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tegamini

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Questo è il post che linkerò senza sosta per rispondere ai frequentissimi “ma da dove vengono quegli orecchini?”, “e l’anello che hai sul medio della mano destra?”, “mi ricordo che avevi fatto incidere una roba su un bracciale, mi ricordi che brand era?”. Ecco. Perché, in alcuni casi assai virtuosi, gli innumerevoli ME L’AVETE CHIESTO IN TANTE che popolano Instagram corrispondono a verità. Questo è il post per chi non ha screenshottato in tempo, per chi vuole chiedere ma ha paura di disturbare, per chi non frequenta gli agili circoletti coi contenuti in evidenza e per chi vuole ricoprirsi di monili come una statua della Madonna portata a spalla da un manipolo di nerboruti seminaristi.
Insomma, compagne gazze ladre, questo è per voi.

Ho raccolto qua di seguito un po’ di suggerimenti gioielliferi abbondantemente collaudati negli ultimi mesi. Sono quasi tutti brand artigianali che ho conosciuto su Instagram e di cui continuo a parlare molto volentieri, ben conscia di avere ancora parecchio di cui sdebitarmi. Spero che anche voi troverete il modo di supportarli.

Cominciamo?
Cominciamo.

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Emmevi

Ecco da dove ha origine la mia presente ossessione per gli earcuff, per i catenami vari e per gli orecchini a cerchietto con pendaglietti pazzi. Mi sono già regalata, tra le altre cose, questa collana a maglie rettangolari e le mie intenzioni sono sempre più bellicose.

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Halite

Un dinamico duo mamma-figlia, dalla Puglia con fulgido furore. Se amate le pietre, le perle, i materiali “importanti” e non vi siete ancora rassegnate al minimalismo, lanciatevi con trasporto. Se vi garba il genere, date anche un’occhiata alle borse-sacchettino.

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Ossi di seppia

Tecnica antica (anzi, archeologica) per pezzi unici. Ogni gioiello viene realizzato con la fusione in osso di seppia – si piglia un osso di seppia, lo si “scolpisce” per creare uno stampo in cui poi viene colato il metallo. E si ricomincia da capo, perché l’osso resiste per un po’, ma non si può riutilizzare per fare un altro gioiello. A parte il fascino generato dalla tecnica produttiva, fonte infinita di meraviglia è regolarmente il tema delle collezioni. Perché sono anelli spaziali, astronomici, mitologici e “alieni”, quasi, nella loro bellezza.

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Iccio

Beatrice mi ha donato, qualche tempo fa, uno di quegli anelli che decidi di non toglierti mai più. È sottile sottile, con una letterina punzonata su ogni medaglietta. Dice CESARE, mi è molto caro ed è un ottimo portabandiera per lo splendido lavoro di Iccio. Anche in questo caso, materiali pregiati e oreficeria degna di una fucina elfica.

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Eilish

COME POSSIAMO NON AMARE DELLE OTTANTENNI COI CAPELLI FLUO CHE INDOSSANO COLLANE PIENE DI DINOSAURI DICO IO. Alice è il mio riferimento folle nell’universo dei monili. L’ultima collezione – Jurassic Girl – è un ibrido tra il mondo dei giocattoli e la bigiotteria fotonica da SCIURA di qualche decennio fa. Il risultato finale è una combo assurda di vintage giocoso e un momento di autentica gioia penzolante.

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Giulia Lentini

Orafa dalle mani sante, Giulia si ispira alla natura per farci abbondantemente splendere… riabilitando pure le alghe e le spugne. Io sono la fiera proprietaria di una vasca da bagno in cui sguazza serafica una bellissima perla.

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Le Bandite

“Piccoli amuleti per donne magiche”, dichiarano loro. E hanno ragione. Che voglia di appendermi 600 cose al collo per emergere maestosa dalla spuma del mare.

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Malvina

Gli orecchini voluminosi sono pesanti? Non necessariamente. Il cavallo di battaglia di Malvina sono gli Airone, in ottone e ventaglietti di gomma crepla – un materiale leggerissimo, resistente e potenzialmente assai colorato.

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Laura Bassan

Forme minerali, vegetali, spugnose e cristalline.

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Officine Gualandi

Pazzissime ceramiche multicolori che potete utilizzare per adornarvi, ma anche per arredare le vostre deliziose abitazioni.

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Grandmother Lab

Sfavillanti collezioni pop. Ci sono anche accessori per capelli e pezzi degni di Wonderwoman… o di Jem con tanto di Holograms al seguito.

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Benbar

Forme geometriche in bronzo, ottone e argento – con un ottimo occhio per le pietre. Tutti fatti a mano.

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L’Atlante dei Bottoni

Vecchi dizionari o libri di scuola destinati al macero vengono recuperati per creare dei monilini parola-centrici. Ogni pezzo è unico ed è il risultato di un’esplorazione iconografica e testuale. Vastissimo fascino: io ho CHIMERA.

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Papaveri e Rondini

Che pace, che linee pulite, che gioia minimalista da ninfa dei boschi. Ogni tanto ci vuole.

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Gian Paolo Fantoni

Le collezioni sono numerose, ma io ho un debole per i giocosissimi gioielli personalizzabili con le letterine cubiche.

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Lindanera

Piccoli piccoli e Pitagora-approved. In più, materiali che di sicuro non mancano di originalità: cemento e corteccia.

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Tità Bijoux

Organizzazione matriarcale e pizzo come materia prima d’elezione – ma il pizzo si accartoccia? Macché. Viene trattato in modo da renderlo “solido” ma leggero. Bellissime anche le ultime collezioni a base di maglie e catene.

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Aspettaevedrai

Sara recupera vecchi piatti, tazze e teiere e con i cocci di ceramica più belli e strambi crea gioielli irripetibili. Ultimamente sta anche esplorando le vaste potenzialità dei fiori.

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Demodé Jewels

Volete appendervi una monstera alle orecchie? Ora si può. Silvia disegna tutte le grafiche dei suoi gioielli, stampa su una miscela di legno di recupero e taglia al laser. Si va dai pattern alle invenzioni più strambe.

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Rubinia

Per donini decisamente preziosi o per far personalizzare con punzonatura fatta a mano un bracciale o un anello – io ho fatto martellare un paragrafo intero di Borges su una fascetta d’argento, per dire.

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Mi sarò sicuramente dimenticata qualcosa, ma mi pare che ci sia materiale.
Concluderei con un’ulteriore indicazione pratica. Dove li ficchiamo tutti questi gioielli? Dopo molte peregrinazioni, mi sono comprata un armadietto portagioie che continuo a trovare molto comodo e funzionale. Eccolo qui.

Che difficoltà, gente. Sto invidiando con ogni mitocondrio del mio organismo chi, in questo periodo gramo, ha trovato nella lettura un benefico rifugio. Io, da essere umano che considera la lettura un elemento saldissimo della quotidianità, sto arrancando. Perché tanti sono stati gli aggiustamenti necessari per farla funzionare, questa nuova versione della quotidianità, e nello scombussolamento generale mi sono un po’ arenata e ben poche pagine sono state macinate. Diciamo anche serenamente che è già andata bene se sono riuscita ad andare avanti con il romanzo che sto traducendo e con le altre attività da PRODIGIOSA content-creator, ma non lamentiamoci.
Così a naso, però, mi pare di non essere l’unica ad aver subito un certo rallentamento.
Ecco dunque perché mi è sembrato interessante provare a compilare una listina di libri smilzi (da 200 pagine, all’incirca e suppergiù) per provare a ripartire con slancio.
Anzi, per dirla con maggiore veemenza:

Procediamo?
Procediamo.

M. T. Anderson – Paesaggio con mano invisibile

160 pagine.

Per chi apprezza la fantascienza stramba: alieni VUUV che colonizzano la terra, diciassettenni che cercano di riscattarsi con l’arte, umanità che si arrabatta (senza riuscirci), un finto idillio creato a uso e consumo degli invasori, dei gran problemi intestinali.

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A. S. Byatt – Ragnarök

142 pagine.

Per chi gradirebbe allargare i suoi orizzonti mitologici: una bambina seccolina (che diventerà poi una grande scrittrice) cerca di dimenticarsi della guerra rifugiandosi ad Asgard. I miti norreni più celebri, rielaborati per noi seguendo una lente lirica, autobiografica e maestosa… come un lupo gigante che divora il sole. 

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Peter Cameron – Gli inconvenienti della vita

122 pagine.

Per chi apprezza gli svisceramenti interpersonali: due racconti lunghi per altrettante coppie inquiete, traballanti e ormai impermeabili al potere protettivo del “facciamo finta che vada tutto benone”.

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Diego De Silva – La donna di scorta

148 pagine.

Per chi è stufo di leggere sempre le solite menate sulle relazioni extraconiugali: un marito fedifrago, un’amante che non gli rompe l’anima per sostituire la legittima consorte. Anzi.

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Jeffrey Eugenides – Le vergini suicide

216 pagine.

Per chi… per le tre persone al mondo che non l’hanno ancora letto, credo. Le cinque sorelle Lisbon, che s’ammazzano tutte nell’arco di pochi mesi, vengono ricordate a distanza di vent’anni, tra nostalgia e vero enigma, dai ragazzini che hanno assistito alla loro breve, enigmatica e sfolgorante parabola esistenziale.

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Hiraide Takashi – Il gatto venuto dal cielo

132 pagine.

Per chi ha bisogno di una storia lieve e delicata dove non succede praticamente niente, a parte un gatto che fa avanti e indietro e cerca di scroccare da mangiare (mantenendo una certa dignità) a una coppia serena ma malinconica.

