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Angela Izzo, io ti riconosco. Sono di Piacenza e a Napoli non possiamo vantare alcun parente, ma ti sento nelle ossa, ti sento nelle orecchie, capisco cosa dev’essere stato passarti davanti. Detestarti è stato bellissimo, in queste pagine. Forse meritavi di peggio, ma “‘o scrittore du’ cazz'” è figlio tuo e io non ho intenzione di intromettermi. Di te, però, devo ammettere d’aver ammirato l’aperta ostilità e la propensione nulla al commento obliquo, ma andiamo con ordine. Chi diavolo è Angela Izzo? Era la mamma di Antonio Franchini, che qui troviamo trasfigurata in personaggio nefasto e nemesi romanzesca, nel mostro che sta al centro del gorgo di famiglia. Angela risucchia tutto e sembra contaminare anche quello che non tocca, perché vastissima è la disapprovazione che proietta e inesauribili sono i debiti di cui è capace di caricarti.

Di figli e figlie che scrivono delle proprie madri è pieno il mondo, ma è raro imbattersi in un’avversione così schietta,  furibonda e circostanziata. Nel produrre questo ritratto “mediato” di Angela, Antonio Franchini intreccia piani temporali, registri e ricordi, restituendoci un intero sistema di disvalori, oltre che la parabola biografica di un rapporto di sangue. Angela è difficile da intrappolare e impossibile da neutralizzare, perché non tace mai e sgomita per deformare la realtà. Il suo dominio è lo spazio domestico – prima a Napoli e poi a Milano, dove segue due dei suoi figli ormai diventati adultissimi – ma il dove la si piazzi conta poco, perché Angela è impermeabile al mondo, alle opinioni altrui, all’italiano e alla temperanza.

Angela si esprime per sentenze, anatemi, rivendicazioni, dogmi, furori imprevedibili, sceneggiate interminabili, insulti. È vanagloriosa ma poveretta quando le fa comodo, prepotente ma vittima, sprezzante ma dipendente dagli altri, perché può affermarsi solo per opposizione diretta, in una continua rivendicazione di una superiorità farlocca, basata sul disvalore, sul pregiudizio e sul disprezzo. Le sue arringhe sono confuse e la sua invadenza totale: son tutti coglioni (o zoccole) tranne lei, che non si fida di nessuno e che tutti dovrebbero elevare a esempio supremo, anche se crede a intermittenza solo a quello che potrebbe tornarle utile o, per principio, solo al contrario di quello che pensi tu. Lo stato le deve l’accompagnamento, i suoi figli le devono tutto e noi, che possiamo solo limitarci a leggerla, siamo grati a Franchini per aver fatto da parafulmine.

Il fuoco che ti porti dentro – uscito per Marsilio e finalista al Premio Campiello – è un libro tremendo perché Angela è tremenda, ma Franchini riesce a restituirci quella simpatia immotivata che le conoscenze superficiali possono di tanto in tanto suscitare. Tutti gli amici o i colleghi di Milano che per qualche ragione di sono imbattuti in Angela l’hanno trovata folcloristica, insolita, affascinante e “fortissima”, nella sua inarrestabile follia. Il dramma è lì, in questa capacità di metamorfosi del mostro, ma in questo spazio sta anche l’abilità di scriverne donandoci il comico e il paradossale, senza scadere nella macchietta ma concedendole l’onore delle armi, come andrebbe fatto con ogni valente avversario. La storia di Angela è quella di una famiglia intera, di uno scontro eterno tra Nord e Sud, tra ricchi e zappatori, tra pesce “buono” e schifezze del supermercato, tra madri e figli… che scappano per salvarsi e, per fortuna, decidono a volte di raccontarcelo così.

Ebbene, l’eterno ritorno della settimana del Salone sta per investirci con tutta la sua dirompente potenza. Il sindaco ha profetizzato ingorghi e traffico, ma ce la caveremo egregiamente: a Rho Fiera ci si arriva meglio prendendo la metropolitana. E dov’è che vogliamo andare (anche)? Proprio lì. Che cosa succederà di bello quest’anno? Ci sono novità? Appuntamenti peculiari da segnalare? Imprese creative spigliatissime? Mobilio francamente incredibile da ammirare? Temi? Correnti? Idee? La risposta generale è SÌ MOLTO. La risposta precisa è ecco qua una guida sintetica e funzionale all’edizione 2024 del Salone del Mobile. Spero vi tornerà utile per razionalizzare visite, scovare tesori inattesi e orientarvi meglio nella miriade di proposte a disposizione.
Procedo?
Procedo.

LOGISTICA DI BASE

Dal 16 al 21 aprile il Salone del Mobile vi attende a Rho Fiera con i suoi 1900 e passa espositori internazionali.
Qui trovate le informazioni principali per spostamenti, biglietti e orientamento.
Qui si può scaricare l’app ufficiale che vi aiuterà a pianificare i giretti e a navigare i padiglioni grazie a una mappa interattiva. Potrete anche contrassegnare gli stand da visitare – e l’app vi consiglierà il percorso più efficace per arrivarci – e creare un archivio/promemoria dei pezzi che più hanno catturato il vostro interesse, fra i numerosi che troverete dotati di QR code d’approfondimento. Inoltre, mostrando il vostro biglietto (disponibile in app) agli ingressi dei vari stand, a fine fiera riceverete un video showreel che ricapitolerà tutti gli espositori a cui avete fatto visita.

 

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La novità grande di quest’edizione? Gli spazi sono stati completamente riprogettati, razionalizzati e “umanizzati” – è il caso di dirlo. Gli espositori saranno raggruppati per aree tematiche ben discernibili, i percorsi sono stati allargati e troverete qua e là anche oasi di quiete e installazioni che vi aiuteranno a “decomprimere”.
Per iniziare a discernere i raggruppamenti tematici, ecco qua un ricapitolone concettuale dei padiglioni.


LE INSTALLAZIONI

Il Salone può diventare in maniera ancora più incisiva un punto d’incontro tra design, cultura e arte? Altroché. Ecco qua le tre grandi installazioni che troverete nell’edizione di quest’anno.

“Interiors by David Lynch. A Thinking Room”
[Padiglioni 5-7]

David Lynch ha saputo immaginare stanze al confine tra realtà e simbolo, dentro e fuori, sogno e materia. Le due stanze “del pensiero” che ha progettato per il Salone – e che sono state materialmente realizzate dal Piccolo Teatro – continueranno ad abitare questo confine affascinante. Cosa ci troveremo, a parte quiete e vuoto? Una poltrona di legno, degli strumenti per scrivere o disegnare, delle nicchie che ospitano immagini enigmatiche, uno specchio, un orologio, dei cilindri di ottone e del doveroso velluto blu. Che ci combineremo? È il mistero che Lynch ci affida.
Vi va di approfondire? Ecco un’intervista ad Antonio Monda, che ha curato l’installazione e può giurarci che Lynch si diverte a piallare il legno.

“Under the surface” – Emiliano Ponzi
[Padiglione 10]

Date un occhio alla vostra libreria e troverete di sicuro qualche copertina disegnata da Emiliano Ponzi. Artista della sintesi e mago dei microcosmi, Ponzi ci invita a visitare un paesaggio sommerso – realizzato con Accurat e Design Group Italia – e a riflettere sull’importanza dell’acqua come risorsa vitale. Stupore scenico ma anche dati sul consumo idrico da lasciar filtrare lungo il percorso, perché unendo meraviglia “immersiva” e data visualization diventa più semplice affrontare anche grandi questioni del nostro tempo.
Per sviscerare meglio l’approccio, ecco qua un’intervista alla squadra creativa.

“All You Have Ever Wanted to Know About Food Design in Six Performances”
[Spazio centrale EuroCucina – Padiglioni 2-4]
Come si fa a riflettere sul cibo? Bisogna disporre di uno spazio per maneggiarlo/prepararlo ma anche di un posto in cui rifletterci su, ascoltando o leggendo chi sta indagando quel che mangiamo in senso storico, economico, spirituale, filosofico, emotivo, materiale. Questa, insomma, più che un’installazione visitabile è una sorta di festival fatto di una “grande” performance giornaliera (dalle 9.30 alle 17.30) e di un palinsesto di talk e interventi collegati che animeranno la Food Design Arena (ogni giorno alle 14.30). L’intero “impianto” è affidato a sei magazine internazionali indipendenti che hanno fatto della cucina e del cibo il loro punto focale. Ve li elenco agilmente qui, lasciandovi anche il link per esplorare la proposta di ogni magazine per questo spazio: Family Style (USA), Linseed Journal (UK), The Preserve Journal (Austria), Magazine F (Sud Corea), Farta (Portogallo), L’Integrale (Italia).

I tre “pilastri” della proposta culturale allargata del Salone, insieme al calendario completo delle tavole rotonde e degli eventi è consultabile qui.


CORRAINI (in fiera e in centro)

Dopo l’ottimo debutto del 2023, il bookshop del Salone sarà affidato nuovamente alle edizioni Corraini (padiglione 14). E sì, un bookshop così io lo considero una meta, un’esperienza suggestiva, un ANDATECI. Lo spirito eclettico, autorevole e giocoso è quello delle librerie che Corraini ha presidiato per anni felicissimi qui in città: in vendita troverete volumi di ogni genere e provenienza dedicati a illustrazione, arte e design – sia per “grandi” che per piccoli -, ma anche riviste, oggettistica, pezzi unici, curiosità, rari reperti, cartoleria e grafiche.

C’è altro? Chiaro. In Piazza della Scala troverete il Design Kiosk, uno spazio-libreria (con assortimento sempre a cura di Corraini) che fungerà anche da campo base del Salone in centro città. Oltre agli stupefacenti prodotti editoriali, infatti, il Design Kiosk ospiterà anche un palinsesto di incontri e conversazioni – gli appuntamenti si possono consultare qui.

