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tegamini

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La mia ammirazione per le artigiane che si lanciano in progetti creativi, strambi e coraggiosi è ormai risaputa. Instagram è un luogo dalle dinamiche talvolta tortuose, ma sono felice di essermi costruita un feed di cose belle da guardare e di storie interessanti da veder crescere. Capita spesso che mi arrivino “cose” – da leggere, da mangiare, da indossare. Sono una creatura curiosa e amo sperimentare, ma quello che poi effettivamente arriva a casa è scelto con cura – rispettando quello che sono e anche il lavoro degli altri. Di tanto in tanto, poi, mi imbatto in meraviglie autentiche. E mi viene voglia di approfondire e di fare un tifo sfegatato per le ragazze (perché sono quasi sempre ragazze) che si impegnano ogni giorno in imprese un po’ magiche e immancabilmente “diverse”.

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Un post condiviso da Fil Rouge Jewelry (@filrougej) in data:

Quest’intervista è nata da una collana da bibliotecaria, ad esempio. E da un mio commento particolarmente euforico, dopo qualche settimana di cuori silenziosi da parte mia. Antonia mi ha scritto all’istante, ci siamo scambiate dei video – in cui cercavamo di dirci qualcosa mentre i nostri figli ci saltavano sulla schiena – ed eccoci qua ad approfondire la sua avventura di gioielliera-narratrice. Ho sempre pensato che gli oggetti, anche i più minuscoli, racchiudano un grande potere. Ci fanno ricordare, conservano insieme a noi la memoria, diventano simboli, raccontano storie. E Antonia, con Fil Rouge, amministra con cura le storie degli altri. Qui c’è la nostra chiacchierata. E, anche se cominciamo da Max Pezzali – re della ninna nanna, come vedrete -, ci troverete dentro un’idea preziosa. E una persona ancora più luminosa.

Esordirei con un aneddoto che non c’entra niente con il tuo lavoro, ma che mi ha fatto molto ridere, quando l’ho scovato sul tuo blog. Tu non lo sai ancora, ma anch’io ho passato diversi mesi a far addormentare Cesare cantandogli Come mai degli 883. Uno stratagemma infallibile. Che cosa mai farà Max Pezzali ai bambini?

Quando ho scoperto di aspettare un bambino avevo 21 anni, poca cultura sulle tecniche di crescita di un infante e sul mondo “mammesco” in genere. Questo, per assurdo, mi ha portato ad essere una brava mamma di Luce in quanto ho avuto un bambino quando non ero pronta e non avevo alba di quel che avrei dovuto fare ed è stato l’unico modo per fare le cose giuste. La mia relazione con Max nasce in una di quelle tipiche notti in cui tua figlia pensa di essere uscita da un utero lirico, di essere il primo soprano della Scala e di essere quindi totalmente giustificata ad urlare come una faina in amore. Alle 3 del mattino ho dovuto tirare fuori l’artiglieria pesante e contrattaccare: dal basso della mia preparazione sui metodi naïf e non per calmare un bambino, ho pensato semplicemente di riproporle quel che lei mi stava propinando da ore, così decisi di cantare a squarciagola l’unica canzone che conoscessi a memoria (grazie a qualche amica delle elementari un po’ già inconsapevolmente hipster), ossia “Come mai” degli 883. Il risultato è stato che Luce smise di piangere, io continuo ad usare il mio metodo MammaPsyco – distendendomi ad esempio in mezzo al negozio di giocattoli e battendo i pugni a terra quando fa i capricci (lo uso solo in situazioni estreme, non sono pazza) – e “Come Mai” è diventata la nostra ninna nanna.

Sono andata subito fuori tema. Rimedierò, dunque, con una classica domanda alla David Copperfield. Da dove vieni. Dove vivi. Cosa combinavi prima di creare Fil Rouge.
Ho sempre invidiato quelli che nascono e sanno esattamente chi sono e cosa vorranno diventare. Io provengo da una famiglia di creativi, grazie ai quali ho imparato l’arte della curiosità. Quando sei curioso finisci per conoscere le cose e quando conosci davvero le cose riesci sempre a trovarci del bello e se trovi del bello non puoi far altro che amarlo. Per questo motivo ho spaziato in lungo e in largo attraverso una serie infinita di progetti e lavori di diversa forma e genere; se poi abbini la creatività all’impegno finisci per fare un ventaglio di esperienze enorme, riuscendo bene in tutte e non sapendo poi alla fine dei conti quale fosse la cosa che ti sarebbe piaciuto continuare a fare.
Io sono nata a Trieste e cresciuta a Udine, ho avuto una vita spericolata e piena di colpi di scena, un’opera teatrale della quale non so se mi sono mai sentita spettatrice o attrice protagonista. Prima di iniziare questo progetto lavoravo da anni per una multinazionale dalla quale ho deciso di separarmi per il grigiore che regalava alla mia vita, facevo la mamma single di Luce, procedevo con gli studi in Moda e Design e mi assicuravo un esaurimento nervoso. Ad oggi ho aggiunto Fil Rouge che per quanto possa sembrar sottrarre tempo, momenti ed energia a una vita già moderatamente incasinata come la mia, in realtà ha solo aggiunto. Un mese fa mia figlia mi ha portato un ciondolo a forma di cuore trovato nell’uovo di Pasqua esordendo con una delle frasi più semplici per cui io abbia mai pianto: “Tieni mamma, usalo per le tue collane!”.

Raramente – ma anche forse mai – mi è capitato di imbattermi in un progetto così favolosamente stravagante come il tuo. Come hai cominciato?
Sembra un cliché ma le cose belle succedono quando meno te le aspetti e dalle persone che non immagineresti mai. Ho sempre trovato affascinanti gli oggetti recuperati, la loro anima piena di momenti vissuti da qualcun altro e che in un momento diventano tuoi, li trovo amuleti carichi di magia. L’idea di dargli una seconda possibilità, una sorta di riscatto, mi faceva credere di dare un’opportunità anche a me stessa.
Ho creato alcune collane secondo il mio gusto e le ho caricate su Instagram, raccontavano storie che avevo inventato, senza riferirmi a nessuno, ispirandomi semplicemente alla vita. Senza accorgermene però avevo parlato una lingua che nemmeno io conoscevo, quella di una ragazza che una notte mi disse di volerne tre, perché raccontavano di lei. Non ho mai creduto in me stessa e ho sempre lasciato grandi progetti a metà per codardia, quella notte invece c’è stata una ragazza che pensava di aver ricevuto qualcosa da me, senza rendersi conto di avermi regalato l’inizio della mia storia. Da lì ho iniziato a credere di star facendo la cosa giusta e da quella sera ho raccontato storie di madri, di figlie, di famiglie, di dolori, di ricordi, di attimi, di vite intere, di passioni, di amicizie, di sentimenti, di inizi e mentre nei miei precedenti progetti non concludevo mai perché avevo paura di portarli a termine, questa volta non concluderò questo progetto perché non c’è nulla da concludere, non c’è nulla da finire, la conclusione arriva ogni mattina quando devo rendere reale e tangibile una nuova storia.

Qual è il primo gioiello che hai deciso di inventare?
Il primo gioiello che ho inconsapevolmente creato è stato 4 anni fa, molto prima dell’effettivo inizio del mio attuale progetto. Avevo quattro ciondoli molto importanti in quattro diverse collane: un 13 portafortuna, uno scarabeo turchese, uno scorpione (sì, sono dello scorpione, ero indecisa se dirlo per non creare validissimi pregiudizi) e un ferro di cavallo. Ho pensato fosse davvero stupido tenere cose per me così importanti lontane le une dalle altre quando avrei potuto averle sempre in mezzo al petto; così le ho riunite in un unico filo che non ho mai più tolto e che racconta la mia storia – e con il tempo sono sicura ci sarà ancora molto da aggiungere. Il progetto è nato da lì, dall’esigenza di racchiudere in un unico luogo i momenti migliori della propria vita, perché è vero che sono perfettamente ancorati alla memoria, ma ho pensato che se ci sono libri, poesie, quadri, spartiti che parlano così bene dei ricordi, non vedo perché non possa farlo anche un gioiello.

E dove diamine vai a prendere tutte le micro-antichità e i ciondolini vintage che vanno a finire nelle tue collane? Ti immagino mentre setacci luoghi inesplorati, soffitte, bauli e mercatini di ogni parte del globo alla ricerca del pezzettino perfetto.
La ricerca delle tessere del mosaico nasce da una storia d’amore tra un’abitudine e un’attitudine che da quando suonano insieme hanno dato un nuovo senso alle difficoltà che avevano se prese singolarmente. Quando parlo di abitudine intendo quella dell’assidua e quasi compulsiva frequentazione dei mercatini dell’antiquariato, ossia il posto dove trovo quasi ogni pezzetto. Nasce dai miei genitori, appassionati di modernariato, che mi trascinavano a peso morto ogni domenica mattina lungo le stradine ghiaiose dei vari parchi infestati dalle bancarelle. Quando sei una bambina di 8 anni e finisci a trattare il prezzo per un corrimano del ‘700 a forma di artiglio d’aquila hai due alternative: o coltivi la passione e diventi grande prima del tempo, o scappi ai gommosi e resti bambina. Io per fortuna non ho mai amato gli out out e ho sfidato il tempo continuando ancora oggi a farle entrambe. L’attitudine invece riguarda l’ascolto. Sono sempre stata una buona ascoltatrice, ho ascoltato moltissime storie forse anche un po’ per alleggerire la difficoltà della mia. Col tempo e la consapevolezza ho scoperto anche una spiccata empatia, grazie alla quale non immagazzinavo più solo le parole, ma anche l’impercettibile. È una meravigliosa dote per una persona come me, che la vita aveva reso troppo dura. Mi ha insegnato la delicatezza, nella gioia, nel dolore, mio e degli altri.
Custodisci tutto quello che trovi in una specie di forziere e poi fai una selezione al momento del bisogno o ti lanci anche in ricerche personalizzate?
Devo essere sincera, da accumulatrice seriale quale sono ho raccolto un bel bottino di battaglia nel corso del tempo, al quale difficilmente attingo senza trovare soluzioni. Generalmente, però, per le “Creazioni su Storia”, avendo comunque un limite di tempo per la loro produzione e dovendo andare a colpo sicuro non mi fermo ad una ricerca limitata ai mercati, ma immagino un mio progetto e cerco di soddisfarlo tramite quel che ho, o compiendo una ricerca tramite internet e le varie piattaforme che offrono oggetti d’antiquariato.

