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A ogni piccolo essere umano instradato verso un destino importante pare serva un fedele Amico Artificiale. È un mondo così: alcuni avanzano e altri vengono lasciati indietro, anche se chi imbocca la via di un futuro auspicabilmente luminoso non è al riparo dalle minacce del presente e, in ogni caso, dovrà chiudersi in una sorta di bolla. Non ci si vede più a scuola, perché si studia da terminale, con tutori e tutrici che riempiono le giornate. I coetanei in carne ossa – quelli che appartengono al gruppo dell’eccellenza promessa, per lo meno – si incontrano durante eventi pianificatissimi di interazione sociale, spontanei quanto una presentazione a corte e altrettanto spietati. Si sta insieme da grandi o si passa il tempo con il proprio androide personale, che nasce – a modo suo – per esserci quando è richiesto, per vigilare con discrezione, per monitorare il benessere del bambino di cui è responsabile, per farlo felice dopo aver processato i parametri delle sue abitudini, delle sue parole e di quel che emerge dei suoi pensieri. Per replicare l’effetto che fa avere un amico.

Klara aspetta in vetrina che qualcuno la compri. Vede il mondo come un reticolo di scene da scomporre, osserva i movimenti del sole con pazienza e meraviglia, perché è dal sole che le sue batterie traggono nutrimento. La permanenza in negozio le insegna la speranza – perché solo quando troverà una famiglia potrà iniziare davvero a fare il suo lavoro – e le fornisce un rudimentale bagaglio di nessi causa-effetto, ricavati dall’osservazione di quello che capita in strada all’ombra di un grattacielo e nel viavai di auto e passanti, che formeranno lo scheletro della sua comprensione del “fuori”, della realtà. Klara crede nel potere benefico del sole e in una bambina che ha appiccicato il naso sul vetro e le ha promesso di tornare a prenderla. E Josie torna. Non sta bene, si capisce dall’andatura incerta e dall’apprensione inflessibile della madre, ma ha scelto Klara. E Klara l’ha aspettata. Che cosa diventeranno, l’una per l’altra?

Il premio Nobel a Kazuo Ishiguro, nel 2017, mi ha messo addosso una grande felicità, per quanto i suoi libri mi provochino immancabilmente dei magoni monumentali. Klara non fa eccezione, anche perché torna a indagare, anche se con modalità e protagonisti di matrice differente – e in parte sintetica, in questo caso -, i domandoni devastanti di Non lasciarmi.
Cosa ci rende umani?
Quanto possiamo sperare che qualcuno ci veda per quello che siamo, piuttosto che per quello che funzionalmente si può ricavare da noi?
Dove abita l’anima?
Klara racconta una dimensione alternativa in cui l’intelligenza artificiale non serve solo a impostare il timer per cuocere la pasta o a blandirci mentre aspettiamo che si palesi un operatore umano che risolva le nostre magagne, ma arriva a simulare in maniera credibile l’interazione interpersonale, lasciandone comunque intravedere i deficit. È un futuro (o un presente alternativo) in cui abbiamo imparato a fabbricare le relazioni, creando degli interlocutori che però possiamo spegnere a nostro piacimento o ignorare quando non abbiamo più bisogno di loro. E forse sta proprio lì la grande differenza, il mistero dei legami: una persona vera non ce lo permetterebbe mai, mentre un AA accetta di buon grado di essere riposto in uno sgabuzzino.
E Klara?
Klara è un miscuglio di ingenuità disarmante, ottusità intermittente e fede incrollabile. Circondata da una pletora di essere umani rassegnati, rabbiosi e scalfiti è l’unica entità che sembra aver conservato la capacità di credere. Stabilisce collegamenti tra fenomeni assolutamente disgiunti e ne ricava comandamenti, come farebbe una bambina piccola che non ha abbastanza informazioni per riempire i buchi – o per perdere la capacità di percepire il magico. Klara offre a Josie la soluzione meno “da macchina” che ci sia. Mentre la madre già si industria per riempire il vuoto che Josie non ha ancora lasciato – INSERISCI BRIVIDO -, Klara va a elemosinare un miracolo al cospetto dell’unico Dio che conosce, perché se non hai ancora metabolizzato i confini del possibile, finisci forse per spostarli un po’ più in là.

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Ma spezza il cuore – domanda obbligata quando si tratta di Ishiguro? Sì. E credo dipenda dal “tipo” di androide che Ishiguro ha scelto di costruire qui. È come se Klara – e i suoi colleghi – fossero al contempo troppo bravi a far finta di essere “veri”, così tanto da non poterci lasciare indifferenti, ma anche così vuoti da non concederci per un istante nemmeno uno spiraglio d’illusione.
Le persone, in prevalenza, trattano Klara come tratterebbero una macchina del caffè a forma di essere umano. Ne lodano le funzionalità, l’efficienza e il realismo, ma solo in circostanze estreme prenderanno in considerazione l’idea di abituarsi a lei come “persona”, ben sapendo che l’autoinganno non reggerà. D’istinto ci risulta abominevole ma, a ben pensarci, la tragedia di Klara è che non le pesa. Percepisce la gentilezza, quando ne è oggetto, ma non ha gli strumenti per esigere di essere trattata diversamente e non chiede altro che poter fare per Josie tutto quello che può. L’unico diritto che rivendica, diremmo per programmazione – o per concessione del Sole – è potersi prendere cura della solitudine di una bambina.

[In italiano è uscito nei Supercoralli Einaudi con la traduzione di Susanna Basso e tre copertine alternative firmate da Bianca Bagnarelli].

[Einaudi ha anche sfornato un test molto arguto per misurare il vostro livello di “fiducia” nell’Intelligenza Artificiale. Si può fare qui.]

[Se volete cimentarvi con il bellissimo inglese di Ishiguro, invece, io l’ho letto in quest’edizione].

Ma se questa è la lista BIS, vuol dire che ce n’era già un’altra?
Esatto. La trovate qua.
E benvenuti all’expansion-pack per riempire le vostre sportine – regolarmente di tela e recanti messaggi arguti – con qualche tascabile Einaudi uscito più di recente o sfuggito alle maglie sempre approssimative della mia memoria. L’intento, qua come nella lista precedente, non è quello di compilare l’elenco dei classici che non possono mancare nella vostra libreria – chi sono, Umberto Eco? – ma di frugare qua e là per segnalarvi avventure letterarie eterogenee che per me si sono rivelate preziose. Ho scoperto che quest’anno in sconto non vanno (per legge, pare) le novità dell’ultimo semestre, ma con l’idea di rendere questo post una risorsa duratura, segnalo comunque.
Procedo con sintetica efficienza. O almeno ci provo.

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Da dove parto, se voglio leggere “qualcosa di femminista”? Le risposte possono essere numerose, ma di certo Adichie è un buon trampolino. Dovremmo essere tutti femministi è sempre gagliardamente disponibile nelle Vele in versione integrale, ma c’è anche questa edizione condensata, illustrata da Bianca Bagnarelli e pensata – se vogliamo dar retta alla bandella – per un pubblico di giovani virgulte e virgulti.
Sempre all’interno di questo filone, negli ET trovate anche Cara Ijeawele.

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Dunque, il titolo dice Portatile, ma sono comunque 800 pagine. Non credo bastino in ogni caso a contenere David Foster Wallace, ma è un’antologia che nasce con l’ambizione di pescare quello che di più emblematico, “riconoscibile” e accessibile si possa leggere di suo, per avvicinarsi a quello che ha prodotto riducendo il comprensibile disorientamento che potrebbe assalirci. Ci sono stralci estrapolati dai suoi romanzi, interventi di saggistica, racconti e materiale più didattico.

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In attesa di leggere il romanzo nuovo – che dovrebbe uscire in autunno in inglese, se non ricordo male o se non sono troppo ottimista – negli ET Scrittori sono già approdati entrambi i suoi libri, Parlarne tra amiciPersone normali.
Vi rimando al post su Persone normali, che fra i due resta il mio preferito.

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Dopo Le otto montagne sono ormai diventata una fedele fruitrice del Cognetti montanaro. Se Cognetti va in montagna io sono contenta, serena, pacificata. Qua, insieme a una nutrita schiera di guide e con due cari amici (più lo spettro dell’inafferrabile leopardo delle nevi, svariati asini e un blocco da disegno), decide di celebrare il traguardo dei quarant’anni facendosi 300 km a piedi per il Tibet himalayano. Tiè.

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Non di solo Murakami si anima il Giappone libresco, ma anche dei tormenti dei personaggi di Kawabata – che s’è meritato anche un Nobel -, in bilico tra i codici sublimi dell’arte e il torbido delle passioni silenziose. Per approfondire, anche se abita nelle Letture, ci sono anche i racconti di Prima neve sul Fuji.

