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tegamini

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Tra le cose molto difficili che devi provare a fare quando metti al mondo un neonato c’è, secondo me, anche il rimanere vagamente normali. “Ma come mi trovi. Cioè, non sono impazzita, vero?” è l’ultima domanda che faccio a chiunque ci venga a trovare. Ma proprio sul pianerottolo. Magari mentre la gente aspetta l’ascensore. Bisogna chiederlo lì, sullo zerbino, perché se ti dicono che hai perso la brocca è molto più facile gestire la situazione. Sbatti la porta e ciao, torni in casa a rimuginare mentre ascolti per la trentesima volta in un’ora il loop ipnotico delle musichette della palestrina. Il fatto di aver ricevuto solo risposte incoraggianti è per me fonte di immensa soddisfazione. Il fenomeno è spiegabile in due modi. A) Ho amici, parenti e visitatori incredibilmente diplomatici. B) Sto riuscendo, in qualche modo, a mantenere una certa dignità.
Comunque sia, il merito è in gran parte di Minicuore.
Non so come, ma abbiamo fatto un bambino ragionevole. Minicuore dorme la notte (non nel nostro letto), ci riconosce, fa i sorrisi, non è soggetto a devastanti piaghe da pannolino, produce gorgheggi molto teneri, non si offende quando lo immergi in una vaschetta d’acqua calda, è gentile con gli sconosciuti e ricorre al pianto solo in casi di disagio ben decifrabili. Non ho idea del perché abbia deciso di comportarsi così bene, ma sto zitta prima di tirarmi addosso una sfiga apocalittica. Anzi, passo immediatamente al racconto di una difficoltà, tanto per non ridere in faccia al karma.
Minicuore mangia con la foga e la disperata passione di un nobile debosciato della Russia zarista.
Ora, l’allattamento è una faccenda complicata e molto personale. E per me, in tutta onestà, voi potete fare un po’ come vi pare. Minicuore ha beneficiato per due mesi pieni di quanto sono riuscita a produrre ricorrendo unicamente alla prorompenza delle mie strabilianti mammelle, ma ora sembra aver deciso di raggiungere le dimensioni di un cucciolo di brontosauro – o almeno di ritornare a crescere al ritmo baldanzoso di qualche settimana fa – e in qualche modo dobbiamo pur aiutarlo. La pediatra ci ha dunque autorizzati – con mio grande sollievo – a biberonarlo in pace e serenità.
Grazie, signora pediatra.
E come funziona?
Continuo a vestire la maglia da titolare nell’FC Milk e, se serve, chiedo il cambio al quaratesimo del secondo tempo e il biberon finisce vittoriosamente la partita. Ma anche – e purtroppo devo abbandonare questa EFFICACISSIMA metafora -, posso uscire di casa di tanto in tanto senza l’angoscia di non aver lasciato in eredità abbastanza latte.
DEVO STARE FUORI DUE ORE, MORIRÀ DI STENTI NELLA TUNDRA.
Ecco, no. Gli si prepara un biberon adeguato al suo famelico stomachino e cento punti al Progetto Normalità.

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Ora, la faccenda del biberon è piuttosto intricata.
CI FOSSE UNA ROBA FACILE OGNI TANTO INVECE ZERO DEVI SEMPRE FARTI OTTANTADUE DOMANDE SANTO IL CIELO PERCHÉ.
Abbiamo cominciato con un biberon che ha prodotto grandi sbrodolamenti, sputacchiamenti vari e rutti un po’ troppo perentori e frequenti – che si sa, rutti = grandi celebrazioni in tutto il regno, ma se ogni quattro minuti è necessario ruttare c’è evidentemente qualcosa di sghembo. Con piglio e spirito d’avventura abbiamo quindi cambiato strategia e ci siamo cimentati con i biberon Philips Avent, i Natural da 260ml che vanno bene per i bambini che hanno tagliato brillantemente il traguardo del mese d’esistenza. Minicuore 260ml se li scofanerà tra un po’ di tempo, ma veleggiamo già oltre i 150ml dei biberon per i piccoli-piccoli e il formato ci va più che bene. Anche perché sono comodi da tenere in mano, non è mica come ritrovarsi a dar da mangiare al bambino con un tubo di palle da tennis.

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Comunque, la Avent mi sta simpatica da tempo. Ho usato con felicità il loro tiralatte manuale e diversi aggeggi per la manutenzione della tetta, ma sui biberon ero ancora ignorante e bisognosa di collaudi seri.
E com’è andata?
Dunque, a parte la carineria dell’involucro (ALLEGRE SCIMMIETTE!), la facilità di riempimento, la forma gradevole da impugnare e gli avvitamenti agevoli (a prova di madri mancine), Minicuore mangia con molta più civiltà. È di certo un bambino assai perspicace (PER FORZA È FIGLIO MIO DI CHE COSA STIAMO PARLANDO), ma la tettarella evidentemente lo aiuta. E fa il possibile per frenare i suoi entusiasmi. Mi pare sia un biberon più realistico, insomma. Non genera sgargarozzamenti, c’è un sistema intelligente di circolazione dell’aria – che finisce nel biberon invece di finire all’interno del vostro erede, dove provocherebbe potenziali disagi, deflagrazioni ed estemporanee disperazioni – e, soprattutto, non si ingozza. MA POI SE LO ABITUI COSÌ NON È PIÙ CAPACE DI ATTACCARSI VERGOGNATI AI MIEI TEMPI QUESTE COSE NON SI FACEVANO. Che vi devo dire, Minicuore gestisce brillantemente entrambe le opzioni. Sarà che stiamo usando un biberon sensato e ben studiato per l’allattamento misto. O forse è un premio Nobel. Non saprei… ma la spiegazione più semplice tende spesso ad essere quella esatta – e i biglietti per Stoccolma magari li prenotiamo un’altra volta.
🙂

DISCLAIMER
Questo post non contiene nemmeno l’1% di quello che ci è accaduto. E non ambisce a far meglio di così. Perché, in tutta franchezza, non si può.
Questo post, in sintesi, è un trailer. Ma di quelli fatti bene. Mica un trailer con già dentro tutta la trama, che cavolo.

***

BENE. PROCEDIAMO.

Pur continuando a non capacitarmi di come una persona – per quanto piccola – sia riuscita a raggiungere il mondo esterno transitando per la mia coraggiosa vagina, l’operazione “Riproduciamoci, orsù” si è conclusa con successo e, dal 24 settembre, abbiamo un Minicuore. 
Anzi, un Cesare.
E siamo felici come degli imbecilli.

Ora, potrei mettermi qua a dirvi cose poetiche e piene di sentimento. Potrei scrivere due cartelle sul potere salvifico della vita che sboccia. Potrei provare a farvi piangere con una minuziosa descrizione del primo battito di ciglia di mio figlio. Potrei intrattenervi con una moltitudine di sconfinate tenerezze… ma non è questo che ci serve.
Perché è tutto bellissimo, ma è anche un gran casino. E quello che ti preme all’inizio – oltre a non uccidere accidentalmente tuo figlio – è riprendere un vago controllo della realtà.
Nell’ambizioso tentativo di arginare l’entropia neonatale, ho dunque deciso di affrontare la faccenda con razionalità, mappando i fenomeni principali che si sono scatenati nelle prime settimane di vita di Minicuore. Perché sì, la gente non vi dirà mai che un bambino ha un mese e mezzo. I bambini hanno sei settimane. E nessuno capirà mai di che cazzo state parlando.

