Per individuare la mia scarsissima dimestichezza col giallo non occorre di certo un’indagine. Di indagini – più o meno audionarrate – mi occupo in generale pochissimo e ancor meno mi avventuro nel territorio del true-crime. Un po’ mi fa impressione per quello che succede e un po’ a farmi impressione è l’approccio collettivo alla cronaca nera tramutata in contenuto d’intrattenimento. Insomma, non è il mio… e forse è per quello che ho deciso di leggere due libri “d’indagine” che, nel fingersi totalmente “reali”, costruiscono un impiantone così artificioso da mettermi al riparo da quello che di solito mi infastidisce o poco mi avvince. In parole povere: se Janice Hallett non utilizzasse la struttura che abbiamo incontrato in L’assassino è tra le righe e che ritroviamo in questo secondo malloppone – sempre in libreria per Stile Libero con la traduzione di Gabriella Diverio e Manuela Francescon – mai mi sarei avvicinata. Ma ho un debole per le strutture matte… ed eccoci dunque qua.
Per Il misterioso caso degli angeli di Alperton non dobbiamo più destreggiarci tra carte processuali da revisionare per porre rimedio a un presunto errore giudiziario, ma seguiamo “in diretta” una giornalista/scrittrice nel lavoro investigativo che dovrebbe sfociare in un bel bestsellerone da spiaggia che, diciotto anni dopo i fattacci, ambisce a gettare nuova luce su un caso particolarmente torbido e sconvolgente, che molti punti oscuri conserva.
C’è di mezzo una setta – siamo angeli che devono proteggere il mondo dall’imminente venuta dell’Anticristo! …OK -, un neonato, due giovani plagiati e quello che appare come un suicidio rituale collettivo. Il leader carismatico è già in galera, ma poco o niente si è capito. Il neonato superstite sta per diventare maggiorenne e un’aura di omertà avvolge chi è uscito vivo dal magazzino di Alperton dove si è consumata la carneficina. CORAGGIO, TIRIAMOCI FUORI IL TITOLO DI PUNTA PER UNA NUOVA COLLANA DI TRUE-CRIME!
Amanda Bailey, tenace e sgradevolissima, si mette all’opera sollecitando contatti in polizia, riesumando documentari e opere di fiction spuntate come funghi dopo il caso, intervistando antichi testimoni, importunando assistenti sociali e incrociando elementi e vaghe piste per rintracciare il bambino e i due sopravvissuti. Insieme al caso “puro”, Hallett produce anche un gustoso backstage del lavoro editoriale e, in qualche modo, si arriva in fondo. Non mancano dei buoni colpi di scena e, nel complesso, resta sfizioso leggere trascrizioni di colloqui, messaggi, pagine di copione e mucchi di e-mail. Qui c’è anche una mezza ciavatta sovrannaturale che parte e di certo l’aspetto che ha più solleticato me è il commento – che voglio immaginarmi forse più satirico e pungente di quel che è – sul succulento mercato del true-crime bieco per davvero, ma di miracoli se ne verificano pochi. È farraginoso, insomma.
Caso a parte – che può sembrarci più o meno “soddisfacente” -, la domanda di fondo riguarda proprio l’opportunità etica di riesumare un caso vecchio per spettacolarizzarlo e rinnovarne la redditività. Quella che per un ipotetico pubblico è una storia, un puzzle da rimettere insieme per diletto o un modo per dimostrare la propria arguzia o affermare un successo professionale, per chi ha attraversato in prima persona quelle acqua torbidissime è vita reale, è passato che non si lascia seppellire, è macchia indelebile o brutto ricordo. Che diritto ha Amanda Bailey di specularci su? Dove va tracciato il confine tra sacrosanta ricerca della giustizia e puro opportunismo? Anche quello è un bel mistero… forse l’unico su cui sarebbe davvero interessante riflettere.