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Visto che ci siamo addentrati in territorio giapponese, chiamerei in causa anche Kazuo Ishiguro, che però non è solito ambientare lì le sue storie. Un artista del mondo fluttuante è un’eccezione, è il suo “romanzo giapponese”. Il protagonista è un anziano e illustre pittore che, al termine della Seconda Guerra Mondiale, si vede progressivamente ostracizzato per il suo dichiarato e duraturo appoggio al regime imperialista.
Per Ishigurare ulteriormente vi rammento – a costo di ripetermi – anche Quel che resta del giornoIl gigante sepoltoUn pallido orizzonte di collineNon lasciarmi.

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Exit West credo sia l’unico romanzo che in questi anni mi sono sentita di etichettare – dall’alto della mia VASTA autorità, proprio – come necessario. “Necessario” è diventata la nuova formula magica per praticamente tutto, è un po’ il nuovo “un saggio che si legge come un romanzo”. Ecco, in questo caso è vero. È una storia d’amore e una storia di migrazioni, ma è sopra ogni altra cosa una storia che parla di esseri umani. Utilizza un espediente “fantastico” – quello delle porte che si aprono su luoghi lontani – per analizzare cosa succede nei cuori dei singoli e alle società in senso più ampio quando si scappa da casa propria per trovare salvezza da un’altra parte.

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Per quanto il personaggio di Elizabeth Strout più amato dalla collettività resti con ogni probabilità Olive Kitteridge, anche in Mi chiamo Lucy Barton ritroviamo quell’attenzione minuta ai moti dell’animo e quell’infilata emblematica di piccoli eventi quotidiani che messi tutti in fila tracciano la traiettoria di una vita. Qui abbiamo una madre e una figlia che si ritrovano dopo una voragine che si è spalancata tra loro. Cinque giorni e cinque notti di ricordi e rivelazioni finalmente “vere” in una stanza d’ospedale a Manhattan.

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Il mio è stato un recupero tardivo di Natalia Ginzburg. Ho riletto Lessico famigliare un paio d’anni fa – dopo averlo poco capito al liceo – e ci ho trovato dentro un tesoro a cui continuo ad aggiungere lingotti luccicanti man mano che proseguo con le sue raccolte di saggi brevi, articoli e chiacchiere – come Mai devi domandarmi – o con i suoi romanzi. Quello che mi rallegra molto è che per completare l’opera mi restano ancora un po’ di Natalie ancora da conoscere.

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Più che una raccolta di “reportage”, L’Italia spensierata è un’indagine sociologica sulle tappe obbligate dell’italiano-tipo. C’è Piccolo che visita scientificamente un Autogrill, che porta delle bambine a un parco di divertimenti, che va “a fare il pubblico” a Domenica In… Riti collettivi, sviscerati con arguzia, ai quali abbiamo giurato e spergiurato di non partecipare mai, anche se ci siamo già dentro con tutte le scarpe.

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Il figlio parte come un romanzo sulla Frontiera e si trasforma in una saga generazionale fatta di ideali traditi, ribellioni, compromessi sanguinosi, petrolio e macchie indelebili. Dai Comanche – che rapiscono il patriarca in tenera età – ai pozzi petroliferi del Texas Occidentale, Meyer ci consegna una galleria di personaggi risoluti e imperfetti, ma anche una porzione vividissima di storia americana.

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Saluti, cuorosità e buone letture. :3

Bentornate e bentornati a questo tentativo – con solo vaghi fini di periodicità – che ambisce a riordinare i vari stimoli che sparpaglio in giro e che vorrei cercare di conservare con un po’ più di raziocinio.

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LEGGERE

Incredibile ma vero, ci sono numerose segnalazioni da raggruppare… alcune delle quali sono addirittura articolate! Gennaio, hai fatto schifo per tante ragioni, ma sul fronte libri ci è andata bene.
Dunque, potete recuperare i seguenti post su due libri meritevolissimi:

Bernardine Evaristo – Ragazza, donna, altro (SUR)
Michele Masneri – Steve Jobs non abita più qui (Adelphi)

Visto che abbiamo nominato Adelphi, gli sconti durano ancora per qualche tempo. Qua c’è un antico listone che avevo preparato con qualche consiglio per una campagna precedente. Si sono aggiunti di sicuro altri titoli degnissimi, ma quello che c’è qua è sempre vero. Mi cimenterò in un aggiornamento, ma ormai aspettiamo il prossimo giro.

Anche Mirella, la nostra fida topa di biblioteca, si è prodigata in suggerimenti e spiegoni. Ecco qua gli ultimi, recuperati a imperitura memoria dalle fugaci Instagram Stories.

Il ritorno della famigerata e schiettissima Olive Kitteridge in Olive, ancora lei di Elizabeth Strout (uscito per Einaudi con la traduzione di Susanna Basso).

Poi, visto che sono evidentemente in un periodo “anziane signore che riflettono sull’esistenza”, ecco anche Anne-Marie la beltà di Yasmina Reza, scoperta da queste parti con Felici i felici. 

Per completare l’opera, su Storytel sto finendo di ascoltare Disobbedienza di Naomi Alderman – sì, è l’autrice di Ragazze elettriche e questo è il suo romanzo d’esordio – e mi sembra di essere piombata in uno spin-off di Unorthodox.
Se siete in vena di collaudi, qua ci sono sempre 30 giorni di prova gratuita per cimentarvi con gli audiolibri.

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GUARDARE

Ho sviluppato una sincera partecipazione per le vicissitudini di Kipo e dei suoi multiformi amici. Ma proprio che alzo le braccia al cielo ogni tre minuti e di tanto in tanto piango pure.
Dunque, è difficile da riassumere, ma comincia più o meno così. Kipo è una ragazzina con i capelli rosa che cerca di ricongiungersi a suo padre in un mondo popolato da corgi alti cinquanta metri, megascimmie, gatti boscaioli, vipere rocker, puzzole motocicliste, lontre da avanspettacolo e pesci parlanti. La superficie è dominata da animali mutanti – alcuni dotati di favella e altri no – e solo parzialmente organizzata sotto la monarchia assoluta e terrorizzante di Scarlomagno, mandrillo megalomane (con mandrillo intendo proprio la specie scimmiesca e non alludo ad alcuna disinvoltura nella sfera sessuale) che va in giro a bordo di un fenicottero gigante a due teste (coi denti) e suona il pianoforte. Gli esseri umani si nascondono in società sotterranee e frammentate e cercano, di base, di tirare avanti… anche se tramano nel buio per levare di mezzo i mutanti che rendono inabitabile la superficie. Non vi spoilero niente, ma è una storia super ramificata, viva, più realistica di quel che sembra e piena di cuorosità, saggi propositi, amicizia e STRUGGLE adolescenziale variamente metaforizzato. Io e Cesare siamo super fan. È una produzione Dreamworks e si può vedere su Netflix.

Kipo e l'Era delle Creature Straordinarie, la recensione della serie animata Netflix

Kipo and the Age of Wonderbeasts: Contro un mondo in guerra - SpaceNerd.it

Sempre su Netflix – e senza l’ambizione di fornirvi suggerimenti particolarmente originali, dato che l’avrete già finito tutti un mese fa – abbiamo cominciato a guardare SanPa. Bisognerebbe scriverci trecento tesi di laurea, credo.

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SPERPERARE

Mi sono comprata la versione scura e un po’ più pesantina dei jeans che ho messo di più quest’estate. Per la rubrica “se trovi una roba con cui ti senti a tuo agio prendila in molteplice copia e in diverse gradazioni di colore”. Sono di Benetton e li trovate qua (in ambo le alternative).

Ho ordinato uno spruzzino fighetto per nebulizzare l’acqua sui vegetali di casa.

Anche se poi non me li so asciugare come si dovrebbero asciugare i ricci, questo shampoo sta funzionando super bene.

Mi arrivano sempre più spesso materiali promozionali stampati su carta piantabile. Sono fogli “normali” che contengono dei semini. Voi li spezzettate, li sotterrate in un vaso, li innaffiate e vi vengono su germogli e foglioline. Sento che la situazione del verde domestico sta per sfuggirmi di mano. Non so dove i miei svariati mittenti si siano procurati la loro carta piantabile, ma a giudicare dalle iconcine vengono da qua.

Non si pianta, ma ho comunque trovato un quaderno che ben si adatta alla mia calligrafia ingombrante e che mi aiuta ad arginare il disordine. È un po’ rétro.

 

 

Che cos’è Ragazza, donna, altro? Voto per farcelo spiegare direttamente da Bernardine Evaristo:

Ho deciso di scrivere il romanzo per rappresentare una moltitudine di donne nere britanniche. Per me era importante includere tante storie: ci sono dodici protagoniste, ma le persone rappresentate sono molte di più. Lo scopo del libro è espandere la rappresentazione di chi siamo noi donne nere britanniche. Per fare ciò avevo bisogno di una gran varietà di alterità. Il desiderio di scrivere queste storie nasce dal mio percorso di attivista e dalla carenza, nella letteratura britannica, di storie non stereotipate sulle donne nere.

