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Buongiorno, colleghini! Anche questa mattina sono riuscita a presentarmi in ufficio! Non sono particolarmente in orario, ma sono sicura che la giornata ci riserverà soddisfazioni incalcolabili. Sarà bellissimo ed emozionante. Impareremo tante cose e diventeremo dei professionisti ancora più straordinari!
Ecco.
Quando arrivo, sono così:

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Quando me ne vado, invece, sono così:

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Cioè, c’è una bella differenza.
Nel tentativo di razionalizzare quello che succede tra Hermione super-felice-di-vivere e la gelida salma putrescente di Cedric Diggory, ho provato a schematizzare il flusso di eventi che – tipicamente – sconvolge la mia serenità durante l’orario lavorativo.
Bene?
Bene.

Il primo caffè mi mette sempre di discreto umore. Anche se fa schifo. Arzilla come un mocio intriso di vodka-lemon, apro il computer e mi preparo a leggere le trentadue mail che, non si sa perché, i personaggi più disparati hanno deciso di mandarmi nel cuore della notte. È come se i miei clienti non dormissero mai, ma non importa. Perché io, a quell’ora del mattino, sono ancora una roccia. E nulla potrà scalfirmi.

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Visto che i miei clienti sono numerosi, bellicosissimi e anche un po’ allergici alla punteggiatura, capire che cosa vogliono – IMMEDIATAMENTE – da me è sempre piuttosto impervio. Uno può anche provare a decifrare una mail, ma se è scritta in urdu c’è poco da fare.

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Molto spesso, rendendomi conto della pochezza delle mie capacità esegetiche – di fronte all’enormità delle altrui esigenze -, chiedo aiuto ai miei Account Manager… complicandomi immediatamente l’esistenza – e gettando anche loro in un mortale guazzabuglio di perplessità.

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Per non scivolare immediatamente nello spleen più devastante, decido di cominciare da quello che posso sicuramente capire: il mio calendar.

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L’idea, in linea teorica, è di apparire dove la mia presenza è richiesta (possibilmente in orario, di buon umore e piena di idee rivoluzionarie). Sembra facile, ma non è vero niente. Verso le 15, infatti, dovrò materializzarmi in tre posti contemporaneamente.

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Decido che il calendar è ROTTO e che, se proprio non si potrà fare a meno di me, qualcuno si prenderà la briga di chiamarmi con un megafono.

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A questo punto, non mi resta che afferrare la lavagna formato A3 – dove appunto la lista delle cose da fare – e dedicarmi alla richiesta più urgente. Visto che è tutto importantissimo e che ho solo due mani, procedo in ordine casuale.

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In compenso, però, i grafici hanno finito la post-produzione su un trilione di foto. E sono fichissime.

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Mentre tento di mangiare una merendina, il Cliente Y chiede imperiosamente di organizzare una CALL per ALLINEARCI sui NEXT STEPS del progetto, facendo riferimento al piano d’azione condiviso via mail il giorno prima. E tu, da brava formichina, fissi la CALL… anche se il tuo consiglio professionale sarebbe un altro: leggi la mail. È tutto scritto lì.

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Per rimettermi in pace col mondo, decido di parlare un po’ con la mia community preferita. Ho una pagina di gente felice. Qualsiasi cosa accada, loro sono contenti. Posti un ratto imbalsamato? AMORE. Posti la Pietà di Michelangelo? AMORONE. Adorano tutto, rispondono con gioia a qualsiasi CALL-TO-ACTION, non scrivono parolacce e continuano a dirmi che sono Gianni Morandi. VI AMO ANCH’IO, MALEDIZIONE. VI AMO ANCH’IO!

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Otto minuti dopo, mi ritrovo al supermercato con un pezzo di carta in mano. Devo acquistare un vasetto di senape di Digione, due etti e mezzo di mortadella, sei vaschette di lamponi, un ananas, alcuni branzini, del pepe nero in grani, un termosifone, un vaso mostarda mantovana e una quantità imponderabile di chicchi di caffè. Visto che è roba da fotografare per un cliente FOOD, tutto quello che compro deve necessariamente essere di una bellezza sconvolgente. Passo quindici minuti ad esaminare ogni singola zucchina del supermercato. E mi sembrano tutte mostruose.

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Mentre torno in agenzia – trascinando sul pavimento dodici chili di derrate alimentari e oggetti assurdi (pardon, PROPS) -, l’OFFICE MANAGER mi informa che la fattura della spesa – insieme allo SPLIT dettagliato dei costi sostenuti – dovrà arrivare sulla sua scrivania entro fine giornata, pena la decurtazione dallo stipendio.

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Mi risiedo. Perché è arrivato il momento di rispondere ai messaggi privati dei “blogger” bisognosi di cibo. “CIAO, SONO GIRELLONI ANNAMARIA. SONO MAMMA, BLOGGER E APPASIONATA DI CUCINA. HO UNA PAGINA DI RECENZIONI SU CUI PUBBLICO I PRODOTTI DELLE MARCHE CHE ME LI MANDANO. SONO TANTO SEGUITA. HO 470 FAN. PER ME SAREBBE BELLISSIMO SCRIVERE DEL VOSTRO PRODOTTO, CHE A MIO FIGLIO PIACE TANTO E ANCHE A MIO MARITO SAVERIO. ANCHE PER VOI È UNA GRANDE OCASIONE DI FARVI CONOSCERE E COMPRARE DA TUTTI I MIEI FAN. NELLA SPERANZA DI INSTAURARE CON VOI UNA PROFICUA COLLABORAZIONE, PORGO DISTINTI SALUTI. PS. PER L’INVIO DEI PRODOTTI IL MIO INDIRIZZO È GIRELLONI ANNAMARIA, VIA DELLA POMPA 34, 20879 CAPOCOLLO DI SOPRA. SE NON CI SIAMO, CITOFONARE BETTY”.

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Passa una persona a caso e mi rifila centosei cose da scrivere. Prendo forsennatamente appunti su pezzi di carta molto stropicciati, sapendo benissimo che fra un quarto d’ora avrò comunque dimenticato tutti i dettagli importanti.

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Dobbiamo correre in CONFERENCE ROOM. C’è un TRAINING!

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Molto bene, molto bene. È stato spassoso. Ho anche appreso delle SKILL preziosissime. E c’erano delle gif adorabili! …ma che ore sono? L’UNA E MEZZA? Ma come diavolo è potuto succedere! È tardi! E i dodici piani editoriali che dovevo mandare in approvazione stamattina? E i testi pazzi per la piattaforma? E la bozza di lettera per i vincitori del CONTEST? E il CHECK sui REWORK del Cliente W?

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Mentre scendo a comprare tre focaccine dal panettiere – per ridurre il grado di incertezza e aletorietà della giornata, compro sempre le stesse maledette focaccine: focaccina con zucchine, focaccina con le olive verdi e focaccina con le olive impastate -, dicevamo… mentre scendo a comprare le SANTO DIO di focaccine, telefono a mia madre, nella speranza che invada la città e annienti chi ci vuole male.

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Mentre attendo che MADRE maledica chi se lo merita, torno a sedermi alla mia coccolosissima scrivania – presidiata da un gruppo di peluche incredibilmente incoraggianti – per ingurgitare le focaccette e, FINALMENTE, leggere quattro pagine di libro senza prendere in considerazione quello che sta accadendo nella mia casella di posta. O intorno a me. O nell’universo.

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Seppur lontana, MADRE riesce effettivamente a farmi del bene. Il Cliente W ci informa che la proposta editoriale va bene e che possiamo felicemente passare alla fase di realizzazione dei VISUAL. L’intero TEAM festeggia e si commuove.

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KEYNOTE SI È CHIUSO INASPETTATAMENTE.

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La CARD non è sponsorizzabile: il testo supera il limite del 20%.

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Ragazzi! È arrivato il cliente! Mi raccomando, non facciamo figure del cazzo!

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I clienti, non si perché, cambiano personalità a seconda di dove li metti. Mentre li accompagni in sala riunioni – o in qualsiasi momento che richieda la posizione eretta -, i clienti sono simpatici e affabili. Ma appena si siedono finisce tutto.

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Quando sono in riunione con un cliente, dunque, devo impegnarmi molto. Faccio sempre del mio meglio per apparire normale, educata, innocua, saggia, composta e per nulla permalosa. Invano.

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I clienti, in presentazione, perdono anche la capacità di produrre espressioni facciali. Nel vano tentativo di decifrare il loro stato d’animo – e, di conseguenza, anche il grado di apprezzamento nei confronti del progetto su cui sudate da una settimana -, li osserverete chirurgicamente per l’intera durata del MEETING, annotandovi su un blocco robe di questo tipo: impercettibile sorriso alla slide 45 (in concomitanza con l’intervento aggiuntivo di Bruno. Bruno piace al cliente. INVITARE SEMPRE BRUNO ALLE PROSSIME RIUNIONI), naso arricciato alla slide 57 (è colpa del VISUAL? Non va bene il COPY? Non siamo stati abbastanza chiari? Qual è il colore preferito del cliente? MORIREMO TUTTI), starnuto alla slide 75 (organizzare la prossima riunione in una camera iperbarica. Il cliente è allergico alla polvere). Vi angustierete e li guarderete fisso. Ma riuscirete ad elaborare solo vaghe congetture.

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L’analisi approfondita delle reazioni del cliente vi farà perdere completamente il filo del discorso. Quando toccherà a voi presentare, dunque, il vostro Account Manager sarà costretto a sfondarvi una costola a gomitate. O a lanciarvi brutalmente nella mischia gridando una roba tipo E ORA FRANCESCA – RIPETO, FRANCESCA! – CI PARLERÀ DEL PIANO EDITORIALE. Sarà come risvegliarsi dal coma, sul fondo di una trincea.

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Sopravvissuta alla riunione, mi chiudo in uno stanzino e trascorro mezz’ora della mia vita a parlare con il Cliente Y. Cioè, il Cliente Y tace e io gli declamo – con tutte l’espressività di cui sono capace -, la famosa mail che potevano leggersi da soli.

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Sarà che il mio stile di lettura è particolarmente rassicurante, sarà che il piano d’azione minuziosamente illustrato dalla mail andava già bene, sarà che non lo so, ma il Cliente Y conclude finalmente la CALL con un pacioso “Thank you, Francesca. We can proceed”.

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Il Cliente Z, dopo un’interminabile serie di REWORK, ci manda finalmente il suo FEEDBACK sui NAMING che ci siamo inventati per il CONTEST che lanceremo in un futuro eccessivamente prossimo. Il FEEDBACK è il seguente: “Non sono in linea con il brand”.

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Il capo dice che, per il momento, non possiamo avere uno stagista.

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Per recuperare un po’ di fiducia nel karma, vado a chiacchierare un po’ con la mia seconda community preferita. Incredibile ma vero, sono presi bene – anche se è una pagina di roba da mangiare. Il cibo è sempre una gran rottura di palle. E c’è il burro. E c’è l’olio di palma. E ci sono i fan di Report che insultano qualsiasi genere d’ingrediente. E ci sono quelli con le intolleranze che postano la loro intera cartella clinica.

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La migliore, comunque, è la frangia vegana militante: giornate trascorse a bestemmiare sotto ai post di ogni singola pagina FOOD d’Italia – senza aver ancora capito che, scrivendo “SMETTETELA DI MUNGERE LE PORCO D** DI MUCCHE!”, il loro commento viene automaticamente nascosto. Per tutto il resto, tocca a me.

Ma questo, sulla mia seconda pagina preferita, non accade. Perché anche loro sono animati da un entusiasmo assolutamente incomprensibile. La più semplice delle CTA è in grado di scatenare migliaia di commenti… gente che scrive temi, in pratica. Con emoji cuoricine e dichiarazioni sperticate d’eterna fedeltà. SCRIVETE, DIAMINE! SCRIVETE! SCONFIGGIAMO GLI SBATTIMENTI CON LE PROTEINE NOBILI DELL’AMORE PURO!

