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tegamini

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L’estate è finita, è arrivato il momento di lamentarci perché non abbiamo niente da mettere. O perché abbiamo meno tempo per leggere e fare i pisolini. O perché abbiamo posticipato troppa roba all’autunno e adesso stiamo crepando male. La panacea universale a ogni genere di difficoltà, però, è coltivare sani desideri. Io, in tutta sincerità, sto già pensando al Natale. Perché in fondo sono un’ottimista.
Ecco qua un po’ di cose che ho apprezzato – e che magari vorrei pure comprarmi o fare in modo che mio marito me le regali – nell’ultimo periodo.

Come di consueto, può capitare che ci siano aggeggi che ho scoperto, amato e scelto grazie alla solerte sollecitazione di un ufficio stampa o di un brand con cui sto lavorando volentieri. Li trovate segnalati con un agile *.

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Buone nuove all’orizzonte (soprattutto per i miei piedi): Scholl* continuerà a volermi bene e a farmi passeggiare con le sue multiformi calzature anche quest’autunno. Per un agile riassunto delle puntate precedenti, ecco qua i primi due post che sono usciti: UNO e DUE. Accantonando i sandali estivi in vista del ritorno di temperature adeguate e più clementi, sto scegliendo le scarpe da collaudare nei prossimi mesi. C’è di tutto – stivali e stivaletti compresi -, ma penso che partirò dalle sneakers, un po’ perché tra le mie necessità c’è quella di rincorrere un bambino velocissimo, e un po’ per soddisfare una curiosità quasi scientifica: le scarpe da ginnastica sono già, praticamente per definizione, le scarpe più comode che ci sono. A quali assurdi livelli di comodità può arrivare una scarpa da ginnastica Scholl? Ecco, spero lo scopriremo. Sono assai tentata dalle Charlize. Ci saranno in grigio e in nero (con gli sberluccichi metallici) e, indipendentemente dal colore, saranno dotate della consueta e saggissima tecnologia Memory Cushion – la soletta, in pratica, è studiata per redistribuire bene il peso e ammortizzare in modo ottimale la pianta del piede. In attesa di passeggiare in loro compagnia, ecco qua i primi modelli disponibili della collezione autunno-inverno.

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Chronicle Books sforna, in generale, libri pazzeschi – senza mai trascurare il feticismo innato che lega una vasta porzione della popolazione dei lettori ai libri in quanto “oggetti fisici”, oltre che vascelli per ogni possibile meraviglia. Ebbene, è da poco uscito un tomo illustrato di Jane Mount che celebra questa nostre fissazioni per tutto quello che è libresco. Si va dai gatti che hanno deciso di vivere nelle librerie ai negozi più belli del mondo, in un susseguirsi di colori, scaffali meravigliosi e libri ritratti al massimo delle loro potenzialità – in pila, insomma. Per farti capire che li devi ancora leggere.
Date un occhio a Bibliophile qui – c’è qualche immagine degli interni – o mettetelo nel carrello qui.

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Il mio entusiasmo per i grandi rettili preistorici è ormai di dominio pubblico. Tra una maglietta di Jurassic Park e l’altra, però, non ho di sicuro dimenticato l’altra mia surreale passione: LE STAMPE PAZZE. Ebbene, sono felice di comunicarvi che sarà un autunno gloriosissimo per chi ha intenzione di andare in giro con addosso dei dinosauri.
Le stampe in concorso sono due (più svariati accessori).
Tanto per cominciare, ci sono le camicette e i vestiti FAVOLA (sia midi che lunghi) di Ottod’ame.

Ma sul treno dei dinosauri – che è pure un cartone animato per bambini, lo trovate su Netflix – c’è anche Lazzari. Ogni anno, all’interno della collezione “principale”, c’è anche una capsule affidata a un’illustratrice. E a questo giro l’incombenza è toccata a Carolyn Suzuki, che ha deciso di deliziarci con questa fantasia che, personalmente, mi fa venire voglia di stramaledire il meteorite per averci privati di animali così mirabili.

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Non va bene per il mio iPhone, ma sono comunque felice di segnalarvi una cover di Tiger a forma di pavone.

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Nemmeno quest’estate sono riuscita a procurarmi una borsa di paglia. Ma la fissa per gli intrecci non mi è sicuramente passata. Mentre inizio a domandarmi se mai me ne libererò, ho deciso di appassionarmi agli accessori di Studio Sarta, un brand nato nel 2017 a Palermo. La “struttura” delle borse ricorda le sedie di paglia di una volta, ma in versione super minimal. I secchielli sono i miei preferiti. Ci sono diverse combinazioni di colori e sono tutti fatti in Italia con rattan, velluto (per il sacchettino-fodera) e pelle (per fibbie, manico e tutto il resto). Lui si chiama Pablo.

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Primark Beauty ha sfornato una linea di spazzole per capelli con le cattive Disney.
Ciao.
Addio.
Sogno di una vita.
Pettinami, Ursula. PETTINAMI.

Altroché arricciaspiccia!

Orbene, anche questa volta abbiamo finito.
Al prossimo tornado di desideri!

Ebbene, anche quest’anno siete stati gentili e favolosamente affabili. Senza bisogno di incoraggiamenti da parte mia, poi. Un paio di giorni fa sono usciti i risultati della prima selezione per i Macchianera Internet Awards e mi avete spedita per direttissima a militare tra i finalisti della categoria “Miglior sito letterario”.
Vi si vuole bene e siete molto efficienti, bisogna dirlo.

Non posso proprio lamentarmi della mia “carriera” ai MIA. Nel 2016 sono finita in finale sia per i libri che per Snapchat. Per Snapchat ho vinto… e non escludo che la cosa abbia contribuito ad affossare per sempre la piattaforma, almeno per quanto riguarda il recalcitrante bacino d’utenza italiano. L’anno dopo non c’era più la categoria Snapchat ma sono arrivata terza nella bellicosa compagine dei siti letterari. Ha vinto un portale con uno staff “vero” e, al momento di ritirare il premio, hanno pure proiettato una specie di video hollywoodiano dove dicevano chi erano e cosa facevano e il perché e i percome. Io, che parlo di libri in vestaglia per conto mio o, al massimo, scrivo dei post raccontando cos’ho letto in vacanza, mi sono molto meravigliata di essere arrivata comunque lì dov’ero. E senza manco un distacco così abissale, anzi.
Quest’anno, onestamente, non so cosa aspettarmi. Perché siamo – soprattutto su Instagram -, molti di più. Non peggiorare il terzo posto del 2017 potrebbe già rivelarsi un gran traguardo. E se poi facciamo meglio – chissà come -, evviva e gioia.

Non ho grandi argomenti per convincervi a tifare, me ne rendo conto, ma se vi va di sostenere la causa, qui c’è la scheda per esprimere le vostre garrule preferenze – fino al 6 novembre. Se non volete farlo per me, fatelo almeno per Alberto Angela.
Grazie da subito. Perché già finirci, in questa scheda, non è una faccenda per nulla scontata. Ecco perché siete e sarete per l’eternità dei cuoroni, indipendentemente dal risultato.
Per tutto il resto, alla pugna!

VOLEVO EMBEDDARE LA SCHEDA MA MI ESCE UN RIQUADRETTO STILE INCEPTION CON DENTRO DELLA ROBA CHE NON È LA SCHEDA QUINDI QUESTO GROSSO TESTO MAIUSCOLONE DIVENTERÀ UN LINK ALLA PAGINA DOVE SI PUÒ VOTARE CHE DIAMINE SÌ LO SO EMBEDDARE È UNA PAROLA ORRENDA MA TRASMETTE CON EFFICACIA IL CONCETTO APPREZZO LA VOSTRA PAZIENZA E VI ABBRACCIO CON TRASPORTO.

Tra le esternalità positive dell’aver figliato, almeno per me, c’è la possibilità di frequentare impunemente negozi di giocattoli di ogni genere. Comprando possibilmente delle cose, pure – al grido di SONO PER IL BAMBINO CHE COSA AVETE CAPITO.

Quando Nano Bleu mi ha scritto per invitarmi a fare un giro da loro allo scopo di procacciarmi un dono per Cesare e un nuovo pupazzo per il mio pregevole fotoromanzo digitale – per chi ancora non conoscesse PuPAZZI, la serie che ha cambiato per sempre il mondo dell’intrattenimento, nei contenuti in evidenza su Instagram c’è un pratico circoletto con le ultime puntate -, INSOMMA, quando Nano Bleu mi ha proposto di andarli a trovare sono stata investita da una felicità di rara potenza. Perché, a parte la sensatezza generale dell’operazione, ho ricordi antichissimi di quel negozio. Bimba bionda e occhialuta di Piacenza si reca periodicamente in gita a Milano con i pazienti genitori. E, dopo la tappa obbligatoria da Fiorucci, attraversavamo Corso Vittorio Emanuele per fare un giro da Nano Bleu, noto anche in provincia per la sua strabiliante selezione di peluche, fissazione che mi caratterizza dalla più tenera età.
Oggi, che di anni ne ho ben 33, a Milano ci vivo in pianta stabile e ne apprezzo ogni giorno di più la voglia di crescere, di inventare qualcosa di nuovo e di ospitare quello che di bello capita nel resto del mondo. Ma anche la volontà di continuare ad essere accogliente per le realtà indipendenti, che con la loro presenza hanno spesso fatto la storia di una via, di una piazza o di un pezzo di città. Ecco, Nano Bleu è un po’ un posto così. Una specie di istituzione, una vera attrazione (che potrei comodamente definire “turistica”, nella miglior accezione del termine) e, per chi è stato fortunato quanto me, una macchina del tempo tra le meglio riuscite.

