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C’è una novità di Claire Keegan – che qua abbiamo già amato per Piccole cose da nulla e Un’estate – che si legge in un’ora ma che resterà a tormentarvi. 

Quando ormai era tardi – sempre in libreria per Einaudi Stile Libero con la traduzione di Monica Pareschi – contiene tre racconti, come di consueto lapidari ma molto densi, che esplorano altrettante relazioni. Le vere intenzioni delle “parti” sono sempre opache e potenzialmente prevaricatorie e nella fisiologica asimmetria informativa che accompagna ogni percorso di conoscenza reciproca – si incontra qualcuno e non si sa più di quello che ci dice o ci mostra, insomma – si annida sempre qualcosa che potrà modificarci per sempre.

C’è un tizio che doveva sposarsi ma qualcosa è andato storto. C’è una scrittrice che riceve una visita mentre comincia il suo periodo di residenza nella casa di Böll. C’è una donna sposata che vuole scoprire com’è andare con un altro uomo.
Non c’è personaggio che afferri le cose al momento giusto – come suggerisce assai bene anche il titolo – e nell’ombra resta sempre in agguato qualcosa di destabilizzante, tagliente e maligno. Cosa fare, quando la trappola scatta, dipende dal valore che si attribuisce alla strada già fatta e a quanto sentiamo di meritare un futuro che credevamo immutabile. Non si può stare in pace un attimo, santo cielo.

 

Arriverà un’epoca in cui smetteremo d’aver bisogno dei miti? Non ne sono certa, ma ne dubito. E non perché, a lungo andare, ci si accorge che ogni mito che ci dice qualcosa smaschera anche una nostra debolezza, ma perché lo straordinario ci consola. Attraversiamo da ormai qualche anno un potentissimo revival editoriale dell’eroico e del mitologico: lo si è fatto in mille modi e da mille prospettive, badando a figure tangenziali o romanzando quelle più celebri, commentando valori e società lontane o provando ad accostare i dilemmi più antichi alle rogne del nostro tempo. I miti sono accoglienti, perché sono abituati a cambiare forma e a trovare di volta in volta la chiave d’accesso più efficace al cuore di chi ascolta. E non smettono di funzionare, in fin dei conti, perché erano, sono e resteranno delle storie notevoli. Ecco, un po’ quando pensavamo di averle sentite tutte, è arrivata Paola Mastrocola con Il dio del fuoco. Efesto, il fabbro. Uno che manco le altre luminose personalità dell’Olimpo sapevano che c’era… e per una tremenda ragione.

Efesto, possiamo dircelo tranquillamente, non è uno che ha saputo costruirsi una fandom solidissima. È un dio utile, ma non è che sia molto di compagnia. Brutto, ombroso e sciancato, sfacchina senza sosta nelle sue prodigiose fucine e si tiene abbondantemente alla larga dalla mondanità. Quando ottiene la mano di Afrodite lo si compatisce, più che invidiarlo. Sulla cima dell’Olimpo ci sarà anche una magica città, ma a Efesto toccano corna, scherno, una sostanziale marginalità e assai poca poesia. Paola Mastrocola non esita a indicarcelo come l’unico dio che lavora – nello sconcerto generale -, ma ne rimescola con grazia motivazioni e gesta per immaginare tutto quello che scorre e ribolle sotto la superficie. Efesto è sotterraneo e magmatico come il metallo che forgia e il suo destino è perennemente in salita – e non solo a livello metaforico. Scaraventato giù dall’Olimpo da neonaterrimo, Efesto passerà l’eternità a cercare di vendicare quel violento rifiuto e, soprattutto, a cercare di fare a meno di quell’amore fondamentale che gli è stato negato. Non può dirsi perfetto e splendido come gli dèi e le dee al cui fianco avrebbe pieno diritto di stare, ma tutta la bellezza che gli manca finisce nell’arte che produce e nel comando che esercita sulla materia. È quello il mezzo con cui rovescia all’esterno il sentimento, è quello il suo lascito. Il dio che pare meno dotato di grazia è quello che crea meraviglie capaci di stupire persino gli eterni abitanti dell’Olimpo, che tanto si compiacciono d’aver già visto (quasi) tutto. Figlio di due madri e figlio di nessuno, Efesto arranca alla scoperta delle sue origini, sempre conteso tra vette e abissi, bisogno d’appartenenza e orgoglio ferito.