Misurazione del tempo in settimane

Comunque.
Partorire è un problema.
Sono entrata in ospedale alle 18 di un venerdì sera e ho trascorso i tre giorni successivi a vagare seminuda e dolorante in mezzo a sconosciuti di ogni tipo, sfoggiando una batteria di surreali camicioni da notte ereditati da mia nonna Lelia che, prevedendo un olocausto atomico circoscritto al solo abbigliamento da letto, ne aveva immagazzinati due container (senza mai mettersene neanche uno, visto che credeva nell’onnipotenza della sottoveste di seta nera – indipendentemente dalla stagione).
La mia stanza, poi, era sprovvista di bagno. Mi è dunque toccato trascinare la mia carcassa gonfia al cessetto dietro l’angolo per una quantità interminabile di volte, brandendo giganteschi assorbenti a forma di Toblerone e maledicendo a gran voce il mio utero tumefatto.
Insomma, passi una vita a riprenderti dalle umiliazioni dell’adolescenza, ma poi partorisci e ti rituffi nell’abisso.

Livello di dignità personale

Il vostro parto è stato soave, edificante e sereno?
Brave voi e bravi tutti.
Io ho patito così tanto che non ho neanche fatto in tempo a spaventarmi. Però avevo un’ostetrica argentina super rassicurante e abilissima che ha serenamente discusso di Harry Potter con Amore del Cuore mentre un’infermiera gigantesca mi spezzava le vertebre cervicali nel tentativo di immobilizzarmi e permettere a un’anestesista con dei capelli fantastici di piantarmi un tubo nella schiena.
Il risultato finale è che, in un istante di particolare ottimismo prodotto dall’epidurale, mi sono convinta di poter far uscire Minicuore in sette secondi netti urlando EXPECTO PATRONUM.
Non provateci, non funziona.
Ma l’epidurale ve la consiglio anche a scopi ricreativi.

Cose belle della vita per livello di piacevolezza sprigionato

All’epidurale, comunque, non ci si arriva agevolmente. Te la devi sudare. Devi meritartela, come il regno dei cieli. A me è toccato rantolare per una mattina intera (e vomitare parecchia roba fosforescente in un secchio) prima che il Dottor Futomaki mi elargisse la sua benedizione.
Io col Dottor Futomaki ce l’ho su davvero.
Un po’ perché non è carino irrompere in una stanza e infilare all’improvviso un braccio intero nella patata di una persona – ma così, senza nemmeno presentarti – e un po’ perché non puoi piantarti in mezzo al corridoio alle otto del mattino per raccogliere le ordinazioni del pranzo. Sushi, poi. In un reparto pieno di donne gravide che soffrono come dei maiali e che il sushi non lo mangiano da nove mesi.
Graziella, te cosa vuoi? Gli uramaki Spicy Salmon o i Rainbow Roll? Chiedi anche alla Diletta, che di solito prende quelli con le uova di pesce volante, ma lo sai com’è fatta. Cosa dite, aggiungo un po’ di tartare, che ce la mangiamo prima?
CHE TU SIA MALEDETTO, DOTTOR FUTOMAKI. UN GIORNO AVRÒ LA MIA VENDETTA!
Ma poco importa. Perché, dopo tanto patire, ti ritrovi con un neonato di tre chili e trecento grammi in braccio. E ti sembra di una bellezza prodigiosa.

Maternità e distorsioni percettive

Potrei raccontarvi com’è che si campa in un ospedale pieno di donne sconvolte che spingono carrettini-lettino con dentro dei bambini minuscoli e variamente terrorizzati, ma mi sembra di essermi già dilungata in particolari già abbastanza cruenti. Vi basti sapere che, se voi avete avuto dei problemi, le altre ne hanno immancabilmente avuti di più. E non vedono l’ora di farvi pesare anche l’ultimo effetto collaterale del loro cesareo.
Quindi niente, io passerei ai regali. I regali sono sempre fonte di grande stupore.
La nascita di un figlio è un evento giustamente festeggiato dalle genti di ogni cultura con un’esplosione di doni strabilianti. In prevalenza ricamati a punto croce.

Frequenza di utilizzo del ricamo a punto croce

Fare regali a un neonato è difficile. La nascita di un infante è un avvenimento di una certa rilevanza – quindi non vuoi arrivare con una cazzata -, ma non vuoi neanche passare per quello che bada troppo al sentimento e troppo poco al lato pratico. Pragmatismo e lungimiranza, dunque, ma anche affetto e coccolosità.
Il risultato?
Al grido di “tanto il bambino cresce e la roba per i primi tempi non gli va più bene dopo un secondo e comunque ho pensato che ne avrai già a pacchi e che era importante regalarvi qualcosa che potete usare anche fra un po’, no?”, vi ritroverete con mille tutine ADORABILI taglia 6-9 mesi e nulla di utilizzabile nell’immediato – che poi è più o meno il momento in cui il bambino si caga anche sulle scapole… e te hai in lavatrice tutto il vestiario che possiede perché le scapole se le riempie di sterco ogni tre ore.
Che il cielo benedica lo shop online di H&M. E quelle due persone che vivono nell’eterno presente.

Composizione del parco-doni

Comunque, visto che la cacca ha già fatto la sua inevitabile comparsa, direi di occuparcene. In ospedale siamo stati istruiti su come cambiare efficacemente un pannolino, detergendo con rapidità e perizia il deretano del nostro bambino. Ogni volta che andavi al Nido – è così che si chiama lo stanzone pieno di neonati dove si espletano le principali funzioni di accudimento mentre sei ancora ricoverata – e cambiavi tuo figlio, un’infermiera/dottoressa/puericultrice correva da te e t’interrogava sul contenuto del pannolino. La pipì veniva accolta con un benevolo cenno del capo, ma senza particolari entusiasmi. La cacca, invece, era festeggiata con salve di cannone e il passaggio in corridoio della fanfara dei Bersaglieri.
Io, nella mia angoscia neogenitoriale, interpretavo il tutto più o meno così.
Il bambino caga? Sei una buona madre.
Il bambino non caga? Sei un mostro e Studio Aperto verrà presto a stanarti.

La cacca è importantissima. Ti sorprendi a parlare così tanto di cacca – con tuo marito, con i nonni, con gli amici, con i semplici passanti – che, quando effettivamente ti tocca pulirla, non ti fa più nemmeno schifo. Certo, non ci verniceresti le pareti, ma non ti fa particolarmente impressione. Anzi, la cacca è una buona notizia, è un evento positivo. Come la piena del Nilo. Come l’arrivo della stagione delle piogge nella savana riarsa. La cacca è oggetto di dibattiti, tavole rotonde e bollettini dal fronte. La cacca, nuova grande protagonista. E pensare che, due mesi fa, potevi sederti a tavola a discorrere di viaggi, progetti, carriera e amicizie, come una persona normale. Ora no, parli solo di merda.

Frequenza e composizione degli argomenti di conversazione

La cacca, insieme al naso tappato, ha per noi rappresentato una grande incognita. Minicuore, pur non incappando mai in raffreddori conclamati, ha passato le prime due settimane a respirare come un piccolo mantice otturato, gettandomi spesso nel panico. ODDIO, SE DIVENTA TUTTO BLU E MUORE? ODDIO, MA AVRÀ QUALCOSA DI DEVASTANTE AI POLMONI? Dopo aver scoperto il potere salvifico dei lavaggini nasali con la soluzione fisiologica – manovra cruentissima da eseguire con una siringhina spuntata, da utilizzare tipo Super Liquidator per sparare acqua nelle minuscole narici tappate di vostro figlio -, sono felicemente passata a preoccupazioni di altro tipo. ODDIO, HA UN OCCHIO UN PO’ GONFIO, È SICURAMENTE GUERCIO! Ma anche IL BAMBINO NON CAGA DA QUATTRO GIORNI, ESPLODERÀ?
Ad ogni micro-allarme, ovviamente, rompevamo i coglioni a qualcuno. Ho telefonato al Nido dell’ospedale, alla guardia medica, alla pediatra, al collega pediatra della nostra pediatra, al pronto soccorso pediatrico e pure al neonatologo dell’ospedale – disponibile solo in risicatissime fasce orarie praticamente inaccessibili (che ci sia lo zampino del malefico Dottor Futomaki?). E che cosa ho scoperto, alla fine? Ho scoperto che devo stare molto calma. E che non esiste una via di mezzo. 

