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tegamini

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Dunque. Fare foto mi piace moltissimo. Che io sia capace o che le mie foto siano belle, poi, è decisamente un altro paio di maniche. Ci provo, però. Ci metto dell’impegno e della sincera abnegazione. Mi cimento con sfide impossibili, tipo fotografare il mio gatto – che non solo è nero e imprevedibile, ma anche poco interessato a fare le scarpe al Grumpy Cat. Sono anche una di quelle persone orrende che al ristorante fa la foto alla roba da mangiare, nella speranza di potersene vantare su Instagram. Succede di rado… un po’ perché si finisce sempre nei peggiori bar di Caracas e un po’ perché, in effetti, sarò io che non so tirare fuori il lato #foodporn da una badilata di risotto con la salsiccia. I viaggi, grazie al cielo, restituiscono un minimo di dignità alle mie vacillanti capacità fotografiche, ma mica posso andare tutte le settimane a tirarmi su il morale nella Monument Valley. La verità è che le foto avrei bisogno di farle superbelle sempre. Ma diciamolo come lo direbbe la mia professoressa di filosofia del liceo… che così è un po’ povera: è nel dirompente potenziale di meraviglia celato dalla più banale delle quotidianità che si annida l’autentico splendore del mondo.
Perbacco.
Nella speranza di poter imparare qualcosa di estremamente utile per la mia vita di giovane donna curiosa e di buffa blogger disorganizzata, dunque, ho risposto con un roboante YES WE CAN a un imprevedibile e graditissimo invito. Ciao Tegamini, siamo la Canon. Vorremmo gridare al mondo che con la nostra nuova Powershot G7X si possono fare delle foto belle belle in modo assurdo, ma senza essere Annie Leibovitz. Anzi, non solo le puoi fare, ma riuscirai anche a bullartene in tutta comodità. Perché nella G7X ci abbiamo messo dentro degli aggeggi Wi-Fi megamagici che ti spediscono le foto dove ti pare. Insomma, le potrai condividere in tutta la loro fantasticità sui miliardi di social che infesti con la tua inopportuna e sbilenchissima presenza. Per cominciare, vorremmo portarti al concerto di Elisa, all’Alcatraz. Ci sono anche Camilla di Zeldawasawriter, Ipathia di Malapuella e Arianna di The Royal Taster. Vieni, che ci manca il pagliaccio.
Ma Canon, io di Elisa so solo luce che cade dagli occhi sui tramonti della mia tèèèèèèrra.
Fa niente. Lo sapevamo già che sei una bestia.

Sostenuta dal paziente tutoring delle madamigelle Canon, ci siamo messe dove meglio si poteva (altezza mixer, panico…) e abbiamo dato inizio al folle esperimento. Devo dire che, nonostante il pessimismo iniziale, di Elisa mi ricordavo circa seimila canzoni. E che lei non solo è bravissima e adorabile, ma anche immune ad ogni genere di fatica e dolore articolare. Ha cantato per circa due ere geologiche. E suonava a intermittenza strumenti musicali a caso. Tieni, Elisa, adesso facciamo un po’ di chitarra. Bene, bene, molto brava. E il pianoforte? S’offende se non suoni un po’ anche lui. E via così. Ad un certo punto ha fatto una striscia di canzoni in modalità referendum: la gente si era portata dei cartelli e le canzoni più cartellate vincevano una magistrale esecuzione live. Ma così, in pace. I dipendenti pubblici di tutto il mondo dovrebbero farsi quattro chiacchiere con Elisa. Serena, contenta, sorridente. Guardarla e ascoltarla è stato una felicità, nonostante il mal di schiena che mi ha assalita verso il finale. Elisa zero, neanche una piega. Spaccava i bicchieri con trilli supersonici. Che qualcuno le doni un vaso pieno di fate.
E le foto? Ne ho scelte dieci. E se ce l’ho quasi fatta io, vuol dire che la G7X è una specie di miracolino.

Ciao, noi eravamo qui. Più o meno all’altezza dell’orbita di Giove.
Vai Milano, gridiamo ZOOM tutti insieme!
C’era una selva oscurissima di smartphone. C’era anche una signora che ha chiamato chissà chi (in rubrica ce l’aveva sotto POLLO) e gli ha telefonato l’intero concerto. Io, ogni tanto, sbirciavo che cosa facevano gli altri. Insomma, esercitarsi con la messa a fuoco è importante.
Elisa, danzatrice balinese.
Quando ho capito che il tizio di due metri e dieci che avevo davanti non si sarebbe dissolto nel nulla, ho cercato comunque di tirarci fuori qualcosa di buono. Anche se era uno zarro.
Elisa feat Vincenzo Montella.
I satelliti di Giove.
Elisa, le coriste e Matteo Renzi.
La pubblicità dello Jägermeister (nuova era: “Non siamo una bevanda per vecchi! Smettetela di percepirci così, maledetti consumatori! Giovani, amateci!”
Elisa feat Statua della Libertà.

 

Dite quel che vi pare, ma sono fierissima. FIERISSIMA. Io e la bestiolina G7X diventeremo grandi amiche. Anzi, intraprenderemo un proficuo percorso di reciproca conoscenza che ci porterà, senza ombra di dubbio, alla conquista delle galassie. Le comprerò anche una di quelle custodie tutte carine che vendono nei negozi da hipster. Simil-tartan, magari. In attesa di rivoluzionare il mondo, però, l’ho messa a nanna. Insieme a un sacco di nuovi ricordi (belli nitidi, stavolta). Grazie, Canon!

P.S. Camilla di Zeldawasawriter è ALTISSIMA.

 

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Una cosa buona dell’essere abitudinari è la faccenda delle economie di apprendimento. Prendi bene le misure, sai già come si fanno le cose, trovi tutto quello che ti serve e veleggi felice nel tuo stagnetto, come una grassa papera contenta. Ci vuole un po’ di tempo, ma una volta che impari sei potenzialmente a posto per l’eternità. Anzi, diventi così efficiente che riesci quasi ad allungare le giornate… e senza Flusso Canalizzatore. Non è proprio che crei delle mezz’ore dal nulla, è più un effetto di ottimizzazione perfetta di risorse scarsissime. Tipo deframmentazione del disco fisso. Magiche finestre che si spalancano tra l’acqua che deve bollire, il libro che vuoi finire di leggere e il gioioso limbo che precede l’arrivo – direttamente sul tuo zerbino – di una quantità francamente imbarazzante di uramaki Tiger Roll. Sono quelli col pesce arrotolato attorno, grossi come dei pulcini. Io riesco a malapena a masticarli, ma sono meravigliosi. Ecco, negli interstizi tra la lavatrice da svuotare, i giochi di prestigio da fare in ufficio e il treno da prendere, sono sempre riuscita a far prosperare parecchi progetti collaterali – Un blog! Disegni! Traduzioni spassose! Capelli da far crescere! – e attività immensamente utili – pagare le bollette dal tabacchino, far divertire il gatto, lavare le tende, spinzettare le sopracciglia, sposare qualcuno.
E quindi?
E quindi è un disastro. Perché un sistema del genere funziona solo se non ti viene mai voglia di cambiare niente. Se non ti accorgi, all’improvviso, che vivi da due anni in una casa da campioni galattici di Tetris.
Francesca, ti ho preso questa bella copertina piena di pon-pon. E ho anche questa teglia qua di panzerotti, che ve li mangiate domenica a pranzo. Tò, la teglia te la metto qua nella borsa frigo… ma la mattonella riportamela, che non ne ho più.
MADRE, ti ringrazio, ma il mio freezer è grosso come un scatola da scarpe. Quella teglia lì non ci entra. E la coperta è meglio se la tieni qua a casa te, che nell’armadio non mi ci sta. Non vedo l’ora che la scienza trovi il modo di liofilizzare i maglioni, così caccio tutto nello sportellino in alto della credenza, che c’è ancora del volume vacante che potremmo sfruttare. Per le mattonelle, invece, non accetterò nessun genere di insinuazione. Io non te le ho prese, le diamine di mattonelle gelate.
Insomma, si può tirare avanti col sistema del supereroe abitudinario se si decide che, in fondo, ci possiamo anche adattare a circostanze che non troviamo ideali. Pazienza, non è proprio tutta questa meraviglia, ma ce lo faremo andar bene. Eh, che sarà mai, si può sopravvivere anche senza un balcone. Non è mica mai morto nessuno, prendendo una capocciata nella putrella del soppalco. Insomma, in ufficio sono sempre lì ed è da qualche secolo che non imparo più niente. Ma sono comunque molto fortunata… cioè, vuoi mettere? Di questi tempi.
Di questi tempi, francamente, c’è anche da rompersi un po’ i coglioni.
C’è anche da pensare che il tempo che ti ritagli per cercare di ricordarti che sei un mammifero curioso, è tempo che passa comunque. E passa mentre rimani nello stesso posto. E sai che non funziona. E ti arrabbi un casino perché – a parte essere contenta nei tuoi angolini – non riesci a farci niente. E’ più economico, sul breve periodo, tenere insieme la struttura. Dipende anche un po’ dal vostro stile. C’è chi si raggomitola – che uno si stanca, a furia di imbestialirsi – e chi annoda lenzuola – sempre tra una lavastoviglie e tre giorni di mail arretrate da leggere. Io ho scoperto di essere una paziente annodatrice di lenzuola. E, finalmente, ho un milione di abitudini da ricostruire. Ho un lavoro nuovo. Ho una casa nuova. Sono sopravvissuta a un trasloco, a uno shock culturale di ragguardevoli proporzioni e a svariate missioni a bordo di un’auto Enjoy. Sappiamo a malapena dove sta il supermercato, gli universitari dell’altro appartamento ci dicono BUONASERA e stiamo scroccando Internet da un wi-fi aperto. Per campare m’è toccato imparare a calcolare l’Engagement Rate, la libreria ci arriva fra un mese, non abbiamo ancora trovato un bar che fa i cocktail a 4 euro, ho il terrore che il portinaio ci prenda in antipatia, devo ancora fare amicizia con tutti, c’è quello di sopra che suona il piano fino alle 2 del mattino e non sappiamo se Ottone imparerà mai a usare la gattaiola… ma abbiamo fatto un passettino in più.
Ci sono disorientanti novità da gestire e milioni di detriti da chiudere in cantina.
Siamo stanchi morti. E sbatto la testa negli sportelli perché appaiono in posti assolutamente inaspettati.
Ci servono delle sedie. Ma è un mese che non vedo una stazione ferroviaria. E in ufficio sono ammessi i cuccioli di cane.
La verità, se proprio vogliamo sintetizzare, è che è tutto un gran casino.
E ci voleva.

