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Quel che sappiamo del “mondo” di Biglietto blu è essenziale (e all’apparenza semplicissimo, nel suo funzionamento): alla prima mestruazione, tutte le ragazze vengono accompagnate in un edificio governativo per l’assegnazione del biglietto che determinerà il loro futuro. Biglietto bianco: avranno una famiglia e dei figli. Biglietto blu: lavoreranno, non saranno obbligate a stringere legami duraturi e dovranno obbedire all’imperativo di non riprodursi. Dopo l’estrazione, le biglietto-bianco saranno caricate su un’auto che le accompagnerà al loro nuovo nido, mentre le biglietto-blu, tempestivamente dotate di spirale, dovranno cavarsela da sole per raggiungere “la città”, abbandonando su due piedi la famiglia d’origine e affrontando un viaggio assai poco rassicurante. Hai fame? Nessun problema, cattura un bel coniglio selvatico e scuoiatelo a mani nude. Hai freddo? Peggio per te. Ti si sono sfondate le scarpe? Rubale a qualche altra ragazzina che vaga sulla statale.
Il biglietto si può cambiare? No, il “sistema” decide, provvede, traccia la rotta e, soprattutto, non sbaglia. Non ci si appella all’assegnazione del biglietto così come non si mettono in discussione le grandi certezze della natura: il sole sorge e tramonta, le biglietto-bianco accudiranno i loro figli e le biglietto-blu saranno produttive, indipendenti e “libere”. Le biglietto-bianco non frequentano le biglietto-blu e nessuna sa più di quello che le occorre sapere. A ogni donna è assegnato un dottore che, a cadenza serrata, si prenderà cura della sua mente e del suo corpo. I dottori sono figure ibride, un po’ psicanalisti, un po’ medici generalisti e un po’ funzionari pubblici, controllori e guardiani. Ti misuro la pressione e mi assicuro che anche questa settimana non ti siano venute le piattole, ti parlo e ti ricordo immancabilmente qual è il tuo posto e che cosa ci si aspetta da te, ti racconto che il sistema ti conosce e che il biglietto che hai è proprio quello che asseconda la tua indole più profonda. Ma fila sempre tutto liscio? Ogni donna obbedisce e si allinea al ruolo che le toccato in sorte? Dipende. Questo romanzo esiste perché esiste una ribelle. 

In tutta sincerità, ero in apprensione per la tenuta di questo libro. Nel recente passato, sono spuntati parecchi romanzi che hanno cercato di esplorare i margini di manovra delle femmine all’interno di società e contesti più o meno normati, mondi alternativi che portano all’estremo i germi non sempre benevoli del presente che abitiamo per provare a farci intravedere un fosco orizzonte incombente – o per farci più che motivatamente incazzare. Alcuni libri hanno assegnato alle donne poteri in grado di sovvertire lo status quo – penso a Ragazze elettriche, tanto per citarne uno molto fortunato e credo pure piuttosto riuscito – mentre altri sono partiti da premesse “croccanti” (e forse anche un po’ furbette) per risolversi poi in pasticci che poco aggiungono alla consapevolezza collettiva o si trasformano, più semplicemente, in occasioni sprecate. Insomma, un Racconto dell’ancella non può materializzarsi in libreria tutti i giorni, ma quel che possiamo augurarci è di imbatterci, di tanto in tanto, in un romanzo che non si sfilacci sotto al peso di una premessa forse troppo ambiziosa, per quanto significativa e stimolante. Ecco, Sophie Mackintosh non ci tradisce. Ci tratta un po’ come i medici di Biglietto blu – uscito nei Supercoralli Einaudi nella traduzione di Norman Gobetti – trattano le loro pazienti: ci fornisce l’impianto basilare del mondo e lascia che sia Calla, la biglietto-blu che ci farà da portabandiera, a tratteggiare per noi il paesaggio interiore delle non-allineate. È il tocco di un’accorta stratega, ma è anche molto efficace, “vivo”. Un po’ funziona perché l’isolamento di Calla rispecchia i compartimenti stagni che separano forzosamente le detentrici dei due tipi di biglietto, ma anche perché l’imperativo a cui Calla finirà per rispondere è intimo, slegato dalle circostanze e dalle lecite possibilità che le spettano e, soprattutto, nasce da una presa di coscienza che demolisce i limiti per esplorare il cuore vero della questione: la possibilità di scegliere.

Siamo forse più abituate a lottare per il riconoscimento del nostro sacrosanto diritto a non diventare madri. Mackintosh assegna alla sua protagonista un imperativo diametralmente opposto: in una società che non prevede per le biglietto-blu la possibilità di fare figli (e che con ogni mezzo cerca di convincere le biglietto-blu che quella sia la strada più adatta a loro), Calla cerca di tenere a bada un grumo inammissibile di desiderio, finendo poi per accettare questo “sentimento oscuro” e passare consapevolmente all’azione, preparandosi ad affrontare le poco rosee conseguenze della sua scelta. Lottare per diventare madri o per non diventare madri? In realtà, stiamo parlando della stessa cosa. La gravidanza clandestina di Calla sfonda i confini del lecito per abbattere una barriera che intrappola sia le biglietto-blu che le biglietto-bianco: non ci sarà libero arbitrio per nessuna, finché un sistema senza volto (e forse anche governato da caso) continuerà a stabilire il destino biologico delle sue pedine. Lo status riproduttivo dell’una o dell’altra categoria è solo il tassello iniziale di un’estensione capillare del controllo: nel mondo di Calla viene accettato come fatto inconfutabile che lavoro e cura della famiglia non possano coesistere, che una vivace attività sessuale non possa accompagnarsi alla gestione del focolare domestico, che l’ambizione all’indipendenza economica non possa riguardare anche le madri. Da ambo le parti, le donne vengono catechizzate sistematicamente e strumentalmente. Guarda come sei fortunata, puoi uscire la sera, scopare con chi ti pare, fare carriera e coltivare la tua individualità. Guarda come sei fortunata, puoi coccolare un bebè e vivere in una bella casa, sei al sicuro, là fuori ci si affanna ma tu non devi preoccuparti di nulla. Calla avanza, giorno dopo giorno, con la convinzione di essere difettosa, di non aver meritato il biglietto-bianco, di essere carente su qualche fronte decisivo. Le viene ripetuto che non dipende da lei, che quello che le è stato assegnato è esattamente quello che merita e che le si addice di più, perché il sistema le conosce tutte e sa che cosa è meglio per ciascuna. Non è tutto più semplice, alla fin fine, quando qualcuno traccia già il sentiero per noi? Perché affannarsi tra decisioni, scelte e cantonate inevitabili, quando possiamo riconoscerci nel ruolo che ci è stato assegnato e risparmiarci un sacco di fatiche e di sofferenze? Calla si renderà presto conto, però, che per quanto un carceriere possa apparirci benevolo, sempre un carceriere resta.