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Rachel Ingalls – Mrs. Caliban

148 pagine.

Per chi ha più paura dei mostri “normali” che dei mostri-mostri: una casalinga perfetta si innamora di un uomo-rana scappato da un laboratorio segreto. Giuro. È meraviglioso.

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Francesco Piccolo – L’Italia spensierata

162 pagine.

Per chi ormai si rimetterebbe volentieri anche in coda sull’autostrada: una raccolta di mini-reportage sui grandi riti collettivi del nostro Bel Paese… ma anche un po’ un viaggio in tutte quelle esperienze che tendiamo a rinnegare, ma poi ci caschiamo dentro comunque… non senza un certo godimento.

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Yasmina Reza – Felici i felici

168 pagine.

Per chi è affascinato dagli infiniti garbugli della commedia umana: non c’è legame affettivo o di parentela (ma pure alla lontana) che Yasmina Reza non passi al setaccio e non punzecchi con raro acume – e pure un po’ di compiaciuta cattiveria. Ah, che benessere.

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Kurt Vonnegut – Ghiaccio-nove

224 pagine.

Per antropologi in erba e paciosi cultori dell’inevitabilità della catastrofe: che cosa succede se su una bizzarra isoletta caraibica convergono gli eredi a lungo trascurati dell’inventore di una sostanza capace di congelare all’istante tutta l’acqua del pianeta? Vonnegut, patrimonio UNESCO.

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Amélie Nothomb – Stupore e tremori

105 pagine.

Per chi pensa di lavorare in un postaccio e ha voglia di consolarsi un po’: il devastante disfacimento di un’impiegata occidentale che cerca di districarsi in una MEGADITTA giapponese, soccombendo con caparbia inventiva e inanellando una tampa dopo l’altra. Un auto-sabotaggio magistrale. La mia prima Nothomb non si scorda mai.

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David Foster Wallace – Questa è l’acqua

162 pagine.

Per chi si chiede con cosa convenga cominciare a leggere David Foster Wallace, probabilmente. Diciamo che possono esserci diversi approcci, ma Questa è l’acqua, forse, è una delle rappresentazioni più sintetiche, per quanto sfaccettata e profonda, di quello che è stato in grado di raccontarci. Sono sei “pezzi”, scritti tra il 1984 e il 2005, per cominciare a fare amicizia con l’autore… o per cominciare a chiamare per nome i grandi casini, belli e brutti, che gestiamo campando.

 

Buone nuove in tempi grami: gli audiolibri continuano a sostenermi. Dopo un doveroso classico – Le notti bianche di Dostoevskij, sentito per fortuna quando l’allegria ancora ci attorniava -, La corsara di Sandra Petrignani – che ha triggerato un approfondimento ginzburghiano di tutto rispetto – e Cos’è l’America del sempre gradito Francesco Costa, mi sto sollazzando con Questione di Costanza di Alessia Gazzola – che il cielo la preservi.
Ma ci troviamo qua riuniti, oggi, perché Storytel ha recentemente caricato una valanga di nuovi titoli (quasi DUECENTO, signora mia) del gruppo Mondadori, suscitando in me insopprimibili impulsi di aggiornamento della libreria dei futuri ascolti. Per chi fosse poco aggiornato sulla struttura molecolare del gruppo Mondadori, i copiosi editori coinvolti sono i seguenti: Mondadori (Capitan Ovvio, ti salutiamo), Einaudi, Piemme, Sperling & Kupfer e Rizzoli.
Per la vostra e la mia utilità, dunque, ecco una piccola panoramica di quello che potrete allegramente ascoltare d’ora in poi. La bislacca categorizzazione è opera mia, sollevo Storytel da ogni responsabilità.

Narrativona bestsellerona

Non so niente della Kinsella, ma sappiate che si può or ora andare a fare shopping con lei in tutte le salse, in ogni grande capitale del mondo e con i budget più disparati. Il più caloroso benvenuto anche al buon Ken Follett – che ho visto esibirsi a Pietrasanta con il suo gruppo musicale e mai lo dimenticherò, soprattutto perché indossava una camicia Versace tempestata di foglie dorate ed era visibilmente FELICISSIMO di stare al mondo – che approda sulla piattaforma con i suoi cavalli di battaglia, dai Pilastri della terra al Mondo senza fine. Su le mani anche per Zafón che appare con L’ombra del ventoIl labirinto degli spiriti. Spolverata disinvolta di ulteriori autori: Corrado Augias, Cecilia Ahern, Anna Todd – e i suoi innumerevoli After -, David Grossman con Qualcuno con cui correre, John Green con Colpa delle stelle e Sandrone Dazieri. Mi sento anche di citare Geronimo Stilton, perché sarà anche un ratto saputello col panciotto, ma i suoi libri sono indiscutibilmente dei bestseller.
Capolavoro definitivo: Ascolta il mio cuore di Bianca Pitzorno.
Sincere ambizioni mie: Sveva Casati Modignani. Sento di dover colmare questa lacuna.

Raccomandabili per direttissima (o quasi)

Rullo di tamburi: il primo Neil Gaiman in italiano! Ora, Neil Gaiman è anche un lettore splendido e moltissimi dei suoi lavori sono disponibili in lingua originale con la sua interpretazione (provateci, se il vostro inglese non è troppo zoppicante), ma non posso che rallegrarmi per la comparsa di Coraline nell’idioma che tutti quanti padroneggiamo. Speriamo sia il primo di una lunga serie. Io, nel frattempo, ne ho approfittato per aggiungere alla libreria anche Trigger Warning, una raccolta di racconti che bramo da tempo, e Smoke and  Mirrors, il suo debutto.
Gradita apparizione – per scalatori e non – è sicuramente Paolo Cognetti con Le otto montagne Senza mai arrivare in cima. Se, invece, vi va di addentrarvi in una maestosa saga familiare, procedete spediti con Stirpe di Marcello Fois (che legge anche), il primo capitolo della saga degli sventurati ma coriacei Chironi. Per affilare l’ironia e ridere amaramente del presente, invece, c’è Superficie di Diego De Silva – narrato dall’autore e da Luciana Littizzetto. Non se la prendano gli altri, ma la mia novità “preferita” è senza dubbio L’arminuta di Donatella Di Pietrantonio, interpretato qui da Jasmine Trinca.
E un classico? Che problema c’è: La luna e i falò di Cesare Pavese.

Personalissime curiosità

Dopo molteplici e attente consultazioni, nella mia libreria sono arrivati Il tunnel di Abraham B. Yehoshua, La misura eroica di Andrea Marcolongo – gli Argonauti! Giasone! Medea! -, Hotel Silence dell’islandese Audur Ava Ólafsdóttir – che avevo già trovato godibilissima con Rosa candida – e Gli immortalisti di Benjamin Chole – quattro fratelli, nell’estate del 1969, decidono di farsi rivelare da una veggente l’anno in cui moriranno, imprimendo una deformazione definitiva sui rispettivi futuri. Poi, ho scoperto che Bird Box – che vorrei finire di vedere su Netflix, dato che al primo tentativo abbiamo interrotto per il sopraggiungere di un’eccessiva angoscia – nasce da un libro di Josh Malerman che potrò comodamente sentirmi senza l’ausilio di Sandra Bullock. Visto che siamo in tema serie tv, c’è anche Killing Eve di Luke Jennings – prima lo ascolto e poi me lo guardo, a questo punto. Per concludere, direi di gettarci a capofitto nella divulgazione con Le mie risposte alle grandi domande di Stephen Hawking.

Non vi siete ancora cimentati con gli audiolibri? È un’abitudine assai piacevole e opportuna. Se vi va, cliccando qui si può collaudare Storytel per un mese senza cacciare una lira. 
Vi siete già cimentati con gli audiolibri? Spero vivamente che questa ricognizione possa rimpinguare le vostre librerie e intrattenere le vostre voraci menti – più o meno recluse.

 

A Life’s Work, in italiano, si chiama Puoi dire addio al sonno ed è uscito per Mondadori (con la traduzione di Micol Toffanin) nel 2009, nell’ormai lontana era pre-Resoconto/Transiti/Onori. Il titolo che è toccato a noi è decisamente meno denso di significato. E di certo strizza l’occhio alla longeva tendenza a classificare i racconti incentrati sulla maternità (autobiografici – come in questo caso – e non) in due grandi categorie piuttosto polarizzate: da una parte ci sono quelle che te la mettono giù durissima e, dall’altra, le pasticcione piene d’entusiasmo, quelle che tra mille peripezie e goffaggini cercano di venderti una versione rassicurante e spensierata del diventare madri.

[EDIT per aggiornarci sugli avvenimenti più recenti: nel 2021, A Life’s Work è transitato nel catalogo Einaudi con un titolo che trasporta esattamente quello originale: Il lavoro di una vita.]

Quelle che te la mettono giù durissima vengono solitamente accusate di voler terrorizzare le loro simili o di dipingere a tinte eccessivamente fosche un’esperienza indiscutibilmente sacra e meravigliosa. Anzi, si continua ancora a colpevolizzare, perché se una ti viene a raccontare – ad esempio – una depressione post-partum diventa quasi automaticamente una donna da guardare con sospetto, una persona che deve avere per forza qualche tara pesante, visto che non partecipa alle gioie dell’avvenuta procreazione e sembra tirarsi indietro di fronte alla sua grande missione biologica – e poi diciamocelo, signora mia, se non voleva i figli doveva pensarci prima.
Le allegre pasticcione sono pronte a fornirci speranza. Dai, se ce l’ha fatta questa rincoglionita posso farcela anch’io. Dimmi che andrà tutto bene. Raccontami di sederini morbidi, di piedini piccolissimi, di tutine, di passeggiate al parco, di sensazioni di infinito appagamento e di “finalmente ho capito qual è la mia vera vocazione”.