Forse è solo una mia impressione, ma mi pare che i tuoi gioielli abbiano una spiccatissima componente narrativa. Che cosa vuoi raccontare, quando metti insieme qualcosa?
Hai presente i bambini che hanno il fatidico periodo del perché? Ecco, io da quel periodo non sono mai uscita. Sono una persona che ricerca sempre le motivazioni per cui una cosa esiste e che cosa l’ha portata ad essere quel che è. Questo accade su tutto: dal voler capire il procedimento che rende l’uva vino, alle motivazioni che stanno dietro il colore della pelliccia di uno scoiattolo, alle leggende che per secoli hanno motivato il colore dell’aurora boreale fino al perché certe persone sono quel che sono e, ad essere sincera, ho una grandissima passione per le cose che non sono quel che sembrano. Ad esempio, recentemente, ho trovato qualcosa che spiega perfettamente chi sono io. Le conchiglie hanno il loro colore grazie all’ambiente in cui vivono, il mollusco costruisce pian piano la sua casetta rubando al mare i granelli di sabbia che lo circondano, e va da se che più si sposta nell’arco della sua vita e più diversi saranno i colori della sua casa. Io sono una persona che non si è mai sentita al posto giusto e questo mi ha portato a viaggiare molto, lavorare in molti settori, appassionarmi alle culture e alle personalità più diverse. Ho preso tutti i granelli che ho trovato e li ho fatti diventare la mia corazza colorata, e senza rendermene conto, grazie a tutti quei colori quel mollusco è diventato una perla. Questa è la mia storia e mi piacerebbe avere una collana che parlasse esattamente così ed è quel che cerco di fare attraverso le mie creazioni, raccontare la vita delle persone attraverso le metafore più delicate che conosco.
La collana più bizzarra che ti è capitato di produrre.
Forse questa collana di bizzarro ha ben poco, ma indubbiamente è differente da tutte le altre. Una meravigliosa ragazza toscana qualche mese fa mi ha commissionato un gioiello da indossare nel giorno del suo matrimonio. Ha pensato che fosse più indicato qualcosa che seguisse il filo della sua storia d’amore, piuttosto che il classico girocollo di punti luce.
Un’altra situazione bizzarra mi è capitata quando una ragazza mi ha commissionato una collana che parlasse della sua nonna, mancata qualche tempo prima. Il giorno seguente in un mercatino ho trovato un bracciale con due ciondoli a forma di cuore con incise le loro iniziali, erano talmente aggrovigliate che sembrava che non volessero separarsi, mi ha commosso questo segno e mi è sembrato giusto far in modo che in qualche modo rimanessero insieme nello stesso posto, e il posto giusto era al suo collo.

Se una volenterosa lettrice (o un volenteroso lettore) volessero una collana Fil Rouge qual è il procedimento che dovrebbero seguire?
Le creazioni sono presenti sui social – Facebook e Instagram – e sul sito web.
Nel caso in cui invece qualcuno fosse interessato a una “Creazione su Storia”, basta che mi contatti tramite uno di questi canali e mi racconti di che storia vuole che la collana sia il filo conduttore. Una volta ascoltato il progetto io cerco i “capitoli” giusti per ricomporre la storia e, nell’arco di massimo 15 giorni, propongo la creazione finita. Una persona che mi contatta per avere uno dei miei lavori difficilmente lo fa se non è totalmente consapevole di avere qualcosa di importante da cercare o da dire e quando si ha qualcosa di importante da dire si cercano sempre le parole giuste per farlo. Io, dal canto mio, col tempo e sviluppando una certa sensibilità, ho imparato i vari alfabeti delle persone e ad oggi riesco a capirle anche se parlano di cose che non conosco. Si tratta di una una relazione, brevissima ma pur sempre una relazione: loro si aprono e si confidano con me e io ho il dovere di capirli perché di fronte all’intimo l’ascolto è fondamentale. E non si ascolta solo con le orecchie.
Grazie, cuora. E buon lavoro! 

Gli esseri umani contemporanei hanno smesso di affrontare le stagioni con il rassegnato fatalismo del villico timorato di Dio. Se il susseguirsi di climi e temperature diverse era, un tempo, un fatto incontrovertibile da accettare e mettere in saccoccia, oggi l’arrivo dell’inverno o dell’estate suscita virulente polemiche, alzate di scudi e battaglie più o meno epiche.

Perché mi sfuggi, infido palloncino!

Sarà che il cambio dell’armadio ci crea problemi organizzativi e furori generalizzati, sarà che forse il villico dell’Alto Medioevo – per quanto la sua esistenza fosse difficile e flagellata da pestilenze, carestie, signorotti prepotenti e superstizioni invalidanti – affrontava escursioni termiche meno drastiche e repentine delle nostre, sarà che ormai siamo rissosi e basta, ma poche cose al mondo hanno il potere di farci infervorare come il clima. E no, non parliamo del tempo atmosferico con l’aplomb dei britannici – che dopo secoli di pioggia finissima hanno elevato ad arte la conversazione a tema meteo -, macché. Le compagini che appoggiano l’estate o l’inverno sono assai più bellicose. Il primo giorno d’afa in giugno viene salutato da sentitissime sollevazioni – BRAVI VOI CHE AMATE L’ESTATE SIETE CONTENTI SI CREPA SUDO COME UNA BESTIA FACCIO SCHIFO SUI MEZZI PUZZANO TUTTI COMPLIMENTI EH CHE BELLE ROBE CHE VI PIACCIONO -, così come le prime nebbie autunnali – VENITEMELO A DIRE DI NUOVO QUANT’È BELLO L’INVERNO DAI SU SE AVETE CORAGGIO MA VI PARE LA NEBBIA SIETE DEGLI ASINI. E via così. Fino al successivo cambio di stagione.

Autunno, ho smesso di combatterti. Vago vestita da pescatore islandese. E bene che sto. 

Io, che di natura sono polemica in maniera generalizzata, ho deciso che la strategia migliore è trovare qualcosa di cui lamentarsi ad ogni stagione. Perché credo sia quello che in fondo ci preme davvero. E lo sappiamo tutti. Mica viviamo in un’area pseudotropicale dal caldone costante. Così come non dimoriamo in una distesa ghiacciata invasa da foche leopardo e narvali vendicatori. Lo sappiamo perfettamente che l’estate non durerà per sempre, o che l’inverno dovrà ben arrivare prima o poi. Ci lamentiamo perché ci piace lamentarci. E non dovremmo vergognarcene.

Qua son contenta perché ho interiorizzato la polemica.

L’estate, secondo me, è mirabile dal punto di vista della luminosità e della lunghezza quasi eterna delle giornate. E ci dona anche la possibilità di poltrire all’aperto sorseggiando cose. È pure più facile vestirsi in maniera interessante senza eccessivi sbattimenti. L’abbronzatura ci rende meno spettrali. In estate ci sono le vacanze.
Poi chiaro, per stare in piedi devo bere delle damigiane di Polase, le zanzare riemergono dai loro nascondigli per perseguitarci, fai venti metri e pezzi come un maratoneta, sui mezzi pubblici si soffoca (o si surgela), partono le guerre coi colleghi/i partner/i congiunti per la gestione dell’aria condizionata, vuoi andare in giro e basta e non lavorare mai più, sui Navigli c’è ressa, la miglior stampa persevera nel pubblicare articoli sulla cellulite delle star, truccarsi diventa impossibile e se hai i capelli lunghi passi due mesi col collo umido. Ma pure se te li tiri su.

L’inverno, di contro, spazza via insetti ed eccessive sudorazioni, ci propone soluzioni vestimentarie che ci mettono di fronte a crisi d’autostima di minor portata, c’è il Natale, c’è il fattore poesia della neve, le cose ricominciano a succedere, bere la cioccolata torna ad essere plausibile, raggomitolarsi sotto al piumone è bello, i gatti ti vogliono più bene perché hanno freddo e ti vengono vicino, risotti, polenta, anolini in brodo, pizzoccheri, bombardini sulle piste da sci.
Va bene, è pur vero anche che ci viene il raffreddore, ci si surgelano i piedi e che bisogna andare in giro con la cuffia, i guanti, la sciarpa e il demonio sa cos’altro e che quando arrivi in un posto ci vorrebbe un tavolo aggiuntivo solo per buttarci su tutto quello che hai addosso. C’è un’oscurità sconfortante e cimiteriale, i bambini si ammalano ogni ventisei minuti, se non possiedi tredici cappotti ti sembra di essere sempre vestita uguale, ci si impigrisce vergognosamente, bisogna vivere col burrocacao in mano o ti si crepa la faccia.

Ti ho afferrato, accidenti!

