dopo una voragine che si è spalancata tra loro. Cinque giorni e cinque notti di ricordi e rivelazioni finalmente “vere” in una stanza d’ospedale a Manhattan.

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Il mio è stato un recupero tardivo di Natalia Ginzburg. Ho riletto Lessico famigliare un paio d’anni fa – dopo averlo poco capito al liceo – e ci ho trovato dentro un tesoro a cui continuo ad aggiungere lingotti luccicanti man mano che proseguo con le sue raccolte di saggi brevi, articoli e chiacchiere – come Mai devi domandarmi – o con i suoi romanzi. Quello che mi rallegra molto è che per completare l’opera mi restano ancora un po’ di Natalie ancora da conoscere.

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Più che una raccolta di “reportage”, L’Italia spensierata è un’indagine sociologica sulle tappe obbligate dell’italiano-tipo. C’è Piccolo che visita scientificamente un Autogrill, che porta delle bambine a un parco di divertimenti, che va “a fare il pubblico” a Domenica In… Riti collettivi, sviscerati con arguzia, ai quali abbiamo giurato e spergiurato di non partecipare mai, anche se ci siamo già dentro con tutte le scarpe.

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Il figlio parte come un romanzo sulla Frontiera e si trasforma in una saga generazionale fatta di ideali traditi, ribellioni, compromessi sanguinosi, petrolio e macchie indelebili. Dai Comanche – che rapiscono il patriarca in tenera età – ai pozzi petroliferi del Texas Occidentale, Meyer ci consegna una galleria di personaggi risoluti e imperfetti, ma anche una porzione vividissima di storia americana.

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Saluti, cuorosità e buone letture. :3

Bentornate e bentornati a questo tentativo – con solo vaghi fini di periodicità – che ambisce a riordinare i vari stimoli che sparpaglio in giro e che vorrei cercare di conservare con un po’ più di raziocinio.

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LEGGERE

Incredibile ma vero, ci sono numerose segnalazioni da raggruppare… alcune delle quali sono addirittura articolate! Gennaio, hai fatto schifo per tante ragioni, ma sul fronte libri ci è andata bene.
Dunque, potete recuperare i seguenti post su due libri meritevolissimi:

Bernardine Evaristo – Ragazza, donna, altro (SUR)
Michele Masneri – Steve Jobs non abita più qui (Adelphi)

Visto che abbiamo nominato Adelphi, gli sconti durano ancora per qualche tempo. Qua c’è un antico listone che avevo preparato con qualche consiglio per una campagna precedente. Si sono aggiunti di sicuro altri titoli degnissimi, ma quello che c’è qua è sempre vero. Mi cimenterò in un aggiornamento, ma ormai aspettiamo il prossimo giro.

Anche Mirella, la nostra fida topa di biblioteca, si è prodigata in suggerimenti e spiegoni. Ecco qua gli ultimi, recuperati a imperitura memoria dalle fugaci Instagram Stories.

Il ritorno della famigerata e schiettissima Olive Kitteridge in Olive, ancora lei di Elizabeth Strout (uscito per Einaudi con la traduzione di Susanna Basso).

Poi, visto che sono evidentemente in un periodo “anziane signore che riflettono sull’esistenza”, ecco anche Anne-Marie la beltà di Yasmina Reza, scoperta da queste parti con Felici i felici. 

Per completare l’opera, su Storytel sto finendo di ascoltare Disobbedienza di Naomi Alderman – sì, è l’autrice di Ragazze elettriche e questo è il suo romanzo d’esordio – e mi sembra di essere piombata in uno spin-off di Unorthodox.
Se siete in vena di collaudi, qua ci sono sempre 30 giorni di prova gratuita per cimentarvi con gli audiolibri.

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GUARDARE

Ho sviluppato una sincera partecipazione per le vicissitudini di Kipo e dei suoi multiformi amici. Ma proprio che alzo le braccia al cielo ogni tre minuti e di tanto in tanto piango pure.
Dunque, è difficile da riassumere, ma comincia più o meno così. Kipo è una ragazzina con i capelli rosa che cerca di ricongiungersi a suo padre in un mondo popolato da corgi alti cinquanta metri, megascimmie, gatti boscaioli, vipere rocker, puzzole motocicliste, lontre da avanspettacolo e pesci parlanti. La superficie è dominata da animali mutanti – alcuni dotati di favella e altri no – e solo parzialmente organizzata sotto la monarchia assoluta e terrorizzante di Scarlomagno, mandrillo megalomane (con mandrillo intendo proprio la specie scimmiesca e non alludo ad alcuna disinvoltura nella sfera sessuale) che va in giro a bordo di un fenicottero gigante a due teste (coi denti) e suona il pianoforte. Gli esseri umani si nascondono in società sotterranee e frammentate e cercano, di base, di tirare avanti… anche se tramano nel buio per levare di mezzo i mutanti che rendono inabitabile la superficie. Non vi spoilero niente, ma è una storia super ramificata, viva, più realistica di quel che sembra e piena di cuorosità, saggi propositi, amicizia e STRUGGLE adolescenziale variamente metaforizzato. Io e Cesare siamo super fan. È una produzione Dreamworks e si può vedere su Netflix.