Il problema con le due estremizzazioni non è di poco conto. Le narrazioni che te la mettono giù dura tendono a far venire a galla il brutto, lo sporco, l’emotivamente disturbante e il difficile. Per quanto tutto ciò possa rispondere a verità, sono inevitabilmente respingenti. Le tribolazioni altrui, soprattutto in tema di maternità, scatenano i sensi di colpa, innescano una reazione di difesa che porta all’istante a dichiarare che tu no, tu non sei mica un mostro del genere. Perché? Perché la “madre” non è un concetto neutro. Anzi, è uno dei concetti più connotati e più zavorrati dalle aspettative collettive. Sguazziamo in uno stereotipo resistentissimo che stabilisce come dovrebbe essere una “buona madre” – e poco importa se lo stereotipo sia datato, figlio prediletto di una cultura che santifica la donna solo se fa la madre (e basta) e assolutamente scollato dalla realtà socioeconomica che abitiamo. Il fatto è che esiste anche quello che ci spaventa. Esistono anche situazioni che non ci somigliano o nelle quali preferiremmo non ritrovarci. Il fatto che una narrazione sia respingente – secondo certi canoni o private sensibilità – non la rende meno autentica o meno degna di essere ascoltata, capita, accolta. Non è che leggendo un’esperienza “negativa” della maternità e prestando orecchio anche alle campane meno entusiastiche ci si esponga a un qualche genere di contagio. Non è che empatizzando con chi ha avuto una partenza in salita – o con chi continua ad arrancare – finiremo per sabotarci. Chiaro, poi… quello che scegliamo di incamerare nelle nostre riflessioni risponde anche a un bisogno, a una ricerca di senso che può portarci a cercare conforto in peripezie simili alle nostre o a trovare quello che ci serve in racconti più spensierati, più edulcorati, più “positivi”. Ed eccoci arrivati al polo opposto.

Sì, ma il libro?

Il polpettone introduttivo mi sembrava rilevante, in questo caso, perché A Life’s Work non ha ricevuto un’accoglienza particolarmente tenera. Come racconta anche Cusk nell’introduzione alla nuova edizione del volume, tanto si è detto e scritto di lei come madre, di quello che avrebbe pensato sua figlia – non sia mai! – leggendo, da grande, questa cronaca dei suoi primi mesi di vita.
Cusk è incoraggiante? Fornisce risposte? Ha scritto un manuale per la gestione del neonato? Ha cercato di convertirci a una corrente pedagogica? Ci vuole imporre un punto di vista? Per niente.

Cusk si è domandata, in estrema sintesi, che fine faccio io – madre – quando metto al mondo un figlio. Che cosa succede al corpo, alla vita interiore e alla struttura del mondo di una donna che, a un certo punto, partorisce e piomba in un paradigma completamente nuovo. Che cosa accade alla coscienza individuale quando si trova legata a un altro essere umano che è stato per nove mesi parte di te e che, separandosi, manifesta una volontà, dei bisogni primari che non sono negoziabili, delle esigenze e dei comportamenti che non si adattano alle norme e al funzionamento della realtà che conosciamo.
E non sono domande che trovano risposta nel semplicistico “eh, ti è nato un figlio che cosa ti aspettavi, mica è tutto uguale poi”.
Pur sapendo che le cose cambieranno, non c’è nessuno che viene a farti un bel disegnino. Così come non c’è nessuno che può dirti come cambieranno per te. Per la madre standardizzata dell’immaginario collettivo c’è un percorso assai chiaro – e anche una serie di traguardi emotivi da raggiungere, accompagnati da una tabella dei sentimenti autorizzati e degli obiettivi che la prole deve centrare per potersi ritenere “normale”. Certo, sarà difficile, ma ci hanno insegnato che lo spirito di sacrificio è il motore di ogni madre che si rispetti. Suvvia, che sarà mai.

A Life’s Work non la mette giù dura. Non è nemmeno stato scritto per il gusto di provocare, turbare o scandalizzare – non che poi contenga chissà quale vicenda provocatoria, disturbante o scandalosa. Tira semplicemente fuori delle domande eretiche rispetto al paradigma della madre esemplare. Perché al centro dell’attenzione – somma stranezza – c’è la madre, non c’è il bambino. È un libro che parla di ruoli e di equilibri. Chi ero e chi sono? Non c’è un interruttore che ci fa passare dalla “modalità io” che ci ha accompagnato per tutta la vita alla “modalità madre” in maniera automatica. E chiedersi che cosa resta di te – specialmente nei primi mesi – è un quesito perfettamente legittimo, indipendentemente da quanto tu sia felice, triste, sola, supportata, disperata, sostenuta, euforica, convinta, preoccupata, assonnata, energica. È un libro che si interroga sull’identità femminile in un momento cruciale, ma senza cancellare o ignorare le altre spinte che costituiscono, nel loro complesso, quel “chi siamo”. Diventare madri non è obbligatorio ma, quando succede, è senza dubbio un’esperienza di trasformazione. Perché diventando madri diventeremo altro, ma se siamo qui vuol dire che abbiamo macinato storie, idee, sogni, relazioni, punti di riferimento, passioni, abitudini. Sovrascriverli completamente ci renderebbe madri migliori? Rachel Cusk non ha stilato per noi un decalogo su come disinnescare le coliche o un vademecum per selezionare la babysitter perfetta. Non è una madre “pratica”. Non è la madre saggia che pretende di spiegarti come si vive, di mostrarti un modello d’eccellenza, di pungolarti affinché tu sia radiosa, euforica, appagata e… innocua per il tuo prossimo. Cusk è una persona che si sta domandando insieme a noi che cosa sia, alla fin fine, una delle molti madri possibili. Quello che le accomuna tutte è la portata di un compito che non si esaurisce mai, finché si sta al mondo. A Life’s Work? Credo proprio di sì. È un tragitto fluido, un susseguirsi di abissi anomali. E può capitare, affacciandosi sull’orlo del baratro, di percepire la vertigine e di perdere l’equilibrio… ma anche di trovarsi di fronte, molto spesso, a un paesaggio meraviglioso.

A gennaio siamo tutti più propositivi. E intendo approfittarne per fare qualcosa di bello in vasta compagnia (si spera), prima che la crudezza della realtà spazzi via ogni slancio di auto-miglioramento che tentiamo di imporci all’alba di ogni nuovo anno.

Ebbene, dopo il successo planetario di #LibriniMarzolini e di #LibriniRegalini, eccoci qua con #LibriniRitrattini – la challenge libresca che commuoverà il web. Come da tradizione, c’è una specie di CONCEPT.

Perché #LibriniRitrattini?
Perché essere una lettrice fa parte della mia identità. Come il migliore degli amori duraturi – e ricambiati -, la lettura è diventata parte di me e, negli anni, i libri che ho letto si sono trasformati in un bagaglio prezioso che contribuisce a raccontare chi sono. Quella del lettore è un’identità che non manca di spirito d’adattamento. Diventiamo “altro” quando scopriamo qualcosa che riesce a spalancarci un terreno non ancora battuto. Quel che già conosciamo ci rassicura, ma l’immaginazione di chi crea storie per noi è refrattaria ai confini… e spesso finisce per trascinarci felicemente lontano. E tutto quello che raccogliamo lungo la strada diventa un nuovo reperto da aggiungere alla nostra mappa. Domandarsi com’è fatta questa mappa equivale al chiedersi “ma che lettore sono, alla fin fine?”.
Ecco.
Con i #LibriniRitrattini vorrei provare a scoprirlo.
Non ci sono troppe domande filosofiche, anzi. La lettura è fatta di pagine che incontriamo, ma anche di abitudini, di attaccamenti, di luoghi, di gesti, di porti sicuri e di distanze che preferiamo prenderci.

Prima di perseguitarvi con le necessarie informazioni pratiche, ecco qua i temi dei volenterosi #LibriniRitrattini.


INFORMAZIONI PRATICHE DI SCONFINATA IMPORTANZA

– #LibriniRitrattini è composto da 24 “temi” che, nelle mie migliori intenzioni, dovrebbero aiutarci a comporre il nostro magico identikit di lettori.

– Un tema al giorno. Si comincia l’8 gennaio e si finisce il 31 gennaio.
Fino al 6 c’è la gente in ferie e il 7 è il classico giorno-cuscinetto in cui non ci ricordiamo manco la password del PC dell’ufficio. L’8 mi sembrava un momento ragionevole per cominciare davvero a fare qualcosa.

– Il canale da utilizzare per partecipare attivamente (pubblicando i vostri contributi) o consultare quello che succede (navigando gli #) è Instagram.

– Come si fa? Molto banalmente, pubblicate sul vostro profilo Instagram un contenuto che vi sembra possa ben rispondere al tema della giornata. Se avete il profilo privato non risulterete “visitabili” nell’archivio generale, ma chi sono io per costringervi a levare i lucchetti.

– Che vuole dire “contenuto“? Una foto o un video nella gallery (o una IGTV).

– Posso pubblicare i miei contenuti su Stories invece che nella mia gallery? Potete, ma forse ha meno senso. L’idea è quella di creare un archivio “stabile”, che rimanga disponibile a tutti per i prossimi mille anni. Nel raccontare che lettori siamo, infatti, diventeremo anche una potenziale fonte d’ispirazione e di spunti per gli altri.

– È obbligatorio partecipare tutti i giorni? No.