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So telefonare? No.
Telefono? Per forza.
Perché telefonare serve. Telefonare è produttivo, rapido ed efficace. Le telefonate fanno girare l’economia, cementano i rapporti umani, confortano gli afflitti e accorciano le distanze. Certi esseri umani telefonano addirittura per divertimento. Per dire, Amore del Cuore ha un amico di Catania che, quando è sbronzo, lo chiama a orari improbabili dal mezzo di una strada e gli passa persone a caso. E questi qua ci stanno, accettano con gioia di parlare ad Amore del Cuore. Ma senza fare una piega. Accorri, viandante, che ti faccio parlare col mio amico Marco! Non lo conosci, e nemmeno io so chi sei, ma non importa, ditevi due robe e facciamoci quattro risate. L’immane mistero è che nessuno si tira indietro. Nessuno cerca di menare questo nostro amico follemente espansivo che raccatta gente nei vicoli per chiacchierare con Amore del Cuore. Tutti trovano questa assurda faccenda la cosa più spassosa del mondo.
E io qua, a fissare con orrore lo schermo che lampeggia.
Non ricordo particolari traumi legati al telefonare. Solo che non mi piace. Mi agito, mi emoziono. Non so fare i convenevoli iniziali del ciao, come stai, tutto bene. Parto male, mi ingarbuglio verso la metà e la faccenda comincia a diventare normale quando è il momento di riattaccare. L’imprevedibilità della gente mi crea immani problemi. Se uno mi chiama di punto in bianco per invitarmi a una serata di cineforum parrocchiale, non sono in grado di elaborare una panzana convincente così, su due piedi. E quello è un talento fondamentale. Non riesco a produrlo, un dribbling telefonico immediato. E mi ritrovo al cineforum della parrocchia, perché ormai è troppo tardi e non m’è venuto in mente neanche un vediamo, ti richiamo tra un quarto d’ora. Perché io, fondamentalmente, non ho alcuna voglia di richiamarti. Neanche volevo risponderti, figurati se mi vien voglia di cercarti.

E’ un mondo difficile, per le persone che non sanno telefonare.
Può capitare che queste persone lavorino in giocosi open space, luoghi complicati pieni di colleghi d’ogni genere che conversano amabilmente col loro prossimo, rispondono senza timore ai cellulari aziendali degli altri e – ASSOLUTA MERAVIGLIA – hanno addirittura capito quali bottoni c’è da schiacciare per smistare chi ha sbagliato numero. In treno c’è chi prenota baldanzosamente esami medici raccapriccianti e chi racconta alla zia di aver appena sconfitto una truculenta influenza intestinale. Ci sono tizie che lavano di miseria i fidanzati alla fermata del tram, figlie lontane che tediano i parenti con minuziose descrizioni delle loro giornate e personaggi con l’auricolare che, piallati in metropolitana alle otto e quarantasei del mattino, si esibiscono nella chiamata definitiva, quella che salverà la loro azienda. E il mondo.
E voi là, che se dovete dire ad Amore del Cuore di comprare due spaghetti fate almeno cinquanta metri per non avere attorno nessuno.
Chi non sa telefonare, credo, pensa sempre di disturbare. Disturbiamo l’umanità circostante con i nostri parlottamenti sconnessi – convincendoci che tutti quanti ascoltino i cazzi nostri con un qualche interesse -, disturbiamo la nostra pace interiore e disturbiamo il poveraccio che dovrà starci a sentire. E’ una specie di maledizione circolare da civiltà Maya. Visto che rispondiamo con ansia e goffaggine, non vogliamo infliggere la stessa sofferenza a un’altra persona, convinti che il nostro sia un problema condiviso dal 99% della popolazione mondiale. Ecco perché alzare la cornetta e sbrigarcela senza tanti patemi è così complicato. L’unica consolazione, in questo trionfo di tentennamenti e inettitudine alla vita, è che si ricomincia ad avere fiducia nel destino, nel karma e nel cosmo. Perché capita di dover chiamare qualcuno per forza. Dobbiamo sapere delle cose, subito. Non possiamo rimandare. Se no ci licenziano. Ci prendono in giro. Rimaniamo senza casa, senza allacciamento del gas e della luce, senza internet, senza parenti, senza un regno e senza nessuno che venga a montarci i mobili da quattro soldi che abbiamo comprato. Allora andiamo in un angolo buio e deserto, raccogliamo il coraggio, facciamo il numero e rimaniamo lì ad ascoltare il telefono che squilla a vuoto per migliaia di anni, finché non cade la linea.
Perché dall’altra parte non c’è assolutamente un cavolo di nessuno.
…ed è BELLISSIMO. 

Non so bene cosa piaccia a voi, ma io sono una grande fan dei punti di vista. Se mi piovesse in testa un superpotere, credo che sceglierei una roba alla Professor X, supremo aggeggiatore di pensieri altrui. Anche una spolveratina di telecinesi – garanzia di tette sodissime per tutta la vita – non sarebbe male, ma già col pacchetto Telepatia-Base mi sentirei più che a posto. Che cavolo, le altre persone sono interessanti. Quale enigma è più gigantesco dei frullaggi di cervello di chi ci sta attorno? Che cosa passa per la testa dei nostri congiunti? Che cosa sappiamo davvero? C’è qualcosa che ci nascondono? Di chi cavolo ci siamo innamorati? Il mondo che ci siamo costruiti è solido come pensiamo?
Che ansia, lo so. Ma che ti frega di come la pensano gli altri. Ma vai a mangiarti un gelato. E invece no, non si può. Non si può Perché Gillian Flynn non vuole. Gillian Flynn ha deciso di prendere la nostra serenità e di farci dei complicatissimi origami a forma di pernacchia. E noi, per questo, dovremmo addirittura ringraziarla. Perché Gone Girl in italiano si chiama L’amore bugiardo e lo pubblica Rizzoli – è un bellissimo giocattolo. E, faccenda estremamente succulenta, è anche un romanzo di punti di vista.

Non intendo tediarvi più del dovuto, ma due cose su come comincia questo benedetto libro ve lo devo anche dire. Nick e Amy si conoscono per caso a una di quelle feste per giovani professionisti del genere mega-creativi-YEA-Brooklyn-caput-mundi, fanno di tutto per conquistarsi reciprocamente, si innamorano molto, vanno a vivere insieme e si sposano. Nick scrive di film, tv e libri per una rivista. Amy, invece, si inventa quiz – tipo “metti una crocetta e ti dirò chi sei” per pubblicazioni un po’ meno nobili ma comunque rispettabili. I genitori di Amy, entrambi psicologi, si sono vergognosamente arricchiti con una serie di libri liberamente ispirati alle prodezze della loro perfettissima figlia che, nella stucchevolezza generale dei romanzi, sfiora quasi la santità. Nick, invece, è un ragazzone del Missouri con una famiglia incasinata alle spalle – con tanto di sorella gemella scaricata a rullo da fidanzati e datori di lavoro, e genitori separati che non li hanno certo tirati su a macarons e succhi macrobiotici. Comunque. Nick e Amy sono belli, brillanti e svegli, hanno una splendida casa, un ottimo lavoro e un sacco di cose da dirsi. L’universo li invidia. Il globo intero vorrebbe la loro vita. E poi niente, va tutto in vacca. Va tutto in vacca in Missouri, poi. Che se ti rovini la vita a New York ne possiamo ancora parlare, ma ritrovarsi col culo per terra a New Carthage, cittadina devastata della provincia profonda, è un bel problema. Lo sfascio matrimoniale, finanziario e professionale si trascina per qualche tempo, i due si allontanano, il risentimento si accumula e poi, nel giorno del loro quinto anniversario, Amy scompare. Ma così, senza senso.
Ta-daaaaa.
E chi sarà stato? Ma è morta? Ma è viva? Possibile che Nick non sospettasse niente? Non ce la racconti giusta, Nick. E non sembri neanche così dispiaciuto. Indaghiamo!
Allora. Io non sono una che si prende bene con i misteri, le investigazioni, le forze dell’ordine che raccolgono unghie dei piedi dal tappeto e le mettono dentro a delle bustine di plastica, i processi, gli avvocati, i vicini impiccioni e i tribunali. Anzi, non potrebbe fregarmene di meno. Crepa qualcuno? Sparisce della gente? Pazienza. Me ne dispiaccio, ma non impazzisco per scoprire chi è l’assassino. O il malvagio che trama nell’ombra. Con Gone Girl non puoi infischiartene. Devi sapere. E’ un libro fatto per creare dipendenza. C’è un capitolo raccontato da Amy. E c’è un capitolo raccontato da Nick. Ci sono piani temporali diversi – con sovrapposizioni super intelligenti di dettagli ed episodi – e una strabiliante analisi di quello che ci passa per la testa. Di come scegliamo di cambiare per adattarci ai desideri degli altri e del perché pensiamo che, così come siamo, non potremmo mai trovare qualcuno che ci ami davvero. La cosa veramente interessante, a parte la costruzione chirurgica della trama, è proprio l’alternanza dei punti di vista, lo strano crepaccio che si spalanca quando due persone raccontano – in maniera radicalmente diversa – la vita che condividono. Griderete a pieni polmoni NON CI CREDO! e vi partirà via la faccia più o meno ogni venti pagine. E mai, anche quando le cose prenderanno una piega piuttosto estrema, penserete che le motivazioni dei disgraziati personaggi siano prive di fondamento. Vi metterete lì, con una tazza di Nesquik in mano, e penserete che è vero, la realtà è uno strano specchio, che spesso deforma anche il nostro riflesso. Ma soprattutto, vi accorgerete che Gillian Flynn è riuscita a intortarvi alla grandissima. E che il libro, cascasse il mondo, non potete proprio metterlo giù. E mica capita spesso.

