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Sentiti ringraziamenti ad Amore del Cuore per questo banner spaccainternet.

 

Visto che Steven Soderbergh me l’ha chiesto espressamente – ma proprio di persona, con un cabaret di pasticcini in mano e un ghepardo rosa al guinzaglio -, ho deciso di provarci anch’io. Perché l’idea è quantomai avvincente, nella sua grassa semplicità. Il domandone è il seguente: che cosa hai visto/letto nell’intervallo di tempo X? Valgono i libri, gli spettacoli teatrali, le serie TV, i film, le mostre, i fumetti, le etichette della crema idratante, l’opera, il burlesque e pure gli scontrini dell’Esselunga. Insomma, faccende culturali, ludiche e curiosone. Soderbergh, che non ama pettinare le bambole, la lista la mette insieme una volta l’anno. Io, che ambirei ad aggiungere anche qualche commentino a quello che ho masticato, vorrei provare a sfornare un piccolo papiro mensile, divertendo le folle e seminando il disordine. Il mostruoso esperimento, qua nei Tegamini, si chiamerà Vedileggi. E che il cielo ci protegga.
Provo?
Provo. In rigoroso ordine cronologico. E senza vergogna.
Molto bene.

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Fuori in 60 secondi

Sei sul divano con la sacra copertina di ciniglia, cambi canale a caso e, magimagia, esce il faccione di pietra di Nicolas Cage. In uno dei suoi ruoli più acclamati, poi. Vedi Nicolas Cage e una forza misteriosa ti impedisce di scappare. Nicolas Cage balena sullo schermo – con una certa flemma – e te devi per forza dargli retta. Che facciamo, Amore del Cuore? Cioè, è Fuori in 60 secondi. Dobbiamo guardarlo. È una missione, in pratica… se non lo facciamo, lo scaffale con la nostra sarcastica collezione di DVD di Nicolas Cage ci crollerà in terra. Anzi, cadrà sul gatto e ce lo acciaccherà irrimediabilmente. È proprio una questione di coerenza. E poi c’è anche Angelina Jolie coi rasta fatti col dentifricio. LA VITA.
E niente. Siamo rimasti lì a guardare Fuori in 60 secondi. Felici come gli ultimi imbecilli della Terra.

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The Imitation Game

Durante i primi ventisei minuti di questo film, la mia preoccupazione principale è stata una focaccia al pomodoro. Rovente. Untissima. Impossibile da mangiare al buio. Avevo questa focaccia sulle ginocchia, adagiata sul suo civilissimo cabaret. Nonostante il cabaret, un tovagliolo di carta al collo e pure le posate, sono riuscita a tirarmi addosso di tutto. Litrate di sugna. Pezzi di formaggio. Grasso di balena. Gnomi. Nasi finti. Mentre io lottavo con una focaccia, Benedict Cumberbatch – la lontra più espressiva del mondo – combatteva la sua personale battaglia contro il nazismo, i pregiudizi della società, Nonno Lannister, le parole crociate, le clavicole a punta di Keira Knightley, l’impressionante panza che è spuntata all’improvviso all’autista di Downton Abbey e le continue lamentele di Amore del Cuore – il laureato in storia più pignolo e rompicoglioni di sempre… soprattutto quando gli toccano la Seconda Guerra Mondiale.

the imitation game

Come sottofondo generale – a parte il mio scartocciamento di focaccia e le puntualizzazioni stizzite del mio consorte -, c’erano i vecchi dell’ultima fila, telecronisti mancati. Quando s’è scoperto chi era davvero la spia sovietica, nessuno è stato più in grado di tenerli. Al mio fianco, per peggiorare ulteriormente la situazione, c’erano due fangirl (VECCHISSIME) di Sherlock. Quando il signor Turing s’è messo a correre in braghette corte, hanno praticamente cominciato a strofinarsi sul bracciolo della poltrona, mugolando come scimmie bonobo. E io là con la mia focaccia, troppo disorientata per riuscire a pigliarmi bene per questo film, nonostante l’infinita ammirazione che nutro per il genio di Alan Turing e l’immane sdegno per l’ingiusto e ripugnante destino che gli è toccato.

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Franca Valeri – Bugiarda no, reticente

Franca Valeri bisognerebbe utilizzarla come un oracolo. Costruirle una specie di salottino e metterla lì a dispensare saggezza, fino alla fine dei tempi. Questo libro è una specie di autobiografia, un album di ricordi che parla di carriera, amore, infanzia, teatro e storie. La roba davvero speciale di questo libro, però, è che riesce quasi a rendere comprensibile uno dei misteri più ingarbugliati dell’universo: l’ironia.

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Keith Gessen – Tutti gli intellettuali giovani e tristi

Sarò io che non sono abbastanza sensibile, ma questo libro mi è sembrato involontariamente buffo. Mark, Sam e Keith sono veramente tre cialtroni. Lo spaesamento, il declino post-Clintoniano, la becera era-Bush, gli ideali, le tesi di dottorato, i parcheggi che non si trovano, i grandi punti di riferimento, il viaggio come scoperta del proprio cuore, le differenze. La verità è che a Mark, Sam e Keith interessa solo scopare. Tutto il resto succede perché non ci riescono mai.

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Big Eyes

Ci provo sempre, perché è Tim Burton. Io ci provo, ma non c’è niente da fare. Tutto quello che mi piaceva di Tim Burton è praticamente scomparso. Alice in Wonderland è stato un duro colpo, e dubito che riuscirò mai a dimenticarlo. Dark Shadows mi aveva fatto ben sperare, visto che si trattava di una storia di freak, mostri e scherzi della natura. Ma niente, non ha funzionato neanche quello. I film che cercano disperatamente di essere divertenti mi mettono in imbarazzo. È una situazione tremenda. Ti si stringe il cuore e ti dispiaci un casino, ma proprio non riesci a spassartela. Ti prego, apprezza il nostro umorismo un po’ vintage e strambo! Ti scongiuriamo, amaci!
Zero.
Big Eyes, come succede sempre nella fase “Gente, esce un nuovo film di Tim Burton!” mi ispirava parecchio. Ci credevo. Ero pronta a sfidare il gelo serale e il torpore post-ufficio per trascinarmi al cinema. Insomma, c’è Christoph Waltz. C’è questa matta che dipinge bambini derelitti con gli occhi giganti! Sarà fantastico, me lo sento! Adesso… non è mica un brutto film, per carità. È un film dignitoso. Non ti fa arrabbiare, è pieno di colorini pastello e non insulta eccessivamente la tua intelligenza – a parte la battuta cardine di tutta quanta la baracca: “Perché disegni questi grandi occhi?”, “Perché gli occhi sono lo specchio dell’anima…”. Solo che… è un film senza cuore. E pure un attimino palloso. Cioè, poi magari è colpa mia, mi sarò trasformata in un’arida istitutrice con una gamba di legno… sarò diventata un personaggio di Bret Easton Ellis. Io non lo so, ma guardare Big Eyes è stato come sedermi per due ore a fissare un ragazzino che non ha voglia di fare i compiti.
Ma forse sono io che ho gli occhi troppo piccoli.

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Guardians of the Galaxy

Meritano tutto il nostro amore. Ora e per sempre.