Tipologie di risposta a condizione di malessere

Al ventesimo È NORMALE che ti rifilano, un po’ ti senti scemo. Perché di fronte a un “è normale” non c’è soluzione. Devi aspettare che la situazione migliori da sola (come ti promettono immancabilmente) o ti viene concesso di intervenire in maniera blandissima e quasi certamente inefficace (“lavi l’occhietto con una garzina”, “massaggi il pancino o stimoli con delicatezza l’orifizio”). Non so voi, ma io funziono così: ho mal di testa > prendo un Moment > mi passa il mal di testa > FAVOLA! Ecco, se uno mi venisse a dire che il mal di testa “è normale” (perché agli esseri umani nella vita un mal di testa può anche venire), mi incazzerei come una bestia e reclamerei a gran voce un rimedio un po’ più significativo, possibilmente a base di sostanze stupefacenti. CERTEZZE, CI SERVONO CERTEZZE.
A volte, dunque, di fronte alla scarsissima propensione all’allarmismo degli operatori sanitari a vostra disposizione, vi sorprenderete a consultare con un certo interesse l’orripilante chat del corso pre-parto – chat alla quale avete messo SILENZIOSO 1 ANNO praticamente subito dopo la nascita dei primi bambini.
Ma perché sì, maledizione.
E per due macro-ordini di motivi.
Uno. Il continuo bombardamento fotografico perpetrato dalle madri degli infanti più raccapriccianti.

Curva dell'ingiustificata fierezza materna

Due. I nomignoli imbecilli.

Termini prevalentemente utilizzati dalle neo madri per indicare i propri figli

PUFFI?
NANI?
CUCCIOLI?
…ma io vi sfondo le costole a colpi di mestolo.
Non ho trascorso nove mesi nel disagio e nella scomodità per mettere al mondo uno GNOMO, accidenti a voi. Non ho patito le pene dell’inferno per una giornata intera per poi sentirmi dire “ma che belle zampine che ha!”. ZAMPINE UN CAZZO. SONO MANI, CRETINA. MANI!
Io non capisco, è come se a chiamarli col loro nome (BAMBINI) si facesse la figura degli insensibili. E lo dice una che è sposata con Amore del Cuore e che ha messo al mondo Minicuore. Ma quelli sono fattacci miei, che diamine – è come ho deciso di chiamare due persone specifiche, mica un’intera categoria di esseri umani. Non pretendo di andare in giro a dire “Oh, ma guarda quanti bei Minicuore ci sono in questa nursery! Sei una donna fortunata, il tuo Amore del Cuore sarà un papà fantastico!”. Dai, cos’è. Anzi, come direbbe mia suocera, MA CE LA FATE?
Comunque.
Il confronto con gli altri è sempre una grande incognita. Ma più per voi che per vostro figlio. Anzi, vi renderete presto conto che vostro figlio, incredibilmente, non è per nulla misantropo. 

Curva della finta serenità neonatale

Quei due o tre giorni che passi in ospedale con il bambino sono una specie di allenamento, ma poco realistico. Nonostante le ostetriche ti chiamino ripetutamente MAMMA – credo più per farti rendere conto di che cosa ti è appena capitato che per l’effettiva impossibilità di ricordarsi nome e cognome di ogni singola puerpera ricoverata –, cominci a capire veramente quello che ti è successo quando rimetti piede in casa. Noi siamo entrati, abbiamo appoggiato per terra sacchetti, valigini, mazzi di fiori, pacchetti e pacchettini e, dopo sette minuti di euforia da “Oddio, che bello, il mio bidet!”, abbiamo sistemato Minicuore sul divano, nella navicella del passeggino, e ci siamo domandati E ADESSO?.
E adesso niente, sono fattacci tuoi.
Non credo ci sia niente che può davvero prepararti a gestire la faccenda, a parte il buonsenso.
Perché prendersi cura di un neonatone è un po’ come conoscere una persona nuova, solo che questa persona si piscia addosso a ripetizione e non è perfettamente in grado di farti sapere che cosa le sta succedendo. O di soffiarsi il naso in autonomia, se è per quello. O di capire che ha le mani. O di distinguere il giorno dalla notte. O te da un materasso.

Mappatura dei luoghi del sonno per frequenza di assopimento

All’inizio, inevitabilmente, le questioni pratiche ti fagocitano. E cambiare la garzina al cordone ombelicale. E farlo mangiare regolarmente. E non lessargli il sedere sotto al rubinetto. E il freddo. E il caldo. E la copertina in faccia. E le calzine. E l’appuntamento dalla pediatra. E come si fissa l’ovetto al sedile della macchina. E la cuffietta. E mettilo a pancia in su. E giralo sul fianco. E starà crescendo. E se non cresce come facciamo. Ogni cinque minuti ne hai una. E ogni due ore e mezza il sistema operativo si azzera, BAMBINO.EXE si riavvia (girano con Windows, all’inizio) e la gioiosa tarantella ricomincia da capo: pannolino > tetta > rutti & secrezioni assortite > nanna (auspicabilmente). Nel caso ci sia da cambiare una tutina, poi, i tempi si dilatano notevolmente…

Legge di moltiplicazione falangea del neonato

Con il passare dei giorni, comunque, si diventa più bravi. Anche accudire un neonato, infatti, segue determinati schemi motorio/cognitivi. E l’allenamento, come insegna MADRE, aiuta sempre. Non avrei mai pensato, ad esempio, di riuscire a tollerare la cronica mancanza di sonno con la disinvoltura che sto dimostrando. Non avrei mai pensato di potermi rallegrare, alle quattro del mattino, per il sorrisotto storto che ti fa un bambino minuscolo quando lo prendi in braccio dopo un piantino. E non avrei mai pensato di potermi commuovere davanti a uno stendino, ma è capitato anche quello. Se lì con una vaschetta piena di tutine tempestate di pinguini e orsacchiotti e ti viene un po’ da piangere, tra una molletta e l’altra.
Insomma, ce la caviamo. Oserei dire che ce la caviamo bene. L’impegno, di sicuro, ce lo mettiamo. E Amore del Cuore è, come prevedibile, molto bravo. Se potesse, credo che mi solleverebbe anche dai doveri dell’allattamento. E io glielo lascerei fare volentierissimo. Tutti ti raccontano quanto è utile allattare e quanto fa bene al bambino, ma sorvolano un po’ sulle difficoltà iniziali. Io sono uscita dall’ospedale con i capezzoli ridotti peggio di una trincea di Verdun ma, a quanto pare, pure quello fa parte del pacchetto. Dopo essermi cosparsa di creme alla lanolina e aver protetto i miei preziosi rubinetti con paracapezzoli in argento 925 – roba uscita per direttissima da un film di Austin Powers -, le mie piastrine hanno finalmente deciso di mettersi all’opera e, dopo settimane di discreti patimenti, ho conquistato la libertà di annoiarmi di tanto in tanto. Perché i bambini piccolissimi mangiano dalle sei alle otto volte al giorno. E ogni volta ci mettono una mezz’oretta buona. Trovarsi un hobby è assolutamente fondamentale.