– E se arrivate in ritardo? Pazienza. Usando gli # giusti si può recuperare, se vi va.

– E quali sarebbero questi #?
Ogni foto dovrà essere accompagnata da due #: #LibriniRitrattini (per raccogliere TUTTO quello che produciamo) e #LibriniRitrattiniNUMERETTO (dove NUMERETTO sta per la giornata. Che ne so #LibriniRitrattini12).
In questo modo, avremo a disposizione l’archivio completo del progetto ma ogni categoria risulterà anche consultabile per conto suo, in tutta comodità.

– Cosa devo scrivere nella caption?
Oltre ai due #, consiglio di indicare il tema della giornata (per rendere più chiaro a chi vi segue a che cosa si riferisce la foto) e, se vi va, due parole sul perché avete scelto un determinato titolo o, per dire, amate frequentare una certa libreria. Ogni approfondimento sarà accolto con gioia.
Esempio.
#LibriniRitrattini1 – Ah, quanti ricordi! Il primo libro che ho letto per conto mio.
[Quel che vi va di dire].
#LibriniRitrattini 

– Si vince qualcosa? No. Ma a questo giro vorrei almeno ri-diffondere nelle Stories i contenuti più cuorosi che vedrò spuntare ogni giorno.

– Ma ci sono specifiche di “genere”, formato, lallallero e lallallà? Non ci sono. Sono i vostri libri e le vostre abitudini. Può partecipare chi legge solo fumetti come chi legge solo saggistica universitaria. Fate quel che volete, non c’è una commissione d’esame.

– Non vi sentite fotografi provetti? La cosa è del tutto irrilevante. Non è un concorso per art director ma un progetto collettivo che punta a diffondere l’amore libresco, a fornire idee meravigliose al nostro prossimo e a chiacchierare di libri.

– Vedete dello spam o delle foto non pertinenti? Siate educati, ma fatelo notare – spiegando magari che cosa stiamo facendo. Dedichiamoci insieme a mantenere l’ordine e l’armonia, insomma.

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RISORSE ULTERIORI

Qua si può scaricare l’agile PDF stampabile del calendario.

Qua si può scaricare una lista stampabile ancor più agile, con tanto di spazietto per le note.

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Mi sarò di certo scordata qualcosa di molto importante, ma ce la faremo. Anzi, spero vi cimenterete con gioia. Molti abbracci e felici #LibriniRitrattini!

Quest’anno avrò letto abbastanza? Certo che no. Anzi, non credo esista il concetto di “leggere abbastanza”. In qualche lingua dal potenziale combinatorio più potente dell’italiano penso ci sia un unico termine capace di definire il concetto di “mi prendo a calci nel sedere da sola perché vorrei leggere di più ma poi per una roba o per l’altra finisce sempre che mi sembra di aver letto di meno di quanto penso potrebbe essere utile, auspicabile e sensato per il mio sviluppo emotivo/culturale e pure per accrescere la mia capacità di comprendere il mondo circostante e gli altri esseri umani che lo abitano”.
Circa.
Insomma, non ho un termine… ma il sentimento è quello.
Prendendola più sportivamente, il 2019 è stato un anno di buoni libri e ottime scoperte. Questo sarà un post riepilogativo che non intende aggiungere un granché rispetto a quello che magari ho già raccontato in giro. È proprio un post per fare mente locale.
Ecco, dunque, i miei preferiti di quest’anno – son libri usciti anche prima? È possibile. Ma li mettiamo qua perché li ho letti nel 2019, non perché sono effettivamente usciti nel 2019.
Bene. Procedo in ordine sparso.

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Hanya Yanagihara, Una vita come tante

Se ben ci pensiamo, è un mistero. Perché abbiamo collettivamente amato così tanto un romanzo che fa stare così male? Linea agli psicologi all’ascolto.
Baggianate a parte, ecco qua il post che avevo scritto per cercare di incanalare meglio l’infinito strazio che Jude, Willem, Malcolm e JB sono riusciti a mettermi addosso: “Il gruppo di sostegno per Una vita come tante.

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Samanta Schweblin, Kentuki

Kentuki ha conquistato il Premio MACHEDIAV dell’anno. Metafora solo all’apparenza giocosa del nostro rapporto con la tecnologia, è una collezione di istantanee e di storie complicate che indagano, in realtà, la nostra capacità di stringere legami e di fare del male – soprattutto quando pensiamo che nessuno ci guardi o possa richiamarci alle nostre responsabilità. Ho avuto ance il grande onore di presentare l’autrice qua a Milano e voglio ringraziare ancora Sur per la meravigliosa opportunità.
Ecco i pensierini che avevo prodotto:

“Kentuki” merita un posto di riguardo nel pantheon dei libri bizzarri. Più che a un romanzo, somiglia a un’indagine – per episodi più o meno collegati – che si dipana a partire da un’idea di fondo molto ricca ed emblematica. Funziona così. In un presente del tutto analogo al nostro, approdano sul mercato dei pupazzi interattivi. Conigli, gatti, draghi, corvi… non sono particolarmente belli o ben fatti, ma sono “telecomandabili” da remoto. La persona X si compra un pupazzo e la persona Y, da qualche parte nel mondo, compra una connessione e “diventa” il kentuki che abita da X, vedendo cosa fa X e inserendosi nella sua quotidianità, pur non potendo comunicare verbalmente. X e Y non possono nemmeno scegliersi a vicenda: il sistema ti assegna un pupazzo (e un “padrone”) in modo casuale e la connessione resiste finché il kentuki resta carico o finché una delle due parti non sceglie di interrompere il rapporto (smenandoci dei bei soldi, pure). Samanta Schweblin, a questo punto, ci porta a spasso per il globo, seguendo diverse coppie di padroni e utenti e osservando, insieme a noi, quello che accade quando un kentuki interviene a modificare i tuoi concetti di intimità, responsabilità, umanità, realtà. Il libro è un susseguirsi di incursioni in presa diretta che illuminano, man mano, diversi aspetti di un fenomeno degno di una puntata di Black Mirror – con una struttura narrativa anche assai simile, mi viene da dire. È un libro che potrebbe continuare potenzialmente all’inifinito, man mano che la mania dei kentuki si diffonde e si stratifica. Cosa diventiamo, quando ci sembra di poter governare (o di spiare, non visti e coperti dall’anonimato) la vita di un’altra persona? E perché mai quest’altra persona ce lo fa fare? Quanto profonda è, davvero, la nostra solitudine “strutturale”? Cosa possiamo scoprire di noi, riflettendo su come scegliamo di gestire la nostra libertà?

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Stefania Auci, I leoni di Sicilia

Quando un libro va primo in classifica – e ci rimane saldamente per un bel po’ – arrivano regolarmente i consueti “eh, ma lo leggono tutti… sarà una porcheria”. Ecco, vorrei mettere felicemente da parte lo snobismo editoriale per applaudire Stefania Auci e il capitolo inaugurale della saga dei Florio. È un romanzo che riesce a produrre un felice equilibrio tra “epica commerciale” e storie personali, storia d’Italia e sentimenti, lingua ben radicata nel contesto e scorrevolezza generale. Evviva!
P.S. La tentazione di pianificare un nuovo viaggio a Palermo per un Florio-tour è forte.
Ecco i pensierini.

Che vasta piacevolezza. Che bel polpettone – nel senso più onorevole del termine. Stefania Auci (documentandosi come una matta, presumo sapendo di non sbagliarmi) ricostruisce l’epopea economica e “sentimentale” della famiglia Florio, approdata a Palermo dalla Calabria per campare di commercio. Dal chinino al marsala, dallo zolfo ai pizzi, la dinastia Florio attraversa i grandi rimescolamenti storici dell’Ottocento con caparbia lungimiranza e indomito spirito d’iniziativa, facendo e disfacendo instancabilmente. Schifati dai nobili di sangue (ben più poveri di loro) e mai perdonati dai pari rango per il successo estrosamente ottenuto, i Florio si scrollano di dosso la muffa della prima bottega per trasformare tonnare in ville visionarie, cambiali in tesori, scommesse azzardate in solide eredità. È una narrazione vasta e vivace, che alterna amori e conflitti casalinghi a incursioni nel più ampio orizzonte dell’Italia pre-unitaria. La Sicilia è presente nella lingua – i dialoghi sono curatissimi – e ribolle di contraddizioni, splendori e magnifiche miserie. Le ossessioni dei Florio – e di Vincenzo in particolare, in questo primo volume – sono quelle di un mondo che rigenera faticosamente i propri ingranaggi, tra dovere, nostalgia, ambizione e sacrifici spesso cocenti. Che ne sarà dei Florio? Ci tocca aspettare con una certa impazienza il secondo volume.

