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Partiamo immediatamente dal seguente presupposto: la pizza è una cosa seria.
Con la pizza non si scherza.
La pizza sfama, salva e consola.
La pizza unisce i popoli e genera involontariamente movimenti artistici.
Hai cambiato quartiere? Non potrai sentirti definitivamente a casa finché non avrai trovato una pizzeria che ti soccorra nei momenti di difficoltà, carestia e disorganizzazione alimentare.
Trovare un pizzaro fidato è importantissimo. Ed è anche incredibilmente difficile. Prima di individuarlo – cosa che vi consentirà di affrontare la vita con maggiore serenità -, sarete costretti a masticare pizze gommose, pizze unte, pizze bruciacchiate, pizze crude, pizze col formaggio che puzza di piedi e pizze con su la rucola molle. È un processo ingiusto, triste e difficile – e anche problematico dal punto di vista digestivo -, ma non potrete in alcun modo sottrarvi all’imprevedibilità degli ESERCENTI in grado di consegnare cibo a casa vostra. E a nulla servirà chiedere consiglio ai vostri amici. Ameranno, immancabilmente, un pizzaro che a voi farà schifo all’anima.
Dopo due felici anni trascorsi a quarantacinque secondi di distanza – scale del condominio comprese – da una pizzeria napoletana con forno a legna e certificazione DOCGTOPSTRAFAV elargita da San Gennaro in persona, mi sono trasferita non lontano dalla Darsena. Che è bella, per carità. Tutta piena d’acqua e di papere grasse, super riqualificata e brulicante di vita, ma completamente priva di pizzari collaudati e fidati. Da un anno e passa – malgrado i nostri sforzi -, viviamo quindi nella precarietà e nell’indecisione, in uno stato di SPIZZAMENTO che ci costringe, di volta in volta, ad accontentarci di pizze sub-ottimali o a lanciarci in esperimenti immancabilmente fallimentari.
Partendo da questi presupposti, lo sbarco di Domino’s Pizza a Milano non è stato per me fonte di particolare consolazione.
Capirai. M’è proprio cambiata la vita. Che culo, la pizza con l’ananas. Festa grande. Sciaboliamo.

E INVECE.

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Domino’s Pizza, precisiamolo, non m’ha regalato né soldi né viveri, ma sento comunque il bisogno di parlarne bene. Perché sono adorabili.
Tanto per cominciare, il sito è incredibilmente rassicurante.
Che puoi fare? Puoi scegliere delle pizze già assemblate per te – pizze normali, pizze estrose, pizze strambe, pizze comprensibili. Pizze, comunque, in un numero ragionevole. Non si sa bene il perché, ma le pizzerie che ti riempiono la cassetta della posta coi loro volantini (immancabilmente impaginati da un troll con la congiuntivite) hanno almeno centordicimila pizze diverse da proporti. Amici, sono troppe. Non le sapete fare nemmeno voi tutte queste pizze. Ma chi volete convincere? Fatene 6, ma provate a farle buone. Non ci serve una pizza con la besciamella, il tuorlo d’uovo, le quaglie intere e le crocchette di patate. È troppo estrema. Già è un miracolo trovare una margherita commestibile, figurati se mangio una pizza con su delle quaglie.
Comunque.
Domino’s offre una ragionevole selezione di pizze serene e normali. E ti permette anche di creare la tua pizza. Ma in una maniera flessibilissima. Ti piacciono due robe che, insieme, farebbero obiettivamente ribrezzo? Che problema c’è. Puoi chiedere a Domino’s di cospargere di olive la metà sinistra della tua pizza e di imbottire la metà destra di salame piccante. Se non te ne frega niente, invece, puoi anche esigere che ingredienti di ventisei tipi diversi vengano distribuiti a pioggia sulla superficie complessiva della tua pizza.
La faccenda veramente bella, però, è il tracker. 
Domino’s ci mette un quarto d’ora spaccato a portarti da mangiare. E tu sai esattamente che cosa diamine sta succedendo al tuo cibo. Verrai informato sulle condizioni funzional-materiche della tua pizza – la stiamo impastando, la stiamo cuocendo, la stiamo analizzando per capire se è tutto a posto – e saprai anche chi è che se ne sta occupando. Fabrizio, io non ti conosco, ma volevo dirti che m’hai sempre preparato delle pizze buone. Grazie, Fabrizio. Io non so chi sei, ma sento di volerti bene. Fabrizio, ti abbraccio. Sei il mio pizzaiolo. Viva Fabrizio.

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Alberto, pure tu mi stai simpatico. La consapevolezza del tuo arrivo – in un preciso momento della storia – mi ha permesso di raccattare in tempo i bicchieri e i tovaglioli, superando con successo quella fase di panico e disorganizzazione che travolge gli abitanti di una casa tra il suono del campanello e l’effettivo arrivo della pizza. È come se nessuno credesse mai che la pizza sta arrivando davvero. Te ne freghi finché non ti citofonano e, in quel momento – e solo in quel momento -, t’accorgi che non ti sei lavato le mani, che ti scappa la pipì, che hai perso il portafoglio, che hai il gatto che dorme sul tavolo e che Amore del Cuore sta cantando sotto la doccia. Con Alberto, nulla di tutto questo accadrà più. Alberto è partito alle 20.25: prepariamoci ad accoglierlo.

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Sono in pace, gente.
Ho trovato la mia pizzeria.
Non saranno napoletani veraci che cantano serenate alle mozzarelle di bufala, ma non potrebbe stracciarmene di meno. Ho Fabrizio, Alberto e un casino di certezze… crosticina croccante compresa.
Un giorno, magari, Domino’s avrà anche la bontà di spiegarmi per quale motivo i suoi cartoni hanno quella forma bizzarra. Deve sicuramente esserci una ragione interessantissima e lungimirante. Nel frattempo, salutatemi Fabrizio. E dategli un aumento.