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Nymphomaniac – Part 1

Tutti a pesca con Stellan Skarsgård!
Tutti ad abbracciare un frassino!
Tutti a prendere lezioni d’organo!
Diamine… CIT.
Non pensavo di essere tagliata per i polpettoni da intellettuali erotomani – ossessionati dalle tonalità più tristi del beige -, ma Nymphomaniac mi è garbato. Sarà che stavo sorseggiando del genepì, ma l’ho trovato estremamente interessante. È un documentario, in pratica. E io adoro i documentari. Non riesco ad accettare che il naso della giovane Jo si sia in qualche modo evoluto fino a trasformarsi nel canappione della vecchia Jo, ma consideratemi a bordo per tutto il resto. Giaguari compresi.

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Joan Didion, The Year of Magical Thinking

Cielo, c’è addirittura una recensione seria!

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La maschera di Zorro

Dopo circa una settimana di diretta dedicata all’elezione del Presidente della Repubblica, Mentana ha deciso di andare a farsi una doccia, lasciandoci in balia del palinsesto di La7. La7, quando non c’è il telegiornale o un talk-show di approfondimento o la Bignardi che intervista casi più o meno umani, si trasforma uno straordinario pentolone di assurdità cinematografiche. L’altra sera, dal niente, è apparso un film imperdibile: La maschera di Zorro, con Anthony Hopkins che fa Zorro vecchio, Banderas che fa lo Zorro-stagista e Catherine Zeta-Jones che fa l’emoticon della ballerina di flamenco. Tra peones cenciosi, sadici soldati ariani, il limone più duro mai apparso sul grande schermo e tramonti dipinti con le tempere, spicca il maestoso cavallo Tornado… vero uomo-partita-Sky della mirabile pellicola. Io me ne vergogno – anche perché non riesco più a distinguere Banderas dal mugnaio pazzo del Mulino Bianco -, ma mi sono divertita un casino. Con buona pace della pancera di Hannibal Lecter e dell’infelice gallina Rosita.

zorro    

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Joan Didion, Play It As It Lays

Da qualche parte in copertina, c’è scritto che la Didion scrive col rasoio. Zac. Zac. Zac. Implacabile, affilata e precisissima. La copertina, per una volta, dice la verità. Play It As It Lays è il primo Didion-romanzo che leggo – visto che, purtroppo, L’anno del pensiero magico è una storia autobiografica – e continuo ad essere una piccola fan in pieno entusiasmo da super scoperta recente. In questo libro si sale in macchina con Maria, attrice dalla carriera breve e neanche un po’ folgorante, e si guida in giro per Los Angeles. È una storia di fuga, di vuoti perpetui, di aspettative disattese, di chiacchiere e lunghe giornate senza senso. Più che un essere umano, Maria è una specie di pianta che secca, una persona che si trasforma gradualmente in un fossile mentre il resto del mondo continua a girare – che tutto questo girare, poi, possa rivelarsi senza scopo e senz’anima, è un altro paio di maniche. E in queste maniche dovreste proprio infilarvici.
Team-Didion!

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E per questo mese, cari tutti, abbiamo visto e letto a sufficienza.
Per il prossimo Vedileggi – e per ammirare ancora una volta l’header più straordinario di sempre -, ci si ritrova a fine febbraio. Ho già chiamato il Piccolo Teatro per i biglietti di Lehman Trilogy, quindi potrò cominciare a darmi un tono anche come altolocata consumatrice d’impegnata drammaturgia – impegnata e costosissima, cazzo.
Che gli alpaca proteggano le vostre avventure da divano. E raccontatemi i vostri Vedileggi, se ne avrete voglia.

 

Gli abitanti del mondo civilizzato hanno cominciato a leggere Joan Didion circa mezzo secolo fa. E hanno fatto proprio bene. Noialtri, amici del fashionably-late, ci siamo arrivati parecchio dopo. Un po’ per questioni anagrafiche e un po’ per negligenza. Visto che non si può fare granché per riavvolgere il tempo – come The Year of Magical Thinking ampiamente dimostra -, accontentiamoci di questa felicità a scoppio ritardato, che riempirà il nostro futuro di meraviglie ancora sconosciute. Ormai ho deciso di prenderla così: non sono l’ultima della Terra, sono una che ha ancora un sacco di bei libri da scoprire. E ciao.
Joan Didion, lo so per certo, non ha per niente bisogno dei miei evviva. Creatura mitologica dal caschetto infrangibile e dall’intelligenza portentosa, a ottant’anni suonati ha anche deciso di fare la modella, innalzando di circa millemila punti il suo già considerevole livello di LEVATEVI.

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Non potendomi permettere un guardaroba Céline – roba che, con ogni probabilità, mi starebbe pure malissimo -, ho allegramente ordinato The Year of Magical Thinking – in italiano può soccorrervi il Saggiatore – e Play It As It Lays – idem come sopra -, preparandomi a un supremo sbudellamento. L’anno del pensiero magico, infatti, nasce da una tragedia improvvisa e terrificante. La Didion e il marito – sposati (e innegabilmente simbiotici) da quarant’anni – si siedono a tavola come tutte le sere. La Didion si inventa qualcosa da mangiare, c’è il camino acceso, la tavola è apparecchiata. Niente di che… a parte John che ci rimane secco. Ma così, senza un lamento. Arresto cardiaco e morte subitanea, con buona pace di paramedici, infermieri, portieri e dottori. E già ci sarebbe panico a sufficienza. Ma mica finisce lì. Mentre il padre stramazza sulle piastrelle, Quintana Roo – l’unica figlia della Didion e del fulmineamente scomparso messer Dunne – è in coma in ospedale, in preda a una mostruosa setticemia dovuta all’imprevedibile degenerazione di un’influenza apparentemente banale. Ed è pure la settimana del santo Natale.
Aiuto.
Quando ho scoperto per bene di che parlava questo libro, devo ammetterlo, un paio di domande me le sono fatte. Ma voglio leggerlo davvero? A te le storie – più o meno autobiografiche – dove la gente soffre, si dispera e rantola non piacciono mica, gioiosa Tegamini. Non ti fanno bene. Le malattie, per carità. Un libro intero sullo star male, santo il cielo. Il lutto, il rimorso, il terrore dell’ignoto. L’impotenza e la solitudine. Mariti che crepano, figlie in fin di vita. Funerali, cremazioni.
Ma chi te lo fa fare. A te garbano i gattini.
…i gattini, però, possono anche decidere di cavarti gli occhi.