Per non rovinarvi avvenimenti e colpi di scena non mi addentrerò nel viaggio di Calla – ormai smascherata da una pancia prominente, verrà magnanimamente invitata a lasciare il contesto civile di cui non può più dirsi parte – ma quel che mi sento di dire è che sì, regge fino alla fine. Anzi, il finale è un bel treno che vi investirà. Giuro, sono dilaniata.
Mackintosh è asciutta, diretta, essenziale. Calla esordisce con reticenza, perché molto del suo cuore è abituata a nascondere per poter continuare a esistere “libera”, ma quello che si concede di provare cresce gradualmente col venire meno delle impalcature che da sempre la ingabbiano. È un romanzo che rifugge ogni approccio impositivo all’identità, che rivendica un territorio dove sentirci alleate, dove poterci evolvere e riconoscere. È un romanzo che parla di corpo, di strutture di controllo e di indipendenza – che non deriva semplicemente dal poter esercitare un individualismo “produttivo”, ma dalla possibilità di costruire uno spazio di scelta che non dipenda da legittimazioni esterne o dall’imposizione di un modello. È un libro, anche, che demolisce l’illusione confortante di una deresponsabilizzazione sistematica: vogliamo prenderci cura di te, vogliamo toglierti un peso, ti vogliamo semplificare la vita… ecco perché decidiamo per te. Tu non ne sei capace, è chiaro, ma siamo pronti a farci carico anche di questo tuo limite. Ci sta a cuore il tuo bene, davvero, compenseremo noi le imperfezioni che ti impediscono di affrontare l’universo in autonomia. Ma cosa stiamo al mondo a fare, se non per tentare con le nostre migliori forze di far combaciare la realtà esterna con la realtà che ci portiamo dentro? Cosa ci resta, se non veniamo manco ritenute in grado di sapere chi siamo o di scoprire, col tempo, che cosa desideriamo davvero? Un biglietto colorato, forse. Assegnato per caso.

Claudia e Francesco condividono un legame antico. Un po’ dipende dalla fascinazione di lui e un po’ dalle circostanze: la madre di Francesco e il padre di Claudia sono amanti. Quando, ancora ragazzini, si trovano a dover imparare a convivere con questa realtà parallela – che sgretola famiglie “ufficiali” ma spalanca uno spazio di sentimento libero, nonostante tutto – diventano un punto di riferimento l’una per l’altro. In comune hanno più di quanto si potrebbe sospettare e, negli anni, nemmeno la distanza li separerà, perché quello che davvero li fonde è l’essere perennemente spostati rispetto al contesto a cui appartengono.
I ritmi del distacco sono diversi. Claudia sceglie di andarsene dalla Puglia appena può, prima per studiare a Milano e poi per lavorare all’estero. Francesco resta, ma la sua vita “reale” è nel contatto assiduo che mantiene con Claudia, in quello che capita a lei molto lontano – amori compresi. Quel che si dicono, le poesie che si leggono, la musica che si scambiano sono da sempre una rete di salvataggio e il muro di cinta del loro universo privato. Ma per quanto potranno continuare a sorreggersi “da lontano”?

Spatriati di Mario Desiati è un romanzo che si allontana dalla narrazione di relazioni “lineari” e dall’utilizzo dei luoghi come cornici neutre o mero sfondo. Claudia e Francesco abitano un limbo fluido che si apre a un’idea di famiglia come spazio interiore, di ricerca di identità e di sperimentazione sessuale. Racconta anche di una generazione che osa immaginare l’altrove e che colleziona sconfitte, facendo della possibilità di mutare la sua unica vera arma. Si va alla deriva e si accetta quest’estraneità strutturale, senza mai smettere di cercare. Quel che salva, quel che fa “casa” è chi ci vede per quel che siamo e che nel tempo ci ha permesso di scoprirlo.

Per buttarla in metafora astronomica, Claudia e Francesco sono una specie di sistema binario che funziona con una gravità tutta sua, accogliendo nella sua orbita erratica parecchie meteore – più o meno destinate alla permanenza. In realtà, però, quel che davvero si cerca è una stella polare – che ritroviamo sempre anche se cambiamo latitudine. E c’è chi nella sua latitudine non si amalgama mai, ma ha avuto l’occhio lungo di scegliersi una stella polare molto brillante.

Sulle coppie felici si scrivono meno libri? È probabile. Il conflitto è molto più avvincente e ricco da raccontare rispetto al sereno decorrere delle cose. La felicità (sia coniugale che intesa come raggiungimento di un equilibrio personale) è il traguardo che non necessita di ulteriori precisazioni. “E vissero tutti felici e contenti”, che altro mai ti serve sapere? I libri sui matrimoni che si sfasciano, invece, sono una schiera foltissima, varia e riottosa. Barbara Frandino, con questo breve romanzo spigoloso, ci offre un altro spaccato di disastro e caparbi tentativi di raddrizzare una situazione che forse ha ormai superato il salvabile. Il nucleo apparente del contendere – non vi spoilero nulla che non si trovi già nelle prime pagine – è il marito che, oltre a cornificare la moglie, finisce per fare un figlio con l’amante.

Ma questo “niente, sai… è successo che ho fatto un figlio con un’altra”, si innesta su un’irrequietezza coniugale che ha radici profonde. Finiamo per domandarci dov’è che inizia davvero la catastrofe, perché due persone che stanno insieme da vent’anni si ritrovano a una distanza così fredda e siderale. Vale la pena di riprovarci? Avremo la forza e la volontà di rimettere insieme i cocci? Perché rimetterli insieme, poi? La risposta scoppia in faccia a entrambi mentre il marito è in cima a una scala per curare un albero, in giardino, e all’improvviso rovina a terra privo di sensi. La reazione della moglie diventa il segreto indigeribile che segnerà – più o meno consapevolmente – il corse delle schermaglie e dei tentativi futuri di rattoppare le cose, così come si cerca di rattoppare un cuore malandato.

