Tag

Milano

Browsing

Uno dei più grandi fraintendimenti che perseguitano Amore del Cuore da anni è il seguente: a Marco piace un casino fare la spesa. Cioè, al supermercato si diverte proprio. Adora andare a fare la spesa, ci passerebbe i secoli.
A furia di sentirmelo ripetere da mia cognata e da mia suocera – che si fregiava (giustamente) del supporto del figlio maggiore quando si trattava di andare seriamente a fare provviste per il clan, al grido di “menomale che mi accompagnava lui, mi faceva spendere la metà” – me ne sono super convinta anch’io e ho sempre spedito Amore del Cuore al supermercato con grande spensieratezza. Anzi, certa di fargli cosa gradita.
Anni dopo, non si sa bene come, ho scoperto che era tutta una menzogna.
Amore del Cuore odia tutto.
Non so se l’astio sia subentrato dopo un’assidua frequentazione dei supermercati milanesi il sabato pomeriggio o se un certo fastidio di fondo esistesse da sempre, ma ora non ne fa più mistero. Credo stia cercando di tutelarsi, per non passare gli anni migliori della sua vita in coda all’Esselunga, a combattere per quattro focaccine al bancone della panetteria mentre innumerevoli vecchiette col carrellino scozzese – vecchiette che potrebbero fare la spesa durante la settimana alle tre del pomeriggio, invece che al sabato alle cinque insieme al resto della popolazione lavoratrice del nostro bel paese – gli arrotano spietatamente i malleoli.
Comunque.
Un’altra cosa che ho gradualmente scoperto è che Amore del Cuore è bravo a cucinare. E gli piace anche. Ora, spero di non dover tornare qui fra qualche tempo a dire che pure questa era una panzana, una gigantesca illusione, un tragico quiproquo ma, PER ORA, Amore del Cuore cucina con fierezza e buona volontà. Al momento posso addirittura riportare la seguente dichiarazione: “Cucinare mi rilassa”.
E chi sono io per fermarti, Amore del Cuore.
Riempimi di risotti.
Allietami con i tuoi hamburgeroni farcitoni.
Spadella e impana.
Io mangio tutto.
Quando vuoi. Come vuoi.

60FEFABA-4CF0-4CB7-B428-53CA3631B4AD
Concentratissimo. Sempre.

Ecco perché, in estrema sintesi, ho deciso di imbarcarmi (anzi, di imbarcarlo) in un’impresa di collaudo culinario che è culminata con un garrulo pic-nic al parco nel primo weekend di sole dell’anno del Signore 2018. A SecondChef non importa tanto chi è che cucina, alla fin fine, basta che ci sia qualcuno che lo fa volentieri. 
Ma che roba è?
SecondChef è un nuovo servizio a metà tra il food-delivery e il “ti elimino un po’ degli sbattimenti legati al far da mangiare”. Ti piace cucinare ma, come Amore del Cuore, non hai voglia di morire al supermercato? Hai gente a cena ma non sai cosa inventarti e, soprattutto, hai poco tempo per fare una spesa sensata e completa? Trabocchi di buona volontà e adori i ritrovi conviviali dove ci si alimenta bene ma sei sempre di corsa e non ti va di passare le ore in giro per scaffali a cercare la curcuma? Ogni volta che leggi “q.b.” su una ricetta ti viene l’orticaria? Vuoi fare qualche esperimento perché prepari sempre le stesse tre robe in croce?
Bene, Second Chef potrebbe essere d’aiuto.

44238522-1F41-4AEC-AB73-64269048BBB2

4CB5E8D6-41CF-4D41-A1A2-4EC0148565A4

È un’idea molto spassosa e funzionale, secondo me. Vai sul sito, scegli le ricette che vuoi preparare (e per quante persone prepararle), fai il tuo ordine e attendi un glorioso pacco refrigerato che contiene tutto l’occorrente per metterti ai fornelli. Gli ingredienti sono selezionati, freschissimi e arrivano già nelle quantità giuste per la preparazione scelta – entro 24 ore dal confezionamento -, con tanto di pratica scheda che illustra passo dopo passo il procedimento di preparazione. Le ricette, ovviamente, sono di stagione e cambiano ogni settimana. Ci si può abbonare o regalarsi di tanto in tanto uno scatolotto, senza particolari vincoli o patti col diavolo. E il tutto, per ora, è disponibile a Milano (più Lombardia), Roma e Torino.
Per il nostro pic-nic abbiamo scelto l’insalata di riso con seppie e piselli e i calamari con pomodori e olive. Perché sì, se ti arriva buono il pesce penso che sul fronte “qualità degli ingredienti” non ci possano essere grandi margini di dubbio. La box era per 4 persone… ma ci abbiamo mangiato in 6. Belle porzioni, dunque. E un Amore del Cuore pervaso da un’immane soddisfazione (anche se quando lo fotografi sembra sempre una signora siciliana che di lavoro piange ai funerali).

8E0B6A96-BC57-4BDC-A9DB-7F380752457B
Serietà massima anche durante le operazioni di impiattamento. Per fortuna c’è Paolo che beve.
7D9EDD60-C130-4E78-8757-57CE0FE42567
Il mio decisivo contributo: mangiare.

Siete in vena di collaudi e di cucinare per chi più amate al mondo? Date un occhio sul sito di SecondChef e, se vi va di regalarvi un menu, c’è anche un codicino sconto per voi – anzi, un codicione. Fino al 21/4, infatti, con 2TEGAMINI c’è uno sconto di ben 20€ sul primo box ordinato.

Felici cenine e pranzetti a tutti, dunque. E in bocca al lupo a SecondChef per la nuova avventura!

Sono piacentina e prendo gli affettati molto seriamente.
La coppa è un prodigio che abbiamo donato al mondo.
La coppa è importante.
I salumi sono importanti.
E il tagliere di affettati non è una roba che si prende quando non ci si decide sull’antipasto. È brutto, sminuire il tagliere di salumi. È scortese. Il tagliere non dovrebbe essere il piano B. Il tagliere ha una dignità e una sua armonia.
LODE E GLORIA AI TAGLIERI.

Ma non facciamoci risucchiare immediatamente dall’irrazionalità.

Dalle mie parti, di solito, dopo innumerevoli affettati di rara bontà si passa ai tortelli. O agli anolini. O ai DELICATISSIMI pisarei e faśö. I salumi, insomma, sono una preziosa introduzione, ma si fermano un po’ lì – se vai a mangiare fuori, soprattutto… perché a casa mia ci sparavamo etti di salame come secondo, ma siamo un caso un po’ preoccupante, temo. Comunque, dall’alto della la mia assoluta e ormai trentennale EXPERTISE salumieristica e del mio generale entusiasmo per il mangiare fuori, la settimana scorsa ho felicemente accettato l’invito dei baldanzosi ideatori/gestori/affettatori di Salumi Solari e sono andata a godermi una cena quasi esclusivamente a base di estrosissimi taglieri e sceltissimi bicchieri di vino.

_MG_1330
Fotina cortesemente concessa da Sapori Solari (per rendere doverosamente giustizia all’affettato).