Kipo e l'Era delle Creature Straordinarie, la recensione della serie animata Netflix

Kipo and the Age of Wonderbeasts: Contro un mondo in guerra - SpaceNerd.it

Sempre su Netflix – e senza l’ambizione di fornirvi suggerimenti particolarmente originali, dato che l’avrete già finito tutti un mese fa – abbiamo cominciato a guardare SanPa. Bisognerebbe scriverci trecento tesi di laurea, credo.

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SPERPERARE

Mi sono comprata la versione scura e un po’ più pesantina dei jeans che ho messo di più quest’estate. Per la rubrica “se trovi una roba con cui ti senti a tuo agio prendila in molteplice copia e in diverse gradazioni di colore”. Sono di Benetton e li trovate qua (in ambo le alternative).

Ho ordinato uno spruzzino fighetto per nebulizzare l’acqua sui vegetali di casa.

Anche se poi non me li so asciugare come si dovrebbero asciugare i ricci, questo shampoo sta funzionando super bene.

Mi arrivano sempre più spesso materiali promozionali stampati su carta piantabile. Sono fogli “normali” che contengono dei semini. Voi li spezzettate, li sotterrate in un vaso, li innaffiate e vi vengono su germogli e foglioline. Sento che la situazione del verde domestico sta per sfuggirmi di mano. Non so dove i miei svariati mittenti si siano procurati la loro carta piantabile, ma a giudicare dalle iconcine vengono da qua.

Non si pianta, ma ho comunque trovato un quaderno che ben si adatta alla mia calligrafia ingombrante e che mi aiuta ad arginare il disordine. È un po’ rétro.

 

 

Visto che mi sembra di non leggere mai abbastanza, ho deciso di rivoltare la frittata: ti pare di aver letto poco? Rallegratene! Vuol dire che là fuori ti attendono ancora innumerevoli scoperte! Gioia! Avventura! Felicità!
Nel 2020 non è andata malissimo, date le circostanze. Ho superato un momento di stallo totale durante il primo lockdown e mi sono pian piano ripresa. Qua ci sono i titoli che ho più amato quest’anno o che mi hanno fatto intravedere qualcosa di nuovo, facendomi talvolta riemergere dalle paludi del mio cervello. Non sono necessariamente novità del 2020 – anzi, praticamente mai – ma solo libri che, personalmente, ho letto nel 2020.
Eccoli qua.

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Rachel Cusk
A Life’s Work

Dopo la trilogia di Resoconto ho deciso di cominciare a esplorare “il resto” dell’universo di Cusk. Ho cominciato da questo memoir sulla maternità. Per una riflessione un po’ meno sintetica, ecco qua quello che avevo scritto.

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Città sola (La cultura Vol. 1152) di [Olivia Laing, Francesca Mastruzzo]

Olivia Laing
Città sola
(Traduzione di Francesca Mastruzzo)

Arte! Solitudine! Metropoli!
Ecco il pensierino che avevo scritto per Instagram:

Olivia Laing è diventata una delle portabandiera di un genere letterario ibrido, che riesce a trascinarci in uno specifico spicchio del pensiero/delle tribolazioni umane ma anche a procedere per deviazioni e ramificazioni, finendo per somigliare a una versione più limpida e più “a fuoco” del disordine stratificato del nostro modo di informarci. INSOMMA, uno spunto autobiografico (un periodo di acuta solitudine attraversato da Laing a New York, in seguito a un amore naufragato) non diventa solo un’indagine universale, ma anche il centro di una ragnatela fatta di arte, storia, urbanistica, antropologia, cronaca, tecnologia e performance. Laing risale alle radici della solitudine riportandoci nella Manhattan degli anni ’70 e ’80, quando Times Square non era ancora un parco giochi per turisti, l’AIDS cominciava a mietere vittime e la Factory era a pieno regime. Ripercorrendo la storia personale e artistica di Edward Hopper, Andy Warhol, Henry Darger e David Wojnarowicz – tra gli altri – Laing utilizza l’arte, il “visivo” e gli oggetti che ci lasciamo alle spalle per esplorare, molecola per molecola, la struttura dell’isolamento, dello stigma, dell’invisibilità e del vuoto pneumatico in cui, in modo più o meno irreversibile, possiamo scivolare… ritrovandoci in un posto insospettabilmente affollato. In tutta sincerità, Olivia Laing mi ha fatto venire una gran voglia di convertirmi eternamente alla narrative non-fiction. E di comprare tende più spesse da mettere alle finestre.

Sempre di Laing, quest’anno ho letto anche Viaggio a Echo Spring. Storie di scrittori e alcolismo. Pur avendolo apprezzato, è un libro che sarebbe stato meglio affrontare dopo aver accumulato più “bagaglio” su un paio degli scrittori citati. Ora, comunque, vorrei cimentarmi pure con Gita al fiume.

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Sandra Petrignani
La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg

Tra gli illustri candidati allo Strega di un paio d’anni fa, La corsara è una splendida biografia di Natalia Ginzburg che intreccia opera letteraria a “vita vera”… sempre che, in questo caso, i due ambiti si possano scindere più di tanto. Temevo di trovarlo pesantone, ma si è dimostrato un saggio prezioso e una guida illuminante al lavoro di Natalia, oltre che una chiave per tornare a spalancare le porte su un ambiente “intellettual-editoriale” assolutamente irripetibile.