Però, che rivelazioni.
Che indagine!
Che osservazioni sagaci e assolutamente rivoluzionarie.
Ecco, il punto è proprio quello.
Lo sappiamo che funziona così. 
Cercare di prevalere sulla compagine opposta è del tutto inutile. Non ci farà sudare di meno d’estate così come non ci metterà al riparo dai terrori della sinusite d’inverno. Non ci farà risparmiare cerette nei mesi caldi così come non ci restituirà ore di luce a gennaio.
Perché accapigliarci, quando possiamo semplicemente unirci nel sacro hobby della lamentela? Lamentiamoci simmetricamente di tutto quello che ci pare.
Esercitiamo il diritto di detestare – sempre e comunque – gli aspetti più nefasti del clima stagionale, senza accusare il nostro prossimo di scarsa coerenza.
Sventoliamo vestitoni fiorati in allegria e spiaccichiamo zanzare con autentico furore. Godiamoci la tisana alzando al cielo i pugni pieni di fazzoletti smoccolati.
E appena ci saremo abituati a infastidirci collettivamente per quel che merita fastidio, la stagione cambierà di nuovo. E potremo ricominciare da capo.
Non è questione di schierarsi col Team Estate o col Team Inverno. Gli estremi meritano di essere combattuti da un fronte compatto di polemica. Alleniamoci a concordare sulle discordie, mentre ancora possiamo andare in giro col giacchino e basta. Winter is coming. E, per quanto gli alberi di Natale possano rallegrarci, i White Walkers non stanno simpatici a nessuno. Ammettiamolo, maledizione. Che ci costa. Team Polemica, per salvare i Sette Regni!

***

Afferrare il nulla.

Le scarpine di questo post fanno parte della collezione autunno-inverno 2018 di Scholl, che mi sorregge sin dai primi caldi con le sue saggissime calzature – del tutto immuni alle polemiche, date le loro caratteristiche di spiccata comodità e suprema comprensione delle difficoltà strutturali di ogni stagione. Gli stivaletti si chiamano Peyton: sono super confortevoli – la mini-zeppa di 4 cm è provvidenziale, almeno per la mia schiena -, sono equipaggiati con la consueta tecnologia Memory Cushion (che li rende pantofolosi e ammortizzati, nonché caldissimi dentro) e i materiali sono ottimi (w il Nabuck).
Per dare un occhio a tutte le scarpe invernali, per trovare un negozio o per comprare cose direttamente online, ecco qua il sito di Scholl.
E buone battaglie stagionali a tutti.

Salto, che saltare fa sempre ottimismo. 

 

Dunque, sono finalmente riuscita a fare un po’ di repulisti nell’armadio. Ho eliminato quello che non mi va più bene da un pezzo – vedi cose troppo larghe o cose che palesemente non si addicono alla mia figura (e che credo di aver quindi comprato in momenti di scarsissima lucidità) – e quello che, più in sintesi, non mi va e basta. Lo dicevo mentre vagavo per Corso Vittorio Emanuele qualche tempo fa: non è che non ho niente da mettermi. È che non ho voglia di mettermi le cose che ho.
Ecco, se una roba sta lì a poltrire per un paio d’anni senza che ti venga l’ispirazione di infilartela, forse bisogna far pace con la sindrome da accumulo e decidersi a sgombrare il campo.
Visto però che non credo nel potere salvifico del minimalismo e dell’armadio vuoto come una cattedrale dopo LA MESSA È FINITA ANDATE IN PACE, vorrei cogliere anche l’occasione per rinnovare un po’ il guardaroba. Niente di drastico. Niente container che parcheggiano davanti a casa. Solo qualche integrazione e due o tre cose che si combinano effettivamente tra loro e che, potenzialmente, potrebbero anche funzionare con qualche altro indumento che già possiedo.
Ed è così che, armata di questi obiettivi vecchi come il mondo – ma comunque sempre validissimi e anche piuttosto affini all’indole umana -, mi sono avventurata alla scoperta della sezione moda di Amazon. Ora, io su Amazon ci compro perlopiù i libri in inglese (perché quello che voglio io non c’è mai in libreria) e tonnellate di aggeggi che servono ad amministrare un bambino piccolo. Dal grembiulino di plastica per dipingere all’asilo alle confezioni di pannolini grandi quanto il Principato di Monaco. Poi sì, capita pure che ci prenda armadi portagioie appendibili – un oggetto di rara e provvidenziale funzionalità. Mi ero abbastanza imposta, però, di non addentrarmi mai nella parte FASHION, perché sapevo che probabilmente non ne sarei mai più uscita. Un po’ come Jennifer Connelly nel labirinto di David Bowie. Amazon, qualche tempo fa, mi ha però chiesto di fare un tentativo. Ed eccoci qua.
Che ho preso, a questo giro? Diverse cose. Con un’ottima percentuale di fibre naturali, pure. E una spiccata predilezione per la private label “principale” di Amazon, Find. Voi lo sapevate che Amazon ha diverse private label che sfornano cose molto carine? Io no. Non so mai niente, NIENTE.
Lacune personali a parte, ecco cos’ho deciso di incamerare – sostenuta da motivazioni assolutamente adamantine, come vedremo.

VUOI NON AVERE UNA CAMICIA A QUADRI MOLTO GRUNGE?

Ecco, ho la fermissima intenzione di mettermela esattamente così. Pantaloni neri, una delle mie magliette pazze a prevalenza di bianco/nero, stivalini o Gazelle e via… a far finta di pogare in una palestra stranamente fumosa.

Dove:Find.
Alternativa meno cara e più a base di rosso.
Alternativa più cara e più sul nero, con vezzoso ricamino.

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VUOI NON AVERE UNA SEMPLICISSIMA MA SVOLAZZANTE GONNA MIDI PER L’INVERNO?

Ho deciso che questa gonna sarà molto utile. Perché è una di quelle robe che diventano più o meno “importanti” a seconda di quello che ci metti sopra o sotto. E in vita ha l’elastico – suprema comodità.

Dove: Find.
Alternativa più sciantosa (e dotata di leopardatura su base scura come la tenebra).

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VUOI NON AVERE UNA SORTA DI CAMICINA STELLATA CHE UN PO’ T’AIUTA A DIMOSTRARE LE TUE TEORIE SULLA GONNA DI PRIMA E UN PO’ TI FA SEMPLICEMENTE CONTENTA?

Fiocchi! Galassie! Nebulose globulari! Vezzose maniche a sbuffo!

Dove: Find.
Alternativa in versione vestito-a-portafoglio-che-tende-a-star-bene-a-tutte.
Alternativa col medesimo taglio ma tempestata di volatili orientaleggianti. 

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VUOI NON AVERE UNA TRACOLLA COMODA DI DIMENSIONI SENSATE?

Con l’arrivo di Cesare sono stata costretta a ridimensionare molto le mie aspettative in fatto di accessori. Ho dato via quasi tutte le clutch e diverse borse a spalla troppo grosse. Ho tenuto le borsine piccole “da sera”, perché ogni tanto esco ancora, la roba vintage di MADRE e di mia zia e mi sto ricalibrando sui secchielli coi manici lunghi e sulle tracolle basic. Perché sì. Se vado in giro con l’infante non posso permettermi di avere la mani occupate o della roba sotto l’ascella che mi limita nei movimenti. Ed è pure ora di non vagare più per la città come uno sherpa tibetano, trascinandomi dietro cinque chili di roba tutte le volte. Ben vengano, quindi, le tracolle semplici e razionali. Cara borsa nuova, diventerai la mia borsa standard, quella che va lasciata vicino alla porta con già dentro l’essenziale per sopravvivere nel mondo esterno. Questa, poi, ha una fodera pazza che sono certa mi consolerà dalla fobia per l’indubbia semplicità della struttura.

Dove: Christian Lacroix.
Alternativa più cara e tondeggiante.

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VUOI NON AVERE UN FELPOTTO ARABESCATO PER MIMETIZZARTI CON LA CARTA DA PARATI?

Per quanto ami le stampe, non ho ancora un parco maglioni degno delle mie aspirazioni. I miei maglioni invernali sono quasi tutti neri e quasi tutti a tinta unita. Ho ancora qualche assurdità tempestata di gattini, ma non mi sembrano sufficienti a contrastare la preponderanza della roba “normale”. Insomma, questo aggeggio che somiglia a un divano fru fru mi sembrava una buona soluzione. E poi è cortino… dunque posso cacciarlo pure sopra alla famosa gonna di prima, nuovo perno del mio universo.

Dove: Only.
Alternativa a collo alto con gioiosi intrecci da maestro di sci.

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VUOI NON AVERE DEGLI ORECCHINI POMPOSI DA ABBINARE AL FELPOTTO E ALLA CARTA DA PARATI?

Metti mai che m’invitano a corte.

Dove: Johnny Loves.

*

Avrei voluto anche dell’altro? Ma certo. Per il momento, però, cerchiamo di cominciare con un minimo di razionalità. Se volete comunque godervi le mie aspirazioni animalier e altri portentosi svolazzi, qui c’è la wishlist degli Indumentini, che alimenterò con religiosa dedizione.
Sostienici, moda autunnale!

L’estate è finita, è arrivato il momento di lamentarci perché non abbiamo niente da mettere. O perché abbiamo meno tempo per leggere e fare i pisolini. O perché abbiamo posticipato troppa roba all’autunno e adesso stiamo crepando male. La panacea universale a ogni genere di difficoltà, però, è coltivare sani desideri. Io, in tutta sincerità, sto già pensando al Natale. Perché in fondo sono un’ottimista.
Ecco qua un po’ di cose che ho apprezzato – e che magari vorrei pure comprarmi o fare in modo che mio marito me le regali – nell’ultimo periodo.