IMG_6325

Il locale ha aperto due anni fa, vicino alla fermata della metro di Bande Nere, e l’idea è assai interessante. Un menu costruito su qualsiasi cosa possa dirsi affettabile – dai salumi alle bresaole, passando per i carpacci di pesce e i formaggi – e accompagnato da verdurine, cicchetti fantasiosi e pane da sgranocchiare.
Il tagliere arriva in compagnia di uno dei giovanissimi proprietari – cinque virgulti super competenti che non hanno ancora compiuto trent’anni – che si piazza lì a raccontarti con pazienza e una visibile passione quello che stai per mangiare. Ho scoperto la porchetta di tonno, gloriose ricottine di bufala, salami di mulo, tartare sceltissime di Fassona piemontese e più o meno ottantasei tecniche diverse di stagionatura dei latticini. Il tutto, però, raccontato un po’ come avrebbe fatto Gassman.

I taglieri vengono gioiosamente assemblati dietro al banco – che è in sala dove siete anche voi – utilizzando prodotti selezionatissimi che arrivano dagli angoli più disparati d’Italia. Vengono privilegiati i piccoli produttori, l’artigianalità e, oltre alla discriminante decisiva della prelibatezza, c’è anche un po’ quella della “storia” di una particolare tradizione gastronomica regionale o territoriale. Ho mangiato cose mai sentite e mai provate e mi è spiaciuto parecchio non averlo fatto prima, sarei stata molto più contenta.

IMG_6327
I carpacci di pesce. Le foto saranno un po’ poco PROFESSIONAL, ve lo dico, perché avevamo voglia di mangiare tutto e ciao.
IMG_6326
Affettare! Affettare!

Insomma, è un posto dove poter scoprire eccellenze vere e mangiare (perché sì, sono taglieri, ma si mangia) scoprendo prodotti unici. Potrete affidarvi ai ragazzi per la composizione del tagliere e l’abbinamento del vino o anche farvi consigliare qualcosa “su misura”. Se poi c’è una BRESAOLINA – termine che mi ha mandato in visibilio quando Gassman ha introdotto il tagliere dedicato, con grande costernazione di tutti i miei pazienti commensali – dicevamo, se c’è una bresaolina che vi piace particolarmente, prima di tornarvene a casa con la pancia piena e il cuore soddisfatto avrete anche la possibilità di farvene affettare un po’.
Che cos’ho scordato?
I dolci. Ci sono anche i dolci. Torte fatte in casa con proposte fisse (vi consiglio la cheesecake con la ricotta di bufala, è commovente) e invenzioni diverse a seconda del giorno.

IMG_6328

IMG_6329

E basta, ho finito. Qui trovate tutte le informazioni, il menu, un po’ di filosofia e delle foto molto più belle delle mie.
Andateci, se vi capita. Si sta bene. 
Potere agli affettati! E grazie a Sapori Solari per la serata.

Dunque, chi abita nei dintorni di Piazza Ambrosoli – anzi, di Piazza GIORGIO Ambrosoli, che altrimenti le mappe di Google non ve la trovano e vi mandano a Usmate Crostone – è già molto fortunato. Palazzi bellissimi. Alberi altissimi. Negozietti amichevolissimi. E, dal 22 settembre, pure una vineria di rara piacevolezza. Il Vinaccio, infatti, ha deciso di aprire bottega anche un po’ più in là del Naviglio – dove già tante gioie ci regalava -, affiancando al nuovo locale anche un grande negozio virtuale.

Ma procediamo con ordine, perché i collaudi ben riusciti vanno documentati.

IMG_4740

Ebbene, leggenda narra che al numero 3 di Piazza Ambrosoli ci fosse un ortolano, un signore che – in quarant’anni e passa di onorato servizio – è riuscito a diventare una vera istituzione di quartiere. Quando ha deciso di chiudere e di godersi la pensione, è subentrata la Ciurma del Vinaccio, con l’idea di portare avanti la tradizione di buon vicinato e di creare un nuovo punto di riferimento per chi passa o per chi vive nei dintorni. La selezione dei vini che si possono trovare in negozio è accurata e scrupolosa, ma anche basata sulle storie e sul rapporto personale con i produttori. Vini eccellenti, insomma, ma fatti e scelti col cuore. Costosissimi e inavvicinabili? No. Da supermercato? Nemmeno. Ci sono bottiglie buone che possiamo passare a prendere per cena in un comunissimo martedì sera – per dire – e bottiglie per le occasioni “speciali”. E, aspetto ancor più importante, c’è Alessandra, che ha il preziosissimo talento di sapere TUTTO senza fartelo pesare. Anzi. Il risultato di questo felice mix convivial-enologico è un locale BARRA negozio che se la tira poco ma la sa lunga. Un posto dove si sta bene.

IMG_4925

IMG_4926

Ma c’è solo la vineria di quartiere?
Macché.
Magari stiamo da un’altra parte. Magari non abitiamo neanche a Milano. L’idea dei soci del Vinaccio è quella di creare una rete di enoteche nelle città più disparate, fino alla conquista del pianeta e delle galassie più remote ma, nel frattempo, si sono dati da fare per essere presenti, almeno virtualmente, ovunque. Insieme al nuovo Vinaccio, infatti, è stato inaugurato anche un vasto e-commerce – www.ilvinaccio.it -, che affianca il negozio e ne condivide in pieno lo spirito.
Il “rating” delle bottiglie potrei averlo inventato io, quindi ne parlerò con grande entusiasmo. Sia online che offline i vini vengono valutati in CUORINI.

C U O R I N I

Visto che nello shop arrivano solo prodotti molto ben selezionati, la bontà non può che essere misurata in cose belle. Si va, dunque, da vini “sopra la media nella loro categoria” (un cuorino bianco) ai vini “unici e senza paragoni” (un cuorino tutto rosso trafitto da un’amorosissimo dardo). E, dopo averne assaggiati numerosi – mantenendo comunque la dignità, perché sono pur sempre una signora – un rating del genere mi sembra incredibilmente appropriato.
Ma vi dirò di più.
Visto che bere da soli non è un crimine, certo, ma mi sembra più gioioso bere in compagnia, c’è anche un codice sconto del 10% da usare, se vi va, su www.ilvinaccio.it. Il codice è difficilissimo, preparatevi: tegamini.

IMG_4928

Dopo il giro di esplorazione in negozio – e una quantità considerevole di chiacchiere – ci siamo spostati al Montalcino (grazie alla Francesca per il passaggio e per avermi fatto provare l’emozione di parcheggiare a Milano con la Smart – 3 minuti netti, a Porta Genova… LA VITA), che è un po’ il campo-base dei soci del Vinaccio. Il ristorante ha una cantina super Game of Thrones dove la Ciurma si riunisce periodicamente per assaggiare e valutare i vini da proporre nel locale e sullo shop. Ho mangiato come un bufalo,  ho bevuto anche meglio e sono tornata a casa proprio contenta. Insomma, bravoni tutti. E in bocca al lupo.

IMG_4927

*

Il Vinaccio di Piazza Ambrosoli 3 inaugura il 22 settembre. Passate a bervi un bicchiere!

*

Post realizzato in collaborazione con Il Vinaccio.

 

Funziono così. Compro quasi tutti i miei libri online. Ma se entro fisicamente in libreria è praticamente impossibile che io esca a mani vuote. Vado a cercare di rado i libri che popolano le mie svariate wishlist, perché sono quasi sempre certa di non poterli trovare, ma qualcosa riesco sempre a pescarlo. Datemi un quarto d’ora per vagare felice e spensierata e riuscirò a farmi un regalo inaspettato. A scoprire un titolo che non conoscevo. O ad arrivare, chissà per quale strana associazione di idee, a una cosa bella che avevo dimenticato. Frugo, spulcio le quarte, guardo le copertine, mi scandalizzo per le fascette, finisco davanti a scaffali pieni di roba che mai al mondo potrebbe interessarmi – ma ci guardo lo stesso. Perché Amazon mi risolve – brillantemente – ogni genere di problema logistico e di approvvigionamento, ma la curiosità e il gusto dell’esplorazione sono un’altra faccenda. Ho circa millemila libri da leggere – in coda, come dal salumiere – ma quelli che compro in libreria saltano automaticamente la fila. Le librerie, per me, rimangono dei luoghi felici – nonostante tutto. E queste sono le mie librerie preferite di Milano. 