Ho finito? Inevitabilmente no. Ma il tantissimo che vi lascio da scoprire ci aspetta allegramente in fiera. Un cuore e felice Salone a noi!

Veleggiando splendidamente verso gli 80, Bianca Pitzorno decide di raccontarsi nel modo forse più azzeccato per una scrittrice dall’eredità così vasta, varia e avventurosa: che lettrice sono stata? Che posto hanno occupato nella mia vita i tantissimi libri che prima o dopo mi hanno accompagnata? Cos’hanno lasciato a me e cosa spero la lettura possa lasciare agli altri?
Alla vicenda personale di una bambina precoce, felicemente disordinata, curiosa e aperta a un sano conflitto si mescolano, in Donna con libro, ricordi, imprevedibili lessici famigliari e pure un bel pezzo di storia d’Italia – prima insulare e poi “continentale”.

Da Salgari a Mann, passando per la sconfinata BUR e le tante collane “inventate” decennio dopo decennio per ospitare storie e pensieri, Pitzorno ci accompagna alla scoperta di una biblioteca interiore che funziona come fucina inesauribile di identità e prospettive sul mondo, come polmone di formazione continua.
Non c’è la minima boria, in questo libro. Non c’è traccia di quella seriosità parruccona e arrogante di chi pare leggere più per farti pesare una posizione di presunta superiorità che per autentico trasporto e gioia privata. A Bianca Pitzorno frega pochissimo di leggere con quell’ansia strumentale di “posizionamento”. Legge – e ci spiega com’è leggere per lei – perché non può farne a meno, perché la fa felice e perché le piacerebbe trasmetterci il medesimo sentimento di soddisfatto abbandono e inesauribile stimolo alla scoperta.

Insomma, in un universo di tacchini da combattimento, siate il più possibile delle Bianche Pitzorno. Perché no, non è un caso che chi è capace di leggere e di parlare di libri con questo serafico affetto istintivo abbia anche scritto così tante storie che hanno contribuito in maniera decisiva a farci diventare lettrici e lettori.

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Un’altra signora ragguardevole che di recente ha deciso di auto-ritrarsi attraverso i libri – quelli che di “peggio” le hanno fatto nella vita, nel caso specifico? Daria Bignardi. Ecco qua Libri che mi hanno rovinato la vita (e altri amori malinconici).

[Sì, come copertina del post ho scelto un evocativo fotogramma del camino di Netflix, pietra miliare delle feste nella nostra abitazione.]

Poche tradizioni si confermano salde – almeno da queste parti – come il listone dei libri da donare e/o farvi donare a Natale.
Il consiglio metodologico è sempre lo stesso: basiamoci un po’ meno sul mero dato demografico – AKA “cosa regalo a mia figlia che ha 24 anni?” – e cerchiamo di riflettere meglio su interessi spiccati, passioni manifeste e ambizioni esplorative dei destinatari e delle destinatarie. Un dono funziona se asseconda il cuore di chi lo riceve, credo, e la vivace produzione editoriale limitrofa al Natale – la vasta schiera delle famigerate “strenne” – è qua per assisterci con gran lena.

In vista delle feste faccio del mio meglio per assemblare lenzuolate di consigli in grado di inserirsi in maniera chiara in un determinato tema o filone, privilegiando magari le edizioni un po’ più “importanti” del consueto. Troverete dunque libri di grande formato, argomenti disparatissimi e anche parecchi illustrati. L’auspicio generale è di far felice chi aprirà il pacchetto (anche se fate schifo a fare i pacchetti, tipo me) e anche di farvi fare bella figura.

Visto che i libri non scadono, per completezza vi incoraggio anche a consultare le edizioni precedenti delle guide natalizie. Trovate qua quella del 2020 e qua quella del 2019.

Procediamo? Procediamo, che nel mondo c’è scarsità di carta.

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Mateusz Urbanowicz
Botteghe di Tokyo
(L’ippocampo)

Arrivato in Giappone nel 2016 per lavorare come illustratore di sfondi per uno studio d’animazione di Tokyo, Urbanowicz ha esplorato in lungo e in largo la città armato di macchina fotografica, catturando tanti di quelli che sulle guide turistiche che piacciono alla gente che piace tendono ad essere classificati come “posticini caratteristici”. Ha iniziato a disegnare, con poetica meticolosità, le facciate delle botteghe che più l’avevano colpito, alimentando gradualmente una collezione che nel tempo si è espansa fino a riempire questo meraviglioso volume. Diviso per quartieri, Botteghe di Tokyo è sia un esercizio visivo di rara bellezza che una guida alle numerose attività commerciali, spesso minuscole, che sembrano rievocare un’altra epoca e riportarci a una dimensione di familiare accoglienza e antiche stratificazioni.

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Irene Cuzzaniti
La casa verde. Piante e composizioni per ogni stanza
24 Ore Cultura

Sono innegabilmente diventata una gattara delle piante. Balcone, salotto, camera da letto… non c’è ambiente che venga risparmiato dalla mia furia verdeggiante. In questo adorabile manuale illustrato – che va benone anche per chi è alle prime armi -, Irene Cuzzaniti ci fornisce le informazioni base per cominciare a fare amicizia con le piante e per scegliere quelle più adatte ai nostri spazi. Il volume è diviso per ambienti domestici e propone anche numerosi tutorial ben fotografati e spiegati per destreggiarvi tra diversi progetti ornamental-orticoli, dai centrotavola al terrario aperto per i cactus.

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Tracy Turner & Andrew Donkin
La storia del mondo in 25 città
(Nord Sud)

Dall’antica Menfi alla San Pietroburgo degli zar (in odore di sanguinosa deposizione), diecimila anni di storia globale condensati in 25 mappe “parlanti”, per esplorare le città diventate simbolo di una precisa epoca o di un balzo “evolutivo” potenzialmente rivoluzionario per il genere umano. Un volume visivamente splendido – curato dal British Museum – che soddisfa curiosità topografiche e sintetizza con puntualità gli aspetti più salienti di civiltà, popoli e snodi geopolitici irripetibili.

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Art Spiegelman
Maus
Cofanetto in 2 volumi

(Einaudi)

Stile Libero ospita già da lunghissimo tempo Maus nel suo ricco catalogo e, negli anni, sono usciti anche diversi materiali “extra”, che completano l’universo di Art Spiegelman aggiungendo tasselli sempre preziosi alla sua opera più emblematica. È uno di quei libri per cui vale la pena sprecare l’abusata definizione di “necessario” e, se l’idea è quella di tramandarci un’opera fondamentale e di passare il testimone della memoria a chi ancora non ha avuto occasione di leggerlo, una nuova edizione è rubricabile tra le buone notizie. Dall’immagine si intuisce poco, ma questo Maus è in due volumi – che rispettano la suddivisione originaria di Spiegelman – raccolti in un cofanetto che contiene anche un sedicesimo con disegni preparatori, un albero genealogico dell’autore (pre e post Seconda Guerra Mondiale) e due storie brevi, uscite in altri lidi ma propedeutiche a Maus.

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Daniela Collu
Perché no? Il libro delle domande… che con le risposte sono tutti bravi
(Mondadori)

Da millenni ci rimettiamo alla presunta sapienza di oracoli di ogni genere, uscendone irrimediabilmente più confuse e confusi di prima. Perché non cominciare, dunque, a porci domande migliori invece di cercare risposte fin troppo semplici? Daniela Collu quest’anno aveva voglia di divertirsi e, prendendo ispirazione dalle surreali sessioni di Q&A che popolano le sue Instagram Stories, ha deciso di ristrutturare il tradizionale Libro delle risposte – feticcio editoriale che popola da quando ne ho memoria l’area limitrofa alla cassa del 100% delle librerie di catena che m’è capitato di frequentare nella vita – ribaltandone l’assunto di base: io non ti rispondo, anzi… son qua per proporti altri abissali quesiti. Per farsi una risata e/o per disinnescare i dubbi – spesso cretinissimi – che ci attanagliano inutilmente.

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Wally Koval
Wes Anderson, quasi per caso
(il Saggiatore)

Pochi account Instagram riescono a pacificarmi come @accidentallywesanderson. Il fenomeno è ben presto spiegabile, perché le premesse che animano questo ormai articolatissimo progetto fotografico sono le stesse che generano quel pesante effetto ipnotico che ci coglie di fronte alle pellicole di Wes Anderson. Non è più un regista “e basta”, Wes Anderson si è tramutato in una specie di vasta e puntigliosissima esperienza estetica fatta di simmetrie, piani sequenza, prospettiva centrale, un certo gusto rétro e una precisa palette di colorini. Vedendo le sue ultime imprese cinematografiche mi viene da pensare che l’ambizione estetica stia superando quella narrativa e che Wes Anderson sia ormai diventato una macchina perfetta che replica all’infinito i suoi stessi stilemi, ma la riconoscibilità di quel che produce è immediata e affascinante – per quanto io rimpianga la famiglia Tenenbaum. Questo volumone è una collezione di scorci del mondo reale che sembrano usciti da un film di Wes Anderson – ogni “quadro” è accompagnato da precise coordinate geografiche e va a comporre una variegato e pazzissimo atlante che pare l’emanazione diretta, per quanto accidentale, di scenografie, location e scorci andersoniani.