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Ted Chiang
Exhalation

Sì, c’è anche in italiano – si chiama Respiro ed è uscito per Frassinelli.
Partendo dal presupposto che è stato il primo ma non l’ultimo Chiang che leggerò, ecco qua i pensierini precedentemente apparsi su Instagram:

Ted Chiang è una specie di antropologo della fantascienza, un architetto di paradossi e un acuto studioso delle relazioni tra tecnologia, linguaggio e umanità. In questa raccolta – sostenuta da idee brillantissime ma anche da una scrittura super fascinosa, eclettica e camaleontica – troviamo pappagalli che parlano, strutture tribali (e cognitive) modificate dall’avvento della scrittura, dispositivi che immagazzinano i nostri ricordi (TUTTI), prismi che possono metterci in comunicazione con i nostri equivalenti in realtà alternative, tate meccaniche, antichi alchimisti che viaggiano nel tempo, software allevati per anni come bambini, aggeggi che annullano il libero arbitrio, scienziati robot che si dissezionano da soli per capire come funziona l’universo. Ogni scenario è ricco di vaste conseguenze ed è ancoratissimo a una realtà che ci appartiene, perché popolata da personaggi che decifrano il mondo, si domandano chi sono, cercano di prendere decisioni e mettono in discussione quello che sanno. È un tuffo nelle profondità della nostra potenziale relazione con la tecnologia, del legame tra vita e pensiero, tra mente e limiti imposti dal tempo e dal corpo. Vorrei aver letto Chiang prima di Black Mirror. Mi hai rovinato Black Mirror, Chiang. Sei molto più bravo te.

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Nova
Stelle o sparo

Nova l’avevo vista e ascoltata al Salone, nel super panel che Bao organizza sempre con i suoi autori ma è passato un bel po’ di tempo prima che mi decidessi a leggere Stelle o sparo, il suo esordio. È la storia di una tizia che va su un’isoletta poco battuta dal turismo “industrializzato” per ritrovare se stessa. L’isola è minuscola. “La gente va a ritrovare se stessa nei posti più assurdi. Tipo l’India, il Tibet. Posti enormi. Cioè secondo me se ti cerchi in un posto molto piccolo magari trovi”. Tutto il fumetto è così. Disegno elettrico e vivissimo e una scrittura imprevedibile. Per ragioni anagrafiche, partiamo da un immaginario pop condiviso, il che di sicuro ha aiutato, ma è tutto una folle meraviglia. Pure la bio in bandella è favolosa. Finisce così: “Grazie al suo stile incredibilmente approssimativo, vorrebbe un giorno essere ricordata come l’Eurospin del fumetto italiano”.

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Marta Barone
Città sommersa

Ma perché questo libro non ha vinto lo Strega? Mai smetterò di domandarmelo. A parte i miei giganteschi interrogativi, Città sommersa è una specie di “ritratto geologico” di un genitore da poco scomparso. Il padre, una volta diventato personaggio e non più solo il genitore conosciuto – per quanto si possa dire di conoscere davvero i propri genitori -, diventa L.B., medico operaio processato per banda armata. Nel ricostruire la storia di L.B., Barone ripercorre un pezzo di storia recente italiana, cercando il padre nei filmati d’archivio, ascoltando le voci di chi quell’L.B. l’ha conosciuto, l’ha visto cambiare, l’ha incrociato nelle carte processuali e ne ha condiviso il contesto contraddittorio, l’infrangersi violento dell’utopia sulla crosta della realtà.

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Mattia Torre
In mezzo al mare

Per me, Mattia Torre è stato essenzialmente uno sceneggiatore di Boris. E dici poco? Affatto. Dico solo che a In mezzo al mare non ci sono arrivata con grande tempestività. Ma quando mai son stata tempestiva, d’altro canto. Torre è scomparso nel 2019 e anche grazie a questa raccolta di sette monologhi teatrali comincio davvero a percepire la portata della perdita. Dai figli all’ossessione collettiva per il cibo, dall’invasività del ciclo mestruale alla megalomania dell’uomo comune, non c’è monologo che non riesca a inquadrare con arguzia, grasse risate e una punta di corroborante cinismo l’assurdità del quotidiano.
Se potete, vi consiglio di ascoltarlo – io l’ho fatto su Storytel – perché gli attori che hanno portato in scena questi pezzi sono anche quelli che leggeranno per voi.

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Tamsyn Muir
Gideon la Nona

Dei tanti libri che ho tradotto, questo forse è quello che più mi ha coinvolta anche da lettrice. Mi ha ricordato com’era leggere da più piccola, quando attraversavo lunghi periodi di approfonditissimo invasamento per le opere d’ingegno più disparate. E mi ha anche fatto ripensare a quanto sia importante, di tanto in tanto, imbattersi in qualcosa che ci spiazza per originalità e per la potenza dei MA CHE MI FREGA LASCIATEMI DIVERTIRE che emana. In parole poverissime, Gideon è una space-opera che ci trasporta in una galassia governata da un Divino Resurrettore e da Nove Case, ciascuna specializzata in una particolare disciplina necromantesca. C’è chi aggeggia le anime, c’è chi manovra la carne, c’è chi parla con gli spiriti. Le nostre amiche della Nona sono brave con le ossa. Il dinamico duo che seguiremo in una specie di Giochi Senza Frontiere splatter è formato da Harrowhark – la Reverenda Figlia della Nona Casa – e Gideon, sua riluttante paladina. Tra descrizioni mega barocche e gente che si manda a quel paese con un linguaggio a dir poco colorito, Gideon è una gioia d’invenzione, mitologie intricate e intrattenimento enigmatico. Ho amato. Tantissimo.