Allattamento - composizione delle attività svolte in parallelo

E niente.
Siamo qui.
Siamo in tre (più Ottone).
Stiamo ancora tutti quanti bene e ci amiamo fortissimo.
Ciò è sufficiente a fare di me una MADRE? Non credo proprio… ma da qualche parte bisogna pur iniziare.
Ben arrivato, Minicuore. Ti adoriamo. E ce la faremo, promesso.
🙂

***

Visto che mappare in maniera esaustiva i fenomeni principali dell’esistenza di un neonato e cacciarli tutti in un solo post è vagamente impensabile, l’ambizioso progetto procederà su Facebook – senza alcuna periodicità o criterio. Voi fateci un giro, però. Sarà bellissimo.

L’universo, quando ti riproduci, cerca sistematicamente di metterti addosso un’ansia intollerabile. Alcune sono paranoie indotte dalla comprensibilissima sensazione di non sapere bene che cosa stai facendo – “Sono a casa con un neonato… riuscirò a non ucciderlo?” – mentre altre, invece, sono frutto di anni di sedimentazione e, col tempo, si sono praticamente trasformate in temibili archetipi.
Tipo.
Ho vissuto fino ai vent’anni con una donna che credeva fermamente nell’onnipotenza della canottiera. Ma in qualsiasi stagione. Ci sono 36 gradi? Fa niente. Francesca, ti sei messa la canottiera? Mettitela, che se no t’ammali. Sei in Groenlandia è c’è -20? PERFETTO. Francesca, ce l’hai la canottiera pesante? Fammi vedere. Con questo freddo ti prendi un accidente! La canottiera: il campo di forza in grado di proteggerti da ogni avversità, germe, spiffero o morbo.
Sotto la giurisdizione di MADRE, dunque, ho docilmente indossato canottiere di ogni genere – ma mi sono ammalata comunque, come s’ammalano tutte le persone di questa terra. Il risultato finale della faccenda, però, è interessante. Perché la canottiera è solo la punta dell’iceberg, l’ambasciatrice di una vasta serie di preoccupazioni devastanti – che sono riuscita ad ereditare perfettamente. Possiamo riassumere tutto in un comodo quesito che mi perseguita sin dalla dimissione dall’ospedale: IL BAMBINO AVRÀ FREDDO?
Minicuore mi sembra un neonato sveglio, ma ha un mese e mezzo. E non posso pretendere che mi risponda. E non posso neanche tenerlo perennemente in casa sotto a due tonnellate di copertine. Equipaggiarsi. Quello che conta è essere equipaggiati, come le forze speciali, come Tony Stark. Il problema, all’inizio, è che non sai bene quello che ti serve. Anzi, non sai neanche che certe cose esistono e che sono fatte apposta per risolverti parecchie menate. Guardi fuori dalla finestra, t’accorgi che c’è la nebbiolina e che viene buio presto. E capisci che WINTER IS COMING e che ti devi ingegnare. Perché puoi anche non avere alcuna fiducia nei poteri delle canottiere, ma sui sacchi termici per minuscoli esseri umani si può tendenzialmente contare.

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Con il prezioso aiuto di Minicuore (nonostante russasse come un cinghiale) e il patrocinio di Picci, ho collaudato un adorabile sacco termico Mucki, un aggeggio morbidoso a prova di intemperie, glaciazioni, tempeste di stalattiti, titubanze da neomadre e broncio da lunedì di novembre. Nulla è peggio di un lunedì di novembre, fidatevi. #HateMonday per sempre (pure se c’è il sole).

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Che cosa c’è di bello e che cosa c’è da sapere.
I Mucki sono prodotti in Italia e sono molto poffosi. Sono fatti con materiali anallergici e godono di un alto indice di avventurosità – dovete andare in macchina? Mucki nell’ovetto (ci sono dei bucozzi trasformabili dove far passare le cinture di sicurezza. E se l’ho capito io, potete farcela pure voi). Dovete vagare a piedi? Mucki nella navicella o nel passeggino. La cosa intelligente – soprattutto per chi ha messo al mondo un bambino che si agita come un’anguilla elettrica – è la cerniera sul davanti. Aprite il sacco e ci ficcate dentro il vostro luminoso erede senza dover impazzire con maniche, muffole, piedini e soluzioni labirintiche di scarsa praticità. Vi rifugiate al chiuso a mangiare una fetta di torta? Aprite il sacco e lasciate sgambettare Minicuore senza che sudi come un maratoneta etiope. Vi rimettete in marcia? Chiudete il sacco e ciao. Le cerniere non vi piacciono perché temete che vostro figlio possa sfigurarsi e passare il resto della vita a terrorizzare gli abitanti di Gotham City? Le cerniere del Mucki sono foderate e perfettamente in grado di arginare l’effetto-Joker.
Ma veniamo alla cosa più importante: i Mucki sono pieni di giganteschi orsacchiotti sorridenti.
Ecco.
Potevo dirlo subito e risparmiarmi tutta questa fatica.

Per chi volesse documentarsi ulteriormente, qui trovate il sito di Picci e qui la pagina dedicata ai sacchi termici Mucki. L’esperimento, per noi, è riuscito. Non so se il Mucki basterà a farmi passare l’onnipresente angoscia da MIO FIGLIO POTREBBE SURGELARE, ma Minicuore ha apprezzato. Perché un bambino che ronfa mentre lo porti a spasso è un bambino felice. Pure di lunedì.
Potere agli orsetti coccolosi!

Il regno è in festa.
Unicorni grassissimi fluttuano serafici.
La pizza cresce sugli alberi.
Minicuore dorme una notte intera.
Ogni calza spaiata ritrova la sua compagna.
Le zanzare si estinguono.
Gli zucconi decidono – in massa – di abbandonare i social.
Tutti leggono un sacco.
Lazzari apre a Milano.
E io sono in finale ai Macchianera Internet Awards 2016 in ben due categorie: “Miglior Snapchatter” e “Miglior sito letterario”.
Ma siete matti?

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I Macchianera li ho sempre osservati con curiosità, ma anche con un certo distacco. Perché non mi è mai sembrato che potessero riguardarmi “direttamente”. Votavo gioisamente per i miei preferiti – perché si tifa volentieri – e tornavo a farmi gli affari miei. Cioè, nella vita ci vuole anche un po’ di realismo, no? Ai Macchianera c’è la Ferragni, c’è la gente che va in televisione, ci sono quelli seri. A te chi ti conosce, ma che cosa vuoi.
E niente.
Anche quest’anno non mi sono posta il problema. Ma guarda, sono partite le candidature. Bene, divertitevi. Io sto qua, mangio un Saccottino e vi guardo. E poi, venerdì, è saltato fuori che in finale c’ero anch’io. 
Non sono particolarmente portata per i discorsi strappalacrime, ma mi sono davvero commossa. Zero campagna elettorale, zero CIAO RAGA VOTATEMI, zero mobilitazioni di amici e parenti. Non ho dovuto stampare neanche un santino da sindaco di provincia. E in finale ci sono finita lo stesso, grazie a voi. Evidentemente, là fuori, siete numerosi, molto cari, super organizzati e, lasciatemelo dire, completamente pazzi.
A questo punto, dunque, direi che devo impegnarmi almeno un po’. Insomma, visto che fin qui mi ci avete portata mi pare il caso di vincere qualcosa.

Ecco un paio di fulminee istruzioni per l’uso, un mini “come voterò io” e la scheda per esprimere le vostre garbate preferenze.

Come si fa? 
Vi rimando al regolamento, ma le cose importanti da sapere sono tre. Per votare ci vuole un indirizzo e-mail valido. Si può votare fino al 26 novembre. Bisogna votare per almeno 10 categorie. Io posso levarvi parzialmente d’impiccio: mi trovate nella 10 (“Miglior Snapchatter”) e nella 22 (“Miglior sito letterario”).
E le altre?
Io voterò così – categorie 10 e 22 a parte. Quelle sono per voi.