The Year of Magical Thinking, pur mettendoci addosso una paura infinita, è una lettura di rara bellezza. Dopo Livelli di vita di Julian Barnes mi ero quasi convinta che si potesse parlare della morte della persona che più amiamo solo costruendo delle metafore ariose e leggere. Palloni, mongolfiere, corteggiamenti leggendari, cadute e risalite. Anche in Barnes c’è una storia di quotidianità, c’è l’incapacità di accettare un evento troppo enorme per essere mai compreso davvero. Ma tutto questo arriva dopo, come se il dolore più tremendo avesse bisogno di un cuscinetto incredibilmente robusto. Te lo racconterò, ma prima ho bisogno di scavarci attorno un fossato. Che il fossato sia fatto d’aria, poco importa. Joan Didion non fa niente di tutto questo. Ci sono fatti, diagnosi, date, luoghi precisi. Da subito, da sempre. C’è la meccanica di un cuore che smette di battere. E c’è l’ingranaggio di un dolore che si mette in moto, tirandosi dietro i ricordi di una vita intera. Ci sono le domande che ci facciamo tutti – ho apprezzato abbastanza questo momento? Ho davvero capito che cosa volevi dirmi? Abbiamo fatto le scelte giuste? Che cosa resterà di noi? -, portate alle estreme conseguenze… visto che, dall’altra parte, non c’è più nessuno che potrà risponderci. Ci sono silenzi, panico, aerei da prendere e hamburger da condividere su una pista d’atterraggio. Ci sono nuove emergenze e speranze da nutrire. E ogni angolo diventa una trappola, perché anche il minimo dettaglio può far riemergere qualcosa che non possiamo controllare: la memoria dei momenti felici. Il ricordo di una fiducia assoluta, la consapevolezza di aver scacciato la solitudine.
Porca miseria.
Quanto diamine fa patire, questo libro.
E quanto ti fa venire voglia di prendere per mano qualcuno e ricordare alla perfezione ogni passo che si farà insieme, dai pezzetti che si perdono per la strada ai discorsi che ci insegnano qualcosa. I dettagli giganti e le stupidaggini piccolissime. Il perché ci sembrava di essere al posto giusto, per una volta. Vorrete tenervi tutto. E portarlo con voi… come una cassetta degli attrezzi che vi augurerete di non dover mai usare.

Ecco.

Passatemi un gattino – anche uno di quelli cavaocchi -, che devo soffiarmi il naso. Di nuovo.

 

Non so bene cosa piaccia a voi, ma io sono una grande fan dei punti di vista. Se mi piovesse in testa un superpotere, credo che sceglierei una roba alla Professor X, supremo aggeggiatore di pensieri altrui. Anche una spolveratina di telecinesi – garanzia di tette sodissime per tutta la vita – non sarebbe male, ma già col pacchetto Telepatia-Base mi sentirei più che a posto. Che cavolo, le altre persone sono interessanti. Quale enigma è più gigantesco dei frullaggi di cervello di chi ci sta attorno? Che cosa passa per la testa dei nostri congiunti? Che cosa sappiamo davvero? C’è qualcosa che ci nascondono? Di chi cavolo ci siamo innamorati? Il mondo che ci siamo costruiti è solido come pensiamo?
Che ansia, lo so. Ma che ti frega di come la pensano gli altri. Ma vai a mangiarti un gelato. E invece no, non si può. Non si può Perché Gillian Flynn non vuole. Gillian Flynn ha deciso di prendere la nostra serenità e di farci dei complicatissimi origami a forma di pernacchia. E noi, per questo, dovremmo addirittura ringraziarla. Perché Gone Girl in italiano si chiama L’amore bugiardo e lo pubblica Rizzoli – è un bellissimo giocattolo. E, faccenda estremamente succulenta, è anche un romanzo di punti di vista.

Non intendo tediarvi più del dovuto, ma due cose su come comincia questo benedetto libro ve lo devo anche dire. Nick e Amy si conoscono per caso a una di quelle feste per giovani professionisti del genere mega-creativi-YEA-Brooklyn-caput-mundi, fanno di tutto per conquistarsi reciprocamente, si innamorano molto, vanno a vivere insieme e si sposano. Nick scrive di film, tv e libri per una rivista. Amy, invece, si inventa quiz – tipo “metti una crocetta e ti dirò chi sei” per pubblicazioni un po’ meno nobili ma comunque rispettabili. I genitori di Amy, entrambi psicologi, si sono vergognosamente arricchiti con una serie di libri liberamente ispirati alle prodezze della loro perfettissima figlia che, nella stucchevolezza generale dei romanzi, sfiora quasi la santità. Nick, invece, è un ragazzone del Missouri con una famiglia incasinata alle spalle – con tanto di sorella gemella scaricata a rullo da fidanzati e datori di lavoro, e genitori separati che non li hanno certo tirati su a macarons e succhi macrobiotici. Comunque. Nick e Amy sono belli, brillanti e svegli, hanno una splendida casa, un ottimo lavoro e un sacco di cose da dirsi. L’universo li invidia. Il globo intero vorrebbe la loro vita. E poi niente, va tutto in vacca. Va tutto in vacca in Missouri, poi. Che se ti rovini la vita a New York ne possiamo ancora parlare, ma ritrovarsi col culo per terra a New Carthage, cittadina devastata della provincia profonda, è un bel problema. Lo sfascio matrimoniale, finanziario e professionale si trascina per qualche tempo, i due si allontanano, il risentimento si accumula e poi, nel giorno del loro quinto anniversario, Amy scompare. Ma così, senza senso.
Ta-daaaaa.
E chi sarà stato? Ma è morta? Ma è viva? Possibile che Nick non sospettasse niente? Non ce la racconti giusta, Nick. E non sembri neanche così dispiaciuto. Indaghiamo!
Allora. Io non sono una che si prende bene con i misteri, le investigazioni, le forze dell’ordine che raccolgono unghie dei piedi dal tappeto e le mettono dentro a delle bustine di plastica, i processi, gli avvocati, i vicini impiccioni e i tribunali. Anzi, non potrebbe fregarmene di meno. Crepa qualcuno? Sparisce della gente? Pazienza. Me ne dispiaccio, ma non impazzisco per scoprire chi è l’assassino. O il malvagio che trama nell’ombra. Con Gone Girl non puoi infischiartene. Devi sapere. E’ un libro fatto per creare dipendenza. C’è un capitolo raccontato da Amy. E c’è un capitolo raccontato da Nick. Ci sono piani temporali diversi – con sovrapposizioni super intelligenti di dettagli ed episodi – e una strabiliante analisi di quello che ci passa per la testa. Di come scegliamo di cambiare per adattarci ai desideri degli altri e del perché pensiamo che, così come siamo, non potremmo mai trovare qualcuno che ci ami davvero. La cosa veramente interessante, a parte la costruzione chirurgica della trama, è proprio l’alternanza dei punti di vista, lo strano crepaccio che si spalanca quando due persone raccontano – in maniera radicalmente diversa – la vita che condividono. Griderete a pieni polmoni NON CI CREDO! e vi partirà via la faccia più o meno ogni venti pagine. E mai, anche quando le cose prenderanno una piega piuttosto estrema, penserete che le motivazioni dei disgraziati personaggi siano prive di fondamento. Vi metterete lì, con una tazza di Nesquik in mano, e penserete che è vero, la realtà è uno strano specchio, che spesso deforma anche il nostro riflesso. Ma soprattutto, vi accorgerete che Gillian Flynn è riuscita a intortarvi alla grandissima. E che il libro, cascasse il mondo, non potete proprio metterlo giù. E mica capita spesso.

Per chi, fra qualche settimana, vorrà continuare a farsi fantasticamente prendere per il naso, ci sarà anche il film. Di David Fincher. Uscirà il 18 dicembre e sono piuttosto certa che sarà una gran bella cosa. E che il cielo protegga le nostre vite sentimentali.