Come di consueto, può capitare che ci siano aggeggi che ho scoperto, amato e scelto grazie alla solerte sollecitazione di un ufficio stampa o di un brand con cui sto lavorando volentieri. Li trovate segnalati con un agile *.

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Buone nuove all’orizzonte (soprattutto per i miei piedi): Scholl* continuerà a volermi bene e a farmi passeggiare con le sue multiformi calzature anche quest’autunno. Per un agile riassunto delle puntate precedenti, ecco qua i primi due post che sono usciti: UNO e DUE. Accantonando i sandali estivi in vista del ritorno di temperature adeguate e più clementi, sto scegliendo le scarpe da collaudare nei prossimi mesi. C’è di tutto – stivali e stivaletti compresi -, ma penso che partirò dalle sneakers, un po’ perché tra le mie necessità c’è quella di rincorrere un bambino velocissimo, e un po’ per soddisfare una curiosità quasi scientifica: le scarpe da ginnastica sono già, praticamente per definizione, le scarpe più comode che ci sono. A quali assurdi livelli di comodità può arrivare una scarpa da ginnastica Scholl? Ecco, spero lo scopriremo. Sono assai tentata dalle Charlize. Ci saranno in grigio e in nero (con gli sberluccichi metallici) e, indipendentemente dal colore, saranno dotate della consueta e saggissima tecnologia Memory Cushion – la soletta, in pratica, è studiata per redistribuire bene il peso e ammortizzare in modo ottimale la pianta del piede. In attesa di passeggiare in loro compagnia, ecco qua i primi modelli disponibili della collezione autunno-inverno.

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Chronicle Books sforna, in generale, libri pazzeschi – senza mai trascurare il feticismo innato che lega una vasta porzione della popolazione dei lettori ai libri in quanto “oggetti fisici”, oltre che vascelli per ogni possibile meraviglia. Ebbene, è da poco uscito un tomo illustrato di Jane Mount che celebra questa nostre fissazioni per tutto quello che è libresco. Si va dai gatti che hanno deciso di vivere nelle librerie ai negozi più belli del mondo, in un susseguirsi di colori, scaffali meravigliosi e libri ritratti al massimo delle loro potenzialità – in pila, insomma. Per farti capire che li devi ancora leggere.
Date un occhio a Bibliophile qui – c’è qualche immagine degli interni – o mettetelo nel carrello qui.

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Il mio entusiasmo per i grandi rettili preistorici è ormai di dominio pubblico. Tra una maglietta di Jurassic Park e l’altra, però, non ho di sicuro dimenticato l’altra mia surreale passione: LE STAMPE PAZZE. Ebbene, sono felice di comunicarvi che sarà un autunno gloriosissimo per chi ha intenzione di andare in giro con addosso dei dinosauri.
Le stampe in concorso sono due (più svariati accessori).
Tanto per cominciare, ci sono le camicette e i vestiti FAVOLA (sia midi che lunghi) di Ottod’ame.

Ma sul treno dei dinosauri – che è pure un cartone animato per bambini, lo trovate su Netflix – c’è anche Lazzari. Ogni anno, all’interno della collezione “principale”, c’è anche una capsule affidata a un’illustratrice. E a questo giro l’incombenza è toccata a Carolyn Suzuki, che ha deciso di deliziarci con questa fantasia che, personalmente, mi fa venire voglia di stramaledire il meteorite per averci privati di animali così mirabili.

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Non va bene per il mio iPhone, ma sono comunque felice di segnalarvi una cover di Tiger a forma di pavone.

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Nemmeno quest’estate sono riuscita a procurarmi una borsa di paglia. Ma la fissa per gli intrecci non mi è sicuramente passata. Mentre inizio a domandarmi se mai me ne libererò, ho deciso di appassionarmi agli accessori di Studio Sarta, un brand nato nel 2017 a Palermo. La “struttura” delle borse ricorda le sedie di paglia di una volta, ma in versione super minimal. I secchielli sono i miei preferiti. Ci sono diverse combinazioni di colori e sono tutti fatti in Italia con rattan, velluto (per il sacchettino-fodera) e pelle (per fibbie, manico e tutto il resto). Lui si chiama Pablo.

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Primark Beauty ha sfornato una linea di spazzole per capelli con le cattive Disney.
Ciao.
Addio.
Sogno di una vita.
Pettinami, Ursula. PETTINAMI.

Altroché arricciaspiccia!

Orbene, anche questa volta abbiamo finito.
Al prossimo tornado di desideri!

Ebbene, anche quest’anno siete stati gentili e favolosamente affabili. Senza bisogno di incoraggiamenti da parte mia, poi. Un paio di giorni fa sono usciti i risultati della prima selezione per i Macchianera Internet Awards e mi avete spedita per direttissima a militare tra i finalisti della categoria “Miglior sito letterario”.
Vi si vuole bene e siete molto efficienti, bisogna dirlo.

Non posso proprio lamentarmi della mia “carriera” ai MIA. Nel 2016 sono finita in finale sia per i libri che per Snapchat. Per Snapchat ho vinto… e non escludo che la cosa abbia contribuito ad affossare per sempre la piattaforma, almeno per quanto riguarda il recalcitrante bacino d’utenza italiano. L’anno dopo non c’era più la categoria Snapchat ma sono arrivata terza nella bellicosa compagine dei siti letterari. Ha vinto un portale con uno staff “vero” e, al momento di ritirare il premio, hanno pure proiettato una specie di video hollywoodiano dove dicevano chi erano e cosa facevano e il perché e i percome. Io, che parlo di libri in vestaglia per conto mio o, al massimo, scrivo dei post raccontando cos’ho letto in vacanza, mi sono molto meravigliata di essere arrivata comunque lì dov’ero. E senza manco un distacco così abissale, anzi.
Quest’anno, onestamente, non so cosa aspettarmi. Perché siamo – soprattutto su Instagram -, molti di più. Non peggiorare il terzo posto del 2017 potrebbe già rivelarsi un gran traguardo. E se poi facciamo meglio – chissà come -, evviva e gioia.

Non ho grandi argomenti per convincervi a tifare, me ne rendo conto, ma se vi va di sostenere la causa, qui c’è la scheda per esprimere le vostre garrule preferenze – fino al 6 novembre. Se non volete farlo per me, fatelo almeno per Alberto Angela.
Grazie da subito. Perché già finirci, in questa scheda, non è una faccenda per nulla scontata. Ecco perché siete e sarete per l’eternità dei cuoroni, indipendentemente dal risultato.
Per tutto il resto, alla pugna!

VOLEVO EMBEDDARE LA SCHEDA MA MI ESCE UN RIQUADRETTO STILE INCEPTION CON DENTRO DELLA ROBA CHE NON È LA SCHEDA QUINDI QUESTO GROSSO TESTO MAIUSCOLONE DIVENTERÀ UN LINK ALLA PAGINA DOVE SI PUÒ VOTARE CHE DIAMINE SÌ LO SO EMBEDDARE È UNA PAROLA ORRENDA MA TRASMETTE CON EFFICACIA IL CONCETTO APPREZZO LA VOSTRA PAZIENZA E VI ABBRACCIO CON TRASPORTO.

Tra le esternalità positive dell’aver figliato, almeno per me, c’è la possibilità di frequentare impunemente negozi di giocattoli di ogni genere. Comprando possibilmente delle cose, pure – al grido di SONO PER IL BAMBINO CHE COSA AVETE CAPITO.

Quando Nano Bleu mi ha scritto per invitarmi a fare un giro da loro allo scopo di procacciarmi un dono per Cesare e un nuovo pupazzo per il mio pregevole fotoromanzo digitale – per chi ancora non conoscesse PuPAZZI, la serie che ha cambiato per sempre il mondo dell’intrattenimento, nei contenuti in evidenza su Instagram c’è un pratico circoletto con le ultime puntate -, INSOMMA, quando Nano Bleu mi ha proposto di andarli a trovare sono stata investita da una felicità di rara potenza. Perché, a parte la sensatezza generale dell’operazione, ho ricordi antichissimi di quel negozio. Bimba bionda e occhialuta di Piacenza si reca periodicamente in gita a Milano con i pazienti genitori. E, dopo la tappa obbligatoria da Fiorucci, attraversavamo Corso Vittorio Emanuele per fare un giro da Nano Bleu, noto anche in provincia per la sua strabiliante selezione di peluche, fissazione che mi caratterizza dalla più tenera età.
Oggi, che di anni ne ho ben 33, a Milano ci vivo in pianta stabile e ne apprezzo ogni giorno di più la voglia di crescere, di inventare qualcosa di nuovo e di ospitare quello che di bello capita nel resto del mondo. Ma anche la volontà di continuare ad essere accogliente per le realtà indipendenti, che con la loro presenza hanno spesso fatto la storia di una via, di una piazza o di un pezzo di città. Ecco, Nano Bleu è un po’ un posto così. Una specie di istituzione, una vera attrazione (che potrei comodamente definire “turistica”, nella miglior accezione del termine) e, per chi è stato fortunato quanto me, una macchina del tempo tra le meglio riuscite.