Rizzoli Galleria
Galleria Vittorio Emanuele II
Lunedì-domenica 9 > 20
Giovedì 9 > 22

rizzoli galleria vetrina

Ristrutturata alla velocità della luce e riaperta al pubblico nel novembre del 2014, Rizzoli Galleria è l’unica libreria gigantesca della città che riesce a non terrorizzarmi… e a non farmi sentire al supermercato. Non ho ancora esplorato il piano dedicato agli infanti (si dice sia mirabile), ma ho apprezzato tantissimo la super sezione in lingua inglese al -1 (dove ho inaspettatamente scovato la mia edizione preferita di sempre della Scopa del sistema) e l’ottagono, una sala di rara bellezza dedicata agli illustrati d’arte, moda, fotografia e design. Cento punti a chi ha deciso di arredare con pezzi di Cassina, Vitra e Frau. E anche a chi è venuto in mente di fabbricare un’app piena di informazioni, novità e percorsi tematici (aggiornati settimanalmente).

*

Verso Libri
Corso di Porta Ticinese 40
Martedì, mercoledì, domenica 10 > 21
Giovedì, venerdì, sabato 10 > 24

verso libri

Tutte le (rare) volte che una libreria indipendente apre i battenti mi viene da pensarla più o meno così: ma che bello, una libreria nuova, piccolina, coraggiosissima e valorosa! …santo il cielo, ce la faranno? Speriamo bene. Ecco, con Verso è andata esattamente così. E, ormai a un annetto dall’inaugurazione, ogni volta che passo per Corso Porta Ticinese sono contenta di vederla popolata, vispa e aperta fino a tardi. Il catalogo è ricercato e avventuroso (io, per dire, mi ero comprata Lo splendore casuale delle meduse) e gli spazi assai piacevoli. C’è un baretto, un civilissimo wi-fi libero e un vasto calendario di eventi (tenendo a mente che non di sole presentazioni librarie vive l’uomo). Il posto perfetto per farsi cogliere di sorpresa da un bel libro. Sull’aperitivo, purtroppo, non ho ancora informazioni. Ma mi documenterò.

*

American Bookstore
via Camperio 14
Gli orari d’apertura sono misteriosi, anche se il sito dice “Il punto vendita è sempre aperto, anche ad agosto”. Rassicurante, no?

Il bannerone superTOP viene da http://www.americanbookstore.it/

L’American Bookstore è un luogo bizzarro, disordinato e stranamente accogliente – e forse anche l’unico posto a Milano dove posso sperare di scovare qualcosa che ho effettivamente messo in wishlist. La libreria è specializzata in narrativa anglosassone, dalle novità applaudite dal New Yorker ai paperback dimenticati da Dio. Ci sono chicche e rarità, ma anche i super bestseller in edizione economica. Il tutto è inspiegabilmente accompagnato da un esuberante assortimento di oggettistica. Tazze, scatole, galletti patchwork, biglietti d’auguri e ninnolame degno di una nonna del Wisconsin. Attendo con ansia un angolo dedicato alle torte di mele.

*

Libreria Egea
via Bocconi 8
Lunedì-venerdi 10 > 19.30
Sabato 10 > 13.30 / 14.30 – 19

egea

Ci ho passato secoli, all’Egea. Patendo come un cane. Quando facevo l’università, i libri li andavo a prendere lì, sfidando folle oceaniche di studenti esasperati e commessi trafelatissimi. Non l’ho mai percepita come una vera e propria libreria, era il posto dove bisognava andare a procurarsi la dispensa di Storia Economica o il malloppone di Diritto Privato. E vi assicuro che c’è ben poco da stare allegri, quando vi tocca comprare un libro di Diritto Privato. Anni dopo, però, complice la ristrutturazione massiccia (che ha contribuito a rendere l’intera faccenda un po’ più user-friendly), mi sono resa conto che l’Egea poteva anche essere un bel posto. Al piano inferiore ci sono addirittura la narrativa e un giocoso angolo-bambini, ma il punto forte è sempre la saggistica – non necessariamente iper specialistica. Oltre al super catalogo dedicato al management – sai com’è, è pur sempre la libreria della Bocconi -, gli argomenti frugabili sono i più disparati, dalla moda all’organizzazione aziendale, dalla sociologia ai pamphlet sulle brutture del mondo.

*

Triennale Bookstore
viale Alemagna 6
Lunedì – martedì 10 > 21
Mercoledì – sabato 10 > 23
Domenica 10 > 21

triennale bookstore

All’estero – così, GENERALIZZIAMO – i bookshop dei musei sono sempre strabilianti. In Italia un po’ meno. Magari si trovano i cataloghi della mostra in corso, più qualche volume di trent’anni fa vagamente inerente all’argomento. C’è qualche cartolina, ci sono i magneti pazzi da mettere sul frigo. Ed è morta lì. Il Bookstore della Triennale – gestito da Skira – non è sterminato, ma è sicuramente molto avvincente. Si trovano libri di architettura, design, arte moderna e contemporanea e una selezione di riviste di settore. Si vai dai puri coffee-table books (quelli da piazzare in salotto per fare bella figura e passare per persone raffinate) ai saggi con meno figure e più attenzione agli aspetti teorici della creatività. Per la gioia dell’universo mondo, poi, c’è anche una spassosa selezione di aggeggi e gadget insoliti – cosa che trovo sempre di grandissima consolazione, non potendo permettermi la lampada Arco di Achille Castiglioni.

*

E niente, questi sono i posti dove amo girovagare. Visto che il tutto è assai soggettivo – e non c’è alcuna pretesa di esaustività, vi esorto ad allungare l’elenco con le vostre librerie preferite. Che si fa sempre in tempo ad imparare qualcosa.

 

Partiamo immediatamente dal seguente presupposto: la pizza è una cosa seria.
Con la pizza non si scherza.
La pizza sfama, salva e consola.
La pizza unisce i popoli e genera involontariamente movimenti artistici.
Hai cambiato quartiere? Non potrai sentirti definitivamente a casa finché non avrai trovato una pizzeria che ti soccorra nei momenti di difficoltà, carestia e disorganizzazione alimentare.
Trovare un pizzaro fidato è importantissimo. Ed è anche incredibilmente difficile. Prima di individuarlo – cosa che vi consentirà di affrontare la vita con maggiore serenità -, sarete costretti a masticare pizze gommose, pizze unte, pizze bruciacchiate, pizze crude, pizze col formaggio che puzza di piedi e pizze con su la rucola molle. È un processo ingiusto, triste e difficile – e anche problematico dal punto di vista digestivo -, ma non potrete in alcun modo sottrarvi all’imprevedibilità degli ESERCENTI in grado di consegnare cibo a casa vostra. E a nulla servirà chiedere consiglio ai vostri amici. Ameranno, immancabilmente, un pizzaro che a voi farà schifo all’anima.
Dopo due felici anni trascorsi a quarantacinque secondi di distanza – scale del condominio comprese – da una pizzeria napoletana con forno a legna e certificazione DOCGTOPSTRAFAV elargita da San Gennaro in persona, mi sono trasferita non lontano dalla Darsena. Che è bella, per carità. Tutta piena d’acqua e di papere grasse, super riqualificata e brulicante di vita, ma completamente priva di pizzari collaudati e fidati. Da un anno e passa – malgrado i nostri sforzi -, viviamo quindi nella precarietà e nell’indecisione, in uno stato di SPIZZAMENTO che ci costringe, di volta in volta, ad accontentarci di pizze sub-ottimali o a lanciarci in esperimenti immancabilmente fallimentari.
Partendo da questi presupposti, lo sbarco di Domino’s Pizza a Milano non è stato per me fonte di particolare consolazione.
Capirai. M’è proprio cambiata la vita. Che culo, la pizza con l’ananas. Festa grande. Sciaboliamo.