Quanto siamo equipaggiati ad affrontare l’indesiderato? Quanto siamo disposti ad ammettere la fine di quello che ci sostiene e ci ha sostenuto per tanto tempo? Ha più peso la felicità che ricordiamo o il vuoto che viviamo nel presente? Senza fronzoli o svolazzi, Frandino esplora il pantano coniugale (e la maternità, mancata o compiuta), fa squagliare caffettiere e scompagina costantemente le carte, mostrandoci che è dalle apparenti minuzie che in realtà si prepara il campo di battaglia per l’indifferenza più bellicosa.

Esordirò con un’osservazione un po’ ridicola. La quarta di copertina m’aveva infuso un certo senso d’allarme perché Mio, la nostra protagonista, pare lì per lì motivatissima da un unico scopo: utilizzare la sua vista prodigiosa – per quanto fisiologicamente fondata – per attribuire un colore specifico a ogni singolo essere umano che incontra. E io, che sono arida e tendente all’assurdo, ho subito pensato ECCOCI QUA, UN ROMANZO SULL’ARMOCROMIA… MA IN GIAPPONE! Alla faccia della mia pochezza d’animo, però, Le vite nascoste dei colori di Laura Imai Messina – in libreria per Einaudi – si prefigge scopi ben diversi, con la delicatezza di un’ala di farfalla.

Che accade in questo libro? Dipende dall’occhio.
La dorsale principale – a livello di movimento di trama, almeno – è quella dell’incontro tra Mio e Aoi, che nasce come fortuita collisione tra cuori carezzevoli ma nasconde trame e predestinazioni che arrivano da lontano.
Mio è l’ultima discendente di una stirpe di creatori di kimono nuziali, l’indumento più complicato e ricco di significati simbolici della produzione indumentaria del Giappone tutto. La sua famiglia gestisce con sapienza un atelier specializzato in shiromukudalla tintura del tessuto alla vestizione della sposa. Mio è cresciuta sbirciando di soppiatto le giovani donne assistite dalla madre e dalla nonna, ma anche beandosi delle innumerevoli sfumature della stoffa. Il suo rapporto col colore è totalizzante, ma non tanto per sghiribizzo o ossessione. Mio è strutturata, proprio a livello ottico, per percepire una gamma cromatica molto più ampia del consueto e questa capacità di vedere il colore e di interpretarlo diventerà il suo cammino d’elezione, anche da grande. Il fatto che Mio veda più sfumature degli altri – e che cerchi di descriverle costruendo, di fatto, un vocabolario prodigioso che un po’ attinge dalla storia e un po’ vive d’accostamenti suggestivi – non la trasforma in una mazzetta Pantone ambulante, ma in una sensibilissima cartina tornasole che cattura anche quello che si agita sotto la superficie.

[Parentesi di puro fascino visivo: lo shiromuku è fatto così. La foto viene da qua.]

E Aoi? Aoi ha un’impresa di pompe funebri. Se la famiglia di Mio affianca chi, col matrimonio, sta per intraprendere una vita nuova, Aoi è custode dei riti che governano il corpo dei defunti e consolano i rimasti. È un ragazzo gentile, abituato a confrontarsi con le persone durante i momenti in cui meno vorremmo essere visti – mentre soffriamo, mentre ci separiamo da chi abbiamo amato. Anche nel suo caso, non pare sia un talento che nasce dall’allenamento o dal quella patina di cinismo disincantato che finisce quasi sempre per rivestire chiunque svolga un mestiere – e lo svolga bene – per un lungo lasso di tempo. Aoi non ha timore della morte perché è nell’accudire la vita – che si tratti di un giardino o di chi incontra – che si radica davvero il suo talento. E Mio, che sta invece al mondo col freno a mano tirato, timorosa di scoprirsi, di sbilanciarsi nel sentimento e di finirne incenerita come già ha visto accadere, più che alla vita che prosegue pensa al passato che non si può più modificare. A paralizzarla, forse, è la vastità delle possibilità che intravede nello spettro cromatico – che si tratti di fiori o di anime – che rende ricchissimo ma anche soverchiante il mondo in cui si aggira. L’unico a cui non riesce ad attribuire un colore, però, è proprio Aoi. Ed è da lì che comincerà il loro cammino.

Mi sono ingrovigliata già a sufficienza su Mio e Aoi, ma il loro incontro non è l’unica tesserina del mosaico. È un libro che parla di famiglia e di identità, di ricordi inattendibili – perché filtrati dalle sensazioni che un ricordo inevitabilmente ingloba, di responsabilità, scelta, eredità e sacrificio. Come il colore di una persona poco si intuisce se quel dono ci manca, tanto di quello che è davvero decisivo può restare taciuto e sepolto, anche se modifica in maniera irreparabile la nostra rotta.
Insomma, se il nucleo sono Mio e Aoi – e i loro sguardi complementari -, tantissimo fa anche l’atmosfera e l’accurata levità di Laura Imai Messina. Parte del fascino che, da lettori “altri”, attribuiamo a un romanzo ambientato in Giappone si annida anche in quello che di quei posti ci viene permesso di scorgere, credo. La precisione dello sguardo di Mio non troverebbe espressione senza una cura analoga della parola e del contesto. Quel che ci viene restituito è un Giappone fatto di piccoli quadri ricchi di dettaglio che mettono in comunicazione il nuovo con l’antico, la tradizione col quotidiano. Già l’esplorazione dei colori è un campo di gioco significativo, perché riesce ad abbracciare sia estetica che bagaglio simbolico, radicato in una cultura che col colore cercava di catturare l’armonia, ma organizzava anche il funzionamento gerarchico dei suoi gruppi sociali, tanto per fare un esempio. Ed è mettendo in fila tanti minuscoli moti dell’animo e facendoci pensare a quale mai potrebbe essere la sfumatura della parte posteriore della foglia del salice o del fondo di un armadio che Laura Imai Messina traccia per noi la parabola volubile e complessa di un amore che sboccia. E quando accade? Quando, finalmente, scegliamo di mettere da parte la paura e di correre il rischio di ricorrere alla verità… svelando i nostri veri colori.