Il negozio è stato fondato nel 1949, all’indomani della ricostruzione di piazza San Carlo al Corso, completamente rasa al suolo durante i bombardamenti della seconda Guerra Mondiale. Nano Bleu non ha mai cambiato indirizzo, né “categoria merceologica”. Vende giocattoli da sempre e, per la perseveranza ultracinquantenaria, si è guadagnato il titolo di “Negozio storico” – l’unico di Corso Vittorio Emanuele. Bancone e vetrine sono ancora quelle d’epoca, mentre gli interni sono cresciuti, con la recente aggiunta di un terzo piano piuttosto mastodontico. Prima di parlare della giraffa di tre metri e venti che campeggia nel bel mezzo dell’anfiteatro dei peluche, vi informerò anche sugli indefessi orari d’apertura – sempre, in sintesi – e sulla possibilità di farsi consegnare gli acquisti a domicilio per chi abita a Milano.

Insomma, c’è dell’impegno. E la giraffa ha anche un amico orso del peso di (credo) seicento chili che siede serafico in vetrina a beneficio dei passanti. Ci sono tanti giochi che appaiono con marziale regolarità nelle pubblicità in televisione, ma anche giocattoli (e sono la maggioranza) selezionati con evidente cura e attenzione. Insomma, chicche avvincenti e Superpigiamini. Il mix funziona, soprattutto per l’atmosfera e per la concentrazione altissima di potenziali meraviglie. E un negozio così, che tiene aperto in Corso Vittorio Emanuele, penso sia una specie di tesoro da preservare.
Grazie per l’ospitalità, Nano Bleu. Siete meglio di come vi ricordavo.
:3

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Per coordinate, orari e informazioni puntualissime, vi consiglio l’agile visita al sito del negozio.

 

Per la rubrica “un saggio che si legge come un romanzo” – ma anche un po’ “che scoperta, è narrative non-fiction!” -, eccoci qua con Essere una macchina di Mark O’Connell, in uscita il 18 settembre per Adelphi con la traduzione di Gianni Pannofino e l’ambizione del tutto accidentale di consolarci e/o terrorizzarci mentre attendiamo la nuova stagione di Black Mirror.
Perché sì.
Questo libro è come una versione giornalisticamente attendibile e ben documentata di Black Mirror e, nello spazio condensato di un racconto di viaggio alla scoperta del movimento transumanista, ci accompagna anche lontanissimo, alla volta di una frontiera filosofico-tecnologica che persegue un fine ultimo a dir poco ambizioso: sconfiggere la morte. Per sempre.

Qualche passo indietro. Il transumanesimo è, in estrema sintesi, un movimento che punta al prolungamento indefinito della vita umana. I transumanisti intervistati da O’Connell – che per il libro viaggia in lungo e in largo per gli Stati Uniti, partecipando a conferenze, incontrando i personaggi più disparati e salendo anche a bordo di un elegante camper a forma di bara – non approcciano il tema in maniera univoca, perché assai complicata è la natura del problema che intendono risolvere. Ci sono transumanisti che propendono per il congelamento criogenico del corpo e transumanisti che, impegnandosi a livello accademico nella ricerca neurologica, coltivano anche l’ambizioso progetto di riprodurre a livello digitale il funzionamento del cervello per poi poterlo caricare su un supporto indipendente dall’involucro di origine – o da un qualsiasi involucro, volendo. Ci sono transumanisti, poi, che disprezzano la natura imperfetta dell’organismo umano (colpevole di un fisiologico deterioramento che conduce in maniera per ora inevitabile alla nostra dipartita) e tentano di modificarlo e di potenziarlo, elevando a valore supremo il potere dell’intelletto sulla “carne”.
Avversione per la morte a parte, però, tutti i transumanisti sembrano essere accomunati da quella che somiglia molto a una professione di fede. I transumanisti vogliono esistere il più a lungo possibile perché è solo rimandando la morte che sono certi di poter accedere a un futuro in cui la morte verrà definitivamente debellata. In questo scenario, infatti, la tecnologia avrà raggiunto il suo orizzonte ultimo, una sorta di punto di fuga dal quale sarà libera di progredire a ritmi esponenziali – autogenerandosi, autogestendosi, autoreplicandosi. E risolvendo per noi tutto quello che non siamo ancora riusciti a controllare. La “Singolarità”, questo grande evento che cambierà per sempre le sorti del genere umano, è l’obiettivo da raggiungere per afferrare l’eternità. L’importante è arrivarci – vivi o congelati – per avere la certezza di essere rianimati o di poter usufruire efficacemente delle conquiste scientifico-informatiche.

Pazzi? Visionari? Squilibrati?
Chi lo sa.

Il garbatissimo scetticismo e la curiosità giornalistica di O’Connell ci accompagnano per tutto il libro. E la galleria di personaggi che l’autore incontra è a dir poco stupefacente. Molti operano, lavorano o raccolgono INGENTI fondi nella Silicon Valley – “bacino di utenza” particolarmente ricettivo nei confronti della causa transumanista forse per il suo già strettissimo rapporto con la tecnologia, per la tendenza a intraprendere imprese titaniche partendo dal garage di casa e per l’affinità già consolidata con l’inorganico, il virtuale e il meccanico.
Ci sono transumanisti a Google, come ci sono transumanisti che amministrano le ultime volontà dei guru dell’informatica (e dei più ricchi fra gli ottimisti) dalla periferia di Phoenix, dietro la scrivania del più grande impianto di criogenizzazione degli Stati Uniti. La Alcor può tenervi in sospensione fino al sopraggiungere della Singolarità per 200.000$ (se volete surgelarvi tutti interi) o per 80.000$ (se vi interessa surgelare solo la testa). Ci sono transumanisti nei centri di ricerca neurobiologica delle maggiori università americane che studiano l’architettura del nostro cervello con la speranza di riuscire a farlo “girare” su un supporto diverso dal nostro corpo, destinato a deperire.
Il futuro dei transumanisti, infatti, non è solo un mondo dove, ad esempio, le malattie letali non potranno più nuocerci, ma è un’epoca in cui la nostra mente sarà libera di assumere la forma che preferisce, grazie all’upload su corpi artificiali o alla possibilità di lasciarla fluttuale in uno spazio virtuale potenzialmente infinito.

Da fan della fantascienza e da profonda conoscitrice delle tre leggi della robotica di Asimov (con tutte le menate che ne conseguono) non potevo non lasciarmi risucchiare da questo viaggio, che somiglia – paradossalmente – molto più alle opere di finzione letteraria o filmica che in ogni tempo si sono interrogate sul futuro che a qualcosa di oggettivamente plausibile o “reale”.
Eppure i transumanisti ci sono. Si incontrano a conferenze. Ricevono finanziamenti milionari. E si candidano alla presidenza degli Stati Uniti con una campagna elettorale basata su un unico argomento: dire basta alla morte.
Essere una macchina è un lavoro di ricerca complessissimo e affascinante che, nonostante il tema non proprio immediato, risulta assolutamente comprensibile. E assai fascinoso. O’Connell riflette insieme a noi sul destino della coscienza, sul ruolo delle macchine e della tecnologia nel nostro presente (per intravederne le possibilità o i rischi futuri) e, in ultima istanza, sul valore che attribuiamo alla vita e al tempo, pilastri portanti della nostra permanenza sulla Terra.
Che cos’è una persona?
Un involucro per la mente?
Un sofisticato sistema per la raccolta di stimoli e per l’elaborazione di reazioni?
Una forma primitiva di superuomo immortale?
Le risposte del transumanesimo sono tante. Spesso poco plausibili, a volte terrificanti, sempre estreme. Ma immancabilmente fiduciose e tenaci. Due caratteristiche che, nonostante gli sforzi per revisionare e migliorare le nostre obsolete carcasse, sono quanto di più umano possa esistere.