 

Ciao, sono Gallina. Volevo finire di scrivere il mio articolo molto prima, ma ho avuto delle difficoltà con la tastiera. Non capivo bene se dovevo usare le zampe o le ali, per schiacciare i bottoni. Nel dubbio, ho usato il becco, ma è stato complicato e ci ho messo una vita a correggere tutti gli errori. Mi è anche venuto un mal di testa terribile. Forse non sono portata, per questa storia dei reportage. Che ne so io. Sono un animale da cortile. E Tegamini non ha voluto che le dettassi niente. Ti ho già fatto le foto, Gallina, non posso mica scriverti anche il post. Che cos’è un post? Perché si chiama così? Non c’era un nome più ruspante? Mi fa ridere anche REPORTAGE, ma mi hanno spiegato che quando un articolo ha dentro tante immagini conviene dire che è un REPORTAGE. Lo fa diventare più importante. Ci ho messo un’ora a scrivere “reportage” tutto maiuscolo. Poi ho scoperto che bastava tenere schiacciato un bottone grosso che c’è qui a lato. Ero così arrabbiata che ho fatto tre uova. Già sode.
Comunque.
Sono la gallina che vive al negozio Ikea di via Vigevano. Siamo in due. Ma io mi chiamo Gallina. E il negozio non è un negozio. È un temporary store. Mi hanno spiegato che quando un negozio non ha dentro tanta roba ma serve a far vedere che un’azienda è molto creativa e al passo coi tempi bisogna dire che è un temporary store. Io non sono svedese, ma sono stati carini con me. Trasferirmi in città era il mio sogno, anche se adesso tutti dicono che è più bella la campagna e che per essere felici bisogna aprire un agriturismo. Sarà. A me, però, non interessa. Perché sono una gallina.
Un paio di settimane fa, Tegamini è venuta a trovarmi al temporary store di via Vigevano e abbiamo fatto amicizia. C’erano dei bambini svedesi che preparavano da mangiare e delle persone che parlavano di giocattoli. Mi hanno spiegato che, quando succedono queste cose, bisogna anche dire l’hashtag della serata. L’hashtag era #YESTOPLAY. Che cos’è un hashtag? Tegamini non me l’ha detto. In compenso, però, mi ha portata a spasso.
Questo qua è il mio reportage. In foto vengo davvero bene. Tegamini mi ha detto che potevo cambiare un po’ il colore delle immagini. Con i filtri. Ho messo dei filtri molto colorati, perché quando una cosa è molto colorata vuol dire che è anche più allegra delle altre.
Tutta questa introduzione forse non serviva, ma l’ho fatta lo stesso.
Ecco qua le foto che abbiamo fatto io e Tegamini.

 

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Questa sono io con Canino. Canino è arancione e le persone lo usano per metterci dentro la roba da mangiare. Canino non capisce perché, ma ubbidisce perché è un bravo cane. Foto di Tegamini.

 

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Mangiare la frutta è importante, soprattutto nei mesi caldi. Questa sono io con un cesto di frutta svedese. Che bontà. Foto di Tegamini.

 

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Razzolare in un giardino ben curato è molto piacevole. I miei fiori preferiti sono le margherite. Questa sono io con un vaso di margherite. Foto di Tegamini.

 

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Non ho capito tanto bene che cosa c’è nel piatto, ma tutti mi hanno fatto un sacco di complimenti. Questa sono io che ci penso su. Foto di Tegamini.

 

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Andare per funghi è molto divertente. Non so se i funghi sono una verdura, ma immagino di sì. Le cose che crescono per terra sono verdura. Questa sono io con un cestino di porcini. Qualcuno sa come cucinarli? Vorrei conquistare Gallo con una ricetta speciale. Foto di Tegamini.

 

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Questa sono io con Gallo. Credo di amarlo. Faremo dei pulcini stupendi. Spero che diventino alti come lui. Foto di Tegamini.

 

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Questa sono io che mi preparo per fare la doccia. Tenere pulita la cresta e le piume è fondamentale. Voi usate il balsamo? Foto di Tegamini.

 

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Ogni tanto mi sento dispettosa. E se bucassi un palloncino? A che cosa servono i palloncini? A noi galline piacciono solo le cose utili. Foto di Tegamini – che mi ha impedito di bucare i palloncini. A lei le cose utili non piacciono mai.

 

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Non sono ancora una cuoca bravissima, ma mi impegno tanto. Cosa non si fa per amore di Gallo? Foto di Tegamini.

 

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Usare il computer è un po’ complicato, ma sto imparando moltissime cose nuove. Questa sono io che progetto un nuovo pollaio. Quando avrò dei pulcini, voglio che vivano in un bel pollaio comodo. Mi hanno anche detto che è importante che sia LUMINOSO. Le persone amano le case LUMINOSE. Anche il mio pollaio sarà così. Foto di Tegamini.

 

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Coltivare da soli le proprie granaglie è molto gratificante. E si risparmiano tanti soldi. Volete mettere la soddisfazione, poi? Questa sono io vicino alle mie piante. Devo ricordarmi di innaffiarle più spesso. Con questo caldo potrebbero seccare. Foto di Tegamini.

 

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Vorrei tanto che un artista mi facesse il ritratto. Ho un proprio un profilo nobile. Foto di Tegamini.

 

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Ho scoperto che cos’è l’aperitivo. È un’usanza simpatica. Purtroppo, però, il vino non mi fa bene. Mi fa perdere l’equilibro e mi confondo. Mi hanno detto che si possono chiedere anche delle bevande alla frutta. Mi sembra una soluzione intelligente. Basta dire ANALCOLICO e ti portano delle cose che non ti fanno rotolare per terra. Foto di Tegamini.

 

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Questa sono io che imparo ad andare in bicicletta. Non è stato molto facile perché ho le zampe un po’ corte, ma è stato un vero spasso. Vorrei un campanello più rumoroso, però. Foto di Tegamini.