Maneggiare il mito è complicato, perché le stratificazioni di cui tenere conto sono innumerevoli. Il dio del fuoco – in libreria per Einaudi – è un esperimento affascinante, sia per la scrittura che per i necessari raccordi inventivi. Da Teti al tormentato Dedalo, dal trono letale di Era alle legioni di automi dorati, dai Titani a Ermes, ogni dio è la manifestazione di un frammento dei nostri impicci e delle nostre speranze e nessun eroe può sfuggire al suo destino. Efesto vi butterà addosso molta fuliggine, ma è nello splendore di quello che inventa che potrete a lungo bearvi.

Ho la pessima abitudine di considerare i libri che mi capita di presentare o di cui mi capita di discutere in pubblico come già affrontati, raccontati e sviscerati. Il risultato è che qua sopra non ne rimane traccia, anche se sarebbe meglio poterli ritrovare come diligentemente accade per tutti gli altri, che non hanno beneficiato di eventi o incontri specifici. Sto migliorando, però – e Rachel Cusk mi è testimone, insieme a questo propizio approfondimento.

Di Intermezzo, il quarto romanzo di Sally Rooney, si discute da mesi con l’ormai consueta esuberanza. Uscito in settembre in inglese e il 12 novembre per i Supercoralli Einaudi con la traduzione di Norman Gobetti, Intermezzo è stato per me un graditissimo ritorno della Rooney “migliore” e, per certi versi, anche il debutto di una versione stilisticamente aggiornata dell’autrice. Se ripenso agli esperimenti di Dove sei, mondo bello mi viene il nervoso – chi non manda e-mail di dieci cartelle alle proprie amiche per discutere del declino della civiltà occidentale? Magari voi sì, ma a me era sembrata una soluzione estremamente posticcia e pretenziosa – e la grande speranza era di non ritrovarmi per le mani un nuovo romanzo che proseguiva tenace per quella china. Mi piace e mi è sempre piaciuto leggere Rooney per la capacità che ha di collocare le relazioni nel mondo, di esplorare gli spigoli della comunicazione fra gli esseri umani, di riprodurre i garbugli dell’identità e delle idee lungo il confine tra percezione “interna” e confronto con la realtà – e lì dentro ci finisce anche la politica, area d’azione da cui Rooney non si è mai sottratta, anzi. L’uscita di Intermezzo è stata massicciamente accompagnata da librerie che restano aperte di notte – spesso con veri e propri takeover degli spazi commerciali -, gadget, distribuzione anticipata di ambiti scatolotti a una ferrea lista di personalità rilevanti, gruppi di lettura e aggregazioni di varia e multiforme entità. La si aspettava con trepidazione, Sally Rooney… un po’ al varco, anche. E non credo proprio abbia deluso.

In Intermezzo il punto di vista è sdoppiato e parallelo e Rooney lo affida a due fratelli – Peter e Ivan. Il romanzo si apre con la morte del loro papà dopo una lunga malattia e tallona i due durante il periodo di “assestamento” che fa seguito a questo evento campale, doloroso e profondamente destabilizzante. Peter ha superato i trenta e fa l’avvocato a Dublino. Ivan ha una decina d’anni meno ed è stato un prodigio degli scacchi, disciplina in cui spera di poter tornare a primeggiare. Peter è un animale sociale di successo, Ivan legge meglio la scacchiera delle persone. Peter è bello e balla, Ivan è bello ma non balla per niente, per metterla giù in maniera un po’ triviale ma diretta. Peter ha avuto una lunga storia con una donna soave e intelligentissima, che è rimasta nella sua vita e nella sua testa come inscalfibile precedente di perfezione, mentre Ivan non ha ancora collezionato un numero ragguardevole di esperienze, anzi. Entrambi, nel loro periodo di “intermezzo” tra la vita che hanno conosciuto e quella che devono ricostruire dopo il lutto, attraversano disastri, nuovi incontri, nuovi specchi in cui provare a riconoscersi o a sputarsi in faccia. Così, tanto per infarinarvi e fornire un piccolo quadro della situazione.