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Nel frattempo, persone che non si sono prese la briga di leggere le istruzioni del gioco-aperitivo sulla pagina del Cliente Y, protestano a gran voce denunciando presunti brogli nel conteggio dei voti. Voti che, per la cronaca, io e la mia volenterosa collega abbiamo spulciato per intere mattinate, registrandoli in un infallibile foglio Excel di 5000 righe. Voti che, per la cronaca II, non comportano in alcun modo l’assegnazione di un premio. In poche parole, che ti frega. È una roba in amicizia, per divertirsi. Non v’agitate. Cosa sono queste manie di persecuzione? Perché qualsiasi cosa deve diventare un’orrida cospirazione?

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Arriva una mail. Non è per me, ma sono in copia. Visto che la mia adorata account è imbottigliata in un’altra riunione – e non si sa bene quando ne uscirà -, mi prendo la libertà di rispondere al cliente ipotizzando una soluzione al problema insormontabile che li affligge. Nonostante sia un’idea del tutto sensata, plausibile, ragionevole e realizzabile, cinque secondi dopo aver schiacciato INVIA mi viene il dubbio di aver devastato mesi e mesi di delicatissimi rapporti diplomatici.

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Mentre cerco di dissimulare la preoccupazione, il nostro Account Director mi informa che, la prossima settimana, ci arriverà un BRIEF di gara per un cliente potenzialmente divertente, carino e spassoso. Gli piacerebbe che ci lavorassi io, visto che gli sembra nelle mie corde. Tanto non sei messa malissimo, no?

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Ah, il BRIEF arriva lunedì. Ma si presenta mercoledì. Saranno tre giorni molto intensi, ma so che ce la farete. Comincia a fissare le riunioni.

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Il Cliente Y avrà anche una community adorabile, ma il “thank you Francesca, you may proceed” copre solo una parte infinitesimale delle menate che abbiamo in ballo. Dove sono i miei FEEDBACK sul restante 95% delle attività? …dopo un breve conciliabolo con la mia biondissima account – al solo scopo di stabilire chi ha inviato il sollecito l’ultima volta – scopriamo che tocca a me rompere i coglioni. “Dear Y, would you be so kind to let us know if the editorial proposal is approved? We really need to brief Lady Gaga and Jon Bon Jovi, if we wish to meet the deadline and go online as planned. Many thanks, Francesca”. E spicciatevi, santo il cielo.

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Un collega viene trasformato in un meme. L’agenzia attraversa sette minuti di travolgente euforia.

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Ci sono un sacco di messaggi privati. Ma sono tutti complimenti ed emojine sorridentine.

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Passa una persona a caso e, con una certa preoccupazione, ci domanda se conosciamo qualche piatto tipico islandese.

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Mi rendo drammaticamente conto di aver dimenticato di comprare le radici di tapioca. Niente radici di tapioca, niente SHOOTING. Visto che ho già restituito i soldi – e le diamine di fatture -, sono costretta a chiedere un nuovo anticipo in contanti per la tapioca di stocazzo. Non so nemmeno che aspetto abbia, la tapioca.

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Sono le 18.30. Dovrei procurarmi del cibo (non del cibo da fotografare. Proprio cibo da mangiare. A casa mia), fare il bucato, annaffiare le piante, coccolare il gatto e depilarmi le gambe. In sintesi, vorrei andarmene. Ma non posso.

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Ah! Sai la gara di cui ti parlavo poco fa? Ecco, è un problema se mercoledì presenti tu? L’editor ha già un altro MEETING, quel giorno lì.

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Non si sa come, ma riesco a finire il piano editoriale mensile del Cliente W. I grafici hanno consegnato tutte le CARD, ho scritto tutti i COPY, la mia efficientissima account è pronta a programmare e sponsorizzare forsennatamente ogni post dell’universo. Siamo in orario. Siamo fantastiche. Siamo le regine dell’ENGAGEMENT. Possiamo mandare in approvazione al cliente.

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BASTA SFRUTTARE LE API DIO C***!

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Persone che non sento da circa dieci anni – e che, anche dieci anni fa, non è che mi stessero granché simpatiche – mi scrivono messaggi privati su Facebook, ricordandomi i bei tempi andati e appellandosi al valore della nostra antichissima e corroborante amicizia. Dopo papiri interminabili in cui mi descrivono le loro ambizioni e i loro sogni, mi girano il loro CV (in formato europeo) – pregandomi di inoltrarlo immediatamente alle risorse umane.

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Matteo mette le Spice Girls a bomba.

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La mia colleghina è costretta a risistemare per la quattordicesima volta un piano MEDIA.

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Il Cliente Z telefona (senza prima aver fissato una CALL) per informarci che tutta l’attività pianificata per il mese di ottobre – e già approvata – va ripensata. “Ci dispiace. Abbiamo cambiato idea”.

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…anzi, no.

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E arrivederci a domani.

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Insomma, tutti quanti amiamo insensatamente qualcosa. C’è chi adora la Juventus – anche se proprio non capisco come sia possibile – e chi impazzisce per i francobolli. Ci sono fanatici dei bonsai, di Wagner o della barca a vela. Qualcuno, là fuori, adora la fisica quantistica e si diverte a far parlare i pappagalli. Io ho i dinosauri. Sono cresciuta con le enciclopedie illustrate della preistoria, in quarta elementare ho letto Jurassic Park e, l’anno scorso, ho spedito centoventi partecipazioni di matrimonio con sopra un maestoso triceratopo corazzato. Steven Spielberg, un bel giorno, ha deciso che anche a lui piacevano un casino i dinosauri. Ed è stato così carino da buttare in piedi un film che permettesse a tutti quanti di capire com’è che funziona davvero un t-rex. Per i fortunati che, da piccoli, hanno potuto ammirare la perfetta cattiveria di un dilofosauro vendicatore, il mondo si è trasformato all’improvviso in un posto dove la giustizia era possibile. Perché, se c’è un dinosauro, tutto è più bello. Jurassic Park fa parte del mio immaginario. Ed è anche un po’ la prima cosa a cui penso quando devo cercare di descrivere la bellezza dell’universo. In sintesi, sono Alan Grant… quando vede per la prima volta un brachiosauro che va a spasso per una pacifica pianura erbosa.

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Quando ho scoperto che, dopo Il mondo perduto e quella disgrazia di Jurassic Park III, la nobile industria del cinema avrebbe sfornato Jurassic World, il terrore si è impadronito del mio animo.
E se fa schifo?
E se poi è una mastodontica stronzata tonante?
E se è una di quelle orribili minestre riscaldate che s’inventano di tanto in tanto – anzi, anche troppo spesso –  perché non riescono a farsi più venire in mente niente di nuovo?
E se poi è così brutto e improbabile da farmi dimenticare quanto ho amato il romanzo e il primo film?
Insomma, non è che ci fosse tutto questo ottimismo. Ho fatto del mio meglio per ridurre al minimo le aspettative e, in memoria dei vecchi tempi, ho ordinato ad Andres Diamond – il mio DJ di fiducia è meglio del vostro – di sparare il tema di Jurassic Park ad intervalli regolari durante la nostra cena di nozze. Vagare per i tavoli con John Williams a bomba e un vestito con lo strascico è un’esperienza che auguro a tutti, uomini compresi.
Nonostante i miei sforzi, però, Jurassic World sembrava promettere bene. Chiaro, dopo aver visto il primo trailer mi sono istintivamente ribellata all’idea che un velociraptor potesse essere addestrato come un pastore tedesco dell’arma dei Carabinieri. E anche tutta la faccenda degli ibridi geneticamente modificati mi sembrava una solenne minchiata. E lo scriteriatissimo romanticismo di John Hammond? E che fine ha fatto Ian Malcolm imbottito di mofina? Per farla breve, ero preoccupata come un suricato a un raduno delle Frecce Tricolori, ma cercavo di non farmi travolgere dal nichilismo. Perché, da qualche parte, splendeva un fioco barlume di senso. Il fatto, poi, che anche Chris Pratt la pensasse come me – I DINOSAURI SONO GIÀ WOW, stronza di una Bryce Dallas-Howard -, mi ha dato modo di riflettere. Quando ho scoperto che la colonna sonora sarebbe stata curata da Michael Giacchino e che il mesosauro si nutre di squali bianchi, ho cominciato a perdere il controllo del sistema limbico e mi sono sentita in dovere di aggiornare la cover di Facebook, sfoggiando un becero screenshot del trailer.

Colin Trevorrow, riuscirai a non profanare i ricordi più belli della mia gioventù?

La grande domanda ha finalmente trovato risposta l’altro giorno. Perché non mi avrete invitata all’anteprima di Age of Ultron, ma la preistoria sa apprezzarmi e mi accetta così come sono.

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Jurassic World funziona.
Jurassic World fa felici.
Jurassic World, in sintesi, è un omaggio a tutto quello che di bello ci ricordavamo
.
Mi spiace per i bimbi di oggi – che sicuramente si divertiranno per un casino di altri motivi – ma Jurassic World è per noi. E scansatevi tutti.
Questo film, per costruzione, è fondamentalmente Jurassic Park. E fin qui, niente di nuovo. Quello che fa in grande, però, è realizzare – almeno per un po’ – il super sogno di John Hammond: mettere la gente di fronte alla meraviglia. La roba interessante è quello che succede dopo, quando il sogno – che stavolta sembra funzionare senza intoppi – deve misurarsi con il mondo vero… che non si accontenta mai e che, soprattutto, ha assunto un ambizioso ufficio marketing. Il parco è assolutamente affascinante. È come vedere gli Universal Studios, coi dinosauri al posto del rollercoaster della Mummia. O come fare un giro a Seaworldsolo che la tribuna sprofonda sott’acqua e le orche sono lunghe venticinque metri. C’è la gente che fa la coda e che s’incazza quando chiudono un’attrazione. Ci sono souvenir da tutte le parti, bibite che costano quanto un collier di Bulgari, fastidiose pubblicità e pass-VIP che ti fanno saltare la fila. C’È UN DIAMINE DI RECINTO DOVE SI POSSONO CAVALCARE I TRICERATOPI NEONATI E I BAMBINI ABBRACCIANO I BRONTOSAURINI, COI GALLIMIMUS CHE SFRECCIANO FELICI DI QUA E DI LÀ. Quella scena lì è un dono del Signore. Quando ho visto il baby-triceratopo con la sella volevo cavarmi gli occhi e darli da mangiare alle aquile.
Ma diamoci un contegno.
Come in Jurassic Park, anche Jurassic World si interroga su che cosa sia giusto fare. La vita trova sempre una strada… e non si può controllare quello che ci rifiutiamo di capire e rispettare. Siamo responsabili di quello che creiamo, soprattutto se decidiamo di inventarci un dinosauro grossissimo, cattivissimo e spaventosissimo per far felici gli investitori. L’Indominius Rex – non preoccupatevi, Chris Pratt si unirà ai vostri sbeffeggi – è il primo dinosauro sociopatico della storia. E avrà il nobile compito di mandare tutto in vacca, come da tradizione. Noterete con piacere che, in questo film, le tradizioni sono importanti. Vedrete milioni e milioni di strizzate d’occhio a Jurassic Park, roba che vi farà sentire meno soli nell’universo e vi farà agitare i pugnetti per aria come ragazzini delle medie.

Bene.
Adesso attacco con gli spoiler, quindi regolatevi.
SPOILER!
Ho detto SPOILER!
Qua sotto ci sarà roba che potrebbe divertirvi, ma vi conviene tornare dopo aver visto il film.
SPOILER!
…e poi non lamentatevi.