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Alberto Madrigal, Pigiama computer biscotti

Quante volte avrò già consigliato questo libro? Duemila? Di più, forse.
La storia è quella di un neo-papà, ma ha parlato forte e chiaro anche a me. Sarà perché è un fumetto che riflette sulla creatività, sulla vita pratica da amministrare, sui nuovi inizi e sui bambini che nascono. Sarà che sono rimasta affascinata dalla sensibilità e dalla franchezza di Madrigal. Sarà che lavoro in pigiama pure io. Non lo so, ma in Pigiama computer biscotti c’è qualcosa di speciale. Ed è un gioiello che custodirò con cura.
Ecco qualche approfondimento:

Alberto Madrigal ha il raro dono di raccontare l’ansia senza fartela venire troppo. Non te la fa passare, intendiamoci, ma la sfuma e la scompone, ci pensa su insieme a te e la gestisce un pezzettino alla volta. In questo fumetto – che si costruisce sotto ai nostri occhi, perché dentro al fumetto c’è anche Madrigal che cerca di capire che fumetto fare – si parla di creatività, dei compromessi della vita adulta, di case che non si puliscono da sole, di traslochi – perché aiutiamo sempre tutti a traslocare e poi quando tocca a noi arrivano quattro gatti? -, di paternità, mal di testa inevitabili e colazioni al bar la domenica. È un magnifico distillato di quotidianità e dilemmi, di equilibri impossibili tra le esigenze della sopravvivenza e il lusso di poter perdere tempo. In questo libro c’è, soprattutto, la strada tortuosa che dobbiamo imboccare per riconciliarci con l’idea di responsabilità. C’è la frustrazione che spesso ci accompagna quando cerchiamo di far crescere un’idea che, spessissimo, si modifica sotto ai nostri occhi e cambia pelle quando pensiamo di averla ormai afferrata – un po’ come le abitudini dei bambini, che sono abitudini per due giorni e poi diventano altro e tu devi ricominciare da capo con tutti i tuoi processi di adattamento. C’è la routine che mangia le energie, ci sono quei due secondi limpidi di ispirazione e di gioia che ti convincono a non gettare via tutto – o magari sì. E c’è un bimbo che nasce e che, nel mondo nuovo che crea per te, attira nella sua orbita tutto quello che stai cercando di capire e te lo restituisce un po’ masticato e morbidino, ridimensionato ma anche spaventoso. Che vogliamo fare? Si procede. Inventando una pagina alla volta. Saggi e lievi, pacifici e preoccupati.

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Imogen Hermes Gowar, La sirena e Mrs Hancock

Che la mia vera vocazione siano i polpettoni storici? Chi può dirlo. La sirena è un’altra felice rivelazione di quest’anno. Me lo sono letto in inglese prima di scoprire che sarebbe uscito nei Supercoralli – quando succede mi sento sempre di un’intelligenza che non vi so descrivere – e ho apprezzato l’opulenza e la complessità della ricostruzione “ambientale” così come la deriva fantastica che finisce per insinuarsi come una nebbiolina ineluttabile nelle vite dei protagonisti. Dovrei sfoderarlo più spesso quando mi chiedono “uno di quei libri che riesce a portarti altrove”.
Ecco i pensierini originari:

Nella Londra georgiana di Imogen Hermes Gowar si aggirano almeno due meraviglie. Una sirena imbalsamata di una bruttezza sconcertante – sbarcata da un vascello della flotta di Jonah Hancock, mercante di mezza età abituato a commerci molto meno stravaganti – e la più fulgida cortigiana della capitale, da poco tornata in società dopo la morte di un amante facoltoso. Decisa a cavarsela da sola, Angelica riapparirà nel bordello di lussuosissimo (dove ha militato per anni) come ospite d’onore di una festa a dir poco elaborata. Ed è lì che le due meraviglie – una un po’ più gradevole a vedersi dell’altra, a dire il vero – si incontreranno, con grande stravolgimento del signor Hancock. Mi vuoi, mercante goffo e bruttarello? Dovrai consegnarmi una sirena tutta per me! E il signor Hancock non se lo farà ripetere due volte…
Trama a parte, questo romanzo d’esordio è un gioiello d’ambientazione. E se è vero che ci mette un po’ a ingranare – raggiungendo le sue pagine più fascinose quando la seconda nave farà ritorno a Londra col suo carico WINK WINK – rimane una riuscitissima celebrazione dell’insolito e un “polpettone” (nel senso migliore del termine) molto godibile. È una specie di kolossal storico e sentimentale, che fonde in maniera ricchissima reale e fantastico, ambizione e rovina, bellezza e sconforto, carne e nobiltà d’animo, strade putride e carta da parati, desideri grandiosi e conseguenze catastrofiche. Datemi un muro da foderare di conchiglie. O almeno un ventaglio.

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Sally Rooney, Persone normali

Di Sally Rooney tanto si è discusso e, sospetto, ancor più si discuterà. Nel mio piccolissimo, sono felice che una Sally Rooney sia spuntata nel panorama letterario mondiale. Ecco qua il post che avevo scritto per il suo secondo romanzo, Normal People.

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Il mio preferito dell’anno forse va raccontato nel suo complesso. Perché è una trilogia che funziona (anche) per accumulo e per stratificazioni. Transiti è il secondo capitolo. È stato preceduto da Resoconto e le operazioni si sono chiuse con Kudos – in italiano si chiamerà Onori e sta per uscire in Stile Libero per far compagnia agli altri due. Siamo abituati a confrontarci con protagonisti e personalità ipertrofiche, ma Rachel Cusk ha scelto di fare diversamente. La sua narratrice è una spugna, un fantasma, uno specchio, una trasmittente che capta e immagazzina. E per tre libri compone per noi un mosaico di incontri casuali ma decisivi, catalogando punti di svolta e spostamenti nello spazio e nella coscienza. Sono storie che seguono un arco che non somiglia al consueto tragitto di un eroe o di un’eroina da romanzo, sono archi narrativi che richiamano il modo in cui gli esseri umani “veri” si rendono conto che sta succedendo loro qualcosa di fondamentale. O che hanno perso un’opportunità. O che un pezzo di un passato sepolto sta tornando a interrogarli. O che un cambiamento necessita di essere digerito e capito. Raramente mi è capitato di leggere qualcosa di così sfuggente e potente al tempo stesso. Di sentire i pensieri altrui con una nitidezza così spietata e illuminante. O di sentire così poco il bisogno di una struttura più “normale”, anzi.
Vinci tu, Rachel Cusk.
E ora voglio conoscerti meglio.
Perché l’ambizione di “leggere altro”, come ben sappiamo, non ci abbandonerà mai. 🙂

Orbene, quest’anno non sono riuscita a organizzare i #LibriniRegalini, ma mi pare comunque opportuno sfornare una gioiosa lista di consigli per i doni natalizi. Mentre cerco di industriarmi per inventare qualcosa di divertente da combinare insieme nei primi mesi del 2020, ecco qua un po’ di suggerimenti per far felici voi e/o le vostre persone preferite. Sono stata poco sul romanzesco, privilegiando le pubblicazioni che vi faranno fare bella figura – oh, accidenti, che pregevole edizione! – o quelle meglio identificate da un tema – che son più facili da assegnare alla gente che ha già esplicitato un particolare interesse per qualche argomento specifico dello scibile umano.
Spero di generare utilità.
Partiamo!

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Alessandro Torcoli
In vino veritas
(Longanesi)

Editore e direttore di Civiltà del bere, Alessandro Torcoli è una delle personalità più autorevoli in Italia in materia di vino. Sta studiando per conquistare il titolo di Master of Wine – riconoscimento iperuranico internazionale che ancora nessun nostro connazionale è riuscito a guadagnarsi – e gestisce, insieme alla redazione della rivista, un’enoteca assai amena che organizza incontri di approfondimento e gradevoli chiacchiere periodiche col pubblico. In vino veritas è una panoramica accurata ma godibilissima della filiera produttiva del vino, dall’allevamento della vite (già, la vite non si coltiva – si alleva) allo scaffale. L’approccio è narrativo e gli obiettivi sono felicemente divulgativi: Torcoli ci racconta come funziona il mondo del vino con precisione e chiarezza, senza farci pesare la sua conoscenza enciclopedica. Anzi. Perché il vino è, prima di tutto, un tassello importante della nostra cultura.

A chi donarlo?
A chi beve con piacere e vorrebbe saperne di più. Ai fan dei “come è fatto”. A chi al ristorante ordina le bottiglie care per pavoneggiarsi ma in realtà ci capisce poco. A quelli che dicono sempre “io non ci capisco niente ma m’accorgo se un vino è buono”.

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Chiara Frugoni
Uomini e animali nel medioevo
(Il Mulino)

La sapienza di Chiara Frugoni si estende anche alla zoologia. In questo meraviglioso tomone illustrato, esploriamo la relazione tra gli animali e l’uomo del medioevo, che sulle bestie doveva per forza di cose fare affidamento (abitando una dimensione non ancora meccanizzata) e che nelle bestie trovava riferimenti allegorici capaci di assisterlo nella decodificazione di una realtà filtrata dalla lente di una fede pervasiva. L’uomo del medioevo contava sugli animali “addomesticati”, temeva quelli selvaggi (che rappresentavano un problema piuttosto concreto e pressante) e non esitava a considerare reali quelli mitologici. Era un mondo in cui l’asino e il drago non occupavano piani concettuali differenti, ma convivevano in una rappresentazione del creato al contempo trascendente e assai “pratica”. Un viaggio dotto e godibilissimo tra storia, simbologia e arte.

A chi donarlo?
Ai dotti estimatori della divulgazione storica. Agli appassionati di bestie e delle loro gesta. A chi ama esplorare i significati più o meno nascosti dell’arte.

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Lewis Carroll
Alice nel paese delle meraviglie
(L’Ippocampo)

Illustrato da Minalima

Bookcity mi ha donato una grande gioia, quest’anno. Ho avuto l’onore di chiacchierare con i Minalima in occasione dell’uscita dei due nuovi titoli che hanno curato, progettato e illustrato per L’Ippocampo. Il primo – Il giardino segreto – era uscito per il Salone del Libro e ora sono disponibili anche Alice Il libro della giungla. Per chi necessitasse di una rinfrescata, i Minalima sono i due designer – Miraphora Mina e Eduardo Lima – che si sono occupati di inventare l’identità visiva del mondo di Harry Potter. La Mappa del Malandrino? L’han fatta i Minalima. I manifesti WANTED dei Mangiamorte? Sono dei Minalima. Insomma, tutto quello che c’è di cartaceo o visuale nei film (Animali fantastici compresi) è roba loro. E sono dei geni. Le loro edizioni di questi grandi classici sono piene zeppe di soluzioni cartotecniche imprevedibili e interattive, oltre che di splendidi disegni e di una gabbia grafica preziosa. L’Ippocampo pubblicherà gradualmente tutta la serie – il prossimo dovrebbe essere Pinocchio. 