Rooney ha raccontato di aver cominciato il romanzo in una fase di profonda vicinanza con l’Ulisse di Joyce. E si sente. Se siamo stati più abituati a considerarla un’autrice che con le parole non produce prodezze particolarmente funamboliche ma un’autrice che si legge perché può intrigarci come fa pensare e come fa interagire i personaggi, in Intermezzo succede qualcosa in più. La pagina somiglia alla testa dei personaggi e, qui, ci sono due teste che funzionano in maniera peculiare e distinta – e, a tratti, smettono proprio di funzionare e si avvitano in spirali di disordine e reazioni viscerali. Insomma, trovarsi per le mani (soprattutto) Peter è un’esperienza nuova e molto ricca. Lì per lì può spiazzare, ma seguitelo anche quando barcolla.

Di amore, intimità, sesso, disperazioni, passi in avanti stilistici, dinamiche relazionali, differenze d’età, SANTI NUMI COSA NE PENSERÀ LA GENTE, Irlanda centrale e periferica, morale cattolica, senso di colpa, famiglia, pochi scacchi e molto altro abbiamo discusso anche in Mondadori Duomo qua a Milano il giorno dell’uscita di Intermezzo. Nella chiacchierata trovate Stefano Jugo di Einaudi a moderare – perché non contento di avermi avuta come vicina di scrivania per qualche anno capita che mi rievochi come un Pokémon leggendario -, Ilenia Zodiaco e Carlotta Sanzogni. Eccoci qua per un’oretta:

Con Nicoletta Verna non ho badato granché alla cronologia delle pubblicazioni, temo. L’ho incontrata per la prima volta con I giorni di Vetro – che trovate anche qui insieme a un meraviglioso giro per i luoghi del romanzo, nella “sua” Castrocaroe ho recuperato solo in queste settimane Il valore affettivo – uscito sempre per Einaudi Stile Libero. Un esordio di rara densità e fluidità di comunicazione fra il dentro e il fuori dei personaggi… anche se, per la sua Bianca, quel che succede è quasi tutto dentro, perché è nascosti alla vista e all’intuizione di chi ci sta accanto che i segreti macerano e si trasformano. Anzi, Bianca è sostenuta da un piano assurdo costruito sulle fondamenta di un grande mistero: la verità sulla morte di sua sorella, l’evento che ha deformato per sempre – e irrimediabilmente – la sua famiglia. 

Bianca ha sette anni, quando Stella muore. Pare essersi trattato di un incidente in una tremenda giornata tempestosa, una fatalità sinistra ma priva di macchinazioni – se escludiamo quelle del destino. Stella, la maggiore, è sempre stata il suo punto di riferimento, un rifugio sicuro e una fonte di inesauribile ammirazione. Anche Bianca è bella, ma non sarà mai magnetica come Stella. Mai così perfetta, universalmente adorata, magnanima nel gestire tutti i doni che le sono stati dispensati. Nulla, senza di lei, sarà più come prima. La madre sprofonderà in una pesantissima depressione che pare comporsi di mesi passati davanti alla televisione e repentini tentativi di suicidio, mentre il padre si farà sempre più evanescente, fino a levarsi di torno. L’evento inspiegabile e improvviso che ha eliminato Stella dall’equazione contamina il presente e rende il futuro impossibile da immaginare – a patto che ci si voglia arrivare, poi. Bianca, che non ha più una guida, cresce portando con sé un fantasma, una domanda destinata a non ricevere risposta e una muraglia invalicabile di ossessioni e stratagemmi che dovrebbero donarle l’illusione di poter controllare la sua presa sul mondo.

La Bianca che ci parla in “presa diretta”, però, è una persona all’apparenza lontanissima da quella bambina disgraziata. Sposata con un cardiochirurgo di fama mondiale – pure bono -, ricca e finalmente padrona della sua bellezza – che le ha donato pure un angolino di celebrità -, Bianca vive in un appartamentone degno di un editoriale da rivista patinata e conduce un’esistenza di agio e successo. Cos’è capitato in mezzo? Quel che c’è lì ci aiuterà a capire il “prima”? Verna colma gradualmente le lacune, descrivendo la caparbia metamorfosi di un personaggio che avanza senza mai spostare il proprio cuore dal punto nel tempo in cui si è spezzato. Bianca non vive per sé o per collezionare traguardi o vendicare un’umile origine: Bianca vive per restituirsi Stella. 