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In caso di ulteriori curiosità, qua c’è anche la lista dei preferiti del 2019.

Non è rilevante a livello macroscopico ma, in scala ridotta, un pezzo della mia parabola professionale somiglia un po’ a quella di Anna Wiener. Abbiamo entrambe esordito nel mondo del lavoro con un impiego editorial-librario – lei a New York come assistente in una piccola agenzia letteraria – e ci siamo successivamente spostate nel “tech”. Lei ha fatto i bagagli e si è trasferita a San Francisco per trovare la rampetta di lancio a cui sentiva di poter ambire nella terra promessa delle start-up, io mi sono stabilita a Milano e ho cominciato a lavorare in pianta stabile coi social. La mia era un’agenzia digital e, al contrario di Wiener, mi occupavo effettivamente di contenuto, ma trattandosi di un memoir che usa la cultura aziendale come chiave di lettura per tratteggiare un paradigma umano più ampio, qualche punto di contatto – mio malgrado – l’ho percepito a livello epidermico, innescando un certo meccanismo di riconoscimento che ha sicuramente aiutato il libro a far presa sul mio cervello aggrovigliato e perennemente distratto dai social.
Il fatto che si fatichi a spiegare che lavoro effettivamente facesse Wiener è un aspetto che oscilla tra lo sfizioso e il terrificante. Assistenza clienti. Prima per una start-up di analisi dati e poi per una blasonata piattaforma open-source. Non si fanno mai nomi, ovviamente, perché gli avvocati dei giovani miliardari della Silicon Valley sono molto più agguerriti di quelli che potrebbe permettersi l’autrice, quindi la si piglia sempre un po’ alla lontana… anche se non ci sono dubbi su come identificare il “il grande negozio online” o “il social network che tutti odiano”. Al di là delle pressanti necessità di raccontare la sua parabola professionale parandosi al contempo il deretano, Wiener costruisce una ricca cronaca socio-manageriale di un settore che ha completamente sballato le “proporzioni” finanziarie del passato e che, al contempo, è riuscito a modificare radicalmente le nostre abitudini e le nostre scelte di consumo, informazione, intrattenimento. Non mi impegnerò troppo a compilare un elenco, perché non ci sono elenchi da fare. L’impatto è totale, capillare, onnipresente. Così tanto da superare, di fatto, le nostre capacità di valutarne a pieno le implicazioni. Un po’ perché è complicato analizzare un fenomeno che sta ancora succedendo – e che ci coinvolge – e un po’ perché l’ambiente tecnologico in cui ci muoviamo è strutturato per darci l’illusione di essere decisori attivi. Siamo incoraggiati a compiere, di continuo, miriadi di micro-azioni, ingegnerizzate per generare soddisfazione istantanea e risposte immediate. E quello che si intuisce ancora meno è l’ordine di grandezza dei soldi che girano, soprattutto rispetto ad altre aree dello scibile produttivo umano e del mercato del lavoro.
Wiener parte per San Francisco anche perché a New York la vita è cara e l’editoria è pezzente. A venticinque anni non ha prospettive concrete di carriera e tutti i suoi amici che condividono con lei una medesima matrice lavorativo-antropologica fanno altre trentasette cose per mantenersi, perché lo stipendio che portano a casa con il loro impiego “nobile” e intellettualmente gratificante non è sufficiente. Nella Silicon Valley, i venticinquenni sono già navigati amministratori delegati che con una manciata di ingegneri che si occupano del codice e l’idea di un’app – spesso destinata a sorgere e tramontare nel giro di due anni – riescono a raccogliere milioni di dollari di finanziamenti. Si parla una lingua fittizia, fatta di slogan spiritosi, stronzate motivazionali, meme rimasticati e slang tecnico. Si allestiscono uffici giocosi e accoglienti perché ci si aspetta, più o meno tacitamente, che il tempo trascorso al lavoro superi quello da trascorrere “fuori”, come individui disgiunti dall’azienda. Si incoraggia artificiosamente il cameratismo, perché la narrazione della grande famiglia felice crea devozione alla causa. Perché c’è una causa, ovviamente. Nessuna start-up fa semplicemente quel che fa: implementare e vendere un prodotto tecnologico. Le aziende salvano il mondo, creano legami indissolubili, fanno fiorire la creatività e coltivano sogni. E i primi a cui si vende il sogno sono i potenziali dipendenti. L’offerta è attraente: alloggio, assicurazione sanitaria e dentistica, benefit materiali e possibilità di intrattenimento di cui tendenzialmente non avrai tempo di usufruire, perché stai lavorando. Sempre.