A chi donarli?
Ai piccoli (e ai grandi) che affrontano i classici per la prima volta. A chi colleziona edizioni preziose e insolite. A chi non ha più i libri dell’infanzia ma vorrebbe comunque mettere sullo scaffale una meraviglia. Ai feticisti dell'”oggetto libro”.

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Il meglio di Richard Scarry
(Mondadori)

Ho recentemente ripescato dai depositi sommersi di MADRE i miei vecchi libri di Richard Scarry e, lasciandomi travolgere da una grandiosa Operazione Nostalgia, li sto rileggendo con Cesare. Mondadori continua a tenere vivo il catalogo di Scarry e, se non disponete di una soffitta piena zeppa di antichi volumi, potete sempre lasciarvi sostenere dalle nuove edizioni. Il meglio di Richard Scarry è una raccoltona che contiene Il libro delle parole, In giro per il mondo, Il libro dei mestieri, Le più buffe storie e Tutto ruote.

A chi donarlo?
Ai bambini che vanno all’asilo. Ai genitori di piccoli lettori in cerca di efficaci strumenti per intrattenere la prole in maniera produttiva. A chi ha perso i “suoi” Scarry ma non ha mai smesso di amare Zigo Zago.

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Shirley Jackson
La lotteria
Adattamento grafico di Miles Hyman

(Adelphi)

Ne ho parlato poco tempo fa su Instagram. Ecco qua.

Prima di Battle Royale e degli Hunger Games c’era La lotteria di Shirley Jackson, una delle short stories più celebri della letteratura americana.
Pubblicato per la prima volta sul New Yorker nel giugno del 1948, il racconto scatenò un putiferio mastodontico e i lettori subissarono la rivista di lettere più o meno indignate. Perché? In estrema sintesi, La lotteria condensa in una manciata di pagine serratissime sia la crudeltà cieca del destino che l’emersione repentina, all’interno di un contesto di apparente civiltà, degli istinti umani più brutali. La lotteria annuale è un’esperienza catartica collettiva, un rito di passaggio che convoglia il male quotidiano su un unico bersaglio. Non si capisce bene che cosa faccia più paura, in fin dei conti. L’approccio estremamente pratico e funzionale alla faccenda? L’esito agghiacciante del sorteggio? I bambini che ammucchiano allegramente i sassi? L’ordinato svolgersi degli eventi? La lotteria ha visto anche una nutrita schiera di trasposizioni. L’ultima versione è una graphic novel firmata da Miles Hyman – nipote di Shirley Jackson e artista eccelso. La sua narrazione per immagini ci mostra i silenzi e tutto quello che si nasconde negli spazi bianchi del testo e fa, se è possibile, ancora più spavento. Bellissimo.

A chi donarlo?
Ai fan di Shirley Jackson. Agli amici della graphic novel d’autore. Ai coraggiosi.

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Merda
Colora e rilassati – 
40 insulti da colorare con gattini severi ma giusti
(Magazzini Salani)

La serie dei libri da colorare ingiuriosi si arricchisce di un nuovo pregevole capitolo: i gattini sboccati. Teneri e spietati, i gattini che popolano questo album sono pronti a soccorrervi nei momenti di furore più acuto. Le pagine possono all’occorrenza essere staccate e donate a chi più vi sta sull’anima. Tiè, piglia un gattino, infame che non sei altro.

A chi donarlo?
Qua le opzioni sono molteplici. Potete regalarlo a qualcuno che ha bisogno di sfogarsi un po’ e di smaltire la tensione… ma anche a qualcuno che vorreste spellare vivo – così, come SOTTILISSIMO messaggio subliminale. O anche a chi cerca invano di rasserenarsi colorando paesaggi e vasi di fiori, senza ricavarne il minimo sollievo.
Concludo evidenziando l’ovvio: no, non sono libri da colorare per bambini. Cioè, se volete esortare i vostri figli a correre in giro gridando COGLIONAZZO ai passanti vanno benissimo, ci mancherebbe. Chi sono io per intromettermi nei vostri progetti educativi.

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Phoebe Waller-Bridge
Fleabag. The Scriptures

E qua scateniamo della fandom. Credo che nulla possa battere l’amore che ho sprigionato quest’anno per Fleabag. Sogno di andare a vedere lo spettacolo a teatro e non so bene se tifare per una terza stagione della serie (pare improbabile) o godermi quello che c’è, in tutta la sua complessa assurdità. Sono felice per Phoebe Waller-Bridge e per il grande consenso che il suo lavoro è riuscito a raccogliere. Fioccano premi e fioccano applausi… e secondo me se li merita tutti. The Scriptures è una sorta di compendio di Fleabag. Ci troveremo dentro la sceneggiatura completa, un nuovo scritto dell’autrice e le “stage directions”, mai pubblicate prima. Auspico un’edizione accresciuta con statuetta ignuda in allegato ma, per il momento, sono contenta anche così.

A chi donarlo?
A chi ha apprezzato la serie e/o lo spettacolo – non solo per la presenza dell’Hot Priest. Ai porcellini d’India. A chi legge in inglese – perché non mi risulta che sia già disponibile una traduzione italiana.

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I quaderni Fandango
Scrittura creativa – 20 grandi autori e 70 esercizi
(Fandango Libri)

Tra i battutoni che si continuano a sentire quando si parla di editoria dobbiamo sicuramente annoverare l’immarcescibile “Ah, signora mia… ormai ci son più scrittori che lettori!”. Come tutti i tormentoni, si basa su un vago fondo di verità. Al di là delle ambizioni letterarie che possiamo nutrire, scrivere meglio e riflettere su quel che si scrive è un’iniziativa meritoria perché, a mio modesto parere, ci rende più consapevoli e più bravi a spiegare quello che sentiamo. Questo Quaderno è un ibrido. Venti grandi autori vengono presentati in efficaci schede tematiche – tra la biografia e l’analisi dell’opera – e, a seguire, troviamo un ampio ventaglio di esercizi di scrittura che si allacciano alle tecniche più emblematiche dei singoli autori. È un’opportunità di apprendimento letterario e una palestra pratica per provare a scrivere riflettendo davvero su quel che facciamo.

A chi donarlo?
Agli aspiranti Nobel del domani, a chi subisce (giustamente) il fascino dei grandi autori e vorrebbe riportare alla luce gli strumenti del loro lavoro, a chi ha voglia di far funzionare il cervello o migliorare la propria scrittura senza dover per forza vincere lo Strega.

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Susan Harlan
Fare i bagagli
(Il Saggiatore)

Un’altra vecchia ma valente conoscenza. Ecco i pensierini:

Dall’ultima valigia sputata fuori dai nastri di riconsegna all’aeroporto – la vostra, ovviamente – ai bauli inestimabili dei passeggeri di prima classe del Titanic, Susan Harlan esplora le implicazioni pratiche e filosofiche del fare i bagagli. Il risultato è un saggio insolito e piacevolissimo, una specie di indagine sull’idea stessa di viaggio e sull’identità del viaggiatore, la cui storia si sovrappone a quello che decide di trascinarsi dietro, avvalendosi dei “recipienti” più disparati. Zaini scassati! Salmerie! Bauli della macchina che diventano succursali itineranti di casa nostra! Trolley spietatamente misurati dal personale di terra! E via così. Il multiforme universo della valigeria viene analizzato, in epoche diverse, dal punto di vista “industriale”, culturale e letterario, senza trascurare il cinema e l’ossessione (talvolta giustificatissima) per l’ottimizzazione degli spazi. Siamo quello che mettiamo in valigia? Chi lo sa. Forse somigliano di più a quello che ci dimentichiamo… e a quello che finiamo per riportare a casa – dogana permettendo.

A chi donarlo?
A chi non è alla ricerca di un manuale sul COME fare i bagagli ma è più propenso a indagare il PERCHÉ facciamo i bagagli. A chi ama i saggi storici “pop”. A chi viaggia cercando di farlo in modo il più possibile consapevole.

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Rossella Migliaccio
Armocromia
(Vallardi)

Tutte le volte che metto una mia foto su Instagram mi domando – non senza un certo terrore, visto che non ho ancora studiato a fondo la materia – “ma la Migliaccio approverà questo abbinamento?”. L’armocromia è ormai un fenomeno di vivacissima diffusione e, in ultra soldoni, si basa su un’analisi strutturata delle nostre caratteristiche cromatiche (il colore dei capelli, il colore degli occhi, la tonalità dell’incarnato e MILLE altri fattori) per assegnarci una palette di colori amici. Hai già il vago sentore che il giallo ti stia male? Favola, la Migliaccio ti spiega perché. Anzi, ti aiuta anche ad identificare una combriccola di tinte – ad intensità variabile – che potrebbero addirittura giovarti. Questo libro è la summa definitiva dello scibile armocromatico, dalla storia del metodo alle famigerate stagioni.