Il negozio è stato fondato nel 1949, all’indomani della ricostruzione di piazza San Carlo al Corso, completamente rasa al suolo durante i bombardamenti della seconda Guerra Mondiale. Nano Bleu non ha mai cambiato indirizzo, né “categoria merceologica”. Vende giocattoli da sempre e, per la perseveranza ultracinquantenaria, si è guadagnato il titolo di “Negozio storico” – l’unico di Corso Vittorio Emanuele. Bancone e vetrine sono ancora quelle d’epoca, mentre gli interni sono cresciuti, con la recente aggiunta di un terzo piano piuttosto mastodontico. Prima di parlare della giraffa di tre metri e venti che campeggia nel bel mezzo dell’anfiteatro dei peluche, vi informerò anche sugli indefessi orari d’apertura – sempre, in sintesi – e sulla possibilità di farsi consegnare gli acquisti a domicilio per chi abita a Milano.

Insomma, c’è dell’impegno. E la giraffa ha anche un amico orso del peso di (credo) seicento chili che siede serafico in vetrina a beneficio dei passanti. Ci sono tanti giochi che appaiono con marziale regolarità nelle pubblicità in televisione, ma anche giocattoli (e sono la maggioranza) selezionati con evidente cura e attenzione. Insomma, chicche avvincenti e Superpigiamini. Il mix funziona, soprattutto per l’atmosfera e per la concentrazione altissima di potenziali meraviglie. E un negozio così, che tiene aperto in Corso Vittorio Emanuele, penso sia una specie di tesoro da preservare.
Grazie per l’ospitalità, Nano Bleu. Siete meglio di come vi ricordavo.
:3

***

Per coordinate, orari e informazioni puntualissime, vi consiglio l’agile visita al sito del negozio.

 

Per la rubrica “un saggio che si legge come un romanzo” – ma anche un po’ “che scoperta, è narrative non-fiction!” -, eccoci qua con Essere una macchina di Mark O’Connell, in uscita il 18 settembre per Adelphi con la traduzione di Gianni Pannofino e l’ambizione del tutto accidentale di consolarci e/o terrorizzarci mentre attendiamo la nuova stagione di Black Mirror.
Perché sì.
Questo libro è come una versione giornalisticamente attendibile e ben documentata di Black Mirror e, nello spazio condensato di un racconto di viaggio alla scoperta del movimento transumanista, ci accompagna anche lontanissimo, alla volta di una frontiera filosofico-tecnologica che persegue un fine ultimo a dir poco ambizioso: sconfiggere la morte. Per sempre.

Qualche passo indietro. Il transumanesimo è, in estrema sintesi, un movimento che punta al prolungamento indefinito della vita umana. I transumanisti intervistati da O’Connell – che per il libro viaggia in lungo e in largo per gli Stati Uniti, partecipando a conferenze, incontrando i personaggi più disparati e salendo anche a bordo di un elegante camper a forma di bara – non approcciano il tema in maniera univoca, perché assai complicata è la natura del problema che intendono risolvere. Ci sono transumanisti che propendono per il congelamento criogenico del corpo e transumanisti che, impegnandosi a livello accademico nella ricerca neurologica, coltivano anche l’ambizioso progetto di riprodurre a livello digitale il funzionamento del cervello per poi poterlo caricare su un supporto indipendente dall’involucro di origine – o da un qualsiasi involucro, volendo. Ci sono transumanisti, poi, che disprezzano la natura imperfetta dell’organismo umano (colpevole di un fisiologico deterioramento che conduce in maniera per ora inevitabile alla nostra dipartita) e tentano di modificarlo e di potenziarlo, elevando a valore supremo il potere dell’intelletto sulla “carne”.
Avversione per la morte a parte, però, tutti i transumanisti sembrano essere accomunati da quella che somiglia molto a una professione di fede. I transumanisti vogliono esistere il più a lungo possibile perché è solo rimandando la morte che sono certi di poter accedere a un futuro in cui la morte verrà definitivamente debellata. In questo scenario, infatti, la tecnologia avrà raggiunto il suo orizzonte ultimo, una sorta di punto di fuga dal quale sarà libera di progredire a ritmi esponenziali – autogenerandosi, autogestendosi, autoreplicandosi. E risolvendo per noi tutto quello che non siamo ancora riusciti a controllare. La “Singolarità”, questo grande evento che cambierà per sempre le sorti del genere umano, è l’obiettivo da raggiungere per afferrare l’eternità. L’importante è arrivarci – vivi o congelati – per avere la certezza di essere rianimati o di poter usufruire efficacemente delle conquiste scientifico-informatiche.

Pazzi? Visionari? Squilibrati?
Chi lo sa.

Il garbatissimo scetticismo e la curiosità giornalistica di O’Connell ci accompagnano per tutto il libro. E la galleria di personaggi che l’autore incontra è a dir poco stupefacente. Molti operano, lavorano o raccolgono INGENTI fondi nella Silicon Valley – “bacino di utenza” particolarmente ricettivo nei confronti della causa transumanista forse per il suo già strettissimo rapporto con la tecnologia, per la tendenza a intraprendere imprese titaniche partendo dal garage di casa e per l’affinità già consolidata con l’inorganico, il virtuale e il meccanico.
Ci sono transumanisti a Google, come ci sono transumanisti che amministrano le ultime volontà dei guru dell’informatica (e dei più ricchi fra gli ottimisti) dalla periferia di Phoenix, dietro la scrivania del più grande impianto di criogenizzazione degli Stati Uniti. La Alcor può tenervi in sospensione fino al sopraggiungere della Singolarità per 200.000$ (se volete surgelarvi tutti interi) o per 80.000$ (se vi interessa surgelare solo la testa). Ci sono transumanisti nei centri di ricerca neurobiologica delle maggiori università americane che studiano l’architettura del nostro cervello con la speranza di riuscire a farlo “girare” su un supporto diverso dal nostro corpo, destinato a deperire.
Il futuro dei transumanisti, infatti, non è solo un mondo dove, ad esempio, le malattie letali non potranno più nuocerci, ma è un’epoca in cui la nostra mente sarà libera di assumere la forma che preferisce, grazie all’upload su corpi artificiali o alla possibilità di lasciarla fluttuale in uno spazio virtuale potenzialmente infinito.

Da fan della fantascienza e da profonda conoscitrice delle tre leggi della robotica di Asimov (con tutte le menate che ne conseguono) non potevo non lasciarmi risucchiare da questo viaggio, che somiglia – paradossalmente – molto più alle opere di finzione letteraria o filmica che in ogni tempo si sono interrogate sul futuro che a qualcosa di oggettivamente plausibile o “reale”.
Eppure i transumanisti ci sono. Si incontrano a conferenze. Ricevono finanziamenti milionari. E si candidano alla presidenza degli Stati Uniti con una campagna elettorale basata su un unico argomento: dire basta alla morte.
Essere una macchina è un lavoro di ricerca complessissimo e affascinante che, nonostante il tema non proprio immediato, risulta assolutamente comprensibile. E assai fascinoso. O’Connell riflette insieme a noi sul destino della coscienza, sul ruolo delle macchine e della tecnologia nel nostro presente (per intravederne le possibilità o i rischi futuri) e, in ultima istanza, sul valore che attribuiamo alla vita e al tempo, pilastri portanti della nostra permanenza sulla Terra.
Che cos’è una persona?
Un involucro per la mente?
Un sofisticato sistema per la raccolta di stimoli e per l’elaborazione di reazioni?
Una forma primitiva di superuomo immortale?
Le risposte del transumanesimo sono tante. Spesso poco plausibili, a volte terrificanti, sempre estreme. Ma immancabilmente fiduciose e tenaci. Due caratteristiche che, nonostante gli sforzi per revisionare e migliorare le nostre obsolete carcasse, sono quanto di più umano possa esistere.

Leggetevi Essere una macchina.
Che magari la Singolarità non arriva… ma se arriva conviene sapere che cosa sta succedendo. :3

Allora, avere un infante comporta svariate e articolatissime responsabilità. Si va da quelle della sussistenza più basilare – la creatura deve mangiare, dormire, lavarsi e indossare dei vestiti puliti – a quelle relative all’apprendimento, al gioco e, più in generale, alla felicità e alla gioia. In entrambi i casi, bisogna industriarsi. Anche con una certa creatività. Perché non è detto che somministrare al proprio luminoso erede un piatto di penne al pomodoro richieda meno estro rispetto all’organizzazione di un teatrino delle marionette, certe volte. Cesare, per mia fortuna, mangia come un facocero senza farsi pregare particolarmente e, grazie al cielo, ha anche deciso di non aver più bisogno di essere cullato per un’ora e mezza in attesa del sopraggiungere del sonno, migliorando di molto la tenuta strutturale delle nostre schiene e dandoci finalmente la possibilità di sfoderare tutti i libri di favole che possediamo. In altri frangenti, però, il nostro spirito di inventiva resta indispensabile. Perché i piccoli umani vanno intrattenuti, e non possiamo di sicuro aspettarci che faccia tutto la scimmia George. La scimmia George va bene quando sei da sola in casa e devi preparare la cena, ma una volta riempito lo stomachino son fattacci tuoi. BISOGNA GIOCARE. Bisogna assecondare i movimenti delle macchinine. Bisogna lanciare palloni di ogni forma e dimensione. C’è il nascondino. Ci sono le costruzioni. Ci sono le robe sonore da schiacciare. Ci sono i balletti e le canzoncine. I carrettini. I puzzle con le bestie. I puzzle fatti a cubo. Il Didò. I pennarelli per scarabocchiare. Le impenetrabili barriere di cuscini. I libri con le finestrelle da finestrellare. I libri che ti spiegano il mondo e come si chiamano le cose. I pupazzi. Ci sei pure tu, tutta intera, che devi trasformarti a comando in un cavallo e passeggiare per casa con tredici chili di bambino EUFORICO sulla groppa.
E fin qui, va bene.
La faccenda molto CHALLENGING, però, è rinfrescare il repertorio ludico. Perché, certo, ci sono dei giochi preferiti che faremo credo PER SEMPRE – temo -, ma mica possiamo adagiarci sugli allori della routine. Gli infanti crescono e le curiosità si evolvono. E tu devi adattarti, estraendo dal cilindro nuove occupazioni e rivedendo il palinsesto dell’intrattenimento per evitare che le minuscole sinapsi del bambino si cementino. Perché bisogna provare, almeno vagamente, a star dietro a tutte le cose nuove che conosce e che sa fare.