2. Miglior personaggio – Influencer: ALBERTO ANGELA
4. Miglior articolo: “Il reparto degli uomini rotti” di Enrico Sola
5. Miglior community: Team Divano
7. Miglior tweeter – Periscope: @dueditanelcuore
(10. Miglior Snapchatter: SCEGLI ME SCEGLI ME)
12. Miglior trasmissione TV: Pechino Express
17. Miglior testata giornalistica online: Il Post
20. Miglior sito cinematografico: BadTaste
(22. Miglior sito letterario: CI SONO IO CI SONO IO EVVIVA)
23. Miglior sito fashion&beauty: Stylosophique
25. Miglior foodblogger: Ilaria Mazzarotta

Ve la sentite?
Ecco qua la scheda per votare. Se vi fa ansia, potete andare a compilarla anche qui.

 

E dovrei aver finito di ammorbarvi. Vi ringrazio ancora con trasporto – e un’incredulità che mai mi abbandonerà – e, per chi sarà nei paraggi, ci si vede il 3 dicembre alla premiazione. Io sarò quella che non aveva niente da mettersi.

Priscilla Crowley è un personaggio destinato a suscitare inevitabili sospetti – sia per le sue burrascose e spiccate qualità che per lo studiato riserbo da sempre coltivato dalla sua autrice. Amatissima dalle lettrici di tutto il mondo, Priscilla vive (pericolosamente) sulla pagina, ma sembra sempre meno intenzionata a rispettare i confini convenzionali della narrazione. E, dopo ben otto romanzi di successo, è quasi legittimo domandarsi dove cominci Priscilla e dove finisca Lizzie Rust. Perché, quando ci si ritrova faccia a faccia con una protagonista così dirompente, la romantica tentazione di sovrapporre la sua voce e le sue avventure a quelle della sua creatrice può farsi inevitabile… specialmente quando si sa così tanto dell’eroina e così poco della scrittrice. E l’ultimo capitolo della saga – Priscilla e l’enigma di Twiggy -, con la sua ambientazione fiorentina e gli inevitabili nuovi batticuori, non ha certamente aiutato a chiarire l dubbi, più o meno giustificati, del pubblico.

Lizzie Rust camera

“Capita all’uscita di ogni romanzo della serie. E, ogni volta, mi domando se non sia finalmente arrivato il momento di liberarmi di lei”, racconta Lizzie Rust. “Prima dell’Enigma di Twiggy ci stavo pensando seriamente. Adoro Priscilla e a lei devo moltissimo, ma non so quanto questo continuo gioco di specchi possa giovare, alla lunga, alla nostra ‘relazione professionale’. Priscilla, per me, è diventata una vicina di scrivania – quella che si veste sempre meglio di te, la ragazza brillante con una scorta inesauribile di storie da raccontare e l’aria di una che è appena tornata da un weekend favoloso, chissà poi dove”.

Che poi è come si sentirebbe chiunque se si trovasse a lavorare con lei…
“Macché. L’unica vera passione che condivido con Priscilla è quella per i viaggi. E per la moda. E per l’arte. Va bene, non è poco – ma non è nemmeno tutto”.

E che cosa le invidia?
“La sfacciataggine. E la capacità di lasciarsi andare, di distruggere e ricostruire. Si pensa sempre che siano i personaggi a somigliare agli scrittori, ma ho sempre pensato che le cose funzionino esattamente al contrario. Priscilla ha pochissimo di me – e il coraggio di fare quasi tutto quello che io non ho mai ritenuto possibile”.

Priscilla è mai davvero riuscita a sconfinare nella vita reale?
“Mi piace credere che senza Priscilla non avrei mai finito l’Enigma di Twiggy... ma forse la sto sopravvalutando. Il merito è tutto di Firenze. Ci sono rimasta per pochi giorni, ma ho fatto tesoro di ogni scorcio e di ogni incontro. Non sono momenti che dimenticherò facilmente”.

Lizzie Rust Firenze

Si è parlato molto, in effetti, di una sua presunta fuga romantica.
“Si parla troppo. E quasi sempre a sproposito”.

E ci sarebbe anche un ritratto
“Il famigerato ritratto! Com’è la storia? Dipinto in un pomeriggio. Anzi, al tramonto. Dipinto nella luce tremula del tramonto da un amante appassionato ma già perduto. Un pittore apparso dal nulla per strapparmi il cuore. Devo ammetterlo, nemmeno Priscilla sarebbe riuscita a fare di meglio”.

Forse no, in effetti. Ma forse, ancora una volta, Lizzie Rust sta scegliendo con la consueta cura che cosa farci sapere davvero. Che l’unica, autentica depositaria del segreto sia proprio Priscilla? Non ci resta che mettere in borsa L’enigma di Twiggy e lasciarci travolgere, per l’ennesima volta, dal piglio irresistibile della sua protagonista.

Lizzie Rust borsa

 ***

Ma… chi è davvero Lizzie Rust?
www.lizzierust.com

C’è chi passa le giornate su Youporn e chi, invece, prova un piacere quasi fisico nell’osservare, collezionare e catalogare la cancelleria. Le due categorie umane potrebbero ipoteticamente incontrarsi in uno di quei filmini con la studentessa bionda (con codini, gonna scozzese e calzettoni) che piglia vigorose ripetizioni di matematica da un professore maiale, ma preferisco non approfondire. L’unica cosa molto bella di questi porno, secondo me, sono le lavagne.

Io, comunque, tifo per la cancelleria.

La mia passione segreta – per quanto immotivata – sono i cofanetti. 
Da piccola, per Santa Lucia, ricevevo regolarmente una scatola bellissima di pastelli – di quelle con la custodia di legno e tutti i colorini ben disposti in ordine cromatico – e, se proprio quell’anno lì non arrivavano dei Minipony, i pastelli erano decisamente il regalo che aspettavo di più. Un tempo li usavo anche, i pastelli. Poi sono diventata una persona incapace di gestire le sfumature e per secoli ho disegnato in nero e rosso, con le penne schifose che trovavo nell’astuccio. Ora, mio malgrado, non solo non disegno più, ma sull’agenda scrivo a matita perché sono una pasticciona. Anzi, sono piena di blocchetti bellissimi e quaderni che non oso utilizzare perché sono troppo belli e ho paura di rovinarli con le mie zampe sconsiderate.

Come mi consolo?
Sbavando su invenzioni cartoleristico-artistiche sfrenatamente lussuose tipo il box condominiale ad edizione super limitata – ben 2.500 esemplari alla modica cifra di 2.500€ l’uno – di Karl Lagerfeld per Faber-Castell.

Mettete momentaneamente da parte la razionalità e lasciatevi travolgere dalla gioia mistica che questo benedetto cofanetto irradia.
Cioè, avete forse mai visto qualcosa di più meraviglioso?

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Mi viene da piangere. Pur senza nutrire una particolare simpatia per Karl Lagerfeld.
KARLBOX.
Accidenti a lui.
Comunque. Ci sono i pastelli acquerellabili, i pastelli bellissimi “normali”, i gessetti, i pennarelletti, le matite, i carboncini e un casino di altra roba che mi mette addosso una commozione che non vi so spiegare. 350 aggeggi in totale. Non solo ci sono dentro delle cose che se le sai usare sei l’eroe del mondo, ma arreda pure. Ti riconcilia col cosmo. Riesci a farti apprezzare ogni delicata tinta del creato. Vedi un Karlbox e poi muori. Vedi un Karlbox, trovi il pennarello più fotonico e vai a cercare quella smorfiosa di Choupette per scarabocchiarle il pelo.