Nozioni di base: Olive, ancora lei di Elizabeth Strout – in libreria per Einaudi con la traduzione di Susanna Basso – è il seguito di Olive Kitteridge uscito… quand’era? Nel 2008. Ne rispecchia spirito, intenti e struttura e, anticipando una possibile e legittima domanda, ha sicuramente più senso se li si legge in ordine. Perché il secondo è proprio un “sequel”.

Ma come sono fatti, questi libri? Sono narrazioni corali con un centro di gravità geografico – la cittadina costiera di Crosby, Maine – e personale – Olive.
Non tutti i capitoli riguardano Olive o la sua famiglia in senso stretto, ma tutti i capitoli la vedono apparire (anche solo fugacemente) o lasciare un’impronta di qualche genere – e spesso indelebile – sui personaggi che incontra.

Chi è Olive? Un’insegnante in pensione dotata di filtri ridottissimi e di un perentorio spirito critico. Insomma, insiste per spiegarti come si sta al mondo anche se non gliel’hai chiesto, si impiccia e sentenzia, ma non la tiri sotto con la macchina perché sovente si dimostra più saggia di te. E non è immune alle miserie umane che tanto mostra di disprezzare e compatire.

In questo secondo capitolo la vediamo alle prese con la vedovanza e con il possibile germogliare di un nuovo sodalizio… e torna anche ad affacciarsi il bistrattato figlio Christopher, che appena ha potuto è scappato lontanissimo da Crosby. In generale, è un libro che misura il tempo che passa e tutti i personaggi fanno i conti con quello che sono riusciti a combinare nella vita. Che è poco, di solito. O è qualcosa che non era stato particolarmente preventivato. Come si gestiscono i rimpianti? Ma che abbiamo fatto con gli anni che ci sono stati concessi?

È un libro che mette in fila le minuzie del quotidiano e i dettagli “pratici” del vivere, per analizzare sentimenti e dilemmi giganteschi. Ci sono esseri umani nudi e crudi, travolti da menate legittime, tragiche e plausibili. È anche un libro che racconta la lenta moviola dell’invecchiamento, gli acciacchi e la caparbietà con cui fingiamo di non esserne scalfiti. Olive battaglia con tutto e tutti, ma la sfida più aspra che la attende è quella col suo corpo che perde colpi e con la sua mente che non guizza più come un’anguilla elettrica. Questa parabola, credo, resta la più profonda, spinosa e toccante del libro.

Insomma, ho ritrovato lo spirito di Olive Kitteridge è stato affascinante osservare l’impronta del tempo che transita su Crosby, sui suoi ben poco tediosi abitanti e sui numerosi scheletri che ospitano nei loro armadi. Il tramonto di Olive è, come ogni tramonto con un po’ di senso del teatro, uno spettacolo che meraviglia e scalfisce.

A ogni piccolo essere umano instradato verso un destino importante pare serva un fedele Amico Artificiale. È un mondo così: alcuni avanzano e altri vengono lasciati indietro, anche se chi imbocca la via di un futuro auspicabilmente luminoso non è al riparo dalle minacce del presente e, in ogni caso, dovrà chiudersi in una sorta di bolla. Non ci si vede più a scuola, perché si studia da terminale, con tutori e tutrici che riempiono le giornate. I coetanei in carne ossa – quelli che appartengono al gruppo dell’eccellenza promessa, per lo meno – si incontrano durante eventi pianificatissimi di interazione sociale, spontanei quanto una presentazione a corte e altrettanto spietati. Si sta insieme da grandi o si passa il tempo con il proprio androide personale, che nasce – a modo suo – per esserci quando è richiesto, per vigilare con discrezione, per monitorare il benessere del bambino di cui è responsabile, per farlo felice dopo aver processato i parametri delle sue abitudini, delle sue parole e di quel che emerge dei suoi pensieri. Per replicare l’effetto che fa avere un amico.

Klara aspetta in vetrina che qualcuno la compri. Vede il mondo come un reticolo di scene da scomporre, osserva i movimenti del sole con pazienza e meraviglia, perché è dal sole che le sue batterie traggono nutrimento. La permanenza in negozio le insegna la speranza – perché solo quando troverà una famiglia potrà iniziare davvero a fare il suo lavoro – e le fornisce un rudimentale bagaglio di nessi causa-effetto, ricavati dall’osservazione di quello che capita in strada all’ombra di un grattacielo e nel viavai di auto e passanti, che formeranno lo scheletro della sua comprensione del “fuori”, della realtà. Klara crede nel potere benefico del sole e in una bambina che ha appiccicato il naso sul vetro e le ha promesso di tornare a prenderla. E Josie torna. Non sta bene, si capisce dall’andatura incerta e dall’apprensione inflessibile della madre, ma ha scelto Klara. E Klara l’ha aspettata. Che cosa diventeranno, l’una per l’altra?

Il premio Nobel a Kazuo Ishiguro, nel 2017, mi ha messo addosso una grande felicità, per quanto i suoi libri mi provochino immancabilmente dei magoni monumentali. Klara non fa eccezione, anche perché torna a indagare, anche se con modalità e protagonisti di matrice differente – e in parte sintetica, in questo caso -, i domandoni devastanti di Non lasciarmi.
Cosa ci rende umani?
Quanto possiamo sperare che qualcuno ci veda per quello che siamo, piuttosto che per quello che funzionalmente si può ricavare da noi?
Dove abita l’anima?
Klara racconta una dimensione alternativa in cui l’intelligenza artificiale non serve solo a impostare il timer per cuocere la pasta o a blandirci mentre aspettiamo che si palesi un operatore umano che risolva le nostre magagne, ma arriva a simulare in maniera credibile l’interazione interpersonale, lasciandone comunque intravedere i deficit. È un futuro (o un presente alternativo) in cui abbiamo imparato a fabbricare le relazioni, creando degli interlocutori che però possiamo spegnere a nostro piacimento o ignorare quando non abbiamo più bisogno di loro. E forse sta proprio lì la grande differenza, il mistero dei legami: una persona vera non ce lo permetterebbe mai, mentre un AA accetta di buon grado di essere riposto in uno sgabuzzino.
E Klara?
Klara è un miscuglio di ingenuità disarmante, ottusità intermittente e fede incrollabile. Circondata da una pletora di essere umani rassegnati, rabbiosi e scalfiti è l’unica entità che sembra aver conservato la capacità di credere. Stabilisce collegamenti tra fenomeni assolutamente disgiunti e ne ricava comandamenti, come farebbe una bambina piccola che non ha abbastanza informazioni per riempire i buchi – o per perdere la capacità di percepire il magico. Klara offre a Josie la soluzione meno “da macchina” che ci sia. Mentre la madre già si industria per riempire il vuoto che Josie non ha ancora lasciato – INSERISCI BRIVIDO -, Klara va a elemosinare un miracolo al cospetto dell’unico Dio che conosce, perché se non hai ancora metabolizzato i confini del possibile, finisci forse per spostarli un po’ più in là.