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Ursula K. Le Guin
La mano sinistra del buio
(Mondadori)

Ursula K. Le Guin non ha avuto in Italia una storia editoriale che grida accessibilità e facile reperibilità. Io l’ho scoperta relativamente tardi, ordinando cose qua e là in lingua originale o ascoltando in inglese su Storytel – le lacune sono ancora molte, per quanto mi riguarda, ma sono felice di registrare un’accresciuta attenzione sia per l’autrice che per il fantastico/fantascientifico. The Left Hand of Darkness è uno dei suoi romanzi più celebri e ricompare ora nella nuova traduzione di Chiara Reali per la brigata di Oscar Vault: un’ottima occasione per far capolino in un universo sterminato e per sostenere una riscoperta che spero possa dimostrarsi ampia e battagliera.

[Visto che siamo in tema “libri che tornano disponibili dopo un passato un po’ singhiozzante”, Fazi ha inglobato Jonathan Strange & il signor Norrell di Susanna Clarke, ripubblicandolo in una bella edizione. Clarke è già approdata da loro con Piranesi.]

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Caterina Zanzi (& company)
Conosco un posto. Milano
(Magazzini Salani)

Madame Zanzi è per me un molteplice punto di riferimento. Sono una fervente frequentatrice del blog – che in questi anni si è sempre dimostrato una risorsa preziosa per orientarmi a Milano – e considero anche Caterina una specie di collega fidata. Insomma, è una di quelle persone che se fa bene una cosa, come nel caso di questa guida, mi infonde fierezza e mi suscita della sincera partecipazione. Il libro è un lavorone sia di Caterina che della redazione di Conoscounposto, una sintesi ragionata e ben organizzata dal punto di vista della consultazione – sia per zona che per “occasione” – degli indirizzi migliori dove mangiare, bere, svagarsi, fare compere e “vivere” a Milano. Abito ormai da un pezzo in questa città ma non ho ancora finito di esplorarla e tanti degli spunti più azzeccati – che hanno poi prodotto ricordi belli e momenti di gioia in compagnia – li devo a Caterina e ai suoi sodali. Insomma, che siate autoctone/autoctoni o neo-Milanesi, è un tomo utile che non mi farei scappare.

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COSE – Spiegate bene. A proposito di libri
(Il Post feat. Iperborea)

Da operatrice editoriale ormai quasi veterana, mi trovo spesso (soprattutto su Instagram) alle prese con un vasto e anche legittimo domandone: “il mio sogno è lavorare nel mondo dell’editoria. Da dove comincio? Come si fa?”. Non è un interrogativo banale, anzi. Il mondo dell’editoria viene spesso percepito come una sorta di bolla mitologica popolata da titani della cultura, nobilissimi propositi e stanze ricolme di imperdibili manoscritti. La realtà dei fatti è di certo meno poetica, ma non per questo manca di fascino. Il Post – facendosi di volta in volta aiutare da “collaboratori” d’eccezione – ha lanciato qualche mese fa una rivista a forma di libro, ospitata da Iperborea. Il primo numero – A proposito di libri – mi sta aiutando a rispondere alla domanda di partenza: fornisce un’infarinatura sintetica su come mediamente funzionano le case editrici e offre una panoramica generale su ruoli aziendali e struttura del settore, a metà tra racconto curioso e spiegone introduttivo.
Se il progetto vi interessa, è uscito anche il secondo numero: Questioni di un certo genere.

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Antoine Pecqueur
Atlante della cultura. Da Netflix allo yoga: il nuovo soft power
(ADD Editore)

Che diamine è il “soft power”? Il concetto è stato coniato nel 1990 da Nye – politologo americano – per definire l’uso dell’arte e dei valori culturali come leva di potere a livello geopolitico. L’Atlante della cultura di Antoine Pecqueur, in trenta capitoli o casi di studio tematici, esplora i meccanismi relazionali, politici, comunicativi ed economici che compongono il grande ingranaggio dei nuovi rapporti di forza mondiali, evidenziando come la cultura – nelle sue molteplici espressioni – si sia affermata come uno dei pezzi più importanti della scacchiera, nonostante spesso rifugga le metriche numeriche “oggettive”.
Per approfondire ulteriormente, qua il post dedicato.

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Pokémon – L’enciclopedia
(Mondadori)

Qua siamo in realtà in possesso di un vasto catalogo editoriale a tema Pokémon, un po’ perché in questa casa abita un ex-bambino che ha vissuto l’epoca d’oro dei Pokémon e un po’ perché il bambino vero che abbiamo messo al mondo si sta godendo con grande trasporto il revival – già, sono usciti parecchi cartoni nuovi e l’universo dei Pokémon pare destinato a un’espansione infinita. Insomma, non di soli Pikachu, Charizard e Bulbasaur campano i giovani virgulti del presente e questa enciclopedia è un garrulo strumento per aggiornare le vostre antiche conoscenze o passare il testimone alle generazioni future.

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Brooke Vitale & Teo Skaffa
I Goonies. La storia illustrata
(Nord Sud)

Mi sono infilata nel tunnel del vintage coi Pokémon, tanto vale proseguire con un’altra pietra miliare della mia infanzia: i Goonies! Anche in questo caso l’applicazione è doppia: un ottimo dono per i fan di vecchia data che non si imbattono in un’emanazione “nuova” dei Goonies da un bel pezzo, ma anche piccoli lettori da coinvolgere in un’avventura senza tempo. Ma com’è fatto? È presto detto: è la trasposizione a fumetti del film. A Cesare – anni 5 – lo stiamo leggendo noi senza riscontrare difficoltà di comprensione. Se avete bambini o bambine che leggono per conto loro è assolutamente proponibile in autonomia.

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Beatrice Mautino
È naturale bellezza
(Mondadori)

Beatrice Mautino è una delle divulgatrici che seguo con più attenzione e gratitudine per l’opera meritoria di informazione e pacato ma inflessibile “debunking” che ogni giorno viene portata avanti sul suo account Instagram – là la trovate come @divagatrice. Tanto si parla di sostenibilità, greenwashing, plastica diabolica, creme miracolose, materie prime da ostracizzare e virtù non sindacabili del “bio”, ma quanto di quello che compriamo o che ci viene venduto come indiscutibilmente buono per la nostra faccia e per il pianeta fa davvero quel che dichiara di fare? Quanto di quello che a suon di slogan pubblicitari abbiamo imparato a considerare benefico e quasi in odore di santità produttiva può dirsi davvero tale? Anche in questo saggio e con la consueta chiarezza argomentativa, Mautino ci offre qualche strumento interpretativo in più – powered by SCIENZA, baby – per accrescere la nostra consapevolezza di consumatori/consumatrici e destreggiarci con un pizzico di razionalità in più anche nel comparto della cosmesi.

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Angela Nicente
Atlante femminista – Alla scoperta del patriarcato
(Edizioni Clichy)

Grafica e illustratrice, Angela Nicente ha presentato una versione di questo atlante come progetto per la tesi di laurea. Ora è diventato un libro che, tappa dopo tappa – anzi, isola dopo isola – condensa i “temi caldi” del dibattito attuale su femminismo, patriarcato e questioni intersezionali limitrofe. Uno strumento sintetico e visivamente molto ben strutturato che può trasformarsi in un’efficace lettura introduttiva ai molti tasselli di tutto quello che ci fa quotidianamente arrabbiare e che varrebbe la pena demolire insieme. Per ogni isola troverete un riassunto di “cosa si dice”, chi la abita, una mappa territoriale – che in realtà è una mappa concettuale – e un testo con le doverose spiegazioni, fenomeno per fenomeno.

Intanto che siamo in quest’area tematica, vi rammento anche dell’esistenza dell’Atlante delle donne di Joni Seager, uscito per ADD Editore. Lavoro, salute, maternità, alfabetizzazione, contraccezione, diritti… una panoramica multidisciplinare che ambisce a fotografare la condizione femminile nel mondo, avvalendosi di dati assai aggiornati e di un assortimento di infografiche, cartine e grafici.

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Vivienne Westwood. Sfilate
(L’ippocampo)

Qua scelgo Vivienne Westwood come portabandiera, perché quella delle sfilate è una collana ormai molto ricca di volumi monografici curatissimi e dedicati, di volta in volta, a una diversa casa di moda. Scelgo Vivienne Westwood anche perché mi è particolarmente cara e sono una cliente fedele – non assidua come vorrei o come mi potrebbe disegnare Ai Yazawa, ma non lamentiamoci. Il librone – rivestito di godurioso tartan – è frutto di un improbo lavoro d’archivio e recupero: contiene i look di tutte le sfilate del marchio, dal 1981 a oggi, insieme a un succulento backstage, sia “storico” che filosofico…. perché il Vivienne-pensiero è quasi più avvincente di quel che vediamo transitare in passerella.

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Quaderno d’inverno. Giochi ed esercizi per adulti
(Blackie Edizioni)

Editori “giovani” con tradizioni ormai solide alle spalle? Eccoci! Blackie ha già sfornato con successo e spasso due eserciziari di compiti per le vacanze estive – sempre rivolti ai grandi – e questo Quaderno è il primo che promette di sostenerci anche nei mesi invernali. Lo spirito è sempre il medesimo: quiz, passatempi, rompicapi, cruciverba e zuzzurellonate varie che attingono alla cultura pop e puntano a intrattenerci con ironia.

Sempre di Blackie – visto che di zuzzurellonate stiamo parlando – segnalo volentieri anche L’arte di essere Bill Murray di Gavin Edwards. Trattasi tecnicamente di una biografia del pacioso attore ma, dato il personaggio, è più che altro un manifesto spirituale. Dagli esordi come spalla ben poco considerata del Saturday Night Live alle leggendarie incursioni alle feste di compleanno di privati cittadini ignari, Bill Murray proietta immancabilmente l’immagine di uno che si diverte moltissimo e che ha imparato a fregarsene al punto giusto. Come fa? Edwards cerca di spiegarcelo, catalogando le sue gesta e provando a restituirci un’immagine più “realistica”, ma non meno assurda e imprevedibile, del Murray che ci pare di conoscere.