E INVECE.

Schermata 2016-03-11 alle 12.45.28

Domino’s Pizza, precisiamolo, non m’ha regalato né soldi né viveri, ma sento comunque il bisogno di parlarne bene. Perché sono adorabili.
Tanto per cominciare, il sito è incredibilmente rassicurante.
Che puoi fare? Puoi scegliere delle pizze già assemblate per te – pizze normali, pizze estrose, pizze strambe, pizze comprensibili. Pizze, comunque, in un numero ragionevole. Non si sa bene il perché, ma le pizzerie che ti riempiono la cassetta della posta coi loro volantini (immancabilmente impaginati da un troll con la congiuntivite) hanno almeno centordicimila pizze diverse da proporti. Amici, sono troppe. Non le sapete fare nemmeno voi tutte queste pizze. Ma chi volete convincere? Fatene 6, ma provate a farle buone. Non ci serve una pizza con la besciamella, il tuorlo d’uovo, le quaglie intere e le crocchette di patate. È troppo estrema. Già è un miracolo trovare una margherita commestibile, figurati se mangio una pizza con su delle quaglie.
Comunque.
Domino’s offre una ragionevole selezione di pizze serene e normali. E ti permette anche di creare la tua pizza. Ma in una maniera flessibilissima. Ti piacciono due robe che, insieme, farebbero obiettivamente ribrezzo? Che problema c’è. Puoi chiedere a Domino’s di cospargere di olive la metà sinistra della tua pizza e di imbottire la metà destra di salame piccante. Se non te ne frega niente, invece, puoi anche esigere che ingredienti di ventisei tipi diversi vengano distribuiti a pioggia sulla superficie complessiva della tua pizza.
La faccenda veramente bella, però, è il tracker. 
Domino’s ci mette un quarto d’ora spaccato a portarti da mangiare. E tu sai esattamente che cosa diamine sta succedendo al tuo cibo. Verrai informato sulle condizioni funzional-materiche della tua pizza – la stiamo impastando, la stiamo cuocendo, la stiamo analizzando per capire se è tutto a posto – e saprai anche chi è che se ne sta occupando. Fabrizio, io non ti conosco, ma volevo dirti che m’hai sempre preparato delle pizze buone. Grazie, Fabrizio. Io non so chi sei, ma sento di volerti bene. Fabrizio, ti abbraccio. Sei il mio pizzaiolo. Viva Fabrizio.

Schermata 2016-02-23 alle 20.14.59

Schermata 2016-02-23 alle 20.16.36

Alberto, pure tu mi stai simpatico. La consapevolezza del tuo arrivo – in un preciso momento della storia – mi ha permesso di raccattare in tempo i bicchieri e i tovaglioli, superando con successo quella fase di panico e disorganizzazione che travolge gli abitanti di una casa tra il suono del campanello e l’effettivo arrivo della pizza. È come se nessuno credesse mai che la pizza sta arrivando davvero. Te ne freghi finché non ti citofonano e, in quel momento – e solo in quel momento -, t’accorgi che non ti sei lavato le mani, che ti scappa la pipì, che hai perso il portafoglio, che hai il gatto che dorme sul tavolo e che Amore del Cuore sta cantando sotto la doccia. Con Alberto, nulla di tutto questo accadrà più. Alberto è partito alle 20.25: prepariamoci ad accoglierlo.

Schermata 2016-02-23 alle 20.29.10

Sono in pace, gente.
Ho trovato la mia pizzeria.
Non saranno napoletani veraci che cantano serenate alle mozzarelle di bufala, ma non potrebbe stracciarmene di meno. Ho Fabrizio, Alberto e un casino di certezze… crosticina croccante compresa.
Un giorno, magari, Domino’s avrà anche la bontà di spiegarmi per quale motivo i suoi cartoni hanno quella forma bizzarra. Deve sicuramente esserci una ragione interessantissima e lungimirante. Nel frattempo, salutatemi Fabrizio. E dategli un aumento.

 

Ciao, sono Gallina. Volevo finire di scrivere il mio articolo molto prima, ma ho avuto delle difficoltà con la tastiera. Non capivo bene se dovevo usare le zampe o le ali, per schiacciare i bottoni. Nel dubbio, ho usato il becco, ma è stato complicato e ci ho messo una vita a correggere tutti gli errori. Mi è anche venuto un mal di testa terribile. Forse non sono portata, per questa storia dei reportage. Che ne so io. Sono un animale da cortile. E Tegamini non ha voluto che le dettassi niente. Ti ho già fatto le foto, Gallina, non posso mica scriverti anche il post. Che cos’è un post? Perché si chiama così? Non c’era un nome più ruspante? Mi fa ridere anche REPORTAGE, ma mi hanno spiegato che quando un articolo ha dentro tante immagini conviene dire che è un REPORTAGE. Lo fa diventare più importante. Ci ho messo un’ora a scrivere “reportage” tutto maiuscolo. Poi ho scoperto che bastava tenere schiacciato un bottone grosso che c’è qui a lato. Ero così arrabbiata che ho fatto tre uova. Già sode.
Comunque.
Sono la gallina che vive al negozio Ikea di via Vigevano. Siamo in due. Ma io mi chiamo Gallina. E il negozio non è un negozio. È un temporary store. Mi hanno spiegato che quando un negozio non ha dentro tanta roba ma serve a far vedere che un’azienda è molto creativa e al passo coi tempi bisogna dire che è un temporary store. Io non sono svedese, ma sono stati carini con me. Trasferirmi in città era il mio sogno, anche se adesso tutti dicono che è più bella la campagna e che per essere felici bisogna aprire un agriturismo. Sarà. A me, però, non interessa. Perché sono una gallina.
Un paio di settimane fa, Tegamini è venuta a trovarmi al temporary store di via Vigevano e abbiamo fatto amicizia. C’erano dei bambini svedesi che preparavano da mangiare e delle persone che parlavano di giocattoli. Mi hanno spiegato che, quando succedono queste cose, bisogna anche dire l’hashtag della serata. L’hashtag era #YESTOPLAY. Che cos’è un hashtag? Tegamini non me l’ha detto. In compenso, però, mi ha portata a spasso.
Questo qua è il mio reportage. In foto vengo davvero bene. Tegamini mi ha detto che potevo cambiare un po’ il colore delle immagini. Con i filtri. Ho messo dei filtri molto colorati, perché quando una cosa è molto colorata vuol dire che è anche più allegra delle altre.
Tutta questa introduzione forse non serviva, ma l’ho fatta lo stesso.
Ecco qua le foto che abbiamo fatto io e Tegamini.