Leggetevi Essere una macchina.
Che magari la Singolarità non arriva… ma se arriva conviene sapere che cosa sta succedendo. :3

Allora, avere un infante comporta svariate e articolatissime responsabilità. Si va da quelle della sussistenza più basilare – la creatura deve mangiare, dormire, lavarsi e indossare dei vestiti puliti – a quelle relative all’apprendimento, al gioco e, più in generale, alla felicità e alla gioia. In entrambi i casi, bisogna industriarsi. Anche con una certa creatività. Perché non è detto che somministrare al proprio luminoso erede un piatto di penne al pomodoro richieda meno estro rispetto all’organizzazione di un teatrino delle marionette, certe volte. Cesare, per mia fortuna, mangia come un facocero senza farsi pregare particolarmente e, grazie al cielo, ha anche deciso di non aver più bisogno di essere cullato per un’ora e mezza in attesa del sopraggiungere del sonno, migliorando di molto la tenuta strutturale delle nostre schiene e dandoci finalmente la possibilità di sfoderare tutti i libri di favole che possediamo. In altri frangenti, però, il nostro spirito di inventiva resta indispensabile. Perché i piccoli umani vanno intrattenuti, e non possiamo di sicuro aspettarci che faccia tutto la scimmia George. La scimmia George va bene quando sei da sola in casa e devi preparare la cena, ma una volta riempito lo stomachino son fattacci tuoi. BISOGNA GIOCARE. Bisogna assecondare i movimenti delle macchinine. Bisogna lanciare palloni di ogni forma e dimensione. C’è il nascondino. Ci sono le costruzioni. Ci sono le robe sonore da schiacciare. Ci sono i balletti e le canzoncine. I carrettini. I puzzle con le bestie. I puzzle fatti a cubo. Il Didò. I pennarelli per scarabocchiare. Le impenetrabili barriere di cuscini. I libri con le finestrelle da finestrellare. I libri che ti spiegano il mondo e come si chiamano le cose. I pupazzi. Ci sei pure tu, tutta intera, che devi trasformarti a comando in un cavallo e passeggiare per casa con tredici chili di bambino EUFORICO sulla groppa.
E fin qui, va bene.
La faccenda molto CHALLENGING, però, è rinfrescare il repertorio ludico. Perché, certo, ci sono dei giochi preferiti che faremo credo PER SEMPRE – temo -, ma mica possiamo adagiarci sugli allori della routine. Gli infanti crescono e le curiosità si evolvono. E tu devi adattarti, estraendo dal cilindro nuove occupazioni e rivedendo il palinsesto dell’intrattenimento per evitare che le minuscole sinapsi del bambino si cementino. Perché bisogna provare, almeno vagamente, a star dietro a tutte le cose nuove che conosce e che sa fare.

Visto però che noialtri abbiamo un po’ dimenticato quella storia della meraviglia che solo la mente di un giovane virgulto sa cogliere anche nel più banale degli anfratti della creazione, ogni suggerimento è utile. Ogni supporto, invenzione o stampella creativa è da considerarsi un’ancora di salvezza nel burrascoso mare del COSA DIAVOLO POSSO ESCOGITARE ANCORA. E il cavallo l’abbiamo fatto. E nasconderci ci siamo nascosti. E i travasi ok. E il libro con gli animali bene. E quello con le filastrocche pure. CHE COSA POSSO FARE PER TE PICCOLO KRAKEN DIMMELO MALEDIZIONE.
Ebbene, ci sono mezzi a nostra disposizione.
Qualche tempo fa, è iniziata la mia avventura con Canon alla scoperta di un progetto da mamma, il Creative Park. Visto che con Canon siamo già amici da tempo e che, per i fatti miei, uso da mesi e con immensa felicità la loro app per lo smistamento (all’interno della famiglia) delle foto e dei video di Cesare – se volete documentarvi, si chiama Lifecake… liberatevi dalla schiavitù dell’invio multiplo di prodotti multimediali a nonni, zii e parenti lontani -, ho accettato di buon grado. Sono stata dotata di una stampante Pixma e sono partita all’avventura.

Ma che si può fare, in sintesi?
Creative Park è una piattaforma in cui Canon ha raccolto – con l’ausilio di creativi, designer e artisti dell’origami di caratura galattica – una serie di progetti ludico-ornamentali da fare con le proprie creature, usando semplicemente la carta, le immancabili forbici con la punta arrotondata e un po’ di colla. Tutti i progetti sono gratuiti, scaricabili e stampabili (istruzioni comprese) e hanno il nobile scopo di intrattenere i nostri pargoli con attività di vario tipo. Ci sono i disegni da colorare, le bestie da costruire, le grafiche da appiccicare al muro per rendere più gioiose le camerette, i modellini da far volare e le giostrine da far penzolare sui lettini. È una specie di enciclopedia tematica di strumenti per generare divertimento “manuale” e di risorse fai-da-te per riempirsi i muri di casa di teste di tirannosauro. O di comodi metri per misurare quanto crescono i nostri benedetti figli. Si può spulciare tutto il “cataologo” e si possono anche consultare le raccolte tematiche – a questo giro, per esempio, c’erano i gruppi di lavoretti coi dinosauri e pure quelli sullo spazio, coi razzetti e i pianeti. LA VITA.

Cosa abbiamo scelto noi? Cesare raggiungerà il ragguardevole traguardo dei due anni a settembre, quindi non posso aspettarmi che faccia “attivamente” gli origami. Può, però, beneficiare del risultato. Quindi mi sono stampata diversi pennuti da fargli saltellare davanti – visto che tra le nostre onomatopee preferite c’è indiscutibilmente CIP CIP – e, nella speranza di espandere le sue capacità verbali e/o definitorie, ci siamo anche lanciati con baldanza sui blocchetti di carte con gli oggetti e la fauna. Non paga, ci siamo anche dotati di allegre bandierine dal grande potenziale decorativo e di una foca che sta lì ad aspettare che qualcuno le tiri dei cerchi colorati sul naso.

Insomma, c’è varietà. E ci sono le basi per sentirsi più estrose di Dodò dell’Albero Azzurro. Il Creative Park è in grado di sopperire a tutte le esigenze ludico-educative dei nostri figli ed è pure garanzia di un’ammissione alla Normale di Pisa con quindici anni buoni di anticipo? No, ma mi pare una risorsa utile per genitori che, molto umanamente, possono aver bisogno di una spintarella sul lato creativo e che vogliono aggiungere qualche freccia al loro arco. Rinfrescare il repertorio, gente. Rinfrescare il repertorio!
Con la sentita speranza di aver segnalato qualcosa di utile a chi ormai ha giocato pure con le piastrelle del pavimento, torno a incollare le ali a un parrocchetto canterino e a pianificare un’intera Arca di Noè di bestiole pieghevoli e variamente rimbalzanti.
:3

Sto per partire, incredibile ma vero. E quest’anno, forse, riuscirò anche a riposarmi vagamente – nonostante l’adorabile ma impegnativa presenza dell’erede. A grande richiesta (sul serio, mica racconto panzane), arriva dunque l’elenchino di libri che avrei l’ambizione di leggere in agosto. Fallirò? Ne leggerò uno in croce e mi sentirò scema come una roccia? È possibile. Ma non demoralizziamoci anzitempo. Ecco qua una lista ultra-aspirazionale di romanzi e/o vari prodotti editoriali accumulati negli ultimi mesi e inesorabilmente rimandati “a quando potrò finalmente buttarmi a pancia per aria”. Non li ho ancora letti, ma per una serie di ragioni vorrei farlo. E magari verrà voglia di farlo anche a voi. In chiusura, poi, troverete qualche fulmineo consiglio per letture estive già collaudate e dunque raccomandatissime.

Ma procediamo, che se no mi rubano il posto a bordo piscina e l’infante mi scappa prima che possa cospargerlo di protezione OTTOMILA.

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DIVERSI LIBRI CHE VORREI LEGGERE MOLTO

Beatrice Mautino
Il trucco c’è e si vede
(Chiarelettere)

Una biotecnologa e divulgatrice scientifica – molto istruttiva anche su Instagram – tenta di diradare le possenti nebbie del marketing sensazionalistico per aiutarci a decifrare meglio quello che ci spalmiamo in faccia. Dalla cosmesi al BIUTI, una piccola e rigorosissima guida per spendere soldi (spesso parecchi) in maniera più consapevole e saggia.

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Alan Rauch
Il delfino
(Nottetempo)
Traduzione di F. Conte

L’ultimo arrivato nel serraglio della collana Animalía di Nottetempo: un imprescindibile saggio zoologico-culturale sul delfino. Dalle doti acrobatiche ai risvolti mitologici, dalle leggende all’arte, una storia ragionata e super estrosa di una bestia acquatica che sembra meritarsi da centinaia di anni la nostra più sincera fascinazione.

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Simone Lisi
Un’altra cena
(Effequ)

Quattro amici e quattro atti per raccontare una cena. Chiacchiere quotidiane che diventano passettini verso una specie di abisso in cui le cose che non ci diciamo restano in agguato. Vorrei leggerlo anche solo per capire se i commensali, alla fine, riescono a digerire.

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Gail Honeyman
Eleanor Oliphant sta benissimo
(Garzanti)

Traduzione di S. Beretta

Mi pare di capire che Eleanor Oliphant sia piaciuto a tutti. Il che, di solito, è una roba che mi insospettisce. Comunque, la storia è quella di una ragazza un po’ svitata e solitaria che parla solo con una pianta in vaso e tiene tutti a debita distanza, convincendosi che l’autarchia emotiva sia la chiave per superare il grande trauma che l’ha segnata. Ma che succede quando qualcuno tenta finalmente di rompere il guscio? Non ne ho idea, ma vorrei scoprirlo… sperando che Eleanor non diventi la nuova Amélie Poulain.