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Ma spezza il cuore – domanda obbligata quando si tratta di Ishiguro? Sì. E credo dipenda dal “tipo” di androide che Ishiguro ha scelto di costruire qui. È come se Klara – e i suoi colleghi – fossero al contempo troppo bravi a far finta di essere “veri”, così tanto da non poterci lasciare indifferenti, ma anche così vuoti da non concederci per un istante nemmeno uno spiraglio d’illusione.
Le persone, in prevalenza, trattano Klara come tratterebbero una macchina del caffè a forma di essere umano. Ne lodano le funzionalità, l’efficienza e il realismo, ma solo in circostanze estreme prenderanno in considerazione l’idea di abituarsi a lei come “persona”, ben sapendo che l’autoinganno non reggerà. D’istinto ci risulta abominevole ma, a ben pensarci, la tragedia di Klara è che non le pesa. Percepisce la gentilezza, quando ne è oggetto, ma non ha gli strumenti per esigere di essere trattata diversamente e non chiede altro che poter fare per Josie tutto quello che può. L’unico diritto che rivendica, diremmo per programmazione – o per concessione del Sole – è potersi prendere cura della solitudine di una bambina.

[In italiano è uscito nei Supercoralli Einaudi con la traduzione di Susanna Basso e tre copertine alternative firmate da Bianca Bagnarelli].

[Einaudi ha anche sfornato un test molto arguto per misurare il vostro livello di “fiducia” nell’Intelligenza Artificiale. Si può fare qui.]

[Se volete cimentarvi con il bellissimo inglese di Ishiguro, invece, io l’ho letto in quest’edizione].

Ma se questa è la lista BIS, vuol dire che ce n’era già un’altra?
Esatto. La trovate qua.
E benvenuti all’expansion-pack per riempire le vostre sportine – regolarmente di tela e recanti messaggi arguti – con qualche tascabile Einaudi uscito più di recente o sfuggito alle maglie sempre approssimative della mia memoria. L’intento, qua come nella lista precedente, non è quello di compilare l’elenco dei classici che non possono mancare nella vostra libreria – chi sono, Umberto Eco? – ma di frugare qua e là per segnalarvi avventure letterarie eterogenee che per me si sono rivelate preziose. Ho scoperto che quest’anno in sconto non vanno (per legge, pare) le novità dell’ultimo semestre, ma con l’idea di rendere questo post una risorsa duratura, segnalo comunque.
Procedo con sintetica efficienza. O almeno ci provo.

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Da dove parto, se voglio leggere “qualcosa di femminista”? Le risposte possono essere numerose, ma di certo Adichie è un buon trampolino. Dovremmo essere tutti femministi è sempre gagliardamente disponibile nelle Vele in versione integrale, ma c’è anche questa edizione condensata, illustrata da Bianca Bagnarelli e pensata – se vogliamo dar retta alla bandella – per un pubblico di giovani virgulte e virgulti.
Sempre all’interno di questo filone, negli ET trovate anche Cara Ijeawele.

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Dunque, il titolo dice Portatile, ma sono comunque 800 pagine. Non credo bastino in ogni caso a contenere David Foster Wallace, ma è un’antologia che nasce con l’ambizione di pescare quello che di più emblematico, “riconoscibile” e accessibile si possa leggere di suo, per avvicinarsi a quello che ha prodotto riducendo il comprensibile disorientamento che potrebbe assalirci. Ci sono stralci estrapolati dai suoi romanzi, interventi di saggistica, racconti e materiale più didattico.

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In attesa di leggere il romanzo nuovo – che dovrebbe uscire in autunno in inglese, se non ricordo male o se non sono troppo ottimista – negli ET Scrittori sono già approdati entrambi i suoi libri, Parlarne tra amiciPersone normali.
Vi rimando al post su Persone normali, che fra i due resta il mio preferito.

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Dopo Le otto montagne sono ormai diventata una fedele fruitrice del Cognetti montanaro. Se Cognetti va in montagna io sono contenta, serena, pacificata. Qua, insieme a una nutrita schiera di guide e con due cari amici (più lo spettro dell’inafferrabile leopardo delle nevi, svariati asini e un blocco da disegno), decide di celebrare il traguardo dei quarant’anni facendosi 300 km a piedi per il Tibet himalayano. Tiè.

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Non di solo Murakami si anima il Giappone libresco, ma anche dei tormenti dei personaggi di Kawabata – che s’è meritato anche un Nobel -, in bilico tra i codici sublimi dell’arte e il torbido delle passioni silenziose. Per approfondire, anche se abita nelle Letture, ci sono anche i racconti di Prima neve sul Fuji.

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Visto che ci siamo addentrati in territorio giapponese, chiamerei in causa anche Kazuo Ishiguro, che però non è solito ambientare lì le sue storie. Un artista del mondo fluttuante è un’eccezione, è il suo “romanzo giapponese”. Il protagonista è un anziano e illustre pittore che, al termine della Seconda Guerra Mondiale, si vede progressivamente ostracizzato per il suo dichiarato e duraturo appoggio al regime imperialista.
Per Ishigurare ulteriormente vi rammento – a costo di ripetermi – anche Quel che resta del giornoIl gigante sepoltoUn pallido orizzonte di collineNon lasciarmi.