 

KARLBOX-open

Per esplorare ulteriormente (e con una qualche serietà) i meandri del Karlbox vi consiglio di fare un giro sul patinato sito ufficiale – con tanto di pretenziosa Karl-quote d’apertura. Io, alla fin fine, ho deciso di parlarne perché ho il mal di denti da due giorni e avevo bisogno di guardare qualcosa di bello. Mentre cerco di capire quante Tachipirine posso ragionevolmente inghiottire mentre aspetto di essere ricevuta da un qualsiasi dentista del capoluogo lombardo, vi auguro col cuore di trovare 2.500€ da investire in un oggetto di pura armonia e perfezione che non avrete mai il coraggio di toccare – ma che migliorerebbe di molto la vostra esistenza.

Le ferie si avvicinano, le ciabatte di gomma non vedono l’ora di portarci in spiaggia e i parei sventolano all’orizzonte. Insieme al consueto mantra del “quest’estate non faccio niente: mangio, mi riposo, non guardo le mail dell’ufficio e nuoto con la tavoletta” riaffiora anche un grande classico, il sempreverdissimo LEGGERÒ UN CASINO. Perché, come al solito, siamo assolutamente convinti che d’estate si possa finalmente leggere tutto quello che in una vita intera abbiamo più o meno volontariamente trascurato. Non è detto che ci si riesca, ma quel che conta è partire con le migliori intenzioni – e una trolley pieno di romanzi da imbrattare di crema solare.
Visto che non di sola caccia ai Pokémon può vivere l’uomo, mi sento in dovere di sostenere i buoni propositi dei villeggianti di ogni latitudine spiattellando la mia ambiziosa reading list e illustrandovi molto volentieri quello che sto combinando su Snapchat.

Parto da Snapchat, che è la roba meno importante a livello geopolitico.

Pur continuando a detestare il filtro-cagna, Snapchat sta cominciando a piacermi davvero e – in barba ad ogni più rosea previsione – ho scoperto che è un buon posto dove parlare di libri. Anzi, dove consigliare cose da leggere agli altri esseri umani – esseri umani che, inspiegabilmente, sembrano fidarsi di quel che dico.
All’inizio mi limitavo a fare due chiacchiere sull’ultimo libro che avevo letto e a sistemarlo sullo scaffale – scatenando una reazione a catena di roba che si sposta e polvere che si alza – ma, in qualche settimana, l’intera faccenda si è trasformata in #LibriniTegamini, una rubrica giornaliera in cui frugo nella libreria di casa e faccio del mio meglio per rispondere alla precisa richiesta (o alle domande) di chi vuole scoprire letture nuove.
Chi vuole un consiglio può felicemente scrivermi un messaggio – spiegandomi in rapidità i suoi gusti e che cosa sta cercando – e io, nella prima “puntata” utile di #LibriniTegamini provo a scovare il libro giusto per quella persona.
Cioè, niente che un libraio normale non faccia già da millenni… ma tant’è: #LibriniTegamini prospera e la gente SCRINSCIOTTA copertine con un’abnegazione che non cessa di commuovermi.
Ma perché ve l’ho detto?
Un po’ perché sono felice che #LibriniTegamini funzioni, ma anche un po’ perché potrei soccorrervi tempestivamente mentre vi aggirate per la Feltrinelli di Finale Ligure in cerca di un libro capace di surclassare il Novella 2000 della vicina d’ombrellone.
Non sono ancora abbastanza colta per sconfiggere la micidiale combo Gente più materassino gonfiabile in omaggio, ma se vi va di divertirvi con #LibriniTegamini (e di sorbirvi le fandonie che racconto quotidianamente), su Snapchat mi chiamo Tegamini e potete trovarmi qui.
Per il resto, c’è chi prende anche appunti.


Ma veniamo alla mia irrinunciabile wishlist estiva
– ovvero, due settimane al mare e un irragionevole milione di pagine.
Che cosa butterò in valigia – facendola poi portare ad Amore del Cuore?
Ecco qua.

***

Julian Fellowes, Belgravia

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Pubblicato a puntate su un’apposita applicazione a partire dal mese di gennaio di quest’anno – iniziativa assai vittoriana, devo dire -, Belgravia dovrebbe essere uno splendido polpettone storico-romantico pieno di balli, intrighi di società, collane di perle, uniformi tintinnanti, cannonate e personaggi arguti che si mandano a quel paese. L’autore è Julian Fellowes – quello di Downton Abbey e Gosford Park, per capirci -, quindi credo ci si possa fidare.
Io leggerò la versione “integrale” in inglese, ma il libro c’è anche in italiano – pubblicato da Neri Pozza e tradotto da Simona Fefè.

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Elena Varvello, La vita felice

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Per stemperare la spensieratezza delle barzellette del Cucciolone – che non fanno ridere, maledizione -, un romanzo di formazione dall’aria misteriosa e tagliente.
Il protagonista è un ragazzo di sedici anni che, ormai cresciuto, ricorda la fatidica estate che gli ha azzoppato per sempre la vita. Dovrebbero esserci rapimenti, un padre pazzo, cotte adolescenziali e oscuri segreti.
Gettiamo i Cuccioloni oltre l’ostacolo e vediamo che cosa succede.

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Ransom Riggs, La casa per bambini speciali di Miss Peregrine

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Una sperduta isola gallese, una schiera di scherzi della natura, un nonno che nessuno prende sul serio, mostri, nazisti e un ragazzo che parte dalla Florida per indagare sul passato bizzarro – e tremendamente reale – della sua famiglia.
Tim Burton ci ha fatto un film (in uscita a dicembre), ma voi potrete dire di essere arrivati prima… e criticare spietatamente tutto quello che vedrete – anche se, a dire il vero, l’atmosfera somiglia troppo a quella di Big Fish per trasformarsi in un conclamato schifo.
In italiano lo trovate da Rizzoli, con la traduzione di Ilaria Katerinov.

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Ben Lerner, 10:04

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Va bene, di trentenni in crisi esistenziale che vivono a New York coltivando ambizioni letterarie e inanellando fallimenti amorosi e variegate goffaggini ne abbiamo visti passare parecchi, ma hanno sempre il loro fascino. Nello specifico, il trentenne di Ben Lerner riesce addirittura a sfondare come scrittore, ma ciò non basterà a metterlo al sicuro. Malattia potenzialmente mortale diagnosticata in un momento poco propizio? C’è. Migliore amica che vorrebbe essere fecondata senza però diventare la tua compagna? Presente. Certezze che si sgretolano? Ovvio.
Facciamoci venire l’ansia e buonanotte.
Potete leggerlo in inglese o regalarvi l’edizione italiana di Sellerio.

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Elena Ferrante, Storia della bambina perduta

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La serie dell’Amica geniale è piaciuta a così tanta gente che ci ho messo all’incirca vent’anni a decidere di cominciarla. Ero certa che avrei deplorato ogni pagina, ma mi sono tragicamente invasata. Dopo i primi tre romanzi, però, ho deciso di prendermi una pausa: l’odio per Nino Sarratore, infatti, era semplicemente troppo per proseguire. Riuscirò a scoprire come finisce la storia senza lanciare il libro in mare? Staremo a vedere.

***

La vostra sporta dei libri è ancora vuota e non sapete dove sbattere il cranio? Lasciatevi soccorrere da #LibriniTegamini.
La vostra wishlist finirà per somigliare alla mia? Felice di esservi stata utile.
Leggerete qualcosa di diverso? Raccontatemelo senza indugi.
Per il resto, tanti cuorini. Ricordatevi la protezione 30 e non buttatevi in acqua con la pancia piena di focaccia.