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Finalmente.
Io le recensioni non le scrivo per fare la persona che finge di capire qualcosa di cinema, io le scrivo perché non posso accettare che Bryce Dallas-Howard faccia i cento metri sui tacchi, e devo assolutamente lamentarmene con qualcuno. Trovo molto più plausibile che l’ingegneria genetica abbia capito come riportare in vita i dinosauri, piuttosto che Bryce Dallas-Howard che corre sul ghiaietto con le DECOLTÉ per due ore e mezza, scansando pterodattili e sfuggendo alla morte.
Ma passiamo a faccende più rilevanti.
I velociraptor sono sempre stati i miei preferiti, anche quando erano “cattivi”. Jurassic World ha provato a realizzare il prodigio dei prodigi: farci andare a spasso per la città con un velociraptor da compagnia. Darei un braccio – letteralmente, forse – per avere un velociraptor da compagnia. A questo punto, non possiamo che parlare di Chris Pratt. Chris Pratt è una specie di miracolo ambulante. Le mie colleghe, quando sono tristi, fanno un giro sull’account Instagram di Claudio Marchisio, ma io – pur apprezzando Claudio Marchisio, nonostante la squadra per cui milita – sono assolutamente sconvolta da Chris Pratt. Chris Pratt, solo il cielo sa come, è stato capace di addestrare quattro velociraptor. Ci sono i velociraptor che rincorrono un maiale e lo vogliono mangiare tantissimo, ma spunta Chris Pratt e si fermano di botto. NO, CHRIS. NON DIVOREREMO QUESTO MAIALE. NOI TI APPREZZIAMO. NOI TI STIMIAMO. NOI VOGLIAMO FARTI FELICE. IL MAIALE PUÒ VIVERE, SE TI FA PIACERE. SIAMO DEGLI INTELLIGENTISSIMI VELOCIRAPTOR ASSOLUTAMENTE LETALI, MA LA TUA FELICITÀ CONTA PIÙ DELLA NOSTRA. AMACI, CHRIS. AMACI, SIAMO DINOSAURI SENSIBILI.
I velociraptor di Chris Pratt sono tre femmine e un maschio.
Le tre femmine vogliono fidanzarsi con Chris Pratt.
Il quarto vuole essere Chris Pratt – ma in fondo sappiamo che la pensa come le femmine.

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Nonostante il finale sia assolutamente telefonato – perbacco, chi mai potrà mangiare l’Indominus Rex? Forse l’unico dinosauro più grande di lui, anche se sguazza felice nel mare? CORRECTAMUNDO! Avete vinto un giretto in groppa al triceratopino! -, sono impazzita per il ritorno in scena del tirannosauro. È stato un glorioso momento-Pacific-Rim. In mezzo a tutti quei recinti super tecnologici, ai dilofosauri olografici, ai dottor Wu – identici a com’erano vent’anni fa -, al vecchio centro visitatori che riemerge dalla giungla e agli anchilosauri che giocano a cricket con i nipoti di Bryce Dallas-Howard, Trevorrow è riuscito a farci dimenticare il t-rex. Ci ha regalato un’impareggiabile apparizione della capretta, ma – nel felice rincoglionimento generale – ci siamo scordati del t-rex. Quando l’adorabile nerd nostalgico della sala controllo – SEI COME UN FRATELLO PER ME! ANZI, SEI TUTTI NOI! – ha aperto il recinto, mi è venuta voglia di piangere. Continuo a non spiegarmi come Bryce Dallas-Howard sui tacchi possa correre più veloce di un tirannosauro, ma ho deciso di credere ciecamente anche alla più assurda delle puttanate. Ho gridato forte nel secchiello vuoto dei pop-corn e mi sono schierata con i carnivori ragionevoli. Certo, il fatto che un velociraptor dia retta a Chris Pratt è già piuttosto strambo… e forse è per quello che non ho battuto ciglio di fronte a un t-rex che decide amabilmente di collaborare con un velociraptor per annientare un incubo della genetica. Che vi devo dire, prenotatemi una vacanza in Costa Rica.
Per concludere, vorrei: ringraziare Giacchino per aver preservato la magia della colonna sonora originale, assumere un elicotterista a tempo pieno per il signor Masrani – altro grande esempio di rispetto delle tradizioni: tutti i propietari del parco devono essere un po’ suonati -, complimentarmi col parrucchiere di Bryce Dallas-Howard – lo so, vi sta sull’anima… ma è un bel personaggio e ha un caschetto superbo -, piangere un po’ perché nessun velociraptor dimostra di saper aprire le porte, singhiozzare un altro po’ per il maiasauro che spira tra le forti braccia di Chris Pratt – Alan Grant e la dottoressa Sattler sarebbero riusciti a salvarlo, anche senza frugare in una pila di cacca alta due metri – e, più di ogni altra cosa, ricordarvi una grande verità. Invitare i nipotini a visitare il vostro parco dei dinosauri porta una sfiga nera e irreparabile.

Nel prossimo post, visto che vado ancora alle medie, vi racconterò che cosa succede quando una persona di trent’anni incontra un album di figurine con i dinosauri. 

The park is open!
Andate a divertirvi… finché i dimorfodonti non vi strappano il fegato!
<3

ian gallimimus

A me, dello zumba, non me ne frega una mazza di niente. Anzi, non è vero. Se dello zumba non me ne fregasse davvero niente, non mi starebbe così sulle balle. La mia non è semplice indifferenza, è proprio antipatia manifesta. Odio lo zumba, la cardio-capoeira, lo spinning, la fit-boxe, lo step e anche il pilates. Odio, ma proprio a livello ontologico, i corsi della palestra. L’idea di trovarmi rinchiusa in uno stanzino di venti metri quadri insieme ad altri esseri umani che ansimano a ritmo di reggaeton mi terrorizza. Istruttori iperattivi e ottimisti che ti incitano a gran voce, gente che si arrotola i pantaloni al ginocchio – ma solo una gamba -, fenomeni che non riescono manco a salire sulla cyclette ma indossano completini sportivi da seimila euro, tacchini ripieni che fanno i pesi allo specchio, asciugamanini bagnaticci, attrezzi incomprensibili, centrifugati detox alla frutta, magliette pezzate. PIUTTOSTO LA MORTE.
Sarò all’antica, ma il fitness non lo capisco. In palestra ci andavo quando giocavo a tennis, perché faceva parte della preparazione atletica. Sai com’è, puoi colpire la palla benissimo, ma se non ci arrivi vicino hai poco da colpire. E quindi niente, ci si allenava in campo, si correva come cammelli derelitti sull’argine di Po per migliaia di chilometri e si facevano gli esercizi in palestra. Lo scopo complessivo, però, era molto chiaro: giocare meglio a tennis, posticipando il più possibile il momento in cui, durante la partita, vorresti solo stramazzare a terra e morire. Idem per lo sci. Si sciava in montagna e ci si squartava in palestra. Anzi, per lo sci avevo anche il pomeriggio dedicato al pattinaggio di velocità. Ci andavo subito dopo solfeggio, pervasa da una furia senza nome. Insomma, tra sci e tennis avevo due gambe così, ma mi servivano a qualcosa. C’erano dei benefici ludici, oltre che agonistici. A tennis ci puoi giocare coi tuoi amici, ci puoi giocare al mare in una bella sera d’estate. Anche a sciare ci puoi andare con i tuoi amici. Sono attività che generano spasso e hanno anche un preciso obiettivo – fare punto (nel caso del tennis), non sfracellarti contro a un pino (nel caso dello sci).
Insomma, quello che vorrei comunicare a chi s’inventa i corsi della palestra è la roba seguente: creatori di corsi per la palestra, quello che ci proponete non è adatto a soddisfare le profonde necessità delle nostre bellicosissime anime. Ci serve qualcosa di alto, nobile, arrogante e scenografico. Ci serve un addestramento da supereroe.
Ecco, in estrema sintesi, che cosa sarebbe davvero utile imparare.

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Tramortire i nostri nemici, calzando con infinita spocchia un elmo col pennacchio.

 

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Affettare orde di demoni con un’ascia magica – dotata di pratico paletto all’estremità inferiore -, senza rovinarci la piega.

 

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Cavalcare maestosi destrieri, manovrare uno spadone e gestire con successo un falcone – possibilmente senza fidanzarcisi.

 

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Prendere acrobaticamente a calci sui denti chi se lo merita, indossando una tutina molto aderente. E, in generale, primeggiare nello spumeggiante mondo dello spionaggio.

 

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Gestire con successo una katana giapponese lunga quattro metri.

 

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Gestire con successo una katana giapponese di dimensioni standard, trionfando – però – nella nobilissima arte della vendetta.

 

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Usare una frusta, anche quando a casa abbiamo finito il balsamo e la maschera disciplinante all’argan.

 

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Trionfare – con tracotanza – anche nelle situazioni più intricate. Vedi accerchiamenti, inferiorità numerica e disparità in fatto di armamenti.

 

Ispirare puro terrore.

 

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Prendere al volo le frecce. Senza manco metterci dell’impegno.

 

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Domandare se, per caso, c’è qualcun altro che se la sente.

 

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Padroneggiare una mossa che l’universo ha concepito precisamente per noi.

 

E non ci servirebbe saper fare tutto questo perché, in qualche modo, saremo chiamati a salvare il mondo. Ci farebbe comodo proprio a livello di equilibrio psicofisico. Imparare roba del genere, care palestre, non solo scolpirebbe i nostri sederi, ma ci renderebbe anche incredibilmente più autorevoli. Macché autorevoli, SPLENDIDI e devastanti.
E voi là, con lo zumba e il cardio-total-body. Dove sono i pugnali. Dove sono i lanciafiamme. Dov’è l’ambizione! Mettetemi in groppa a un velociraptor, con un’alabarda in mano. Insegnatemi a rompere femori, con il solo ausilio di una spinacina Aia. Fatemi diventare il T1000.
Possibile che, là fuori, non ci sia una palestra pronta a trasformarmi in Ezio Auditore?

 

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Joss Whedon, poverone, si è scelto un mestiere difficile. Joss Whedon è un uomo che si sveglia, beve il caffè ed esce di casa con la consapevolezza di doverci traghettare tutti quanti verso le Infinity Wars. Io, alla mattina, sto dieci minuti ad analizzare il cassetto delle mutande – che se scegli quelle con l’elastico molle finisce che ad ogni passo te le ritrovi in mezzo alle chiappe. Joss Whedon si alza dal letto e, da anni, ha il sacro compito di trovare le mutande giuste per un intero universo CINEMATICO.
Mettetele voi, le mutande a Groot, santo il cielo.
Nonostante queste palesi e comprensibili difficoltà, Joss Whedon – chissà poi come – è riuscito a sfornare un nuovo film degli Avengers, conservando addirittura il senno. A parte un candido “Sono un po’ stanchino”, l’ho visto piuttosto in sagoma. E il film? Partendo dal presupposto che è impossibile prendersi male davanti un’impresa degli Avengers, non posso fare finta che Age of Ultron sia una fulgida meraviglia. Anzi, è un film pieno di problemi. Somiglia un po’ a quei libri d’avventura in cui l’autore si impegna tantissimo a descrivere nel dettaglio ogni movimento dei suoi personaggi, dimenticando – spesso e volentieri – di piazzarli su una seggiola a dire due cose. Come ti senti, trafelato e tumefattissimo personaggio? Scommetto che ne hai pieni i coglioni di vagare da un continente all’altro senza un’anima che ti domandi come va. Tieni, bevi una birra e conversiamo come delle persone normali. Se poi non hai voglia di star qua con me, puoi sempre scambiare due parole coi tuoi compagni supereroi. Non vi farà male, giuro.
E invece niente.
Age of Ultron è un film ponte, suo malgrado. E sappiamo tutti che fine ha fatto il Bifrost. Manca un po’ di cuore, insomma. Non c’è l’alchimia bella-bella in modo assurdo del primo Avengers, non c’è la stessa tensione e, nonostante alcuni sporadici tentativi, questa gente non ha un mazza da dirsi. Quello che ne esce meglio, a livello di “perbacco, che personaggio interessante” è un arrabbiatissimo burattino alto tre metri che, guarda un po’ l’originalità, vuole distruggere il mondo.
Io mi chiedo, ma tutti questi qua che vogliono distruggere il mondo… ma dov’è che s’immaginano di vivere, dopo?
Comunque.
Quello che possiamo fare, per divertirci un po’, è parlare di che combinano i nostri beneamati supereroi, analizzandone baldanzosamente le gesta, le prodezze sentimentali, le sfighe e i fattacci loro. Che tanto si sa, siete venuti qui per perdere tel tempo, mica per fare un master in cinematografia.

CI SONO GLI SPOILER.
CI SONO GLI SPOILER.
CI SONO GLI SPOILER.