Visto però che noialtri abbiamo un po’ dimenticato quella storia della meraviglia che solo la mente di un giovane virgulto sa cogliere anche nel più banale degli anfratti della creazione, ogni suggerimento è utile. Ogni supporto, invenzione o stampella creativa è da considerarsi un’ancora di salvezza nel burrascoso mare del COSA DIAVOLO POSSO ESCOGITARE ANCORA. E il cavallo l’abbiamo fatto. E nasconderci ci siamo nascosti. E i travasi ok. E il libro con gli animali bene. E quello con le filastrocche pure. CHE COSA POSSO FARE PER TE PICCOLO KRAKEN DIMMELO MALEDIZIONE.
Ebbene, ci sono mezzi a nostra disposizione.
Qualche tempo fa, è iniziata la mia avventura con Canon alla scoperta di un progetto da mamma, il Creative Park. Visto che con Canon siamo già amici da tempo e che, per i fatti miei, uso da mesi e con immensa felicità la loro app per lo smistamento (all’interno della famiglia) delle foto e dei video di Cesare – se volete documentarvi, si chiama Lifecake… liberatevi dalla schiavitù dell’invio multiplo di prodotti multimediali a nonni, zii e parenti lontani -, ho accettato di buon grado. Sono stata dotata di una stampante Pixma e sono partita all’avventura.

Ma che si può fare, in sintesi?
Creative Park è una piattaforma in cui Canon ha raccolto – con l’ausilio di creativi, designer e artisti dell’origami di caratura galattica – una serie di progetti ludico-ornamentali da fare con le proprie creature, usando semplicemente la carta, le immancabili forbici con la punta arrotondata e un po’ di colla. Tutti i progetti sono gratuiti, scaricabili e stampabili (istruzioni comprese) e hanno il nobile scopo di intrattenere i nostri pargoli con attività di vario tipo. Ci sono i disegni da colorare, le bestie da costruire, le grafiche da appiccicare al muro per rendere più gioiose le camerette, i modellini da far volare e le giostrine da far penzolare sui lettini. È una specie di enciclopedia tematica di strumenti per generare divertimento “manuale” e di risorse fai-da-te per riempirsi i muri di casa di teste di tirannosauro. O di comodi metri per misurare quanto crescono i nostri benedetti figli. Si può spulciare tutto il “cataologo” e si possono anche consultare le raccolte tematiche – a questo giro, per esempio, c’erano i gruppi di lavoretti coi dinosauri e pure quelli sullo spazio, coi razzetti e i pianeti. LA VITA.

Cosa abbiamo scelto noi? Cesare raggiungerà il ragguardevole traguardo dei due anni a settembre, quindi non posso aspettarmi che faccia “attivamente” gli origami. Può, però, beneficiare del risultato. Quindi mi sono stampata diversi pennuti da fargli saltellare davanti – visto che tra le nostre onomatopee preferite c’è indiscutibilmente CIP CIP – e, nella speranza di espandere le sue capacità verbali e/o definitorie, ci siamo anche lanciati con baldanza sui blocchetti di carte con gli oggetti e la fauna. Non paga, ci siamo anche dotati di allegre bandierine dal grande potenziale decorativo e di una foca che sta lì ad aspettare che qualcuno le tiri dei cerchi colorati sul naso.

Insomma, c’è varietà. E ci sono le basi per sentirsi più estrose di Dodò dell’Albero Azzurro. Il Creative Park è in grado di sopperire a tutte le esigenze ludico-educative dei nostri figli ed è pure garanzia di un’ammissione alla Normale di Pisa con quindici anni buoni di anticipo? No, ma mi pare una risorsa utile per genitori che, molto umanamente, possono aver bisogno di una spintarella sul lato creativo e che vogliono aggiungere qualche freccia al loro arco. Rinfrescare il repertorio, gente. Rinfrescare il repertorio!
Con la sentita speranza di aver segnalato qualcosa di utile a chi ormai ha giocato pure con le piastrelle del pavimento, torno a incollare le ali a un parrocchetto canterino e a pianificare un’intera Arca di Noè di bestiole pieghevoli e variamente rimbalzanti.
:3

Sto per partire, incredibile ma vero. E quest’anno, forse, riuscirò anche a riposarmi vagamente – nonostante l’adorabile ma impegnativa presenza dell’erede. A grande richiesta (sul serio, mica racconto panzane), arriva dunque l’elenchino di libri che avrei l’ambizione di leggere in agosto. Fallirò? Ne leggerò uno in croce e mi sentirò scema come una roccia? È possibile. Ma non demoralizziamoci anzitempo. Ecco qua una lista ultra-aspirazionale di romanzi e/o vari prodotti editoriali accumulati negli ultimi mesi e inesorabilmente rimandati “a quando potrò finalmente buttarmi a pancia per aria”. Non li ho ancora letti, ma per una serie di ragioni vorrei farlo. E magari verrà voglia di farlo anche a voi. In chiusura, poi, troverete qualche fulmineo consiglio per letture estive già collaudate e dunque raccomandatissime.

Ma procediamo, che se no mi rubano il posto a bordo piscina e l’infante mi scappa prima che possa cospargerlo di protezione OTTOMILA.

***

DIVERSI LIBRI CHE VORREI LEGGERE MOLTO

Beatrice Mautino
Il trucco c’è e si vede
(Chiarelettere)

Una biotecnologa e divulgatrice scientifica – molto istruttiva anche su Instagram – tenta di diradare le possenti nebbie del marketing sensazionalistico per aiutarci a decifrare meglio quello che ci spalmiamo in faccia. Dalla cosmesi al BIUTI, una piccola e rigorosissima guida per spendere soldi (spesso parecchi) in maniera più consapevole e saggia.

*

Alan Rauch
Il delfino
(Nottetempo)
Traduzione di F. Conte

L’ultimo arrivato nel serraglio della collana Animalía di Nottetempo: un imprescindibile saggio zoologico-culturale sul delfino. Dalle doti acrobatiche ai risvolti mitologici, dalle leggende all’arte, una storia ragionata e super estrosa di una bestia acquatica che sembra meritarsi da centinaia di anni la nostra più sincera fascinazione.

*

Simone Lisi
Un’altra cena
(Effequ)

Quattro amici e quattro atti per raccontare una cena. Chiacchiere quotidiane che diventano passettini verso una specie di abisso in cui le cose che non ci diciamo restano in agguato. Vorrei leggerlo anche solo per capire se i commensali, alla fine, riescono a digerire.

*

Gail Honeyman
Eleanor Oliphant sta benissimo
(Garzanti)

Traduzione di S. Beretta

Mi pare di capire che Eleanor Oliphant sia piaciuto a tutti. Il che, di solito, è una roba che mi insospettisce. Comunque, la storia è quella di una ragazza un po’ svitata e solitaria che parla solo con una pianta in vaso e tiene tutti a debita distanza, convincendosi che l’autarchia emotiva sia la chiave per superare il grande trauma che l’ha segnata. Ma che succede quando qualcuno tenta finalmente di rompere il guscio? Non ne ho idea, ma vorrei scoprirlo… sperando che Eleanor non diventi la nuova Amélie Poulain.

*

Michele Mari
La stiva e l’abisso
(Einaudi)

L’opera di recupero degli arretrati di Mari prosegue con caparbia gradualità. Tanti romanzi non sono stati ristampati per parecchio tempo ed erano praticamente introvabili… ma il vento pare essere cambiato. Anche se di vento, in questo libro, pare essercene ben poco. La storia si svolge su un galeone spagnolo inchiodato dalla bonaccia in un angolo remoto d’oceano. Il racconto segue la diffusione di una follia strisciante e misteriosa che si impadronisce lentamente dell’equipaggio, mentre il capitano – bloccato nella sua branda -, tenta di districarsi nei meandri di una realtà allucinatoria e sconosciuta.

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Michael Crichton
I cercatori di ossa
(Longanesi)

Traduzione di D. Comerlati

Che vi devo dire, Il regno distrutto è piaciuto solo ad Amore del Cuore. Chissà che cosa direbbe Crichton di Jurassic World e seguiti vari, CHISSÀ. Ma non soffermiamoci su domande che non avranno mai risposta. Leggiamo, piuttosto, il primo romanzo a base di dinosauri del compianto creatore di Jurassic Park. La storia è ambientata nel selvaggio West nel 1876. Qui, in mezzo alla polvere e a indiani battaglieri, un paleontologo si accinge a riportare alla luce una scoperta sensazionale, che gli verrà però contesa da una spedizione rivale, pronta a tutto per fargli le scarpe. E forse anche la pelle.
I cercatori di ossa è una specie di evento. Il libro, infatti, è stato “rinvenuto” – non si sa se sottoterra o no – dieci anni dopo la morte dell’autore e non era mai stato pubblicato da nessuna parte.