Per chi, fra qualche settimana, vorrà continuare a farsi fantasticamente prendere per il naso, ci sarà anche il film. Di David Fincher. Uscirà il 18 dicembre e sono piuttosto certa che sarà una gran bella cosa. E che il cielo protegga le nostre vite sentimentali.

 

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Ho passato buona parte della mia infanzia a cercare di capire che cosa potevo o non potevo fare. In casa mia c’era la convinzione che quasi tutto – dai cartoni animati alle caramelle – potesse irreparabilmente trasformarmi in un’assassina. O in una trapezista dal coltello facile. O in una spregiudicata meretrice eroinomane. O in un politico che insulta le ragazzine su Twitter. È un casino, un genitore si gira un attimo e si ritrova con Pablo Escobar che fa merenda in cucina. La verità è che non ci si improvvisa presidenti degli Stati Uniti, astronauti, neurochirurghi, Newton e capitani d’industria così, in cinque minuti. Non ci si può affidare al caso, e non conviene nemmeno sperare in qualche provvidenziale miracolo genetico. Per tirare su fenomeni, intellettuali e premi Nobel serve un solido progetto pedagogico. Cielo, la nostra unica figlia bionda, la proteggeremo e la cresceremo come il piccolo Mozart! Stabiliremo regole severe ma giuste. Metteremo al bando i Cavalieri dello Zodiaco e la incoraggeremo a fare sport all’aria aperta e a leggere Proust. Evvai, salveremo la sua anima dalle sostanze psicotrope!
Ecco, l’andazzo era questo. 
Il pc – incredibilmente – mi ricordo che lo potevo usare. Probabilmente perché c’era l’idea che facesse diventare intelligenti.
Il mio papà, per qualche esorbitante cifra, comprò subito un 386 della IBM. Avevo deciso di battezzarlo CIRILLO, il 386, perché in un Istrice della serie di Zio Albert – avete presente, no? Zio Albert e i quanti, Zio Albert e i buchi neri… otto anni e già dovevo star lì a farmi bonariamente intortare da Einstein sulla struttura della materia -, insomma, in questi libri qua c’era il nipotino-genio di Zio Albert che aveva questo computer senziente che si chiamava così. CIRILLO era un acronimo di non mi ricordo più cosa, ma eran tutti valori positivi e pieni di saggezza. E niente, mi sedevo lì davanti a Cirillo e mi sciroppavo centinaia di migliaia di enciclopedie didattiche con le pagine interattive sulla struttura riproduttiva della raganella blesa dell’Amazzonia sud-orientale. Preparavo anche i programmi del saggio di fine anno delle elementari. La grande sfida non era tanto impaginare sensatamente l’elenco delle canzoncine che dovevamo strillare o delle poesie che ci facevano recitare, la roba veramente interessante era escogitare il modo di cacciarci dentro più clip-art possibili. Insomma, potevo farci praticamente di tutto, col pc. Ma guai a me se giocavo a qualcosa.
I videogiochi no.
I videogiochi rimbecilliscono. I videogiochi sono delle stupidaggini, fanno perdere tempo, spiaccicano i neuroni e sono pieni di boiate di cattivo gusto.
Quindi no, piccolo Mozart, non giocherai sul computer, non giocherai col Game Boy e non sognarti neanche di chiedere a Santa Lucia il Nintendo o la Playstation. E intanto che ci siamo, dimenticati anche il motorino. La legge ti autorizzerà a guidarlo fra una decina d’anni, ma noi cominciamo a dirtelo subito, così ti abitui all’idea. Ecco. Visto che ero una bambina molto obbediente – e perennemente terrorizzata dalla possibilità che i miei genitori potessero smettere all’improvviso di volermi bene -, non mi sono battuta con sufficiente convinzione per rivendicare i miei diritti videoludici, e ho accettato la situazione. A parte Tetris, lo Street Fighter che c’era al bar della spiaggia e una sporadica avventura nel magico universo di Final Fantasy VII – c’è da dire che ho buongusto, se l’unico gioco che ho comprato nella vita è Final Fantasy VII – sono eroicamente cresciuta senza videogiochi. Quando ci penso mi viene in mente l’Isola di Pasqua. Mi sento come una prateria incontaminata. Un giacimento petrolifero che nessuno ha ancora scoperto. Mi sento come una caverna sottomarina piena zeppa di forme di vita misteriose che non s’è ancora capito bene che cosa siano. Mi specchio, e vedo un dodo di un metro e settanta. Ecco.
Non so bene come dirlo, ma la verità è che a marzo faccio trent’anni. E la settimana scorsa ho giocato per la prima volta a Super Mario.

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È successo perché Amore del Cuore è arrivato a casa con una immotivata Wii U. Così, all’improvviso. Amore del Cuore è un tipo risoluto. Io, se mi veniva in mente adesso che volevo una Wii, finiva che la compravo nel 2019, per i miei bambini. Lui no, è un uomo incisivo. L’ha tirata fuori dalla scatola, ha rubato al mio quattordicenne cognato ben 2 controllerini – con relativi volanti per Mario Kart -, si è seduto lì, ha appicciato Super Mario 3D World e in sette giorni scarsi l’ha spianato via. Ma in serenità. Così, la sera, tanto per fare qualcosa mentre si digerisce. Al che ho pensato, capirai, è facile. Salti di qua, corri di là, scansi una pianta carnivora e viva la gioventù. Ce la posso fare anch’io, che diamine. Ho trovato marito, sarò ben capace di governare i movimenti di un idraulico alto tre centimetri.

La verità è che giocare a Super Mario è difficilissimo, se non hai introiettato i principi-base del videogiocare sin dagli anni innocenti dell’infanzia. Non solo è difficile, ma è anche assurdo.

Super Mario, da quel che ho capito, è una persona perbene. Ha un collega ingiustamente sottovalutato che si chiama Luigi – o sono parenti? – e una passione evidentemente non corrisposta per una principessa vestita di rosa. È ben strano, ho pensato subito. Come si saranno conosciuti una principessa e due idraulici? Cielo, la vasca da bagno di porcellana si è crepata a metà! Aiuto, sudditi, soccorretemi! La principessa Peach, oltre agli idraulici, frequenta anche funghi semoventi, draghini col naso grosso e un casino di altri esserini-cianfrusaglia che le zompettano intorno incessantemente. Il nemico di tutti quanti è un tozzo incrocio tra un tartarugone spinoso e una specie di leone obeso e irascibile.
Amore del Cuore, ma chi è quello lì? Perché ha rapito le fatine campanneline? Che se ne fa. Dove le ha messe. E perché mai dovremmo aiutarle? Che ci frega, s’impicchino pure.
È il cattivo, cuchina. Si chiama Bowser.
Browser?
…seh, Internet Explorer.
Nel gioco che sto facendo io, Bowser Explorer cattura queste fatine imbecilli, le caccia in un barattolo e se le porta via. Mario, inspiegabilmente, sente il bisogno di salvare le scalognate fatine, si getta in un tubo insieme al suo seguito di funghi, principesse, ciafferini e minchiatine trotterellanti e parte all’inseguimento. E niente, ci sono i mondi. Dentro ad ogni mondo ci sono i livelli. E poi ci sono delle casine che, se ci entri, puoi vincere delle cose. Una roba che non sapevo è che, mentre cerchi di sopravvivere a un livello – scansando gli innumerevoli esseri nocivi che cercano in tutti i modi di saltarti addosso o evitando di gettarti accidentalmente in fondo a un dirupo -, è anche importante prendere le stelline verdi. Perché se non hai abbastanza stelline verdi non ti fanno entrare nel castello di Bowser Explorer e le fatine si attaccano al tram. La faccenda divertente è che nessuno te le illustra, queste leggi inconfutabili del mondo di Super Mario. Piglia più stelline verdi che puoi. Oppure, le campanelle forniscono a Mario un’inquietante tutina da gatto. Con la tutina da gatto ti puoi arrampicare meglio e puoi graffiare i malvagi. Ma GESOO, ditele, queste cose. Uno non può ritrovarsi all’improvviso con la principessa Peach che spara globi di fuoco dalle mani senza che appaia, che ne so, un amichevole pop-up con una dettagliata descrizione dei poteri magici di cui possiamo disporre. Cosa ne so che con la tutina-castoro-bianco sono invulnerabile. Che ne so che se tocco un fantasma MUOIO all’istante. Stimabile gioco, io so a malapena saltare, non puoi pensare che io possa introiettare  la meccanica del tuo universo in dieci minuti. Fai così perché pensi che tutti quanti siano cresciuti con Super Mario, ma ti posso assicurare che non è così. Non costringermi a leggere il libretto delle istruzioni, ho trent’anni, è umiliante. 