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IRON MAN

Tony Stark, profondamente segnato dalla battaglia di Manhattan e dal bordello infame accaduto in Iron Man 3, prosegue nella sua parabola discendente. C’è chi parla di introspezione, crescita, presa di coscienza, consapevolezza, senso di responsabilità, saggezza e illuminazione. C’è chi, invece, lo guarda e pensa a un Mocio Vileda volante. Tony Stark, incredibile ma vero, non ci regala uno straccio – LOL! – di soddisfazione, ma neanche quando indossa una specie di armatura frigorifero e picchia molto forte quel sacco di patate di Hulk. La roba che mi è piaciuta, di Iron-Frigo VS Hulk, è la faccenda del satellite pazzo. Quella roba è bellissima. È una specie di prigione telecomandata. E tutto funzionerebbe alla perfezione, se solo Hulk non fosse in grado di scavare. E se Iron Man ci regalasse, di tanto in tanto, un briciolo del suo sarcasmo.
Comunque.
L’unico “merito” di Tony Stark, in questo particolare frangente cinematografico, è l’accidentale creazione di Ultron. Travolto da un eccesso di zelo – e dimenticando quanto bene erano andate le cose l’ultima volta che aveva esagerato con l’assemblaggio di armature pazze che pensano da sole -, il buon Tony decide di costruirne una capace di proteggere tutta quanta la terra. Nonostante il saggio Banner passi ben il 23% dell’intero monte-dialoghi del film a spiegargli che è una solenne cazzata, Iron Man sbologna a Jarvis l’ingrato compito di concludere l’elaborazione-dati più importante della storia dell’umanità e si va a bere un Margarita.
Geppetto, almeno, era rimasto a carteggiare il suo pezzo di legno fino alla fine.

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ULTRON

Non ho avuto la fortuna di sentire Ultron che vaneggia con la voce di James Spader, ma mi è sembrato comunque un personaggio fascinosissimo. Certo, se avesse dichiarato all’improvviso di poter aprire uno Stargate mi sarei sentita molto meglio, ma ci faremo andar bene quel che c’è.
Ultron risponde, involontariamente, a una grande domanda: anche le intelligenze artificiali vivono malissimo l’adolescenza? Brufoli e ascelle pezzate a parte, Ultron è un teenager da manuale. Teatrale, rabbioso, irascibile e rissoso, Ultron detesta i suoi – Tony Stark e Jarvis -, si sente sommamente incompreso – MUORI, GENERE UMANO! -, frequenta cattive compagnie – ciao, giovani fenomeni da baraccone dell’Hydra, ci andiamo a pigliare un gelato? – e reagisce alle sfighe con plateale, sincero e autentico disappunto – OH, NO, ANCORA VOI!
La roba che avvantaggia Ultron, rispetto al sedicenne medio, è la capacità di mandare in orbita una città. Ma anche, lasciatemelo dire, l’incomprensibile necessità di procurarsi un corpo vero. Quella faccenda lì, devo essere sincera, non l’ho mandata giù. Per il resto, Ultron ha il mio benestare. Anche perché, con tutti i posti che ci sono al mondo, ha scelto di sedersi a blaterare sull’altare di una chiesa diroccata. Con una gloriosa coperta sulla testa.
Che qualcuno porti Ultron in vacanza a Formentera. È il momento giusto.

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THOR

Non riesco mai a capire se Thor vada regolarmente a trovare la sua fidanzata o se scelga deliberatamente di ignorarla per mesi interi, senza ragione. Sentimenti a parte, Thor sembra essersi ambientato un po’ meglio sul nostro pianeta… perdendo, dunque, l’unico aspetto che lo rendeva interessante: il fatto di essere un biondissimo e gigantesco pesce fuor d’acqua. Thor, che dal nulla blatera di pentapalmi e frantuma tazze di caffè sul pavimento. Thor, che non ha vestiti normali… ma in fondo gli va bene così. Un uomo grosso e grezzissimo, che si esprime come un monaco cistercense e si fa delle treccine stupende. Qua, tanto per integrarlo ancora meglio con la fauna terrestre, riescono anche a fargli dire un tragico “Si parla che…” – abbiamo capito, è un errore di doppiaggio, ma non posso fare a meno di costruirci su una gloriosa metafora.
E niente.
Nonostante io trovi Thor uno degli spettacoli più belli che la natura sarà mai in grado di regalarci, il suo principale Age of Ultron-merito è quello di innescare l’unica gag davvero carina del film… il mirabile gioco-aperitivo del “Martello nella roccia”. Va bene, è bello e imponente, scaglia fulmini e volta… ma dateci qualcosa in più, qualcosa che ci faccia seriamente felici, qualcosa di strabiliante. Dateci suo fratello, per dire.

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CAPTAIN AMERICA

Il buon Steve Rogers sta migliorando. The Winter Soldier, contro ogni pronostico, mi era assai garbato. Qui in Age of Ultron, nonostante la tracotanza dei superpoteri altrui, Joss-Mutandatore-di-Universi-Whedon trova anche il modo di fargli sfoderare un paio di prodezze assai pregevoli. A coronare questo incredibile filone positivo, Captain America – grazie alla sua anima pura e generosa – riesce anche a smuovere il benedetto Mjölnir di ben 2 micron. Non potendosi manco sbronzare, non mi sembra una gran soddisfazione… ma pazienza.
Nonostante i passi da gigante, però, il finale del film riesce quasi a ricordarci perché Captain America, in fondo in fondo, ci sta un po’ sull’anima. Sono tutti là, bloccati su questa città-asteroide pronta a schiantarsi al suolo. Sono là per aria, e hanno un mucchio di problemi. Il mondo sta per finire, ma Captain America non vuole sentire ragioni. DOBBIAMO SALVARE ANCHE L’ULTIMO SCOIATTOLO DI QUESTO TERRIFICANTE AGGLOMERATO URBANO. Prima salviamo questa gente – inclusi i loro animali da compagnia… i criceti, le cocorite, le tartarughe di terra, le cavie, i cincillà… TUTTI, DEVONO FARCELA TUTTI -, insomma, prima salviamo questa gente – blatte incluse – e poi, se ci resta tempo, salviamo il mondo. Che diamine, saremo supereroi, ma abbiamo pur sempre due mani. L’onore! La giustizia! Mica come quegli sconsiderati della DC, che radono al suolo Metropolis senza battere ciglio. Superman, vergognati! Qua alla Marvel c’è dell’etica, qua si distrugge con criterio! Stolti! E niente. Captain America vaga casa per casa, porgendo panini al prosciutto e bottigliette di minerale a grandi e piccini. Prego, accomodatevi sulla scialuppa. Fino a venti minuti fa, l’Hellcarrier di scialuppe non ne aveva, ma adesso ce ne sono in abbondanza. Mica come quei bastardi del Titanic! W la terza classe! Democrazia! Aiuti umanitari! Giustizia sociale! Rettitudine!
Che qualcuno gli trovi una fidanzata, prima che scateni una Civil War.

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OCCHIO DI FALCO

Per me, Occhio di Falco è un mistero. Sarò una persona poco sensibile, sarò un cuore di pietra… che vi devo dire. Per me, che Occhio di Falco ci sia o non ci sia, non fa alcuna differenza. Molti lo amano perché è un po’ lo Xander del gruppo. Anche Xander – pur non avendo alcun genere di potere sovrannaturale – era un fidato alleato di Buffy e passava le sue giornate ad aiutarla a combattere il male. Occhio di Falco, in più di Xander, ha un’ottima mira, sa guidare gli aerei, riesce ad ammazzarti con un foglio A4 stropicciato e ha dei riflessi fantastici. Chiaro, sono dei grandissimi meriti. Roba che schifo non ci fa. Ma lasciatemi protestare un attimo. Perché, tra tutti i personaggi che ci sarebbe piaciuto conoscere ancora meglio, Occhio di Falco è veramente l’ultimo della lista. Fantastico, Occhio di Falco ha una moglie gravida, tredici figli e una fantastica casetta nella prateria! La Vedova Nera non è la sua ragazza, è la sua migliore amica! Occhio di Falco, zitto zitto, è un animo sensibile! Fine osservatore delle dinamiche che stravolgono, frullano e scompigliano il fragile equilibrio degli Avengers, Occhio di Falco è un ingranaggio imprescindibile… senza di lui, i nostri adorati paladini si sarebbero già sfanculati da un pezzo!
Bravo.
Bene.
Bis.
…ma quindi, fatemi capire. Queste storie super interessanti. Ce le avete raccontate per farci capire che, in fondo in fondo, anche lui serve a qualcosa?

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LA VEDOVA NERA

La Vedova Nera si è ritrovata, suo malgrado, al centro di una spiacevole controversia. Durante il press-tour di presentazione del film, infatti, Jeremy Renner e Chris Evans si sono lasciati scappare una battuta non proprio argutissima, che si è presto trasformata in un caso interplanetario. Alla domanda “che ne pensate della Vedova Nera?”, infatti, i due brillanti attori hanno risposto come risponderebbe il vostro panettiere al secondo vodka-lemon: “LA VEDOVA NERA È UNA ZOCCOLA”.
Apriti cielo – con annessi CHITAURI.
E il sessismo. E vi pare il modo di parlare dell’unica ragazza del film. Zoticoni. Retrogradi. Maschilisti.
Mentre giornalisti di ogni latitudine si impegnavano al massimo per difendere il suo buon nome, Natasha Romanoff sfrecciava in motocicletta verso il più fulgido dei tramonti – raccattando, di tanto in tanto, uno scudo di purissimo vibranio dal centro esatto della carreggiata. Pure Natasha non ha superpoteri, ma nessuno si sognerebbe mai di considerarla uno Xander qualsiasi.
Mi piace tantissimo, la Vedova Nera.
Mi piace il fatto che scelga, ogni volta, da che parte stare. Mi piace molto la schiettezza assoluta che è capace di dimostrare a chi se lo merita… e il talento infinito con cui finge di essere un’altra persona, quando è necessario. Doma gli Hulk, non si spettina, non le manda a dire e riesce a indossare una tutina di pelle palesemente scomodissima senza perdere un briciolo di mobilità.
La verità è che le ragazze di ogni continente tifano per Natasha Romanoff, ma come se non ci fosse un domani. Possono darle della mignotta finché vogliono, ma se riuscisse veramente a sdraiarseli tutti a noi farebbe solo un gran piacere.
SPOLPALI, NATASHA, SPOLPALI!
La faccenda più bella, però, è che Natasha sa benissimo di non averne alcun bisogno.

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HULK

Bruce Banner è qui per ricordarci che il mondo è complicato. Sul fronte anger-management, il dottor Banner sembra starci un po’ più dentro… almeno fino al minuto venti del film. Funziona così. Gli Avengers liberano Hulk. Hulk spacca il nemico. Hulk mastica alberi, si sfonda montagne sul cranio, abbatte edifici e sputa pallottole. Al momento della ritirata, qualcuno spedisce la Vedova Nera a un metro da Hulk e, contravvenendo ad ogni buonsenso e legge naturale, Hulk si tranquillizza. Che vi devo dire, il mondo è strano. La storia d’amore tra Banner e Natasha è una faccenda che mi garba, a livello concettuale. Hanno un casino di problemi in comune. Entrambi, tanto per cominciare, cercano di stare al mondo nascondendo chi sono davvero. Non sono due personcine che si lasciano andare facilmente. E sanno per esperienza che gli errori non si dimenticano. Mi piace, la loro storia. E la troverei addirittura sensata e commovente, se solo non ci fosse piovuta in testa all’improvviso. Quando mai la Vedova Nera e Banner si sono parlati, nel resto del Marvel-universo? State cercando di farmi credere che “Bruce! Bruce! Ascoltami! Andrà tutto bene!” nella stiva dell’Hellcarrier possa creare un precedente sufficientemente solido per raccontare uno affetto che sboccia tra mille difficoltà? Ma che è. Ah, dimenticavo, è la Vedova Nera che ha reclutato Banner in India! Deve pur significare qualcosa!
Bah.
IL CUORE. DATECI DEL CUORE, BESTIE!
Nonostante lo scetticismo, però, sto dalla loro parte. Sarebbe bellissimo, se Banner e Natasha riuscissero a volersi bene in santa pace. Dove sarà atterrato, lo stramaledetto aereo di Hulk? Tornerà mai? Si sarà portato i calzoncini di ricambio?
Ci scommetto i mignoli che, per puro caso, Hulk si è schiantato su una Gemma dell’Infinito. Ma così, mentre cercava un tabaccaio.