Wiener non smette mai di oscillare tra il desiderio di entrare a pieno titolo a far parte di quella specie di confraternita di eletti – brillanti, ricchi, realizzati, integrati nel contesto – e quello di fare un passo indietro per ricordarsi “chi era” e analizzare con più lucidità le evidenti storture di quel nuovo ambiente umano.
A più riprese ci fa notare con veemenza che sì, desiderava moltissimo che l’amministratore delegato di turno le dicesse quanto era brava e quanto il suo contributo fosse prezioso, ma era anche consapevole di trovarsi in un contesto dove il problema della diversity e del sessismo più smaccato erano talmente interiorizzati e “normali” da essere parte integrante, insieme al frigo delle birre, alle felpe col logo aziendale e ai giri in skateboard per l’ufficio, di quella stessa cultura aziendale finto-compagnona che continua a rappresentare uno dei benefit più gettonati del settore.
Tra scandali per molestie gestiti come scocciature periodiche da disinnescare mettendo in piedi un bel dipartimento per le pari opportunità – come diremmo noi con un gergo forse un po’ vetusto – da utilizzare come efficace leva per le pubbliche relazioni senza però generare nessun mutamento strutturale e il graduale riversarsi verso l’esterno, verso la città, verso i quartieri e gli appartamenti delle dinamiche della nuova bolla tecnologica, che di fatto finisce per inglobare anche il mondo materiale circostante, Wiener racconta il suo nuovo universo professionale e cerca di mapparne le implicazioni. Urbanistica, economia, mercato del lavoro, risvolti psicologici, consumo, cultura, controllo. Il punto di vista è ovviamente soggettivo e parziale… e l’intento non è quello di fornirci soluzioni per demolire un sistema che alimentiamo quotidianamente anche noi. Non percepiremo uno stipendio dal social network che tutti odiano (tanto per citare una delle tante entità), ma di fatto forniamo al social network che tutti odiano il materiale indispensabile al suo funzionamento e alla sua redditività: il nostro tempo, i nostri dati, le nostre interazioni, i nostri pensieri e la nostra attenzione. Non è un libro che ambisce tanto a farci impugnare i forconi. Forse è un libro che vuole farci riflettere – fornendoci un po’ di informazioni di contesto e qualche dritta su “quello che c’è dietro” – sul perché, tutto sommato, non ci dispiaccia lasciare i forconi dove stanno.

[La valle oscura è uscito per Adelphi nella traduzione di Milena Zemira Ciccimarra. È una traduzione leggibilissima che, qua e là, si ingoffa un po’ sul gergo tech o economico. Il problema, secondo me, è più che altro di definizione del pubblico di riferimento per questo libro. Perché venture capitalist resta così mentre flagship store diventa “negozio di bandiera”? Tanto gergo aziendale, tecnologico e di marketing è mutuato dall’inglese e viene usato correntemente anche nel nostro contesto – risultando dunque, comprensibile -, ma stabilire la linea di demarcazione che separa l’uso corrente dal lessico ancora troppo specialistico non è mai di semplice definizione e, inevitabilmente, a un pubblico più vicino al tema certi adattamenti balzeranno di più agli occhi e appariranno forzati.]

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Che difficoltà, gente. Sto invidiando con ogni mitocondrio del mio organismo chi, in questo periodo gramo, ha trovato nella lettura un benefico rifugio. Io, da essere umano che considera la lettura un elemento saldissimo della quotidianità, sto arrancando. Perché tanti sono stati gli aggiustamenti necessari per farla funzionare, questa nuova versione della quotidianità, e nello scombussolamento generale mi sono un po’ arenata e ben poche pagine sono state macinate. Diciamo anche serenamente che è già andata bene se sono riuscita ad andare avanti con il romanzo che sto traducendo e con le altre attività da PRODIGIOSA content-creator, ma non lamentiamoci.
Così a naso, però, mi pare di non essere l’unica ad aver subito un certo rallentamento.
Ecco dunque perché mi è sembrato interessante provare a compilare una listina di libri smilzi (da 200 pagine, all’incirca e suppergiù) per provare a ripartire con slancio.
Anzi, per dirla con maggiore veemenza:

Procediamo?
Procediamo.

M. T. Anderson – Paesaggio con mano invisibile

160 pagine.

Per chi apprezza la fantascienza stramba: alieni VUUV che colonizzano la terra, diciassettenni che cercano di riscattarsi con l’arte, umanità che si arrabatta (senza riuscirci), un finto idillio creato a uso e consumo degli invasori, dei gran problemi intestinali.

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A. S. Byatt – Ragnarök

142 pagine.

Per chi gradirebbe allargare i suoi orizzonti mitologici: una bambina seccolina (che diventerà poi una grande scrittrice) cerca di dimenticarsi della guerra rifugiandosi ad Asgard. I miti norreni più celebri, rielaborati per noi seguendo una lente lirica, autobiografica e maestosa… come un lupo gigante che divora il sole. 

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Peter Cameron – Gli inconvenienti della vita

122 pagine.

Per chi apprezza gli svisceramenti interpersonali: due racconti lunghi per altrettante coppie inquiete, traballanti e ormai impermeabili al potere protettivo del “facciamo finta che vada tutto benone”.

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Diego De Silva – La donna di scorta

148 pagine.

Per chi è stufo di leggere sempre le solite menate sulle relazioni extraconiugali: un marito fedifrago, un’amante che non gli rompe l’anima per sostituire la legittima consorte. Anzi.

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Jeffrey Eugenides – Le vergini suicide

216 pagine.

Per chi… per le tre persone al mondo che non l’hanno ancora letto, credo. Le cinque sorelle Lisbon, che s’ammazzano tutte nell’arco di pochi mesi, vengono ricordate a distanza di vent’anni, tra nostalgia e vero enigma, dai ragazzini che hanno assistito alla loro breve, enigmatica e sfolgorante parabola esistenziale.

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Hiraide Takashi – Il gatto venuto dal cielo

132 pagine.

Per chi ha bisogno di una storia lieve e delicata dove non succede praticamente niente, a parte un gatto che fa avanti e indietro e cerca di scroccare da mangiare (mantenendo una certa dignità) a una coppia serena ma malinconica.