Ci sono tantissimi problemi geopolitici e macroeconomici di cui potremmo discutere in maniera proficua e costruttiva – ma perché affrontare questioni di spessore, quando si può parlare di piedi? Perché tendere al progresso e all’elevazione intellettuale, quando possiamo invece rimanere saldamente ancorati al terreno e soffermarci sulle nostre estremità?
C’è tutto un mondo, alla fine delle nostre gambe.
I piedi sono importanti.
I piedi ci permettono di spostarci da un luogo all’altro.
I piedi ci offrono indirettamente una possibilità di felicità.
Perché, avendo dei piedi, ci servono necessariamente delle scarpe.
E le scarpe, da che mondo è mondo, sono il bene.
A meno di particolari impulsi feticistici o di un impiego nel settore calzaturiero, ai piedi non è che si pensi poi un granché. D’inverno si tende a combattere strenuamente contro pozzanghere e geloni – cercando, al contempo, un paio di stivali in grado di non soffocarci i polpacci -, ma lo sforzo di mantenimento è oggettivamente piuttosto contenuto. Bene, ho dei piedi. Li terrò al caldo, mi taglierò le unghie e prenderò in giro gli stivali UGG. Per tutto il resto, se ne riparla a giugno.
Giugno.
Quando comincia a fare caldo.
Quando, all’improvviso, ti viene in mente di tirare fuori i sandali.
L’inizio dell’estate è il fatidico momento in cui, rivolgendo lo sguardo al suolo, ci rendiamo conto della gravità della situazione. 
Magari voi avete dei piedi bellissimi. Ma io no, purtroppo. Non solo i miei piedi somigliano a delle sciagurate spatole da cucina, ma sono pure assai delicati. Magari voi vi cacciate su il primo paio di scarpe aperte che trovate e riuscite a deambulare dignitosamente per la città. Ma io no, purtroppo.
Io sembro Gesù sul Golgota.

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Ma soffermiamoci un attimo sulle tipiche fasi dell’approccio al sandalo estivo.

Che il sandalo sia vecchio o nuovo, poco cambia. Certo, la situazione si aggrava leggermente in presenza di calzature sconosciute alla mia fragile anatomia, ma una ciabatta dell’anno scorso non risolve il dramma – ve lo assicuro.
Ma che succede.
Apri la finestra e t’accorgi che fa caldo. Travolta dal tipico entusiasmo da clima mite che rinnegherai puntualmente appena le temperature supereranno i 23 gradi – la prima volta che esci senza maglione sei felice come una crostata e inneggi alla meraviglia della bella stagione (SUCA, JON SNOW! L’INVERNO QUA È PASSATO!) una settimana dopo sudi come un cinghiale e vuoi solo arruolarti come mozzo su una rompighiaccio -, MA DICEVAMO. Galvanizzata dal tepore, deciderai di buttare sottosopra la scarpiera e di ripescare i tuoi sandali preferiti. Dopo aver constatato che i tuoi piedi sono brutti come te li ricordavi (faccenda sulla quale, tuo malgrado, non puoi intervenire tempestivamente) e che, tutto sommato, non hai degli artigli da velociraptor, decidi di indossare i maledetti sandali e di affrontare baldanzosamente la giornata.
Nel tragitto tra casa tua e la fermata del tram inizierai a percepire un leggero fastidio. Come un presagio di sventura.
Arrivata in ufficio, un po’ claudicante, raggiungerai la tua sedia e ti ci abbandonerai con gratitudine – accogliendo di buon grado la prospettiva di rimanerci per le successive otto ore (centordici ore per chi lavora in un’agenzia pubblicitaria).
In pausa pranzo, però, costretta a uscire dall’edificio per procurarti del cibo, ti renderai inesorabilmente conto che qualcosa di molto grave sta accadendo.
Percepisci dell’attrito.
Percepisci del calore appiccicaticcio.
Percepisci l’incubazione di un dolore lancinante.
Ma non guardi. Perché se guardi nell’abisso anche l’abisso guarderà dentro di te.
Durante il pomeriggio, dopo aver constatato che la sedia è dotata di tre rotelle girevoli, valuterai l’opportunità di farti spingere al cesso da una collega particolarmente comprensiva. Ma andrai a fare la pipì autonomamente, come una bambina grande. E non perché sia la soluzione più dignitosa. Ti alzerai e camminerai solo perché la tua collega è in riunione da un cliente.
Tornata a casa – strisciando sulla pancia come un pinguino imperiale -, cercherai di levarti i sandali. Ma non ci riuscirai.
I listelli, infatti, dopo aver generato una molteplicità di bolle e averne salutato l’inesorabile esplosione con sadico compiacimento, sono riusciti a superare gli strati più superficiali di epidermide e derma per raggiungere, finalmente, la carne viva. O l’osso… lì dipende da quant’era brava la commessa che v’ha venduto le scarpe. Signorina, questa pelle qua… mi sembra un po’ dura. MA SI FIGURI. DIVENTANO UN GUANTO. SI AMMORBIDISCONO SUBITO. IL PELLAME È DI OTTIMA QUALITÀ, LE PARE. MEIDINITALY. CI FA IL CAMMINO DI SANTIAGO SUONANDO L’ORGANETTO. CI FA ROCCIA, COME UNO YAK. NON SI PREOCCUPI, LE SFRUTTERÀ TUTTA L’ESTATE!
E voi là. Monche. In una pozza di sangue.
Dopo aver separato – con l’intervento di un’équipe chirurgica dell’ospedale San Raffaele – il sandalo dal vostro piede, avrete tutto il tempo per contemplare il mesto spettacolo. Vi troverete di fronte a un panorama di tagli trasversali, talloni sanguinanti, bozzi, aree inspiegabilmente variopinte (in base al colore della vostra calzatura), sudorini calcificati, vesciche in vari gradi di deterioramento, impronte da cinturino mordace, dita affettate.
Uno schifo di merda. Che vi fa pure un male senza senso.
Zoppe ma furibonde, vi recherete scalze in farmacia e acquisterete una fornitura di cerotti, Compeed, garze e protesi di ultima generazione – carbonio ultraleggero, microchip, sensori di parcheggio -, nella speranza di poter in qualche modo gestire il problema. Prevenire è meglio che curare, certo, ma che ne sapevate. Scarpe vecchie? Pensavate di esservi abituate. Scarpe nuove? Non c’è modo di stabilire con sufficiente certezza dove il sandalo deciderà di colpire. E poi quando te le provi in negozio sono sempre così comode. È una cazzo di congiura – sicuramente ordita dai tedeschi per farsi finalmente dire MA CERTO, AVETE RAGIONE VOI A METTERVI LE CIABATTE COI CALZETTONI BIANCHI DI SPUGNA.
Comunque.
Nonostante i rattoppi, il vostro supplizio sarà destinato a continuare. Perché le scarpe del delitto mica potete rimettervele subito, ma manco con gli alluci foderati di cuscinetti al silicone. Per consentire alle ferite fresche di rimarginarsi più o meno correttamente, frugherete nella scarpiera alla ricerca di un altro paio di sandali da utilizzare.
E il ciclo si ripeterà.
Scarpa dopo scarpa, bolla dopo bolla, settimana dopo settimana, sandalo dopo sandalo, i vostri piedi si trasformeranno in un abominio epidermico non dissimile dalla faccia di Freddy Krueger. E, quando le vostre piastrine – ormai esauste, sfinite e disilluse – saranno riuscite ad assicurarvi un livello gestibile di resistenza plantare (generando una specie di tessuto cicatriziale in grado di sopportare ogni scarpa aperta in vostro possesso), riaprirete la finestra e scoprirete che è settembre.
L’estate è finita.
E ogni sforzo è stato vano.
Ancora una volta.