 

FullSizeRender
Questa sono io con Canino. Canino è arancione e le persone lo usano per metterci dentro la roba da mangiare. Canino non capisce perché, ma ubbidisce perché è un bravo cane. Foto di Tegamini.

 

FullSizeRender_1
Mangiare la frutta è importante, soprattutto nei mesi caldi. Questa sono io con un cesto di frutta svedese. Che bontà. Foto di Tegamini.

 

FullSizeRender_3
Razzolare in un giardino ben curato è molto piacevole. I miei fiori preferiti sono le margherite. Questa sono io con un vaso di margherite. Foto di Tegamini.

 

FullSizeRender_2
Non ho capito tanto bene che cosa c’è nel piatto, ma tutti mi hanno fatto un sacco di complimenti. Questa sono io che ci penso su. Foto di Tegamini.

 

FullSizeRender_4
Andare per funghi è molto divertente. Non so se i funghi sono una verdura, ma immagino di sì. Le cose che crescono per terra sono verdura. Questa sono io con un cestino di porcini. Qualcuno sa come cucinarli? Vorrei conquistare Gallo con una ricetta speciale. Foto di Tegamini.

 

FullSizeRender_1
Questa sono io con Gallo. Credo di amarlo. Faremo dei pulcini stupendi. Spero che diventino alti come lui. Foto di Tegamini.

 

FullSizeRender_2
Questa sono io che mi preparo per fare la doccia. Tenere pulita la cresta e le piume è fondamentale. Voi usate il balsamo? Foto di Tegamini.

 

FullSizeRender_4
Ogni tanto mi sento dispettosa. E se bucassi un palloncino? A che cosa servono i palloncini? A noi galline piacciono solo le cose utili. Foto di Tegamini – che mi ha impedito di bucare i palloncini. A lei le cose utili non piacciono mai.

 

FullSizeRender
Non sono ancora una cuoca bravissima, ma mi impegno tanto. Cosa non si fa per amore di Gallo? Foto di Tegamini.

 

FullSizeRender_3
Usare il computer è un po’ complicato, ma sto imparando moltissime cose nuove. Questa sono io che progetto un nuovo pollaio. Quando avrò dei pulcini, voglio che vivano in un bel pollaio comodo. Mi hanno anche detto che è importante che sia LUMINOSO. Le persone amano le case LUMINOSE. Anche il mio pollaio sarà così. Foto di Tegamini.

 

FullSizeRender_1
Coltivare da soli le proprie granaglie è molto gratificante. E si risparmiano tanti soldi. Volete mettere la soddisfazione, poi? Questa sono io vicino alle mie piante. Devo ricordarmi di innaffiarle più spesso. Con questo caldo potrebbero seccare. Foto di Tegamini.

 

FullSizeRender
Vorrei tanto che un artista mi facesse il ritratto. Ho un proprio un profilo nobile. Foto di Tegamini.

 

FullSizeRender_1
Ho scoperto che cos’è l’aperitivo. È un’usanza simpatica. Purtroppo, però, il vino non mi fa bene. Mi fa perdere l’equilibro e mi confondo. Mi hanno detto che si possono chiedere anche delle bevande alla frutta. Mi sembra una soluzione intelligente. Basta dire ANALCOLICO e ti portano delle cose che non ti fanno rotolare per terra. Foto di Tegamini.

 

FullSizeRender
Questa sono io che imparo ad andare in bicicletta. Non è stato molto facile perché ho le zampe un po’ corte, ma è stato un vero spasso. Vorrei un campanello più rumoroso, però. Foto di Tegamini.

 

FullSizeRender_2
Pedalare fa venire molta fame. Questa sono io con del cibo un po’ strano che hanno cucinato dei bambini svedesi. Gli svedesi fanno lavorare i bambini sin da piccoli. Mi sembra una buona idea. Così stanno fuori dai guai e imparano a cavarsela da soli, una volta usciti dal nido. Foto di Tegamini.

 

11667354_1137760499573240_6372157348574085061_n
Vivo in Via Vigevano da tanto tempo, ma non mi ero mai tuffata nella piscina delle palline. È stato veramente bellissimo. Se anche voi siete delle galline, buttatevi quando c’è poca gente e fate attenzione a non sprofondare. Potreste spezzarvi un’ala. Nessuno lo sa, ma ho fatto anche un uovo. Chissà se riusciranno a trovarlo. Foto di Tegamini.

 

11412295_1137755886240368_5439678767810043850_n
Visto che siamo state così bene insieme, abbiamo deciso di concludere la serata con una foto ricordo. Questa sono io con Tegamini. Lei non è fotogenica come me, ma non diteglielo. Non voglio che ci rimanga male. Foto di Manuela Rossi. Anzi, foto di @manurossi.

 

Spero tanto di essere stata abbastanza brava.
Coccodè.
W Gallo.
Grazie per aver letto il mio reportage.

Con affetto,

Gallina

 

 

bbc earth concerts verdi

La mia ignoranza musicale è assoluta. Non sto scherzando. Non so proprio niente. Classica, jazz, pop, rock… non importa, nella mia testa c’è solo uno sconfinato deserto roccioso falciato dalla tramontana. Ho avuto le mie folli passioni per incredibili band metal-core di omoni tatuatissimi e so a memoria la discografia dei Queen, ma rimango una bestia. Adesso che ci penso, però, alla fine del liceo adoravo follemente anche dei tizi vegani col mascara e una depressione conclamata. Mi piacevano i testi. Non ci si capiva granché, ma c’erano un sacco di immagini super tragiche e storie di solitudini irrimediabili che mi confortavano assai. Comunque, non so una mazza lo stesso. Non me ne vanto, sia chiaro, ma è inutile far finta di niente. Sono anni che cerco di spiegarmi questa atavica avversione, anni. E credo sia cominciato tutto con la faccenda del pianoforte. Visto che ero una bambina bionda estremamente rapida nell’apprendimento e che m’era rimasto un pomeriggio libero – i restanti erano occupati da tennis, ginnastica artistica e inglese… e a scuola facevo il tempo pieno – la famiglia stabilì, dopo una breve ricognizione delle biografie dei principali fanciulli-prodigio del pianeta, che dovevo imparare a suonare il pianoforte, con annesso spin-off solfeggio. Mozart alla tua età era già al cospetto dell’imperatore! E io lì, con un minipony in mano e i calzerotti rosa coi gommini. Ecco. A me suonare il pianoforte faceva schifo. Una roba che m’abbia fatto così schifo nella vita non credo di ricordarmela. Toh, forse il fegato in padella, le lumache senza guscio. La trippa. Ma niente mi faceva incazzare come il pianoforte. La musica, la gioia, il trionfo dello spirito umano. Macché. Spartiti che volano in corridoio. Dopo anni di conclamate rotture di palle, mi sono finalmente decisa a informare i miei congiunti che non intendevo prolungare quello scempio neanche di cinque minuti. Basta, io questa roba non la voglio più fare. Ma fatemi disegnare, no? Che lì è chiaro che sono portata. Coltiviamo il talento, non intestardiamoci a fabbricarlo quando è palese che non ce n’è. Ah, vi piace tanto il pianoforte? E suonatevelo voi, allora.
Superato questo grande scoglio, la musica ha solo vagamente sfiorato la mia aridissima anima. Credo di essere l’unico essere umano sul pianeta che non ha musica nel telefono. Mi piace Elio, perché Elio è un miracolo della creazione. Mi piacciono le musiche arroganti dei film, anche. A Torino, una volta, sono addirittura andata a sentire Michael Giacchino. Ha preso una banda di ragazzini dell’oratorio – giuro sul dottor Spock – e gli ha fatto suonare le sue colonne sonore. Quella è stata veramente una figata cosmica, ma si è trattato di uno sprazzo di isolatissimo buonsenso. Poi il buio, come al solito.
Eh.
Provate dunque a immaginare di ricevere un accorato e coccolosissimo invito per un concerto all’Auditorium di Milano, quello in Largo Mahler, coi corvi finti sui balconi e un casino di marmo da tutte le parti. Ti piacerà, Tegamini, c’è l’Orchestra Verdi che suona… e dietro passano i documentari della BBC. Si chiamano BBC Earth Concerts. Ce ne sono tre. Te vieni al primo, Planet Earth In Concert, poi vedi come gira. La BBC ci ha messo secoli a filmare tutta quella roba, e poi ha chiesto a un compositore – George Fenton – di scriverci su la musica. Te vieni, ti siedi lì e vedi cosa succede. L’orchestra la dirige Danilo Grassi.