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Rachel Ingalls – Mrs. Caliban

148 pagine.

Per chi ha più paura dei mostri “normali” che dei mostri-mostri: una casalinga perfetta si innamora di un uomo-rana scappato da un laboratorio segreto. Giuro. È meraviglioso.

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Francesco Piccolo – L’Italia spensierata

162 pagine.

Per chi ormai si rimetterebbe volentieri anche in coda sull’autostrada: una raccolta di mini-reportage sui grandi riti collettivi del nostro Bel Paese… ma anche un po’ un viaggio in tutte quelle esperienze che tendiamo a rinnegare, ma poi ci caschiamo dentro comunque… non senza un certo godimento.

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Yasmina Reza – Felici i felici

168 pagine.

Per chi è affascinato dagli infiniti garbugli della commedia umana: non c’è legame affettivo o di parentela (ma pure alla lontana) che Yasmina Reza non passi al setaccio e non punzecchi con raro acume – e pure un po’ di compiaciuta cattiveria. Ah, che benessere.

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Kurt Vonnegut – Ghiaccio-nove

224 pagine.

Per antropologi in erba e paciosi cultori dell’inevitabilità della catastrofe: che cosa succede se su una bizzarra isoletta caraibica convergono gli eredi a lungo trascurati dell’inventore di una sostanza capace di congelare all’istante tutta l’acqua del pianeta? Vonnegut, patrimonio UNESCO.

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Amélie Nothomb – Stupore e tremori

105 pagine.

Per chi pensa di lavorare in un postaccio e ha voglia di consolarsi un po’: il devastante disfacimento di un’impiegata occidentale che cerca di districarsi in una MEGADITTA giapponese, soccombendo con caparbia inventiva e inanellando una tampa dopo l’altra. Un auto-sabotaggio magistrale. La mia prima Nothomb non si scorda mai.

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David Foster Wallace – Questa è l’acqua

162 pagine.

Per chi si chiede con cosa convenga cominciare a leggere David Foster Wallace, probabilmente. Diciamo che possono esserci diversi approcci, ma Questa è l’acqua, forse, è una delle rappresentazioni più sintetiche, per quanto sfaccettata e profonda, di quello che è stato in grado di raccontarci. Sono sei “pezzi”, scritti tra il 1984 e il 2005, per cominciare a fare amicizia con l’autore… o per cominciare a chiamare per nome i grandi casini, belli e brutti, che gestiamo campando.

 

Buone nuove in tempi grami: gli audiolibri continuano a sostenermi. Dopo un doveroso classico – Le notti bianche di Dostoevskij, sentito per fortuna quando l’allegria ancora ci attorniava -, La corsara di Sandra Petrignani – che ha triggerato un approfondimento ginzburghiano di tutto rispetto – e Cos’è l’America del sempre gradito Francesco Costa, mi sto sollazzando con Questione di Costanza di Alessia Gazzola – che il cielo la preservi.
Ma ci troviamo qua riuniti, oggi, perché Storytel ha recentemente caricato una valanga di nuovi titoli (quasi DUECENTO, signora mia) del gruppo Mondadori, suscitando in me insopprimibili impulsi di aggiornamento della libreria dei futuri ascolti. Per chi fosse poco aggiornato sulla struttura molecolare del gruppo Mondadori, i copiosi editori coinvolti sono i seguenti: Mondadori (Capitan Ovvio, ti salutiamo), Einaudi, Piemme, Sperling & Kupfer e Rizzoli.
Per la vostra e la mia utilità, dunque, ecco una piccola panoramica di quello che potrete allegramente ascoltare d’ora in poi. La bislacca categorizzazione è opera mia, sollevo Storytel da ogni responsabilità.

Narrativona bestsellerona

Non so niente della Kinsella, ma sappiate che si può or ora andare a fare shopping con lei in tutte le salse, in ogni grande capitale del mondo e con i budget più disparati. Il più caloroso benvenuto anche al buon Ken Follett – che ho visto esibirsi a Pietrasanta con il suo gruppo musicale e mai lo dimenticherò, soprattutto perché indossava una camicia Versace tempestata di foglie dorate ed era visibilmente FELICISSIMO di stare al mondo – che approda sulla piattaforma con i suoi cavalli di battaglia, dai Pilastri della terra al Mondo senza fine. Su le mani anche per Zafón che appare con L’ombra del ventoIl labirinto degli spiriti. Spolverata disinvolta di ulteriori autori: Corrado Augias, Cecilia Ahern, Anna Todd – e i suoi innumerevoli After -, David Grossman con Qualcuno con cui correre, John Green con Colpa delle stelle e Sandrone Dazieri. Mi sento anche di citare Geronimo Stilton, perché sarà anche un ratto saputello col panciotto, ma i suoi libri sono indiscutibilmente dei bestseller.
Capolavoro definitivo: Ascolta il mio cuore di Bianca Pitzorno.
Sincere ambizioni mie: Sveva Casati Modignani. Sento di dover colmare questa lacuna.