Il valore affettivo è un libro ipnotico e, temo, anche un libro che difficilmente vi donerà spensieratezza. Verna è abilissima nell’avvilupparci, trascinandoci nella testa di Bianca: siamo i suoi unici confessori, le uniche persone che davvero possono intuire quello che nasconde, quello che spera e quanto è fonda la spaccatura nell’ordine “corretto” delle cose da cui ci parla. Questo punto di vista privilegiato è gestito con grande equilibrio e sì, il mistero di Stella non rimarrà in sospeso. Mi sembrava utile dichiararlo, perché i cerchi che si chiudono offrono sempre una certa soddisfazione. O forse no? Sapere – sapere davvero – potrà mai bastare a Bianca? La verità ha il potere di ridare la vita? Ve lo lascio volentieri scoprire. E occhio a come differenziate i rifiuti.

Inizi a tradurre e, come romanzo d’esordio, ti assegnano Le correzioni di Jonathan Franzen. Anzi, non proprio. Silvia Pareschi aveva firmato un contratto per Il guardiano del frutteto di Cormac McCarthy – un altro signore di scarsa rilevanza, insomma – e si era messa di gran lena a lavorarci, ma poi era spuntato Franzen e Marisa Caramella – l’editor Einaudi che aveva preso Pareschi sotto la sua ala durante il “praticantato” – le aveva intimato di piantare tutto lì e di cominciare subito a occuparsi delle splendide rogne della famiglia Lambert. Dev’essere andata più che bene, perché sono passati venticinque anni e Pareschi può fregiarsi di aver tradotto alcuni dei nomi più illustri della narrativa angloamericana contemporanea, mostri sacri e classici compresi. Visto che è dalle più brave che conviene industriarsi per imparare qualcosa, mi sono immediatamente procurata Fra le righe – in libreria per Laterza – e ci ho trovato dentro del confortante pragmatismo, insieme a un vivacissimo amore per una professione resa spesso ingrata da condizioni “ambientali” non proprio auspicabilissime ma sempre strabiliante per inventiva, rigore, sensibilità e cocciutaggine.

Tra autobiografia professionale e collezione di dilemmi (risoltissimi), Pareschi condensa in questo saggio parecchio di quello che succede quando si traduce un’opera letteraria nel “mondo reale” – dai giochi di parole agli ibridi linguistici, dall’addomesticamento ai dialetti, dall’approfondimento delle più minute circostanze fattuali all’importanza della revisione e, quando si può, del dialogo con autrici e autori. Non c’è scelta che non affiori sulla pagina come la minuscola puntina di un vasto iceberg sommerso, che resta invisibile ma deve esistere per consentire a ogni decisione “strategica” di non colare tragicamente a picco, trascinandosi dietro il resto del libro. La traduzione è una pratica guizzante, fatta di innumerevoli micro-decisioni a loro modo SEMPRE campali. Si fa il possibile per restituire quello che c’è scritto – la componente letterale del testo – ma anche come suona quello che c’è scritto, sia a livello stilistico che di contesto culturale, spostandosi lungo un continuum di senso molto più ingarbugliato, ricco e fascinoso della tritissima dicotomia che contrappone graniticamente una traduzione “bella” ma infedele o una “brutta” e fedele. E come si fa? L’unica risposta può essere un bel DIPENDE. Pareschi, qui, si fa le pulci da sola e ci dona una carrellata di gustose gatte da pelare incontrate nel corso della sua carriera, dalle freddure lapidarie all’arduo compito di ritradurre un classico – Il vecchio e il mare, in origine curato da Fernanda Pivano… una passeggiata di salute, ancora una volta.

Se il tema v’incuriosisce e se siete in cerca di riferimenti che ben bilanciano la teoria a un approccio “pratico”, il laboratorio di Pareschi potrà rivelarsi un ottimo punto di partenza. Magari continuerete a lamentarvi a caratteri cubitali delle traduzioni che “fanno schifo!111!!11”, ma prima di esprimere indignazioni così perentorie vi verrà voglia di ripensare al processo… e ci guadagnerete qualche riferimento critico in più, oltre a utili red flag per distinguere una traduzione “umana” da quella prodotta da una macchina. Perché sì, come ci racconta anche Pareschi nella sezione conclusiva del libro, le macchine sono abbondantemente qui. Spesso con risultati comici e maldestri… ma per quanto ancora? Ci raccontiamo storie per spiegarci il mondo e, per trasportarle lontano con amore, buonsenso e rispetto, potrebbe ancora aver senso sedersi qui e procedere con la calma che si deve alle cose preziose e importanti… una parola alla volta.