RedFairy

Le difficoltà sono numerose. Quelle più frustranti sono legate alla mia incapacità di ricordare che cosa fanno i bottoni. Devo saltare? Corro. Devo correre? Graffio, o sparo, o scodazzo (se mi trasformo chissà perché in un castoro). Devo graffiare? Parto a razzo, mi schianto contro il nemico e muoio. Muoio? Non me la prendo. Non me la prendo affatto.
Ma cuchina, cos’hai combinato?
MA CHE CAZZO NE SO! NON SI CAPISCE UN CAZZO IN QUESTO GIOCO DI MERDA! NON HAI UN SECONDO DI PACE, CONTINUANO AD ASSALIRTI E POI DIVENTI PICCOLO, E POI RIDIVENTI GRANDE, E POI CASCHI DALLE PIATTAFORME GIREVOLI PIENE DI PIANTE CARNIVORE E NON TI PUOI ARRAMPICARE E SI SPOSTA TUTTO E C’È ANCHE QUELL’OROLOGINO STRONZO CHE TI METTE L’ANSIA E NON SO QUANTE MONETE DEVO RACCOGLIERE E NESSUNO MI HA DETTO A CHE COSA SERVE NIENTE E CONTINUANO A SALTARMI ADDOSSO UN MILIONE DI AFFARINI CATTIVI, SONO DA TUTTE LE PARTI, MA CHE VADANO A FARSI FOTTERE! VAFFANCULO! VAFFANCULO!
Cuchina, stai tranquilla. È un gioco. Non l’hai mai fatto, è normale che ti confondi un po’, all’inizio.
MA NON ROMPERE I COGLIONI, SON QUA DA DUE GIORNI E NON SO ANCORA COME SI ENTRA NEI TUBI VERDI! NON C’È NEANCHE LA STORIA! A ME CHE COSA ME NE FREGA DI VAGARE PER QUESTI LIVELLI, CHE NON MI RACCONTANO NIENTE! MA CHE FATINE INUTILI SONO? CHE NON RIESCONO NEANCHE A USCIRE DA UN BARATTOLO? MA CHE POTERI HANNO? STRONZE! ESTINGUETEVI, FATINE DI MERDA! NON AVETE NEANCHE I PIEDI!
Amore, ci sono dei giochi con la storia e dei giochi…
DEI GIOCHI DEL CAZZO! BASTA! MI SONO ROTTA LE PALLE! PIGLIATI QUESTO CONTROLLER E CIAO. SEMBRA UNA PADELLA ANTIADERENTE, TRA LE ALTRE COSE, MA CHE BISOGNO C’ERA DI FARE UN CONTROLLER COSI’ GROSSO? MA VAI A PESCARE, SUPER MARIO, VAI A PESCARE. E PEACH NON TE LA DARA’ MAI!

E mezz’ora dopo sei di nuovo lì. Che cerchi invano di introdurti in un tubo. Sei di nuovo lì, ipnotizzata dalle musichine allegre, dai colorini vivaci, dai fiorellini, dai livelli pieni di tortine. Sei lì e detesti tutto quello che ti si para davanti, ma senti un’inspiegabile bisogno di proseguire.
Anzi.
Scopri addirittura di nutrire dei sentimenti per le cavolo di fatine. Le vuoi salvare per davvero. Arriverò in fondo, e le libererò dalla loro ingiusta prigionia! …ma non perché vuoi indiscriminatamente del bene alle fatine in difficoltà. Le vuoi salvare per poter essere tu a spiaccicarle con uno scarpone da sci.
È quello il segreto: trovare le giuste motivazioni. E imprecare moltissimo.

 

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Nella mia mirabolante carriera editoriale ho vinto in tutto quattro premi Nobel. Uno in modalità kamikaze – che ero in ufficio da sola – e ben tre negli ultimi tre anni. Il Nobel è una faccenda interessante, surreale, incredibilmente istruttiva ed estremamente stancante. E da quando c’è il famigerato #TotoNobel, poi, non si vive più. C’è il bellicoso team-Murakami, ci sono i fenomeni che devono per forza dimostrarti che loro la letteratura africana contemporanea la conoscono benissimo – e voi che non capite il mangbetu siete dei poveri derelitti -, quelli che tifano per Ken Follett e Stephen King – che tanto hanno fatto leggere le genti del mondo -, gli snob così snob da snobbare anche il Nobel, quelli coi bambini all’asilo – diamolo a Peppa Pig! -, quelli che si scandalizzano per le candidature estemporanee dei cantautori, gli astiosi a prescindere, gli amici del vintage che non han capito che possono vincere solo gli scrittori ancora vivi, gli esperti di geopolitica e di minoranze – quest’anno tocca all’Oceania! E vogliamo solo autori gravemente celiaci! -, i depressi – tanto in Italia non legge più nessuno, è inutile che stiamo qui a farci i pipponi sul Nobel -, i curiosi che stanno zitti ma si divertono un casino, i “guardate che non c’è mica solo il Nobel per la Letteratura! Lo sapete com’è andato quello per la fisica, per dire? Asini!”,  gli scrittori rosiconi, gli scrittori che incitano i loro beniamini, noi soliti quattro pirla che ci emozioniamo piuttosto sinceramente e quelli che s’inventano i meme con Philip Roth e Leonardo DiCaprio che singhiozzano abbracciati. Tutto questo marasma di scemenze, nichilismo, tifo da stadio e belle speranze raggiunge il suo detestabile picco a circa un’ora dall’effettiva proclamazione del Premio Nobel. Un’ora di agonia pura e cristallina. Dovreste lavorare, ma c’è troppa confusione. Dovreste lavorare, ma siete ipnotizzati dal conto alla rovescia dell’Accademia di Svezia. Dovreste lavorare, ma poi vi accorgete che sono tutti lì a fare i tarocchi e buonanotte. Quest’anno, ormai assuefatta e recalcitrantissima, ho deciso di buttarla in caciara anch’io. E ho allietato la mia scomposta timeline con il #TotoNobel delle bestiole. Visto che ne vado immotivatamente fierissima, ve lo appiccico qua sotto.

Poi niente. Vincete voi e il pomeriggio diventa un inferno.

 

Aspettiamo che la fotografa faccia la post-produzione, ho pensato. Scegliamo un po’ di foto, Amore del Cuore fa qualche prova di impaginazione, gliele ridiamo, lei ce le sistema tutte bene-bene e poi posso sventolarle di qua e di là. Solo che siamo ancora allo step uno, in pratica. Scegliamo le foto, Amore del Cuore? Ma c’è il Milan… di Pippo Inzaghi! Allora le guardiamo domani. Ma domani dobbiamo andare all’anteprima delle Tartarughe Ninja! Insomma, il disagio. Abbiamo una roba tipo seimila foto, in milioni di cartelle. Cartelle in bianco e nero. Cartelle a colori. Cartelle. Dopo numerosi tentennamenti, ci siamo messi lì ad appiccicare dei pallini digitali vicino a quelle che ci piacciono. I miei pallini sono verdi e quelli di Amore del Cuore sono gialli. I pallini sono stati copiosamente distribuiti, ma poi la vita ci ha sopraffatti ancora una volta e non siamo riusciti a cimentarci nell’organizzazione di un ipotetico album. Non ancora, almeno.
Visto che bisognava dare una svolta al processo creativo, qua ci sono un po’ dei nostri pallini colorati delle Matrimoniadi. Le mirabili foto sono opera di Emanuela Balbini, che vorremmo pure ringraziare con tutto il cuore per essere stata pazientissima, disponibile, invisibile, fantasticamente vigile e – tanto per sintetizzare – un casino brava. Ogni volta che passiamo davanti a una siepe o a un muro romanticamente sgarrupato pensiamo a lei che ci grida AMOREGGIATE! (e MENO LINGUA!, anche). Nel mio caso c’è stata anche una lunga serie di SALTA! che un po’ più giù riuscirete ad apprezzare meglio.
Pronti?
Pronti, valà, che sono già passati tre mesi.
Benvenuti al (sommamente frammentario) Fotoromanzo delle Matrimoniadi. Stavo per mettere tutte le foto che possediamo, ma vi ho risparmiato l’omelia di Don Giovanni, Amore del Cuore che si allaccia le scarpe con incredibile perizia, il buffet dei dolci, noi che limoniamo duro con centinaia di metri quadri d’edera alle spalle e tutti quanti i convenevoli. Il buffet dei dolci non l’ho visto nemmeno io, adesso che mi ci fate pensare.