Raccomandabili per direttissima (o quasi)

Rullo di tamburi: il primo Neil Gaiman in italiano! Ora, Neil Gaiman è anche un lettore splendido e moltissimi dei suoi lavori sono disponibili in lingua originale con la sua interpretazione (provateci, se il vostro inglese non è troppo zoppicante), ma non posso che rallegrarmi per la comparsa di Coraline nell’idioma che tutti quanti padroneggiamo. Speriamo sia il primo di una lunga serie. Io, nel frattempo, ne ho approfittato per aggiungere alla libreria anche Trigger Warning, una raccolta di racconti che bramo da tempo, e Smoke and  Mirrors, il suo debutto.
Gradita apparizione – per scalatori e non – è sicuramente Paolo Cognetti con Le otto montagne Senza mai arrivare in cima. Se, invece, vi va di addentrarvi in una maestosa saga familiare, procedete spediti con Stirpe di Marcello Fois (che legge anche), il primo capitolo della saga degli sventurati ma coriacei Chironi. Per affilare l’ironia e ridere amaramente del presente, invece, c’è Superficie di Diego De Silva – narrato dall’autore e da Luciana Littizzetto. Non se la prendano gli altri, ma la mia novità “preferita” è senza dubbio L’arminuta di Donatella Di Pietrantonio, interpretato qui da Jasmine Trinca.
E un classico? Che problema c’è: La luna e i falò di Cesare Pavese.

Personalissime curiosità

Dopo molteplici e attente consultazioni, nella mia libreria sono arrivati Il tunnel di Abraham B. Yehoshua, La misura eroica di Andrea Marcolongo – gli Argonauti! Giasone! Medea! -, Hotel Silence dell’islandese Audur Ava Ólafsdóttir – che avevo già trovato godibilissima con Rosa candida – e Gli immortalisti di Benjamin Chole – quattro fratelli, nell’estate del 1969, decidono di farsi rivelare da una veggente l’anno in cui moriranno, imprimendo una deformazione definitiva sui rispettivi futuri. Poi, ho scoperto che Bird Box – che vorrei finire di vedere su Netflix, dato che al primo tentativo abbiamo interrotto per il sopraggiungere di un’eccessiva angoscia – nasce da un libro di Josh Malerman che potrò comodamente sentirmi senza l’ausilio di Sandra Bullock. Visto che siamo in tema serie tv, c’è anche Killing Eve di Luke Jennings – prima lo ascolto e poi me lo guardo, a questo punto. Per concludere, direi di gettarci a capofitto nella divulgazione con Le mie risposte alle grandi domande di Stephen Hawking.

Non vi siete ancora cimentati con gli audiolibri? È un’abitudine assai piacevole e opportuna. Se vi va, cliccando qui si può collaudare Storytel per un mese senza cacciare una lira. 
Vi siete già cimentati con gli audiolibri? Spero vivamente che questa ricognizione possa rimpinguare le vostre librerie e intrattenere le vostre voraci menti – più o meno recluse.

 

A Life’s Work, in italiano, si chiama Puoi dire addio al sonno ed è uscito per Mondadori (con la traduzione di Micol Toffanin) nel 2009, nell’ormai lontana era pre-Resoconto/Transiti/Onori. Il titolo che è toccato a noi è decisamente meno denso di significato. E di certo strizza l’occhio alla longeva tendenza a classificare i racconti incentrati sulla maternità (autobiografici – come in questo caso – e non) in due grandi categorie piuttosto polarizzate: da una parte ci sono quelle che te la mettono giù durissima e, dall’altra, le pasticcione piene d’entusiasmo, quelle che tra mille peripezie e goffaggini cercano di venderti una versione rassicurante e spensierata del diventare madri.

[EDIT per aggiornarci sugli avvenimenti più recenti: nel 2021, A Life’s Work è transitato nel catalogo Einaudi con un titolo che trasporta esattamente quello originale: Il lavoro di una vita.]

Quelle che te la mettono giù durissima vengono solitamente accusate di voler terrorizzare le loro simili o di dipingere a tinte eccessivamente fosche un’esperienza indiscutibilmente sacra e meravigliosa. Anzi, si continua ancora a colpevolizzare, perché se una ti viene a raccontare – ad esempio – una depressione post-partum diventa quasi automaticamente una donna da guardare con sospetto, una persona che deve avere per forza qualche tara pesante, visto che non partecipa alle gioie dell’avvenuta procreazione e sembra tirarsi indietro di fronte alla sua grande missione biologica – e poi diciamocelo, signora mia, se non voleva i figli doveva pensarci prima.
Le allegre pasticcione sono pronte a fornirci speranza. Dai, se ce l’ha fatta questa rincoglionita posso farcela anch’io. Dimmi che andrà tutto bene. Raccontami di sederini morbidi, di piedini piccolissimi, di tutine, di passeggiate al parco, di sensazioni di infinito appagamento e di “finalmente ho capito qual è la mia vera vocazione”.