Per individuare la mia scarsissima dimestichezza col giallo non occorre di certo un’indagine. Di indagini – più o meno audionarrate – mi occupo in generale pochissimo e ancor meno mi avventuro nel territorio del true-crime. Un po’ mi fa impressione per quello che succede e un po’ a farmi impressione è l’approccio collettivo alla cronaca nera tramutata in contenuto d’intrattenimento. Insomma, non è il mio… e forse è per quello che ho deciso di leggere due libri “d’indagine” che, nel fingersi totalmente “reali”, costruiscono un impiantone così artificioso da mettermi al riparo da quello che di solito mi infastidisce o poco mi avvince. In parole povere: se Janice Hallett non utilizzasse la struttura che abbiamo incontrato in L’assassino è tra le righe e che ritroviamo in questo secondo malloppone – sempre in libreria per Stile Libero con la traduzione di Gabriella Diverio e Manuela Francescon – mai mi sarei avvicinata. Ma ho un debole per le strutture matte… ed eccoci dunque qua.

Per Il misterioso caso degli angeli di Alperton non dobbiamo più destreggiarci tra carte processuali da revisionare per porre rimedio a un presunto errore giudiziario, ma seguiamo “in diretta” una giornalista/scrittrice nel lavoro investigativo che dovrebbe sfociare in un bel bestsellerone da spiaggia che, diciotto anni dopo i fattacci, ambisce a gettare nuova luce su un caso particolarmente torbido e sconvolgente, che molti punti oscuri conserva.
C’è di mezzo una setta – siamo angeli che devono proteggere il mondo dall’imminente venuta dell’Anticristo! …OK -, un neonato, due giovani plagiati e quello che appare come un suicidio rituale collettivo. Il leader carismatico è già in galera, ma poco o niente si è capito. Il neonato superstite sta per diventare maggiorenne e un’aura di omertà avvolge chi è uscito vivo dal magazzino di Alperton dove si è consumata la carneficina. CORAGGIO, TIRIAMOCI FUORI IL TITOLO DI PUNTA PER UNA NUOVA COLLANA DI TRUE-CRIME!

Amanda Bailey, tenace e sgradevolissima, si mette all’opera sollecitando contatti in polizia, riesumando documentari e opere di fiction spuntate come funghi dopo il caso, intervistando antichi testimoni, importunando assistenti sociali e incrociando elementi e vaghe piste per rintracciare il bambino e i due sopravvissuti. Insieme al caso “puro”, Hallett produce anche un gustoso backstage del lavoro editoriale e, in qualche modo, si arriva in fondo. Non mancano dei buoni colpi di scena e, nel complesso, resta sfizioso leggere trascrizioni di colloqui, messaggi, pagine di copione e mucchi di e-mail. Qui c’è anche una mezza ciavatta sovrannaturale che parte e di certo l’aspetto che ha più solleticato me è il commento – che voglio immaginarmi forse più satirico e pungente di quel che è – sul succulento mercato del true-crime bieco per davvero, ma di miracoli se ne verificano pochi. È farraginoso, insomma.

Caso a parte – che può sembrarci più o meno “soddisfacente” -, la domanda di fondo riguarda proprio l’opportunità etica di riesumare un caso vecchio per spettacolarizzarlo e rinnovarne la redditività. Quella che per un ipotetico pubblico è una storia, un puzzle da rimettere insieme per diletto o un modo per dimostrare la propria arguzia o affermare un successo professionale, per chi ha attraversato in prima persona quelle acqua torbidissime è vita reale, è passato che non si lascia seppellire, è macchia indelebile o brutto ricordo. Che diritto ha Amanda Bailey di specularci su? Dove va tracciato il confine tra sacrosanta ricerca della giustizia e puro opportunismo? Anche quello è un bel mistero… forse l’unico su cui sarebbe davvero interessante riflettere.