Un articolo di qualche anno fa – che vi linkerei volentieri, se solo non fosse protetto dal temibile paywall del Sunday Times -, sosteneva che i libri di Terry Pratchett fossero i più rubati nelle biblioteche britanniche. Per quanto il furto e il ladrocinio siano da deplorare, non posso fare a meno di apprezzare un lestofante che, quantomeno, dia prova di ottimi gusti letterari. Perché Terry Pratchett è la vita – ed è ora che troviate il modo di fargli posto anche nella vostra.

In Italia, non si sa bene il perché, i fan di Terry Pratchett sono all’incirca dodici – e hanno un bruttissimo carattere. Invece di girare per la strada elencando a gran voce i pregi della saga di Mondo Disco, passano le giornate a lamentarsi con virulenza sulla pagina Facebook di Salani. Ma con dell’astio serio. E le traduzioni. E le pubblicazioni disordinate. E la lunga attesa tra un libro e l’altro. E il riscaldamento globale. E la gente che ti spoilera i telefilm. E l’olio di palma. E l’intrinseca iniquità dell’umano vivere.
Al mondo c’è qualcosa che vi fa schifo e vi fa incazzare come crotali? Niente panico, un fan di Pratchett l’avrà già abbondantemente rinfacciato a Salani. Ma con la puntigliosità di un vegano crudista.

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Comunque.
Per quanto incontentabili, i fan di Pratchett non hanno torto su tutta la linea.

Pratchett, nel nostro paese, resta una specie di tesoro inesplorato. Un po’ perché la vastità della sua produzione è di difficile gestione, ma anche un po’ perché non si capisce bene come collocarlo – e come spiegare alla gente che quello che scrive è veramente speciale e diverso da tutto il resto. 
Per quel che ci ho capito io, il “pubblico” – qualsiasi cosa sia – è abituato al fantasy “classico” (= il drago Smaug dorme su un mucchio d’oro nelle viscere di una montagna) o alle recenti porcherie sovrannaturali di taglio young-adult (= ho 200 anni, Bella. Ma amo te che ne hai 16 e sei una palla al piede. Che c’è di strano?).
Pratchett, con tutto il bene che gli voglio, non è altrettanto incasellabile. E non somiglia a niente. Ha preso una tartaruga immensa, dei maghi cialtroni, quattro sassi incantati, un gruppetto di megere e la Morte… e ci ha costruito un’intera cosmologia fantastica. E non sto parlando di un universo ultra-complicato (che si regge in piedi solo se ogni atomo viene sviscerato in maniera esasperante) o di Tolkien che vi obbliga a imparare la grammatica elfica (altrimenti siete scarsi). Il solo scopo dell’universo di Pratchett è quello di farvi divertire come pazzi, autoalimentandosi ad ogni pagina. Mondo Disco ha delle leggi, ma anche degli angoli inesplorati e misteriosi. Mondo Disco ha una struttura così solida e viva da potersi permettere anche il paradosso e l’ironia. Anzi, da poter usare l’ironia e l’assurdo come collante.
È per quello che la gente ruba i libri di Pratchett. Perché sono una continua invenzione, una perenne ricerca del piacere vero della lettura. Un’avventura e un’esplorazione di uno spazio narrativo che cresce man mano che ci si cammina dentro – cercando di non rotolare a terra perché si ride troppo.

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La buona notizia è che, dopo tante rotture d’anima e picchetti su Facebook, Salani sembrerebbe aver deciso di ricominciare a dedicarsi a Pratchett con una certa sistematicità. Tipo l’Algida col Winner Taco.  
Il 30 giugno arrivano in libreria i primi tre libri di DiscoworldIl colore della magiaLa luce fantastica e L’arte della magiaNuova grafica – cielo, una Pratchett-collana! -, copertina rigida e grande felicità. Come la maggior parte degli esseri umani, infatti, ho letto la saga di Mondo Disco – composta a sua volta da diversi sottocicli dedicati a specifici personaggi, aree geografiche o filoni narrativi – in maniera totalmente disordinata e tragicamente parziale. I romanzi sono una quarantina, dopotutto. E io ho solo due mani. L’idea, dunque, è di procedere per gradi e di colmare pian piano le lacune, iniziando da questi primi tre volumi – che, incidentalmente, non ho mai letto e che, ne sono certa, mi rallegreranno in ogni modo possibile.

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Che fare, dunque?
Amate già – un po’ a caso – Terry Pratchett? Mettete ordine nella vostra adorazione.
Non avete mai letto Terry Pratchett? È un buon momento per cominciare.
Fate già parte della schiera dei dodici fan italiani di Pratchett? Ve ne prego, trovate pace. E aiutate il resto della penisola a divertirsi con voi.

 

Come si può tristemente constatare dalla categoria Cinema & TV di questo scalognato blog, le mie preferenze filmiche coincidono all’incirca con quelle di un bambino di nove anni che ha appena fatto la varicella. Adoro i robot giganti che prendono i mostri a petroliere sul muso, mi emoziono tantissimo appena vedo un velociraptor e osservo Tom Hiddleston con del vero sentimento.
Di film non capisco praticamente niente, ma adoro parlarne. E adoro leggere quello che dicono gli altri – metti mai che imparo qualcosa.
Nel vasto universo dell’opinione cinematografica, il mio preferito è sempre stato Leo Ortolani. Di cose belle per il mondo ne ha disegnate tante, ma nulla riesce a farmi felice come una delle sue recensioni a fumetti sull’ultimo polpettone Marvel, o sull’ultima saga fantascientifica che qualcuno ha deciso di sbolognare a J. J. Abrams, o sull’ultimo disperato tentativo di fare un film con i Fantastici 4. Pur continuando a non comprendere come è riuscito ad apprezzare Prometheus, ho PRE-ORDINATO Il buio in sala – pubblicato da Bao – e l’ho atteso con lo stesso entusiasmo sprigionato da un biologo imbecille di fronte a una biscia spaziale dall’aria palesemente assassina.

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L’insensatezza di tutta questa HYPE non mi è sfuggita, credetemi.
Cretina, hai praticamente già letto i nove decimi di questo libro sul blog di Ortolani, che cosa speri mai di trovarci dentro?
Va bene, ci sarà pure qualche recensione inedita, ma non mi sembra il caso di agitarsi così tanto.
Cos’è, abbiamo all’improvviso diciassette euro da buttare?
Taci, buonsenso. Taci e lasciami divertire.
Perché è di questo che si tratta.

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Non vi siete mai imbattuti in una recensione di Ortolani? Stolti, vi invidio profondamente! Se vi piacciono i supereroi, le astronavi e avete (giustamente) paura dei vecchietti in coda alla posta, questo libro sarà per voi fonte di inesauribile sorpresa e probabili convulsioni.
Siete convinti di sapere ormai a memoria l’intero blog? Vi sbagliate: avete trent’anni e il vostro cervello non è più quello di una volta. Il buio in sala riattiverà le vostre esauste sinapsi e vi farà ridere come la prima volta – o quasi. Insomma, dipende da quanto vi siete effettivamente rimbambiti. Io, per dire, sono stata scacciata dalla camera da letto alle due del mattino perché sghignazzavo con eccessiva foga (rischiando, probabilmente, di rompere le acque).
Nell’augurarvi un consorte più comprensivo di Amore del Cuore, vi esorto ad acquistare questo prezioso volume e a trovare un luogo appartato dove godervelo in santa pace. Che con diciassette euro, ormai, non ci comprate più manco un pezzo di pizza. Tanto vale buttarli via con stile.