 

modiano-nobel

Nella mia mirabolante carriera editoriale ho vinto in tutto quattro premi Nobel. Uno in modalità kamikaze – che ero in ufficio da sola – e ben tre negli ultimi tre anni. Il Nobel è una faccenda interessante, surreale, incredibilmente istruttiva ed estremamente stancante. E da quando c’è il famigerato #TotoNobel, poi, non si vive più. C’è il bellicoso team-Murakami, ci sono i fenomeni che devono per forza dimostrarti che loro la letteratura africana contemporanea la conoscono benissimo – e voi che non capite il mangbetu siete dei poveri derelitti -, quelli che tifano per Ken Follett e Stephen King – che tanto hanno fatto leggere le genti del mondo -, gli snob così snob da snobbare anche il Nobel, quelli coi bambini all’asilo – diamolo a Peppa Pig! -, quelli che si scandalizzano per le candidature estemporanee dei cantautori, gli astiosi a prescindere, gli amici del vintage che non han capito che possono vincere solo gli scrittori ancora vivi, gli esperti di geopolitica e di minoranze – quest’anno tocca all’Oceania! E vogliamo solo autori gravemente celiaci! -, i depressi – tanto in Italia non legge più nessuno, è inutile che stiamo qui a farci i pipponi sul Nobel -, i curiosi che stanno zitti ma si divertono un casino, i “guardate che non c’è mica solo il Nobel per la Letteratura! Lo sapete com’è andato quello per la fisica, per dire? Asini!”,  gli scrittori rosiconi, gli scrittori che incitano i loro beniamini, noi soliti quattro pirla che ci emozioniamo piuttosto sinceramente e quelli che s’inventano i meme con Philip Roth e Leonardo DiCaprio che singhiozzano abbracciati. Tutto questo marasma di scemenze, nichilismo, tifo da stadio e belle speranze raggiunge il suo detestabile picco a circa un’ora dall’effettiva proclamazione del Premio Nobel. Un’ora di agonia pura e cristallina. Dovreste lavorare, ma c’è troppa confusione. Dovreste lavorare, ma siete ipnotizzati dal conto alla rovescia dell’Accademia di Svezia. Dovreste lavorare, ma poi vi accorgete che sono tutti lì a fare i tarocchi e buonanotte. Quest’anno, ormai assuefatta e recalcitrantissima, ho deciso di buttarla in caciara anch’io. E ho allietato la mia scomposta timeline con il #TotoNobel delle bestiole. Visto che ne vado immotivatamente fierissima, ve lo appiccico qua sotto.

Poi niente. Vincete voi e il pomeriggio diventa un inferno.

 

granchi tegamini

Se siete stati attenti e seduti belli dritti, saprete di certo che su Tegamini c’è una paginina con un elenco di libri ragguardevolissimi. Sono assai fiera delle mie recensioni delle cose da leggere… mi sembra di servire a qualcosa. Ecco, ma allora non passo proprio tutto il tempo a dire delle stupidaggini! Consiglio anche dei fantastici libri! Non sto qua a lagnarmi e basta, genero CULTURA. Dov’è il mio invito al party dell’Accademia dei Lincei?
Molto bene.
L’estate si avvicina, le celluliti fremono, le zanzare ci assalgono, i MOITI si moltiplicano e le pubblicità dei deodoranti impazzano – “Più sudi, più sai di fresco!”… Se qualcuno è riuscito a trasformare il sudore in freschezza me lo dica, poi, che la mia è proprio curiosità scientifica. Insieme all’eterno ritorno – su ogni genere di settimanale e mensile – dell’impraticabile e stupidissima Dieta del Gelato, in questo periodo salta fuori anche un’altra faccenda, che non si sa bene se sia vera o no. C’è questo mito che in vacanza tutti leggono perché – finalmente – hanno il tempo di farlo. Gente che non sfoglia neanche la Gazzetta al bar che, all’improvviso, sostiene di voler andare in ferie solo per spararsi un mattone di 800 pagine dopo l’altro. Vado a Ibiza coi miei amici. Niente, ci siamo io, Bomber, il Manfo, Poldino e il Lollo. Ma i culetti sodi non ci interessano. Andiamo a Ibiza per stare sul balcone a leggere il grande romanzo americano. O Guerra e pace, finalmente. Non si limonerà mai, ma sarà l’estate più bella di sempre. Ecco. Per risultare credibili, intanto che siete lì a dire delle enormità del genere, vi conviene pianificare un po’. Perché l’editoria è vasta e infida, e non potete mica telefonare a Baricco ogni volta che vi smarrite. Insomma, cosa sarebbe saggio leggere? Io non ne ho la più vaga idea, onestamente, ma posso dirvi che cosa è piaciuto a me (più o meno di recente). Allo scopo, potete andarvi pescare qualcosa dalla sempre fantasticissima Pagina Tegaminica della Suprema Utilità Letteraria o spulciare un po’ i libri che vi appiccicherò qua sotto. Ed è subito Pietro Citati.
Procedo, và, che poi avete da comprare i solari e creiamo ingorgo.

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Aleksandar Hemon
Il libro delle mie vite
Einaudi
Traduzione di Maurizia Balmelli

Aleksandar Hemon è un po’ un miracolo, secondo me. Il libro delle mie vite è un’autobiografia a racconti, è un giro nella stranissima vita di una persona che ne vede di tutti i colori. C’è l’amore, c’è lo sradicamento, ci sono mille problemi d’identità, c’è la guerra e ci sono momenti di una gioia così limpida che ti siedi in terra e dici ma perché non ci vado anch’io, a giocare a pallone al parco con degli sconosciuti. E alla fine ci si commuove profondamente e ci si dispera come ci si dispererebbe per qualcuno a cui vogliamo bene. Hemon dice le cose in una strana maniera. Se vuole parlarti, che ne so, di un cuore, inizierà dai remoti capillari che ti si rompono dietro al ginocchio. Se vuole parlarti, che ne so, di Sarajevo che cade a pezzi, inizierà dai cani che ha avuto nella vita. E si capirà tutto lo stesso. Anzi, si capirà meglio.
Vi consiglio con passione e grandi scuotimenti di pon-pon anche Il progetto Lazarus, ma vi va di lusso anche se cominciate da qui. Che poi a settembre arriva Amore e ostacoli, che sarà altrettanto mirabile. Fate riscaldamento.

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Shirley Jackson
Abbiamo sempre vissuto nel castello
Adelphi
Traduzione di Monica Pareschi

Merricat, disse Connie, tè e biscotti: presto, vieni.
Fossi matta, sorellina, se ci vengo m’avveleni.
Merricat, disse Connie, non è ora di dormire?
In eterno, al cimitero, sottoterra giù a marcire!

Se la vostra famiglia vi sembra un casino, non siete ancora andati a cena a casa Blackwood. E se il vostro paese vi sembra un orripilante covo di bastardi ignoranti e impiccioni, non avete ancora conosciuto i concittadini di Merricat e Connie.
Uno spasso, insomma.
Perché, adesso che ci penso meglio, mi è tutto più chiaro. Questo qua è un libro sulla tortura psicologica, la follia, la solitudine, l’invidia e l’emarginazione. Solo che è bello da leggere e pieno zeppo di ammirevoli ingranaggi di una precisione quasi inquietante. Che è una discrepanza che può trarre in inganno, ogni tanto. Constance e Mary Katherine vi spaventeranno a morte – mica serve un’abbazia falciata dalle intemperie per inventarsi due perfette eroine gotiche -, ma sarete ben contenti di accompagnarle a raccogliere l’insalata mentre tutto precipita, si sbriciola e si fa sempre più intollerabile. Voi, in barba al senso di minaccia incombente (giuro, non ho mai visto tanta roba che incombe come in questo libro), gongolerete. Ma è meglio se non tirate sassi.