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Zerocalcare
Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia
(Bao Publishing)

Qua io la metterei giù così: c’è in libreria una cosa nuova di Zerocalcare? Perfetto, la si compra a scatola chiusa. Che altro vi serve sapere? Niente. Esatto.
Mi rendo però conto che molti “nuovi” fan, complice Strappare lungo i bordi, possano sentirsi un po’ persi nella produzione ormai molto consistente dell’ottimo Zerocalcare e che amerebbero ricevere qualche indicazione per cominciare a volergli bene non solo su Netflix ma anche leggendo. Ebbene, Bao ha già fatto i compiti per me: qua trovate una comoda guida che, tra cavalli di battaglia e lista ragionata delle gesta, mappa efficacemente il lavoro del trafelato Michele. Se volete sapere la mia, per chi parte da una base non ancora nutritissima voterei per un approccio cronologico, visto che tanto di quello che racconta Zerocalcare procede per accumulazioni autobiografiche.

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Italia in 52 weekend. Itinerari inconsueti tra natura, arte e tradizioni
(Lonely Planet – EDT)

Ah, signora mia! Andiamo tanto lontano ma poi non apprezziamo le meraviglie della nostra splendida terra! Sembra una di quelle frasi da vecchi tromboni e trombone a cui reagire alzando con veemenza gli occhi al cielo, ma non posso negare che nasconda un fondo di verità – maledizione, quanto detesto dover dare ragione alla categoria dei tromboni. Comunque, regalare una guida di viaggio mi sembra sempre un gesto di sommo buon auspicio: vai, ti divertirai, scoprirai delle cose nuove, trascorrerai momenti spensierati. Di questi tempi – coi viaggi a lungo raggio tornati nemmeno troppo all’improvviso più impervi – una raccolta di itinerari “italiani” potrebbe rappresentare una validissima soluzione. Lonely Planet ne raccoglie qua 52 – uno a settimana per un anno intero, in pratica – occupandoci egregiamente i weekend ed esortandoci a vagare per borghi, città e luoghi relativamente vicini ma forse ancora poco battuti.

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Leonardo Bianchi
Complotti! Da Qanon alla pandemia, cronache dal mondo capovolto
(Minimum Fax)

Ho condiviso con Leonardo Bianchi un divano al Salone del Libro. Io ho espresso la mia simpatia per quell’innocuo complotto che teorizza l’immortalità di Keanu Reeves e lui, che ai complotti ha deciso di dedicare un saggio intero, mi ha raccontato come si “costruiscono” le fandonie di maggior successo e cosa può trasformarle in ostacoli veri per la convivenza civile, oltre a un potente veleno che deforma il dibattito pubblico. Dal Pizza-gate agli Illuminati, un testo per esplorare la faccia più irrazionale del nostro rapporto con la realtà, l’informazione e la scienza. Se li conosci li disinneschi, mi verrebbe da pensare… ma forse la faccenda è assai più complicata di così. Nel dubbio, vi auguro di non trovarvi a Natale seduti a tavola con una schiera di complottisti agguerriti. Voi, se potete, opponete una strenua resistenza.

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Con la certezza di aver scordato circa l’86% dei libri che volevo segnalare, spero comunque di essere riuscita a fornire qualche spunto sfizioso per i vostri doni. Se ce la faccio, mi piacerebbe molto sfornare anche una lista focalizzata sulla narrativa. Vediamo come va. Nel caso servissero consigli miratissimi e personalizzati, mi trovate con indefessa costanza su Instagram o nel nostro bellissimo gruppo Telegram. Per frugare ulteriormente, vi indirizzerei senza indugio anche alla ricca categoria Libri qua sul blog.

 

Amore del Cuore è arrabbiatissimo con me perché, in casa nostra, il primo utilizzatore assiduo e devoto di Satispay è stato lui e, come ogni early adopter che si rispetti, pretende che gli venga riconosciuto il merito di aver capito in anticipo che una cosa è comoda, utile e valente. Diciamolo chiaro e tondo, allora: grazie per avermi convertita, Amore del Cuore. Senza di te brancolerei ancora nell’ignoranza.
Bene, ora che ci siamo levati dai piedi i doverosi credits, direi di procedere. Perché siamo qui? Perché Satispay, qualche tempo fa, ha individuato la mia propensione a raccontare i posti dove amo spendere dei soldi e mi ha anche identificata come utente felice del servizio.
Perché non facciamo collidere queste due fondamentali placche tettoniche, dunque, compilando una piccola guida ai locali, negozi e/o entità milanesi che accettano i pagamenti con Satispay – sfornando pure dei cashback, magari – e che apprezzo in modo particolare? Ed eccoci qua.

Due parole sul servizio, prima di passare all’accozzaglia di indirizzi che ho messo insieme.
Cos’è Satispay? È un’applicazione che permette di pagare cose col telefono. Si collega al vostro IBAN e crea un salvadanaio virtuale – l’importo settimanale ve lo scegliete per conto vostro, in base a quello che combinate di solito – che vi servirà per i pagamenti e per immagazzinare i cashback ricevuti. Che roba sono i cashback? Moltissimi negozi del circuito Satispay vi restituiscono una percentuale sull’acquisto, che va a finire direttamente nel vostro credito disponibile, rimpinguandolo di volta in volta.
Satispay permette anche di creare salvadanai da destinare alle vostre ambizioni di risparmio e di pagare con il telefono un vasto ventaglio di rotture di scatole (i bollettini, il bollo auto, le ricariche del telefono, le multe…). Se uscite in compagnia e vi spaccate abitualmente la testa su come dividere i conti, poi, l’app permette anche di spedire/ricevere soldi da altri utenti – riducendo, auspicabilmente, la frequenza dei “guarda, ti devo 25€ ma non ho contanti adesso… te li rendo la prossima volta che ci vediamo”. E poi vi evitano per mesi e, quando ricapita di trovarvi, par brutto esordire con “Ciao, quanto tempo! Ma ti ricordi quei 25€ che mi devi da febbraio?” e alla fine state zitti e i vostri 25€ non si palesano mai più. Ecco.
È sicuro? Per forza. Satispay non si aggancia a carte di credito e compagnia danzante, ma il suo punto di riferimento è l’IBAN, perché l’unica cosa che può fare qualcuno se conosce il vostro IBAN è farvi un versamento – e solo le istituzioni autorizzate, come nel caso di Satispay all’attivazione del servizio, possono effettuare prelievi.
È la solita roba che c’è solo a Milano mentre il resto d’Italia si attacca al tram? Fortunatamente no. Qua c’è un’eloquente mappa della nostra splendida penisola, piena di puntini che indicano la diffusione degli esercizi che accettano Satispay. In generale, l’app vi propone una lista di esercizi aderenti al circuito, in base alla posizione in cui vi trovate. Ma si può anche cercare per categorie, oltre che per “distanza”.

Avrò detto tutto? Speriamo.
Ecco qua qualche indirizzo Satispay-friendly a Milano, pescato dalla mia lista dei posti del cuore.
Legenda? Eccoci. Gli * indicano i cashback.

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ABBIGLIAMENTO & ACCESSORI

Le It * – Corso Genova 7
Ho conosciuto le ragazze su Instagram e vado a trovarle spesso. La formula del negozio è quella che apprezzo con più trasporto: una selezione curata ed estrosa di vestiti e accessori – gioiellini fatti a mano compresi – che coprono una forbice di prezzo saggia. L’effetto finale è un bel mix di abbigliamento che non vi ammorberà con la sensazione di “l’ho già visto 80 volte” e che non vi farà arrabbiare perché non potete mai permettervi le cose belle. Organizzano anche dei pop-up temporanei – ospitando piccoli marchi indipendenti o sarte che vi prendono la misura in negozio e poi vi confezionano un capo unico – e hanno cominciato ad allestire un angolino beauty. Insomma, ho passato l’estate vestendomi solo con quello che ho scovato da loro, in pratica. E punto a replicare quest’inverno.

Wait and See * – via Santa Marta 14
Fondato dalla mitologica Uberta Zambelletti – se non la seguite su Instagram rimediate subito -, Wait and See è un magnifico antro delle meraviglie nel distretto delle Cinque Vie. A parte l’oggettiva gioia che può suscitare un negozio dove in ogni angolino c’è qualche aggeggio che raramente vi potrà capitare di vedere al mondo, la selezione degli abiti è straordinaria. Le sezioni sono suddivise cromaticamente – Rossella Migliaccio would be proud – e troverete anche spille, borse, scarpe, monili, oggetti curiosi e piacevoli stramberie. Budget medio-altino, ma sacrosanto.

Dixie * – via San Maurilio (angolo via Torino)
Qua a Milano ci sono diversi Dixie e, prestando un po’ di attenzione alle composizioni dei tessuti, si possono scovare belle cose. Maglieria giocosa, abiti stampati e moda “da tutti i giorni” a prezzi ragionevoli. Storicamente, ci ho comprato diversi abiti lunghi che sono ben sopravvissuti alle lavatrici e che, addosso, fanno la loro figura, anche se non escono dalla sartoria della Scala.

Ottica San Maurilio * – via San Maurilio 14
I negozi di ottica dallo stampo retro’ hanno un posto speciale nel mio cuore di ragazza miope (e anche astigmatica). A parte la bellezza della bottega – che può fregiarsi anche di una cassettiera spettacolare da tipografia -, l’assortimento di montature è vasto e avvincente. Ci sono modelli vintage, marchi internazionali d’occhialeria d’eccellenza e pezzi di qualità che si allontanano dalle strade più battute. Volendo, vengono anche realizzati occhiali su misura in diversi materiali – legno compreso.