G I O I A.
S P L E N D O R E.
M I R A C O L I.

Uccelli pazzi che cercano di sorvolare l’Everest. Elefantini che sbagliano strada e si smarriscono nel deserto. Foreste che cambiano maestosamente colore. LEOPARDI DELLE NEVI. LEOPARDI DELLE NEVI. LEOPARDI DELLE NEVI. Paperotti che si lanciano dagli alberi. Grotte sommerse, piene di robe spugnose fosforescenti di rara e delicata beltà. Coccodrilli che sterminano gnu. SQUALI BIANCHI GRANDI COME AUTOBUS CHE INGHIOTTONO FOCHE AL RALLENTATORE. Caribù neonati inseguiti dai lupi. Volpi artiche che molestano oche. PINGUININI.

Solo un maestoso documentario con gli animali poteva riconciliarmi con la musica. E solo la musica poteva accompagnare con una simile grazia delle bestie così notevoli. Lo spettacolo è diviso in segmenti, agilmente introdotti da una letturina del direttore d’orchestra. Ora vedremo degli orsi polari che escono dalla tana per la prima volta. E alè, orsi e musica. Poi ci sono i predatori, gli elefanti che nuotano, migrazioni colossali, caprette che fuggono, delfini che mangiano pesce in compagnia di pennuti tuffatori. Insomma, habitat diversissimi e creature di ogni genere, che fanno le loro cose splendide da animalini con l’accompagnamento di un’orchestra.
Una cosa emozionante. Ma sul serio. Al coniglietto della steppa Amore del Cuore mi ha dovuta immobilizzare.
La Verdi, durante l’estate, farà delle repliche di questo primo documentario – Planet Earth – e andrà avanti con gli altri due della serie – The Blue PlanetThe Frozen Planet. Io, fossi in voi, ci farei un pensierino. Ma indipendentemente dalla vostra predisposizione alla musica o alle bestie. È un’esperienza di gioiosa immersione audiovisiva che scioglierebbe anche il più coriaceo dei cuori. E poi ci vogliono tre mesi di appostamenti, per riuscire a riprendere un leopardo delle nevi. Tre mesi. Il minimo che possiamo fare è sederci in un auditorium e rimanere a bocca aperta per un paio d’ore.

1930 milano

Scusatemi moltissimo, ma devo proprio principessare un po’. Avremo anche un Liberty al posto di una carrozza trainata da pavoni e unicorni, ma quando ci invitano a corte cerchiamo di fare del nostro meglio. In questo caso, poi, ero proprio l’ospite ideale. Mi raccomando, amici, niente riferimenti geografici o indicazioni stradali. Cioè, come se avessi il senso dell’orientamento. Ma magari. Sono ancora lì a fidarmi del sussidiario di terza elementare: il nord è dove c’è il muschio sulle piante. Comunque, in compagnia di un raggiante Amore del Cuore – che in queste occasioni si rallegra immensamente di questo mio hobby del blog -, siamo andati in visita guidata al 1930, secret bar dal fascino tendente a +infinito.

tegamini 1930

Il 1930 è un’invenzione strana, almeno per noi che siamo abituati a bere benzina in mezzo alla strada. Ispirato agli anni ruggenti del proibizionismo, il 1930 è uno speakeasy regolamentare. Per entrare ti devono conoscere, ci vuole la tessera, ci vuole la prenotazione e serve pure la parola d’ordine. Proprio come in quei mirabili posti clandestini dove la gente IEA si andava a bere qualcosa – agitando abiti con le frange e, in caso dei maschietti, calcandosi ben bene il cappello sulle sopracciglia – senza preoccuparsi di essere arrestata con malgrazia. La cosa mirabile è che è tutto super nascosto. C’è un negozio di facciata, in pratica. FBI protezione testimoni milanesi. Voi entrate in questa specie di minuscola rosticceria tristissima e scalognata e, magimagia, dietro a una porticina c’è il 1930. Pure il sito vi butta un casino di fumo negli occhi… và, www.1930.sh. SHHHH, capito? Involtini primavera e omertà. Voi aggeggiateci un po’ però, con quel sito lì, perché ci sono dei barbatrucchi. Non posso dire di più, se no mi gettano nel fiume con una pietra al collo e gli stivali di cemento. Sappiate comunque che, soprattutto se avete l’amante, dovete trovare il modo di farvi ricevere, perché lì non vi trova neanche la Signora in Giallo. Ma neanche se morite al bancone.

Una volta dentro, vi sembrerà un po’ una piccola macchina del tempo. Ci sono i tavoli tondi da poker, gentiluomini che suonano strumenti musicali, luci soffuse, macchine da scrivere romanticamente arrugginite e poltroncine imbottite. Un frac, datemi un frac. Mi hanno anche detto che nel sotterraneo vive un fantasma che si diverte a scompigliare le fiammelle delle candele, ma forse accade solo dopo qualche bicchiere. Dietro al bar, poi, ci sono due alchimisti. Arrostiscono cose. SCECHERANO liquidi con movenze ignote ai più. Si rimproverano a vicenda perché c’è da fare la crema pasticciera fresca, che quella già pronta è lì da ben due inaccettabili minuti. Mescolano liquori inestimabili con sciroppi fatti in casa. Maneggiano tuorli d’uovo. Ad un certo punto hanno affumicato un cocktail. Non so che cocktail era, ma hanno preso una specie di cupola di vetro, l’hanno messa sopra al bicchiere e l’hanno riempita di un fumo aromatico che più coreografico non si poteva. Ciao, allora. Ciao.
La lista dei cocktail è stagionale e funziona a romanzo a puntate. Vi portano proprio un libricino. All’inizio ci sono le cose che potete bere – anzi, le cose che potete bere oltre all’universo di drink che potete chiedere – e poi c’è un racconto da leggere. Spie con l’impermeabile, signore col rossetto che non sbava mai e compagnia cantante. Qualsiasi cosa accada, quello che vi arriverà sarà prelibato e di un’avvenenza imbarazzante.

lista 1930 tegamini

Niente.
Vi ci porterei tutti in braccio per fare una bella partita a canasta, vi vorrei salvare dalle orrende bettole che tutti quanti frequentiamo, ma non aprono manco a me, se ci torno. Quindi niente. Per il momento vivo del felice ricordo dei due meravigliosi drink che mi sono bevuta alla salute di chi ci vuole male. E mantengo il segreto, come mi è stato ordinato. Se un giorno, finalmente, le mie nobili origini verranno riconosciute, luciderò le perle e prenoterò un tavolo – piccolo – anche per voi. Nel frattempo, ringrazio il 1930 per la bella serata. Amore del Cuore è ancora oltremodo commosso. E io continuo ad essere felicissima per tutte queste strane avventure.
A presto, spero.