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Michele Mari
La stiva e l’abisso
(Einaudi)

L’opera di recupero degli arretrati di Mari prosegue con caparbia gradualità. Tanti romanzi non sono stati ristampati per parecchio tempo ed erano praticamente introvabili… ma il vento pare essere cambiato. Anche se di vento, in questo libro, pare essercene ben poco. La storia si svolge su un galeone spagnolo inchiodato dalla bonaccia in un angolo remoto d’oceano. Il racconto segue la diffusione di una follia strisciante e misteriosa che si impadronisce lentamente dell’equipaggio, mentre il capitano – bloccato nella sua branda -, tenta di districarsi nei meandri di una realtà allucinatoria e sconosciuta.

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Michael Crichton
I cercatori di ossa
(Longanesi)

Traduzione di D. Comerlati

Che vi devo dire, Il regno distrutto è piaciuto solo ad Amore del Cuore. Chissà che cosa direbbe Crichton di Jurassic World e seguiti vari, CHISSÀ. Ma non soffermiamoci su domande che non avranno mai risposta. Leggiamo, piuttosto, il primo romanzo a base di dinosauri del compianto creatore di Jurassic Park. La storia è ambientata nel selvaggio West nel 1876. Qui, in mezzo alla polvere e a indiani battaglieri, un paleontologo si accinge a riportare alla luce una scoperta sensazionale, che gli verrà però contesa da una spedizione rivale, pronta a tutto per fargli le scarpe. E forse anche la pelle.
I cercatori di ossa è una specie di evento. Il libro, infatti, è stato “rinvenuto” – non si sa se sottoterra o no – dieci anni dopo la morte dell’autore e non era mai stato pubblicato da nessuna parte.

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Elena Ferrante
L’amore molesto
(E/O)

Della Ferrante ho letto solo la quadrilogia dell’Amica geniale. E, onestamente, vorrei approfondire. E/O ha inaugurato da qualche mese una collana – Le Cicogne – che raccoglie i titoli più emblematici e “famosi” della casa editrice. E il libro che ha fatto conoscere la Ferrante al grande pubblico non poteva mancare. Sempre ambientato a Napoli, L’amore molesto è la storia del rapporto vastissimamente problematico tra una madre (che si ammazza) e una figlia che cerca di sottrarsi al potere soverchiante del loro rapporto.

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Teju Cole
L’estraneo e il noto
(Contrasto)

Traduzione di G. Guerzoni

Teju Cole è un intellettuale a tutto tondo. Fotografo, narratore, artista e viaggiatore, è una delle penne più eclettiche e curiose del panorama culturale contemporaneo. L’estraneo e il noto è una raccolta di articoli e piccoli reportage – mai comparsi in Italia – in cui Cole affronta temi diversissimi, toccando argomenti di pressante attualità (come il movimento Black Lives Matter) e rileggendo gli eventi più disparati attraverso la lente della creatività e della riflessione artistica.

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Isaac Bashevis Singer
Satana a Goraj
(Adelphi)

Traduzione di A. Dell’Orto

Un testo di rara potenza linguistica, fatto di foschi presagi e vasti misteri. Siamo nel 1666, tempo di fedi ferventissime, paesaggi desolati, maledizioni e catastrofi. Sprofondare nel peccato e nell’oscurità per riemergerne purificati: gli ebrei polacchi della piccola comunità di Goraj attendono l’arrivo (profetizzatissimo) del nuovo Messia, che porrà fine al loro Esilio e li condurrà nuovamente in Terra Santa. Peccato che a tirare le fila della sfrenata deriva morale di Goraj ci sia il diavolo in persona e che nessuna promessa, quando c’è di mezzo Satana, può dirsi sacra.

*

Tristan Garcia
7
(NN)
Traduzione di S. De Sanctis

Qui basta proprio “il concept” del libro. Sul mercato c’è una nuova droga. Se la prendi avrai la possibilità di ritornare al tuo “schema cognitivo” dei trent’anni, dei venti o dei dodici. Non ho idea di come questa roba possa svilupparsi all’interno di una narrazione o che cosa diamine capiti partendo da queste premesse, ma sono già travolta dalla fascinazione.

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Piero Angela
Il mio lungo viaggio
(Mondadori)

L’autobiografia di Piero Angela. Non penso sia necessario aggiungere altro.

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Tara Westover
L’educazione
(Feltrinelli)

Traduzione di S. Rota Sperti

La vicenda di Tara Westover è così incredibile che, sulle prime, ero convinta che L’educazione fosse un romanzo e non un memoir. Cresciuta in una famiglia di mormoni in mezzo alle montagne dell’Idaho, Tara vive all’interno di un microcosmo completamente scollato dalla realtà. In casa non ci sono libri e non ci sono giornali. Andare a scuola è vietatissimo, la medicina “scientifica” è bandita e le uniche occupazioni possibili per lei e per i fratelli sono aiutare i genitori a mandare avanti il rottamaio del padre o bollire erbe per la madre guaritrice. A diciassette anni, però, Tara scopre un’alternativa… e sceglie di emanciparsi con l’unica arma su cui può ragionevolmente mettere le mani: l’educazione.

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C. S. Lewis
Lontano dal pianeta silenzioso
(Adelphi)

Classicone della fantascienza. Un professore di filologia viene rapito da due scienziati e trasportato su un altro pianeta, Malacandra. Il professore riuscirà a fuggire e partirà per una personalissima esplorazione del mondo su cui è coercitivamente capitato. Incontrerà le creature più impensabili che, condividendo con lui i segreti del loro pianeta, gli sveleranno in realtà il grande mistero della Terra, “pianeta silenzioso” che ha smesso ormai da millenni di comunicare con gli altri mondi.

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Eleonora C. Caruso
Le ferite originali
(Mondadori)

Per la rubrica “Esperimenti arditi”, tuffiamoci nel groviglio della più subdola seduzione. Dunque, trattasi di complicatissimo triangolo sentimentale con devastante resa dei conti finale. Anzi, quadrangolo. Anzi, facciamo così: c’è un bellissimo ingannatore. Si chiama Christian. Christian sta, contemporaneamente, con Dafne – che studia medicina -, Davide – che studia ingegneria fisica – e Dante – un fascinoso quarantenne con famiglia e una RAL assai robusta. Nessuno dei tre, ovviamente, è a conoscenza della vastità delle panzane che Christian – tra un’ondata e l’altra di euforia/autodistruzione da disturbo bipolare – va loro spiattellando. Che accadrà? Ne usciranno mai? Ne usciranno interi? Chissà.

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LIBRI CHE HO GIÀ LETTO (PIÙ O MENO RECENTEMENTE) E CHE SECONDO ME SONO VACANZIERI E MERITEVOLI

Valeria Fioretta
Se tu lo vuoi
(Piemme)

Dunque, seguo Valeria ormai da qualche anno. Amo il suo blog e mi piace ascoltarla dai remoti albori di Snapchat. Sono molto contenta che sia riuscita a trovare il tempo di scrivere un romanzo e sono ancor più felice di averlo apprezzato. Perché quando qualcuno che “conosci” – anche solo virtualmente – scrive qualcosa la faccenda si fa sempre spinosa. Vorresti avere la possibilità di parlarne bene, ma mica è detto che escano sempre delle meraviglie. Niente, Valeria mi ha fortunatamente liberata dall’imbarazzo scrivendo un libro godibilissimo. È una storia di sentimenti, di cuori che si aggiustano e di avventure cittadine estive (in quel di Torino). La protagonista, Margherita, viene brutalmente mollata da un uomo che le piaceva parecchio – e che aveva cercato di irretire con ogni mezzo, fallendo -, evento che la fa sprofondare repentinamente in una specie di rabbiosa letargia da abbandono. Si riprenderà facendo una cosa lontanissima dal suo “personaggio”: la tata per una bambina sveglia ma molto riservata, figlia di un papà single. Già, l’impianto è da commedia romantica… perché sì, è una commedia romantica, alla fin fine. E funziona bene. È un libro leggero (nell’accezione più positiva del termine) e spigliato, pieno di battute sagaci e di sinceri interrogativi sullo stare al mondo. Si legge volentieri, Valeria ha una voce narrante molto caratteristica e si finisce per fare il tifo per Margherita… il che è un ottimo segno, perché ci si affeziona veramente solo ai personaggi che funzionano.
Portatevelo in spiaggia insieme a un bricco di Estathé. La morte sua.