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Elena Ferrante
L’amore molesto
(E/O)

Della Ferrante ho letto solo la quadrilogia dell’Amica geniale. E, onestamente, vorrei approfondire. E/O ha inaugurato da qualche mese una collana – Le Cicogne – che raccoglie i titoli più emblematici e “famosi” della casa editrice. E il libro che ha fatto conoscere la Ferrante al grande pubblico non poteva mancare. Sempre ambientato a Napoli, L’amore molesto è la storia del rapporto vastissimamente problematico tra una madre (che si ammazza) e una figlia che cerca di sottrarsi al potere soverchiante del loro rapporto.

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Teju Cole
L’estraneo e il noto
(Contrasto)

Traduzione di G. Guerzoni

Teju Cole è un intellettuale a tutto tondo. Fotografo, narratore, artista e viaggiatore, è una delle penne più eclettiche e curiose del panorama culturale contemporaneo. L’estraneo e il noto è una raccolta di articoli e piccoli reportage – mai comparsi in Italia – in cui Cole affronta temi diversissimi, toccando argomenti di pressante attualità (come il movimento Black Lives Matter) e rileggendo gli eventi più disparati attraverso la lente della creatività e della riflessione artistica.

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Isaac Bashevis Singer
Satana a Goraj
(Adelphi)

Traduzione di A. Dell’Orto

Un testo di rara potenza linguistica, fatto di foschi presagi e vasti misteri. Siamo nel 1666, tempo di fedi ferventissime, paesaggi desolati, maledizioni e catastrofi. Sprofondare nel peccato e nell’oscurità per riemergerne purificati: gli ebrei polacchi della piccola comunità di Goraj attendono l’arrivo (profetizzatissimo) del nuovo Messia, che porrà fine al loro Esilio e li condurrà nuovamente in Terra Santa. Peccato che a tirare le fila della sfrenata deriva morale di Goraj ci sia il diavolo in persona e che nessuna promessa, quando c’è di mezzo Satana, può dirsi sacra.

*

Tristan Garcia
7
(NN)
Traduzione di S. De Sanctis

Qui basta proprio “il concept” del libro. Sul mercato c’è una nuova droga. Se la prendi avrai la possibilità di ritornare al tuo “schema cognitivo” dei trent’anni, dei venti o dei dodici. Non ho idea di come questa roba possa svilupparsi all’interno di una narrazione o che cosa diamine capiti partendo da queste premesse, ma sono già travolta dalla fascinazione.

*

Piero Angela
Il mio lungo viaggio
(Mondadori)

L’autobiografia di Piero Angela. Non penso sia necessario aggiungere altro.

*

Tara Westover
L’educazione
(Feltrinelli)

Traduzione di S. Rota Sperti

La vicenda di Tara Westover è così incredibile che, sulle prime, ero convinta che L’educazione fosse un romanzo e non un memoir. Cresciuta in una famiglia di mormoni in mezzo alle montagne dell’Idaho, Tara vive all’interno di un microcosmo completamente scollato dalla realtà. In casa non ci sono libri e non ci sono giornali. Andare a scuola è vietatissimo, la medicina “scientifica” è bandita e le uniche occupazioni possibili per lei e per i fratelli sono aiutare i genitori a mandare avanti il rottamaio del padre o bollire erbe per la madre guaritrice. A diciassette anni, però, Tara scopre un’alternativa… e sceglie di emanciparsi con l’unica arma su cui può ragionevolmente mettere le mani: l’educazione.

*

C. S. Lewis
Lontano dal pianeta silenzioso
(Adelphi)

Classicone della fantascienza. Un professore di filologia viene rapito da due scienziati e trasportato su un altro pianeta, Malacandra. Il professore riuscirà a fuggire e partirà per una personalissima esplorazione del mondo su cui è coercitivamente capitato. Incontrerà le creature più impensabili che, condividendo con lui i segreti del loro pianeta, gli sveleranno in realtà il grande mistero della Terra, “pianeta silenzioso” che ha smesso ormai da millenni di comunicare con gli altri mondi.

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Eleonora C. Caruso
Le ferite originali
(Mondadori)

Per la rubrica “Esperimenti arditi”, tuffiamoci nel groviglio della più subdola seduzione. Dunque, trattasi di complicatissimo triangolo sentimentale con devastante resa dei conti finale. Anzi, quadrangolo. Anzi, facciamo così: c’è un bellissimo ingannatore. Si chiama Christian. Christian sta, contemporaneamente, con Dafne – che studia medicina -, Davide – che studia ingegneria fisica – e Dante – un fascinoso quarantenne con famiglia e una RAL assai robusta. Nessuno dei tre, ovviamente, è a conoscenza della vastità delle panzane che Christian – tra un’ondata e l’altra di euforia/autodistruzione da disturbo bipolare – va loro spiattellando. Che accadrà? Ne usciranno mai? Ne usciranno interi? Chissà.

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LIBRI CHE HO GIÀ LETTO (PIÙ O MENO RECENTEMENTE) E CHE SECONDO ME SONO VACANZIERI E MERITEVOLI

Valeria Fioretta
Se tu lo vuoi
(Piemme)

Dunque, seguo Valeria ormai da qualche anno. Amo il suo blog e mi piace ascoltarla dai remoti albori di Snapchat. Sono molto contenta che sia riuscita a trovare il tempo di scrivere un romanzo e sono ancor più felice di averlo apprezzato. Perché quando qualcuno che “conosci” – anche solo virtualmente – scrive qualcosa la faccenda si fa sempre spinosa. Vorresti avere la possibilità di parlarne bene, ma mica è detto che escano sempre delle meraviglie. Niente, Valeria mi ha fortunatamente liberata dall’imbarazzo scrivendo un libro godibilissimo. È una storia di sentimenti, di cuori che si aggiustano e di avventure cittadine estive (in quel di Torino). La protagonista, Margherita, viene brutalmente mollata da un uomo che le piaceva parecchio – e che aveva cercato di irretire con ogni mezzo, fallendo -, evento che la fa sprofondare repentinamente in una specie di rabbiosa letargia da abbandono. Si riprenderà facendo una cosa lontanissima dal suo “personaggio”: la tata per una bambina sveglia ma molto riservata, figlia di un papà single. Già, l’impianto è da commedia romantica… perché sì, è una commedia romantica, alla fin fine. E funziona bene. È un libro leggero (nell’accezione più positiva del termine) e spigliato, pieno di battute sagaci e di sinceri interrogativi sullo stare al mondo. Si legge volentieri, Valeria ha una voce narrante molto caratteristica e si finisce per fare il tifo per Margherita… il che è un ottimo segno, perché ci si affeziona veramente solo ai personaggi che funzionano.
Portatevelo in spiaggia insieme a un bricco di Estathé. La morte sua.

*

Marco Marsullo
Due come loro
(Einaudi)

Altro romanzo ad alto tasso di ombrellonabilità, con tanto di Dio in camicia hawaiana e Diavolo che stappa ottime bottiglie di rosso. Non è un libro che vi spalancherà reami inesplorati dell’interiorità, ma la storia è piacevolmente caciarona, nonostante la posta in gioco sia la salvezza eterna delle anime. Come funziona? C’è un tizio piuttosto derelitto e cialtrone – che risponde all’improbabile nome di Shep – che serve (a insaputa delle controparti) sia Dio che il Diavolo. Il suo compito, per entrambi, è quello persuadere gli aspiranti suicidi a gettarsi di sotto (un punto per il Diavolo) o a scendere dal cornicione (un punto per Dio), garantendo così l’equilibrio ultraterreno. Shep, che ancora non si è ripreso dalla rottura con l’amatissima Viola, si barcamena in questo scenario impossibile, facendo del suo meglio per non farsi stramaledire da nessuno dei due importanti committenti e cullando perennemente il sogno di riconquistare la fidanzata perduta – ormai instradata verso una nuova vita.
Portatevelo a bordo piscina – ma solo la piscina è piena di smandrappone come quelle che piacciono a Dio – o in cima a un vulcano. In ogni caso, non scordate il salvagente e non sporgetevi nel cratere.

*

Jean Echenoz
Inviata speciale
(Adelphi)

Traduzione di F. Di Lella e L. Di Lella

Echenoz ha una scrittura che, lì per lì, potrebbe anche risultare fastidiosa. Perché è perennemente arguto. In maniera quasi sfiancante. Ogni frase è un piccolo mondo in miniatura dove ogni nevrosi, stramberia o dettaglio insolito vengono amplificati fino ad ottenere un festival dell’assurdità umana. Ciò detto, è così bravo che stai lì e ti sciroppi tutto. Questo libro è una specie di spy-story surreale, che si apre con il sequestro di una bella donna – con poco senso pratico – e si sviluppa in maniera ancor più imprevedibile, trasformandosi in un tentativo di destabilizzazione della Corea del Nord. Lo so, sembra una barzelletta, ma Echenoz vi tira scemi fino alla fine, nonostante le estenuanti descrizioni della vastissima rete metropolitana parigina.

*

Temo di essere stata eccessivamente ambiziosa. Ma il buonsenso è palesemente una virtù che non mi appartiene. Quindi metto in valigia… e parto. Sperando di aver scelto bene.
La vostra brama di mamozzi da leggere non si è ancora placata? Date un occhio alle numerose liste e recensioni che popolano coraggiosamente la categoria Libri e il video-archivio dei #LibriniTegamini. E godetevi delle corroboranti vacanze all’insegna della miglior nullafacenza.