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I GEMELLI DEL DESTINO

Quicksilver e Scarlet Witch, in questo universo, sono figli dell’Hydra. Prima che gli Avengers facessero irruzione – grazie alla scena d’azione più confusa di sempre – nella ridente base surgelata del barone Von Strucker, Pietro e Wanda passavano le loro giornate a bisbigliare abbracciati dietro agli stipiti delle porte. Come il 79% dei personaggi di questo film, i gemelli ce l’hanno a morte con Tony Stark. A parte quello, non sanno una mazza di niente. Uno corre velocissimo – sentendosi perciò in dovere di vivere in tuta -, l’altra genera incubi, campi di forza e altra roba rossiccia incredibilmente devastante – soffrendo, come ogni supereroe con quelle magiche capacità, di una pesantissima sindrome di Jean Grey. Inserendosi a casaccio nell’intreccio narrativo, i Maximoff prendono circa un migliaio di decisioni – contraddicendosi ogni quindici minuti, fino a schierarsi dalla parte dei buoni. Verso la fine, Pietro crepa e a nessuno frega niente – …cioè, tipo, lo conoscevamo appena, che cosa dovremmo dire? Wanda e le sue manine a uncino, in compenso, strappano il cuore a Ultron, ci regalano un classico grido di dolore – NOOOOOOOOOOOOOHHHHHHHHHH! – e marciano con decisione verso la nuova base degli Avengers, una specie di stabilimento Ferrari da qualche parte in mezzo ai prati.
Su di me, in tutta franchezza, Pietro e Wanda hanno generato lo stesso impatto emotivo della cassiera del supermercato. Wanda m’è piaciuta un po’ di più, però. Facciamo che Wanda è la cassiera del supermercato che si dimentica accidentalmente di batterti un filetto.

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VISIONE

Rendendosi improvvisamente conto che Paul Bettany è troppo bravo e bello per limitarsi a fare la vocetta di Jarvis, Joss Whedon ha improvvisamente deciso di dipingerlo di rosso e di regalarci Visione. Non ho ben capito come sia nato e nemmeno che cosa possa fare di preciso, ma Visione è una meraviglia. Mi piacerebbe legargli un filo alla caviglia e tirarmelo dietro come un palloncino. I personaggi completamente “alieni”, legnosissimi, mantellati e dotati di eccellenti zigomi con me funzionano sempre. Spero che lo caccino in ogni scena dei prossimi ennemila film. Fate fare tutto a lui. Fategli dire delle cose. Fateci capire che cos’è. Visione mangia? Può cambiare colore a piacimento? Gli garbano i gattini? Dove abita? Thanos gli spaccherà il cranio? Fa la pipì? Ha bisogno di una fidanzata?
CHE DIAMINE, VISIONE HA ANCHE VINTO IL GIOCO-APERITIVO DI THOR, È IL CAPO DEI GALLI! Mettetegli un fiocco in testa e recapitatemelo sulla porta di casa!
VISIONE PER LA PRESIDENZA DELL’UNIVERSO!
SCONFIGGI L’INSENSATEZZA: VOTA VISIONE!

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E niente, questo è quanto.
Age of Ultron è un solenne pastrocchione strombazzante.
Le scene d’azione sono un bordello. Ogni cosa succede troppo in fretta. Non ci sono procioni che parlano. Tony Stark è diventato un tristone. Captain America è riuscito a regredire. Loki non s’è visto, ma ci siamo dovuti sorbire suo fratello per due ore e passa. Qualsiasi tentativo d’infondere un po’ d’anima a questa gente non ha fatto che accrescere il già poderoso fattore-WTF dell’intera vicenda. La Vedova Nera riesce a malapena a limonare, Occhio di Falco finisce sempre le frecce e l’angoscia infinita di Joss Whedon – COME FACCIO A CACCIARCI DENTRO TUTTA QUESTA ROBA, È IMPENSABILE! STO MALE. STO SOFFRENDO. MA PERCHÉ A ME? VOGLIO ANDARE IN VACANZA PER IL RESTO DELLA MIA VITA! TEAM-THANOS! SAPETE COSA VI DICO? NON GIRO NEMMENO LA SCENA POST-CREDITS, COSÌ IMPARATE, STRONZONI! – è percepibile ad ogni scena. Ultron, in compenso, vuole il Booster rosso.
Age of Ultron è un gran casino, ma ho nove anni e me lo andrei a rivedere domani.

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Benvenuti, questo è il Vedileggi. La rubrica che esiste – suo malgrado – per raccontarvi che cosa ho letto e visto nel mese X. Questo mese – e solo per questo mese -, X = febbraio. Grande Giove! Sembrerebbe una gloriosa rottura di balle… e invece no. Perché ci sono le GIF animate.

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Lucy

Sono dieci minuti che provo a scrivere qualcosa su questo film di Luc Besson, ma non so da che parte cominciare. Sul serio, il disagio mi strangola. Atteniamoci dunque ai fatti. Scarlett Johansson, sfigurata da un infelice taglio di capelli, viene rapita da un pingue gangster asiatico e, dopo un intervento chirurgico incredibilmente rapido, si ritrova con la pancia imbottita di bizzarri sacchetti di droga. A questo punto, Scarlett-Tacchino-Ripieno-Johansson viene presa a calci da un carceriere poco lungimirante e, grazie a una qualche diavoleria cellular-metabolico-molecolare, la droga comincia massicciamente a fondersi con il suo nobile organismo, trasformandola in una specie di Gesù telecinetico che tutto vede, tutto sa e tutto può. Il domandone generale è il seguente: che cosa accadrebbe se usassimo il 100% delle nostre facoltà cerebrali? Che problema c’è, chiediamolo a Morgan Freeman. Il distinto signor Freeman, ancora una volta, viene chiamato ad interpretale uno dei tre ruoli che ha passato la vita a perfezionare: la divinità, il saggio, il presidente degli Stati Uniti. Qua, visto che fa il genetista – o qualcosa del genere – possiamo farlo passare per saggio. Senza riuscire a nascondere il proprio imbarazzo – ogni volta che dice qualcosa, infatti, Besson ci attacca dietro degli improbabili spezzoni di documentario pieni di mufloni che crepano, coccodrilli che nuotano e mangrovie che crescono -, Morgan Freeman accoglie Scarlett-Gesù nel suo laboratorio, assistendo alla sua trasformazione finale in un mucchio di nafta semovente.
Ma quindi il senso della vita…?
Ma allora l’umanità dovrebbe…?
Cioè ma cosa possiamo imparare da questa strabiliante metafora di…?
Ma noi…?
Ma allora la scienza…?
Non ci sarà dunque mai dato sapere come fare a…?
…io non lo so. Sarà che uso una porzione troppo esigua del mio cervello.
E un gigantesco WTF solcò il cielo.

The-Big-Lebowski-WTF-Gif

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Nymphomaniac II

Cosa facevamo, ne guardavamo solo un pezzo? Giammai!
Mi ha messo una tristezza unica, questo secondo capitolo. E non tanto perché la povera Jo sia una che si diverte a farsi prendere a scudisciate da Billy Elliot, macché, è il finale. Ci sono rimasta male. Malissimo. Disperazione e scoramento. Non perché sia un “brutto” finale – anzi, è assolutamente glorioso -, ma perché è proprio uno sputo in faccia a tutto quello che di buono e bello ti aspetteresti dall’umanità. Una tempesta di cacca che investe il bucato bianco di vostra nonna. Una slavina che travolge una capanna piena di gattini e speranza. Il cavallo Artax che affonda nelle sabbie mobili, mentre il Nulla vi fa dei pernacchioni.
Aaaaah! Ma andatevene tutti quanti a quel paese!

Love-and-Other-Drugs

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Marco Peano, L’invenzione della madre (Minimum Fax)

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Quando è uscito questo libro, l’intera galassia ha esclamato ERA ORA, PERBACCO! Non si sa perché, ma tutti sanno – da sempre – che Marco Peano è uno scrittore. Dev’essere l’andatura. La roba strana che ti racconta. O l’incredibile coerenza che lo spinge a vestirsi sempre e solo di nero. O Michele Mari che vuole essere seguito solo da lui, quando gli esce un Supercorallo nuovo. Non so, se si fida Michele Mari, chi siamo noi per dubitare. Insomma, si sapeva già, che Marco Peano avrebbe scritto qualcosa, prima o poi. E finalmente abbiamo L’invenzione della madre.
Non so cosa mi aspettavo, da questo libro. Quando una persona che conosci – anche solo un pochino – scrive qualcosa, si cerca di fare un passo indietro e di non partire prevenuti. Ti viene anche un po’ d’ansia… e se poi è una scemenza? E se non lo capisco? Insomma, se una persona che conosci scrive un libro, senti il bisogno di creare una piccola distanza, e di fartelo piacere. Ecco, L’invenzione della madre vi toglierà dall’imbarazzo. Una storia così non ti può piacere. Almeno non come potrebbe garbarti una tortina tutta glassatina, fruttatina e zuccheratina. L’invenzione della madre, tanto per farvi capire, è un po’ come pigliare uno che soffre di vertigini e appenderlo a un viadotto. È un libro durissimo, indigesto, doloroso. Vi verrà voglia di sbudellarvi in Piazza Duomo, coi piccioni che vi becchettano le palle degli occhi. Un libro capace di conciarvi in una maniera così miserabile è raro e prezioso. E sono felice che Peano sia finalmente riuscito a farcelo leggere.
Tié.

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Antonio Riccardi, Cosmo più servizi (Sellerio)

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In questo volumino troverete incresciosi segreti di famiglia, animali impagliati – a Parigi, mica a Buccinasco -, giardini congelati, pietrificatori di materia viva, diorami, montagne di gazzelle artisticamente carbonizzate, cimiteri monumentali e vecchie zie veramente devotissime. Questa raccolta di saggi, in pratica, è una puntata di Mistero… solo che non c’è Pinketts che ronfa su una seggiola. Ci sono, invece, curiosità super leggiadre e meraviglie nascoste, ricordi che si mescolano a pomeriggi passati al museo, cose antiche – spesso decomposte – e installazioni iper tecnologiche, libri, bellezza e carabattole.
Gioia, amici. Gioia.

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Birdman

Amore del Cuore, ma hai visto? Sembra un unico piano sequenza! E quanto è stronzo Edward Norton? Cioè, è proprio Edward Norton! Anche Michael Keaton è lì che racconta la sua vita! E c’è addirittura Carver! E gli occhi di Emma Stone SONO SEMPRE PIÙ GROSSI! Come diavolo è possibile! Non ci credo, la batteria che ci rintrona da mezz’ora? È quel tizio lì! …ma dici che vola veramente? Che dialoghi interessanti e ingarbugliati… va bene, certe volte parte un pippolone, ma mi sorbisco volentieri anche quello. Cielo, la magia del teatro! La telecinesi!
Birdman mi è piaciuto moltissimo. Sarà perché è un po’ un oggetto volante non identificato. Sarà perché è qualcosa di incredibilmente bizzarro e originale. Sarà che è bello quando il cinema, di tanto in tanto, ti spiazza con qualcosa che non ti aspetti. Stupore, amici dei cuccioli. Stupore.

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Better Call Saul – 1×01 + 1×02

Orfani di Breaking Bad, accorrete – ma non troppo velocmente! Saul Goodman è venuto a soccorrerci… anzi, Saul Goodman e una valanga di altra gente in vena di divertirci con assurdi cameoS. Cameo ce l’ha un plurale? Perché CAMEI mi suona veramente malissimo.
Comunque.
Better Call Saul comincia in bianco e nero. All’insegna della mestizia, del fallimento e della pasticceria industriale. E non è che la vita del nostro eroe, prima di diventare effettivamente il Saul Goodman che conosciamo, sia poi tutta questa gran festa. Scopriremo che, da giovincello, si guadagnava da vivere spaccandosi le gambe sul ghiaccio. Di proposito. Ci troveremo di fronte ad abissi di squallore senza fondo, da studenti che si accoppiano con teste mozzate ad uffici-ripostiglio nel retro di deprimenti saloni di bellezza cinesi. Better Call Saul è un mini-festival del grottesco, dell’espediente maldestro e del malinteso. E, no, per ora non è Breaking Bad, ma ho molta voglia di vedere come andrà a finire. Saul, d’altra parte, ha sempre bisogno di un pochino di tempo per carburare. In alto i bicchieroni di caffé.