 

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Pedalare fa venire molta fame. Questa sono io con del cibo un po’ strano che hanno cucinato dei bambini svedesi. Gli svedesi fanno lavorare i bambini sin da piccoli. Mi sembra una buona idea. Così stanno fuori dai guai e imparano a cavarsela da soli, una volta usciti dal nido. Foto di Tegamini.

 

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Vivo in Via Vigevano da tanto tempo, ma non mi ero mai tuffata nella piscina delle palline. È stato veramente bellissimo. Se anche voi siete delle galline, buttatevi quando c’è poca gente e fate attenzione a non sprofondare. Potreste spezzarvi un’ala. Nessuno lo sa, ma ho fatto anche un uovo. Chissà se riusciranno a trovarlo. Foto di Tegamini.

 

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Visto che siamo state così bene insieme, abbiamo deciso di concludere la serata con una foto ricordo. Questa sono io con Tegamini. Lei non è fotogenica come me, ma non diteglielo. Non voglio che ci rimanga male. Foto di Manuela Rossi. Anzi, foto di @manurossi.

 

Spero tanto di essere stata abbastanza brava.
Coccodè.
W Gallo.
Grazie per aver letto il mio reportage.

Con affetto,

Gallina

 

 

bbc earth concerts verdi

La mia ignoranza musicale è assoluta. Non sto scherzando. Non so proprio niente. Classica, jazz, pop, rock… non importa, nella mia testa c’è solo uno sconfinato deserto roccioso falciato dalla tramontana. Ho avuto le mie folli passioni per incredibili band metal-core di omoni tatuatissimi e so a memoria la discografia dei Queen, ma rimango una bestia. Adesso che ci penso, però, alla fine del liceo adoravo follemente anche dei tizi vegani col mascara e una depressione conclamata. Mi piacevano i testi. Non ci si capiva granché, ma c’erano un sacco di immagini super tragiche e storie di solitudini irrimediabili che mi confortavano assai. Comunque, non so una mazza lo stesso. Non me ne vanto, sia chiaro, ma è inutile far finta di niente. Sono anni che cerco di spiegarmi questa atavica avversione, anni. E credo sia cominciato tutto con la faccenda del pianoforte. Visto che ero una bambina bionda estremamente rapida nell’apprendimento e che m’era rimasto un pomeriggio libero – i restanti erano occupati da tennis, ginnastica artistica e inglese… e a scuola facevo il tempo pieno – la famiglia stabilì, dopo una breve ricognizione delle biografie dei principali fanciulli-prodigio del pianeta, che dovevo imparare a suonare il pianoforte, con annesso spin-off solfeggio. Mozart alla tua età era già al cospetto dell’imperatore! E io lì, con un minipony in mano e i calzerotti rosa coi gommini. Ecco. A me suonare il pianoforte faceva schifo. Una roba che m’abbia fatto così schifo nella vita non credo di ricordarmela. Toh, forse il fegato in padella, le lumache senza guscio. La trippa. Ma niente mi faceva incazzare come il pianoforte. La musica, la gioia, il trionfo dello spirito umano. Macché. Spartiti che volano in corridoio. Dopo anni di conclamate rotture di palle, mi sono finalmente decisa a informare i miei congiunti che non intendevo prolungare quello scempio neanche di cinque minuti. Basta, io questa roba non la voglio più fare. Ma fatemi disegnare, no? Che lì è chiaro che sono portata. Coltiviamo il talento, non intestardiamoci a fabbricarlo quando è palese che non ce n’è. Ah, vi piace tanto il pianoforte? E suonatevelo voi, allora.
Superato questo grande scoglio, la musica ha solo vagamente sfiorato la mia aridissima anima. Credo di essere l’unico essere umano sul pianeta che non ha musica nel telefono. Mi piace Elio, perché Elio è un miracolo della creazione. Mi piacciono le musiche arroganti dei film, anche. A Torino, una volta, sono addirittura andata a sentire Michael Giacchino. Ha preso una banda di ragazzini dell’oratorio – giuro sul dottor Spock – e gli ha fatto suonare le sue colonne sonore. Quella è stata veramente una figata cosmica, ma si è trattato di uno sprazzo di isolatissimo buonsenso. Poi il buio, come al solito.
Eh.
Provate dunque a immaginare di ricevere un accorato e coccolosissimo invito per un concerto all’Auditorium di Milano, quello in Largo Mahler, coi corvi finti sui balconi e un casino di marmo da tutte le parti. Ti piacerà, Tegamini, c’è l’Orchestra Verdi che suona… e dietro passano i documentari della BBC. Si chiamano BBC Earth Concerts. Ce ne sono tre. Te vieni al primo, Planet Earth In Concert, poi vedi come gira. La BBC ci ha messo secoli a filmare tutta quella roba, e poi ha chiesto a un compositore – George Fenton – di scriverci su la musica. Te vieni, ti siedi lì e vedi cosa succede. L’orchestra la dirige Danilo Grassi.

G I O I A.
S P L E N D O R E.
M I R A C O L I.

Uccelli pazzi che cercano di sorvolare l’Everest. Elefantini che sbagliano strada e si smarriscono nel deserto. Foreste che cambiano maestosamente colore. LEOPARDI DELLE NEVI. LEOPARDI DELLE NEVI. LEOPARDI DELLE NEVI. Paperotti che si lanciano dagli alberi. Grotte sommerse, piene di robe spugnose fosforescenti di rara e delicata beltà. Coccodrilli che sterminano gnu. SQUALI BIANCHI GRANDI COME AUTOBUS CHE INGHIOTTONO FOCHE AL RALLENTATORE. Caribù neonati inseguiti dai lupi. Volpi artiche che molestano oche. PINGUININI.