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Exit West credo sia l’unico romanzo che in questi anni mi sono sentita di etichettare – dall’alto della mia VASTA autorità, proprio – come necessario. “Necessario” è diventata la nuova formula magica per praticamente tutto, è un po’ il nuovo “un saggio che si legge come un romanzo”. Ecco, in questo caso è vero. È una storia d’amore e una storia di migrazioni, ma è sopra ogni altra cosa una storia che parla di esseri umani. Utilizza un espediente “fantastico” – quello delle porte che si aprono su luoghi lontani – per analizzare cosa succede nei cuori dei singoli e alle società in senso più ampio quando si scappa da casa propria per trovare salvezza da un’altra parte.

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Per quanto il personaggio di Elizabeth Strout più amato dalla collettività resti con ogni probabilità Olive Kitteridge, anche in Mi chiamo Lucy Barton ritroviamo quell’attenzione minuta ai moti dell’animo e quell’infilata emblematica di piccoli eventi quotidiani che messi tutti in fila tracciano la traiettoria di una vita. Qui abbiamo una madre e una figlia che si ritrovano dopo una voragine che si è spalancata tra loro. Cinque giorni e cinque notti di ricordi e rivelazioni finalmente “vere” in una stanza d’ospedale a Manhattan.

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Il mio è stato un recupero tardivo di Natalia Ginzburg. Ho riletto Lessico famigliare un paio d’anni fa – dopo averlo poco capito al liceo – e ci ho trovato dentro un tesoro a cui continuo ad aggiungere lingotti luccicanti man mano che proseguo con le sue raccolte di saggi brevi, articoli e chiacchiere – come Mai devi domandarmi – o con i suoi romanzi. Quello che mi rallegra molto è che per completare l’opera mi restano ancora un po’ di Natalie ancora da conoscere.

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Più che una raccolta di “reportage”, L’Italia spensierata è un’indagine sociologica sulle tappe obbligate dell’italiano-tipo. C’è Piccolo che visita scientificamente un Autogrill, che porta delle bambine a un parco di divertimenti, che va “a fare il pubblico” a Domenica In… Riti collettivi, sviscerati con arguzia, ai quali abbiamo giurato e spergiurato di non partecipare mai, anche se ci siamo già dentro con tutte le scarpe.

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Il figlio parte come un romanzo sulla Frontiera e si trasforma in una saga generazionale fatta di ideali traditi, ribellioni, compromessi sanguinosi, petrolio e macchie indelebili. Dai Comanche – che rapiscono il patriarca in tenera età – ai pozzi petroliferi del Texas Occidentale, Meyer ci consegna una galleria di personaggi risoluti e imperfetti, ma anche una porzione vividissima di storia americana.

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Saluti, cuorosità e buone letture. :3

Bentornate e bentornati a questo tentativo – con solo vaghi fini di periodicità – che ambisce a riordinare i vari stimoli che sparpaglio in giro e che vorrei cercare di conservare con un po’ più di raziocinio.

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LEGGERE

Incredibile ma vero, ci sono numerose segnalazioni da raggruppare… alcune delle quali sono addirittura articolate! Gennaio, hai fatto schifo per tante ragioni, ma sul fronte libri ci è andata bene.
Dunque, potete recuperare i seguenti post su due libri meritevolissimi:

Bernardine Evaristo – Ragazza, donna, altro (SUR)
Michele Masneri – Steve Jobs non abita più qui (Adelphi)

Visto che abbiamo nominato Adelphi, gli sconti durano ancora per qualche tempo. Qua c’è un antico listone che avevo preparato con qualche consiglio per una campagna precedente. Si sono aggiunti di sicuro altri titoli degnissimi, ma quello che c’è qua è sempre vero. Mi cimenterò in un aggiornamento, ma ormai aspettiamo il prossimo giro.

Anche Mirella, la nostra fida topa di biblioteca, si è prodigata in suggerimenti e spiegoni. Ecco qua gli ultimi, recuperati a imperitura memoria dalle fugaci Instagram Stories.

Il ritorno della famigerata e schiettissima Olive Kitteridge in Olive, ancora lei di Elizabeth Strout (uscito per Einaudi con la traduzione di Susanna Basso).

Poi, visto che sono evidentemente in un periodo “anziane signore che riflettono sull’esistenza”, ecco anche Anne-Marie la beltà di Yasmina Reza, scoperta da queste parti con Felici i felici. 

Per completare l’opera, su Storytel sto finendo di ascoltare Disobbedienza di Naomi Alderman – sì, è l’autrice di Ragazze elettriche e questo è il suo romanzo d’esordio – e mi sembra di essere piombata in uno spin-off di Unorthodox.
Se siete in vena di collaudi, qua ci sono sempre 30 giorni di prova gratuita per cimentarvi con gli audiolibri.

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GUARDARE

Ho sviluppato una sincera partecipazione per le vicissitudini di Kipo e dei suoi multiformi amici. Ma proprio che alzo le braccia al cielo ogni tre minuti e di tanto in tanto piango pure.
Dunque, è difficile da riassumere, ma comincia più o meno così. Kipo è una ragazzina con i capelli rosa che cerca di ricongiungersi a suo padre in un mondo popolato da corgi alti cinquanta metri, megascimmie, gatti boscaioli, vipere rocker, puzzole motocicliste, lontre da avanspettacolo e pesci parlanti. La superficie è dominata da animali mutanti – alcuni dotati di favella e altri no – e solo parzialmente organizzata sotto la monarchia assoluta e terrorizzante di Scarlomagno, mandrillo megalomane (con mandrillo intendo proprio la specie scimmiesca e non alludo ad alcuna disinvoltura nella sfera sessuale) che va in giro a bordo di un fenicottero gigante a due teste (coi denti) e suona il pianoforte. Gli esseri umani si nascondono in società sotterranee e frammentate e cercano, di base, di tirare avanti… anche se tramano nel buio per levare di mezzo i mutanti che rendono inabitabile la superficie. Non vi spoilero niente, ma è una storia super ramificata, viva, più realistica di quel che sembra e piena di cuorosità, saggi propositi, amicizia e STRUGGLE adolescenziale variamente metaforizzato. Io e Cesare siamo super fan. È una produzione Dreamworks e si può vedere su Netflix.