[La citazioncina arriva da un’intervista che potete leggere tutta intera chez Il Libraio].

Uscito in Italia per Sur con la traduzione di Martina Testa – dopo aver vinto il Man Booker Prize a parimerito con I testamenti di Margaret Atwood – Ragazza, donna, altro è un oggetto letterario di forma insolita e splendida complessità. Nasce come contenitore e amplificatore di voci strutturalmente poco ascoltate, come una macchina da presa elastica e mobilissima che si sofferma sulle innumerevoli sfaccettature che può assumere l’identità. Le dodici portavoce di questo esperimento di rappresentazione collettiva sono altrettante donne che prendono a turno la parola per costruire una vasta e ramificatissima vicenda corale. Le loro rispettive traiettorie si intersecano in più punti, così come intersezionale è la commistione delle loro vicende biografiche e il più ampio colpo d’occhio che se ne ricava.

Tutto parte da Amma, bastian contraria della scena teatrale londinese – femminista militante, nera, lesbica – che si prepara a debuttare con il primo spettacolo della sua carriera che sia mai davvero riuscito ad approdare al mainstream. Attorno a lei, più o meno direttamente, si aggrovigliano e si srotolano nel tempo le esperienze delle altre undici staffettiste. Ciascun personaggio corre la sua frazione del percorso tenendo ben alta una fiaccola che illuminerà per noi una fetta diversa di quell'”alterità” che Evaristo vuole finalmente portare al centro del discorso. Per quanto questo obiettivo strutturale ci risulti evidente – e per quanto qualche passaggio sia più didascalico di altri -, sono donne che galoppano veloci e sicure, lasciandosi alle spalle il rischio di risultare artificiose. Metafore podistiche a parte, il cuore del libro è proprio in quest’alternanza di contesti, prese di posizione, sfumature, epoche e provenienze. È un romanzo ricco perché ricco è lo spettro di possibilità che ospita.
Sono dodici donne nere britanniche che, tutte insieme, costruiscono un racconto che parla di radici, immigrazione e sesso, di colore della pelle e di fluidità del genere, di lavoro, violenza e privilegio, di estrazione, eredità, e riscatto, di indipendenza, relazioni e amore, di amicizia, femminismo e tempo, di età, maternità e società, di evoluzione e cambiamento. Sono cinquecento pagine, ma si fa prima a leggerlo che a tentare di restituirne le stratificazioni elencando tutto quello che ci si trova dentro. È un libro che non tralascia gli ingarbugli del presente ma che riesce anche, saltando di generazione in generazione, di madre in figlia o da matriarca che regna sul suo pezzo di terra a social-attivista contemporanea, a restituirci quella stratificazione storica che colloca ogni donna di questo romanzo in una dimensione rotonda e ancorata al più vasto orizzonte del mondo.

Altro aspetto rilevante: la lingua. E la struttura.
Le donne di Evaristo prendono la parola a turno, in flussi in bilico tra ricordo, rievocazione e narrazione orale. Sembrano pezzi scritti per il teatro, monologhi creati per associazione di idee, assonanze tematiche e sentimento. Non ci sono punti, non ci sono maiuscole all’inizio delle frasi o dei paragrafi. Sono storie che di fluido hanno anche la forma e la libertà di scorrere in tutte le direzioni. È insolito? Di sicuro. È fastidioso? Lì per lì spiazza, ma dopo poche pagine si ingrana e si diventa parte integrante del ritmo. È una scrittura che avvolge e trasporta.

Insomma, Ragazza, donna, altro è un esperimento che rende pienamente onore alle sue ambiziose premesse. Ci si lamenta sempre di quanto difficile sia orientarsi nella complessità relazionale, sociale e “sentimentale” del nostro presente… e anche di quanto sia impervio rappresentarla senza risultare stucchevoli e/o parrucconi e/o eccessivamente semplicistici o condiscendenti. Ecco, Evaristo assembla per noi un coro di esperienze che non solo risultano “vere” e vive – ed estremamente coinvolgenti da leggere -, ma che si inseriscono con la loro ricchezza in un dibattito globale indispensabile a cui, in un modo o nell’altro, stiamo contribuendo tutte. In conclusione, se vi va di inaugurare il 2021 con una lettura importante, leggetevi Bernardine Evaristo.

Michele Masneri mi sta suscitando un certo risentimento perché dopo aver letto Steve Jobs non abita più qui sento il bisogno di tornare in California, affrontando i luoghi e i costrutti antropologici locali con una consapevolezza che da turista giuggiolona mi è mancata. Il senso di inadeguatezza che provo – da ex visitatrice svagata di uno dei luoghi più carichi di mitologie stratificate tra le più varie ed eventuali del mondo – è, in realtà, un fattore positivo. Ci si può sentire manchevoli solo quando ci troviamo davanti a qualcosa di ricco, gustoso e approfondito… che poi forse è anche un po’ quello che mancava alla Valle oscura – se vogliamo dar voce a una delle obiezioni principali in cui Anna Wiener è incappata. Ma tenderei a staccarmi da lì, perché a parte la collocazione geografica e il tema del “tech”, son due faccende assai diverse.

Che fa Masneri?
Steve Jobs non abita più qui è una raccolta di multiformi reportage che nascono da una prolungata permanenza sul campo. Masneri ha stazionato abbondantemente a San Francisco ed è tornato a più riprese in California come inviato del Foglio – che poi è anche il primo posto in cui versioni più stringate di questi pezzi sono approdate dal 2016 in poi.
Di che parlano questi pezzi? In soldoni, di un contesto che riesce ad essere significativo in più dimensioni tematiche e dimensioni temporali contemporaneamente. Eleggendo San Francisco a campo base, per dire, ne ricordiamo la centralità storica per la comunità queer, ma studiamo anche la città come centro di smistamento di cervelli e capitali che, coi loro sforzi congiunti, ambiscono a scaraventarci verso il futuro. Ogni quadro tematico resta fluido e allunga i suoi tentacolini cablati verso un altro pezzettino della città o dell’umanità che lo occupa, restituendoci un mosaico di abbondanti sovrapposizioni.

Si parla inevitabilmente di tecnologia, ma troviamo anche Jonathan Franzen che dal suo villino quasi-boschivo riflette sul perché così tanta gente lo detesti, troviamo la storia di un nuovo filone stilistico-culinario, combattiamo con il mercato immobiliare – ossessione onnipresente prodotta da reali sconvolgimenti socio-economici – e ci addentriamo nella leggenda degli Hearst, passando anche a fare quattro chiacchiere con Bret Easton Ellis, che alle feste ci va molto meno di prima e fa finta di scrivere solo per la TV.
Da dove spunta Uber?
Come funzionano le serrature?
Che ne è stato del grande terrore dell’AIDS?
Com’è il funerale di un mostro sacro del surf?
È il Pride o una manifestazione fagocitata dalle PR aziendali?
Economia, innovazione, cibo, viabilità, personaggi mitologici, fissazioni, creatività… tutto contribuisce al grande puzzle del surreale presente californiano, che Masneri ci restituisce con senso dell’umorismo, arguzia e una salutare dose di spesso meritato disincanto.

[Le foto arrivano da una delle più grandi fonti di MA VERAMENTE del libro: la casa progettata (mobili compresi) da Ettore Sottsass a Palo Alto per David Kelley – designer a sua volta leggendario tra le cui gesta possiamo ricordare l’invenzione del primo mouse. Kelley sta vendendo la casa ma è molto preoccupato, perché teme che i potenziali acquirenti siano interessati solo alla “terra” – vera risorsa scarsa del circondario – e non tanto al lavoro di Sottsass. Insomma, “me la buttano giù e chissà poi cosa ci fanno”. STEI TIUND per futuri aggiornamenti].

Più per ordine mentale mio che per presunti slanci di utilità nei confronti del mondo, benvenute e benvenuti a questa prima Settimanini, un angoletto con ambizioni ricapitolesche che dovrebbe aiutarmi a mappare, raggruppare e rendere comodamente ricercabili i numerosi spunti che lancio qua e là. Nelle mie troppo ottimistiche ambizioni, dovrei periodicamente raccogliere in questi spazi quello che leggo, vedo e bramo (o mi compro con soddisfazione). Si fa prima a fare che a spiegare, quindi tenderei a procedere e buonanotte al secchio.