Solo un maestoso documentario con gli animali poteva riconciliarmi con la musica. E solo la musica poteva accompagnare con una simile grazia delle bestie così notevoli. Lo spettacolo è diviso in segmenti, agilmente introdotti da una letturina del direttore d’orchestra. Ora vedremo degli orsi polari che escono dalla tana per la prima volta. E alè, orsi e musica. Poi ci sono i predatori, gli elefanti che nuotano, migrazioni colossali, caprette che fuggono, delfini che mangiano pesce in compagnia di pennuti tuffatori. Insomma, habitat diversissimi e creature di ogni genere, che fanno le loro cose splendide da animalini con l’accompagnamento di un’orchestra.
Una cosa emozionante. Ma sul serio. Al coniglietto della steppa Amore del Cuore mi ha dovuta immobilizzare.
La Verdi, durante l’estate, farà delle repliche di questo primo documentario – Planet Earth – e andrà avanti con gli altri due della serie – The Blue PlanetThe Frozen Planet. Io, fossi in voi, ci farei un pensierino. Ma indipendentemente dalla vostra predisposizione alla musica o alle bestie. È un’esperienza di gioiosa immersione audiovisiva che scioglierebbe anche il più coriaceo dei cuori. E poi ci vogliono tre mesi di appostamenti, per riuscire a riprendere un leopardo delle nevi. Tre mesi. Il minimo che possiamo fare è sederci in un auditorium e rimanere a bocca aperta per un paio d’ore.

1930 milano

Scusatemi moltissimo, ma devo proprio principessare un po’. Avremo anche un Liberty al posto di una carrozza trainata da pavoni e unicorni, ma quando ci invitano a corte cerchiamo di fare del nostro meglio. In questo caso, poi, ero proprio l’ospite ideale. Mi raccomando, amici, niente riferimenti geografici o indicazioni stradali. Cioè, come se avessi il senso dell’orientamento. Ma magari. Sono ancora lì a fidarmi del sussidiario di terza elementare: il nord è dove c’è il muschio sulle piante. Comunque, in compagnia di un raggiante Amore del Cuore – che in queste occasioni si rallegra immensamente di questo mio hobby del blog -, siamo andati in visita guidata al 1930, secret bar dal fascino tendente a +infinito.

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Il 1930 è un’invenzione strana, almeno per noi che siamo abituati a bere benzina in mezzo alla strada. Ispirato agli anni ruggenti del proibizionismo, il 1930 è uno speakeasy regolamentare. Per entrare ti devono conoscere, ci vuole la tessera, ci vuole la prenotazione e serve pure la parola d’ordine. Proprio come in quei mirabili posti clandestini dove la gente IEA si andava a bere qualcosa – agitando abiti con le frange e, in caso dei maschietti, calcandosi ben bene il cappello sulle sopracciglia – senza preoccuparsi di essere arrestata con malgrazia. La cosa mirabile è che è tutto super nascosto. C’è un negozio di facciata, in pratica. FBI protezione testimoni milanesi. Voi entrate in questa specie di minuscola rosticceria tristissima e scalognata e, magimagia, dietro a una porticina c’è il 1930. Pure il sito vi butta un casino di fumo negli occhi… và, www.1930.sh. SHHHH, capito? Involtini primavera e omertà. Voi aggeggiateci un po’ però, con quel sito lì, perché ci sono dei barbatrucchi. Non posso dire di più, se no mi gettano nel fiume con una pietra al collo e gli stivali di cemento. Sappiate comunque che, soprattutto se avete l’amante, dovete trovare il modo di farvi ricevere, perché lì non vi trova neanche la Signora in Giallo. Ma neanche se morite al bancone.

Una volta dentro, vi sembrerà un po’ una piccola macchina del tempo. Ci sono i tavoli tondi da poker, gentiluomini che suonano strumenti musicali, luci soffuse, macchine da scrivere romanticamente arrugginite e poltroncine imbottite. Un frac, datemi un frac. Mi hanno anche detto che nel sotterraneo vive un fantasma che si diverte a scompigliare le fiammelle delle candele, ma forse accade solo dopo qualche bicchiere. Dietro al bar, poi, ci sono due alchimisti. Arrostiscono cose. SCECHERANO liquidi con movenze ignote ai più. Si rimproverano a vicenda perché c’è da fare la crema pasticciera fresca, che quella già pronta è lì da ben due inaccettabili minuti. Mescolano liquori inestimabili con sciroppi fatti in casa. Maneggiano tuorli d’uovo. Ad un certo punto hanno affumicato un cocktail. Non so che cocktail era, ma hanno preso una specie di cupola di vetro, l’hanno messa sopra al bicchiere e l’hanno riempita di un fumo aromatico che più coreografico non si poteva. Ciao, allora. Ciao.
La lista dei cocktail è stagionale e funziona a romanzo a puntate. Vi portano proprio un libricino. All’inizio ci sono le cose che potete bere – anzi, le cose che potete bere oltre all’universo di drink che potete chiedere – e poi c’è un racconto da leggere. Spie con l’impermeabile, signore col rossetto che non sbava mai e compagnia cantante. Qualsiasi cosa accada, quello che vi arriverà sarà prelibato e di un’avvenenza imbarazzante.

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Niente.
Vi ci porterei tutti in braccio per fare una bella partita a canasta, vi vorrei salvare dalle orrende bettole che tutti quanti frequentiamo, ma non aprono manco a me, se ci torno. Quindi niente. Per il momento vivo del felice ricordo dei due meravigliosi drink che mi sono bevuta alla salute di chi ci vuole male. E mantengo il segreto, come mi è stato ordinato. Se un giorno, finalmente, le mie nobili origini verranno riconosciute, luciderò le perle e prenoterò un tavolo – piccolo – anche per voi. Nel frattempo, ringrazio il 1930 per la bella serata. Amore del Cuore è ancora oltremodo commosso. E io continuo ad essere felicissima per tutte queste strane avventure.
A presto, spero.