Kipo e l'Era delle Creature Straordinarie, la recensione della serie animata Netflix

Kipo and the Age of Wonderbeasts: Contro un mondo in guerra - SpaceNerd.it

Sempre su Netflix – e senza l’ambizione di fornirvi suggerimenti particolarmente originali, dato che l’avrete già finito tutti un mese fa – abbiamo cominciato a guardare SanPa. Bisognerebbe scriverci trecento tesi di laurea, credo.

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SPERPERARE

Mi sono comprata la versione scura e un po’ più pesantina dei jeans che ho messo di più quest’estate. Per la rubrica “se trovi una roba con cui ti senti a tuo agio prendila in molteplice copia e in diverse gradazioni di colore”. Sono di Benetton e li trovate qua (in ambo le alternative).

Ho ordinato uno spruzzino fighetto per nebulizzare l’acqua sui vegetali di casa.

Anche se poi non me li so asciugare come si dovrebbero asciugare i ricci, questo shampoo sta funzionando super bene.

Mi arrivano sempre più spesso materiali promozionali stampati su carta piantabile. Sono fogli “normali” che contengono dei semini. Voi li spezzettate, li sotterrate in un vaso, li innaffiate e vi vengono su germogli e foglioline. Sento che la situazione del verde domestico sta per sfuggirmi di mano. Non so dove i miei svariati mittenti si siano procurati la loro carta piantabile, ma a giudicare dalle iconcine vengono da qua.

Non si pianta, ma ho comunque trovato un quaderno che ben si adatta alla mia calligrafia ingombrante e che mi aiuta ad arginare il disordine. È un po’ rétro.

 

 

Che difficoltà, gente. Sto invidiando con ogni mitocondrio del mio organismo chi, in questo periodo gramo, ha trovato nella lettura un benefico rifugio. Io, da essere umano che considera la lettura un elemento saldissimo della quotidianità, sto arrancando. Perché tanti sono stati gli aggiustamenti necessari per farla funzionare, questa nuova versione della quotidianità, e nello scombussolamento generale mi sono un po’ arenata e ben poche pagine sono state macinate. Diciamo anche serenamente che è già andata bene se sono riuscita ad andare avanti con il romanzo che sto traducendo e con le altre attività da PRODIGIOSA content-creator, ma non lamentiamoci.
Così a naso, però, mi pare di non essere l’unica ad aver subito un certo rallentamento.
Ecco dunque perché mi è sembrato interessante provare a compilare una listina di libri smilzi (da 200 pagine, all’incirca e suppergiù) per provare a ripartire con slancio.
Anzi, per dirla con maggiore veemenza:

Procediamo?
Procediamo.

M. T. Anderson – Paesaggio con mano invisibile

160 pagine.

Per chi apprezza la fantascienza stramba: alieni VUUV che colonizzano la terra, diciassettenni che cercano di riscattarsi con l’arte, umanità che si arrabatta (senza riuscirci), un finto idillio creato a uso e consumo degli invasori, dei gran problemi intestinali.

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A. S. Byatt – Ragnarök

142 pagine.

Per chi gradirebbe allargare i suoi orizzonti mitologici: una bambina seccolina (che diventerà poi una grande scrittrice) cerca di dimenticarsi della guerra rifugiandosi ad Asgard. I miti norreni più celebri, rielaborati per noi seguendo una lente lirica, autobiografica e maestosa… come un lupo gigante che divora il sole. 

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Peter Cameron – Gli inconvenienti della vita

122 pagine.

Per chi apprezza gli svisceramenti interpersonali: due racconti lunghi per altrettante coppie inquiete, traballanti e ormai impermeabili al potere protettivo del “facciamo finta che vada tutto benone”.

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Diego De Silva – La donna di scorta

148 pagine.

Per chi è stufo di leggere sempre le solite menate sulle relazioni extraconiugali: un marito fedifrago, un’amante che non gli rompe l’anima per sostituire la legittima consorte. Anzi.

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Jeffrey Eugenides – Le vergini suicide

216 pagine.

Per chi… per le tre persone al mondo che non l’hanno ancora letto, credo. Le cinque sorelle Lisbon, che s’ammazzano tutte nell’arco di pochi mesi, vengono ricordate a distanza di vent’anni, tra nostalgia e vero enigma, dai ragazzini che hanno assistito alla loro breve, enigmatica e sfolgorante parabola esistenziale.

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Hiraide Takashi – Il gatto venuto dal cielo

132 pagine.

Per chi ha bisogno di una storia lieve e delicata dove non succede praticamente niente, a parte un gatto che fa avanti e indietro e cerca di scroccare da mangiare (mantenendo una certa dignità) a una coppia serena ma malinconica.

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Rachel Ingalls – Mrs. Caliban

148 pagine.

Per chi ha più paura dei mostri “normali” che dei mostri-mostri: una casalinga perfetta si innamora di un uomo-rana scappato da un laboratorio segreto. Giuro. È meraviglioso.

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Francesco Piccolo – L’Italia spensierata

162 pagine.

Per chi ormai si rimetterebbe volentieri anche in coda sull’autostrada: una raccolta di mini-reportage sui grandi riti collettivi del nostro Bel Paese… ma anche un po’ un viaggio in tutte quelle esperienze che tendiamo a rinnegare, ma poi ci caschiamo dentro comunque… non senza un certo godimento.

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Yasmina Reza – Felici i felici

168 pagine.

Per chi è affascinato dagli infiniti garbugli della commedia umana: non c’è legame affettivo o di parentela (ma pure alla lontana) che Yasmina Reza non passi al setaccio e non punzecchi con raro acume – e pure un po’ di compiaciuta cattiveria. Ah, che benessere.

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Kurt Vonnegut – Ghiaccio-nove

224 pagine.

Per antropologi in erba e paciosi cultori dell’inevitabilità della catastrofe: che cosa succede se su una bizzarra isoletta caraibica convergono gli eredi a lungo trascurati dell’inventore di una sostanza capace di congelare all’istante tutta l’acqua del pianeta? Vonnegut, patrimonio UNESCO.

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Amélie Nothomb – Stupore e tremori

105 pagine.

Per chi pensa di lavorare in un postaccio e ha voglia di consolarsi un po’: il devastante disfacimento di un’impiegata occidentale che cerca di districarsi in una MEGADITTA giapponese, soccombendo con caparbia inventiva e inanellando una tampa dopo l’altra. Un auto-sabotaggio magistrale. La mia prima Nothomb non si scorda mai.

