Evviva, arrivano i cefalopodi!
[La prendo larga, ma approderemo dove dobbiamo approdare.]
Se volete capire meglio come funzionano i polpi – ma pure le seppie e i calamari – e fare un tour guidato giù per un ramo assolutamente unico dell’albero classificatorio delle bestie, bussate con fiducia al signor Peter Godfrey-Smith:

Ma si possono anche guardare cose, che passano un po’ tutte dallo stesso tema centrale: esseri umani addolorati o incasinati che riscoprono come stare al mondo facendo amicizia – passatemi l’immagine – con un polpo.

Tratto dal romanzo di Shelby Van Pelt, Creature luminose / Remarkably Bright Creatures è la storia di un polpo in cattività che dimostra una spiccata parzialità per due persone che fan le pulizie all’acquario – e che hanno una montagna di rogne loro da risolvere. Ho pianto tutta l’acqua del mare, credo.

My Octopus Teacher – che in italiano è diventato Il mio amico è in fondo al mare – è un documentario, invece. C’è un polpo libero, in natura, che viene importunato da un sub afflitto. Anche qui ho singhiozzato senza ritegno.
A che serviva questa mini-introduzione?
A dire che anche La stagione dell’acquario di Anne Cathrine Bomann – uscito per Iperborea con la traduzione di Eva Valvo – lavora sul medesimo schema relazionale tra le persone “incastrate” e i polpi, recuperando la riflessione ricorrente sul dentro/fuori, prigionia/libertà, isolamento/legame.
Il perché si perseveri nello scegliere i polpi come interlocutori – e non le cernie, le triglie, il gambero mantide o il cetriolo di mare – è una faccenda complicata, ma credo dipenda dalla ricerca della reciprocità. Reagiamo istintivamente alle creature che s’accorgono di noi, che dimostrano un tipo d’intelligenza intenzionale e in qualche modo interpretabile secondo i nostri parametri. Perché? Perché siamo dei poveracci e dei megalomani, tra le altre cose. E amiamo chi pensiamo ci ami e ci veda.
Se al polpo di Remarkably Bright Creatures si attribuiscono per ragioni narrative delle doti quasi oracolari, il polpo che incontra Vigga, la protagonista di Bomann, tende a farsi un po’ di più gli affari suoi, producendo un rimescolamento interiore che resta maggiormente a carico di chi lo guarda dalla parte “asciutta” del mondo.
C’è una giovane donna che non ha mai saputo comunicare con le altre persone che galleggia da un lavoro che disprezza all’altro. Vigga ha una sola amica sul pianeta e, per sintetizzare, non prende bene il fatto che quest’amica preziosissima arrivi all’improvviso ad annunciarle una gravidanza. Ma come, e io? Che ne sarà di me. Anche tu mi abbandoni? Perché tutti vanno avanti, costruiscono qualcosa, creano e progrediscono lasciandomi da sola nelle retrovie?
Sarà lavorando all’acquario cittadino – l’ennesimo impiego in cui non crede e che è sicura di mollare – che Vigga scoprirà una bizzarra affinità col resident-polpo, una femmina strutturalmente impossibilitata a incontrare i suoi simili ma sorprendentemente disposta a lasciarsi avvicinare da lei.
Sarà specchiandosi in una creatura che per radicale separazione dalle altre, solitudine e disparatissima essenza le ricorda la sua, di condizione, che Vigga muoverà i primi passi in un presente destinato a cambiare… e riuscirà a percepirsi parte di un’idea più grande di “natura”. Conserverà il suo sguardo peculiare, ma si scoprirà anche capace di puntarlo, finalmente, un cicinin più in là del suo ombelico.
È una storia dall’andamento rarefatto ed essenziale – perché accompagna in maniera coerente il punto di vista “straniante” della protagonista. Non brilla per virtuosismi o chissà quali squarci d’illuminazione esistenziale, ma qualche ventosa che usiamo per appiccicarci alla paura di restare fossilizzate riesce a scollarla. Ai polpi, secondo me, non interessa. Anche se sanno aprire i barattoli e ogni tanto ci concedono, loro malgrado, l’onore di ammirarli.