:3

Dopo aver abbandonato la casa di MADRE e papà, ho abitato – certe volte per poco e certe volte per molto – in tre grandi e nobili città. Le metropoli in questione sono New York, Torino e Milano.
A New York ci sono rimasta per tre mesi, che poi ti scade il visto turistico, che è quello che scegli di usare quando sei una stagista che deve tornare in Italia per laurearsi. A New York abitavo in un posto surreale e struggente, una specie di palazzo per femmine che studiano e lavorano, vicino alla Penn Station e al Madison Square Garden. Si chiama Webster Apartments, ed è una via di mezzo tra un college, un albergo, una casa di tolleranza e un ospizio. Pagavi poco meno di mille dollari al mese e avevi la tua stanza, la colazione, la cena e le pulizie. Mille dollari al mese possono sembrare una bestemmia, ma per gli standard abitativi della sfarzosa Manhattan è praticamente un dono del cielo.

Il Webster era stato inventato negli anni Venti dal signore dei grandi magazzini Macy’s, come rifugio sicuro e accogliente per le giovani donne volenterose che si spostavano nella Grande Mela per inseguire i propri sogni. Io ci sono stata nel 2009, e il regolamento era ancora quello degli anni Venti. Gli uomini li potevi far entrare, ma non salire ai piani. Ci potevi bere un tè nei salotti comuni, li potevi far venire giù a mangiare, ma se un maschio tentava di prendere un ascensore per avventurarsi nella tua camera, veniva giustiziato sul posto da un energumeno russo. Insomma, scopare era categoricamente proibito, in compenso – però -, si potevano fare un sacco di altre cose pericolose e infiammabili, tipo fumare in stanza, gettarsi dal tetto, far scadere scatole di cereali nell’armadio, fare la cacca nei bagni comuni o decidere di abitare in quel posto per tutta la vita. C’erano ragazze giovani e piene di speranza tipo me e poi c’era un plotone di settantenni e ottantenni col deambulatore. C’erano divorziate rancorosissime che non sapevano dove altro andare. C’erano matte che non uscivano mai dalla loro camera.
Comunque, a parte l’assurdità della situazione, una roba che non ha mai creato problemi è il bucato. Sul mio piano c’era la lavanderia e te andavi col tuo sacco pieno di roba puzzolente, pigliavi un misurino dell’economicissimo detersivo Tide e cacciavi tutto nella prima lavatrice libera. Poi ti ritiravi nella tua stanza, facevi un po’ di sudoku e, dopo un’oretta, tornavi indietro e traghettavi i tuoi poveri panni nell’asciugatrice. E avevi fatto il bucato. Piegavi e via, i tuoi sei metri quadri di spazio vitale erano salvi.

Poi, niente, mi sono trasferita a Torino. Quartiere San Paolo, una camera da letto che ci stava dentro solo il letto, un minibagno, un minicorridoio e una cucina-ingresso-stanza-per-vivere-quando-non-stai-dormendo. Dopo un annetto e un po’, mi sono spostata verso il centro (si sa, quando si fa una carriera travolgente nel settore dell’editoria è importante abitare vicino ai bar) e ho perso una stanza. Quella casa lì era grande come camera mia a Piacenza e, volendo, potevi pure ribaltare il letto dentro al muro, tipo Quagmire. Non c’era nessun posto dove andare, in quella casa. E continuavo a non avere un balcone. Lì almeno c’erano due finestroni che facevano entrare un po’ di luce, ma mica potevo attaccare un bastone alla ringhiera e stendere le mutande col pizzo su Corso Re Umberto. Quell’anno lì mi si congelò la caldaia e, tempo dopo, augurai la morte alla padrona di casa, tra me e me. Avete presente quelle quarantenni che vanno a fare la piega ogni due giorni, non hanno bisogno di lavorare, sono sempre stressatissime perché devono andare a prendere i bambini a scuola (e basta) e si strappano gli adduttori al corso pomeridiano di zumba? Le mamme ricche con le Hogan. Non affittate mai una casa da una mamma ricca con le Hogan. Se hai un problema non ti sapranno aiutare, ma ti faranno le pulci sul tubo della doccia. “Guardi, signora, le lascio in casa una libreria e una scarpiera… il docciatore, con tutto il rispetto, costa 8 euro e ci può anche pensare da sola”. La mamma ricca con le Hogan ti fa un favore ad affittarti la casa, lo fa di malavoglia, fingerà di aver imbiancato e ti vesserà con ogni genere di pidocchioso adempimento (spesso facoltativo)… ma non lo fa perché sa che cosa sta succedendo o perché ci tiene. Lo fa perché glielo ordina un sadico agente immobiliare che il marito le ha messo vicino, ben sapendo di aver sposato una cretina.

Comunque, ora abito a Milano e la nostra padrona di casa è una nobildonna genovese con tredici cognomi che, periodicamente, mi chiede di mandarle delle foto del mio gatto. E’ una persona adorabile. L’antica nobiltà sconfigge le parvenu con le Hogan 1789 a 0. Ha delegato tutto – di sua sponte – a una solerte agenzia che, in caso di rogne – per ora ci si è liquefatto un lavandino IKEA, con conseguente accumulo d’acqua che ha fatto corrugare il parquet della cucina, creando un sorprendente effetto zattera-pirata – interviene con piglio e decisione. La signora Eliodora, dopo aver riconosciuto che, in effetti, poteva scegliere un lavandino migliore e/o far montare un lavandino mediocre da un idraulico sobrio, ha pagato le riparazioni, compresi gli incredibili puntellamenti e incollaggi del parquet, con la pacifica rassegnazione dei veri mecenati. E Ottone le piace un casino.

Comunque.

A parte il netto miglioramento nei rapporti locatario-locatore e la felicità di quest’ultima soluzione abitativa (c’è Amore del Cuore, i metri quadri sono aumentati, c’è una lavastoviglie), anche qui a Milano – e forse anche peggio che a Torino -, il disagio da stendino non si placa. Non c’è il balcone, la “lavanderia” è angusta, e non stiamo in uno di quei palazzi dove tutti si accampano sul ballatoio e si fanno le treccine, coi tendoni di plastica verde che scrocchiano al vento, a tempo coi bonghi. Fai il bucato e stendi in salotto. Hai da stendere le lenzuola? Peggio per te, dovrai tenerti in mezzo al soggiorno una specie di catafalco umidiccio e ondeggiante, una roba imponente e minacciosa che, se per caso devi andare a fare la pipì nel cuore della notte senza accendere le luci e ti sei dimenticato che ce l’hai lì in mezzo a casa, ti farà anche venire uno stramlone.
Ora, non so voi, ma qui ci garba andare in giro con la roba pulita, ed è un festival perenne della lavatrice. Ho addirittura comprato un secondo stendino all’IKEA, un affare bianco, a tre piani, con dei bracci rotanti e una bizzarra struttura a libro. Appena entri in casa lo vedi. Lo vedi, in qualsiasi modo. Sta lì, pieno di calzini, come un parente rancoroso che ti mette in imbarazzo al pranzo di Natale: allora, come andiamo? Abiti sempre in quello strano stanzone col soppalco? Ah, certo. Io non credo che ce la farei. Insomma, è anche vero che sei a Porta Venezia, ma come si fa a cucinare di fianco al bucato. Bisognerebbe rispondere con un perentorio FOTTITI, IO VADO SEMPRE AL RISTORANTE, ma evito di mentire, quando posso.