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GUARDARE

Dunque, abbiamo concluso con trepidazione e buon gradimento La regina degli scacchi – una serie che ha suscitato in me una solidarietà sconfinata per la produzione, che ogni cinque secondi doveva imbastire partite a scacchi realistiche e super intricate, girando ogni roba 800 volte (sospetto) perché se qualcuno sbagliava a muovere il cavallo bisognava rifare tutto da capo – e abbiamo iniziato Workin’ Moms, altra serie che segue le peripezie di un coraggioso manipolo di neomadri che tentano di abitare il mondo come delle persone normali (o come le persone che erano) anche se hanno figliato. E che sarà mai, direte voi. E che sarà mai UN CORNO. Nel guardarlo, oscillo tra il pianto e una veemente sensazione di sorellanza, invidiando a morte quelle che dispongono di una babysitter efficiente.

Area Pixar.
Non so bene cosa non vada più nel mio cervello, ma Soul ha generato una scarsissima presa su di me. Che il filone necrofilo-filosofico abbia esaurito il suo potenziale? La musica non mi piace abbastanza? Sarò satura di vedere ore di film che tentano di indagare i nostri sogni più reconditi per poi risolverla con massì, il senso della vita è nelle piccole cose? Tiè, pigliati una fetta di pizza! Non lo so. Sono diventata arida. Ho adorato il trattamento visivo del aldilà (o dell’aldiprima) e il broker che a un certo punto scaglia il monitor per terra e ricomincia a campare ci offre un istante di pura e limpida felicità, ma resto tiepida. Un film intero su 22 che maltratta i suoi mentori, però, lo guarderei all’istante.

Il film della Pixar “Onward” è stato vietato in quattro paesi mediorientali per la presenza di un personaggio omosessuale, dice Deadline - Il Post

Su Onward, invece, avevo aspettative scarsissime. La gestione delle nostre aspettative credo sia una delle sfide più monumentali che la Pixar dovrà affrontare nel futuro. Siamo stati ben abituati e questo felice bagaglio di esperienze cinematografiche condivise mi rende di sicuro una spettatrice fidelizzatissima, ma è anche vero che posso guadarmi un Onward in pace senza pretendere che mi appaia Santa Teresa che va in estasi per gli unicorni randagi. Comunque. Nella mia testa doveva essere una cazzata inutile (non so perché), ma Onward è riuscito a intrattenermi abbondantemente e anche a farmi piangere senza il minimo ritegno. Esperimento riuscito! Datemi delle creature mitologiche a caso e mi farete felice! W la manticora!

Death to 2020: uscita, cast, trama e streaming su Netflix

Su Netflix ho trovato anche Death To 2020, una sorta di speciale dedicato all’anno infame che abbiamo appena attraversato. Girato sotto forma di mockumentary con interpreti blasonatissimi che si prestano a cialtronate più o meno riuscite, è di una cattiveria corroborante e scacciapensieri.

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LEGGERE

Con il supporto della mia fida Mirella – la topa di biblioteca – un romanzo e la seconda puntata di un manga già amato. Se siete in vena di leggere saggi socio-tecnologici, invece, ecco qua dove recuperare qualche pensiero su La valle oscura.

Nives di Sacha Naspini
(Edizioni E/O)

 

La taverna di mezzanotte (vol. II) di Yaro Abe
(BAO Publishing, traduzione di Prisco Oliva)

 

Per riassumere un tema che appare ricorrente: CORNA.

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SPERPERARE

Niente, ho scoperto che Lego ha deciso di darsi alla botanica e adesso voglio costruire dei bouquet di fiori da piazzarmi sul tavolo. Non appassiscono. Non vengono assaltati dagli insetti. L’acqua nel vaso non vi si impaluda. Una soluzione durevole e graziosa. Che favola! 😀

These Beautiful Lego Flower Bouquets and Bonsai Tree Sets Are Perfect for People Who Always Kill Plants | Travel + Leisure

 

Visto che mi sembra di non leggere mai abbastanza, ho deciso di rivoltare la frittata: ti pare di aver letto poco? Rallegratene! Vuol dire che là fuori ti attendono ancora innumerevoli scoperte! Gioia! Avventura! Felicità!
Nel 2020 non è andata malissimo, date le circostanze. Ho superato un momento di stallo totale durante il primo lockdown e mi sono pian piano ripresa. Qua ci sono i titoli che ho più amato quest’anno o che mi hanno fatto intravedere qualcosa di nuovo, facendomi talvolta riemergere dalle paludi del mio cervello. Non sono necessariamente novità del 2020 – anzi, praticamente mai – ma solo libri che, personalmente, ho letto nel 2020.
Eccoli qua.

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Rachel Cusk
A Life’s Work

Dopo la trilogia di Resoconto ho deciso di cominciare a esplorare “il resto” dell’universo di Cusk. Ho cominciato da questo memoir sulla maternità. Per una riflessione un po’ meno sintetica, ecco qua quello che avevo scritto.

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Città sola (La cultura Vol. 1152) di [Olivia Laing, Francesca Mastruzzo]

Olivia Laing
Città sola
(Traduzione di Francesca Mastruzzo)

Arte! Solitudine! Metropoli!
Ecco il pensierino che avevo scritto per Instagram:

Olivia Laing è diventata una delle portabandiera di un genere letterario ibrido, che riesce a trascinarci in uno specifico spicchio del pensiero/delle tribolazioni umane ma anche a procedere per deviazioni e ramificazioni, finendo per somigliare a una versione più limpida e più “a fuoco” del disordine stratificato del nostro modo di informarci. INSOMMA, uno spunto autobiografico (un periodo di acuta solitudine attraversato da Laing a New York, in seguito a un amore naufragato) non diventa solo un’indagine universale, ma anche il centro di una ragnatela fatta di arte, storia, urbanistica, antropologia, cronaca, tecnologia e performance. Laing risale alle radici della solitudine riportandoci nella Manhattan degli anni ’70 e ’80, quando Times Square non era ancora un parco giochi per turisti, l’AIDS cominciava a mietere vittime e la Factory era a pieno regime. Ripercorrendo la storia personale e artistica di Edward Hopper, Andy Warhol, Henry Darger e David Wojnarowicz – tra gli altri – Laing utilizza l’arte, il “visivo” e gli oggetti che ci lasciamo alle spalle per esplorare, molecola per molecola, la struttura dell’isolamento, dello stigma, dell’invisibilità e del vuoto pneumatico in cui, in modo più o meno irreversibile, possiamo scivolare… ritrovandoci in un posto insospettabilmente affollato. In tutta sincerità, Olivia Laing mi ha fatto venire una gran voglia di convertirmi eternamente alla narrative non-fiction. E di comprare tende più spesse da mettere alle finestre.

Sempre di Laing, quest’anno ho letto anche Viaggio a Echo Spring. Storie di scrittori e alcolismo. Pur avendolo apprezzato, è un libro che sarebbe stato meglio affrontare dopo aver accumulato più “bagaglio” su un paio degli scrittori citati. Ora, comunque, vorrei cimentarmi pure con Gita al fiume.

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Sandra Petrignani
La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg

Tra gli illustri candidati allo Strega di un paio d’anni fa, La corsara è una splendida biografia di Natalia Ginzburg che intreccia opera letteraria a “vita vera”… sempre che, in questo caso, i due ambiti si possano scindere più di tanto. Temevo di trovarlo pesantone, ma si è dimostrato un saggio prezioso e una guida illuminante al lavoro di Natalia, oltre che una chiave per tornare a spalancare le porte su un ambiente “intellettual-editoriale” assolutamente irripetibile.

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Ted Chiang
Exhalation

Sì, c’è anche in italiano – si chiama Respiro ed è uscito per Frassinelli.
Partendo dal presupposto che è stato il primo ma non l’ultimo Chiang che leggerò, ecco qua i pensierini precedentemente apparsi su Instagram:

Ted Chiang è una specie di antropologo della fantascienza, un architetto di paradossi e un acuto studioso delle relazioni tra tecnologia, linguaggio e umanità. In questa raccolta – sostenuta da idee brillantissime ma anche da una scrittura super fascinosa, eclettica e camaleontica – troviamo pappagalli che parlano, strutture tribali (e cognitive) modificate dall’avvento della scrittura, dispositivi che immagazzinano i nostri ricordi (TUTTI), prismi che possono metterci in comunicazione con i nostri equivalenti in realtà alternative, tate meccaniche, antichi alchimisti che viaggiano nel tempo, software allevati per anni come bambini, aggeggi che annullano il libero arbitrio, scienziati robot che si dissezionano da soli per capire come funziona l’universo. Ogni scenario è ricco di vaste conseguenze ed è ancoratissimo a una realtà che ci appartiene, perché popolata da personaggi che decifrano il mondo, si domandano chi sono, cercano di prendere decisioni e mettono in discussione quello che sanno. È un tuffo nelle profondità della nostra potenziale relazione con la tecnologia, del legame tra vita e pensiero, tra mente e limiti imposti dal tempo e dal corpo. Vorrei aver letto Chiang prima di Black Mirror. Mi hai rovinato Black Mirror, Chiang. Sei molto più bravo te.