***

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Qua c’è la mia adorata cognata Alice-Fenice che veste Amore del Cuore in una bizzarra camera d’albergo eletta a campo base della famiglia dello sposone. Si vocifera che Fenice sia la persona più brava della Lombardia ad abbottonare le camicie.
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Qua c’è Beatrice che cerca di capire come farmi somigliare a una persona.
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Un pregevole ricciolo-cannellone, forgiato dalle prodigiose mani di Elena.
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Ottone von Accidenti si è rifiutato di portarci le fedi, così ci siamo rassegnati al tradizionale cuscinetto.
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Vogue Piacenza – Luglio 2014.
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Qua è un po’ il momento in cui ci si domanda se i tacchi sono troppo alti. Certo che sono troppo alti, ma produrrete una tale quantità di endorfine da dimenticarvi delle vostre estremità. E anche di fare la pipì per un’irragionevole quantità di ore.
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Se ce l’ho fatta io, possiamo farcela tutte.
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Là sotto ci siete voi, ma prima o poi vi tireranno fuori.
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Le ragazze di Poesie Sposa non solo vi vestiranno, ma vi allieteranno anche con stupefacenti numeri di magia. Qui, per dire, un aggeggio di seta rosa scaturisce direttamente dalla mia generosa scollatura.
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EVVAI. Ci state ancora dentro. Non siete ingrassate all’improvviso come dei leoni marini!
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Questo, invece, è un po’ il momento in cui vi domanderete se vostro marito sarà in grado di slacciarvi il vestito, in un momento imprecisato della notte. E sarà anche l’ultima volta nell’arco della luminosa giornata del vostro sposalizio in cui sarete in grado di fare un respiro profondo, di quelli che coinvolgono l’intera cassa toracica, con spostamenti di costole e tutto il resto.
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Lì ero un po’ angustiata perché temevo di rossettarmi accidentalmente qualcosa di bianchissimo. Terrore che ha continuato ad accompagnarmi per il resto delle Matrimoniadi.
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Nel frattempo, all’accampamento dei Del Cuore si pensava alle cose importanti.
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Il perché al mondo esistano le occhiaie continua ad essere un mistero.
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Ma guarda. Siete addirittura arrivate.
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A livello di difficoltà, ho patito molto di più a scendere da quella macchina lì che a laurearmi. Anche perché ci sono arrivati tutti dopo a decidere di fare in là la stramaledetta portiera. Quella signora lì con la capoccia bionda è MADRE, Terrore delle Galassie. Ho avuto il divieto di pubblicare primi piani ravvicinati perché ha detto che è rugosa. Quindi ci si accontenterà di inquadrature vaghe e truffaldine.
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Il mio papà che tenta invano di comprendere come camminare di fianco a una persona avvolta in una tonnellata abbondante di organza di seta multistratificata senza causarle un danno permanente.
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Qua eravamo al “vai, papà. Conto fino a tre e vediamo cosa succede”. Nonostante le raccomandazioni, poi, ho continuato a impugnare il BUCHE’ come una Babolat.
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Questa è più o meno l’unica foto in cui non guardiamo entrambi per terra con un’espressione sommamente preoccupata. Si vede che a metà strada ci eravamo ormai convinti di essere capaci. Adesso posso anche chiudere la sfilata di Chanel, ma mangiando un panino con la salamella.
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FIGATA SPAZIALE! Siamo riusciti ad arrivare in fondo alla navata! Questo matrimonio sarà un successo!
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Attacco al Regno dei Cieli. Con due carrarmatini.
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Caspiterina, un anello!
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Amore del Cuore, lì fuori ci sono le persone che ci vogliono tirare il riso.
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Volée di dritto matrimoniale!
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Preparatevi all’irreparabile. Vi ritroverete chicchi di riso anche nelle mutande.
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Ricordate, amici. Tirate il riso pilaf, che non sporca lo sposo. E non scuoce.
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E usate il BUCHE’ per proteggere i vostri momenti di intimità.
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Fate anche un po’ le timide.
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E masticate con la bocca chiusa.
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Numerosi TVB.
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Amore del Cuore, mi si sono afflosciati tutti i capelli, ma è la prima volta che mangiamo insieme da sposati e sono molto contenta.
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L’unico giorno caldo dell’estate 2014. Il cielo ci protegge.
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Radiose giovani donne che non hanno paura di inciamparmi nello strascico. Amore del Cuore, al terzo UISCHI SAUAR, comincia a dare segni di cedimento. La provenienza delle rose giganti è ignota.
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Per rallegrarci come si deve della magnificenza del mio pizzo.
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La foto ufficiale con i CupidoS. A loro dobbiamo la nostra felicità. Manuela, per farmi una cortesia, è diventata all’improvviso poco fotogenica.
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Compito della sposa è vagare incessantemente per i tavoli, tipo ape operaia.
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MADRE, Flagello dei Mondi, spupazza Amore del Cuore con evidente soddisfazione. E Amore del Cuore sembra anche che ci stia.
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Una roba a metà tra uno SCIO’ PUSSA VIA e un saluto dalla carrozza. L’assurdità del gesto è sicuramente imputabile alla signorina a pois, l’iperattiva madamigella Gabbianella.
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Andrea Gentile non avrà fatto in tempo a leggere in chiesa perché si è dimenticato a casa i pantaloni, ma il discorso gli è venuto benissimo e ci siamo assai commossi.
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Cielo, la squadra di tennis di mio marito!
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SALTA!
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SALTA, MALEDIZIONE, SALTA!
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Ecco, andava bene anche se saltavo un po’ meno. Su TMZ titolerebbero “Bride flashes flancy embroidered thong”. Credo sia la mia foto preferita.
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Le due eroiche signore che hanno avuto la pazienza di spiegare ad Amore del Cuore com’è fatto un ufficio. Amore del Cuore, al tempo, aveva moltissimi capelli.
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Ecco, quell’energumeno col boccione di rosso è Cippo, l’artefice del nostro viaggio di nozze. Fatevi organizzare i viaggi dalla gente che è capace di divertirsi, che vengono meglio. Grazie Cippone! (Il giorno dopo si è scoperto che, per tornare a casa, Cippo ha attraversato in macchina un campo di mais).
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Può accadere che ad un certo punto qualcuno decida di issarvi su una seggiola. Se non c’era il papà di Amore del Cuore, però, col cavolo che ci salivo.
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Un assembramento di ovaie selvaggiamente felici. Ve le noleggio, se avete delle amiche un po’ menose.
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Può anche capitare che vostro marito venga sollevato da terra da un uomo che si fa chiamare Andres Diamond. Il medesimo uomo, poi, vi metterà della musica bella.
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La scandalosa avvenenza dei giovani Del Cuore.
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Le incomprensibili scapole appuntite della sposa.
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La torta alla fine era così. In cima ci sono i dinosauri acquistati da MADRE – Devastatrice di Orizzonti – chissà dove. Probabilmente è andata fino in Mongolia a scavarli via dalle pendici di un crepaccio. Lì, nel frattempo, ci siamo noi che accoltelliamo la torta. Più che un taglio è venuta fuori una pugnalata. Perché non sembra, ma non è facile capire come affrontare una torta nuziale. Quale sarà la consistenza? A che altezza bisogna intervenire? Che faccia c’è da fare? Un casino. I petali erano lì di default. Non avevo idea che avremmo avuto dei petali.
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Tiè, torta. Noi ci abbiamo provato. E adesso che ci pensino dei professionisti.
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In realtà facciamo così anche a casa. Ogni volta che apriamo una bottiglia la alziamo al cielo ed esultiamo.
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La torta era un po’ storta, secondo me. L’importante, però, è ridersela.
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Quel topo morto che ho lì davanti è il papillon di Amore del Cuore. Non mi ricordo perché fosse lì, ma mi sentivo molto importante. Quella roba bianca e tondeggiante a circa tre metri dal suolo, invece, è il mio bouquet da lancio. Ne avevo inspiegabilmente DUE. Uno per me – che MADRE (Valchiria Fiammeggiante) ha fatto essiccare come una reliquia benedetta di Santa Rita – e uno da scagliare alle le giovani donne in età da marito presenti alla cerimonia. Se vedete una cravatta, là in mezzo, è perché un conto è l’identità di genere e un conto è l’orientamento sessuale.
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E fatevi raccontare com’è andata la festa, perché voi avrete troppi parenti da salutare.

 

***

Perbacco, dopo tutto questo tempo chissà che cosa vi aspettavate. Io vorrei comunque ringraziarvi un’altra volta per averci accompagnati in questi mesi di scleri e felicità. Organizzare delle Matrimoniadi è un po’ come mandare della gente su Marte, ma con qualcuno che ha voglia di riderci un po’ su insieme a te si fa molto meglio.
Grazie, insomma. Qua ci si ama sempre molto.