Una dadolata di elementi di contesto: c’è questo tizio che non può morire e che è al mondo da circa 80.000 anni. Nato in circostanze quantomeno leggendarie – sei figlio del fulmine! -, vaga ramingo e invulnerabile per il pianeta cercando risposte e seminando occasionalmente distruzione. Legami? Pochi, se escludiamo un maiale particolarmente aggressivo – anzi, un babirussa. Unute accetta di farsi “studiare” e di collaborare con un’unità militare segretissima nella speranza che qualcuno trovi il modo di garantirgli la mortalità. Unute non vuole morire, vuole avere la POSSIBILITÀ di morire. Può sembrare una strana ambizione, ma io non sono una specie di semidio che campa dai tempi del Neolitico, quindi cosa ne posso sapere. E cosa ne sanno 
Il padre di Henry, rimasto vedovo, si trasferisce col figlio a Blake Hall per prendere servizio come giardiniere. Blake Hall è Downton Abbey, tanto per produrre un’immagine immediatamente comprensibile. Henry conosce Rose – terzogenita dell’altolocata famiglia – mentre gironzola in bici per la tenuta. Sono coetanei e l’indole dimessa e arrendevole di Henry pare garbare alla determinatissima Rose. Dato che sono poco più che bambini, il loro legame non desta scandali o tragiche preoccupazioni, ma l’amicizia è destinata a crescere e il tempo a passare. Sullo sfondo – ma mica poi tanto – i prodromi della Seconda Guerra Mondiale sono in pieno svolgimento. Che ne sarà di Blake Hall e dei suoi occupanti?
Cosa succede? Una scrittrice incontra per caso per strada l’attrice che una quindicina d’anni prima aveva interpretato il personaggio “scandaloso” del suo libro d’esordio, bestseller lettissimo e chiacchieratissimo. Sia la carriera di Clara T. che della nostra autrice sembrano aver seguito parabole di “contrazione” della fama ipertrofica degli inizi ma, se la scrittrice ha continuato a lavorare e si è costruita una famiglia felice e “regolare”, di Clara T. si sono completamente perse le tracce.
La piccola comunità valligiana è organizzata secondo un sistema che sembra scoraggiare strutturalmente la mobilità sociale o i ripensamenti in corsa. Durante le superiori gli studenti sono chiamati a scegliere una “carriera” che li accompagnerà per tutta la vita. I panettieri saranno panettieri, i gendarmi saranno per sempre gendarmi e chi manifesta tendenze “antisociali” o una fondamentale incompatibilità con un compito preciso sarà relegato a vagabondare ai margini e reso teoricamente innocuo dall’indigenza e dall’invisibilità che ne consegue. Il Consiglio è l’unico organo che può sporadicamente permettere ai “meritevoli” di ascendere, con un programma didattico specifico che promette maggiori privilegi e anche un accesso ai meccanismi meno noti del tempo. La comunità sa il minimo indispensabile a mantenere l’ordine e si nutre di folclore e di moniti che paiono più adatti a tener buoni i bambini che a gestire un gruppo sociale consapevole.
Di figli e figlie che scrivono delle proprie madri è pieno il mondo, ma è raro imbattersi in un’avversione così schietta,
L’Inquisizione non vede di certo di buon occhio l’eresia, il peccato e la fornicazione ma da temere sono anche i giudei “convertiti” – hanno davvero abbracciato la grazia del battesimo o si sono adeguati per puro opportunismo, nella speranza di rovesciarci? La magia di Luzia viene dalla lunga eredità della sua storia familiare e tenerla nascosta è una questione di sopravvivenza. Ma potrebbe diventare un’arma efficace per compiacere il re e il Dio degli inquisitori? Valentina lo spera, Pérez ne ha disperatamente bisogno e Victor de Paredes – l’uomo più ricco e fortunato di Madrid – non vuole lasciarsi sfuggire l’occasione. Si offrirà di “sponsorizzare” Luzia nella competizione magica organizzata da Pérez per consegnare al re il santo paladino (o la santa paladina) che potrebbe risollevare le sorti della Spagna. Luzia collaborerà? Sarà all’altezza? Verrà smascherata dall’Inquisizione? Perché a Victor de Paredes fila tutto così liscio? Chi è lo spilungone spettrale che lo accompagna ovunque?




Gopi e le sue sorelle hanno perso la mamma e si ritrovano per allenarsi, un giorno dopo l’altro, sotto l’occhio spento del padre su un campetto alla periferia di Londra. Farle giocare è l’unica cosa che sembra aiutarlo a tenersi a galla e loro lo assecondano, insieme e solissime, colpendo palle a ripetizione nella speranza di ritrovare il ritmo della normalità… o di lasciarsi ipnotizzare. C’è molto di meccanico, negli sport che si fanno con la racchetta, ma esiste uno specifico stato di felice straniamento che si innesca quando ti abbandoni all’automatismo. Si diventa fluidi, si diventa leggeri, ci si dimentica di sé, si fa tutto il giro e forse ci si ritrova.