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Nova
Stelle o sparo

Nova l’avevo vista e ascoltata al Salone, nel super panel che Bao organizza sempre con i suoi autori ma è passato un bel po’ di tempo prima che mi decidessi a leggere Stelle o sparo, il suo esordio. È la storia di una tizia che va su un’isoletta poco battuta dal turismo “industrializzato” per ritrovare se stessa. L’isola è minuscola. “La gente va a ritrovare se stessa nei posti più assurdi. Tipo l’India, il Tibet. Posti enormi. Cioè secondo me se ti cerchi in un posto molto piccolo magari trovi”. Tutto il fumetto è così. Disegno elettrico e vivissimo e una scrittura imprevedibile. Per ragioni anagrafiche, partiamo da un immaginario pop condiviso, il che di sicuro ha aiutato, ma è tutto una folle meraviglia. Pure la bio in bandella è favolosa. Finisce così: “Grazie al suo stile incredibilmente approssimativo, vorrebbe un giorno essere ricordata come l’Eurospin del fumetto italiano”.

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Marta Barone
Città sommersa

Ma perché questo libro non ha vinto lo Strega? Mai smetterò di domandarmelo. A parte i miei giganteschi interrogativi, Città sommersa è una specie di “ritratto geologico” di un genitore da poco scomparso. Il padre, una volta diventato personaggio e non più solo il genitore conosciuto – per quanto si possa dire di conoscere davvero i propri genitori -, diventa L.B., medico operaio processato per banda armata. Nel ricostruire la storia di L.B., Barone ripercorre un pezzo di storia recente italiana, cercando il padre nei filmati d’archivio, ascoltando le voci di chi quell’L.B. l’ha conosciuto, l’ha visto cambiare, l’ha incrociato nelle carte processuali e ne ha condiviso il contesto contraddittorio, l’infrangersi violento dell’utopia sulla crosta della realtà.

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Mattia Torre
In mezzo al mare

Per me, Mattia Torre è stato essenzialmente uno sceneggiatore di Boris. E dici poco? Affatto. Dico solo che a In mezzo al mare non ci sono arrivata con grande tempestività. Ma quando mai son stata tempestiva, d’altro canto. Torre è scomparso nel 2019 e anche grazie a questa raccolta di sette monologhi teatrali comincio davvero a percepire la portata della perdita. Dai figli all’ossessione collettiva per il cibo, dall’invasività del ciclo mestruale alla megalomania dell’uomo comune, non c’è monologo che non riesca a inquadrare con arguzia, grasse risate e una punta di corroborante cinismo l’assurdità del quotidiano.
Se potete, vi consiglio di ascoltarlo – io l’ho fatto su Storytel – perché gli attori che hanno portato in scena questi pezzi sono anche quelli che leggeranno per voi.

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Tamsyn Muir
Gideon la Nona

Dei tanti libri che ho tradotto, questo forse è quello che più mi ha coinvolta anche da lettrice. Mi ha ricordato com’era leggere da più piccola, quando attraversavo lunghi periodi di approfonditissimo invasamento per le opere d’ingegno più disparate. E mi ha anche fatto ripensare a quanto sia importante, di tanto in tanto, imbattersi in qualcosa che ci spiazza per originalità e per la potenza dei MA CHE MI FREGA LASCIATEMI DIVERTIRE che emana. In parole poverissime, Gideon è una space-opera che ci trasporta in una galassia governata da un Divino Resurrettore e da Nove Case, ciascuna specializzata in una particolare disciplina necromantesca. C’è chi aggeggia le anime, c’è chi manovra la carne, c’è chi parla con gli spiriti. Le nostre amiche della Nona sono brave con le ossa. Il dinamico duo che seguiremo in una specie di Giochi Senza Frontiere splatter è formato da Harrowhark – la Reverenda Figlia della Nona Casa – e Gideon, sua riluttante paladina. Tra descrizioni mega barocche e gente che si manda a quel paese con un linguaggio a dir poco colorito, Gideon è una gioia d’invenzione, mitologie intricate e intrattenimento enigmatico. Ho amato. Tantissimo.

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In caso di ulteriori curiosità, qua c’è anche la lista dei preferiti del 2019.

Non è rilevante a livello macroscopico ma, in scala ridotta, un pezzo della mia parabola professionale somiglia un po’ a quella di Anna Wiener. Abbiamo entrambe esordito nel mondo del lavoro con un impiego editorial-librario – lei a New York come assistente in una piccola agenzia letteraria – e ci siamo successivamente spostate nel “tech”. Lei ha fatto i bagagli e si è trasferita a San Francisco per trovare la rampetta di lancio a cui sentiva di poter ambire nella terra promessa delle start-up, io mi sono stabilita a Milano e ho cominciato a lavorare in pianta stabile coi social. La mia era un’agenzia digital e, al contrario di Wiener, mi occupavo effettivamente di contenuto, ma trattandosi di un memoir che usa la cultura aziendale come chiave di lettura per tratteggiare un paradigma umano più ampio, qualche punto di contatto – mio malgrado – l’ho percepito a livello epidermico, innescando un certo meccanismo di riconoscimento che ha sicuramente aiutato il libro a far presa sul mio cervello aggrovigliato e perennemente distratto dai social.
Il fatto che si fatichi a spiegare che lavoro effettivamente facesse Wiener è un aspetto che oscilla tra lo sfizioso e il terrificante. Assistenza clienti. Prima per una start-up di analisi dati e poi per una blasonata piattaforma open-source. Non si fanno mai nomi, ovviamente, perché gli avvocati dei giovani miliardari della Silicon Valley sono molto più agguerriti di quelli che potrebbe permettersi l’autrice, quindi la si piglia sempre un po’ alla lontana… anche se non ci sono dubbi su come identificare il “il grande negozio online” o “il social network che tutti odiano”. Al di là delle pressanti necessità di raccontare la sua parabola professionale parandosi al contempo il deretano, Wiener costruisce una ricca cronaca socio-manageriale di un settore che ha completamente sballato le “proporzioni” finanziarie del passato e che, al contempo, è riuscito a modificare radicalmente le nostre abitudini e le nostre scelte di consumo, informazione, intrattenimento. Non mi impegnerò troppo a compilare un elenco, perché non ci sono elenchi da fare. L’impatto è totale, capillare, onnipresente. Così tanto da superare, di fatto, le nostre capacità di valutarne a pieno le implicazioni. Un po’ perché è complicato analizzare un fenomeno che sta ancora succedendo – e che ci coinvolge – e un po’ perché l’ambiente tecnologico in cui ci muoviamo è strutturato per darci l’illusione di essere decisori attivi. Siamo incoraggiati a compiere, di continuo, miriadi di micro-azioni, ingegnerizzate per generare soddisfazione istantanea e risposte immediate. E quello che si intuisce ancora meno è l’ordine di grandezza dei soldi che girano, soprattutto rispetto ad altre aree dello scibile produttivo umano e del mercato del lavoro.
Wiener parte per San Francisco anche perché a New York la vita è cara e l’editoria è pezzente. A venticinque anni non ha prospettive concrete di carriera e tutti i suoi amici che condividono con lei una medesima matrice lavorativo-antropologica fanno altre trentasette cose per mantenersi, perché lo stipendio che portano a casa con il loro impiego “nobile” e intellettualmente gratificante non è sufficiente. Nella Silicon Valley, i venticinquenni sono già navigati amministratori delegati che con una manciata di ingegneri che si occupano del codice e l’idea di un’app – spesso destinata a sorgere e tramontare nel giro di due anni – riescono a raccogliere milioni di dollari di finanziamenti. Si parla una lingua fittizia, fatta di slogan spiritosi, stronzate motivazionali, meme rimasticati e slang tecnico. Si allestiscono uffici giocosi e accoglienti perché ci si aspetta, più o meno tacitamente, che il tempo trascorso al lavoro superi quello da trascorrere “fuori”, come individui disgiunti dall’azienda. Si incoraggia artificiosamente il cameratismo, perché la narrazione della grande famiglia felice crea devozione alla causa. Perché c’è una causa, ovviamente. Nessuna start-up fa semplicemente quel che fa: implementare e vendere un prodotto tecnologico. Le aziende salvano il mondo, creano legami indissolubili, fanno fiorire la creatività e coltivano sogni. E i primi a cui si vende il sogno sono i potenziali dipendenti. L’offerta è attraente: alloggio, assicurazione sanitaria e dentistica, benefit materiali e possibilità di intrattenimento di cui tendenzialmente non avrai tempo di usufruire, perché stai lavorando. Sempre.