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Anthony Marra
La fragile costellazione della vita
Piemme

La guerra in Cecenia! Repressione! Povertà! Un freddo boia! Tortura! Soldati che ti bruciano la casa! Punti di sutura col filo interdentale! Spioni! Contrabbando!
Come potete chiaramente vedere, Piemme ha cercato di buttarla un po’ sul ridere. Bei colorini in copertina, bimbe e anemoni di mare. Che poi è tutto vero, tecnicamente, ma non è che regni proprio la spensieratezza. Lì per lì non c’è molto da stare allegri, ma vi accorgerete all’istante che saranno i protagonisti – nonostante abbiano già le loro belle sfighe – a tenervi su. Sono tre figure quasi mitologiche, nella loro forza, innocenza e imperfezione. E Marra fa dei numeri non indifferenti per farci capire chi sono davvero e come siano riusciti ad arrivare fin lì. Le strade, gli eventi e le coincidenze che li portano ad incontrarsi – con tutta la conoscenza e le cicatrici che comportano – riescono a dare un senso anche alla tragedia peggiore, riordinano sentimenti e idee. Perché tutti quanti – anche quelli che somigliano di più a delle comparse – sono personaggi ricchissimi, gente che ti interessa, che vorresti sapere come sta. Oltre all’ingente partecipazione umana che suscita, questo libro bisognerebbe leggerlo anche solo per la struttura. Ci sono degli incastri meravigliosi. Ti metti lì e dici proprio ma che bello, allora è così che è andata. Forse fa anche diventare coraggiosi, questo libro.

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Philipp Meyer
Il figlio
Einaudi
Traduzione di Cristiana Mennella

Oltre ad un affascinante corso accelerato su come diventare indiani e/o trovare il petrolio, questo libro è una specie di monumento. È un’avventura epica, la storia di una famiglia lungo tre generazioni e un ritratto dell’America che cambia. È brutale, schietto, nemicissimo dei luoghi comuni e delle polpettonate auto-consolatorie e scritto in una maniera straordinaria. Le voci sono tre – il capostipite, il figlio rinnegato e l’ultima erede dell’impero – e ogni capitolo è un nuovo frammento della loro vita e, insieme, dell’epoca che abitano. Anzi, ogni capitolo è un po’ un pozzo piantato in mezzo a una di quelle pianure vastissime, con il cielo che sembra fuori scala. E in fondo ai pozzi ci sono delle anime molto pesanti, che fanno di tutto per rimanere a galla.
Bonus track: per capire meglio che cosa si prova, Philipp Meyer ha davvero scuoiato un bisonte e mangiato non so più quale organo interno della derelitta bestiona. Si è anche costruito un arco. Nulla si sa su come abbia digerito o sulla sua mira, però.

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Sylvia Plath
The Bell Jar
(questa qua è l’edizione Harper dei cinquant’anni)

Di Sylvia Plath sapevo tre cose in croce (quelle che sanno tutti, immagino), ma non l’avevo mai letta. Neanche le poesie, Tumblr a parte. Sentendomi in difetto nei confronti di Lisa Simpson, che con The Bell Jar ci si sventolava alle elementari, ho deciso di cominciare da qui. E non mi aspettavo che fosse così bello. Così “vicino” e moderno, anzi. La Plath me l’immaginavo molto più parruccona e ingessata. Un po’ aulica, pure. Sono scema io, che associo la poesia a roba che fa fare fatica. Eh, il romanzo di una poetessa, sarà un pacco. E invece no, mi è piaciuto immensamente… e mi sono anche andata a cercare i rimandi autobiografici, con la mamma che scrive all’editore che sarà un casino, se lo pubblicheranno negli Stati Uniti, e tutta la faccenda delle giovani donne super promettenti che vanno a lavorare a New York. Sono così contenta di averlo letto che non voglio farvi prendere male con la storia – “brillante studentessa cerca d’ammazzarsi e finisce in manicomio”, vedo già partire la ola -, ma vi basterà sapere che anche le tristezze più nere, se raccontate così, diventano qualcosa che vale la pena affrontare.

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George Saunders
Dieci dicembre
minimum fax
Traduzione di Cristiana Mennella

Va bene, va bene, l’avete già letto tutti. Ma lasciatemi divertire. Lasciatemi dire che io Saunders già l’avevo scoperto con Il declino delle guerre civili americane, in un momento di folle e limpida lungimiranza. Le adoro le storie surreali. Mi piacciono le meditazioni sghembe su chi siamo e su cosa desideriamo. Mi piacciono i racconti con le persone “normali” che cercano di fare del proprio meglio – finendo solo per peggiorare le cose -, mi piacciono i racconti-boomerang, coi disastri che incombono nonostante l’impegno, il coraggio e l’amore. Sarà che mi aspetto sempre che un pianoforte mi precipiti sulla testa, sarà che Saunders ha un occhio magicissimo per gli eventi minuscoli pronti a trasformarsi in valanghe, sarà che inventarsi un mondo in cui le belle ragazze indigenti si fanno appendere agli alberi come decorazioni da giardino è piuttosto interessante, insomma, non so bene il perché, ma questa raccolta è speciale, indipendentemente da quello che vi mettono nella flebo.

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Può andare?
Vi garbano?
Vi sentite meno perduti?
Stavate bene anche prima?
Leggerete sul serio?
Farete buone vacanze?
Siete pronti a giurare solennemente che no, voi il magazine di Barbara D’Urso non lo comprerete mai?
Non so come finirlo, questo post.
Spero di avervi consigliato bene. Mi siete simpatici, ecco perché nell’agile lista non c’è neanche una polpettonata tipo Il cardellino. Tante cose mediamente rapide e assolutamente folgoranti da leggere a rullo, come meritano. Che fa anche un casino autostima, leggere a rullo (voi e i vostri amichetti sul balcone di Ibiza). Insomma, spero vi divertirete. E se avete voglia di raccontare al mondo che cosa metterete in valigia, ci sono sempre i rutilanti commenti.