stendino della malora
Insomma, lo stendino sta diventando il simbolo di ogni fallimento, ti fa ricordare che la vita è effimera e che non ti pagano abbastanza. Ti fa sentire in povertà, lo stendino, come il campeggio… una roba che hai accuratamente evitato anche quando ci andavano tutte le tue amiche del catechismo. Ma dai, in tenda agli scout ci si diverte un casino, vieni anche tu, siamo nel gruppo dei Furetti! Col cavolo, vacci te a fare la cacca in un buco scavato nella foresta. Sono troppo vecchia per avere uno stendino in mezzo a casa. Mi muovo troppo scompostamente per non urtarlo ogni volta che passo. Dietro allo stendino c’è questa piccola libreria bellissima che mi ha regalato Amore del Cuore al compleanno… E NON LA VEDO MAI, MALEDIZIONE! Oh, permesso, ma che buon odore di bucato che c’è in casa! PER FORZA, HO SEMPRE LO STENDINO IN SALOTTO.

Mi arrabbio sempre, ultimamente.
Credo sia una mezza sindrome di Mary Poppins. Un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto. E il salotto appartiene a me. Me lo merito, un salotto. Ho finalmente un divano. Era dal 2009 che non avevo un divano. E’ scomodo, i cuscini si spostano ed è color cacchetta, ma è un divano. Quanto ancora dovrò attendere per non vedere più il diamine di stendino in mezzo ai piedi? Io non lo so. Ma voi come fate? Sono l’unica che vuole accendere un mutuo per avere una camera da destinare unicamente allo stendino? Un tempio, gli posso anche erigere un altare votivo, basta non trovarmelo più nei coglioni. E adesso che ne ho due, di stendini, faccio lavatrici a rullo, perché così non mi si accumula la roba sporca. E GLI STENDINI CHE MI INGOMBRANO L’ANIMA SI MOLTIPLICANO!

Ho bisogno di aiuto.
Ho bisogno di un castello.
Con dei terrazzamenti baciati dal sole.
Con le mura merlate.
E in cima alle mura ci metterò centinaia di stendini.
E ballerò nel mio salone. Finalmente vuoto.
Senza neanche un paio di calzette che cercano di asciugare.

La cabina armadio è sopravvalutata. Lo “studio” non è niente. La vera ricchezza è la stanza in più per lo stendino. Anzi, sono pronta alla conversione. Sono pronta a credere in qualcosa di bellissimo, di innovativo, di civile. Finalmente so che cosa voglio. IO VOGLIO L’ASCIUGATRICE.
…solo che di là non mi ci sta.
Manco quella.
Mai una gioia.
E poi si muore.


Orbene. A Torino avevo il portinaio-marsupiale. A Milano, invece, c’è il secchiatore folle.

La storia è avvincente. E spaventosa.

Dunque. Arrivo a casa un po’ sempre alla stessa ora, magari compro un pomodoro e una boccia di vino al Billa e poi mi infilo nella mia viuzza – che poi è quella dove tutti gli avventori dell’Atomic, ad un certo punto della serata, vengono a pisciare o a vomitare -, pronta a riabbracciare il gatto Ottone e a raccogliere da sotto al tavolo tutte le cose che ha masticato durante la giornata. Ecco, da qualche settimana, assisto regolarmente a scene raccapriccianti. Ignari personaggi, pacificamente impegnati a transitare sul marciapiede per i fatti loro, si pigliano in testa delle gran secchiate d’acqua. Niente, uno sconosciuto individuo apre la finestra, aspetta che la gente a piedi arrivi in corrispondenza di un determinato tombino e tira giù una sdella d’acqua. E lo fa apposta, che se volesse solo buttare in strada dell’acqua potrebbe aspettare tre secondi e lasciar andare via chi c’è sotto. Non diventerebbe una persona normale, certo, ma sarebbe comunque un po’ meglio che prendere la mira e lavare l’unico passante nel raggio di cento metri.
Per quel che ho potuto vedere io, le vittime del secchiatore-folle sono ormai quattro… e l’ultimo, quello di ieri, avrei potuto salvarlo. Sarà che ho visto Superman l’altra sera, sarà che la cattiveria gratuita mi fa girare vorticosamente i coglioni,  sarà che non lo so, ma ora sono perseguitata dal senso di colpa. Perché sapevo che sarebbe successo, e non l’ho avvertito.
Il primo ad essere lavato dal secchiatore-folle è stato un fighetto in camicia azzurra, uno di quei Dorian Gray col capello untino, tutto tirato all’indietro. Ecco, Dorian è stato colpito di striscio, un po’ d’acqua sul tallone del mocassino violetto e tanti saluti. Ha fatto finta di niente – lasciando, probabilmente, l’incombenza dell’incazzatura al suo ritratto, al sicuro nel baule del Cayenne – e ha girato l’angolo.
I secondi a pigliarsi la subdola lavata è stata una bella coppia di ragazzi. Io ero lì, che aspettavo di attraversare la strada e guardavo contenta i loro fantastici FULARINI e SCIAF, presi in pieno dal secchiatore-folle. Dando prova di un autocontrollo principesco, han guardato un po’ le finestre – non s’è ancora capito da dove arrivi, la benedetta acqua – e hanno chiamato il 113. Che poi non sono stata lì a vedere com’è finita – che avevo il sugo surgelato Pronto Scoglio, quello alle vongole, che gridava vendetta – ma dubito che le forze dell’ordine siano in qualche modo riuscite a risolvere la questione.
Il terzo, quello di ieri, quello che avrei potuto salvare, era un signore un po’ stropicciato con una cocacola in mano. E anche a lui è toccato l’orrido doccione a sorpresa. Finalmente, però, ho visto qualcuno reagire con la corretta indignazione. STRONZO A TE E A TUTTA LA TUA RAZZA! SE TI VEDO TI DISFO! APRI! APRI LA FINESTRA, MERDA CHE NON SEI ALTRO, MERDA! Io al signore gli volevo dire “Guardi, non è solo. E mi dispiace, perché quando l’ho vista passare di lì, bello tranquillo con la sua cocacola, era chiaro che il secchiatore avrebbe agito. Mi perdoni, e mi lasci aiutare almeno con gli insulti. COGLIONE! SUDICIONE DISADATTATO, SPERO CHE TI ESPLODA LA LAVATRICE, ANNEGARE DEVI… E SCHIATTA MALE! Va bene, ora? Si sente meglio? Vuole che prendiamo a sassate le finestre? Non si capisce quale sia la sua, ma se le sfondiamo tutte di certo non sbagliamo…”

Secondo voi che devo fare? Sono incazzata nera. E senza aver manco preso una secchiata. Come possiamo difenderci dal secchiatore-folle? Come smascherarlo? Diamine, è come un Fantasma dell’Opera che fa i gavettoni! Come intimidirlo? Ce l’avrà un rubinetto dell’acqua che possiamo piombargli di nascosto? Fermiamolo, probabilmente attacca pure i petardi alla coda dei gatti! Ma non c’è qualche supereroe dal gluteo marmoreo che può intervenire?
Sono molto preoccupata. Non voglio abitare vicino al Joker.