Wiener non smette mai di oscillare tra il desiderio di entrare a pieno titolo a far parte di quella specie di confraternita di eletti – brillanti, ricchi, realizzati, integrati nel contesto – e quello di fare un passo indietro per ricordarsi “chi era” e analizzare con più lucidità le evidenti storture di quel nuovo ambiente umano.
A più riprese ci fa notare con veemenza che sì, desiderava moltissimo che l’amministratore delegato di turno le dicesse quanto era brava e quanto il suo contributo fosse prezioso, ma era anche consapevole di trovarsi in un contesto dove il problema della diversity e del sessismo più smaccato erano talmente interiorizzati e “normali” da essere parte integrante, insieme al frigo delle birre, alle felpe col logo aziendale e ai giri in skateboard per l’ufficio, di quella stessa cultura aziendale finto-compagnona che continua a rappresentare uno dei benefit più gettonati del settore.
Tra scandali per molestie gestiti come scocciature periodiche da disinnescare mettendo in piedi un bel dipartimento per le pari opportunità – come diremmo noi con un gergo forse un po’ vetusto – da utilizzare come efficace leva per le pubbliche relazioni senza però generare nessun mutamento strutturale e il graduale riversarsi verso l’esterno, verso la città, verso i quartieri e gli appartamenti delle dinamiche della nuova bolla tecnologica, che di fatto finisce per inglobare anche il mondo materiale circostante, Wiener racconta il suo nuovo universo professionale e cerca di mapparne le implicazioni. Urbanistica, economia, mercato del lavoro, risvolti psicologici, consumo, cultura, controllo. Il punto di vista è ovviamente soggettivo e parziale… e l’intento non è quello di fornirci soluzioni per demolire un sistema che alimentiamo quotidianamente anche noi. Non percepiremo uno stipendio dal social network che tutti odiano (tanto per citare una delle tante entità), ma di fatto forniamo al social network che tutti odiano il materiale indispensabile al suo funzionamento e alla sua redditività: il nostro tempo, i nostri dati, le nostre interazioni, i nostri pensieri e la nostra attenzione. Non è un libro che ambisce tanto a farci impugnare i forconi. Forse è un libro che vuole farci riflettere – fornendoci un po’ di informazioni di contesto e qualche dritta su “quello che c’è dietro” – sul perché, tutto sommato, non ci dispiaccia lasciare i forconi dove stanno.

[La valle oscura è uscito per Adelphi nella traduzione di Milena Zemira Ciccimarra. È una traduzione leggibilissima che, qua e là, si ingoffa un po’ sul gergo tech o economico. Il problema, secondo me, è più che altro di definizione del pubblico di riferimento per questo libro. Perché venture capitalist resta così mentre flagship store diventa “negozio di bandiera”? Tanto gergo aziendale, tecnologico e di marketing è mutuato dall’inglese e viene usato correntemente anche nel nostro contesto – risultando dunque, comprensibile -, ma stabilire la linea di demarcazione che separa l’uso corrente dal lessico ancora troppo specialistico non è mai di semplice definizione e, inevitabilmente, a un pubblico più vicino al tema certi adattamenti balzeranno di più agli occhi e appariranno forzati.]

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Tra le potenziali liste di libri donabili a chi vi pare per Natale (valgono anche gli auto-regali) quella che compilo più volentieri è sempre questa. Le strenne nascono per essere boriose fuori – “belle” edizioni che sbarcano in libreria con l’intento di farvi fare un’egregia figura, appagando il vostro e l’altrui feticismo – e avvincenti dentro. Insomma, fumo più arrosto. Sono tutti manufatti degni del British Museum? No, ma tendono a rispondere a propensioni specifiche, configurandosi come regali che fanno sentire compreso chi li riceve. Diamine, hai davvero pensato a me!
Ho cercato di radunare qua un coraggioso manipolo di spunti eterogenei, in modo da aiutarvi a scegliere “per interessi” e non solo per caratteristiche demografiche che, se posso permettermi, lasciano un po’ il tempo che trovano. Sì, vorrei regalare un libro a mia madre che ha 60 anni. E quindi? Tua madre avrà ben delle passioni, delle inclinazioni o delle predilezioni che possono trovare un corrispettivo nel mercato librario. Ecco, qui il principio è quello, per quanto possibile.

Procediamo!

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Elisa Shori AKA Disegnetti Depressetti
Fragile – Maneggiare con cura

Per i millennial disorientati ma volenterosi delle vostre vite, una raccolta di disegni rivelatori, teneri e DEVASTANTI.

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Isabel Thomas e Sara Gillingham
Esplorando gli elementi – Una guida completa alla tavola periodica
Un “atlante” per esplorare la tavola periodica degli elementi. Per chi ama la chimica o per chi vuole documentarsi sul tema in maniera curiosa e ben sintetizzata (sia dal punto di vista testuale che visivo… ah, le infografiche!). Il disprosio, il tantalio e il vanadio non avranno più segreti per voi.
[Traduzione di Angela Ragusa].

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Charlie Mackesy
Il bambino, la talpa, la volpe e il cavallo
Per una chiacchiera più approfondita, ecco qua.
Voglio anche dichiararlo: sto tifando tantissimo affinché Mackesy soppianti Il piccolo principe. PER SEMPRE.
[Traduzione di Giuseppe Iacobaci]

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The Star Wars Archives – Episodio I-III (1999-2005)
Dunque, sono già in possesso del primo volume di questa MERAVIGLIA, quello dedicato alla “trilogia originale”. Che roba sono? Sono un compendio strabiliante di backstage, foto inedite, testimonianze dal set, making-of e note di produzione di Star Wars. Il librone rosso si focalizza sugli Episodi I, II e III e, nonostante io abbia molto da ridire sul risultato finale (IDDIO, PERCHÉ INFLIGGERCI JAR JAR), sono talmente invasata che vorrei pure questo.

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Alastair Bonnett
Fuori dalle mappe – Un viaggio fantastico in luoghi inesplorati
Che altro ci resta da scoprire? Parecchio, pare. Questo libro è un atlante (più narrativo che visivo) dell’ignoto, delle mete poco battute e di misteri geografici conclamati. Città invisibili, stati privi di un territorio, isole artificiali, festival pazzi e luoghi perduti, una raccolta di destinazioni per viaggiatori curiosi e immaginazioni sconfinate.
[Traduzione di Lorenzo Vetta].

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Jüne Plã
Club Godo – Una cartografia del piacere
Per chi è in possesso di un apparato genitale e non ha paura di imparare a utilizzarlo al meglio delle sue rutilanti potenzialità. Contiene disegnetti esplicativi di rara limpidezza.
[Traduzione di Maura Parolini e Matteo Curtoni].

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Harry Potter – Il mondo segreto
Il libro pop-up

La galassia potteriana ha dato vita a innumerevoli spin-off degni di nota, tra cui sicuramente ci sono gli immani pop-up di Matthew Reinhart. A questo giro, il celeberrimo paper artist ci porta a spasso per Diagon Alley, con dettagliatissime tappe al Ministero della Magia e al Binario 9 e 3/4. Il libro si apre e diventa una specie di modellino interattivo lungo un metro e venti. Perbacco.

Intanto che ci siamo, non posso esimermi dal segnalare l’edizione di Harry Potter e la Pietra FIlosofale con le illustrazioni dei sempre magnifici Minalima. Non sarà un pop-up grande come una persona, ma anche qui le trovate cartotecniche e le sorprese pazze non mancano.

Vi piace l’approccio dei Minalima ma detestate i maghi? Nessun problema. L’Ippocampo sta proseguendo con la pubblicazione della loro collana dei classici. L’aggiunta più recente è La sirenetta e altre fiabe. Quelle “altre fiabe” sono le fiabe più celebri di Hans Christian Andersen. E no, non finiscono bene. Le fiabe di Andersen non finiscono mai bene.

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Daniela Collu
Un minuto d’arte
Da Borromini a Olafur Eliasson, 60 capolavori raccontati con sapiente sensibilità (e senso dell’umorismo) da una delle mie chiacchierone preferite dell’Internet – e della vita, quando ancora ci si poteva incontrare. Una rubrica nata su Instagram e ora approdata in un volume illustrato che spera di infarinarvi ben bene in materia d’arte senza farvi diventare degli insopportabili parrucconi.

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Rob Hobson
Sogni d’oro – L’arte del buon riposo
Un delizioso librino per chi dorme male e vorrebbe dormire meglio, ma anche per chi ronfa come una pietra e ambisce semplicemente ad approfondire il tema del sonno e la sua tentacolare importanza per il nostro “funzionamento”.
[Traduzione di Elena Cantoni].