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Dopo aver abbandonato la casa di MADRE e papà, ho abitato – certe volte per poco e certe volte per molto – in tre grandi e nobili città. Le metropoli in questione sono New York, Torino e Milano.
A New York ci sono rimasta per tre mesi, che poi ti scade il visto turistico, che è quello che scegli di usare quando sei una stagista che deve tornare in Italia per laurearsi. A New York abitavo in un posto surreale e struggente, una specie di palazzo per femmine che studiano e lavorano, vicino alla Penn Station e al Madison Square Garden. Si chiama Webster Apartments, ed è una via di mezzo tra un college, un albergo, una casa di tolleranza e un ospizio. Pagavi poco meno di mille dollari al mese e avevi la tua stanza, la colazione, la cena e le pulizie. Mille dollari al mese possono sembrare una bestemmia, ma per gli standard abitativi della sfarzosa Manhattan è praticamente un dono del cielo.

Il Webster era stato inventato negli anni Venti dal signore dei grandi magazzini Macy’s, come rifugio sicuro e accogliente per le giovani donne volenterose che si spostavano nella Grande Mela per inseguire i propri sogni. Io ci sono stata nel 2009, e il regolamento era ancora quello degli anni Venti. Gli uomini li potevi far entrare, ma non salire ai piani. Ci potevi bere un tè nei salotti comuni, li potevi far venire giù a mangiare, ma se un maschio tentava di prendere un ascensore per avventurarsi nella tua camera, veniva giustiziato sul posto da un energumeno russo. Insomma, scopare era categoricamente proibito, in compenso – però -, si potevano fare un sacco di altre cose pericolose e infiammabili, tipo fumare in stanza, gettarsi dal tetto, far scadere scatole di cereali nell’armadio, fare la cacca nei bagni comuni o decidere di abitare in quel posto per tutta la vita. C’erano ragazze giovani e piene di speranza tipo me e poi c’era un plotone di settantenni e ottantenni col deambulatore. C’erano divorziate rancorosissime che non sapevano dove altro andare. C’erano matte che non uscivano mai dalla loro camera.
Comunque, a parte l’assurdità della situazione, una roba che non ha mai creato problemi è il bucato. Sul mio piano c’era la lavanderia e te andavi col tuo sacco pieno di roba puzzolente, pigliavi un misurino dell’economicissimo detersivo Tide e cacciavi tutto nella prima lavatrice libera. Poi ti ritiravi nella tua stanza, facevi un po’ di sudoku e, dopo un’oretta, tornavi indietro e traghettavi i tuoi poveri panni nell’asciugatrice. E avevi fatto il bucato. Piegavi e via, i tuoi sei metri quadri di spazio vitale erano salvi.

Poi, niente, mi sono trasferita a Torino. Quartiere San Paolo, una camera da letto che ci stava dentro solo il letto, un minibagno, un minicorridoio e una cucina-ingresso-stanza-per-vivere-quando-non-stai-dormendo. Dopo un annetto e un po’, mi sono spostata verso il centro (si sa, quando si fa una carriera travolgente nel settore dell’editoria è importante abitare vicino ai bar) e ho perso una stanza. Quella casa lì era grande come camera mia a Piacenza e, volendo, potevi pure ribaltare il letto dentro al muro, tipo Quagmire. Non c’era nessun posto dove andare, in quella casa. E continuavo a non avere un balcone. Lì almeno c’erano due finestroni che facevano entrare un po’ di luce, ma mica potevo attaccare un bastone alla ringhiera e stendere le mutande col pizzo su Corso Re Umberto. Quell’anno lì mi si congelò la caldaia e, tempo dopo, augurai la morte alla padrona di casa, tra me e me. Avete presente quelle quarantenni che vanno a fare la piega ogni due giorni, non hanno bisogno di lavorare, sono sempre stressatissime perché devono andare a prendere i bambini a scuola (e basta) e si strappano gli adduttori al corso pomeridiano di zumba? Le mamme ricche con le Hogan. Non affittate mai una casa da una mamma ricca con le Hogan. Se hai un problema non ti sapranno aiutare, ma ti faranno le pulci sul tubo della doccia. “Guardi, signora, le lascio in casa una libreria e una scarpiera… il docciatore, con tutto il rispetto, costa 8 euro e ci può anche pensare da sola”. La mamma ricca con le Hogan ti fa un favore ad affittarti la casa, lo fa di malavoglia, fingerà di aver imbiancato e ti vesserà con ogni genere di pidocchioso adempimento (spesso facoltativo)… ma non lo fa perché sa che cosa sta succedendo o perché ci tiene. Lo fa perché glielo ordina un sadico agente immobiliare che il marito le ha messo vicino, ben sapendo di aver sposato una cretina.

Comunque, ora abito a Milano e la nostra padrona di casa è una nobildonna genovese con tredici cognomi che, periodicamente, mi chiede di mandarle delle foto del mio gatto. E’ una persona adorabile. L’antica nobiltà sconfigge le parvenu con le Hogan 1789 a 0. Ha delegato tutto – di sua sponte – a una solerte agenzia che, in caso di rogne – per ora ci si è liquefatto un lavandino IKEA, con conseguente accumulo d’acqua che ha fatto corrugare il parquet della cucina, creando un sorprendente effetto zattera-pirata – interviene con piglio e decisione. La signora Eliodora, dopo aver riconosciuto che, in effetti, poteva scegliere un lavandino migliore e/o far montare un lavandino mediocre da un idraulico sobrio, ha pagato le riparazioni, compresi gli incredibili puntellamenti e incollaggi del parquet, con la pacifica rassegnazione dei veri mecenati. E Ottone le piace un casino.

Comunque.