Rubinia * – via Vincenzo Monti 16
Un valente brand di gioielli che ormai adoro. Se cercate qualcosa ad alto valore simbolico, Rubinia è un’ottima meta. Ogni gioiello viene realizzato a mano e c’è una grande attitudine alla personalizzazione – se sono riusciti a punzonarmi “Ignoriamo il senso del drago come ignoriamo il senso dell’universo” su un bracciale potete ormai ritenerli pronti a tutto.

Ma i brand “grossi”? Sono arrivati anche loro. Qua a Milano, Satispay si può usare – tra gli altri – da TwinSet*, Benetton*, Falconeri (Corso Vercelli 33)* e Intimissimi (Corso Vercelli 14)* – con cashback potenzialmente succulenti.

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BERE E MANGIARE

La Forgia degli Eroi * – via Ampère 15
Visto che siamo in tema “posti alla buona”, la Forgia è una via di mezzo tra una ludoteca e un locale dove si beve e si mangia. Quando ero piccola, a Piacenza, finivamo spesso in questi pub scalcinati a bere birre e a giocare a Trivial Pursuit o a qualsiasi roba in scatola ci fosse a disposizione. E, vi dirò, il FORMAT continua a piacermi. La Forgia ha un menù di paninazzi, hamburger gozzissimi, bruschette e birre artigianali di tutto rispetto. Cocktail “rudimentali”, direi, ma son certa di aver bevuto ben di peggio. I piatti e le bevande prendono il nome da personaggi ed episodi del pantheon fantasy, fomentando ulteriormente la vena nerd che pervade molti di noi. A disposizione dei clienti c’è anche una gamma sterminata di giochi di società (in buono stato manutentivo) e, volendo, postazioni per i videogame. Se l’idea di mettere piede a Lucca Comics vi terrorizza, ecco, forse la Forgia non è il posto perfetto per voi. In alternativa, amerete. Cimentatevi assolutamente con Cards Against Humanity.

Soulgreen * – Piazzale Principessa Clotilde
Un ristorante in prevalenza vegetariano che riesce a conciliare due estremi non scontati: un posto bellissimo dove si mangia anche bene. Ci sono stata diverse volte per i fatti miei (immergendo la faccia in una vasta gamma di bowl) e anche con l’infante, che s’è scofanato una zuppiera di gnocchi alla norma ed è stato accolto con grande solerzia. Gli ingredienti scelti sono stagionali e arrivano da produttori selezionati con attenzione. Il locale, in più, devolve parte dei suoi proventi a favore della nutrizione dei bambini in difficoltà con il programma “Proud to Give Back”.

Hygge * – via Giuseppe Sapeto 3
Mi sembra che la mania collettiva per il lifestyle danese si stia un po’ attenuando, ma non tutte le fissazioni vengono per nuocere. Hygge è un piccolo locale accogliente e pacioso che propone colazioni, brunch, pranzi e caffetteria. I piatti richiamano la tradizione nordica sia per scelta delle ricette che delle materie prime e, in generale, la sensazione è quella di trovarsi in una bolla di tranquillità e ragionevolezza. Da collaudare a colpi di fette di torta e infusi roventi nei mesi invernali.

LùBar * – via Palestro 16
Vorrei potervi dire come si mangia da LùBar, ma non ho mai avuto il privilegio. Sono sempre capitata in orari avversi all’apertura della cucina. Quel che posso dire – e che appare palese già a distanza siderale – è che il locale è splendido. Nell’accezione di splendore che potremmo attribuire al giardino d’inverno di una nobildonna. Verde salvia e vetrate ovunque.

Testone * – via Vigevano 3
Meta prediletta del mio consorte e dei suoi amici – dopo la partita di basket settimanale dell’Olimpia -, Testone mi costringe nuovamente a dar ragione ad Amore del Cuore, dopo molteplici collaudi. Il locale di via Vigevano è la succursale milanese di un’istituzione umbra… e la cucina è quella. Dalla celebre torta al testo (riempibile con penso qualsiasi cosa), alla carne alla brace, il menù è casereccio e le porzioni abbondanti. Prezzi onestissimi e, tanto per dirlo come lo direbbe una Lonely Planet, “atmosfera rilassata”.

Enoteca/Naturale * – via Santa Croce 19
Un posto tranquillo nel cortile/giardino del nuovo complesso di Emergency in Sant’Eustorgio. Piacevolissimo il fuori – ci siamo donati svariati aperitivi ristoratori mentre Cesare razzolava in giro (è tutto cintato, quindi i figli non vi scappano) – ma anche il dentro ben vi difenderà dai rigori dell’inverno. Ottimi vini da degustare insieme a olive e taralli e c’è anche la possibilità di ordinare dei piattini, un po’ in modalità tapas bar.

Frizzi & Lazzi * – via Evangelista Torricelli 5
Sarebbe stato meglio parlarne all’arrivo dei primi caldi – invece che del gelo incipiente – ma segnatevelo per i tepori futuri. Il bello del Frizzi, infatti, è il cortile, in mezzo alle case di ringhiera della zona Navigli. Il servizio è assai spartano – non attendetevi il signor Carson che vi porta un tovagliolo inamidato, insomma -, i prezzi contenuti e le patatine ragionevolmente croccanti. Roncio ma sincero… e grande meta per le serate estive più lunghe e battagliere.

Sempre in zona Navigli, grande amore per Ugo* e il Banco*. Ugo è un po’ più MONDANITÉ, visto che il grosso dell’attività del locale finisce per riversarsi per strada, mentre al Banco troverete ottimi cocktail – pure estrosi – e una più alta probabilità di accomodarvi a un tavolino come delle principesse. Sono due ottimi luoghi dove assaggiare qualcosa di nuovo, secondo me. Abbiamo tutti il nostro cocktail d’elezione, ci mancherebbe, ma nel caso vogliate ampliare i vostri orizzonti, meglio provarci mettendosi nelle mani di un super mixologist.

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VARIE ED EVENTUALI

Donchisciotte* è uno dei nostri negozioni di giocattoli preferiti. Si è recentemente spostato da via Col di Lana per approdare in via Vetere. Ci abbiamo comprato monopattini, dinosauri di plastica di ogni forma e dimensione, sabbie cinetiche e palloncini ENORMI per i compleanni. Zero Barbie e Gormiti, ma tanti giochi adorabili e saggi. Offre anche l’opportunità di ammirare dal vivo le mitologiche Sylvanian Families.

Sul fronte libresco, invece, possiamo cimentarci con Open More Than Books (Viale Monte Nero 6)* – che ha anche un comodissimo spazio di coworking con caffetteria -, Gogol & Company (via Savona 101)* – sto valutando di trasferirmi in quel quartiere e un grande fattore che consideriamo ogni volta che vediamo una casa è la distanza dalla Gogol -, la Centofiori (Piazzale Dateo 5)* e la Libreria del Convegno (via Lomellina 35)*.

Qua a Milano, Satispay si può usare anche in tanti supermercati (Pam, Esselunga e Naturasì in primis, ma anche da Tigotà, se vogliamo restringere il raggio d’azione merceologico) e, RULLO DI TAMBURI, pure in farmacia. Molte farmacie vi sfornano anche il cashback… il che non credo vi farà ammalare più volentieri, ma fornisce almeno un minimo di consolazione.

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Bene, dovrei aver concluso. Vi lascio qui il link d’iscrizione per fare un collaudo, se vi va – come spero accada. Buoni giretti e buona caccia ai cashback-Pokémon. 🙂

Ogni volta che mi imbatto in un progetto che riguarda la sostenibilità mi sento automaticamente in colpa: quanto può dirsi “sostenibile” la mia gestione domestica? Quanto sono responsabili le mie scelte di consumo? Che cosa posso fare per diminuire la forbice tra quello che potrei fare e quello che effettivamente faccio? Non sono domande da poco e il tema merita una riflessione – sia individuale che collettiva. Ben sapendo di essere lontana anni luce dall’ottimo, mi destreggio caparbiamente nel vasto regno della raccolta differenziata e cerco di orientarmi verso acquisti più ponderati, accogliendo anche con grande interesse le iniziative che possono contribuire a ridurre la mia ignoranza e, allo stesso tempo, a diffondere un messaggio incoraggiante e innovativo.
Perché quando i domandoni che possiamo porci individualmente se li fa anche una grande azienda in possesso di leve significative, un pezzettino di consapevolezza in più può balenare all’orizzonte. E mi piace parlarne, perché anche quello è un buon modo per attivarsi.

Autogrill si arrovella da un po’ sulla questione, all’interno di una strategia di innovazione che cerca di privilegiare la cultura del riutilizzo e di ridurre l’impatto del gruppo sull’ambiente. Lo sforzo sarebbe apprezzabile già solo a livello teorico, ma diventa un segnale ancor più positivo se trasportato sul piano delle dinamiche concrete. Autogrill ha individuato, in poche parole, una “materia prima” simbolica e rilevante (anche in termini di volumi) e ha cercato di darle una nuova vita. Ogni anno, in Italia, Autogrill serve più di 100 milioni di caffè. Perché non trasformare questo tassello fondamentale dell’offerta dell’azienda in un esperimento virtuoso?

Con il supporto di CMF Greentech, Autogrill ha deciso di riutilizzare i fondi degli innumerevoli caffè serviti nei suoi punti vendita – tra cui quello del Puro Gusto di Milano Linate che abbiamo visitato per farci ben raccontare tutta la storia – per inventare WASCOFFEE®, un nuovo materiale “da costruzione”, naturale al 100% e già pronto a trasformarsi in tavoli, banconi, pannellature e arredi per tanti locali Puro Gusto e Bistrot in Italia e in Europa – locali dove si mangia pure bene. Posso testimoniarlo, nel caso non bastasse la benedizione del Gambero Rosso (che ha selezionato parte delle specialità di cui potrete nutrirvi) o il caffè tostato quotidianamente sul posto.