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Vikings – 1×03 + 1×04

Ve lo dico con sincerità. Vikings lo guardo solo perché sono tutti incredibilmente arroganti, biondi e sbruffoni. E per imparare a farmi le trecce come una vera guerriera. Nemmeno nel diamine di Trono di Spade ci sono delle pettinature così gloriose, improbabili e barocche. Lagertha, conducimi dal tuo parrucchiere!

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Italiano medio

Maccio Capatonda ha allietato gli anni migliori della mia vita. Una sera l’ho pure incontrato nel posto meno avvincente del mondo. A Piacenza c’è questo locale che si chiama Baciccia. Una specie di cascina trasformata in un serraglio per gli amici della birra. Niente, una sera – come sempre senza senso – siamo andati al Baciccia e ci siamo accorti che, lì in mezzo agli altri esseri umani, c’erano Maccio Capatonda e Rupert Sciamenna. Perché erano lì? Che cosa speravano di trovarci? Da dove arrivavano? Avevano già fatto visita al sudicio paninaro in fondo alla strada? Che ne pensavano della mia città natale? Ci sarebbero mai tornati? Chi lo sa. Ci siamo fatti una foto insieme e tanti saluti.
Perdonatemi, ma ci tenevo proprio a raccontarlo. Tutti hanno un aneddoto insignificante, da qualche parte. Se c’è un VIP, poi, ancora meglio. Per dire, MADRE ripete da trent’anni che, una volta, Ornella Muti mi ha presa in braccio. Anche lì, nessuno ha mai capito perché. Ornella, ti prego, spiegamelo.
Dicevamo?
Ah.
Dicevamo che Maccio Capatonda è stato molto importante per me. Ho passato settimane bianche a intonare i lamenti di Mariottide in seggiovia. Ho cercato invano di scoprire che faccia avesse il piccolo Riccardino Fuffolo. Tutt’ora, alla bisogna, dichiaro di avere i pugni nelle mani. E, ogni volta che vedo un medico, la prima cosa che vorrei fare è strillargli DOTTORE CHIAMI UN DOTTORE. Maccio Capatonda è un genio. È il maestro indiscusso della trollaggine. Ed è il capo degli zarri, anche se riesce a farsi passare per un acuto e illuminato mago della satira.
Ma chi se ne importa.
SCOPARE!
Per me, alla fin fine, Italiano medio è soprattutto un collage di antiche felicità. Certo, fa ridere. Chiaro, si potrebbe addirittura sostenere che smascheri con sagacia e impareggiabile acume ogni bruttura della nostra società, dal menefreghismo dilagante all’ignoranza più gretta e distruttiva. Io, però, mi diverto un sacco anche a guardare cinque minuti di Anna Pannocchia in tutù rosa – e rasta – che balla in un corridoio.

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Lehman Trilogy (Piccolo Teatro)

Avevo vicino questa signora fastidiosa. La classica signora con il sedere ripieno di suricati, quelle che vanno a teatro perché così possono dire che sono intelligenti, quelle che fanno SHHHH se qualcuno osa ridere un po’ più forte degli altri e che si stizziscono se, accidentalmente, la codina della tua sciarpa finisce per invadere – di massimo un centimetro – il loro spazio vitale. Ebbene, io – che passo le giornate a guardare le lontre neonate su internet – ho spavaldamente affrontato cinque ore di spettacolo senza battere ciglio. La signora, invece, si è ingloriosamente addormentata a metà del primo atto, facendomi incazzare come una bestia. Ma che storia è! Vieni qua a fare la paladina delle arti, ci rompi i coglioni per un colpo di tosse e a “Lo spettacolo sta per iniziare. Si prega di silenziare i cellulari” commenti “Ah, sarebbe anche ora…”, e poi ti addormenti come una mondina devastata dagli stenti e dalla disidratazione. Non sai dove buttare i tuoi 40€? Dalli a me, invece di comprarti i biglietti di Lehman Trilogy! Maledetta!

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Sempre alla fine del primo atto – della durata di due ore e trentacinque minuti -, i vicini di Amore del Cuore ci hanno deliziato con la seguente conversazione.
Ah, ma no, il Giangi tirerà su duecentomila l’anno.
Vabé, capirai.
Eh. Ma ti pare?
Ma guarda te.
Senti, però. Ti chiedo una roba, che non so mica se ho capito.
Dimmi, ciccia.
Ma questi Lehman qua.
Eh.
Sono quelli della Lehman Brothers, no? Che magari mi sono persa qualcosa, non lo so.
Sono loro, ciccia.
Ah, ecco.
Sono quelli che hanno causato la crisi!
…merde!
Luca Ronconi, grazie al cielo, non è stato costretto ad assistere a questo scempio. Comunque, Lehman Trilogy viene da un libretto di Stefano Massini (che potete comodamente leggervi anche nella Collezione di Teatro made in Einaudi). E noi ce lo siamo visto al Piccolo (QUELLO IN VIA DANTE, PER CARITÀ, NON COMMETTETE IL NOSTRO ERRORE), con grandissima felicità. La storia è quella della famiglia Lehman, dei tre fratelli bavaresi che, arrivati in America alla metà dell’Ottocento, sono riusciti a costruire dal nulla – ma dal nulla vero – uno dei colossi della finanza moderna. È una storia di usanze, religione, origini, sangue e tradizioni. E di soldi, scambi e controllo. Meravigliosamente recitato, saggiamente minimalista e assolutamente ipnotico, Lehman Trilogy è istruttivo, affascinante e per nulla pomposone. Il capitalismo spiegato a chi non sa usare un foglio Excel! E, cosa non da poco, non dovete per forza vedervelo in cinque ore filate. Lo fanno anche spezzettato in due. Chiedete al Giangi se vi trova un paio di biglietti. Sempre che il crollo della Lehman non l’abbia mandato in rovina…

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Sentiti ringraziamenti ad Amore del Cuore per questo banner spaccainternet.

 

Visto che Steven Soderbergh me l’ha chiesto espressamente – ma proprio di persona, con un cabaret di pasticcini in mano e un ghepardo rosa al guinzaglio -, ho deciso di provarci anch’io. Perché l’idea è quantomai avvincente, nella sua grassa semplicità. Il domandone è il seguente: che cosa hai visto/letto nell’intervallo di tempo X? Valgono i libri, gli spettacoli teatrali, le serie TV, i film, le mostre, i fumetti, le etichette della crema idratante, l’opera, il burlesque e pure gli scontrini dell’Esselunga. Insomma, faccende culturali, ludiche e curiosone. Soderbergh, che non ama pettinare le bambole, la lista la mette insieme una volta l’anno. Io, che ambirei ad aggiungere anche qualche commentino a quello che ho masticato, vorrei provare a sfornare un piccolo papiro mensile, divertendo le folle e seminando il disordine. Il mostruoso esperimento, qua nei Tegamini, si chiamerà Vedileggi. E che il cielo ci protegga.
Provo?
Provo. In rigoroso ordine cronologico. E senza vergogna.
Molto bene.

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Fuori in 60 secondi

Sei sul divano con la sacra copertina di ciniglia, cambi canale a caso e, magimagia, esce il faccione di pietra di Nicolas Cage. In uno dei suoi ruoli più acclamati, poi. Vedi Nicolas Cage e una forza misteriosa ti impedisce di scappare. Nicolas Cage balena sullo schermo – con una certa flemma – e te devi per forza dargli retta. Che facciamo, Amore del Cuore? Cioè, è Fuori in 60 secondi. Dobbiamo guardarlo. È una missione, in pratica… se non lo facciamo, lo scaffale con la nostra sarcastica collezione di DVD di Nicolas Cage ci crollerà in terra. Anzi, cadrà sul gatto e ce lo acciaccherà irrimediabilmente. È proprio una questione di coerenza. E poi c’è anche Angelina Jolie coi rasta fatti col dentifricio. LA VITA.
E niente. Siamo rimasti lì a guardare Fuori in 60 secondi. Felici come gli ultimi imbecilli della Terra.

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The Imitation Game

Durante i primi ventisei minuti di questo film, la mia preoccupazione principale è stata una focaccia al pomodoro. Rovente. Untissima. Impossibile da mangiare al buio. Avevo questa focaccia sulle ginocchia, adagiata sul suo civilissimo cabaret. Nonostante il cabaret, un tovagliolo di carta al collo e pure le posate, sono riuscita a tirarmi addosso di tutto. Litrate di sugna. Pezzi di formaggio. Grasso di balena. Gnomi. Nasi finti. Mentre io lottavo con una focaccia, Benedict Cumberbatch – la lontra più espressiva del mondo – combatteva la sua personale battaglia contro il nazismo, i pregiudizi della società, Nonno Lannister, le parole crociate, le clavicole a punta di Keira Knightley, l’impressionante panza che è spuntata all’improvviso all’autista di Downton Abbey e le continue lamentele di Amore del Cuore – il laureato in storia più pignolo e rompicoglioni di sempre… soprattutto quando gli toccano la Seconda Guerra Mondiale.

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Come sottofondo generale – a parte il mio scartocciamento di focaccia e le puntualizzazioni stizzite del mio consorte -, c’erano i vecchi dell’ultima fila, telecronisti mancati. Quando s’è scoperto chi era davvero la spia sovietica, nessuno è stato più in grado di tenerli. Al mio fianco, per peggiorare ulteriormente la situazione, c’erano due fangirl (VECCHISSIME) di Sherlock. Quando il signor Turing s’è messo a correre in braghette corte, hanno praticamente cominciato a strofinarsi sul bracciolo della poltrona, mugolando come scimmie bonobo. E io là con la mia focaccia, troppo disorientata per riuscire a pigliarmi bene per questo film, nonostante l’infinita ammirazione che nutro per il genio di Alan Turing e l’immane sdegno per l’ingiusto e ripugnante destino che gli è toccato.

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Franca Valeri – Bugiarda no, reticente

Franca Valeri bisognerebbe utilizzarla come un oracolo. Costruirle una specie di salottino e metterla lì a dispensare saggezza, fino alla fine dei tempi. Questo libro è una specie di autobiografia, un album di ricordi che parla di carriera, amore, infanzia, teatro e storie. La roba davvero speciale di questo libro, però, è che riesce quasi a rendere comprensibile uno dei misteri più ingarbugliati dell’universo: l’ironia.

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Keith Gessen – Tutti gli intellettuali giovani e tristi

Sarò io che non sono abbastanza sensibile, ma questo libro mi è sembrato involontariamente buffo. Mark, Sam e Keith sono veramente tre cialtroni. Lo spaesamento, il declino post-Clintoniano, la becera era-Bush, gli ideali, le tesi di dottorato, i parcheggi che non si trovano, i grandi punti di riferimento, il viaggio come scoperta del proprio cuore, le differenze. La verità è che a Mark, Sam e Keith interessa solo scopare. Tutto il resto succede perché non ci riescono mai.

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Big Eyes

Ci provo sempre, perché è Tim Burton. Io ci provo, ma non c’è niente da fare. Tutto quello che mi piaceva di Tim Burton è praticamente scomparso. Alice in Wonderland è stato un duro colpo, e dubito che riuscirò mai a dimenticarlo. Dark Shadows mi aveva fatto ben sperare, visto che si trattava di una storia di freak, mostri e scherzi della natura. Ma niente, non ha funzionato neanche quello. I film che cercano disperatamente di essere divertenti mi mettono in imbarazzo. È una situazione tremenda. Ti si stringe il cuore e ti dispiaci un casino, ma proprio non riesci a spassartela. Ti prego, apprezza il nostro umorismo un po’ vintage e strambo! Ti scongiuriamo, amaci!
Zero.
Big Eyes, come succede sempre nella fase “Gente, esce un nuovo film di Tim Burton!” mi ispirava parecchio. Ci credevo. Ero pronta a sfidare il gelo serale e il torpore post-ufficio per trascinarmi al cinema. Insomma, c’è Christoph Waltz. C’è questa matta che dipinge bambini derelitti con gli occhi giganti! Sarà fantastico, me lo sento! Adesso… non è mica un brutto film, per carità. È un film dignitoso. Non ti fa arrabbiare, è pieno di colorini pastello e non insulta eccessivamente la tua intelligenza – a parte la battuta cardine di tutta quanta la baracca: “Perché disegni questi grandi occhi?”, “Perché gli occhi sono lo specchio dell’anima…”. Solo che… è un film senza cuore. E pure un attimino palloso. Cioè, poi magari è colpa mia, mi sarò trasformata in un’arida istitutrice con una gamba di legno… sarò diventata un personaggio di Bret Easton Ellis. Io non lo so, ma guardare Big Eyes è stato come sedermi per due ore a fissare un ragazzino che non ha voglia di fare i compiti.
Ma forse sono io che ho gli occhi troppo piccoli.