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David Foster Wallace – Questa è l’acqua

162 pagine.

Per chi si chiede con cosa convenga cominciare a leggere David Foster Wallace, probabilmente. Diciamo che possono esserci diversi approcci, ma Questa è l’acqua, forse, è una delle rappresentazioni più sintetiche, per quanto sfaccettata e profonda, di quello che è stato in grado di raccontarci. Sono sei “pezzi”, scritti tra il 1984 e il 2005, per cominciare a fare amicizia con l’autore… o per cominciare a chiamare per nome i grandi casini, belli e brutti, che gestiamo campando.

 

Buone nuove in tempi grami: gli audiolibri continuano a sostenermi. Dopo un doveroso classico – Le notti bianche di Dostoevskij, sentito per fortuna quando l’allegria ancora ci attorniava -, La corsara di Sandra Petrignani – che ha triggerato un approfondimento ginzburghiano di tutto rispetto – e Cos’è l’America del sempre gradito Francesco Costa, mi sto sollazzando con Questione di Costanza di Alessia Gazzola – che il cielo la preservi.
Ma ci troviamo qua riuniti, oggi, perché Storytel ha recentemente caricato una valanga di nuovi titoli (quasi DUECENTO, signora mia) del gruppo Mondadori, suscitando in me insopprimibili impulsi di aggiornamento della libreria dei futuri ascolti. Per chi fosse poco aggiornato sulla struttura molecolare del gruppo Mondadori, i copiosi editori coinvolti sono i seguenti: Mondadori (Capitan Ovvio, ti salutiamo), Einaudi, Piemme, Sperling & Kupfer e Rizzoli.
Per la vostra e la mia utilità, dunque, ecco una piccola panoramica di quello che potrete allegramente ascoltare d’ora in poi. La bislacca categorizzazione è opera mia, sollevo Storytel da ogni responsabilità.

Narrativona bestsellerona

Non so niente della Kinsella, ma sappiate che si può or ora andare a fare shopping con lei in tutte le salse, in ogni grande capitale del mondo e con i budget più disparati. Il più caloroso benvenuto anche al buon Ken Follett – che ho visto esibirsi a Pietrasanta con il suo gruppo musicale e mai lo dimenticherò, soprattutto perché indossava una camicia Versace tempestata di foglie dorate ed era visibilmente FELICISSIMO di stare al mondo – che approda sulla piattaforma con i suoi cavalli di battaglia, dai Pilastri della terra al Mondo senza fine. Su le mani anche per Zafón che appare con L’ombra del ventoIl labirinto degli spiriti. Spolverata disinvolta di ulteriori autori: Corrado Augias, Cecilia Ahern, Anna Todd – e i suoi innumerevoli After -, David Grossman con Qualcuno con cui correre, John Green con Colpa delle stelle e Sandrone Dazieri. Mi sento anche di citare Geronimo Stilton, perché sarà anche un ratto saputello col panciotto, ma i suoi libri sono indiscutibilmente dei bestseller.
Capolavoro definitivo: Ascolta il mio cuore di Bianca Pitzorno.
Sincere ambizioni mie: Sveva Casati Modignani. Sento di dover colmare questa lacuna.

Raccomandabili per direttissima (o quasi)

Rullo di tamburi: il primo Neil Gaiman in italiano! Ora, Neil Gaiman è anche un lettore splendido e moltissimi dei suoi lavori sono disponibili in lingua originale con la sua interpretazione (provateci, se il vostro inglese non è troppo zoppicante), ma non posso che rallegrarmi per la comparsa di Coraline nell’idioma che tutti quanti padroneggiamo. Speriamo sia il primo di una lunga serie. Io, nel frattempo, ne ho approfittato per aggiungere alla libreria anche Trigger Warning, una raccolta di racconti che bramo da tempo, e Smoke and  Mirrors, il suo debutto.
Gradita apparizione – per scalatori e non – è sicuramente Paolo Cognetti con Le otto montagne Senza mai arrivare in cima. Se, invece, vi va di addentrarvi in una maestosa saga familiare, procedete spediti con Stirpe di Marcello Fois (che legge anche), il primo capitolo della saga degli sventurati ma coriacei Chironi. Per affilare l’ironia e ridere amaramente del presente, invece, c’è Superficie di Diego De Silva – narrato dall’autore e da Luciana Littizzetto. Non se la prendano gli altri, ma la mia novità “preferita” è senza dubbio L’arminuta di Donatella Di Pietrantonio, interpretato qui da Jasmine Trinca.
E un classico? Che problema c’è: La luna e i falò di Cesare Pavese.

Personalissime curiosità

Dopo molteplici e attente consultazioni, nella mia libreria sono arrivati Il tunnel di Abraham B. Yehoshua, La misura eroica di Andrea Marcolongo – gli Argonauti! Giasone! Medea! -, Hotel Silence dell’islandese Audur Ava Ólafsdóttir – che avevo già trovato godibilissima con Rosa candida – e Gli immortalisti di Benjamin Chole – quattro fratelli, nell’estate del 1969, decidono di farsi rivelare da una veggente l’anno in cui moriranno, imprimendo una deformazione definitiva sui rispettivi futuri. Poi, ho scoperto che Bird Box – che vorrei finire di vedere su Netflix, dato che al primo tentativo abbiamo interrotto per il sopraggiungere di un’eccessiva angoscia – nasce da un libro di Josh Malerman che potrò comodamente sentirmi senza l’ausilio di Sandra Bullock. Visto che siamo in tema serie tv, c’è anche Killing Eve di Luke Jennings – prima lo ascolto e poi me lo guardo, a questo punto. Per concludere, direi di gettarci a capofitto nella divulgazione con Le mie risposte alle grandi domande di Stephen Hawking.

Non vi siete ancora cimentati con gli audiolibri? È un’abitudine assai piacevole e opportuna. Se vi va, cliccando qui si può collaudare Storytel per un mese senza cacciare una lira. 
Vi siete già cimentati con gli audiolibri? Spero vivamente che questa ricognizione possa rimpinguare le vostre librerie e intrattenere le vostre voraci menti – più o meno recluse.