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Daniel Kariko
Vivono tra noi – Ritratti straordinari di insetti ordinari

Per gli entomologi in erba (che potranno godersi i ritratti DETTAGLIATISSIMI di bachi, ragni e coleotteri di ogni tipo, scattati utilizzando anche il microscopio elettronico) e per chi, pur amando esaminare la minuziosa fisionomia di formiche e scarabei, si diletta anche a sviscerarne i comportamenti. Insetti fantastici e dove trovarli… in questo atlante fotografico, ecco dove.
[Traduzione di Emiliano R. Veronesi].

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Zerocalcare
A Babbo morto – Una storia di Natale
Posso dire che non li sopporto i libri di Natale a tema Natale? Ecco. Però questo è di Zerocalcare. E Babbo Natale schiatta.
Per chi vivesse sotto a un sasso, quest’anno è uscito anche Scheletri… che è molto bello e mi ha anche fatto molto preoccupare per Michele.

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Giulia Blasi
Rivoluzione Z
Penso che il sottotitolo sia già assai rivelatorio: Diventare adulti migliori con il femminismo. Chi ha già letto Manuale per ragazze rivoluzionarie troverà qui una preziosa versione a misura di adolescente (femmina o maschio che sia), per imparare a costruire un futuro un po’ meno impervio del presente che abitiamo (ancora con parecchie storture).

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Movieplayer.it (Liguori – Cuomo – Grossi)
100 serie TV in pillole
Per chi vaga disorientato nelle lande sovrappopolate dell’intrattenimento in streaming, una pratica enciclopedia delle serie TV per riscoprire quello che ci siamo persi in passato e ritrovare la bussola nel vasto mare delle novità.
Volume uno e volume due.

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Riccardo Falcinelli
Figure
Un “maestro” della grafica – non solo editoriale – assembla per noi questo saggione sul multiforme mondo delle immagini, isolandone i mattoncini costitutivi (dalla percezione alla composizione) e portando allo scoperto i linguaggi e le solide impalcature che si nascondono dietro a quello che vediamo. Corredato, ovviamente, da numerose immagini. Se no che libro sulle immagini era.

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Ursula K. Le Guin
Terramare – La saga completa
Gli Oscar Draghi sono un ottimo posto dove cercare edizioni sontuose di grandi classici (e non) del fantastico. Questo Terramare, forse, è quello con la copertina e la “resa fisica” meno d’impatto fra i numerosi titoli che militano nella collana, ma è di sicuro un pregevole spunto per chi è convinto di aver già letto tutto il fantasy che c’era o per chi vuole approcciarsi a Le Guin non solo sul fronte sci-fi. Ci manchi, Le Guin. Ma sono contenta perché ancora tanto di tuo mi resta da leggere.

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Erika Grazia Lombardo
La casa leggera
Per chi vuole ribaltarsi casa o anche solo razionalizzare un po’ gli ambienti senza dover per forza individuare gli oggetti che SPARKANO JOY. Un manuale pratico per organizzare la casa che non ingiunge di buttare tutto quello che possediamo ma ci aiuta a gestire meglio quello che c’è – sfoltendo con buonsenso e senza pipponi filosofici.

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Vera Gheno
Potere alle parole – Perché usarle meglio
Di Vera Gheno potrei anche pescare una pubblicazione più recente, tipo Femminili singolari, ma mi piace pensare che dopo aver letto questa godibilissima indagine socio-linguistica sull’importanza quotidiana dell’esprimersi BENE vi verrà voglia di recuperare anche il resto.

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Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei di [Grant Snider, Boris Battaglia]

Grant Snider
Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei
Una raccolta a fumetti per quei lettori che sono fierissimi di essere dei lettori e che amano leggere libri pieni di gente che legge o che riflette su quanto è favoloso leggere. Ma senza farlo pesare agli altri. Così, perché sono proprio dei lettori felici e basta.
[Traduzione di Boris Battaglia].

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Anna Bauer – Noam Levy
Terrarium
State sviluppando una pericolosa fissazione per la vegetazione domestica? Avete piante ovunque? Perché non ficcarle anche in un vaso! Una guida illustrata per cominciare a creare i vostri piccoli ecosistemi sottovetro e gioire di ogni tenera fogliolina nuova – sempre che letali muffe non sopraggiungano.

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Roger-Pol Droit
101 esperienze di filosofia quotidiana
Non avevo idea che l’UNESCO disponesse di un “Consigliere di filosofia”, ma a quanto pare esiste e ha anche scritto questo libro. Che cos’è? Un eserciziario pratico (a tratti anche scanzonato e imprevedibile) per ritrovare il filo dei nostri pensieri e imparare ad apprezzarne il flusso prezioso. Da “Bere facendo pipì” a “Considerare l’umanità come un errore”, 101 spunti per far scoppiettare i nostri neuroni.
[Traduzione di Sandro Mancini].

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L’agenda tascabile 2021 per maniaci dei libri
Per chi è costretto ad annotare impegni e scadenze ma in realtà vorrebbe solo sprofondare in poltrona e leggere.

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James W. P. Campbell – Will Pryce
La biblioteca – Una storia mondiale
Ottanta illustri biblioteche di tutto il mondo fotografate e raccontate per tracciare la traiettoria storica, culturale e funzionale del libro e dei posti che l’umanità ha ideato per conservarlo, condividerlo, studiarlo.
[Traduzione di Luigi Giacone e Chiara Veltri].

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Igort
Quaderni giapponesi I-II-III
Sto attendendo che mi arrivi il terzo volume (qua li trovate raccolti tutti quanti in un bel cofanetto, ma ovviamente esistono anche “sfusi”), ma tra le cose che più ho amato leggere sul Giappone ci sono sicuramente i Quaderni giapponesi di Igort. Un po’ per il disegno, un po’ per le riflessioni e le meditazioni di un artista che qua si fa ponte tra il nostro mondo e una cultura che continua a risultare “altra”, i Quaderni sono una splendida guida a metà tra viaggio ed esperimento narrativo. Illuminano rituali, estetica e storia del Sol Levante con profondità e saggezza. Quanto mi piace scrivere “Sol Levante”, ogni tanto. Quasi quanto KERMESSE.

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Tom Gauld
Dipartimento di teorie folgoranti
L’ho tradotto io, ma è l’aspetto meno rilevante. Particelle imprevedibili, citazioni letterarie, piante carnivore senzienti, professori magnetizzati, esperimenti che finiscono super male, reperti preistorici che chiacchierano, comete che insultano asteroidi… il Dipartimento contiene le vignette a tema scientifico-tecnologico di Gauld, in un andirivieni di trovate surreali e invenzioni degne dei numerosi scienziati pazzi che lo popolano. A proposito di scienziati pazzi, l’introduzione di Francesco Guglieri è fatta a librogame. E vale il biglietto. :3

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Alessandro Barbero
La voglia dei cazzi (e altri fabliaux medievali)
Tra tutti i possibili consigli ricavabili dall’immensa produzione dell’esimio professor Barbero, nostra guida spirituale e voce di mille podcast, ecco cos’ho deciso di ripescare. Troverete voi la persona più adatta a ricevere il peculiare dono.

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Visto che i consigli libreschi non scadono, ecco la listona dello scorso anno.
Se può esservi utile, ho messo l’elencone anche nella mia vetrina Amazon.

Ciao Trentino, che bello tornare a girovagarti. La nostra precedente esperienza estiva era già stata particolarmente felice. Siamo stati due settimane a Moena con l’infante, che al tempo viaggiava verso i due anni e saettava in giro come una capretta impazzita. Ci siamo arrampicati ovunque spingendo con coraggio un passeggino da trekking e sonnecchiando nell’erba quando anche lui si addormentava. Ora che va per i quattro – e che cammina come un piccolo bersagliere – ci siamo cimentati in una serie di percorsi diversi, approfittando dell’ospitalità della Val di Fiemme e dell’attenzione sempre assai spiccata che ogni meta riserva anche ai visitatori più piccoli.
Vista la felicità che abbiamo sprigionato, ecco qua una guidina che riassume un po’ quello che abbiamo visto, fatto e mangiato nei nostri 3 giorni e rotti di permanenza.
Procedo!

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CAMPO BASE

Panchià – Hotel Rio Bianco

Comodo per gli spostamenti ed estremamente cuoroso – a cominciare da Lara, la proprietaria. C’è un bel giardino con piscina esterna e sdraio qua e là, più vasca riscaldata e sauna (in una botte gigante da villaggio Hobbit). Parco giochi in un giardino B, piscina interna e parcheggio dedicato. La nostra stanza affacciava direttamente sul prato e in camera avevamo una spa mignon, con cabinetta per la sauna e vasca idromassaggio gigante – entrambi gli elementi si sono rivelati assai piacevoli e propizi e SIGNORA MIA CHE BENE CHE SI STA.

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PARCO DI PANEVEGGIO

Che si può fare? Parecchio. Noi abbiamo esordito con un saluto ai cervi che pascolano e galoppano. Un sentierino costeggia il loro territorio e lo si può percorrere fino al Centro Visitatori, da cui parte un circuito di diverse passeggiate.