A chi donarlo?
A chi vi sbatte telefoni sotto il naso gridando “ma hai sentito cosa dice la Migliaccio?”. A chi ha voglia di razionalizzare il guardaroba riducendo al minimo l’autolesionismo. A chi non può permettersi una consulenza live con Rossella ma vuole capirci qualcosa. A chiunque abbia risposto EH? ai vostri accorati MA COSA PIGLI QUEL MAGLIONE LÌ CHE SEI UNA WINTER COOL. A chi è in grado di esercitare una certa elasticità mentale e non ha la propensione a mandare DM a Rossella dal camerino di Zara domandandole MA ROSSELLA COSA FACCIO LO COMPRO O NON È IN PALETTE? Insomma, calma e sangue freddo.

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Guida tascabile delle librerie italiane viventi
(Edizioni Clichy)

Per il titolo potevano ricorrere a “esistenti”, “aperte” o “attive”. Invece hanno scelto “viventi”. E funziona molto bene. Anzi, è un termine adattissimo se il tentativo è quello di mappare – per quanto possibile – le librerie italiane che rifiutano di scoraggiarsi e continuano ad animare i quartieri di città piccole e grandi. Sono fari dalla portata preziosa – per chi legge sono un riparo e un posto felice, ma “servono” a tutti, perché l’oscurità che può distorcere pensieri e sentimenti non fa distinzioni e punta alla massima diffusione… ma si attacca meglio dove il buio è già profondo. Tifiamo per voi, librerie viventi.

A chi donarlo?
Un libro che parla di librerie va inevitabilmente consegnato a chi ama sia i libri che le librerie, creando un terzo livello di INCEPTION. Va benissimo anche per chi ha la propensione alla letteratura e al viaggio… che ne sapete, potrebbe nascerne un tour mirabolante delle librerie italiane.

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Anna Starmer
I Love Color – L’arte di scegliere e abbinare i colori di casa
(Rizzoli)

Anna Starmer e Rossella Migliaccio si conosceranno? Chi può dirlo. Qua torniamo a parlare di colori, ma lo sforzo immaginifico è orientato all’arredamento domestico. Quando Pinterest incontra l’editoria, all’incirca. Il libro è un catalogo di suggestioni cromatiche suddivise per tinte dominanti e, oltre a suggerire abbinamenti creativi e anche decisamente appaganti dal punto di vista visivo, è anche una ricca collezione di “case belle” che, oltre a suscitarvi un’invidia funestissima, potrebbero anche fungere da ispirazione per risistemare o pensare da zero i vostri spazi.

A chi donarlo?
Ai campioni e alle campionesse dell’home decor, a chi deve ristrutturare e vuol solo morire, alla fandom di Paola Marella, a chi arreda anche con i libri perché ha dei tavolini stupendi in salotto su cui appoggiarli.

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Carlo M. Cipolla
Allegro ma non troppo
(Il Mulino)

Ridanciane annotazioni di qualche tempo fa:

Un gioiellino umoristico in due parti. Anzi, in due mini saggi. Il primo rilegge la storia europea – a partire dalla caduta dell’Impero Romano – mappando le conseguenze geopolitiche del commercio del pepe. Il secondo, invece, mira a fornirci gli strumenti per riconoscere “gli stupidi” come forza nefasta all’interno della nostra civiltà, senza relegarli all’ultimo gradino della scala di potere ma riconoscendo loro un ruolo di primo piano all’interno di ogni “livello” della struttura delle nostre società, indipendentemente da soldi, studi, prestigio, classe. Un testo nato quasi per scherzo – e passato di mano in mano fino a trasformarsi, dopo qualche revisione, in questo piccolo libro – per ghignarsela amaramente senza sentirsi Dio in terra. Chi è lo stupido? Chi si danneggia da solo (in maniera sistematica e felicemente inconsapevole) danneggiando, allo stesso tempo, anche chi ha intorno. Spesso in maniera irreparabile. In bocca al lupo!

A chi donarlo?
Non a uno stupido… perché non capirebbe. E no, non capirebbe nemmeno una frecciatina trasversale, quindi risparmiatevi i tentativi di ironia.

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Huw Lewis-Jones
Le terre immaginate – Un atlante di viaggi letterari
(Salani)

Narnia, Westeros, la Terra di Mezzo… e mille altri luoghi dell’immaginario fantastico. In questo robusto atlante illustrato, Huw Lewis-Jones raccoglie sapienti e illustri contributi – da Miraphora Mina a Philip Pullman – per mappare l’inestitente con precisione e fascino. I romanzi che iniziano con una mappa sono garanzia di avventura, ma ogni mappa presuppone la costruzione di un mondo “altro”. Ogni capitolo corrisponde a un luogo ed è affidato a un narratore che ne esplorerà insieme a noi i golfi, gli anfratti, i mari e le vette più scoscese.

A chi donarlo?
Ai cartografi più o meno dilettanti, a chi a cena vi fa abitualmente una testa così con Mercatore, a chi ama la letteratura fantastica e a chi non si accontenta di stazionare entro i confini del reale.

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Douglas Adams
Guida galattica per gli autostoppisti
(Mondadori)

Consiglio la Guida galattica perché la Guida galattica è sempre un buon consiglio – soprattutto in questo caso… da una parte c’è la raccolta di tutti i romanzi e, dall’altra, c’è un saggio di Neil Gaiman sull’argomento -, ma quel che mi preme dire è che, se vi va di donare un’edizione pazza e preziosa di un classico fantasy, fantascientifico, gotico o tenebroso, vi conviene spulciare negli Oscar Draghi. Son dei tomoni assai curati e di sicuro impatto scenico.
Ah, è da poco uscito anche Piccole donne.

A chi donarlo?
I Draghi sono amici dei feticisti dell’oggetto libro e dei collezionisti accaniti. Ma anche un po’ dei signori delle tenebre, dei delfini e di chi non esce di casa senza asciugamano.

Spin-off
Approfitto di quest’area mondadoriana per segnalare un’altra impresa. Non penso di dovermi diffondere in spiegazioni sulle Storie della buonanotte per bambine ribelli… ecco, la piccola novità è che le Bambine ribelli esistono anche in forma più approfondita e hanno trovato rinnovato respiro in una collana dedicata. Non sono più “schede” ma piccoli romanzi illustrati che si soffermano, di volta in volta, su una donna che a suo modo ha combinato qualcosa di assai incisivo per cambiare il mondo – e per ispirare le generazioni future.

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Petunia Ollister
Cocktail d’autore
(Slow Food)

La letteratura pullula di personaggi che bevono cose – con esiti più o meno infausti. Con la sua superba abilità fotografica, Petunia Ollister – ciao, amica! – assembla per noi un’esplorazione delle bevande “da romanzo” che sono ormai entrate a far parte dell’immaginario collettivo. Ogni scatto è accompagnato da un approfondimento sull’autore e dalla ricetta per riprodurre per conto vostro un cocktail degno di Gatsby. O di BONDJAMESBOND. E di moltissimi altri. Bibliotecarie, sfoderate gli shaker!

A chi donarlo?
A chi ha un bel mobile bar e non ha paura a usarlo. A chi legge e si diverte a sconfinare. A chi ama osservare oggetti ben disposti su un tavolo (con perfetti abbinamenti cromatico-concettuali). A chi brama un ricettario per fare cocktail favolosi.

*

Akiko Miyakoshi
La strada verso casa
(Salani)

Una mamma coniglia prende in braccio il suo coniglietto e lo porta a casa mentre scende la sera. Animali di ogni forma e dimensione chiudono bottega e preparano la cena, le finestre si illuminano, il mondo cambia forma e l’ombra avvolge – invece di far paura. Un’autrice giapponese super premiata, disegni semplici e delicati, come l’istinto di coccolare un coniglietto assonnato.

A chi donarlo?
Ai bimbi che si addormentano sulle spalle dei papà e delle mamme che conoscete, agli amici dell’illustrazione e della narrazione giapponese, a chi ha bisogno di un sorriso rassicurante e pacioso.

*

Leo Ortolani
Luna 2069
(Feltrinelli)

Leo Ortolani ha sfornato 46 libri, quest’anno. Potrei comodamente consigliarveli tutti, ma Luna 2069 – la storia di una fascinazione per lo spazio e per le sue promesse – mi pare speciale. L’astronauta Fortunato ha preso in prestito la faccia da Luca Parmitano e il fumetto è stato realizzato in collaborazione con l’Esa e con l’Agenzia Spaziale Italiana. Di che si parla? Si parla della colonizzazione della Luna – in un immaginario centesimo anniversario dallo sbarco di Neil Armstrong -, degli sforzi congiunti per continuare a superare l’atmosfera terrestre, di futuro e di scienza. Lo si fa ridacchiando – perché Rat Man torna in versione Mr Mask, un incrocio tra uno scienziato visionario e un presentatore da televendita -, ma senza rinunciare a confidare nel potere dell’ingegno umano.

A chi donarlo?
A chi tifa per la colonizzazione del nostro satellite – e di Marte -, a chi vorrebbe una Tesla, ai fan dell’esplorazione del Sistema Solare e ai vecchi amici di Leo Ortolani.

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William Goldman
La principessa sposa
Edizione speciale
(Marcos y Marcos)

Come molti bambini degli anni ’90, ho beneficiato della Principessa sposa a livello cinematografico. Solo tempo dopo – e neanche poco – mi sono resa conto che La storia fantastica era l’adattamento di un romanzo di William Goldman. Il cambio di titolo non ha giovato al pubblico italiano, credo… ma meglio tardi che mai. Il romanzo è un gioiello che nulla ha da invidiare all’illustre trasposizione (anzi) e che, da poche settimane, è disponibile anche in edizione “speciale”, con 150 pagine inedite e una copertina rivista, ispirata alla locandina originale del film.