Ma non divaghiamo, che col cibo è un attimo.

Bello WASCOFFEE®, bravoni. Ma che succederà in futuro?
Autogrill si sta impegnando per ampliare il progetto e per rendere gli arredi “di caffè” disponibili nei suoi punti vendita. Ma, cosa ancora più incoraggiante, si sta anche industriando verso nuovi obiettivi, sempre in ottica di riciclo e di riutilizzo intelligente di altri materiali di scarto. L’idea è sempre quella di far incontrare il concetto di sostenibilità con i processi reali di gestione operativa, partendo da quello che c’è e si fa per arrivare a un miglioramento concreto dell’impronta che il gruppo lascia sull’ambiente. Sperando, anche, di poter essere d’ispirazione. Un po’ come Bernulia, che abbiamo visto in azione in un live-painting di rara meraviglia, tutto a base di caffè.

 

Sentimenti burrascosi! Notturni! Letteratura! Rovine! Dirupi! Sogni e turbamenti!
No, temo di non essere riuscita a riassumere in maniera esauriente le molteplici e fascinose sfaccettature del Romanticismo, corrente “multidisciplinare” che tra Settecento e Ottocento ha attraversato l’Europa modificando in maniera radicale la nostra sensibilità estetica, filosofica, musicale e artistica. Poco male, però, perché fino al 17 marzo potrete beneficiare di una mostra dal vasto potenziale esplicativo e dal magnetismo indiscusso e, magari, dilettarvi anche con un piccolo tour. Milano, infatti, è stata una delle grandi capitali romantiche del continente e conserva le tracce di questo passato, valorizzandone l’eredità tappa dopo tappa.
Ma procediamo con ordine.
A San Valentino non sono stata fortunatissima sul fronte delle rose rosse o delle scatole di cioccolatini a forma di cuore – e, vi dirò, va anche bene così – ma la bellezza non è di certo mancata. L’itinerario è ricchissimo, ma agevolmente replicabile.

Tappa uno!
Romanticismo alle Gallerie d’Italia
La mostra, con le sue 200 e passa opere esposte, riesce a fare contemporaneamente due cose molto pregevoli: affrontare i temi principali del Romanticismo sviscerandone le manifestazioni più emblematiche e i temi ricorrenti, ma anche mettere a fuoco le ricchissime peculiarità milanesi, restituendoci il dialogo costante tra città, arti (non solo figurative) e identità storica. Insomma, troveremo i rimescolamenti interiori e gli orizzonti sterminati di Caspar David Friedrich, ma anche Francesco Hayez che ritrae Manzoni o affida a una fanciulla a seno scoperto un messaggio politico di libertà, celebrando i tumulti cittadini delle Cinque Giornate. Il risultato è un percorso molto ben costruito tra concetti che trovano terreno comune in un’epoca dalle caratteristiche condivise – indipendentemente dal luogo – e declinazioni cittadine e nazionali. Bonus non trascurabile: lo spazio espositivo è magnifico.

Tappa due!
Romanticismo al Museo Poldi Pezzoli
La mostra si sviluppa su due sedi. Il “grosso” è alle Gallerie d’Italia, ma la visita prosegue al Poldi Pezzoli – dopo una passeggiatina di circa due minuti. Il Poldi Pezzoli è uno dei miei posti preferiti a Milano e ospita spessissimo mostre piccole ma estremamente curate, oltre ad essere un luogo valentissimo per conto suo – c’è una collezione permanente e si può andare a zonzo per le stanze, invidiando molto il gusto eclettico di messer Gian Giacomo. COMUNQUE. Perché proprio il Poldi Pezzoli? Perché la famiglia Poldi Pezzoli non si risparmiò durante i moti rivoluzionari del 1848 e la dimora rappresentò uno dei punti nevralgici dell’attività culturale e artistica della Milano romantica. Allargate il giro e non perdetevi Raffaello che abbraccia la Fornarina o le “istantanee” della città in subbuglio.

Tappa tre!
La casa del Manzoni
Poco incline a farsi ritrarre – anche se per Hayez si sentì di fare un’eccezione -, Alessandro Manzoni era ritenuto schivo e assai riservato. In questa casa amatissima, però, visse e morì con la sua grande anche se non fortunatissima famiglia, accogliendo con autentico affetto amici, intellettuali e personalità di spicco del suo tempo – E GUARDA UN PO’ SIAMO PROPRIO IN PIENO PERIODO ROMANTICO. Mantenere la dimora non fu una passeggiata: nonostante il successo nazionale e le traduzioni estere dei Promessi sposi, infatti, all’epoca non esisteva il diritto d’autore e Manzoni, di fatto, passò decenni a combattere la pirateria, impegnandosi anche a livello pubblico e politico per istituire una norma che tutelasse le opere letterarie e i loro creatori. Ma pensa un po’.
Tra prime edizioni, gallerie di ritratti e approfondimenti sull’intricata acconciatura di Lucia Mondella, due ambienti della casa – quelli conservati proprio come Manzoni li aveva lasciati – valgono il giro: la camera da letto in cui lo scrittore si ritirò dopo la morte della seconda moglie – in un cassetto ci sono ancora le pantofole – e lo studio al piano terra, completo di tabacchiera – da cui Manzoni non si separava mai – e vista sul giardino.

Tappa quattro!
Il Teatro alla Scala
Un tour “essenziale” della Milano romantica non può non comprendere il Teatro alla Scala. Perché è qui che il bel mondo si incontrava – anzi, che il mondo in generale confluiva per godere di quel che accadeva in scena ma, anche, per rispondere a pure esigenze di socialità, affari, divertimento, costume e spasso. Opere, concerti e balletti a parte, alla Scala si può entrare per visitare il museo, accedere ai palchi e sbirciare da lontano i lavori in corso.

Per chi volesse approfondire e/o espandere il percorso partito dalle Gallerie d’Italia, il Poldi Pezzoli ha confezionato un Taccuino romantico che contiene 25 luoghi – tra Milano e la Lombardia – da visitare per crogiolarsi ulteriormente nello spirito dell’epoca. Si può scaricare quiE sono giri, ovviamente, organizzabili in piena autonomia e libertà. Con la pioggia e col sole. A piedi o in carrozza. Quando e come vi pare. Insomma, una bonus-track di tutto rispetto.

Buona mostra e buone esplorazioni!

Nota strutturale
Esordirò facendo del mio meglio per spiegare come funziona un’accademia di spada laser, deliziandovi nel mentre con svariate testimonianze fotografiche e pure un video FAVOLA. In coda troverete tutti i riferimenti utili per contattare Ludosport, più i link a due lezioni di prova che abbiamo organizzato per fare cose insieme.
Basta, ho finito.
Leggete felici.

*

I festeggiamenti per il mio ultimo compleanno – ormai risalenti al mese di marzo – verranno ricordati nei secoli come i più propizi di sempre. Non perché ci siano state feste mirabolanti o particolari occasioni mondane d’aggregazione, ma perché Amore del Cuore ha tirato fuori dal cilindro il regalo perfetto. Anzi, ha prontamente risposto a un’imbeccata che non credevo avrebbe mai raccolto. Un po’ perché è spesso disorientato dalla massa informe e mobilissima dei miei interessi e un po’ perché di cose ne dico tante, ma poi è raro che mi applichi. Ebbene, a questo giro no. A questo giro sono diventata una baldanzosa guerriera armata di spada laser.
Perché sì, l’umanità avrà pure inventato il crossfit, ma là fuori ci sono anche delle accademie che ti insegnano a combattere con la spada laser. E pure bene.

Ma procediamo con ordine.
Combattere con la spada laser, IN CHE SENSO. E dove, di grazia?
Fondata a Milano nel lontano ma vispo 2006, l’accademia Ludosport si è prefissata il compito di creare un solido ponte tra immaginazione e concretissime pratiche sportive. La domanda degli esordi è un po’ stata la seguente: è possibile trasportare nel mondo “reale” un’arma inesistente, che risponde a precise leggi fisiche che ancora non governiamo (nostro malgrado)? Sembrerebbe di sì. Con le dovute accortezze.
Partendo da presupposto che una spada laser VERA non solo non ha peso (perché è fatta di energia), ma non ha nemmeno il filo (perché è in grado di “tagliare” in qualsiasi modo), i valenti fondatori dell’accademia hanno escogitato nove stili di combattimento fatti di attacchi, difese e movimenti capaci di rispondere in maniera efficace alla natura immaginaria dell’attrezzo. E, cosa ancor più importante, sono riusciti a strutturare un insieme di regole e di valori che permettono a tutti quanti di imparare e di competere col maggior spasso possibile (tenendosi anche abbondantemente alla larga dal Pronto Soccorso).

E qui penso sia utile una parentesi autobiografica.

Sono sempre stata una sportiva. Dalla più tenera età agli anni (zoppicanti) del lavoro, ho giocato a tennis e ho sciato a vari livelli di intensità e agonismo. Mi sono sempre cimentata in sport individuali, dove non solo non c’erano vere e proprie squadre a cui appartenere, ma c’era anche un’interazione piuttosto scarsa con gli altri partecipanti. E, per anni e anni, non sono nemmeno stata in grado di concepire la possibilità di fare qualcosa di diverso. Gioco a tennis da tutta la vita, ma ti pare che mi metto qua a fare una roba nuova a trent’anni? Ma per carità, troppo sbattimento.
Ecco. Ora la situazione è questa:

La gratitudine che nutro nei confronti di Amore del Cuore per il donone che mi ha fatto è vastissima anche per questo. Io, da sola, forse non mi sarei iscritta davvero a un’accademia di spada laser. Forse avrei lasciato prevalere la componente culo-pesante della mia personalità. O, di certo, non mi sarei orientata su un’attività che prevede un contatto così spiccato con gli altri. Perché è con gli altri che ci si confronta. Ed è solo con l’aiuto degli altri che si impara.