Il sentiero che abbiamo collaudato – sia due anni fa che a questa nuova visita – è il Marciò. È un anello pianeggiante che vi permetterà di addentrarvi nella foresta e di superare diversi ponti arrogantissimi. A tal proposito, il ponte sospeso sulla Forra del Travignolo è senza dubbio il più spettacolare. Se volete spararvi tutto il Marciò, ci vogliono un paio d’ore (a passo di bambino curioso che si ferma ogni dieci secondi a guardare pure i licheni), ma se volete anche solo cimentarvi col ponte sospeso, basta imboccare l’anello al contrario – la Forra è alla fine.

Passeggini? Partendo dal presupposto che col passeggino da trekking andate sempre sul sicuro, il Marciò si può fare anche con un passeggino “normale”, nella foresta c’è più terriccio compatto che ghiaia. Il ghiaietto è più problematico vicino al sentiero dei cervi e lì un po’ potreste smadonnare.

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ALPE LUSIA – BELLAMONTE

Cesare in visibilio dal minuto uno. La cabinovia si prende dalla Località Castelir e tutto quello che si trova in cima è una specie di gioia generalizzata naturalistico-ludica. Se vi va di rendere più interessante la salita, aspettate l’ovetto numero 73: ha il fondo trasparente e risponde all’adorabile nome di NIDOPLANO. Creerà aspettative devastanti nei vostri figli, che a ogni impianto vorranno vedere cosa succede sotto, ma penso riuscirete a gestire la faccenda.

Scendendo alla stazione intermedia, potrete liberare la prole al Giro d’Ali, un parco giochi acquatico che, oltre a fornire intrattenimento, è pure circondato da un percorsino formato da diverse stazioni che puntano a insegnarci qualcosa sulla fauna svolazzante delle Dolomiti.
Il Giro d’Ali, in pratica, è un corroborante ruscelletto intervallato da diverse pozze e attività. Termina con un laghetto che ospita una zattera semovente e, in generale, è popolato da bestioline osservabili da vicino – girini che si trasformano gradualmente in rane? ECCO QUA.
C’è anche una pista sonora per biglie in legno che vi farà ben comprendere perché per fare i violini usano gli alberi del Trentino.

Consigli pratici: asciugamano e cambio. Il Giro d’Ali è divertente se i bambini possono sguazzare. Cesare è partito semi-vestito e ha concluso le operazioni in mutande, reclamando il permesso di adottare una rana adolescente. Se anche voi volete rilassarvi nei dintorni dell’area-gioco, il pendio è fornitissimo di piattaforme di legno e sdraione ondulatone di rara piacevolezza.

Vi è venuta fame? Non c’è problema. Riprendete la cabina, arrivate fino in cima e seguite le indicazioni per la Baita Ciamp de le Strie. In una mezz’oretta – considerando sempre la velocità di crociera di un bambino che si ferma a conversare con ogni sasso che incontra – arriverete a un rifugio a dir poco fiabesco, corredato di terrazzona panoramica. Il sentiero è super ameno, molto scenografico e anche facile, l’unico pezzetto di salita “vera” è quello conclusivo, brevissimo.
Al Ciamp si mangiano ottime specialità. Consiglio con veemenza gli spatzle allo speck e i canederli.

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LATEMAR – MONTAGNANIMATA

Qua in cima ci si può passare anche una settimana intera, credo. Le attività sono numerosissime. Si prende la cabinovia da Predazzo (l’impianto Predazzo-Gardoné) e si arriva al campo base della Montagnanimata. Cosa si può fare? Di tutto. Ci sono sentieri tematico-didattici per diverse fasce d’età. Noi, con una creatura di tre anni, ci siamo specializzati in fiabe e draghi. Volevamo imbarcarci anche nel percorso del Pastore Distratto o del Dahù, ma temevamo di stancare troppo l’infante. Per i bambini più grandi c’è anche il Geotrail, che pur non risultando pesante a livello cognitivo, ha un’impronta più didattica a tema geologico.

Comunque. Funziona così: la Foresta dei Draghi è bella e percorribile anche senza supporti aggiuntivi, ma di sicuro diventa più divertente e “ricca” se vi fate aiutare da uno dei librini. Tutti i sentieri della Montagnanimata sono corredati da storie illustrate che utilizzano quello che oggettivamente c’è sul sentiero per costruire una sorta di caccia al tesoro narrativa. Il libro racconta una storia e voi ci camminate dentro, seguendo gli indizi e intortando sapientemente il vostro bambino. Cosa si vede, oltre al panorama? Ci sono uova di drago, falene mitologiche, ali, denti, ossa. Noi abbiamo letto la storia di Rogos, ma i draghi disponibili a farvi da guida sono una vasta schiera. Nota rilevante: Cesare si è invasato. Già di suo è un virgulto propenso a farsi leggere cose, ma in tutta onestà siamo rimasti sorpresi dalla sua accorata partecipazione. Una volta arrivati al termine del sentiero – e se avrete seguito tutte le istruzioni del libro prescelto – ripassate al chiosco delle informazioni per ritirare un piccolo premio e riscuotere un doveroso timbrino.

Sempre all’arrivo della cabinovia, troverete anche il portentoso Alpine Coaster. In pratica sono montagne russe. In montagna. INCEPTION. È bellissimo. Vi caricano su un carrellino, vi issano su un cucuzzolo e via, potete fiondarvi giù. La possibilità di poter governare autonomamente il vostro carrellino biposto è salvifica: AVETE I FRENI. Dato il mio proverbiale coraggio, li ho azionati con grande generosità. Potete scegliere se andare a cannone (evitando di tamponare chi se la sta prendendo più comoda) o se procedere con grande calma per godervi il panorama.
Nota pratica: se i vostri figli sono più bassi di 105 cm non possono salire. Non fate l’errore che abbiamo fatto noi. DAI CESARE SALIAMO SU QUEST’AFFARE STUPENDO! Ah, no. Sei troppo basso. Lacrime.

Per godere di un superbo panorama, prendete la seggiovia per Passo Feudo. In cima c’è un rifugio per mangiare qualcosa beandovi della vista. Per i camminatori più carrozzati, da lì partono anche sentieri assai appaganti. Noi, disponendo di un bambino piccolo e non di Paolo Cognetti, ci siamo limitati a bere un grappino.
La seggiovia è praticabile anche da chi è stato ripudiato dall’Alpine Coaster.

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CENE

Di mio, preferisco non cenare in albergo perché mi piace avere occasioni aggiuntive esplorazione. E i dintorni di Panchià – per quanto costellati di autovelox – si sono prestati parecchio.

Tito – Il maso dello speck

A Daiano, a pochi minuti da Cavalese. Istituzione culinaria locale, dotata anche di portentoso spaccio dove acquistare prodotti tipici di varia prelibatezza. Si mangia all’interno, ci si nutre e si bevono distillati e birrone nei tavoli fuori, ci si può aggirare nei dintorni e i bambini hanno a disposizione un parco giochi di rara estrosità architettonica, tutto di legno. Senza ombra di dubbio la serata più piacevolona della vacanza.

Ristorante Miola

Strada che si arrampica nel bosco con bonus-track tramonto dalla terrazza. Il maso appartiene dagli anni ’50 alla stessa famiglia, che continua a gestirlo e a preservarne le tradizioni. Anche qui, deliziosi piatti tipici preparati con ingredienti locali e un’ottima selezione di vini altoatesini.

E se piove?
Non siamo riusciti a goderci a pieno l’itinerario che avevamo previsto per il Cermis, ma abbiamo salvato la giornata con un pranzo “lungo” al Maso Corradini, altro punto di riferimento solidissimo. Gestito dalla famiglia Corradini dagli anni ’70, è stato uno dei primi agriturismi aperti in Trentino. Oltre al ristorante e ai terreni limitrofi – il giardino è bellissimo -, si può scorrazzare per il celeberrimo lamponeto e si può visitare l’azienda agricola. Bambini che guardano caprette, mucche, galline, coniglietti: a posto. Se non basta, c’è pure il parco giochi – Cesare ha deciso di andare a convivere nella casetta con una bambina di nome Maria Vittoria. Non lo biasimo, Maria Vittoria era molto simpatica.

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Un suggerimento pratico: chiedete al vostro albergo di attivarvi la Fiemme Guest Card. Ci sono un sacco di agevolazioni e sconti sul fronte dei trasporti, degli ingressi e – aspetto fondamentale – dei biglietti degli impianti di risalita.

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Se capiterete da quelle parti, fatemelo sapere. E alla sera portatevi una felpetta, che grazie al cielo FA FRESCO.
Spero di aver sprigionato dell’utilità per le vostre meritatissime ferie. :3