A parte il netto miglioramento nei rapporti locatario-locatore e la felicità di quest’ultima soluzione abitativa (c’è Amore del Cuore, i metri quadri sono aumentati, c’è una lavastoviglie), anche qui a Milano – e forse anche peggio che a Torino -, il disagio da stendino non si placa. Non c’è il balcone, la “lavanderia” è angusta, e non stiamo in uno di quei palazzi dove tutti si accampano sul ballatoio e si fanno le treccine, coi tendoni di plastica verde che scrocchiano al vento, a tempo coi bonghi. Fai il bucato e stendi in salotto. Hai da stendere le lenzuola? Peggio per te, dovrai tenerti in mezzo al soggiorno una specie di catafalco umidiccio e ondeggiante, una roba imponente e minacciosa che, se per caso devi andare a fare la pipì nel cuore della notte senza accendere le luci e ti sei dimenticato che ce l’hai lì in mezzo a casa, ti farà anche venire uno stramlone.
Ora, non so voi, ma qui ci garba andare in giro con la roba pulita, ed è un festival perenne della lavatrice. Ho addirittura comprato un secondo stendino all’IKEA, un affare bianco, a tre piani, con dei bracci rotanti e una bizzarra struttura a libro. Appena entri in casa lo vedi. Lo vedi, in qualsiasi modo. Sta lì, pieno di calzini, come un parente rancoroso che ti mette in imbarazzo al pranzo di Natale: allora, come andiamo? Abiti sempre in quello strano stanzone col soppalco? Ah, certo. Io non credo che ce la farei. Insomma, è anche vero che sei a Porta Venezia, ma come si fa a cucinare di fianco al bucato. Bisognerebbe rispondere con un perentorio FOTTITI, IO VADO SEMPRE AL RISTORANTE, ma evito di mentire, quando posso.

stendino della malora
Insomma, lo stendino sta diventando il simbolo di ogni fallimento, ti fa ricordare che la vita è effimera e che non ti pagano abbastanza. Ti fa sentire in povertà, lo stendino, come il campeggio… una roba che hai accuratamente evitato anche quando ci andavano tutte le tue amiche del catechismo. Ma dai, in tenda agli scout ci si diverte un casino, vieni anche tu, siamo nel gruppo dei Furetti! Col cavolo, vacci te a fare la cacca in un buco scavato nella foresta. Sono troppo vecchia per avere uno stendino in mezzo a casa. Mi muovo troppo scompostamente per non urtarlo ogni volta che passo. Dietro allo stendino c’è questa piccola libreria bellissima che mi ha regalato Amore del Cuore al compleanno… E NON LA VEDO MAI, MALEDIZIONE! Oh, permesso, ma che buon odore di bucato che c’è in casa! PER FORZA, HO SEMPRE LO STENDINO IN SALOTTO.

Mi arrabbio sempre, ultimamente.
Credo sia una mezza sindrome di Mary Poppins. Un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto. E il salotto appartiene a me. Me lo merito, un salotto. Ho finalmente un divano. Era dal 2009 che non avevo un divano. E’ scomodo, i cuscini si spostano ed è color cacchetta, ma è un divano. Quanto ancora dovrò attendere per non vedere più il diamine di stendino in mezzo ai piedi? Io non lo so. Ma voi come fate? Sono l’unica che vuole accendere un mutuo per avere una camera da destinare unicamente allo stendino? Un tempio, gli posso anche erigere un altare votivo, basta non trovarmelo più nei coglioni. E adesso che ne ho due, di stendini, faccio lavatrici a rullo, perché così non mi si accumula la roba sporca. E GLI STENDINI CHE MI INGOMBRANO L’ANIMA SI MOLTIPLICANO!

Ho bisogno di aiuto.
Ho bisogno di un castello.
Con dei terrazzamenti baciati dal sole.
Con le mura merlate.
E in cima alle mura ci metterò centinaia di stendini.
E ballerò nel mio salone. Finalmente vuoto.
Senza neanche un paio di calzette che cercano di asciugare.

La cabina armadio è sopravvalutata. Lo “studio” non è niente. La vera ricchezza è la stanza in più per lo stendino. Anzi, sono pronta alla conversione. Sono pronta a credere in qualcosa di bellissimo, di innovativo, di civile. Finalmente so che cosa voglio. IO VOGLIO L’ASCIUGATRICE.
…solo che di là non mi ci sta.
Manco quella.
Mai una gioia.
E poi si muore.


Orbene. A Torino avevo il portinaio-marsupiale. A Milano, invece, c’è il secchiatore folle.

La storia è avvincente. E spaventosa.