Fate finta che quella copertina lì sia uno scherzo. Non fateci caso, se potete. Copritela con qualcosa di elegante e arguto, tipo una volpe che vi guarda mentre prendete il tè in giardino. Ricordatevi il parasole, se ce l’avete… è anche vero che passerà di moda man mano che girerete le pagine, ma per qualche tempo – anzi, a intermittenza – potrà tornarvi utile. Grazie al cielo, però, non è neanche così importante che il fuori di questo libro somigli al dentro, perché il dentro vi stupirà comunque. Qua dalle mie parti di di Kate Atkinson non s’era ancora letto niente, quindi non so granché stabilire se pure gli altri suoi romanzi siano così. Facciamo che me lo auguro, perché Vita dopo vita mi è proprio piaciuto. Sono quelle sorpresine che fanno bene a chi legge volentieri. È un romanzo delicato e strambo, di quelli che appartengono alla grande famiglia felice delle fantasticherie che invadono il concreto. E bisogna essere bravi bravi a scrivere, per far stare in piedi una storia del genere. Bisogna metterci tonnellate di particolari, bisogna descrivere le cose con precisione e rapidità – tipo uno che ti spara al momento giusto -, bisogna cacciarci dentro un po’ di cose che sono successe per davvero e, soprattutto, bisogna distribuire cuori e cervelli ai propri protagonisti. Vita dopo vita è una magnifica assurdità fatta di universi paralleli, che Ursula Todd – trascinandosi dietro l’intera famiglia e una girandola di comparse che si rifiutano categoricamente di farsi dimenticare, sia da lei che dai noi che leggiamo – percorre più o meno faticosamente, rimanendoci secca parecchie volte. Ursula nasce in una notte di neve e di scomodità. Muore ancora prima di venire al mondo, muore strozzata dal cordone ombelicale, muore perché il dottore e la levatrice, bloccati da qualche parte in mezzo alla campagna, non arrivano in tempo. Il tempo, però, decide di piegarsi a fiocco e di donarle sempre un’altra possibilità. Che si tratti di annegare su una spiaggia mentre fa i castelli di sabbia, di scivolare da un tetto o di beccarsi l’influenza spagnola da una domestica che è andata a divertirsi a Londra per festeggiare l’armistizio post-Prima-guerra-mondiale, Ursula riapre immancabilmente gli occhi. E la notte di neve continua ad essere la prima della sua vita.
Idea fascinosissima, soprattutto se – crescendo – sei una personcina che si accorge che il mondo non è proprio nuovo di pacca, e che certe catastrofi si possono magari evitare (o prevenire, per il bene di chi ci sta simpatico). La Atkinson fa capitare a Ursula le cose più disparate. Ci racconta quello che ha già vissuto cambiando prospettiva – venghino, siori, venghino! Non ci si annoia! Nemmeno quando si torna a un episodio che conosciamo! – e aggiunge, passettino dopo passettino, cambi di rotta piuttosto giganteschi o impercettibili variazioni. Passiamo da Ursula che si sceglie il marito sbagliato a Ursula che va in vacanza con Eva Braun (e il suo affabile fidanzato), da Ursula grigia-impiegata a Ursula-volontaria-londinese che tira fuori la gente dai palazzi bombardati. E non è mica come giocare con le Barbie, che cambiano abito ma rimangono sempre degli stoccafissi. Ursula accumula vite, senza perdere per strada quello che ha imparato. Non sempre è consapevole di quello che può fare, ma riusciamo sempre a riconoscerla, malgrado le circostanze e il tempo che passa. Quello che viene fuori, tra sfiga nera e pericoli scampati, è un puzzle circolare, un ingranaggio interessante fatto di caos, storia, fatalità, libero arbitrio e amore.
E caddero le tenebre.

 

michele mari roderick duddle tegamini

Dopo FantasmagoniaDi bestia in bestia, ho cominciato a pensare a Michele Mari come a una specie di destinazione turistica. Per la precisione, Michele Mari era diventato una di quelle grotte incredibilmente buie, ingarbugliate e interessanti che uno va a vedere quando è in ferie in qualche posto un po’ fuori mano. Quelle con un’escursione termica dentro-fuori di circa novemila gradi centigradi, le stalattiti e le stalagmiti che non smettono mai di crescere e ampi tratti ancora inesplorati, pieni d’acqua e assolutamente letali. In quelle caverne lì, che siano fatte di calcare o di chissà che altro, c’è sempre un sentierino calpestabile e moderatamente illuminato che serpeggia docile in mezzo a forme e strutture improbabili. A me, in quei posti, viene sempre in mente la roba da mangiare. Ci sono le formazioni sedimentarie a forma di cannelloni, ci sono quelle più grevi che sembrano dei mucchi di profiterole. E tutto sembra quasi innocuo, se per un attimo ti dimentichi che sei sottoterra, che c’è un freddo innaturale e che si scivola. O che dipendi dai quei quattro fari in croce puntati sul tuo sentierino, che sta in mezzo a chissà quali indicibili anfratti, in un labirinto di cunicoli, sale e abissi che mai potrai percepire nella loro interezza. La cosa peggiore, però, è sentire la guida che ti dice che là sotto c’è la vita. Al buio, nel silenzio più completo, ci sono delle cose vive.
Ecco. Michele Mari, per me, somiglia un po’ a un ecosistema sotterraneo di quel genere lì. Uno che scrive dei libri che se li apri in spiaggia viene nuvolo. E te rimani seduto sul tuo asciugamano e ti prendi il raffreddore, perché sei così travolto dalla meraviglia che ti dimentichi di metterti la maglietta.
…temo di aver rotto i coglioni con queste metafore. Anzi, come direbbe Salamoia, vi sto facendo venire uno scaciorbio, con le benedette metafore. E gli altri personaggi di Roderick Duddle gli darebbero ragione.
La Badessa, donna pratica e poco incline ai giri di parole, ordinerebbe al Probo di farmi sparire.
Il signor Jones, tanto per cominciare, mi metterebbe a servire ai tavoli.
Lennie non capirebbe che cos’è una metafora, ma forse mi regalerebbe un topolino morto da accarezzare.
Moriarty si approprierebbe dei miei pochi averi con un tortuoso ma impeccabile atto giudiziario.
Suor Allison, probabilmente, si alzerebbe le gonne.
Scummy commenterebbe con un laconico Yuk Yuk.
E Roderick? Roderick vorrebbe delle spiegazioni, credo. E un bicchiere di latte e qualche ossicino di gabbiano.
Ma voi, che magari siete personcine esigenti e ben abituate, potreste avere voglia di uscire dalle grotte – per quanto piacevoli e affascinanti – per mettere le mani su qualcosa di avventuroso, nobilissimo e perfettamente ingarbugliato, su una storia che sembra arrivata da lontano apposta per farvi divertire e per prendervi in giro. Dovrebbe venirvi voglia di leggere Roderick Duddle, secondo me, anche solo per annotarvi su un foglietto tutti i modi in cui Michele Mari sceglie di chiamarvi, o esigenti e sapidi lettori. Perché capita che uno scrittore, dopo un piatto di orecchiette salsiccia e ricotta, si diverta a inventare un romanzo d’appendice pieno di canaglie, equivoci, esecuzioni sommarie, intrighi, fortune contese, meretrici leggendarie, scarpe rotte, suore che vi menano con una spranga, cantine umide, strade costiere malfrequentate, gendarmi, avidi manigoldi, raggiri, bambini muti, scherzi della natura, polene e locande piene di scarafaggi. Imparerete un casino di insulti desueti, ammirerete la precisissima assurdità dell’intreccio e finirete per invitare qualche nuovo ospite ai vostri pic-nic. Perché Mari ha deciso di portare in vacanza tutti quanti i suoi mirabili mostri… e a voi conviene farveli amici, intanto che sono così di buonumore e villeggiano felici tra una pagina e l’altra di questo libro.

:3

P.S. se non siete tanto convinti – crastúmberli, com’è possibile! -, andatevi a leggere quest’intervista bella bella. C’è anche una mappa. E dove c’è una mappa, lo sanno tutti, c’è anche un tesoro.