 

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Nel tentativo di farmi invitare a qualche sfarzoso blog-tour della Papuasia, racconterò cose a caso del nostro mirabolante viaggio di nozze. Per chi non avesse chiaro l’itinerario – fatto a dir poco gravissimo e scandaloso -, qua c’è un post di pessimo gusto con tutti i luogoni che abbiamo visitato, guidando disperatamente per miglia e miglia di straordinarie desolazioni e surreali cittadine piene di neon che non funzionano più.
Tanto per non disorientarvi, inizierò con una delle tappe più strambe del Coast-to-Coast del Cuore: la cittadina di Moab (Utah), con il suo ragguardevolissimo Arches National Park. Archi di pietra, amici. Archi di pietra antigravità – provvidenza e intemperie permettendo.

Moab, come tutti i campi-base del variopinto universo del turismo naturalistico statunitense, è un avamposto di civiltà nel centro esatto del nulla più assoluto. Il cielo è gigante, le nuvole sono all’improvviso estremamente tridimensionali e ci si può mettere lì a prendere le misure ai temporali. Di solito nei temporali ci si finisce, senza capire bene che cosa succede. Lì no, invece, li vedi da lontano mentre si fanno i fatti loro. Ti giri da una parte e dici ma guarda, che cosa sarà mai quell’oscura confusione che incombe sulla pianura a un trecento miglia da qui? Voilà, è un temporale. Precipitazioni a parte, uno penserebbe che guidare in mezzo tutto quel prepotentissimo niente non sia poi un gran divertimento. E invece no, perché nel deserto cespuglioso spuntano delle cose assurde. Tipo delle immani caciottone di pietra rossa.

Macinando miglia – nel pieno rispetto dei ridicoli limiti di velocità americani -, vedrete il paesaggio che si diverte. Dalle caciotte solitarie passerete alle mesas, che sono quelle montagnotte piatte in cima, devastate dai canaloni. Visto che abbiamo imparato che una montagnotta piatta in cima si chiama mesa solo due giorni dopo la nostra visita a Moab, ogni genere di formazione gigante fatta di sassi d’ora in poi sarà un PUFPUNI. Ecco, beccatevi una valle coi pufpuni.

Com’è che funzionano, i parchi nazionali? Bisogna pigliare la macchina e dirigersi all’entrata. All’entrata ci sono dei casottini con dentro degli affabili ranger – con tanto di cappello buffo – che ti ordinano di appiccicare uno scontrino sul parabrezza e ti allungano un utile giornale/mappa/guida del parco che ti accingi ad esplorare. Entrare all’Arches National Park costa 10 dollari a macchina, e ci puoi tornare per sette giorni. In tutti questi posti c’è un centro visitatori – più o meno sontuoso – e una strada asfaltata. In base alla vostra prestanza fisica, potrete decidere di fermarvi ai punti d’osservazione lungo la strada o di cimentarvi anche in una serie potenzialmente infinita di sentieri. Noi qua diciamo che si fa TREKKING, là il trekking lo chiamano HIKING. E noi, visto che a Moab ci dovevamo passare due notti, non volevamo perderci questo benedetto Primitive Trail. Perché tutti gli archi di pietra veramente seri, arroganti e coreografici si possono raggiungere solo scarpinando.
Ora.
Il Primitive Trail – compreso il tratto difficile, il Devil’s Garden Trail – lo consiglio a tutti con il cuore in mano. Ma arrivate con un po’ di giudizio. Non fate come noi. Non presentatevi al ranger-bigliettaio come due milanesi in vacanza. Senza fare colazione. Senza crema solare. Senza un cappello. Senza manco due bottiglie per metterci dentro l’acqua. Portatene sei di bottiglie, non sto scherzando. E noi là, digiuni e privi di recipienti per il trasporto di liquidi, in mezzo alla natura selvaggia. Io poi ho vinto. L’abbigliamento da hiking di Tegamini comprendeva un tanga fosforescente di Victoria’s Secret, la collana di perle e una magliettina a pois con gli svolazzi. E di sport ne ho fatto, ma anche con una discreta belligeranza. Un tempo, sulla cima del ghiacciaio della Marmolada, soccorrevo i miei compagnucci di squadra con le tibie rotte. E adesso? Mai avrei immaginato di ridurmi così.

moab on the road tegamini

Comunque.
Volete camminare all’Arches National Park? Mangiate. Portatevi da bere. Spalmatevi due dita di crema. I pantaloni: o cortissimi o lunghi. Non fate come me, una scema coi leggings sega-gamba. Mangiate prima di entrare, che al centro visitatori non c’è cibo. Le bottiglie d’acqua non le vendono, hanno solo dei fontanini perché devono essere ecologici. Vendono un casino di pupazzi, di libri, di mappe e di poster artistici, ma non c’è niente di veramente utile. Poi uno si chiede perché i bambini tifano per l’orso Yoghi.
Rendendoci solo parzialmente conto della nostra stoltezza, abbiamo fatto del nostro meglio. Mi sono comprata una specie di fedora verdognola del National Geographic. E abbiamo anche acquistato due borracce veramente antiestetiche con su il logo del parco. Le abbiamo riempite e siamo partiti, come se dovessimo passeggiare in Corso Buenos Aires.
Bene, vai con le diapositive delle ferie. Cercherò di fare del mio meglio con le didascalie, così non rotolate giù dal divano in preda alla narcolessia.

WP_20140731_18_52_06_ProLa bizzarra Balanced Rock. La domanda vera, quando ci si trova di fronte a tali stramberie della natura è: ma cascherà mentre ci passeggio sotto o ci sarà da aspettare altri cent’anni? Perché è precaria, la Balanced Rock. Ma quanti cuori pigli su Instagram, se la fotografi mentre rotola via miseramente?

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Una Tegamini travolta dall’entusiasmo al cospetto dell’immotivata Balanced Rock.

WP_20140731_19_27_21_ProQuel coso piccino sulla sinistra è il celeberrimo Delicate Arch. Incomprensibile e parecchio aggraziato, il Delicate Arch è un po’ il Billy Elliot di questo ruspante parco nazionale. Noi ci siamo arrampicati per il sentiero più breve, ma c’è anche una passeggiata per andarci a finire vicinissimi. Solo che non avevamo sbatti. Anzi, il Delicate Arch è diventato un po’ il capro espiatorio dell’intera giornata. Nei momenti di disidratazione più furibonda ci si mandava a quel paese coinvolgendo il tenero arco di pietra: ‘fanculo tu e il Delicate Arch, Amore del Cuore. Dovevamo stare in piscina a bere dei bomboloni con dentro gli ombrellini. E invece siamo qui, a vedere dei sassi pericolanti e a sudare come dei coguari asmatici. Fottiti, Delicate Arch.

IMG_0249Al quarto tentativo, il papà statunitense incaricato di fotografarci capisce che sarebbe carino inquadrare anche il lillipuziano Delicate Arch della malora. Un miglio punto due per vedere quel coso lì. In salita. All’una del pomeriggio.

WP_20140731_20_18_59_ProAmore del Cuore (con il suo sobrio cappello acquistato in Texas da un mercante di vacche) si erge maestoso all’imboccatura del malefico – ma strabiliante – Primitive Trail.

WP_20140731_20_31_51_ProMai visti degli alberi secchi così fighi. Mai.

Tegamini ArchesTegamini esploratrice, ancora ignara della fogonata che l’attende.

WP_20140731_20_28_33_ProPerché quella roccia lì è bucata? Perché. Portiamo una ciurma di filosofi all’Arches National Park. Organizziamoci dei congressi di metafisica. “Dio e l’orografia dello Utah: provvidenza o coincidenza?”

WP_20140731_20_34_21_ProTegamini e il suo stupido copricapo che aspettano invano il tram numero 1.

WP_20140731_21_34_13_ProTegamini – che ha seri problemi con il vuoto – in cima a un PUFPUNI nel tratto più complesso del Devil’s Garden Trail. Strapiombi bellissimi per tutti e sabbia nelle scarpe per diecimila anni.

WP_20140731_22_05_59_ProPrima dell’Arches National Park i sassi non mi interessavano. Adesso li adoro. Amo sassi, rocce, scogli, pietre e massi. Amo ogni genere di formazione minerale. Ho quasi ritrovato la fede.

WP_20140731_22_09_38_ProIl selvaggio e furibondo Double O Arch. DABOL-O, perché è doppio. Sono fantastiche, le descrizioni letterali degli americani. Come si dice merlo, in inglese? Blackbird. Vai, semplice e lineare.

IMG_0283Tegamini trova finalmente un albero capace di reggere il suo peso. Grazie, albero del Navajo Arch.