I giretti estivi del tardo pomeriggio sono impagabili. Fa meno caldone, ci si può meravigliare a lungo del magico (per quanto astronomicamente spiegabilissimo) fenomeno della luce che resiste fino alle nove passate, è lecito bere dei MOITI, c’è un po’ di margine di manovra per entrare nei negozi e le zanzare non sono ancora in pieno assetto da combattimento.
Che paciosità.
Trovando particolarmente corroboranti tutti questi preziosi fattori ambiental-geografici, una delle mete che preferisco è la zona di Porta Genova – Navigli e dintorni, insomma. I Navigli sono vispi e celano angoletti di rara gioia? MA VA. CHE SCOPERTA. GUARDA CI HAI CAMBIATO LA VITA. SVOLTA! STUPORE, PROPRIO!
Ebbene, poterci arrivare a piedi da casa è una fonte di perpetua felicità. E, dopo averli perlustrati in lungo e in largo, è anche assai piacevole rendersi conto di aver individuato dei solidi punti di riferimento. Quindi sì, mi piace vagare sui Navigli. Ci vado regolarmente e mi fermo pure in cima ai ponti per fare le foto. Insieme alle giapponesi con la visiera, alle fashion blogger col cestino di paglia e agli scandinavi che si mettono a tavola alle 17.45. E buon per me.

Come forse già saprete, poi, ho fatto amicizia con Scholl… in nome di una deambulazione più confortevole ma comunque esteticamente appagante. Visto che l’approccio del primo post è stato un po’ più “metodologico” – vedi: perché siamo qui e perché ci stiamo occupando con gioia di queste calzature -, per il secondo articolo ho deciso di affrontare il collaudo uno spirito decisamente più turistico, raggruppando qui le mie mete preferite del circondario Navigli. Anche perché, diciamocelo con sincerità, i ciottoli tondi che ci sono in terra sono molto belli, ma camminarci su è la morte. Idem per la pavimentazione della Ripa: pavé sconnessissimo CON BINARI. Insomma, quale luogo migliore per mettere definitivamente alla prova dei sandali (non eccessivamente “sportivi”) e per sfornare una listina di luoghi meritevoli da visitare? 
Ma strutturiamoci.

  • Approccio generale al quartierino
  • Posticini per bere
  • Posticini per mangiare
  • Posticini dove spendere dei soldi
  • Coordinate sandalesche

Che programma, gente. Che programma.

Approccio generale al quartierino

Per vagare sul Naviglio si può arrivare con la metro da Porta Genova o iniziare il giro da Piazza Ventiquattro Maggio, ma la cosa importante, secondo me, è passeggiarselo tutto. Prima da un lato e poi dall’altro. Aggiungendoci pure via Vigevano e relative traverse. Dopo un primo moto di insofferenza verso la fila di bar super attrezzati per gli aperitivi-mangiatoia, vi troverete in più degna compagnia. E numerosi locali o negozi – che sicuramente dimenticherò di elencare qui – sapranno sorprendervi, spuntando anche un po’ all’improvviso. Per beneficiare del mercatino sul Naviglio Grande, poi, tenete d’occhio il calendario. Di sabato ci sono le bancarelle, ma il mercatone “vero” dell’antiquariato c’è solo l’ultima domenica del mese.

Posticini per bere

Ora, quand’ero all’università puntavo a spendere poco e a riempirmi il piatto di cous-cous mollicci, frittate umide, patate al forno salatissime e pizzette gommose. Seduta su un cubo di legno ben poco ergonomico o su uno sgabello tagliachiappa. Ma il tempo dei baracci è finito. Sono una signora, ormai. Se esco, voglio bere un cocktail pieno di ingredienti super curati, preparato come si deve e, possibilmente, accomodandomi in un luogo ameno. Inizio dal MAG perché risponde a tutte queste caratteristiche (più gli arredi pazzi e il menu che vi arriva dentro a improbabili libri da bancarella) e perché le foto le abbiamo fatte lì. Mica scemi.

Sandalini Floralie con le pietruzze e un WONKY EYE non provocato dal bicchiere di bianco, giuro. Tutta farina del mio sacco. 

Non tocco terra coi piedi, ma che ilarità!

Alternative altrettanto valenti per quando non trovate posto al MAG: il Banco sul Naviglio Grande e Ugo in via Corsico.

Posticini per mangiare

Non sto più dietro alle nuove aperture con il ritmo di una volta, perdonatemi. Ma sono comunque riuscita a sviluppare un mini-elenco di preferiti. Sarò banale, ma Temakinho mi piacerà in eterno. Nippo-brasiliano, roll buonissimi e non noiosoni, più il sacrosanto diritto di pasteggiare a caipiroske: la vita. Bisogna prenotare settantasei anni prima e hanno una “turnazione” che un po’ mette l’ansia, ma si mangia bene e c’è gioia.
Cambiando genere, un posto in cui siamo tornati diverse volte – con prole al seguito, anche – è The Brisket. Barbecue texano originale (quindi carne cotta a bassa temperatura per tantissimo tempo) e menu composto esclusivamente da succulento confort-food. Non siamo mai capitati nel tavolone di pietra fosforescente, ma vi auguro di finirci.
Pizza? I Capatosta sul Naviglio Grande (per la pizza napoletana), Berberè in via Vigevano (se dovete invitare fuori Wes Anderson) e Spontini che affaccia sulla Darsena (se digerite bene e se vi incuriosiscono le istituzioni milanesi).
Varie ed eventuali? Tokyo Table per salvarvi dagli OLIUCHENIT ciabattoni, The Meatball Family per polpette VIULENTE (è il ristorante di Abatantuono e va bene per serate cicciarde) e Taglio, una salumeria/bistrot/ristorante dove ci schieriamo anche per il brunch.
E, visto che non ho mai dimenticato il panino con le panelle che ho mangiato a Catania, sto scalpitando per far visita a FUD in via Casale. Ha aperto pochi giorni fa, ma penso abbia già migliorato la vita di innumerevoli milanesi.

Non mi sono ancora giocata la didascalia definitiva (anche a nome dei miei piedi tozzissimi): CHE BENESSERE.

Posticini dove spendere dei soldi

Dunque, mi pare doveroso cominciare da un cortile. Alzaia Naviglio Grande numero 4. A parte il contesto scenograficissimo e ricco di rampicanti, troverete lo stupefacente Così Cozy – un negozio di oggettistica e design vintage con un occhio particolare all'”americana” – e Anthropology, abbigliamento e accessori super selezionati e molto MODAH…ma non banali. Vado a frugarci sempre perché vendono uno dei miei brand preferiti per le stampe assurde (Nice Things Paloma S.). All’inizio di Vicolo dei Lavandai, poi, c’è Minuit. Non so bene come descriverlo, Minuit. Potrei risolverla rapidamente dicendo che non solo mi metterei tutto quello che vendono, ma che andrei anche volentieri a viverci dentro.
E le librerie? Non facciamoci mancare niente. All’angolo con via Corsico c’è la sede storica del Libraccio – il primo punto vendita è stato proprio quello -, che si è ormai espanso coprendo più o meno un centinaio di vetrine. Potrete frugare nella libreria dell’usato malridotto ma affascinante, nella libreria specializzata in illustrati e libri d’arte e nel negozio “delle novità”. Se siete più affezionati a fumetti, graphic novel e manga (e magari sclerate pure per il merchandising e i Funko Pop), all’angolo con via Casale c’è SuperGulp, un’altra istituzione cittadina.

Ciao, sono la foto che spezza un paragrafo lungo.

Spostandoci sulla Ripa, poi, il luogo magico per eccellenza è Nipper. Antiquariato, modernariato, design storico, aggeggi meccanici, tecnologie più o meno arcaiche. Si va dalle macchine da scrivere alle pompe di benzina, dai grammofoni alle insegne al neon. Gioia grande. Tornando ai vestiti, poco più in là c’è Lo Show Room, un negozio all’apparenza piuttosto anonimo (se paragonato ai fantasmagorici rivenditori di vintage della Ripa) ma pieno di capi estrosi e di ottima qualità. L’ultima volta che ci sono passata mi sono arrabbiata tantissimo perché il vestito FAVOLA con le gru piumate che volevo era ovviamente già stato venduto. Me lo dovevo comprare subito, maledizione.
Sul fronte via Vigevano, invece, il mio nuovo posto preferito è Tenoha, lo store-ristorante giapponese. Spazio meraviglioso, assortimento avvincentissimo di prodotti artigianali importati – dalle ceramiche ai tenugui – e un doveroso occhio di riguardo alla cancelleria. L’approccio è minimalista e non kawaii, ma direi che non possiamo lamentarci. Sempre in via Vigevano ci sono I See – occhialeria celeberrima per la sua vetrina e per l’estroso approccio all’ottica – e, al 35, Garden K, un raccoglitore di curiosità e capi quasi unici.
E direi di concludere assegnando l’ambito Premio Eclettismo a Brandstorming, un “collettore” di proposte handmade. Gioielli, prodotti in tessuto, artigianato artistico e, in generale, oggetti con una storia da raccontare.

Thinking of patatine.

Coordinate sandalesche

I sandali che mi hanno magistralmente sostenuta in questa lunga passeggiata navigliesca sono i Floralie della collezione primavera/estate 2018 di Scholl. Pietruzze fru fru e tecnologia Gelactiv che ammortizza i passi. Data la conformazione a salamella dei miei piedi, temevo un po’ il cinturino frontale. È piuttosto sottile e, di solito, i cinturini così provocano risultati sanguinosi. Ebbene, ne sono uscita indenne. E la pavimentazione impossibile del Naviglio mi è testimone.

Perdonatemi, non sono una piedista. Ma voi guardate le scarpe. 

Orbene, spero di avervi fornito qualche utile (e soprattutto rapido) spunto per girellare da queste parti. Senza maciullarvi i piedi, possibilmente.
:3

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Credits
Trucco: Le Feltrin
Foto: Christian Fregnan