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John Patrick McHugh | Fine primo tempo

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John Patrick McHugh è simultaneamente un gran volpone e anche uno che mette molto bene le cose in chiaro, sin dal titolo. Fine primo tempo – il suo romanzo d’esordio, in libreria per Heloola con la traduzione di Bianca Rita Cataldi – racconta una fase di passaggio, la fine di un capitolo e il limbo confuso che ci separa dal successivo. E, visto che il protagonista fa (anche) il volenteroso difensore in una squadra di calcio gaelico, la scansione temporale sportiva risulta appropriatissima. L’intervallo che attraversiamo – che Sally Rooney, grande amica del McHugh, forse avrebbe battezzato più volentieri Intermezzo – è quello tra la scuola e l’università, gli amori pasticciati e i sentimenti da coltivare, il presente da figlio e il futuro da giovane uomo indipendente e, per tirarci dentro tutto quanto, l’adolescenza e il gigantesco CHISSÀ della vita adulta.

Ma cos’è che succede? John sta aspettando i risultati degli esami finali per capire che università potrà permettersi di seguire e passa l’estate a lavorare in un albergone per turisti e a guadagnarsi un posto da titolare nella squadra dell’isola. I suoi si stanno separando, sua sorella si deve sposare, lui è un groviglio di apprensioni e di spaesamenti, senza più troppi punti di riferimento – al di là dei quattro soliti amici – e senza piani o ambizioni solide da seguire. Sa all’incirca di volersene andare, ma non è ancora capace di immaginarsi altrove e l’opportunità di inventarsi da capo il futuro è più fonte d’inquietudine che spinta propulsiva e risoluta.
E l’amore? È un enigma – e un’occasione perfetta per tradire di continuo il proprio cuore. La dinamica tra John e la sua collega Amber mi ha ricordato moltissimo Normal People: non ci si ama rispondendo solo a quel che sentiamo ma ci si ama in un contesto che può deformare tutto, specialmente se il coraggio di doversi sincerità è ancora in fase di costruzione. John si vergogna di Amber, è dispostissimo a credere solo al peggio (per quanto privo di fondamento possa essere) e vorremmo insultarlo ogni tre pagine, per quanto è coniglio. Il fatto che sia anche profondamente terrorizzato dalla sua stessa inettitudine è sia un’attenuante che un’aggravante e finisce che tocca a noi vergognarci del poco credito che troviamo legittimo concedergli. Sembra tutto plausibile? In fin dei conti sì, perché John non capisce niente e la sua inopportunità, la sua goffaggine, il suo continuo fraintendere e la disperazione con cui cerca un appiglio è roba che può esserci capitato di attraversare. Sarebbe bello ricordarsi solo i trionfi, ma è anche inanellando cretinate che si diventa grandi – per quanto ammaccati ci si arrivi.

Se siete in cerca di conclusioni risolutive l’isola di John potrebbe non fare per voi. Se vi va di affrontare una trama che funge da dichiarato pretesto per riprodurre un’atmosfera e un terrificante momento di passaggio vi conviene cominciare a fare dei giri di campo, che c’è da accaparrarsi una maglia e tutti sono sulle tribune a fare il tifo, anche se magari piove e faticherete a vedere più in là del vostro naso.
La vita comincia davvero quando si smette di pensare a che effetto facciamo sugli altri e si bada solo a doversi un po’ di fedeltà? Ce lo auguriamo di cuore, McHugh. Anche se forse non si ci si arriva mai.

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