I “libri-esperimento” mi piacciono quasi sempre. Che sono? Sono quei libri che raccontano un’impresa individuale e che, nel delinearne una sorta di cronaca o di diario di bordo, esplorano anche un tema specifico e cercano di documentare un percorso di trasformazione. L’esperimento che Pietro Minto si infligge in La seconda prova – in libreria per le Frontiere Einaudi – riguarda la matematica: da pessimo studente dello scientifico che è stato, Minto si mette in testa di imparare da capo e “da grande” la matematica delle superiori. Vuole scoprire che cos’è andato storto, vuole capire se ne sarà capace, vuole vendicarsi, cerca una rivincita o anche solo una risposta. Cos’è che non digerivo? Perché ho sempre fatto così fatica? Il mio cervello riuscirà finalmente a far pace con gli integrali?

Io e Minto abbiamo in comune la scelta scriteriata del liceo da frequentare. Era chiarissimo che le mie attitudini puntassero altrove e già dalle medie la matematica era la mia materia più debole, ma eccoci qua iscritte a una bella sperimentazione Brocca.
Vai, Francesca, vedrai che ti fortifica.
Mi son diplomata con 95 perché prendevo dei 6 risicati nelle materie d’indirizzo – con tanto di ripetizioni da due professoresse gemelle che insegnavano entrambe matematica e avevano sempre la casa piena di derelitti tipo me – ma andavo così bene in tutte le altre che in qualche modo ce la siamo cavata. In prima ho beccato il debito, in seconda no perché il professor Torre è andato in pensione e credo non avesse più voglia di pensare a noi. Dalla terza in poi son stata a galla riuscendo a padroneggiare il TEMA X esattamente un mese e mezzo dopo la verifica sul TEMA X. Insomma, non capivo col giusto tempismo e non ho mai capito niente, ma prima o poi riuscivo almeno a simulare una vaga padronanza dell’argomento: non so cosa sto facendo ma c’è della roba che posso imparare a memoria e piuttosto crepo ma è a quello che devo aggrapparmi. “Ma quindi… con voi è così? Scusatemi, non ci ho mai voluto credere” è stato a grande linee quel che ha detto la mia professoressa di italiano ai suoi colleghi delle materie d’indirizzo alla fine dell’orale della maturità. Io alla seconda prova ho preso un miracoloso 11/15, perché ho disegnato una funzione mostruosa ma immagino di aver avuto miglior fortuna coi problemi. E non ho pianto perché era già tutto totalmente irreparabile, cosa piangiamo a fare.

Insomma, questo sconclusionato amarcord serviva a esprimere la mia profonda vicinanza nei confronti di Pietro Minto. Io so chi sei, Pietro. Il tuo disorientamento è anche mio. Invece di farsi diagnosticare una sindrome discalculica – giuro, ci ho pensato, perché troverei conforto in una spiegazione clinica -, Minto ha deciso di riprovarci e si è messo a ristudiare da capo TUTTA la matematica della scuola. Pazzo? Masochista? Eroe? Chissà. E io, che con Ruffini al massimo mi sono scomposta la voglia di stare al mondo, ho letto con sincera partecipazione questa avventura assurda. Con una certa dose di tifo, addirittura. Mentirei se vi dicessi di aver capito delle cose che mi sono sfuggite in gioventù – mi dispiace, Pietro, tu sei stato molto chiaro nell’illustrare i concetti ma temo che il mio problema sia troppo profondo – ma ho apprezzato la componente “personale” e anche le incursioni storico-divulgative. Scorgere della passione, uno slancio risolutivo, il tentativo autentico di sconfiggere un demone antico è stato corroborante. Sono felice per Pietro Minto perché forse ha fatto – a scoppio ritardato – quello che mi è sempre stato rimproverato di non saper fare: metterci costanza, impegno, convinzione. Mai mi son sentita poco convinta come quando una ventina d’anni fa, alla lavagna, ho annunciato SCOMPONGO CON RUFFINI O ALMENO SPERO, ma che Minto lo sappia fare mi riempie di gioia. Io sto bene così. E spero che i miei bambini non mi chiedano mai di aiutarli coi compiti di matematica.