Ci sono molte cose belle che uno scrittore può fare per te. Per dire, a me piace quando uno scrittore mi prende il cervello e ci gioca. E decide di lanciarlo in un posto lontanissimo, strano e possibilmente immaginario. L’idea che ci sia una persona che si siede lì, si inventa un mondo e mi ci porta a spasso, ma proprio così, come se quel posto sia stato costruito apposta per me, ecco, mi sembra un regalo meraviglioso, da amicone che sa fare le sorprese. E va bene, non sarai l’unico lettore dell’universo, ma per il tempo che passi con il libro in mano un po’ pensi che sia così. E ti senti molto allegro e assolutamente felice di far parte di quell’invenzione sorprendente e stranissima. Succede raramente, ma quando succede ti metti comodo e dici “perbacco, ci sono un sacco di cose a cui potevo affezionarmi, ma ho fatto proprio bene a decidere di diventare una persona che legge”. Ecco, ho letto Tito di Gormenghast di Mervyn Peake e mi sono fatta un milione di complimenti. Brava, cara mia, leggere è un’ottima idea, perché ci sono dei libri fatti così.

Sui tetti irregolari cadeva, col variare delle stagioni, l’ombra dei contrafforti smangiati dal tempo, delle torrette smozzicate o eccelse e, enorme fra tutte, l’ombra del Torrione delle Selci che, pezzato qua e là di edera nera, sorgeva dai pugni di pietrame nocchiuto come un dito mutilato puntando come una bestemmia verso il cielo.

Tito è il primo libro di una trilogia. E non somiglia a niente. O meglio, somiglia a parecchia roba che – nel suo non essere Tito – è immensamente meno interessante. C’è un po’ di gotico, un po’ di fantastico, un po’ di romanzo d’avventura, un po’ di grottesco, un po’ di saga magica. E, allo stesso tempo, non c’è nulla del genere, perché il mescolone finale è qualcosa di sghembo e specialissimo. E’ così strano – e diverso da non so nemmeno bene io che cosa – che rimarrete lì un po’ frastornati, ma vi sentirete anche un po’ dei piccoli pionieri dell’ignoto.
Non si capisce niente, però. Facciamo un po’ di cornice.

tito di gormenghast tegamini
Gormenghast è un regno, che ha il suo cuore polveroso in una fortezza gigantesca e labirintica. C’è Gormenghast, su questa specie di rupe nebbiosa e inospitale, e ci sono gli Esterni, che vivono in un villaggio di capanne di fango e passano la vita a scolpire statue di legno per i signori del castello. Il diavolo sa perché. Sia quelli dentro al castello che quelli fuori sono personaggi con evidenti e devastanti problemi. I signori di Gormenghast sono i de’ Lamenti, una stirpe di scherzi della natura. C’è il conte Sepulcrio, depresso e silenzioso. C’è la contessa Gertrude, una donnona che sta al mondo per coccolare pennuti di ogni forma e dimensione e per accarezzare un’armata di gatti bianchi, che si spostano come un’onda silenziosa e fedele. C’è la contessina Fucsia, scarmigliata e selvatica. Ci sono le gemelle Cora e Clarice, identiche, vestite di porpora, stupide come un paio di ciabatte e assolutamente inespressive. C’è la servitù, con il ripugnante e obesissimo cuoco Sugna, il fedele Lisca – valletto del conte Sepulcrio, un tizio alto e affilato, con le ginocchia che scrocchiano -, il dottor Floristrazio – leccaculo patentato – e il decrepito maestro di cerimonie con la barba piena di nodi. Sono tutti personaggi esagerati, personificazioni del proprio ruolo nel castello e, nel caso della famiglia reggente, veri e propri “pezzi” di Gormenghast. Nulla può cambiare, Gormenghast deve sopravvivere, secolo dopo secolo, così com’è, conte dopo conte. Le mura si sgretolano, le soffitte si riempiono di roba vecchia e dimenticata, ci sono saloni in cui nessuno mette piede da generazioni, ma la fortezza rimane dove è sempre stata, perché così deve essere.
Cosa superba, però, per un posto dove l’unico valore è soffocare il cambiamento, è che di cose ne succedono parecchie.
C’è chi sprofonda nella pazzia, chi cerca di impadronirsi del “potere” – per quanto incosistente -, chi sogna di scappare, chi trama e manipola per conquistare un angolino tutto per sé, chi fa del male alle biblioteche e chi affila coltellacci nell’ombra. Gormenghast è una scatola di splendida insensatezza, una specie di puzzle infinito fatto con la pietra nera, il buio e il paradosso: Peake si inventa alberi che crescono fuori dalle finestre, cerimonie surreali, l’ambizione sfrenata di conquistare un gigantesco nulla. E c’è un’ironia sorprendente… sorprendente nel senso che appare all’improvviso, come una pentolata in testa da uno che ti vuole male, in mezzo a pagine di bellissima tetraggine. E ad un certo punto, all’ennesimo angolo inesplorato del castello in cui l’astuto Ferraguzzo vi farà arrivare, avrete la sensazione che Gormenghast continui all’infinito, stanza dopo stanza, un cumulo di macerie e ragnatele dopo l’altro. E vorrete che Tito, con i suoi occhietti viola e la sua nascita inaspettata (SACRILEGIO!) salvi Gormenghast… o decida di raderla al suolo una volta e per sempre. Per come mi è piaciuto il primo libro, però, propenderei per l’ipotesi conservativa. Anzi, per Gormenghast patrimonio UNESCO.

 

Quest’anno c’è disorganizzazione.
Devo ancora occuparmi di doni e impacchettamenti, non abbiamo fatto l’albero (OTTONE VON ACCIDENTI), non ho in casa manco una lucetta sbarluccicosa e c’è, in generale, una certa carenza di spirito festivo. Nel tentativo di tenere alla larga il Fantasma del Natale Futuro – quello con la falce, per intenderci -, ho però deciso di occuparmi di voi. Perché è stato un anno molto felice per Tegamini. Sono riuscita a fare una quantità di cose davvero splendide, mi sono divertita a raccontare un mucchio di stupidaggini e a condividere anche parecchie novità cambiavita, roba di cui – di solito – si chiacchiera con autentica gioia soltanto con gli amici più cari. E tutto questo succede perché, sparsi qua e là, ci sono esseri umani adorabili che continuano a venire a vedere che cosa combino, che leggono, commentano, condividono e incoraggiano. E io sono contentissima. E che fa una persona contenta a Natale? Fa dei donini.

Ora.
Volevo fare una di quelle belle foto coccose con i colorini caldi e amichevoli, da pubblicità dell’Ikea con Babbo Natale che viene a casa tua perché gli hai offerto la cioccolata. E invece no. È uscita una roba degna di quel pezzo di Nightmare Before Christmas con tutti i mostri che fabbricano i giocattoli coi ratti decomposti.

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È proprio tremenda, non sto scherzando:

regali tegamini 2013

Immagini lugubri a parte, però, tutte quelle cose lì finiranno in una capiente busta che sarà recapitata a un fortunato lettore di Tegamini. Vi spiego i donini che ho amorevolmente raccolto per voi e poi vi spiego anche come si vincono (al solito, servirà un PhD).