Al di là di quanto ci si sente FAVOLA a maneggiare con cognizione di causa una spada laser appositamente progettata per assisterti in combattimento – spada laser che si illumina, fa un gran rumore (GIUSTAMENTE!) e ha anche un corroborante peso specifico –, la scoperta più grande credo proprio sia stata quella: lo spirito di squadra. E la distinta percezione di quanto sia significativo intraprendere un’attività del tutto nuova con il supporto di altri esseri umani.
In Ludosport non si usano particolari protezioni – a parte i guanti. Non c’è un corso per le femmine e un corso per i maschi. Così come non ci sono competizioni riservate agli uomini separate da quelle per le donne. Non è una faccenda di forza, perché una spada laser non è un’ascia di 14 kg concepita per spaccare calotte craniche, ma si maneggia comunque un tubo di policarbonato dall’indubbia solidità materica… e se t’arriva sui denti lo senti.
Ecco, il punto è proprio quello: nessuno tenterà di proposito di sbattertelo sui denti, anzi.
Perché non è previsto.
E perché non sei strutturalmente portato a ritenere chi combatte con te un Nino Sarratore da trucidare.

I valori a cui accennavo prima non sono una versione condensata degli insegnamenti di maestro Yoda – anzi, Ludosport è un posto assolutamente “laico” rispetto a Star Wars, nonostante ci siano le spade laser -, ma una versione più articolata del più sano buonsenso: servizio, cura, rispetto. Vuol dire che tutti devono mettersi a disposizione degli altri per farli imparare meglio e vuole anche dire che non ci sono “nemici”, ma solo altre persone con cui fare pratica. E fare amicizia. Te ne accorgi subito, dal minuto uno. Nessuno si diverte a metterti in difficoltà, anzi. E tutti sono incoraggiati con veemenza a dichiarare forte e chiaro, in combattimento, quando un colpo va a segno. Ecco perché a fine lezione siamo tutti interi. E siamo anche molto inclini ad andare a bere una birra insieme.

Sembra una cretinata da dire, ma l’impresa mi sta giovando. Non sono facile da gestire, sul fronte sportivo. Sono una che passa le partite di tennis a parlare da sola, a prendere a pallate le reti e a buttare in terra la racchetta. Subisco molto l’errore – ma proprio come concetto – e la possibilità di fallire. Non sono paziente. Passare del tempo con persone che non conosco da almeno tre secoli mi genera una certa ansia e faccio parecchia fatica, ma proprio a livello mentale. Piazzarmi volontariamente di fronte a svariati sconosciuti che cercano di colpirmi con una spada laser è stato un po’ un atto di coraggio. Al mondo esistono forme di eroismo ben più rilevanti, me ne rendo ben conto, ma tutti quanti siamo spesso azzoppati da piccoli limiti e paure che, a lungo andare, ci convincono a star fermi. Perché è troppo tardi per provare. Perché non è il caso di provare, anche. O perché FIGURIAMOCI SE SEI CAPACE.
Sono ben lontana dalla suprema destrezza di Darth Maul (sì, da quest’anno c’è anche un corso per combattere col bastone. O con la doppia spada. CREPO), ma spero di essere riuscita a trasmettere almeno una frazione della fierezza e dello spasso che mi animano quando inforco guanti e divisa e cerco di capire come trasformarmi in una temibile spadaccina laser.
Supercuori, Clan del Caos.
Siamo assurdi, ma anche molto speciali.

*

Informazioni pratiche
La sede principale di Ludosport è a Milano, ma le accademie sono frequentabili anche in tantissime altre città italiane – oltre che all’estero. Sì, una roba inventata a Milano è stata esportata pure in America, per una volta.
Per scoprire l’ubicazione delle varie sedi e tempestare i rettori di domande pratiche anche puntigliosissime, ecco dove andare.

Informazioni pratiche ancora più importanti
Per chi è già a Milano (o vuole passare a fare un giro per la lieta occasione), abbiamo buttato in piedi due lezioni di prova BELLISSIME. Ci sarò anch’io, non c’è da pagare niente e basta iscriversi su Eventbrite.
Ecco le date.
4 gennaio dalle 19 alle 22
10 gennaio dalle 18 alle 21

Accorrete numerosi, così non faccio brutta figura con il mio istruttore – che è pure approdato tra i finalisti ai mondiali di spada laser e si aspetta sempre grandi cose da me. Spesso a torto.

Fabbricanti di spade
Per donare o donarvi una spada laser STRABILIANTE, ecco qua le Lamadiluce. Ludosport le ha inventate e progettate appositamente per l’utilizzo in combattimento. E si possono pure personalizzare.

Fumetti!
Se vi va, poi, di approfondire ulteriormente la vostra conoscenza del progetto Ludosport, c’è pure un fumetto – basato su atleti che esistono veramente ma che purtroppo non padroneggiano ancora il viaggio metadimensionale, anche se a loro piace sicuramente crederlo.

Credits
Come Miss Universo, poi, vorrei concludere ringraziando di cuore i miei compagni e gli istruttori del Clan del Caos e di Ludosport Alpha per aver partecipato allo SCIUTING dei contenuti foto-video e anche Silvia Galliani e Tito Capovilla che hanno effettivamente fatto le foto e i video. EROICI, tutti.

E venite a spadaccinare con me, mi raccomando. Niente vestaglie, ma molta gioia.

Tra le esternalità positive dell’aver figliato, almeno per me, c’è la possibilità di frequentare impunemente negozi di giocattoli di ogni genere. Comprando possibilmente delle cose, pure – al grido di SONO PER IL BAMBINO CHE COSA AVETE CAPITO.

Quando Nano Bleu mi ha scritto per invitarmi a fare un giro da loro allo scopo di procacciarmi un dono per Cesare e un nuovo pupazzo per il mio pregevole fotoromanzo digitale – per chi ancora non conoscesse PuPAZZI, la serie che ha cambiato per sempre il mondo dell’intrattenimento, nei contenuti in evidenza su Instagram c’è un pratico circoletto con le ultime puntate -, INSOMMA, quando Nano Bleu mi ha proposto di andarli a trovare sono stata investita da una felicità di rara potenza. Perché, a parte la sensatezza generale dell’operazione, ho ricordi antichissimi di quel negozio. Bimba bionda e occhialuta di Piacenza si reca periodicamente in gita a Milano con i pazienti genitori. E, dopo la tappa obbligatoria da Fiorucci, attraversavamo Corso Vittorio Emanuele per fare un giro da Nano Bleu, noto anche in provincia per la sua strabiliante selezione di peluche, fissazione che mi caratterizza dalla più tenera età.
Oggi, che di anni ne ho ben 33, a Milano ci vivo in pianta stabile e ne apprezzo ogni giorno di più la voglia di crescere, di inventare qualcosa di nuovo e di ospitare quello che di bello capita nel resto del mondo. Ma anche la volontà di continuare ad essere accogliente per le realtà indipendenti, che con la loro presenza hanno spesso fatto la storia di una via, di una piazza o di un pezzo di città. Ecco, Nano Bleu è un po’ un posto così. Una specie di istituzione, una vera attrazione (che potrei comodamente definire “turistica”, nella miglior accezione del termine) e, per chi è stato fortunato quanto me, una macchina del tempo tra le meglio riuscite.

Il negozio è stato fondato nel 1949, all’indomani della ricostruzione di piazza San Carlo al Corso, completamente rasa al suolo durante i bombardamenti della seconda Guerra Mondiale. Nano Bleu non ha mai cambiato indirizzo, né “categoria merceologica”. Vende giocattoli da sempre e, per la perseveranza ultracinquantenaria, si è guadagnato il titolo di “Negozio storico” – l’unico di Corso Vittorio Emanuele. Bancone e vetrine sono ancora quelle d’epoca, mentre gli interni sono cresciuti, con la recente aggiunta di un terzo piano piuttosto mastodontico. Prima di parlare della giraffa di tre metri e venti che campeggia nel bel mezzo dell’anfiteatro dei peluche, vi informerò anche sugli indefessi orari d’apertura – sempre, in sintesi – e sulla possibilità di farsi consegnare gli acquisti a domicilio per chi abita a Milano.

Insomma, c’è dell’impegno. E la giraffa ha anche un amico orso del peso di (credo) seicento chili che siede serafico in vetrina a beneficio dei passanti. Ci sono tanti giochi che appaiono con marziale regolarità nelle pubblicità in televisione, ma anche giocattoli (e sono la maggioranza) selezionati con evidente cura e attenzione. Insomma, chicche avvincenti e Superpigiamini. Il mix funziona, soprattutto per l’atmosfera e per la concentrazione altissima di potenziali meraviglie. E un negozio così, che tiene aperto in Corso Vittorio Emanuele, penso sia una specie di tesoro da preservare.
Grazie per l’ospitalità, Nano Bleu. Siete meglio di come vi ricordavo.
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Per coordinate, orari e informazioni puntualissime, vi consiglio l’agile visita al sito del negozio.