Dunque. Arrivo a casa un po’ sempre alla stessa ora, magari compro un pomodoro e una boccia di vino al Billa e poi mi infilo nella mia viuzza – che poi è quella dove tutti gli avventori dell’Atomic, ad un certo punto della serata, vengono a pisciare o a vomitare -, pronta a riabbracciare il gatto Ottone e a raccogliere da sotto al tavolo tutte le cose che ha masticato durante la giornata. Ecco, da qualche settimana, assisto regolarmente a scene raccapriccianti. Ignari personaggi, pacificamente impegnati a transitare sul marciapiede per i fatti loro, si pigliano in testa delle gran secchiate d’acqua. Niente, uno sconosciuto individuo apre la finestra, aspetta che la gente a piedi arrivi in corrispondenza di un determinato tombino e tira giù una sdella d’acqua. E lo fa apposta, che se volesse solo buttare in strada dell’acqua potrebbe aspettare tre secondi e lasciar andare via chi c’è sotto. Non diventerebbe una persona normale, certo, ma sarebbe comunque un po’ meglio che prendere la mira e lavare l’unico passante nel raggio di cento metri.
Per quel che ho potuto vedere io, le vittime del secchiatore-folle sono ormai quattro… e l’ultimo, quello di ieri, avrei potuto salvarlo. Sarà che ho visto Superman l’altra sera, sarà che la cattiveria gratuita mi fa girare vorticosamente i coglioni,  sarà che non lo so, ma ora sono perseguitata dal senso di colpa. Perché sapevo che sarebbe successo, e non l’ho avvertito.
Il primo ad essere lavato dal secchiatore-folle è stato un fighetto in camicia azzurra, uno di quei Dorian Gray col capello untino, tutto tirato all’indietro. Ecco, Dorian è stato colpito di striscio, un po’ d’acqua sul tallone del mocassino violetto e tanti saluti. Ha fatto finta di niente – lasciando, probabilmente, l’incombenza dell’incazzatura al suo ritratto, al sicuro nel baule del Cayenne – e ha girato l’angolo.
I secondi a pigliarsi la subdola lavata è stata una bella coppia di ragazzi. Io ero lì, che aspettavo di attraversare la strada e guardavo contenta i loro fantastici FULARINI e SCIAF, presi in pieno dal secchiatore-folle. Dando prova di un autocontrollo principesco, han guardato un po’ le finestre – non s’è ancora capito da dove arrivi, la benedetta acqua – e hanno chiamato il 113. Che poi non sono stata lì a vedere com’è finita – che avevo il sugo surgelato Pronto Scoglio, quello alle vongole, che gridava vendetta – ma dubito che le forze dell’ordine siano in qualche modo riuscite a risolvere la questione.
Il terzo, quello di ieri, quello che avrei potuto salvare, era un signore un po’ stropicciato con una cocacola in mano. E anche a lui è toccato l’orrido doccione a sorpresa. Finalmente, però, ho visto qualcuno reagire con la corretta indignazione. STRONZO A TE E A TUTTA LA TUA RAZZA! SE TI VEDO TI DISFO! APRI! APRI LA FINESTRA, MERDA CHE NON SEI ALTRO, MERDA! Io al signore gli volevo dire “Guardi, non è solo. E mi dispiace, perché quando l’ho vista passare di lì, bello tranquillo con la sua cocacola, era chiaro che il secchiatore avrebbe agito. Mi perdoni, e mi lasci aiutare almeno con gli insulti. COGLIONE! SUDICIONE DISADATTATO, SPERO CHE TI ESPLODA LA LAVATRICE, ANNEGARE DEVI… E SCHIATTA MALE! Va bene, ora? Si sente meglio? Vuole che prendiamo a sassate le finestre? Non si capisce quale sia la sua, ma se le sfondiamo tutte di certo non sbagliamo…”

Secondo voi che devo fare? Sono incazzata nera. E senza aver manco preso una secchiata. Come possiamo difenderci dal secchiatore-folle? Come smascherarlo? Diamine, è come un Fantasma dell’Opera che fa i gavettoni! Come intimidirlo? Ce l’avrà un rubinetto dell’acqua che possiamo piombargli di nascosto? Fermiamolo, probabilmente attacca pure i petardi alla coda dei gatti! Ma non c’è qualche supereroe dal gluteo marmoreo che può intervenire?
Sono molto preoccupata. Non voglio abitare vicino al Joker.

 

Il genitore piacentino medio, se la sua prole decide di andare all’università a Milano, è molto difficile che dica “O prole mia, ma che sarà mai, ti affitto una simpatica e ammiccante garçonnière in zona Colonne, che così puoi razzolare felice coi tuoi compagnucci di corso… e se poi trovi anche il tempo di studiare, insomma, tanto meglio. Uscire di casa, uscire di casa vi sveglia, a voi giovani!”
Ecco.
Il genitore piacentino medio, invece, prenderà il suo studente-figlio e gli dirà “C’è il regionale delle 7.08 che fa Rogoredo, Lambrate e Milano Centrale. T’ho preso l’abbonamento… e se anche solo pensi a finire fuori corso ti sego le dita dei piedi e poi ti diseredo”.
Molti dei senzatetto che bevono birrette da due euro in Colonne con gli studenti dotati di garçonnière sono ex-studenti piacentini pendolari, tragicamente deragliati fuori corso e scacciati come cani. Stanno lì insieme a quelli con la garçonnière per farli svaccare definitivamente. Il loro scopo finale – a parte la conquista del mondo – è di mettere insieme un’armata di ex-studenti piacentini senza fissa dimora e assaltare gli atenei che li hanno ripudiati prima che a ripudiarli fosse la famiglia.

Ma stiamo divagando.

Io il su e giù Piacenza-Milano l’ho fatto per cinque anni, col papà che mi comprava l’abbonamento in prima classe perché non poteva credere che i treni fossero ancora uguali a quelli che prendeva lui trent’anni fa, quando lavorava da qualche parte vicino a Lodi. In prima classe c’era tutta la gente che arrancava verso l’ufficio, poi c’eravamo io e il mio amico delle superiori col genitore ferroviere. Se hai un genitore ferroviere, si è scoperto, tu e tutti i tuoi consanguinei sarete automaticamente ammessi gratis sul treno che più vi piace. Lo invidiavo un casino. Aveva anche questo tesserino che testimoniava la sua appartenenza alla stirpe dei ferrovieri… e secondo me avrebbe dovuto vantarsene un po’ di più.
Insomma, grazie al mio papà che finanziava la prima classe, capitava addirittura che si trovasse posto a sedere. Lo stare seduti, però, non assicurava che tutto il resto andasse a finire bene. Se avevo un esame alle 10 – orario che all’intero mondo sembra, giustamente, onestissimo e normale – partivo in media alle sei e venti del mattino, che se un caribù sveniva sui binari vicino a Secugnago, a Milano non c’era speranza di arrivare. Certe volte rinunciavo proprio al viaggio e la notte dell’esame stavo a casa della mia amica Flavia, che aveva una gatta grassissima che mi svegliava sempre. Paprika era l’unica gatta del mondo ad avere il passo pesante.  Arrivava in salotto e faceva scricchiolare tutto il parquet… e io mi svegliavo, sbraitando modelli macroeconomici e indici di bilancio.
Ma stavamo parlando di treni. Anzi, dell’orrore dei treni… però non siamo qua per fare del blog-dolore, come delle Barbare d’Urso qualsiasi. Siamo qua per parlare dell’evoluzione fenomenologica della ferrovia, del passeggero che muta al mutare del vagone che lo ospita, delle distanze che si accorciano perché le velocità si impennano, dei “salumi di alta qualità” e del “scegliete una pausa di gusto!”.