Alla fine della scarpinata, ormai disidradatata oltre ogni immaginazione, mi sono seduta per terra vicino a un fontanino infestato dalle vespe. Amore del Cuore mi ha abbeverata, scambiandomi probabilmente per una giumenta, e ha atteso con pazienza mentre mi svuotavo per la quinta volta le scarpe. Non sembra, ma camminare per dieci chilometri nella sabbia può diventare un problema. Ad un certo punto ti sembra che ti siano cresciuti i piedi, ma in realtà è tutta terra smossa che ruba spazio agli alluci. Per festeggiare la nostra salvezza, ho gridato ANDIAMO A BERE UNA BIRRA! e mi sono addormentata prima ancora che Amore del Cuore riuscisse a uscire dal parcheggio. Tornati a Moab, ci siamo accomodati in una bettola terrificante. Quarantasei gradi all’ombra e un unico avventore: un tizio catatonico che somigliava a Babbo Natale. Alla malaugurata idea della birra abbiamo aggiunto un piatto di nachos al formaggio grande come una palla medica… perché, insomma, non avevamo pranzato e non avevamo nemmeno colazionato. Mi sembrava anche di star bene, lì per lì. Una che non sta bene mica si beve una birra. Sono lì con mio marito – che ha ormai capito che sono una sfigata -, cosa vuoi che me ne freghi di ordinare dei birrozzi per fare la splendida. Che ne sapevo che andava a finire così. Ma che bella giornata, che allegria, quante cose incredibili che abbiamo visto, ma sei contento Amore del Cuore? Perché io sono molto contenta, ho un po’ caldo, ma sono proprio felice. Certo, non pensavo che avremmo fatto tutta questa fatica, ma è stato meraviglioso. Mi bruciano orrendamente le spalle, ma poi a casa mi metto il doposole, vai tranquillo. Alla fine del sentiero avevo troppa sete, ma fa niente. Anzi, avevo anche un po’ di brividi… ah, non mi sento bene. Amore del Cuore si è alzato appena in tempo, e sono svenuta nel palmo della sua mano. Avevo un sacco di baccano nelle orecchie. Ho anche vomitato degli ex-nachos. Lì per terra, come una popolana. Che vergogna. Svenire in un bar dello Utah. E senza alcun merito. Se si fosse trattato di mera ubriachezza me ne potrei vantare per mare e per terra, e invece no. Devastazione da turismo milanese. Colpo di sole, scarsità di liquidi, natura che sconfigge la città. Ma non è mica finita. Perché la maledizione del Delicate Arch è severa e implacabile. Mi sono lavata, rinfrescata e ghiacciata. E mi sono tuffata in una tinozza di Prep. Ma quando hai i polpacci conciati così c’è proprio poco da fare.

La natura è malvagia.
Aveva ragione Leopardi.
PUFPUNI!

Non so perché, ma Guardians of the Galaxy in Italia esce il 22 ottobre. Sarà che qua d’estate i cinema chiudono. Sarà che ormai in casa la gente ha l’aria condizionata e in agosto non sente il bisogno di andarsi a rinfrescare le ascelle alla multisala. Sarà che il doppiaggio di Groot, l’albero senziente che dice solo I AM GROOT, si è dimostrato più complesso del previsto. Io non lo so, ma va così. Visto che ero in America al momento giusto, però, io i Guardiani della Galassia sono andata a vederlo. A Santa Monica, dove i ricchi passano le vacanze. In un cinema con lo schermo così grosso che spanciava nel mezzo e un sottofondo di gente che masticava senza sosta. In America c’è sempre qualcuno che mastica rumorosamente o che minaccia di andare in giro senza scarpe. Comunque, visto che uscirà fra secoli e che la mia prosa è irresistibile – una giovane donna, su Twitter, mi ha sgridata perché le ho spoilerato Spiderman… Ma scusa, io lo scrivo sempre all’inizio del post se ci sono degli spoiler. Eh, lo so, ma non riuscivo a smettere di leggere. MADRE le avrebbe detto di andare a pescare, io le ho mandato un cuorino -, insomma, per tutti questi validissimi motivi ho pensato di fare una di quelle recensioni da personcina professionale, senza dire un cavolo di quello che succede e dedicandomi semplicemente al com’è questo film. Visto che ho difficoltà ad elaborare delle argomentazioni organiche e ben strutturate perché non sono abituata a litigare con le persone sui social network, si procederà in ordine sparso – ma non senza entusiasmo.

guardians of the galaxy poster

La Marvel ha annunciato il nuovo film!
FIGATA!!!! Cos’è?
Guardiani della Galassia!
…e chi diavolo sono?

Ecco.
Quando ho dovuto spiegare ad Amore del Cuore – che non aveva visto manco il trailer e, in genere, subisce con pazienza e diffuso disinteresse la mia fissazione per i supereroi -, insomma, quando ho dovuto spiegargli che cosa sapevo del nuovo polpettone Marvel, mi è uscita all’incirca questa descrizione. Amore del Cuore, in questo film ci sono una gnocca verde – quella che in Avatar faceva la zebrona blu che tirava le frecce e dopo un po’ stava in plancia sull’Enterprise -, un procione parlante che spara, Batista – quello del wrestling col collo grosso come una mortadella, dai, quello della Batista Bomb -, uno sbruffone biondo mai visto in vita mia e una specie di albero semovente alto tre metri. Non ho idea di che cosa ce ne faremo di questa gente o del perché questo film esista, non ho capito chi è il cattivo e, in generale, non so una mazza di niente, ma dobbiamo vederlo assolutamente. Sono nello spazio! Ci sono le astronavi! C”è UN PROCIONE CHE PARLA… anzi, c’è un procione che parla con la voce di Bradley Cooper! E l’albero è Vin Diesel!
Sul serio, non vi serve sapere altro. Pensano a tutto loro. E sono adorabili.
Guardiani della Galassia è un po’ la Marvel che va a sedersi al bar di un villaggio turistico. Quei bar in mezzo alla piscina, tipo. Che ne facciamo di tutte queste strampalate scene post-credits che disseminiamo in giro da almeno un lustro? Non possiamo mica buttar via un Benicio Del Toro incredibilmente ossigenato! Ebbene, quelli che odiano gli sprechi di idee e di incastri saranno contenti di accogliere nei loro esigenti cuori un bel po’ di mondi nuovi, roba che completa e rende più comprensibile quello che abbiamo già visto succedere. Ah, gli anguilloni corazzati degli Avengers, ma da dove verranno? Eh, da quei posti lì della fantascienza caciarona. Perché va così, è un bel film di fantascienza come si deve. Anzi, è un film di fantascienza super divertente. Era un po’ che non sentivo dei dialoghi così spassosi. E vedere quei cinque coglioni lì tutti assieme è una felicità. Non ce n’è neanche uno che riesca vagamente a non interessarti, albero e procione compresi. Cioè, Groot è il mio nuovo idolo. Se dovessi scegliermi adesso un testimone di nozze piglierei Groot, ma senza pensarci cinque minuti. In generale, ogni scena è una sorpresa. C’è quella leggerezza intelligente che ti fa contento, ma senza smenarci dal punto di vista della tensione o dell’empatia. Vuoi bene a tutti, ti preoccupi, ti prendi male. Ma c’è proprio della gioia, anche. Saranno le musicassette vintage e le spacconate, sarà che quei cinque lì sono – a loro modo – degli sfigati e dei fenomeni da baraccone, sarà che è facile tifare per la gente simpatica che – nonostante le apparenze – ha anche un casino di senso della giustizia, dell’amicizia e dell’onore. Non capisco bene che cosa sia successo, ma questo film è un mezzo prodigio. E c’è pure Lee Pace. Lee Pace dovrebbe diventare patrimonio Unesco. Bisognerebbe costruirgli attorno un museo. Te entri e vai a guardare Lee Pace che vive la sua vita, coi suoi sopracciglioni.  In questo film ha un costume corazzato che lo fa somigliare a una suora-samurai ricoperta di bitume fosforescente. Uno spettacolo. Ed è sempre incazzato come una biscia. E non vi parlo neanche di chi rivedrete nella scena post-credits… quella roba lì è una perla immortale. Un tributo alla vostra infanzia – se ne avete avuta una come si deve. Insomma, ho ritrovato la fede nella fantascienza felice. Vi esorto con veemenza a presentarvi al cinema il 22 ottobre… e informo gli arcigni uffici stampa che se mi vogliono regalare un costume da Gamora sono pronta anche ad andare un po’ a correre al parchetto. In alternativa, si accettano dei Groot per il giardino. O dei contrabbandieri-redneck da scatenare contro le forze del male. Van bene anche un paio di Gemme dell’Infinito, a farle montare ci penso io.
Viva i Guardiani.
Viva i procioni!
Viva Zoe Saldana, che non si capisce perché la debbano sempre dipingere come una matta, povera stella.
E in bocca al lupo a Batman vs Superman, che se pigliano anche uno solo di questi qua e lo mettono vicino a Tony Stark la galassia esplode in un trilione di coriandoli a forma di unicorno bionico!
Ah, la vita è meravigliosa.

 

Certi si fidanzano perché vanno tutti e due in curva del Sassuolo, certi perché si divertono a impennare con la moto, certi perché adorano catturare le farfalle col retino. E chi siamo noi per giudicare. Con Amore del Cuore siamo partiti da basi solide. Ci piacevano i libri, giocavamo a tennis (lui un po’ meglio di me), non sapevamo ballare e da piccoli eravamo invasatissimi coi dinosauri. Ci sono bambine che pettinano le Barbie e bambine che giocano con i velociraptor, che cosa devo dire. Le serate romantiche, all’inizio della nostra storia, consistevano in proiezioni domestiche della Valle Incantata. Ma con tanto di pianto iniziale – quando Denti Aguzzi trucida orrendamente la coraggiosa mamma di Piedino nel bel mezzo di un cataclisma vulcanico – e tifo sfegatato per Pidri, lo pterodattilo che non sa volare. Comunque, poi è successo che abbiamo deciso di sposarci e c’è stato da decidere il tema del matrimonio. Perché, a quanto pare, i matrimoni devono avere un tema. Non hai un tema?