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Marco Marsullo
Due come loro
(Einaudi)

Altro romanzo ad alto tasso di ombrellonabilità, con tanto di Dio in camicia hawaiana e Diavolo che stappa ottime bottiglie di rosso. Non è un libro che vi spalancherà reami inesplorati dell’interiorità, ma la storia è piacevolmente caciarona, nonostante la posta in gioco sia la salvezza eterna delle anime. Come funziona? C’è un tizio piuttosto derelitto e cialtrone – che risponde all’improbabile nome di Shep – che serve (a insaputa delle controparti) sia Dio che il Diavolo. Il suo compito, per entrambi, è quello persuadere gli aspiranti suicidi a gettarsi di sotto (un punto per il Diavolo) o a scendere dal cornicione (un punto per Dio), garantendo così l’equilibrio ultraterreno. Shep, che ancora non si è ripreso dalla rottura con l’amatissima Viola, si barcamena in questo scenario impossibile, facendo del suo meglio per non farsi stramaledire da nessuno dei due importanti committenti e cullando perennemente il sogno di riconquistare la fidanzata perduta – ormai instradata verso una nuova vita.
Portatevelo a bordo piscina – ma solo la piscina è piena di smandrappone come quelle che piacciono a Dio – o in cima a un vulcano. In ogni caso, non scordate il salvagente e non sporgetevi nel cratere.

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Jean Echenoz
Inviata speciale
(Adelphi)

Traduzione di F. Di Lella e L. Di Lella

Echenoz ha una scrittura che, lì per lì, potrebbe anche risultare fastidiosa. Perché è perennemente arguto. In maniera quasi sfiancante. Ogni frase è un piccolo mondo in miniatura dove ogni nevrosi, stramberia o dettaglio insolito vengono amplificati fino ad ottenere un festival dell’assurdità umana. Ciò detto, è così bravo che stai lì e ti sciroppi tutto. Questo libro è una specie di spy-story surreale, che si apre con il sequestro di una bella donna – con poco senso pratico – e si sviluppa in maniera ancor più imprevedibile, trasformandosi in un tentativo di destabilizzazione della Corea del Nord. Lo so, sembra una barzelletta, ma Echenoz vi tira scemi fino alla fine, nonostante le estenuanti descrizioni della vastissima rete metropolitana parigina.

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Temo di essere stata eccessivamente ambiziosa. Ma il buonsenso è palesemente una virtù che non mi appartiene. Quindi metto in valigia… e parto. Sperando di aver scelto bene.
La vostra brama di mamozzi da leggere non si è ancora placata? Date un occhio alle numerose liste e recensioni che popolano coraggiosamente la categoria Libri e il video-archivio dei #LibriniTegamini. E godetevi delle corroboranti vacanze all’insegna della miglior nullafacenza.

I giretti estivi del tardo pomeriggio sono impagabili. Fa meno caldone, ci si può meravigliare a lungo del magico (per quanto astronomicamente spiegabilissimo) fenomeno della luce che resiste fino alle nove passate, è lecito bere dei MOITI, c’è un po’ di margine di manovra per entrare nei negozi e le zanzare non sono ancora in pieno assetto da combattimento.
Che paciosità.
Trovando particolarmente corroboranti tutti questi preziosi fattori ambiental-geografici, una delle mete che preferisco è la zona di Porta Genova – Navigli e dintorni, insomma. I Navigli sono vispi e celano angoletti di rara gioia? MA VA. CHE SCOPERTA. GUARDA CI HAI CAMBIATO LA VITA. SVOLTA! STUPORE, PROPRIO!
Ebbene, poterci arrivare a piedi da casa è una fonte di perpetua felicità. E, dopo averli perlustrati in lungo e in largo, è anche assai piacevole rendersi conto di aver individuato dei solidi punti di riferimento. Quindi sì, mi piace vagare sui Navigli. Ci vado regolarmente e mi fermo pure in cima ai ponti per fare le foto. Insieme alle giapponesi con la visiera, alle fashion blogger col cestino di paglia e agli scandinavi che si mettono a tavola alle 17.45. E buon per me.

Come forse già saprete, poi, ho fatto amicizia con Scholl… in nome di una deambulazione più confortevole ma comunque esteticamente appagante. Visto che l’approccio del primo post è stato un po’ più “metodologico” – vedi: perché siamo qui e perché ci stiamo occupando con gioia di queste calzature -, per il secondo articolo ho deciso di affrontare il collaudo uno spirito decisamente più turistico, raggruppando qui le mie mete preferite del circondario Navigli. Anche perché, diciamocelo con sincerità, i ciottoli tondi che ci sono in terra sono molto belli, ma camminarci su è la morte. Idem per la pavimentazione della Ripa: pavé sconnessissimo CON BINARI. Insomma, quale luogo migliore per mettere definitivamente alla prova dei sandali (non eccessivamente “sportivi”) e per sfornare una listina di luoghi meritevoli da visitare? 
Ma strutturiamoci.

  • Approccio generale al quartierino
  • Posticini per bere
  • Posticini per mangiare
  • Posticini dove spendere dei soldi
  • Coordinate sandalesche

Che programma, gente. Che programma.

Approccio generale al quartierino

Per vagare sul Naviglio si può arrivare con la metro da Porta Genova o iniziare il giro da Piazza Ventiquattro Maggio, ma la cosa importante, secondo me, è passeggiarselo tutto. Prima da un lato e poi dall’altro. Aggiungendoci pure via Vigevano e relative traverse. Dopo un primo moto di insofferenza verso la fila di bar super attrezzati per gli aperitivi-mangiatoia, vi troverete in più degna compagnia. E numerosi locali o negozi – che sicuramente dimenticherò di elencare qui – sapranno sorprendervi, spuntando anche un po’ all’improvviso. Per beneficiare del mercatino sul Naviglio Grande, poi, tenete d’occhio il calendario. Di sabato ci sono le bancarelle, ma il mercatone “vero” dell’antiquariato c’è solo l’ultima domenica del mese.

Posticini per bere

Ora, quand’ero all’università puntavo a spendere poco e a riempirmi il piatto di cous-cous mollicci, frittate umide, patate al forno salatissime e pizzette gommose. Seduta su un cubo di legno ben poco ergonomico o su uno sgabello tagliachiappa. Ma il tempo dei baracci è finito. Sono una signora, ormai. Se esco, voglio bere un cocktail pieno di ingredienti super curati, preparato come si deve e, possibilmente, accomodandomi in un luogo ameno. Inizio dal MAG perché risponde a tutte queste caratteristiche (più gli arredi pazzi e il menu che vi arriva dentro a improbabili libri da bancarella) e perché le foto le abbiamo fatte lì. Mica scemi.

Sandalini Floralie con le pietruzze e un WONKY EYE non provocato dal bicchiere di bianco, giuro. Tutta farina del mio sacco. 

Non tocco terra coi piedi, ma che ilarità!

Alternative altrettanto valenti per quando non trovate posto al MAG: il Banco sul Naviglio Grande e Ugo in via Corsico.

Posticini per mangiare

Non sto più dietro alle nuove aperture con il ritmo di una volta, perdonatemi. Ma sono comunque riuscita a sviluppare un mini-elenco di preferiti. Sarò banale, ma Temakinho mi piacerà in eterno. Nippo-brasiliano, roll buonissimi e non noiosoni, più il sacrosanto diritto di pasteggiare a caipiroske: la vita. Bisogna prenotare settantasei anni prima e hanno una “turnazione” che un po’ mette l’ansia, ma si mangia bene e c’è gioia.
Cambiando genere, un posto in cui siamo tornati diverse volte – con prole al seguito, anche – è The Brisket. Barbecue texano originale (quindi carne cotta a bassa temperatura per tantissimo tempo) e menu composto esclusivamente da succulento confort-food. Non siamo mai capitati nel tavolone di pietra fosforescente, ma vi auguro di finirci.
Pizza? I Capatosta sul Naviglio Grande (per la pizza napoletana), Berberè in via Vigevano (se dovete invitare fuori Wes Anderson) e Spontini che affaccia sulla Darsena (se digerite bene e se vi incuriosiscono le istituzioni milanesi).
Varie ed eventuali? Tokyo Table per salvarvi dagli OLIUCHENIT ciabattoni, The Meatball Family per polpette VIULENTE (è il ristorante di Abatantuono e va bene per serate cicciarde) e Taglio, una salumeria/bistrot/ristorante dove ci schieriamo anche per il brunch.
E, visto che non ho mai dimenticato il panino con le panelle che ho mangiato a Catania, sto scalpitando per far visita a FUD in via Casale. Ha aperto pochi giorni fa, ma penso abbia già migliorato la vita di innumerevoli milanesi.

Non mi sono ancora giocata la didascalia definitiva (anche a nome dei miei piedi tozzissimi): CHE BENESSERE.

Posticini dove spendere dei soldi

Dunque, mi pare doveroso cominciare da un cortile. Alzaia Naviglio Grande numero 4. A parte il contesto scenograficissimo e ricco di rampicanti, troverete lo stupefacente Così Cozy – un negozio di oggettistica e design vintage con un occhio particolare all'”americana” – e Anthropology, abbigliamento e accessori super selezionati e molto MODAH…ma non banali. Vado a frugarci sempre perché vendono uno dei miei brand preferiti per le stampe assurde (Nice Things Paloma S.). All’inizio di Vicolo dei Lavandai, poi, c’è Minuit. Non so bene come descriverlo, Minuit. Potrei risolverla rapidamente dicendo che non solo mi metterei tutto quello che vendono, ma che andrei anche volentieri a viverci dentro.
E le librerie? Non facciamoci mancare niente. All’angolo con via Corsico c’è la sede storica del Libraccio – il primo punto vendita è stato proprio quello -, che si è ormai espanso coprendo più o meno un centinaio di vetrine. Potrete frugare nella libreria dell’usato malridotto ma affascinante, nella libreria specializzata in illustrati e libri d’arte e nel negozio “delle novità”. Se siete più affezionati a fumetti, graphic novel e manga (e magari sclerate pure per il merchandising e i Funko Pop), all’angolo con via Casale c’è SuperGulp, un’altra istituzione cittadina.