Siamo qua perché da settembre prendo due Frecciarossa al giorno (pagandoli profumatamente, questa volta di tasca mia).
E siamo qua perché, più di tutto, non riesco a capire com’è che si siedono le persone.

Ora, se compri un biglietto Frecciarossa ti assegnano il posto. Se, invece, compri un abbonamento mensile, il posto non ce l’hai e devi vagare come una trottola in cerca di un cantuccio libero dalle terga di qualcuno che, al contrario di te, non ha dato 295 euro (in anticipo) a Trenitalia. E pace per il Milano>Torino delle otto del mattino, che è tutto un susseguirsi di folkloristici riti propiziatori e balletti di “scusi, mi sa che lì ci sono io” e “prego, mi alzo subito”. Alla mattina si sta pigiati e buonanotte… capirai, ci sono esperienze pendolaristiche ben più cruente e chi sono io per fare la zarina sulla slitta. Quello che però non comprendo è che cosa spinga la gente ad agglomerarsi e ammassarsi anche quando non è necessario. Per dire, il Torino>Milano delle 18.40 mi regala sempre momenti di fragoroso stupore.
Ho addirittura prodotto dei diagrammi.

Ecco. Si sale a Porta Nuova e il treno è vuoto. Una roba commovente. Allora ti scegli bene il posto, ti ammucchi intorno tutti i necessari generi di conforto e, finalmente, ALLUNGHI LE GAMBE. Ora, io non sono una modella siberiana di due metri e dieci, sono solamente una persona di un metro e settanta che non vuole passare il tempo rattrappita e compressa. Io le voglio allungare, le gambe. E non mi sembra un’ambizione così bizzarra, anzi, mi è sempre sembrato un desiderio condivisibile da ogni altro essere umano. A chi piace scalciarsi col passeggero davanti? Chi ha voglia di dribblare le centosei borse per il pc che il consulente-medio non può fare a meno di piazzare in terra, sotto al maledetto tavolino e in mezzo ai tuoi piedi innocenti? L’unica cosa che mi consola, quando mi mollano le borse sui piedi è che, quando mi addormento tiro calci. Comunque. Sarò io misantropa, ma non ne voglio di gente davanti, voglio potermi distendere come una paciosa foca monaca sul suo scoglio levigato.

È per questo che, se fossi una che sale a Torino Porta Susa, deciderei di comportarmi in questo modo:

Dove mi siedo?
Semplice, fuori dalle balle.
Mi siedo nel mio cantuccio e allungo le gambe pure io, senza generare disordine, senza offendere le articolazioni del prossimo e obbligarlo a regredire dalla situazione felice e serena del tragitto Porta Nuova-Porta Susa. Che a star bene ci si abitua alla svelta e poi col cavolo che vuoi rimetterti lì con le ginocchia in gola.
Qualcuno potrebbe dire “Eh, ma scusa, il posto che mi hanno assegnato non è mica quello lì dove si possono distendere le gambe”. E pace. Pace e bene. Ci siamo in due, sul treno, ma che ti frega, vai lontanissimo e non intralciare la mia posizione-yoga numero centotredici, diamine. Se poi arriva qualcuno che effettivamente quel posto ti rimetti a obbedire al biglietto. Ma finché non c’è nessuno perché condannarci all’artrosi?
Perché è illogico e insensato, ma quello che succede a Torino Porta Susa è questo:

Perché.
Perché.
Perché.
C’è tutto il treno. Che cosa vuoi da me. Ma non puoi essere un po’ misantropo anche tu, viaggiatore sottovuoto che arrivi all’improvviso a turbare la mia tranquillità?
All’inizio non mi spostavo, che magari sembrava maleducato. Adesso, invece, ho deciso di infischiarmene dei sentimenti altrui e di rispondere con boria e tracotanza all’insensatezza della gente che non si sa sedere. Di solito, stacco il caricabatterie dalla mia spinetta personale, lo attacco alla spinetta vicina (anche se è distante tipo un centimetro) e, sbuffando come un bufalo con gli zoccoli scheggiati, mi trasferisco pesantemente nel sedile LIBERO alla mia destra. Tiro la levetta sotto al sedile e, facendo tutto il rumore che posso, allungo il sedile con cattiveria. E basta, mi rimetto com’ero prima, viva Dio. E non avrei più nessun problema con l’illogico passeggero appena arrivato se non mi accorgessi, tutte le maledette volte che, appena mi sposto, anche lui distende le gambe. E anzi, le distende con un certo scocciato sollievo, come se ogni sua scomodità fosse tutta colpa mia. “Oh, finalmente ti sei levata. Ma pensa te, sta stronza, neanche le gambe mi faceva stendere, che è tutto il giorno che lavoro come un bastardo in un campo di patate, brava, brava, mettiti da quella parte, fuori dai coglioni”.
E ve lo giuro, è così che va.
Ed è questo quello che davvero mi sconforta. Che posso quasi quasi capire che uno voglia sedersi dove il biglietto gli dice di sedersi, ma il resto no. Il resto è di una stupidità che sfiora la superstizione.
E allora, come salvarsi?
Niente, mi siedo nei sedilini appaiati, quelli che hanno davanti solo gente messa di spalle. E mi guardo bene dal lasciare la giacca nel posto libero che mi rimane vicino, che questi posti sono preziosi e vanno condivisi con chi è ancora in grado di sedersi normalmente.

Piazzale Loreto è un posto molto trafficato. È un gran casino a più corsie concentriche, dove la gente strombazza, cerca di insinuarsi a destra e a sinistra e si rende amaramente conto di non poter in alcun modo arrivare in orario dove dovrebbe arrivare. Quel che non sapevamo, almeno fino alla rivoluzionaria scoperta di oggi, è che non solo a Loreto una volta c’era il mare ma che, in qualche piano dimensionale normalmente celato all’occhio umano, il mare a Loreto c’è ancora.

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