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Guardians of the Galaxy

Meritano tutto il nostro amore. Ora e per sempre.

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Nymphomaniac – Part 1

Tutti a pesca con Stellan Skarsgård!
Tutti ad abbracciare un frassino!
Tutti a prendere lezioni d’organo!
Diamine… CIT.
Non pensavo di essere tagliata per i polpettoni da intellettuali erotomani – ossessionati dalle tonalità più tristi del beige -, ma Nymphomaniac mi è garbato. Sarà che stavo sorseggiando del genepì, ma l’ho trovato estremamente interessante. È un documentario, in pratica. E io adoro i documentari. Non riesco ad accettare che il naso della giovane Jo si sia in qualche modo evoluto fino a trasformarsi nel canappione della vecchia Jo, ma consideratemi a bordo per tutto il resto. Giaguari compresi.

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Joan Didion, The Year of Magical Thinking

Cielo, c’è addirittura una recensione seria!

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La maschera di Zorro

Dopo circa una settimana di diretta dedicata all’elezione del Presidente della Repubblica, Mentana ha deciso di andare a farsi una doccia, lasciandoci in balia del palinsesto di La7. La7, quando non c’è il telegiornale o un talk-show di approfondimento o la Bignardi che intervista casi più o meno umani, si trasforma uno straordinario pentolone di assurdità cinematografiche. L’altra sera, dal niente, è apparso un film imperdibile: La maschera di Zorro, con Anthony Hopkins che fa Zorro vecchio, Banderas che fa lo Zorro-stagista e Catherine Zeta-Jones che fa l’emoticon della ballerina di flamenco. Tra peones cenciosi, sadici soldati ariani, il limone più duro mai apparso sul grande schermo e tramonti dipinti con le tempere, spicca il maestoso cavallo Tornado… vero uomo-partita-Sky della mirabile pellicola. Io me ne vergogno – anche perché non riesco più a distinguere Banderas dal mugnaio pazzo del Mulino Bianco -, ma mi sono divertita un casino. Con buona pace della pancera di Hannibal Lecter e dell’infelice gallina Rosita.

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Joan Didion, Play It As It Lays

Da qualche parte in copertina, c’è scritto che la Didion scrive col rasoio. Zac. Zac. Zac. Implacabile, affilata e precisissima. La copertina, per una volta, dice la verità. Play It As It Lays è il primo Didion-romanzo che leggo – visto che, purtroppo, L’anno del pensiero magico è una storia autobiografica – e continuo ad essere una piccola fan in pieno entusiasmo da super scoperta recente. In questo libro si sale in macchina con Maria, attrice dalla carriera breve e neanche un po’ folgorante, e si guida in giro per Los Angeles. È una storia di fuga, di vuoti perpetui, di aspettative disattese, di chiacchiere e lunghe giornate senza senso. Più che un essere umano, Maria è una specie di pianta che secca, una persona che si trasforma gradualmente in un fossile mentre il resto del mondo continua a girare – che tutto questo girare, poi, possa rivelarsi senza scopo e senz’anima, è un altro paio di maniche. E in queste maniche dovreste proprio infilarvici.
Team-Didion!

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E per questo mese, cari tutti, abbiamo visto e letto a sufficienza.
Per il prossimo Vedileggi – e per ammirare ancora una volta l’header più straordinario di sempre -, ci si ritrova a fine febbraio. Ho già chiamato il Piccolo Teatro per i biglietti di Lehman Trilogy, quindi potrò cominciare a darmi un tono anche come altolocata consumatrice d’impegnata drammaturgia – impegnata e costosissima, cazzo.
Che gli alpaca proteggano le vostre avventure da divano. E raccontatemi i vostri Vedileggi, se ne avrete voglia.

 

Non so bene cosa piaccia a voi, ma io sono una grande fan dei punti di vista. Se mi piovesse in testa un superpotere, credo che sceglierei una roba alla Professor X, supremo aggeggiatore di pensieri altrui. Anche una spolveratina di telecinesi – garanzia di tette sodissime per tutta la vita – non sarebbe male, ma già col pacchetto Telepatia-Base mi sentirei più che a posto. Che cavolo, le altre persone sono interessanti. Quale enigma è più gigantesco dei frullaggi di cervello di chi ci sta attorno? Che cosa passa per la testa dei nostri congiunti? Che cosa sappiamo davvero? C’è qualcosa che ci nascondono? Di chi cavolo ci siamo innamorati? Il mondo che ci siamo costruiti è solido come pensiamo?
Che ansia, lo so. Ma che ti frega di come la pensano gli altri. Ma vai a mangiarti un gelato. E invece no, non si può. Non si può Perché Gillian Flynn non vuole. Gillian Flynn ha deciso di prendere la nostra serenità e di farci dei complicatissimi origami a forma di pernacchia. E noi, per questo, dovremmo addirittura ringraziarla. Perché Gone Girl in italiano si chiama L’amore bugiardo e lo pubblica Rizzoli – è un bellissimo giocattolo. E, faccenda estremamente succulenta, è anche un romanzo di punti di vista.

Non intendo tediarvi più del dovuto, ma due cose su come comincia questo benedetto libro ve lo devo anche dire. Nick e Amy si conoscono per caso a una di quelle feste per giovani professionisti del genere mega-creativi-YEA-Brooklyn-caput-mundi, fanno di tutto per conquistarsi reciprocamente, si innamorano molto, vanno a vivere insieme e si sposano. Nick scrive di film, tv e libri per una rivista. Amy, invece, si inventa quiz – tipo “metti una crocetta e ti dirò chi sei” per pubblicazioni un po’ meno nobili ma comunque rispettabili. I genitori di Amy, entrambi psicologi, si sono vergognosamente arricchiti con una serie di libri liberamente ispirati alle prodezze della loro perfettissima figlia che, nella stucchevolezza generale dei romanzi, sfiora quasi la santità. Nick, invece, è un ragazzone del Missouri con una famiglia incasinata alle spalle – con tanto di sorella gemella scaricata a rullo da fidanzati e datori di lavoro, e genitori separati che non li hanno certo tirati su a macarons e succhi macrobiotici. Comunque. Nick e Amy sono belli, brillanti e svegli, hanno una splendida casa, un ottimo lavoro e un sacco di cose da dirsi. L’universo li invidia. Il globo intero vorrebbe la loro vita. E poi niente, va tutto in vacca. Va tutto in vacca in Missouri, poi. Che se ti rovini la vita a New York ne possiamo ancora parlare, ma ritrovarsi col culo per terra a New Carthage, cittadina devastata della provincia profonda, è un bel problema. Lo sfascio matrimoniale, finanziario e professionale si trascina per qualche tempo, i due si allontanano, il risentimento si accumula e poi, nel giorno del loro quinto anniversario, Amy scompare. Ma così, senza senso.
Ta-daaaaa.
E chi sarà stato? Ma è morta? Ma è viva? Possibile che Nick non sospettasse niente? Non ce la racconti giusta, Nick. E non sembri neanche così dispiaciuto. Indaghiamo!
Allora. Io non sono una che si prende bene con i misteri, le investigazioni, le forze dell’ordine che raccolgono unghie dei piedi dal tappeto e le mettono dentro a delle bustine di plastica, i processi, gli avvocati, i vicini impiccioni e i tribunali. Anzi, non potrebbe fregarmene di meno. Crepa qualcuno? Sparisce della gente? Pazienza. Me ne dispiaccio, ma non impazzisco per scoprire chi è l’assassino. O il malvagio che trama nell’ombra. Con Gone Girl non puoi infischiartene. Devi sapere. E’ un libro fatto per creare dipendenza. C’è un capitolo raccontato da Amy. E c’è un capitolo raccontato da Nick. Ci sono piani temporali diversi – con sovrapposizioni super intelligenti di dettagli ed episodi – e una strabiliante analisi di quello che ci passa per la testa. Di come scegliamo di cambiare per adattarci ai desideri degli altri e del perché pensiamo che, così come siamo, non potremmo mai trovare qualcuno che ci ami davvero. La cosa veramente interessante, a parte la costruzione chirurgica della trama, è proprio l’alternanza dei punti di vista, lo strano crepaccio che si spalanca quando due persone raccontano – in maniera radicalmente diversa – la vita che condividono. Griderete a pieni polmoni NON CI CREDO! e vi partirà via la faccia più o meno ogni venti pagine. E mai, anche quando le cose prenderanno una piega piuttosto estrema, penserete che le motivazioni dei disgraziati personaggi siano prive di fondamento. Vi metterete lì, con una tazza di Nesquik in mano, e penserete che è vero, la realtà è uno strano specchio, che spesso deforma anche il nostro riflesso. Ma soprattutto, vi accorgerete che Gillian Flynn è riuscita a intortarvi alla grandissima. E che il libro, cascasse il mondo, non potete proprio metterlo giù. E mica capita spesso.

Per chi, fra qualche settimana, vorrà continuare a farsi fantasticamente prendere per il naso, ci sarà anche il film. Di David Fincher. Uscirà il 18 dicembre e sono piuttosto certa che sarà una gran bella cosa. E che il cielo protegga le nostre vite sentimentali.

 

Non so perché, ma Guardians of the Galaxy in Italia esce il 22 ottobre. Sarà che qua d’estate i cinema chiudono. Sarà che ormai in casa la gente ha l’aria condizionata e in agosto non sente il bisogno di andarsi a rinfrescare le ascelle alla multisala. Sarà che il doppiaggio di Groot, l’albero senziente che dice solo I AM GROOT, si è dimostrato più complesso del previsto. Io non lo so, ma va così. Visto che ero in America al momento giusto, però, io i Guardiani della Galassia sono andata a vederlo. A Santa Monica, dove i ricchi passano le vacanze. In un cinema con lo schermo così grosso che spanciava nel mezzo e un sottofondo di gente che masticava senza sosta. In America c’è sempre qualcuno che mastica rumorosamente o che minaccia di andare in giro senza scarpe. Comunque, visto che uscirà fra secoli e che la mia prosa è irresistibile – una giovane donna, su Twitter, mi ha sgridata perché le ho spoilerato Spiderman… Ma scusa, io lo scrivo sempre all’inizio del post se ci sono degli spoiler. Eh, lo so, ma non riuscivo a smettere di leggere. MADRE le avrebbe detto di andare a pescare, io le ho mandato un cuorino -, insomma, per tutti questi validissimi motivi ho pensato di fare una di quelle recensioni da personcina professionale, senza dire un cavolo di quello che succede e dedicandomi semplicemente al com’è questo film. Visto che ho difficoltà ad elaborare delle argomentazioni organiche e ben strutturate perché non sono abituata a litigare con le persone sui social network, si procederà in ordine sparso – ma non senza entusiasmo.

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La Marvel ha annunciato il nuovo film!
FIGATA!!!! Cos’è?
Guardiani della Galassia!
…e chi diavolo sono?

