Qua conviene produrre un gemellaggio tra il primo e l’ultimo libro di Nothomb che ho letto. Non tanto perché si staziona in tutte e due i casi in Giappone – ce ne sono altri tre, se non sbaglio, che ci fanno gravitare lì – ma perché raccontano la stessa parentesi temporale da due punti di vista diversi: Stupore e tremori è vita lavorativa, Né di Eva né di Adamo è vita umana*. Entrambi sono, però, storie di dissonanza, disomogeneità e scelta deliberata della posizione più scomoda – che in fin dei conti coincide spesso con un’idea incontenibile di libertà e di rottura rispetto alle aspettative.
* Un po’ a livello generale e specialmente pensando al Giappone, mi trovo meglio a non considerare il lavoro come un sottoinsieme della vita ma proprio come una roba che richiede una personalità apposita e altri schemi di funzionamento.
Comunque, facciamo un ripasso rapido di Stupore e tremori, intanto che ci siamo. Qui troviamo il devastante e tragicomico disfacimento di un’impiegata occidentale che cerca di districarsi in una MEGADITTA giapponese, soccombendo con caparbia inventiva e inanellando una tampa dopo l’altra. Un auto-sabotaggio magistrale. Fa molto ridere. Fa una gran paura.
E che accade in Né di Eva né di Adamo? Qualche tempo prima di lasciarsi divorare dalla megaditta, una giovane Amélie torna in Giappone con l’intento di chiamarlo di nuovo casa e di farsi in qualche maniera riconoscere dal posto in cui aveva passato i suoi primi anni. Parla bene giapponese? Non troppo. I giapponesi pensano che lo sappia fare? Figuriamoci. Loro parlano altre lingue? Poca roba – e hanno troppo timore degli insegnanti per far domande in classe, si scoprirà. Che fa per tirare su due soldi ma anche per inserirsi di nuovo nel flusso delle relazioni quotidiane? Si propone come insegnante privata di francese e trova un allievo della sua età che, con esasperante cortesia e una flemma OVER9000, farà del corteggiarla l’unica vera occupazione della sua esistenza.
Stare insieme a Rinri si dimostrerà una sorta di palestra intensiva di mediazione culturale, un esperimento felice e un enigma continuo. Lei non capisce perché la perfezione totale di lui le metta più ansia che serenità e lui, finché può, si gode il languore del limbo universitario, unica parentesi in cui i giovani giapponesi – ci dice Nothomb – possono cincischiare un po’ dopo l’ordalia dell’istruzione obbligatoria e delle selezioni precocissime. Lui, che tecnicamente ha già fallito, può prendersela comoda in una facoltà meno competitiva e scaldare i motori in vista del mondo del lavoro “vero”. Insomma, mai più gli ricapiterà di avere tutto quel tempo a disposizione e così pochi doveri.
Non vi spoilero le vicissitudini relazionali – anche perché in una storia fatta d’aneddotica, di atmosfera e di comparativismo linguistico, pure, è in quel che fanno i giovani innamorati che vi conviene andare a cercare una trama, se proprio vi preme – ma voglio farmi dar ragione dal nostro Rinri sul tema della divisione del tempo e di come lo occupiamo vivendo. Amélie gli chiede, per fargli fare un po’ d’esercizio col francese, cosa gli piace di più fare. E lui le dice che gli piace giocare. A cosa? Non si sa, il concetto non si traduce e sta in piedi da solo. Giocare e basta. Giocare a niente. Giocare a tutto. Giocare, per Rinri, è pensare a come riempire del tempo privo di obblighi, compiti e scadenze. È stare al mondo senza pretese. Godersi il vuoto, prima di essere sopraffatti. Proteggere la pace. Divertircisi dentro, contemplarla. Amélie alza la mano per proporgli il “nostro” concetto di otium e s’accorge, ormai impiegata a tempo pienissimo alla megaditta, che un giapponese educato al culto del lavoro lo padroneggia molto meglio di lei. Come volete che vada a finire, questa storia d’amore? Che dobbiamo fare noi, signora Amelia, che il giocare di Rinri lo possiamo mettere in pratica nelle frattaglie residue del nostro presente e raramente possiamo far leva sulla purissima fuga?
