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Dunque, Pietro Minto assembla già da un pezzo una delle mie newsletter preferite – Link Molto Belli. La newsletter fa esattamente quel che dice: mette insieme link pazzi e curiosi in una rassegna periodica a metà tra l’indagine antropologica e il puro gusto di perdere tempo su internet. Come annoiarsi meglio, forse, raggiunge uno scopo simile ma ulteriore: farci riflettere sul modo in cui usiamo il tempo e sulla capacità sempre più scarsa di cui possiamo fregiarci per controllarlo, uscendone alla fin fine sopraffatti (e insoddisfatti).

Ma sarà poi così male perdere tempo?
In realtà no, non è così male. Anzi, coltivare la noia, come antidoto alle distrazioni tecnologiche che ci intrappolano spesso in loop infiniti (e quasi sempre poveri di reale appagamento), può dimostrarsi una pratica salubre. L’idea non è tanto quella di tramutarci in asceti o di rimpiangere i tempi lontani in cui qua era tutta campagna, però. Lo scopo principale è renderci un tantinino più consapevoli del nostro modo di occupare il tempo, per intravedere delle maniere alternative di perderlo un po’ meglio, più serenamente, senza lasciarci strangolare dall’ansia.
E da dove si comincia? Mappando le distrazioni e identificando i meccanismi che ci tengono ancorati ad abitudini in bilico sulla china della compulsione. Insomma, cosa diamine ci aspettiamo che succeda se ricarichiamo per la decima volta in un minuto il feed di Instagram? Perché vogliamo sempre “dell’altro”, del “nuovo”?

A tratti assolvendoci (perché molti dei meccanismi di fruizione digitale che ci intrappolano sono progettati appositamente per agire su sistemi ancestrali di reazione) e a tratti facendoci sentire dei perfetti imbecilli (perché ci illudiamo che il vuoto possa essere riempito da altro vuoto), Minto analizza il nostro rapporto con gli schermi, con gli altri e con il mondo intero, fotografandoci nel presente mentre ci dibattiamo fra tecnologia, lavoro onnipresente e relazioni, perdendo pezzi per strada e lasciandoci cullare dalla promessa di incentivi sempre più effimeri, fugaci e transitori.

Insomma, è un vispo saggio tragisimpatico – e il debutto di un autore italiano nel catalogo caleidoscopico di Blackie – che mappa le trappole che ci siamo piazzati da soli lungo la strada e che prova a farci immaginare una realtà in cui la tecnologia può diventare una compagna d’avventure curiosa e funzionale, smorzando l’ansia da prestazione che ci assale anche quando siamo convinti di servircene come valvola di sfogo.

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Un altro tassello del Minto-verso? Qua potrete trovare il coraggioso autore alle prese con un intricato esperimento socio-matematico. 

Volevo fare un’introduzione seria, ma poi mi sono accorta che non so niente. Non è colpa mia, funziono così. Il laureato in storia è Amore del Cuore, mentre io sono quella che legge Le benevole in spiaggia. Lui si ricorda esattamente che cosa è successo al Congresso di Vienna, io mi entusiasmo per la macchinosa procedura di lavaggio-capelli della principessa Sissi. Lui ricostruisce agilmente fatti, cause, conseguenze (di breve e lungo periodo) e ripercussioni socio-economiche, io mi prendo bene coi problemi esistenziali delle favorite del Re Sole, voglio sapere che cosa mangiavano i Maya e iperventilo se becco Alberto Angela che spiega alla gente com’è che gli antichi romani fabbricavano le scarpe.
Che vi devo dire.
Mi piacciono le cose – e tutto quello che possono raccontarci sul mondo che le conteneva. Datemi una montagna di usanze, rituali, suppellettili, manifesti propagandistici, uniformi, galatei, feste comandate e superstizioni… e sarò felice – anche di fronte allo sconcertante universo della Russia sovietica.

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Qual è il valore simbolico del samovar?
Com’è che si campa senza carta igienica?
Perché a nessuno viene in mente di rubare il bicchiere “collettivo” di un distributore pubblico d’acqua?
Qual è la velocità accettabile per una scala mobile della metropolitana di Mosca?
Conviene diffidare delle kotlety?
Non esistono le sporte di plastica. E manco quelle di carta. Com’è che fate la spesa (sempre che ci sia qualcosa da comprare)?
Che cos’ha il rosso di così speciale?
Perché uno dovrebbe mettersi in casa una lampadina a forma di cranio di Stalin?
Volete richiudere una bottiglia di vodka e metterla via per la prossima volta? Non si può. E siete gente che non ci sta dentro.
Come si fa a pulire correttamente un pesce essiccato?
Perché c’è coda davanti a un ristorante vuoto?
Non lasciare il cappotto al guardaroba è da villanzoni. Ma perché al cinema si può serenamente tenere?

Dalle famigerate calze di nylon all’acqua di colonia Chypre (la preferita degli alcolizzati), in questo libro troverete l’ideologia e la propaganda, l’onnipresente conflitto tra spazio privato e spazio pubblico, una molecola di nostalgia, svariate badilate di brutale franchezza, numerosi tritacarne, un satellite (il primo) e un cadavere mummificato. La vita privata degli oggetti sovietici (Sironi) è un saggio super curioso, imprevedibile e godibilissimo. Anzi, molto meglio. È una specie di romanzo distopico di storia materiale.
Grazie ai 25 oggetti emblematici individuati da Gian Piero Piretto guadagnerete un punto di vista incredibilmente preciso e “pratico” sulla quotidianità sovietica, ritroverete il fascino per il surreale, imparerete qualcosa – anche se vi pare di saperne già abbastanza – e vi verrà da pensare che, in qualche meandro della lingua russa, debba per forza esistere un equivalente dell’espressione stranger than fiction – applicabile, però, a svariati decenni di vita di un’intera società.
Mentre ci pensate su, vi auguro buona lettura e vi lascio in eredità la formula corretta per un brindisi russo: Za vaše zdorov’e, caroni!