Ciao, sono la foto che spezza un paragrafo lungo.

Spostandoci sulla Ripa, poi, il luogo magico per eccellenza è Nipper. Antiquariato, modernariato, design storico, aggeggi meccanici, tecnologie più o meno arcaiche. Si va dalle macchine da scrivere alle pompe di benzina, dai grammofoni alle insegne al neon. Gioia grande. Tornando ai vestiti, poco più in là c’è Lo Show Room, un negozio all’apparenza piuttosto anonimo (se paragonato ai fantasmagorici rivenditori di vintage della Ripa) ma pieno di capi estrosi e di ottima qualità. L’ultima volta che ci sono passata mi sono arrabbiata tantissimo perché il vestito FAVOLA con le gru piumate che volevo era ovviamente già stato venduto. Me lo dovevo comprare subito, maledizione.
Sul fronte via Vigevano, invece, il mio nuovo posto preferito è Tenoha, lo store-ristorante giapponese. Spazio meraviglioso, assortimento avvincentissimo di prodotti artigianali importati – dalle ceramiche ai tenugui – e un doveroso occhio di riguardo alla cancelleria. L’approccio è minimalista e non kawaii, ma direi che non possiamo lamentarci. Sempre in via Vigevano ci sono I See – occhialeria celeberrima per la sua vetrina e per l’estroso approccio all’ottica – e, al 35, Garden K, un raccoglitore di curiosità e capi quasi unici.
E direi di concludere assegnando l’ambito Premio Eclettismo a Brandstorming, un “collettore” di proposte handmade. Gioielli, prodotti in tessuto, artigianato artistico e, in generale, oggetti con una storia da raccontare.

Thinking of patatine.

Coordinate sandalesche

I sandali che mi hanno magistralmente sostenuta in questa lunga passeggiata navigliesca sono i Floralie della collezione primavera/estate 2018 di Scholl. Pietruzze fru fru e tecnologia Gelactiv che ammortizza i passi. Data la conformazione a salamella dei miei piedi, temevo un po’ il cinturino frontale. È piuttosto sottile e, di solito, i cinturini così provocano risultati sanguinosi. Ebbene, ne sono uscita indenne. E la pavimentazione impossibile del Naviglio mi è testimone.

Perdonatemi, non sono una piedista. Ma voi guardate le scarpe. 

Orbene, spero di avervi fornito qualche utile (e soprattutto rapido) spunto per girellare da queste parti. Senza maciullarvi i piedi, possibilmente.
:3

***

Credits
Trucco: Le Feltrin
Foto: Christian Fregnan

 

Mi sono resa conto che le listine vi garbano. E anche a me non urtano particolarmente, anzi. Mi impongono un certo sforzo di sintesi che le rende forse più fruibili rispetto alle mie consuete lenzuolate. Ciò detto, ecco qua quattro libri (tre romanzi e un saggio “sentimentale”) che ho apprezzato in questo periodo. Sono scompagnatissimi fra loro, ma non mi pare uno svantaggio. Ci sarà (potenzialmente) qualcosa di bello per tutti. O almeno spero.
Procedo con celerità.

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M. T. Anderson
Paesaggio con mano invisibile
(Rizzoli)
Traduzione di B. Capatti

Un adolescente racconta le trasformazioni della società statunitense dopo lo sbarco sul nostro pianeta di una specie aliena. I vuuv sono esseri tozzi e sgraziati, dotati di una tecnologia capace di renderli quasi onnipotenti. Il loro arrivo determina il collasso dell’economia terrestre, che si riconverte alle esigenze produttive vuuv, distruggendo di fatto il tessuto delle comunità umane e generando una disparità siderale tra i ricchi – quelli più vicini agli alieni – e i poveri – tutti gli altri. Il romanzo è costruito “a dipinti”: Adam, infatti, è un artista, ed è attraverso i suoi quadri, i suoi disegni a carboncino e i suoi schizzi che ci ritroviamo progressivamente immersi in un mondo nuovo, dove la schiavitù è una realtà e anche i sentimenti possono diventare materiale di simulazione.
Un romanzo stranissimo e crudo, una piccola storia fantascientifica di ribellione, di disperazione e di lotta per preservare il bene più prezioso che possediamo: la dignità (nonostante le conseguenze invalidanti dei virus intestinali cronici).

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Paolo Giordano
Divorare il cielo
(Einaudi)

Dunque, è il primo romanzo di Giordano che leggo. Perché, mio malgrado, soffro della sindrome del lettore rompicoglioni: se una roba la leggono tutti ne diffido automaticamente. Molto spesso ci prendo, altre volte mi perdo qualcosa di bello. Ecco, a questo giro mi sono sforzata di zittire la vocetta da lettrice rompicoglioni e ho deciso di provare a fare amicizia con Giordano. Non ho idea di come siano gli altri suoi libri, ma Divorare il cielo è un polpettone che ti fa venire voglia di vedere come va a finire. La vicenda ruota attorno a un quadrangolo amoroso – esisterà il “quadrangolo amoroso”? Chi può saperlo – dalle radici adolescenziali e dagli sviluppi devastanti. Teresa, di anni quindici e rotti, passa tutte le estati a Speziale dalla nonna, in Puglia. Una notte si ritrova in piscina tre bagnanti clandestini. Li guarda dalla finestra – mentre vengono scacciati senza molti riguardi dal padre e dal tuttofare della villa – e, anche se non può ancora sospettarlo, continuerà a guardarli per i due decenni successivi (o quasi), finendo anche per trasformarsi nel loro occhio del ciclone, il punto verso cui tutti e tre convergono, si scontrano, gravitano e si aggrovigliano, pur da distanze e con intensità variabili. I tre – Bern, Nicola e Tommaso – sono fratelli a tutti gli effetti, anche se il sangue non li lega. Vivono tutti quanti alla masseria confinante con la villa di Teresa, in una sorta di famiglia allargata capeggiata da un benevolo ma complicato figuro che legge loro la Bibbia, organizza funerali per i passerotti stecchiti, elogia le virtù del sano lavoro manuale e professa la reincarnazione. Che cosa potrà mai andare storto? Parecchio. Ma tante tribolazioni saranno comunque punteggiate da nitidissimi momenti di felicità, perdizione, speranza e gioia.
Nonostante tutto l’impianto del romanzo dipenda dalla quasi totale incapacità di Teresa di comprendere con esattezza che cosa le stia succedendo – o di interpretare i tormenti altrui -, l’intreccio dei piani temporali funziona molto bene e, nonostante certi episodi siano un po’ “iperbolici” per i miei gusti – e pure un po’ WTF -, il lavoro di scavo psicologico sui personaggi è davvero riuscitissimo. Insomma, mi sembra di aver trovato il modo di apprezzare Giordano. O almeno questo libro. Vittoria!

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Rossella Milone
Cattiva
(Einaudi)

Quanti romanzi e/o opere di assortita non-fiction ci sono sulla maternità? Millemila. Quanti di questi libri sono prescindibilissimi, stucchevoli e anche un po’ fastidiosi, con quella loro patina forzata di GUARDAMI SONO UNA MAMMA PASTICCIONA TI RACCONTO COME FUNZIONANO LE COSE CON ARGUZIA E CORROBORANTE DISINCANTO SONO CERTA CHE TROVERAI I MIEI GUAI TANTO CONFORTANTI E ALLEGRAMENTE SCANZONATI? Quasi tutti. Ecco, è raro imbattersi in una narrazione materna come quella della Milone. E mi sento di ringraziarla, sul serio. È un libro che si legge in un paio d’ore, ma che riesce a filtrare in maniera potentissima nelle pieghe dei ricordi (spesso freschi) di chi ha più o meno recentemente vissuto l’esperienza della nascita di un figlio. È il primo libro di questo “filone” che mi sembra voglia prendere sul serio le mamme, riconsegnandoci – con una lingua bellissima – quei momenti di profonda gioia e di profonda difficoltà che fanno parte dell’universo nuovo che ci troviamo ad attraversare insieme ai nostri bambini, senza sapere bene come si fa. È una storia di istinti confliggenti ma, soprattutto, di correnti sotterranee che ti trascinano lontano e di piccole ancore – che sembrano non fare altro che mangiare, piangere e riempire pannolini di roba immonda – che hanno immancabilmente il potere di restituirti il cuore.