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I Tegamini-regalini

  • Un disegno prodotto da me medesima quando ancora disegnavo. È la nuvoletta-lampadario. Se non ci fosse lei, col cavolo che vedremmo le stelle.
  • Un prezioso DVD: Il gatto che veniva dallo spazio. Un film di disarmante ingenuità che ho adorato da piccola e che l’universo tutto dovrebbe vedere a rullo. In pratica, c’è un gatto alieno con un collare di strass che fa dei prodigi.
  • Gli adesivi dei Barbapapà che fanno finta di essere delle bestiole dello zoo.
  • L’uomo che piantava gli alberi di Jean Giono, una storia di rara grazia che vi spappolerà il cuore.
  • Harry Potter e la pietra filosofale. Non l’avete letto? Eresia! Cominciate subito. L’avete già letto? Regalatelo a qualcuno che ancora brancola nelle tenebre.
  • Un indispensabile pulisci-schermo a forma di pesce palla.

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Se queste cosine vi piacciono e volete provare a farvele regalare, lasciate un commento pieno d’ispirazione a questo post. Scriveteci possibilmente due cose: UNO) perché sentite di meritarvi moltissimo i Tegamini-regalini, DUE) consigli per migliorare Tegamini (cosa vi piace, cosa non vi piace, cosa manca, cosa ha stufato grandemente… insomma, tutto è utile). Visto che sorteggio sempre, questa volta non si sorteggia. Con l’aiuto di Ottone von Accidenti – nell’inedita veste di presidente di giuria – sceglierò un commentatore del cuore e gli catapulterò a casa tutto quanto. Non arriverà mai per Natale, ma magari per l’anno nuovo sì. La raccolta-commentini finisce domenica 22 dicembre allo scoccare della mezzanotte.

Ci piace?
Spero tanto di sì.

Grazie ancora per tutto l’affetto che sprigionate, in bocca al lupo e tanta biada per le renne.

byatt ragnarok tegamini

Dunque. Dipende un po’ da come siete voi. Se desiderate accumulare una conoscenza enciclopedica e puntigliosissima sui miti nordici – con tanto di spatafiata etimologica per ogni parola che incontrate, gioiosi percorsi tematici trasversali, profili accuratissimi sulle principali figure e divinità, storia delle bestie, storia del mondo, usi e costumi e becchime prediletto dei corvi spioni di Odino -, ebbene, se avete bisogno di tutte queste cose potete comodamente lanciarvi sui Miti nordici di Gianna Chiesa Isnardi. Lo pubblica Longanesi e male non vi farà. Se, invece, siete personcine un po’ trasognate e meravigliabili, pronte a rimanere a bocca aperta davanti a un gigante di ghiaccio, allora vi conviene leggere fortissimo Ragnarök di A. S. Byatt.

Ma che succede in questo libro? Niente, madama Byatt ci racconta la storia di una “bambina magra” che fugge da Londra allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Va in campagna con la sua mamma, per stare più al sicuro. Suo padre è partito per l’Africa e tutti a Natale gli fanno un brindisi propiziatorio di torna-presto-sano-e-salvo, ma senza particolare convinzione… che è meglio non sperarci troppo, quando qualcuno fa l’aviatore. La bambina magra passeggia per i prati, guarda i fiori che crescono, va a scuola, va in chiesa a farsi venire dei gran dubbi e, soprattutto, legge Asgard e gli dèi. È un librone che comincia con la creazione del mondo – ci sono Odino, Vili e Vè che fanno a pezzi un gigante d’argilla e ci impastano l’universo – e finisce con il Ragnarök – divinità che si annichiliscono vicendevolmente mentre la struttura della materia collassa in un ribollire di fulmini e abissi oscuri.

Odino prese Hel e la gettò verso Niflheim, la buia terra delle nebbie e del freddo. Lei rimase rigida, come una freccia tirata da un arco, un missile dalla punta aguzza, ancora e ancora, giú giú, cadde per nove giorni attraverso la luce del sole, della luna e delle stelle, oltre i cocchi in gara del Sole e della Luna, oltre le cime degli abeti e le loro radici, giú nei pantani e le paludi senza luce di Niflheim, attraverso il freddo torrente di Giöll e dentro Helheim, dove avrebbe regnato sui defunti umani che non erano abbastanza fortunati da morire in battaglia, un regno di ombre.
Il ponte sul fiume Giöll era d’oro, di ferro il recinto di Hel, alto e insuperabile. Dentro il tenebroso palazzo, un trono attendeva quella creatura ammaccata, livida, la dea, la figlia mostruosa, e su un cuscino nero c’era una corona, fatta con oro bianco, e pietre di luna, perle come lacrime congelate e cristalli, come brina. Quando sollevò la corona, e la bacchetta posata lí accanto, i morti cominciarono a confluire nel palazzo come pipistrelli sussurranti, innumerevoli, insostanziali. Lei diede loro il benvenuto, senza sorridere. Quelli le giravano intorno, fischiettando debolmente, e lei fece portare piatti, con i fantasmi di frutta e carne, e ampolle, dentro le quali aleggiavano fantasmi di idromele e vino, con bollicine fantasma all’orlo.

Che gioiona immensa.
Madama Byatt
, che riuscirebbe a rendere avvincentissimo anche un sasso, usa la storia e la sensibilità della bambina magra come super cornice e, tra fonti della conoscenza, fronde luccicanti, pellicce ispide e spettacolari terrori, riscrive per tutti quanti noi i miti più significativi della mitologia nordica. Se pigliate la Gianna Chiesa Isnardi, vi accorgerete che in Ragnarök non c’è tuttotutto, perché non serviva che ci fosse niente di più. Ci sono i miti indispensabili, quelli che fanno procedere il carrozzone delle divinità verso l’inevitabile cataclisma finale. Ci sono i grandi pilastri del mondo (il frassino Yggdrasil, l’uncinone sottomarino Randrasill, il ponte-arcobaleno), c’è la storia dei tre figli di Loki (la serpentessa di Midgard, Fenris e Hel, la regina bicolor dell’oltretomba), c’è la morte di Baldur e c’è la devastazione totale, coi lupi che divorano gli astri e il buio che si mangia pure le belve. Tra dèi che gozzovigliano, valchirie che garriscono, cavalli a otto zampe ed esplosioni di pura cialtronaggine ultraterrena – perché gli déi sanno che il mondo finirà, ma non hanno la forza di fare niente per evitarlo… e continuano a bersi delle birre imponenti e a tirare addosso roba a Baldur, che tanto lui è invulnerabile -, questo librino è un beato galoppo in un universo magico, una saggia riflessione su quello che di più tremendo potrà mai capitarci e una bellissima collezione di fantasie pure. Alcune sono luminose, altre fanno paura, come se le nostre teste – come quella del gigante che ha prestato la calotta cranica a Odino per farci la volta del cielo – fossero piene di lupi che corrono coi dentoni aguzzi di fuori. Insomma, se avete bisogno di qualche sano OOOH e anche di qualche AAAH, questa inesorabile discesa verso il crepuscolo degli dèi vi farà splendere gli occhioni ben più della chioma di Frigga. E vi farà diffidare per l’eternità del vischio. E dei salmoni.