Non so come sia crescere in una casa piena zeppa di fratelli e sorelle. Forse si impara a fare un gran chiasso per emergere in quel pandemonio di altri bambini, calzini, piatti e carabattole – specialmente se i genitori che ti toccano somigliano un po’ a quelli di questa storia. O forse ci si ritira nel proprio guscio come chioccioline pazienti, perché gestendo un perimetro più piccolo si può imparare a sottrarsi al caos circostante o a patire di meno la noncuranza dei grandi. Non si sa nemmeno se i grandi, qui, siano sbrigativi e distaccati per necessità pratiche o per indole, ma tra i figli che ci sono già e quelli che arrivano a ciclo continuo resta più margine per il lunario da sbarcare che per grandi slanci sentimentali. Le braccine dei bambini servono ad aiutare e grava sulla casa una cappa di disordine, di fatica rassegnata, di uomini che perdono bestie utili a carte e che quando escono chissà dove vanno.

La bambina silenziosa di Un’estate – piccolo gioiello di Claire Keegan in libreria per Einaudi Stile Libero con la traduzione di Monica Pareschi – si prepara a cambiare aria per un po’. L’ennesimo fratellino sta per nascere, la mamma sarà indaffarata e un’estate senza scuola è lunga da sfangare. La bambina viene caricata in macchina e portata dai Kinsella – una coppia insieme vicina e lontana alla famiglia. Mandano avanti una fattoria prospera e, anche se si fanno un mazzo così, la bambina intravede in loro una serenità che non conosce e che non è abituata a “sentire”. Saranno davvero così contenti? È possibile che decidano di cacciarla via all’improvviso? Perché l’estate non può durare per sempre? Perché sono così diversi dai suoi genitori?

È una storia fatta di gesti semplici e di parole misurate, delicatissima nel rivelare pian piano una ferita insanabile. Ci vuole coraggio a voler bene di nuovo così come ne serve tanto per lasciarsi amare, se raramente qualcuno si è preso cura di noi. E quell’amore “di base”, così ovvio ma anche elusivo, può attecchire fortissimo anche se mancano legami di sangue, rivendicazioni di “proprietà”.
Si legge in un paio d’ore – meno di quanto occorre a preparare una crostata al rabarbaro, penso -, ma credo vi farà compagnia a lungo, consolandovi anche un po’. Perché sì, comunque vada, l’amore che si riceve non si dimentica.

[Ma c’è altro di Claire Keegan? Certo, ecco qua Piccole cose da nulla.]

Reduci dalla NOTEVOLE mole di 4321 – che possiamo aver amato o molto ammirato o possiamo magari ricordare in prevalenza per la fatica che ci ha fatto fare -, trovarsi alle prese con un Auster così snello, in libreria per i Supercoralli Einaudi con la traduzione di Cristiana Mennella, è già una notizia.

Il Baumgartner del titolo è un professore di filosofia di Princeton che ha perso l’amatissima moglie da una decina d’anni. Vive da solo, lavorando ai suoi saggi per tenersi occupato e ordinando libri online in maniera compulsiva solo per il piacere di scambiare due parole con la fattorina che glieli consegna di solito – potrebbe sembrare un’abitudine inquietantissima, ma nel caso specifico non c’è da prendere paura. Baumgartner non è giovane, ma non è nemmeno decrepito. Non si è rassegnato alla dipartita di Anna, ma il dolore non l’ha incattivito. È spesso un po’ imbranato, ma se la cava con un certo piglio. È proprio un brav’uomo, mi verrebbe da dire. Ha poca pazienza per le rotture di palle, ma chi è che può dire di averne? Dalla scomparsa improvvisa di Anna ha cercato con fatica di recuperare un’identità individuale, anche se il compito di riempire il solco lasciato da una personalità così calorosa e vulcanica gli appare quasi impossibile. Non può lasciarla andare perché non sa come fare, ma osserviamo con affetto vero i suoi volenterosi tentativi di vivere “lo stesso” nel solco della sua memoria… anzi, ci viene da tifare per un nuovo inizio, per l’intervento di una forza propulsiva inaspettata che in qualche modo lo ricompensi per la sua tenacia gentile.