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Giorgio Amitrano
IRO IRO
(DeA Planeta)

Giorgio Amitrano è un’istituzione. Accademico e traduttore “ufficiale” per l’Italia dei più grandi narratori giapponesi, è da tempo immemore un vero punto di riferimento per chi si occupa di cultura nipponica, dalla letteratura all’intrattenimento. IRO IRO è il suo primo saggio – di taglio gioiosamente autobiografico – sul Giappone. È un testo “colto” ma lontano dai toni specialistici, un ordinato divagare che tocca i nodi salienti della società, della storia e dell’impianto “visivo-filosofico” giapponese reinterpretandoli con la sensibilità di chi ha fatto di quel paese materia di studio e di fascinazione perenne. Dall’arte della calligrafia al karaoke, Amitrano ci fa da guida in uno splendido puzzle di suggestioni letterarie, artistiche e cinematografiche – rigorosamente raccolte nella bibliografia finale -, consegnandoci un diario di bordo in cui i ciliegi in fiore convivono con i robottoni e gli haiku spuntano come isolette fra le pagine di Murakami. Delizioso.

 

Dunque, per parlare di Cesare ci vorrebbe un trattato a parte. Farlo qua, in tre parole, è un’operazione complessa, un po’ come se volessimo condensare l’energia di una supernova in una bottiglietta d’acqua da mezzo litro. Qualche giorno fa siamo stati alla festicciola di fine anno del nido. Io ero la mamma designata a portare i piatti e i bicchieri, visto che non so fare niente e che le incombenze più nobili – tipo arrivare con vassoi di focaccine – erano già state prenotate. Inetta e pure lenta, insomma. Comunque. Dopo merende, scivoli e bambini che si aggeggiano a vicenda, ci hanno dato una sporta di carta piena di ogni genere di prova tangibile che potesse in qualche modo farci immaginare che cos’ha fatto nostro figlio al nido per tutto questo tempo. Ha cominciato a settembre, a un anno. Aveva all’incirca un quarto dei capelli che ha adesso e, di sicuro, anche una consapevolezza molto minore della realtà. Nella sporta ci sono diverse macchie di Rorschach – pittura con le dita -, una risma di capolavori di puro astrattismo – disegno coi pennarelli -, una scultura d’arte povera – pasta di sale – e un quaderno pieno di foto che lo ritraggono mentre travasa farine, si rotola sui tappetoni, molesta pupazzi, balla, pranza a un piccolo tavolino, impila cubi e caccia le mani in montagne di lenticchie, manco fosse Amélie Poulain. Cesare, secondo me, è cognitivamente molto superiore ad Amélie Poulain. E pure più romantico.
Ma non è di quell’incapace di Amélie che voglio occuparmi.

La sporta del primo anno di nido, ho scoperto, è uno di quei costrutti che hanno il potere di farti sentire al contempo molto felice e anche molto triste.
Perché, da una parte, sei contenta di ricevere una testimonianza tangibile di tutte le cose nuove che tuo figlio ha imparato a fare o che, più o meno incisivamente, sono entrate a far parte del suo orizzonte in continua espansione. Dall’altra, però, guardi tutti quei fogli e quelle foto e calcoli il tempo che non ci hai passato insieme. Il che, inevitabilmente, ti fa sentire ancora peggio, perché ti rendi conto che tu, da sola, l’energia di fargli fare tutto quello che ha fatto all’asilo non ce l’avresti mai avuta.

Ho atteso l’inizio del nido con una certa trepidazione, devo ammetterlo. Non ci siamo arrivati riposatissimi, all’inizio del nido. Anzi, rasentavamo la dissoluzione cellulare. Perché, per quanto l’amore più puro possa permetterti di spostare sempre un po’ più in là l’asticella di quello che puoi spremere dal tuo cervello e dalle tue membra, prima o poi – almeno per me – ti ritrovi di fronte una specie di gigantesco baratro di stanchezza psicomotoria che ti mangia quasi via anche i sentimenti. Insomma, dopo un anno passato in simbiosi, sapere di poter recuperare le mie facoltà di essere umano “singolo” è stato salvifico. Sapere di poter lavorare in un orario normale, senza dovermi precipitare al computer a fare il più possibile nelle due ore (se andava bene) di pisolino pomeridiano è stato confortante. L’inserimento all’asilo, comunque, credo lo facciano quasi più per le mamme che per i bambini. Perché quando vedi che tuo figlio si mette serenamente a razzolare in mezzo a 7 o 8 altri piccoli culoni (gli infanti sono irrimediabilmente culoni: è il pannolino, c’è poco da fare) e che, in un modo o nell’altro, la sua attenzione viene rapita da qualcosa che non sei tu, ecco, quando succede è un po’ scioccante. Perché un po’ ti meravigli della tua apparente irrilevanza (che storia è mai questa!), ma un po’ ti rassereni anche (bene, è in grado di stare in questo ambiente con altri esseri umani più o meno piccoli senza abbandonarsi a caotiche manifestazioni di disappunto!). E, in sintesi, finisci per capire che nessuno ti sta togliendo niente. E che sentirti felice per lui e per te, quando lo lasci all’asilo nelle capaci mani di una schiera di splendide professioniste, è normale e quasi doveroso. Perché non credo sia sensato – o anche solo possibile – provare invidia o risentimento nei confronti del mondo intero. Perché è esattamente il resto del mondo che tuo figlio sta incontrando, man mano che diventa grande e si stacca pian piano da te. Prima riempivo un universo. E dovevo anche essere un universo. Ora sono una favolosa galassia a forma di mamma, ma attorno a me sono apparsi innumerevoli altri corpi celesti in grado di orientare la navigazione del minuscolo pirata-Cesare.
E Cesare naviga parecchio.
È fatto così.

Ci ha da sempre fatto la grazia di dormire la notte – e con SEMPRE non intendo “oh, siamo appena tornati dall’ospedale e già mi ronfa otto ore!”, figuriamoci. Ha dormito normalmente dopo qualche mese, quando il suo stomaco ha cominciato a dargli/darci tregua – ma, quando è sveglio, è SVEGLIO. Quando vado a prenderlo al nido e lo trovo seduto che ascolta una favola provo sempre un certo stupore. Perché, quando ci siamo noi, è una specie di bomba all’idrogeno. È il genere di bambino che ti fa stancare solo guardandolo. Per osmosi, proprio. E, nonostante riesca a concentrarsi moltissimo quando c’è qualcosa che lo avvince – impastare cose colorate, fare torri precisissime di cubetti, amministrare puzzle con gli le sagomine degli animali e compagnia danzante – prova visibilmente la necessità di assorbire dall’ambiente tutto l’assorbibile. È una roba normalissima e più che legittima, ovvio, ma il risultato è che Cesare ha quasi sviluppato la facoltà di apparire in diversi luoghi contemporaneamente. O che, se io sono sul tappeto con lui e Amore del Cuore è in cucina a preparare la cena, Cesare scava un solco fra i due ambienti precipitandosi a trentordici all’ora prima da me e poi dal papà, brandendo cose importantissime che deve assolutamente farci vedere. Ha scoperto la palla e le macchinine semoventi. Ha capito che ci sono dei libri che gli piacciono di più, quindi li piglia dalla sua libreria e te li porta, così può farseli spiegare. Non parla ancora tantissimo, ma è comunque molto efficace nel comunicarci le sue esigenze. E siamo parzialmente usciti dalla fase manrovesci e sberloni (da leggersi “Cesare ci mena forte”) in favore di un più civilizzato scambio di carezze e bacini umidissimi, ma rigorosamente con lo schiocco. Cesare che mi bacia e che mi abbraccia “con intenzione” è ufficialmente una delle robe più belle mai accadute. Soprattutto se prende la rincorsa e arriva tutto trafelato. DEVO ASSOLUTAMENTE ABBRACCIARTI ORA. DEVO RICOPRIRTI DI SALIVA IN QUESTO PRECISO ISTANTE, NON POSSO ATTENDERE UN MOMENTO DI PIÙ. E, quando succede, mi rendo conto che quella sensazione di non essere più così indispensabile è autentica, ma a intermittenza. Perché lo sarò sempre, anche se pian piano stiamo imparando – tutti e due – a stare insieme come due persone “vere”, che inevitabilmente hanno dei confini. Lui cresce più in fretta di me, ma anch’io aggiungo ogni volta dei pezzetti nuovi a quello che sono, perché ogni volta è necessario inventare una soluzione, una tattica di sopravvivenza, un modo nuovo di interpretare uno stato d’animo. E sono molto più contenta adesso, credo. Anzi, forse è meglio dire che ho ricordi meravigliosi, ma non rimpiango ferocemente i primi tempi, la fase “sono un adorabile fagotto paffuto che mangia, caga, dorme a intervalli di tre ore. E più o meno basta”.
Preferisco rincorrerlo.
Preferisco sentirmi rispondere con un sonoro grugnito quando gli dico “Cesare, tieni bene il cucchiaio e non fare il maialino”.
Preferisco applaudirlo quando arriva in fondo a uno scivolo e dirgli che è bravo quando sembra aver vagamente compreso le modalità di utilizzo di uno spazzolino da denti.
Ci sono delle volte in cui vorrei anche poterlo sedare con una cerbottana? MA CERTO. Cenare alle undici di sera – perché per meritarci quelle otto ore filate di sonno bisogna passarne una con Cesare in braccio a cantargli interi repertori musicali – è un toccasana? Proprio no. Non giova allo stomaco e manco alle vertebre lombari. Uscire a cena e doversi preoccupare costantemente di prendere al volo delle fette di pizza prima che tocchino terra è l’immagine del relax? Giammai!
Ma pian piano si migliora.