Il problema con le due estremizzazioni non è di poco conto. Le narrazioni che te la mettono giù dura tendono a far venire a galla il brutto, lo sporco, l’emotivamente disturbante e il difficile. Per quanto tutto ciò possa rispondere a verità, sono inevitabilmente respingenti. Le tribolazioni altrui, soprattutto in tema di maternità, scatenano i sensi di colpa, innescano una reazione di difesa che porta all’istante a dichiarare che tu no, tu non sei mica un mostro del genere. Perché? Perché la “madre” non è un concetto neutro. Anzi, è uno dei concetti più connotati e più zavorrati dalle aspettative collettive. Sguazziamo in uno stereotipo resistentissimo che stabilisce come dovrebbe essere una “buona madre” – e poco importa se lo stereotipo sia datato, figlio prediletto di una cultura che santifica la donna solo se fa la madre (e basta) e assolutamente scollato dalla realtà socioeconomica che abitiamo. Il fatto è che esiste anche quello che ci spaventa. Esistono anche situazioni che non ci somigliano o nelle quali preferiremmo non ritrovarci. Il fatto che una narrazione sia respingente – secondo certi canoni o private sensibilità – non la rende meno autentica o meno degna di essere ascoltata, capita, accolta. Non è che leggendo un’esperienza “negativa” della maternità e prestando orecchio anche alle campane meno entusiastiche ci si esponga a un qualche genere di contagio. Non è che empatizzando con chi ha avuto una partenza in salita – o con chi continua ad arrancare – finiremo per sabotarci. Chiaro, poi… quello che scegliamo di incamerare nelle nostre riflessioni risponde anche a un bisogno, a una ricerca di senso che può portarci a cercare conforto in peripezie simili alle nostre o a trovare quello che ci serve in racconti più spensierati, più edulcorati, più “positivi”. Ed eccoci arrivati al polo opposto.

Sì, ma il libro?

Il polpettone introduttivo mi sembrava rilevante, in questo caso, perché A Life’s Work non ha ricevuto un’accoglienza particolarmente tenera. Come racconta anche Cusk nell’introduzione alla nuova edizione del volume, tanto si è detto e scritto di lei come madre, di quello che avrebbe pensato sua figlia – non sia mai! – leggendo, da grande, questa cronaca dei suoi primi mesi di vita.
Cusk è incoraggiante? Fornisce risposte? Ha scritto un manuale per la gestione del neonato? Ha cercato di convertirci a una corrente pedagogica? Ci vuole imporre un punto di vista? Per niente.

Cusk si è domandata, in estrema sintesi, che fine faccio io – madre – quando metto al mondo un figlio. Che cosa succede al corpo, alla vita interiore e alla struttura del mondo di una donna che, a un certo punto, partorisce e piomba in un paradigma completamente nuovo. Che cosa accade alla coscienza individuale quando si trova legata a un altro essere umano che è stato per nove mesi parte di te e che, separandosi, manifesta una volontà, dei bisogni primari che non sono negoziabili, delle esigenze e dei comportamenti che non si adattano alle norme e al funzionamento della realtà che conosciamo.
E non sono domande che trovano risposta nel semplicistico “eh, ti è nato un figlio che cosa ti aspettavi, mica è tutto uguale poi”.
Pur sapendo che le cose cambieranno, non c’è nessuno che viene a farti un bel disegnino. Così come non c’è nessuno che può dirti come cambieranno per te. Per la madre standardizzata dell’immaginario collettivo c’è un percorso assai chiaro – e anche una serie di traguardi emotivi da raggiungere, accompagnati da una tabella dei sentimenti autorizzati e degli obiettivi che la prole deve centrare per potersi ritenere “normale”. Certo, sarà difficile, ma ci hanno insegnato che lo spirito di sacrificio è il motore di ogni madre che si rispetti. Suvvia, che sarà mai.

A Life’s Work non la mette giù dura. Non è nemmeno stato scritto per il gusto di provocare, turbare o scandalizzare – non che poi contenga chissà quale vicenda provocatoria, disturbante o scandalosa. Tira semplicemente fuori delle domande eretiche rispetto al paradigma della madre esemplare. Perché al centro dell’attenzione – somma stranezza – c’è la madre, non c’è il bambino. È un libro che parla di ruoli e di equilibri. Chi ero e chi sono? Non c’è un interruttore che ci fa passare dalla “modalità io” che ci ha accompagnato per tutta la vita alla “modalità madre” in maniera automatica. E chiedersi che cosa resta di te – specialmente nei primi mesi – è un quesito perfettamente legittimo, indipendentemente da quanto tu sia felice, triste, sola, supportata, disperata, sostenuta, euforica, convinta, preoccupata, assonnata, energica. È un libro che si interroga sull’identità femminile in un momento cruciale, ma senza cancellare o ignorare le altre spinte che costituiscono, nel loro complesso, quel “chi siamo”. Diventare madri non è obbligatorio ma, quando succede, è senza dubbio un’esperienza di trasformazione. Perché diventando madri diventeremo altro, ma se siamo qui vuol dire che abbiamo macinato storie, idee, sogni, relazioni, punti di riferimento, passioni, abitudini. Sovrascriverli completamente ci renderebbe madri migliori? Rachel Cusk non ha stilato per noi un decalogo su come disinnescare le coliche o un vademecum per selezionare la babysitter perfetta. Non è una madre “pratica”. Non è la madre saggia che pretende di spiegarti come si vive, di mostrarti un modello d’eccellenza, di pungolarti affinché tu sia radiosa, euforica, appagata e… innocua per il tuo prossimo. Cusk è una persona che si sta domandando insieme a noi che cosa sia, alla fin fine, una delle molti madri possibili. Quello che le accomuna tutte è la portata di un compito che non si esaurisce mai, finché si sta al mondo. A Life’s Work? Credo proprio di sì. È un tragitto fluido, un susseguirsi di abissi anomali. E può capitare, affacciandosi sull’orlo del baratro, di percepire la vertigine e di perdere l’equilibrio… ma anche di trovarsi di fronte, molto spesso, a un paesaggio meraviglioso.