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Ecco.
La faccenda del tema è un casino epico, perché bisogna che un sacco di scemenze si somiglino tra loro. Partecipazioni, TABLO’, segnatavoli, il menu, le bomboniere, l’etichetta delle mutande e pure le otturazioni che avete in bocca. Avremmo potuto stroncare sul nascere tutte le nostre tribolazioni decidendo che il tema era un eterogeneo minestrone ai cinque cereali, ma Regina George ha votato contro. Al che, l’abbiamo risolta brillantemente.

MADRE – Guarda che vi dovete sbrigare, che fra un mese c’è da mandare le partecipazioni a tutta quella gente lì che avete invitato.
TEGAMINI – Se arrivano fra un mese e quindici giorni non crepa mica nessuno…
MADRE – Eh, proprio, sono tutti lì ad aspettare voi… ma almeno avete deciso che cosa fare? Il tema, dico.
TEGAMINI – Facciamo i dinosauri.
MADRE – ….
TEGAMINI – Pronto?
MADRE – I dinosauri? Ma non siete un po’ grandi?
TEGAMINI – Cos’è, la paleontologia non è sufficientemente nobile? Guarda che è una scienza come tutte le altre. E Jurassic Park è un capolavoro della letteratura e della cinematografia. E poi non vogliamo mica fare le minchiatine coi pupazzetti…
MADRE – MA COME TI ESPRIMI!
TEGAMINI – Dicevo, non vogliamo delle robe da bambini, coi mostricciattoli e quelle cazzate lì. Ci piacerebbe che somigliasse un po’ tutto a una pagina d’enciclopedia, sai quei frontespizi dei libri vecchi, con le illustrazioni tipo erbario o manuale di zoologia? Hai presente? Volevamo fare così, che non è tamarro e riusciamo a metterci i dinosauri con una certa eleganza. Così nessuno straccia le palle e siamo belli felici tutti quanti.
MADRE – Guarda, per me potete anche stamparci su il bue e l’asinello, basta che vi muovete.

Per puro culo – anzi, grazie all’impagabile consiglio della mamma della Pupa-gallina-Iginaci siamo imbattuti nella fatina buona della tipografia retrò. Perché uno pensa che a Rho ci siano solo la nebbia e i baracconi della fiera nuova, e invece poi si scopre che in quei posti lì esistono anche delle giovani donne che decidono di mettere su dei laboratori pieni di macchine centenarie, meravigliosi fogli di carta e caratterini mobili. Isabella – regina di Letterink – faccio fatica a descriverla, ma immaginatevi una persona di un metro e cinquanta che funziona ad energia di scoiattolo altamente concentrata. Anzi, prendete tutti gli scoiattoli d’Europa, fateci un mucchio, comprimetelo tantissimo e salutatelo. Ciao, Isabella. Io e Amore del Cuore vorremmo mettere dei dinosauri nel nostro matrimonio.
Qua, tanto per farvi capire, ci sono un po’ di cose che Isabella usa per lavorare.

Dopo averle fatto girare tutte le biblioteche della Lombardia in cerca di illustrazioni di dinosauri che somigliassero a quello che avevamo in mente noi, mi sono messa a raddrizzare i pupazzetti sulla mensola dei libri con le figure e mi è cascato l’occhio su un assurdo volume che possiedo dalla più tenera età e che, ovviamente, avevo completamente dimenticato. O meglio, il mio inconscio lo sapeva che intendevamo proprio quella roba lì, ma quando si ha la testa piena di batuffoli di cotone non c’è molto da fare. Mi sentivo pure una gran stronza, che Isabella ha cominciato a lavorare con noi che era all’ottavo mese di gravidanza e mi veniva l’ansia a pensare che si era girata centosei posti per cercarci dei dinosauri quando poi quelli giusti erano sempre stati lì a casa mia, sereni e paciosi. Voi direte, ma che ci vai a fare in biblioteca, che c’è l’internet? Ebbene, tutte le immagini pseudo-naturalistico-preistoriche che abbiamo trovato sull’internet erano piccole così e tragicamente scompagnate. Non ci puoi stampare niente, con quella roba. L’unica speranza, in uno dei momenti più oscuri e tormentati delle Matrimoniadi, era imbattersi per caso in un qualche atlante illustrato dall’aria un po’ polverosa e saccheggiarlo follemente. Per fortuna, però, James Gurney e Dinotopia ci hanno salvati dall’asteroide.

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Vorrei ringraziare Santa Lucia per avermi portato questo libro, suppergiù nel 1993. E vorrei applaudire il signor Gurney per aver disegnato, chissà poi perché, dei dinosauri così ben fatti e festosi. Niente, vi faccio vedere che cosa ci abbiamo combinato, con Dinotopia. Grafiche e olio di gomito made in Letterink.

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Partecipazioni

Il lato-illustrazione è felicemente stato stampato in digitale – così come l’interno della busta. Il lato-testo, invece, è uscito da quella macchina là gigante che vi ho messo prima. Abbiamo usato una carta spessotta, giallina, con la grana visibile e un po’ di puntinini. Se dobbiamo far finta che sia roba vecchia, facciamolo al meglio delle nostre possibilità, insomma.

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Nel mondo vero, ecco come sono.

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C’è pure il prezioso timbrino. Non avete idea che ansia sia timbrare a mano delle partecipazioni. Mi scuso con chi ne abbia ricevuta una particolarmente storta, credo di averlo fatto di notte.

Per la rubrica “La posta del cuore di Alfonso Signorini”, dovete sapere che Isabella ha eroicamente messo al mondo Niccolò mentre ci stampava le partecipazioni. Ha fatto le buste, ha stampato a mano il lato del testo, ha partorito e ha stampato l’illustrazione. Niccolò – che durante le fasi di progettazione di tutta questa roba qua era ancora noto col nome di Fagiolino – è un bambolotto. Isabella, dalle ultime notizie in mio possesso, sta ancora cercando di far capire all’anagrafe che Niccolò si scrive con la ò e non con la o’. Sarà una lunga battaglia.

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Bomboniere

Un po’ per deformazione professionale e un po’ perché non ho mai capito che farmene delle bomboniere degli altri – e il vasino, e il gingillino, e il piattino e il soprammobilino -, abbiamo deciso di regalare un libro. Diamine, tutti dovrebbero andare a una festa e tornare a casa con della roba da leggere. Grazie a Minimum Fax – che ci ha fatto un casino di sconto -, abbiamo distribuito con immane orgoglio Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace. Ricopertinato e inconfettato. I confetti non li sopportiamo, ma speriamo di essere riusciti a farli diventare tollerabili.

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I menu

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Si mangia. Vuoi non mettere niente sul tavolo? La gente ha bisogno di sapere che ci sarà per cena. Alla fine ci siamo dimenticati di sostituire WEDDING CAKE con un più sobrio TORTA NUZIALE. Non l’ho neanche mangiata, la mia benedetta WEDDING CAKE. L’ho tagliata, ma non so altro. Chissà se era buona. Non ho manco mai visto la fontana di cioccolato. La leggenda narra che ci fosse una fontana di cioccolato! Al mio matrimonio! Ma qualcuno l’ha fotografata? Sono affranta. Ma dov’era, dove! Ma non potevate portarmici? Comunque, questi sono i menu. Siamo così coglioni che non ne abbiamo tenuto neanche uno.

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Segnatavolo e tableau

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Un dinosauro per tavolo e passa la paura. Si ringraziano i premurosi invitati che hanno deciso di condividere su Instagram il loro segnatavolo perché altrimenti non avevo un cavolo da farvi vedere di un po’ più concreto. Io, che tengo anche gli scontrini del gelataio, sono qua senza i miei menu e i miei cartoncini intelligenti che li pieghi come delle casette e stanno in piedi da soli. Non riuscirò mai ad accettarlo.

Un giorno vi inviterò a casa, ci berremo un bicchiere e srotoleremo il tableau. Adesso, con Ottone von Accidenti a piede libero, se lo tiro fuori diventa un sacchetto di coriandoli preistorici. E poi ho sempre desiderato far capire a chi ci vede bene che cosa significa essere miopi e avere una lavagna davanti.

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Ecco qua, insomma. Per completare l’opera, posso dirvi che ogni mezz’ora partiva il tema di Jurassic Park. MADRE, conquistata dall’assurdità della situazione, ci ha addirittura fornito due romantici brontosauri di ceramica da mettere in cima alla torta. Volevamo anche un paio di veri brachiosauri da far pascolare in piscina, ma John Hammond li aveva finiti. In compenso, però, sono certa che i brontosauri di MADRE siano vivi. Stanno solo fingendo di essere delle statuine.

E niente, ancora grazie di cuore a Isabella per il lavoro meraviglioso, la resistenza fisica e l’immane pazienza. Mettetelo al mondo voi un Fagiolino, mentre partecipate alle Matrimoniadi. Visto poi che i blogger si dice abbiano questo incalcolabile potere di farsi ascoltare dalla gente perché sono simpatici, sinceri e ragazzoni della porta accanto, ecco, se dovete farvi stampare qualsiasi cosa o farvi inventare della grafica veramente IEA per le vostre cose, parlate senza indugio con madama Letterink. Tegamini-approved da capo a piedi, con tutta la gioia del mondo.

P.S.
Per apprezzare a pieno la maestosità del tema di Jurassic Park, non possiamo dimenticare la visita di Peter Griffin al bagno dei dirigenti.

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