Ecco.
Quando ho dovuto spiegare ad Amore del Cuore – che non aveva visto manco il trailer e, in genere, subisce con pazienza e diffuso disinteresse la mia fissazione per i supereroi -, insomma, quando ho dovuto spiegargli che cosa sapevo del nuovo polpettone Marvel, mi è uscita all’incirca questa descrizione. Amore del Cuore, in questo film ci sono una gnocca verde – quella che in Avatar faceva la zebrona blu che tirava le frecce e dopo un po’ stava in plancia sull’Enterprise -, un procione parlante che spara, Batista – quello del wrestling col collo grosso come una mortadella, dai, quello della Batista Bomb -, uno sbruffone biondo mai visto in vita mia e una specie di albero semovente alto tre metri. Non ho idea di che cosa ce ne faremo di questa gente o del perché questo film esista, non ho capito chi è il cattivo e, in generale, non so una mazza di niente, ma dobbiamo vederlo assolutamente. Sono nello spazio! Ci sono le astronavi! C”è UN PROCIONE CHE PARLA… anzi, c’è un procione che parla con la voce di Bradley Cooper! E l’albero è Vin Diesel!
Sul serio, non vi serve sapere altro. Pensano a tutto loro. E sono adorabili.
Guardiani della Galassia è un po’ la Marvel che va a sedersi al bar di un villaggio turistico. Quei bar in mezzo alla piscina, tipo. Che ne facciamo di tutte queste strampalate scene post-credits che disseminiamo in giro da almeno un lustro? Non possiamo mica buttar via un Benicio Del Toro incredibilmente ossigenato! Ebbene, quelli che odiano gli sprechi di idee e di incastri saranno contenti di accogliere nei loro esigenti cuori un bel po’ di mondi nuovi, roba che completa e rende più comprensibile quello che abbiamo già visto succedere. Ah, gli anguilloni corazzati degli Avengers, ma da dove verranno? Eh, da quei posti lì della fantascienza caciarona. Perché va così, è un bel film di fantascienza come si deve. Anzi, è un film di fantascienza super divertente. Era un po’ che non sentivo dei dialoghi così spassosi. E vedere quei cinque coglioni lì tutti assieme è una felicità. Non ce n’è neanche uno che riesca vagamente a non interessarti, albero e procione compresi. Cioè, Groot è il mio nuovo idolo. Se dovessi scegliermi adesso un testimone di nozze piglierei Groot, ma senza pensarci cinque minuti. In generale, ogni scena è una sorpresa. C’è quella leggerezza intelligente che ti fa contento, ma senza smenarci dal punto di vista della tensione o dell’empatia. Vuoi bene a tutti, ti preoccupi, ti prendi male. Ma c’è proprio della gioia, anche. Saranno le musicassette vintage e le spacconate, sarà che quei cinque lì sono – a loro modo – degli sfigati e dei fenomeni da baraccone, sarà che è facile tifare per la gente simpatica che – nonostante le apparenze – ha anche un casino di senso della giustizia, dell’amicizia e dell’onore. Non capisco bene che cosa sia successo, ma questo film è un mezzo prodigio. E c’è pure Lee Pace. Lee Pace dovrebbe diventare patrimonio Unesco. Bisognerebbe costruirgli attorno un museo. Te entri e vai a guardare Lee Pace che vive la sua vita, coi suoi sopracciglioni.  In questo film ha un costume corazzato che lo fa somigliare a una suora-samurai ricoperta di bitume fosforescente. Uno spettacolo. Ed è sempre incazzato come una biscia. E non vi parlo neanche di chi rivedrete nella scena post-credits… quella roba lì è una perla immortale. Un tributo alla vostra infanzia – se ne avete avuta una come si deve. Insomma, ho ritrovato la fede nella fantascienza felice. Vi esorto con veemenza a presentarvi al cinema il 22 ottobre… e informo gli arcigni uffici stampa che se mi vogliono regalare un costume da Gamora sono pronta anche ad andare un po’ a correre al parchetto. In alternativa, si accettano dei Groot per il giardino. O dei contrabbandieri-redneck da scatenare contro le forze del male. Van bene anche un paio di Gemme dell’Infinito, a farle montare ci penso io.
Viva i Guardiani.
Viva i procioni!
Viva Zoe Saldana, che non si capisce perché la debbano sempre dipingere come una matta, povera stella.
E in bocca al lupo a Batman vs Superman, che se pigliano anche uno solo di questi qua e lo mettono vicino a Tony Stark la galassia esplode in un trilione di coriandoli a forma di unicorno bionico!
Ah, la vita è meravigliosa.

 

Spoiler?
OVVIO.
Beware.

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Leviamoci subito il pensiero.
È un film piacevolone? Ma certissimo.
Vi cambierà la vita? Ma proprio no. 
E quindi? E quindi guardatevelo con spirito giocoso, questo Spider-Man, che mica stiamo al mondo per patire. Mica siamo dei Peter Parker, con centosei cattivi da combattere ogni santa volta e un guardaroba estremamente limitato. Noi non scorgiamo il padre defunto della nostra fidanzata agli angoli della strada. Non dobbiamo lottare per farci la lavatrice da soli, che se no nostra zia May si accorge che siamo dei supereroi. Non abbiamo amici potenti che bramano il nostro sangue per guarire da una malattia di inaudita rarità che somiglia al drammatico incrocio tra la lebbra e la peste bubbonica. I nostri lanciaragnatele non si friggono e, superata con successo l’adolescenza, non sentiamo il bisogno di ricoprire di fotografie e metri di nastro adesivo le pareti delle nostre camerette. Non siamo nemmeno ingegneri elettronici col riporto e i pantaloni scappati. Oxford non ci telefona per regalarci una borsa di studio. Una cosa che, invece, forse saremmo capaci di fare anche noi – e senza un impiego alla Oscorp – è bloccare una centrale elettrica schiacciando semplicemente il bottone STOP, ma questo è un altro paio di maniche. Perché questo film è pieno di stupidaggini, ma bisogna un po’ prenderla come fa Paul Giamatti, in arte Rhino. Paul Giamatti si è divertito come un bambino, si vedeva proprio. C’è per sei minuti, ha questo fenomenale accento russo da barzelletta e devasta una decina di isolati con un camion pieno di plutonio, indossando una comoda tuta dell’Adidas da gangster dell’est e due chili buoni di collanazze d’oro. E tutto questo ancora prima di ricevere un’armatura a forma di rinoceronte corazzato.

Paul Giamatti On The Set Of 'The Amazing Spiderman 2'

rhino giamatti

Così, bisogna fare. C’è da buttarla in caciara, come c’insegna il prezioso Giamatti.
Perché Electro ha la faccia così gonfia? Le anguille fotovoltaiche erano forse piene di cortisone? Perché è così incredibilmente lento e rincoglionito? RHAAAAAAAAA, vi distruggerò perché non mi facevate posto in ascensore! MAAAAAAAAX, mi chiamo MAAAAAAX, come hai potuto dimenticarmi?
E Harry? Harry comincia ad ammalarsi e a riempirsi di croste nell’esatto istante in cui il suo augusto genitore, impareggiabile simpaticone, gli comunica che in casa loro c’è questo lieve problemino genetico. Prima non aveva niente – a parte l’hobby di covare invincibili rancori – e all’improvviso ALE’, morte che incombe e serpeggia, tra una giacchetta di sartoria e l’altra.
Anche Parker-padre, poi, è uno che fa le cose in grande. Per lasciarti in eredità una video-spiegazione lui non si accontenta di seppellirti una chiavetta in un contenitore ermetico, in un qualche posto segreto e sicuro. Una roba che si fa in due ore. No, per farti vedere un video lui ricicla un’intera stazione abbandonata della metropolitana, con tanto di treno-laboratorio che emerge dalle profondità della terra. E suo figlio si siede lì, guarda il filmato e tanti saluti, non gli viene manco in mente di farci qualcosa, con quelle gloriose tonnellate di attrezzature scientifiche. Che io non so, con zia May patisce la fame da quand’è piccolo… ma suo padre non poteva comprare un acceleratore di particelle in meno e lasciargli una valigia piena di soldi per vivere un po’ più decorosamente?
Ma soprattutto, QUANTO PIANGE SPIDER-MAN? Fateci caso, non c’è una scena in cui Peter Parker non singhiozzi. Piange, piange e piange. Piange perché vuol bene a sua zia, piange per la frustrazione, piange tutte le volte che deve fare qualcosa con Gwen – si lasciano e piange, la rivede e piange, limonano e piange -, piange perché la faccenda di Harry lo tormenta, piange nel diamine di treno-laboratorio, piange sulla schiena spezzata della sua fidanzata e per i cinque mesi successivi al suo funerale. Lui, semplicemente, piange. Piange quand’è in borghese e, sicuramente, piange pure nella maschera, con conseguenze di scomodità e appiccicatume che preferisco non prendere in considerazione.

spiderman garfieldHarry, ben ritrovato! Sono il tuo unico amico d’infanzia, non mi abbracci neanche?
Oh, ciao, Peter. E’ bello rivederti, ma sono in riunione. Se vuoi un abbraccio vai a chiederlo a tua zia.

spiderman electroMAAAAAAAAX! Friggerò i vostri ascensori! MAAAAAAAAAAAX!
Perché non m’avete fatto snello come il dottor Manhattan, perché!

spiderman garfield stoneFuori rido. Ma dentro, PIANGO.

spiderman goblinPerché non l’hai chiusa in un bunker, la tua fidanzata! Perché mi costringi a scaraventarla giù per una torre piena d’ingranaggi? Perché voi siete così tenerelli e io devo star qui con la faccia verde e una montagna di pustole bavose! Maledetti! 

La verità è che Andrew Garfield è troppo adorabile. E anche il suo Spider-Man è afflitto da questo insormontabile problema. Arrendiamoci: si può provare a prendere in giro questo film, ma non c’è niente da fare, è comunque uno spasso. E’ come quando Amore del Cuore cerca di sgridare Ottone von Accidenti perché butta in terra la macchina del caffè nel cuore della notte. Una volta è sceso dal soppalco per amputargli le zampe – zampe che Ottone utilizza per raspare forsennatamente su sacchetti, bottiglie, mobili e qualsiasi cosa faccia un rumore infernale… e sempre alle 4 del mattino -, ma poi me lo sono visto che risaliva la scala col gatto in braccio. “Ho provato ad arrabbiarmi, ma è troppo carino”. Ecco. Cosa gli puoi dire a uno che scrive TI AMO con le ragnatele sul ponte di Brooklyn, che ti guarda dalla cima di un palazzo mentre vai a mangiare immonde polpette coreane coi tuoi amici, che rischia la vita per attraversare una strada quando c’è rosso, perché tu sei dall’altra parte e lui è troppo travolto dai sentimenti per far caso a macchine, tir, cingolati e autobus? E’ uno che difende i bambini e i loro esperimenti di scienze dai bulletti del quartiere, per la miseria! I pompieri gli prestano il casco! Ed è così coordinato! E ci sono tutte le piccole gag simpatiche!
Insomma, io ci ho provato. Ma non posso vincere, quando si tratta delle chiappette d’oro di Andrew Garfield. E a me gli smilzi non piacciono neanche, figuratevi un po’.

captain america poster

Io non so perché mi vogliano così bene, i caroni di BadTaste. Ma me ne vogliono sul serio. E hanno il coraggio di pubblicare sul loro sito – che è una cosa seria, super professionale, ben documentata e piena di informazioni importanti, raccolte con amore e dedizione – una delle mie recensioni coi gridolini. Io li ho avvertiti: volete che fangirli? Fangirlerò, mettetevi al riparo. Ma loro non si sono scomposti, mi hanno portata a vedere l’anteprima di Captain America. The Winter Soldier e hanno accettato di buon grado le mie stupidaggini. E io sono improvvisamente diventata l’unica che può scrivere cento volte FIGATA in un pezzo per un posto così rispettabile.
Perché di FIGATA trattasi.

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Iron Man 3 vi aveva messo l’angoscia?
Thor. The Dark World era una stupidaggine colossale, nonostante la salvifica presenza di Loki?
Non temete, Steve Rogers ha deciso di salvare la situazione. L’unico Avenger che m’è sempre sembrato palloso, retorico e, diciamolo, anche un po’ inutile, è finalmente diventato un superbullo clamoroso (senza per questo gettare alle ortiche il suo cuoricione d’oro). Cento punti a Captain America e ai suoi bei coscioni.
Ecco. Allora armatevi di un degno accessorio da supereroe – all’anteprima mi hanno donato un THOR-CERCHIETTO! – e andate a leggere che è successo.

Captain America. The Winter Soldier – La Tegamini-fangirl-recensione su BadTaste!