 

I giretti estivi del tardo pomeriggio sono impagabili. Fa meno caldone, ci si può meravigliare a lungo del magico (per quanto astronomicamente spiegabilissimo) fenomeno della luce che resiste fino alle nove passate, è lecito bere dei MOITI, c’è un po’ di margine di manovra per entrare nei negozi e le zanzare non sono ancora in pieno assetto da combattimento.
Che paciosità.
Trovando particolarmente corroboranti tutti questi preziosi fattori ambiental-geografici, una delle mete che preferisco è la zona di Porta Genova – Navigli e dintorni, insomma. I Navigli sono vispi e celano angoletti di rara gioia? MA VA. CHE SCOPERTA. GUARDA CI HAI CAMBIATO LA VITA. SVOLTA! STUPORE, PROPRIO!
Ebbene, poterci arrivare a piedi da casa è una fonte di perpetua felicità. E, dopo averli perlustrati in lungo e in largo, è anche assai piacevole rendersi conto di aver individuato dei solidi punti di riferimento. Quindi sì, mi piace vagare sui Navigli. Ci vado regolarmente e mi fermo pure in cima ai ponti per fare le foto. Insieme alle giapponesi con la visiera, alle fashion blogger col cestino di paglia e agli scandinavi che si mettono a tavola alle 17.45. E buon per me.

Come forse già saprete, poi, ho fatto amicizia con Scholl… in nome di una deambulazione più confortevole ma comunque esteticamente appagante. Visto che l’approccio del primo post è stato un po’ più “metodologico” – vedi: perché siamo qui e perché ci stiamo occupando con gioia di queste calzature -, per il secondo articolo ho deciso di affrontare il collaudo uno spirito decisamente più turistico, raggruppando qui le mie mete preferite del circondario Navigli. Anche perché, diciamocelo con sincerità, i ciottoli tondi che ci sono in terra sono molto belli, ma camminarci su è la morte. Idem per la pavimentazione della Ripa: pavé sconnessissimo CON BINARI. Insomma, quale luogo migliore per mettere definitivamente alla prova dei sandali (non eccessivamente “sportivi”) e per sfornare una listina di luoghi meritevoli da visitare? 
Ma strutturiamoci.

  • Approccio generale al quartierino
  • Posticini per bere
  • Posticini per mangiare
  • Posticini dove spendere dei soldi
  • Coordinate sandalesche

Che programma, gente. Che programma.

Approccio generale al quartierino

Per vagare sul Naviglio si può arrivare con la metro da Porta Genova o iniziare il giro da Piazza Ventiquattro Maggio, ma la cosa importante, secondo me, è passeggiarselo tutto. Prima da un lato e poi dall’altro. Aggiungendoci pure via Vigevano e relative traverse. Dopo un primo moto di insofferenza verso la fila di bar super attrezzati per gli aperitivi-mangiatoia, vi troverete in più degna compagnia. E numerosi locali o negozi – che sicuramente dimenticherò di elencare qui – sapranno sorprendervi, spuntando anche un po’ all’improvviso. Per beneficiare del mercatino sul Naviglio Grande, poi, tenete d’occhio il calendario. Di sabato ci sono le bancarelle, ma il mercatone “vero” dell’antiquariato c’è solo l’ultima domenica del mese.

Posticini per bere

Ora, quand’ero all’università puntavo a spendere poco e a riempirmi il piatto di cous-cous mollicci, frittate umide, patate al forno salatissime e pizzette gommose. Seduta su un cubo di legno ben poco ergonomico o su uno sgabello tagliachiappa. Ma il tempo dei baracci è finito. Sono una signora, ormai. Se esco, voglio bere un cocktail pieno di ingredienti super curati, preparato come si deve e, possibilmente, accomodandomi in un luogo ameno. Inizio dal MAG perché risponde a tutte queste caratteristiche (più gli arredi pazzi e il menu che vi arriva dentro a improbabili libri da bancarella) e perché le foto le abbiamo fatte lì. Mica scemi.

Sandalini Floralie con le pietruzze e un WONKY EYE non provocato dal bicchiere di bianco, giuro. Tutta farina del mio sacco. 

Non tocco terra coi piedi, ma che ilarità!

Alternative altrettanto valenti per quando non trovate posto al MAG: il Banco sul Naviglio Grande e Ugo in via Corsico.

Posticini per mangiare

Non sto più dietro alle nuove aperture con il ritmo di una volta, perdonatemi. Ma sono comunque riuscita a sviluppare un mini-elenco di preferiti. Sarò banale, ma Temakinho mi piacerà in eterno. Nippo-brasiliano, roll buonissimi e non noiosoni, più il sacrosanto diritto di pasteggiare a caipiroske: la vita. Bisogna prenotare settantasei anni prima e hanno una “turnazione” che un po’ mette l’ansia, ma si mangia bene e c’è gioia.
Cambiando genere, un posto in cui siamo tornati diverse volte – con prole al seguito, anche – è The Brisket. Barbecue texano originale (quindi carne cotta a bassa temperatura per tantissimo tempo) e menu composto esclusivamente da succulento confort-food. Non siamo mai capitati nel tavolone di pietra fosforescente, ma vi auguro di finirci.
Pizza? I Capatosta sul Naviglio Grande (per la pizza napoletana), Berberè in via Vigevano (se dovete invitare fuori Wes Anderson) e Spontini che affaccia sulla Darsena (se digerite bene e se vi incuriosiscono le istituzioni milanesi).
Varie ed eventuali? Tokyo Table per salvarvi dagli OLIUCHENIT ciabattoni, The Meatball Family per polpette VIULENTE (è il ristorante di Abatantuono e va bene per serate cicciarde) e Taglio, una salumeria/bistrot/ristorante dove ci schieriamo anche per il brunch.
E, visto che non ho mai dimenticato il panino con le panelle che ho mangiato a Catania, sto scalpitando per far visita a FUD in via Casale. Ha aperto pochi giorni fa, ma penso abbia già migliorato la vita di innumerevoli milanesi.

Non mi sono ancora giocata la didascalia definitiva (anche a nome dei miei piedi tozzissimi): CHE BENESSERE.

Posticini dove spendere dei soldi

Dunque, mi pare doveroso cominciare da un cortile. Alzaia Naviglio Grande numero 4. A parte il contesto scenograficissimo e ricco di rampicanti, troverete lo stupefacente Così Cozy – un negozio di oggettistica e design vintage con un occhio particolare all'”americana” – e Anthropology, abbigliamento e accessori super selezionati e molto MODAH…ma non banali. Vado a frugarci sempre perché vendono uno dei miei brand preferiti per le stampe assurde (Nice Things Paloma S.). All’inizio di Vicolo dei Lavandai, poi, c’è Minuit. Non so bene come descriverlo, Minuit. Potrei risolverla rapidamente dicendo che non solo mi metterei tutto quello che vendono, ma che andrei anche volentieri a viverci dentro.
E le librerie? Non facciamoci mancare niente. All’angolo con via Corsico c’è la sede storica del Libraccio – il primo punto vendita è stato proprio quello -, che si è ormai espanso coprendo più o meno un centinaio di vetrine. Potrete frugare nella libreria dell’usato malridotto ma affascinante, nella libreria specializzata in illustrati e libri d’arte e nel negozio “delle novità”. Se siete più affezionati a fumetti, graphic novel e manga (e magari sclerate pure per il merchandising e i Funko Pop), all’angolo con via Casale c’è SuperGulp, un’altra istituzione cittadina.

Ciao, sono la foto che spezza un paragrafo lungo.

Spostandoci sulla Ripa, poi, il luogo magico per eccellenza è Nipper. Antiquariato, modernariato, design storico, aggeggi meccanici, tecnologie più o meno arcaiche. Si va dalle macchine da scrivere alle pompe di benzina, dai grammofoni alle insegne al neon. Gioia grande. Tornando ai vestiti, poco più in là c’è Lo Show Room, un negozio all’apparenza piuttosto anonimo (se paragonato ai fantasmagorici rivenditori di vintage della Ripa) ma pieno di capi estrosi e di ottima qualità. L’ultima volta che ci sono passata mi sono arrabbiata tantissimo perché il vestito FAVOLA con le gru piumate che volevo era ovviamente già stato venduto. Me lo dovevo comprare subito, maledizione.
Sul fronte via Vigevano, invece, il mio nuovo posto preferito è Tenoha, lo store-ristorante giapponese. Spazio meraviglioso, assortimento avvincentissimo di prodotti artigianali importati – dalle ceramiche ai tenugui – e un doveroso occhio di riguardo alla cancelleria. L’approccio è minimalista e non kawaii, ma direi che non possiamo lamentarci. Sempre in via Vigevano ci sono I See – occhialeria celeberrima per la sua vetrina e per l’estroso approccio all’ottica – e, al 35, Garden K, un raccoglitore di curiosità e capi quasi unici.
E direi di concludere assegnando l’ambito Premio Eclettismo a Brandstorming, un “collettore” di proposte handmade. Gioielli, prodotti in tessuto, artigianato artistico e, in generale, oggetti con una storia da raccontare.

Thinking of patatine.

Coordinate sandalesche

I sandali che mi hanno magistralmente sostenuta in questa lunga passeggiata navigliesca sono i Floralie della collezione primavera/estate 2018 di Scholl. Pietruzze fru fru e tecnologia Gelactiv che ammortizza i passi. Data la conformazione a salamella dei miei piedi, temevo un po’ il cinturino frontale. È piuttosto sottile e, di solito, i cinturini così provocano risultati sanguinosi. Ebbene, ne sono uscita indenne. E la pavimentazione impossibile del Naviglio mi è testimone.

Perdonatemi, non sono una piedista. Ma voi guardate le scarpe. 

Orbene, spero di avervi fornito qualche utile (e soprattutto rapido) spunto per girellare da queste parti. Senza maciullarvi i piedi, possibilmente.
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Credits
Trucco: Le Feltrin
Foto: Christian Fregnan