Auster ci racconta pian piano chi è Baumgartner – e chi è stata Anna – mettendo lo stesso Baumgartner nelle condizioni di ricordare, di aprire dei cassetti (in senso letterale) e di riportarci quello che ci trova dentro. Le memorie riemergono con una naturalezza splendidamente calibrata dai piccoli intoppi del quotidiano o per decisione deliberata di Baumgartner, che mentre dovrebbe pensare ad altro (dove sono finiti gli occhiali? Perché diamine sono venuto al piano di sopra? Ho già telefonato a mia sorella?) si concede qualche ricognizione approfondita nel passato. Sono “viaggi” che nella loro essenza non risolutiva – e nella loro strutturale impossibilità di rimediare all’assenza di Anna – rendono però il presente meno asfittico, meno buio, ancora capace di fare da base al futuro. Baumgartner usa la nostalgia come una specie di arma difensiva, per ricordarsi della felicità di cui è stato capace. Non ricorda più con rancore o con senso di rivalsa, ma con la fierezza di chi sa di aver per tanti anni vissuto una parentesi di grande appagamento, il genere di felicità che augureremmo a chi amiamo.

Va bene che ha insegnato filosofia, ma da dove gli viene questo talento? Chi è, un santo eremita? Forse il contrario, credo. All’atto pratico, Auster configura Baumgartner come un solitario, ma gli regala un istinto di apertura al mondo, di fiducia negli altri. E il mondo risponde – coi suoi tempi, ma risponde. E anche Anna finisce per ordinargli di “liberarla”, di permetterle di diventare un fantasma benevolo, di lasciare che siano le tante cose che ha scritto (e che si sono scritti) a fare da “museo” al loro legame ma senza tramutare anche sé stesso in un reperto.
È una storia che parte da una premessa deprimente e si muove nel territorio del malinconico, ma lo fa con grazia – e non perché nel dolore ci sia grazia o sia obbligatorio produrne, anzi -, seguendo un imperativo che lascia speranza: rendere giustizia a un amore “ben riuscito”, nonostante l’imprevedibilità crudele del destino.

[Un doveroso commento all’immagine di copertina: “o almeno ci provo”].

I libri che ho letto più volentieri nel 2023 non sono necessariamente i libri più belli del 2023. O i libri più meritevoli dal punto di vista letterario o contenutistico. O i libri più “importanti”, quelli che cambieranno le sorti del mondo e ci renderanno collettivamente esseri umani meno schifosi. Magari non sono nemmeno tutti usciti nel 2023, ma per fortuna i libri non scadono e possiamo leggerli quando ci pare.
Insomma, questo agglomerato di letture è un esercizio riepilogativo che non ha mai avuto l’ambizione di configurarsi come classifica d’assoluta nobiltà all’interno dell’impervio cammino della civiltà umana. Sono i libri che ho letto più volentieri quest’anno e che, per un motivo o per l’altro, mi hanno sorpresa per inventiva, son riusciti a intrattenermi quando ho sentito la necessità di essere intrattenuta – mi hanno “fatto bene”, in parole povere – o hanno risvegliato in me dell’ammirazione per chi ha saputo congegnarli.
Se son libri che ho amato vuol dire che sono libri di cui ho già parlato a tempo debito, quindi qua li mettiamo in fila e per approfondire vi rimando ai pezzi originali. 

Vado. E no, non sono in ordine di preferenza o roba simile.


A. K. Blakemore
Le streghe di Manningtree
Fazi
Traduzione (splendida) di Velia Februari


Sam Kean
La brigata dei bastardi
Adelphi
Traduzione di Luigi Civalleri


Coco Mellors
Cleopatra e Frankenstein
Einaudi
Traduzione di Carla Palmieri


R. F. Kuang
Babel
Mondadori
Traduzione di Giovanna Scocchera


Kate Beaton
Ducks
BAO Publishing

Traduzione di Michele Foschini


Eleonora C. Caruso
Doveva essere il nostro momento
Mondadori


Niccolò Ammaniti
La vita intima
Einaudi


Gabrielle Zevin
Tomorrow and tomorrow and tomorrow
Nord

Traduzione di Elisa Banfi


Maria Grazia Calandrone
Dove non mi hai portata
Einaudi


Michael McDowell
La saga di Blackwater
Neri Pozza

Traduzione di Elena Cantoni