Piano piano si capisce che c’è quasi sempre una trovata che può salvarti. Piano piano ti accorgi che ci sono tante cose difficili, ma che tuo figlio è un tipo piacevole, non solo un ordigno da disinnescare. Chiaro, quando lo faccio scendere dal passeggino mi sembra ancora di liberare il kraken in un placido oceano la cui serenità verrà immediatamente compromessa, ma è anche innegabile che un kraken che imperversa nel vortice acquatico creato dai suoi possenti tentacoloni rappresenti uno spettacolo imperdibile. Perché sì, Cesare è uno spettacolo. E spero tanto, con il trascorrere del tempo, di essere sempre in grado di eguagliare la gioia quasi incontenibile che sfodera quando vede un tram che sferraglia – TUTUUU TUTUUU (perché ogni veicolo è un treno) -, un cane a passeggio – BAU BAU BAU BAU BAU -, una coppietta che limona su una panchina – CIAO! CIAOCIAO! CIAO! -, una ciotola di patatine – DÀ! DÀ! (che credo sia una contrazione di DAMMELE SUBITO, STOLTA! -, il papà che torna dall’ufficio – PA PÀ (scandito con grande meticolosità) – o quando vede me, che entro pian piano nella sua classe – piena di seggiolette minuscole, tappetoni, pupazzi e costruzioni – per andarlo a prendere. E lui sembra così piccolo, in mezzo a tutta quella roba. E poi si gira, si illumina tutto e si precipita da me con le braccine spalancate. Perché partire tutti i giorni in esplorazione è un’avventura indubbiamente bellissima, ma anch’io non sono poi malaccio. E anch’io, anche se non posso più tenerlo con me tutto il santo giorno, rimango una stella un po’ più brillante delle altre, nonostante la vastità del cosmo e il continuo passaggio di comete meravigliose. Quello che spero è che capisca, in qualche modo, quanto ci stiamo impegnando. Quanto vogliamo che sia felice. E quanto siamo fieri di lui. La perfezione genitoriale è lontana e, tanto per dirne una, non abbiamo ancora una “vera” cameretta con le pareti pronte per essere riempite con gli scarabocchi bellissimi che c’erano nella sporta del nido, ma spero tanto che Cesare “senta”, ogni giorno, che stiamo facendo del nostro meglio per meritarci un bambino come lui.

Il titolo di questa rubrica mi fa molta tenerezza. È quel “weekly”, proprio. Ma magari fosse una rubrica WEEKLY, signora mia. Magari, accidenti! Nonostante la scarsa periodicità dell’impresa, però, le mie brame e i miei desideri sono solidi e duraturi. E qui ci sono le ultime cose che ho scovato e amato. E che vorrei ardentemente nell’armadio, nella scarpiera o, più in generale, nella mia vita.
Come di consueto, può capitare che ci siano aggeggi che ho scoperto, apprezzato e scelto grazie alla solerte sollecitazione di un ufficio stampa o di un brand. Li trovate segnalati con un agile *.
Procediamo?
Procediamo, orsù!

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Una delle missioni di quest’estate sarà il rinnovo del parco-costumi. Perché non ho praticamente più materiale per riempire il pezzo sopra e tutti i bikini che possiedo sono ormai impraticabili. Per consolarmi della dipartita penso irreversibile della mia terza abbondante, ho deciso di dedicarmi con attenzione anche ai parei, ai caftani scenografici da nobildonna della Versilia e alle ciabattine. L’ambizione massima sarebbe l’abbinamento costume-pareo-ciabatta da declinarsi sull’intero guardaroba spiaggiaiolo. Non so se ce la farò, ma voglio crederci. Anche perché, facendo amicizia con Scholl*come forse avrete già avuto modo di vedere – ho scoperto lo sterminato universo delle Bahia. Ci sono centomila colori diversi (molto allegri e saltellanti), sono comode, sono leggerissime, hanno la magica suola Bioprint (come molte altre scarpine della collezione) e pure i laccetti regolabili. Inizierei da quelle rosse. Poi vediamo come si mette.

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Altra missione estiva di importanza quasi intergalattica: la sporta di paglia. Perché tutte le sporte di paglia che piacciono a me costano minimo cento euro? Non mi pare normale. Sono belle, va bene, ma è pur sempre paglia. Capisco il valore dell’handmade, ci mancherebbe, ma cento bombe per della paglia mi pare comunque un po’ eccessivo. Mi sto dunque dedicando a puntigliose ricerche, nel tentativo di individuare commercianti di accessori non vergognosamente esosi ma comunque in grado di sfornare borse piacevoli, solide e pratiche. Le meravigliose ragazze di Vita su Marte hanno già fatto un pezzo del lavoro, rivelando al mondo l’esistenza di La Petite Sardine, ma non voglio accontentarmi. Ed eccoci qua con Gioseppo. C’è un po’ di tutto, da Gioseppo – e i prezzi sono un po’ più alti, ma senza diventare inaccettabili. La rafia viene spesso combinata con nappine, intrecci e tessuti variamente annodati, ma anche rifinita con manici, bordi e chiusure in pelle (almeno all’apparenza). Insomma, ci sono borse di paglia-paglia e accessori di paglia che potrebbero funzionare bene anche per chi le ferie le ha ad agosto e deve comunque sciropparsi due mesi di caldo in città e brama una borsa non troppo spiaggiaiola o contadinesca, ma comunque estiva.

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Vecchi amici che continuano a fare cose belle: Le Palle. Mi è bastato un giretto allo stand al Salone del Libro per ricordarmi la genialità del progetto – e il suo inesauribile potenziale. Perché le menzogne che possiamo raccontare agli altri per renderci la vita meno insopportabile sono praticamente infinite. Sto pianificando l’acquisto della valente maglietta NON HO MAI NIENTE DA METTERMI, ma anche della gamma completa dei quaderni con le panzane lavorative (spesso dolorosamente web-related).

E visto che siamo in tema, vi segnalo con gioia anche l’apertura di un piccolo shop di cancelleria – anzi, di cose di carta, cose per scrivere e cose utili. Si chiama Pencil Panda e auguro loro ogni successo. Se il tema vi appassiona, date anche un occhio a questa listona.

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L’ESA, tra le altre cose, fa anche delle magliette adorabili (e molto minimal) con su i pianeti.

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Dunque, su Literary Emporium spenderei volentieri tutto quello che ho, ma sto cercando di razionalizzare. E iniziare da una spilla dell’Ancella mi sembra una buona idea (anche perché dovrò pur abbinare qualcosa di altrettanto incisivo alla mia felpa). Se vi sentite particolarmente refrattari all’autorità, poi, potete anche orientarvi sulla micro-collezione delle spillette distopiche.

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Che a Milano esista un negozio dedicato ai prodotti BIUTI coreani ormai lo sanno anche le lucertole dell’isola di Pasqua. Si chiama Miin ed è in Corso Magenta, più o meno. Sono andata a farci un giro per l’evento di apertura e ho cercato di assimilare più nozioni possibili, nella speranza – che mai morirà – di trovare il modo di migliorare la mia faccia. Non ho avuto il tempo, purtroppo, di farmi costruire una BIUTI RUTIN coreana personalizzata, ma ho esaminato con perizia gli scaffali e mi sono fatta spiegare lo spiegabile. Partendo dal presupposto che avrei bisogno di tutto, ho però deciso di concentrare i miei desideri – per il momento – sulla famigerata e pluripremiata Beauty Water di Son & Park. Perché? Perché riempirebbe, in effetti, una lacuna. Io la faccia me la lavo, la mattina, ma una specie di tonico da passare per preparare la pelle al trucco e alle altre creme e cremine non mi pare una cattiva idea, soprattutto se promette anche di esfoliare e uniformare un po’. Quanto costa? Un botto. Ecco perché è qua in wishlist e non nell’armadietto del bagno.

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Sono andata a vedere Jurassic World – Il regno distrutto. Il film è un po’ un pastrocchio, secondo me, ma in questo momento abbiamo altre priorità. Perché là fuori esiste un pacco formato famiglia di Lego Brick Headz con Owen e Blue. E per constatarne la magnificenza non ci serve essere spettatori pensanti e/o critici. Basta aver visto i video di Owen che si aggira per la nursery dei velociraptor. LEGATEMI ALL’ALBERO MAESTRO E TURATEMI OCCHI E ORECCHIE. HO BISOGNO DI QUESTI COSINI.

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Avrò desiderato a sufficienza? Giammai, lo ben sappiamo. Ma per questa settimana direi che possiamo concludere. Felice sfondamento di salvadanai a tutti quanti!