A chi donarlo?
Agli avvelenatori siciliani, agli spadaccini vendicativi, ai principi spregevoli, alle principesse rompicoglioni, ai pirati dal cuore d’oro. Ma non regalatelo mai e poi mai agli uomini con sei dita.

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Alberto Madrigal
Pigiama computer biscotti
(Bao)

Uno dei miei fumetti preferiti dell’anno. Ne avevo già parlato su Instagram, ecco qua.

Alberto Madrigal ha il raro dono di raccontare l’ansia senza fartela venire troppo. Non te la fa passare, intendiamoci, ma la sfuma e la scompone, ci pensa su insieme a te e la gestisce un pezzettino alla volta. In questo fumetto – che si costruisce sotto ai nostri occhi, perché dentro al fumetto c’è anche Madrigal che cerca di capire che fumetto fare – si parla di creatività, dei compromessi della vita adulta, di case che non si puliscono da sole, di traslochi – perché aiutiamo sempre tutti a traslocare e poi quando tocca a noi arrivano quattro gatti? -, di paternità, mal di testa inevitabili e colazioni al bar la domenica. È un magnifico distillato di quotidianità e dilemmi, di equilibri impossibili tra le esigenze della sopravvivenza e il lusso di poter perdere tempo. In questo libro c’è, soprattutto, la strada tortuosa che dobbiamo imboccare per riconciliarci con l’idea di responsabilità. C’è la frustrazione che spesso ci accompagna quando cerchiamo di far crescere un’idea che, spessissimo, si modifica sotto ai nostri occhi e cambia pelle quando pensiamo di averla ormai afferrata – un po’ come le abitudini dei bambini, che sono abitudini per due giorni e poi diventano altro e tu devi ricominciare da capo con tutti i tuoi processi di adattamento. C’è la routine che mangia le energie, ci sono quei due secondi limpidi di ispirazione e di gioia che ti convincono a non gettare via tutto – o magari sì. E c’è un bimbo che nasce e che, nel mondo nuovo che crea per te, attira nella sua orbita tutto quello che stai cercando di capire e te lo restituisce un po’ masticato e morbidino, ridimensionato ma anche spaventoso. Che vogliamo fare? Si procede. Inventando una pagina alla volta. Saggi e lievi, pacifici e preoccupati.

A chi donarlo?
Alle neo-mamme e ai neo-papà. A chi cerca di diventare grande senza perdere il cuore. A chi fa del suo meglio per affrontare con passione e dignità un lavoro creativo.

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Lilin Yang, Leah Ganse, Sara Jiménez
Beauty Secrets
(Vallardi)

Il mito moderno delle coreane con la pelle meravigliosa va affrontato in maniera strutturata. Nei momenti di pigrizia più acuta mi piace pensare che la pelle bella delle coreane sia una faccenda strutturale. Hanno la pelle bella perché, geneticamente, hanno la pelle bella. Nei momenti di maggior speranza, poi, cerco di convincermi che la pelle bella delle coreane sia, in realtà, frutto di una cura particolarmente assennata e replicabile anche a latitudini diverse. Ebbene, dev’esserci una via di mezzo… e l’intero pianeta pare averlo recepito. In questo libro, le tre fondatrici di Miin Cosmetics – istituzione sbarcata ormai un annetto anche a Milano per benedirci con la cosmesi coreana – sviscerano i dieci celeberrimi step della beauty routine coreana con piglio pratico e diretto, suggerendo prodotti e metodi, smascherando false convinzioni e, in generale, fornendoci qualche dritta per calibrare le nostre abitudini in modo da tirar fuori risultati più solidi dalla roba che ci spalmiamo ostinatamente in faccia.

A chi donarlo?
Alle fanatiche conclamate della beauty routine coreana, a chi è più in cerca di una metodologia che di una lista universale di prodotti da comprare, a chi ama informarsi per potersi trasformare in una “consumatrice” più consapevole.

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Kassia St Clair
La trama del mondo – I tessuti che hanno fatto la storia
(Utet)

Kassia St Clair, giornalista culturale britannica, ricostruisce la storia del mondo a partire dai tessuti che hanno ricoperto, di epoca in epoca, un ruolo emblematico. Dal merletto alle tute da astronauta, dalle origini della tessitura alla seta dell’antica Cina, quello che abbiamo scelto di indossare per coprirci o per raccontare chi siamo genera, da sempre, significati e implicazioni vastissime. Questo saggio – tradotto da Claudia Durastanti e arricchito da uno splendido apparato iconografico – analizza i tessuti in base all’impatto culturale, economico e sociologico che hanno generato, ricostruendo di volta in volta il quadro complesso di un preciso momento storico. Una lettura ricchissima, colta e suggestiva.

A chi donarlo?
A chi ama approfondire la storia in modo trasversale, a chi ama la moda e la concepisce come il prodotto di un’epoca o come il punto di convergenza di tante diverse componenti della storia umana, a chi analizza ossessivamente le etichette degli indumenti.

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Neil Gaiman
Questa non è la mia faccia
(Mondadori)

Neil Gaiman ha sempre avuto parecchio da dire. L’ha fatto nei suoi romanzi e nei suoi fumetti, ma anche in una miriade di saggi, articoli, diari, post e – probabilmente – pure sui tovaglioli di carta. Questa non è la mia faccia è una poderosa raccolta di scritti sparpagliati in cui Gaiman affronta all’incirca tutto lo scibile umano. Dal suo lavoro ai film, dal fascino delle librerie all’arte di raccontare storie, Gaiman costruisce un autoritratto per accumulo, aprendoci le porte del suo studio, del suo cervello e del suo cuore.

A chi donarlo?
A chi già venera Gaiman,agli adepti del moderno genere fantastico e a chi cerca ispirazione e vorrebbe farsi spiegare “come si fa” – possibilmente da uno che è già molto bravo a inventare mondi.

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Zelda Was a Writer
Diario dei ricordi futuri
(Magazzini Salani)

Dunque, ci provo… perché la materia è sfaccettata. È un diario – che richiede interattività. È una riflessione multimensionale sulle Lezioni americane di Calvino. È un libro scritto a mano. È un viaggio che si sviluppa in sei stanze abitate da un concetto chiave e da un nume tutelare a cui ispirarci, da Raymond Carver a Andy Warhol. È una capsula del tempo fatta di esercizi da svolgere per dare una spolverata ai nostri cervelli e far girare le rotelle, appellandoci a immaginazione, creatività, spirito d’osservazione. È un regalo da fare alle nostre versioni future. È più facile da leggere che da spiegare.

A chi donarlo?
A chi apprezza i progetti trasversali e non ama gli incasellamenti. A chi vuole un “activity book” da grandi e non si accontenta dei soliti scarabocchia quafai un orecchio làstrappa questa pagina. A chi vuole riflettere sul tempo che passa utilizzando categorie lodevoli – insomma, vi sfido a far meglio di Calvino – e a chi si percepisce in perenne movimento, perché la curiosità è nemica dell’immobilismo.

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Nick Caruso & Dani Rabaiotti
Fa le puzze? – La guida definitiva alla flatulenza animale
(Vallardi)

Questo l’ho tradotto io, ma è l’informazione meno rilevante. Quel che vi sarà utile sapere è che non tutti gli animali scoreggiano e che, quando capita, la flatulenza è un fenomeno dalle numerosissime sfaccettature. Le sardine comunicano tra loro scoreggiando ad alta frequenza. I lamantini utilizzano i peti per gestire il galleggiamento. Ci sono animali che esplodono e serpenti che intimoriscono i predatori a suon di strombazzate posteriori. Questo libro, curato da due eminenti zoologi, è un’indagine spassosa ma rigorosissima su un fenomeno non ancora particolarmente esplorato dalla scienza. Per ogni bestia c’è una fascinosa scheda di approfondimento che ne indaga le abitudini digestive, comportamentali e scoreggifere. Che benessere.

A chi donarlo?
A chi si interessa di zoologia – in ogni sua manifestazione -, a chi scoreggia volentieri, a chi vuol farsi quattro risate e/o accumulare gustosi aneddoti da sciorinare in compagnia (meglio non a cena).

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La collana Ritrovare l’Italia
(Il Mulino)

Utile segnalazione di collana, perché Ritrovare l’Italia offre un vasto bacino di argomenti. Dai luoghi di Ulisse agli stadi, dalle stazioni ferroviarie alle città etrusche, Ritrovare l’Italia è una piccola biblioteca di viaggio che può sostenerci nella riscoperta di mete poco battute e/o può illuminare per noi rotte avvincenti. L’idea è quella di assemblare, di volta in volta, un itinerario tematico – attingendo dal grande bacino della storia, dell’enogastronomia, della natura… – capace di farsi espressione di un pezzettino della nostra cultura condivisa. Al di là delle indicazioni più pratiche, ogni percorso è accompagnato da un approfondimento che ci permetterà di affrontare le nostre mete con consapevolezza.

A chi donarlo?
A chi vi ripete sempre “ah ma cosa vai all’estero che qua da noi ci sono delle meraviglie” – ecco, piglia, parti -, a chi ama le esplorazioni alternative, a chi pensa che i viaggi siano anche (e forse soprattutto) cultura.

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Funzionale suggerimento conclusivo: un bell’abbonamento per gli audiolibri. Ecco qua la pagina di Storytel dedicata ai regali.

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Questo post potrebbe continuare all’infinito, ma non ambisco a sfidare la biblioteca di Borges. Spero di essere riuscita a tirare fuori dal cilindro qualcosa di utile e di avervi risolto anche un paio di “regali impossibili”. :3
Cuoroni!

PERBACCO SONO FELICIONA.
Ecco, dovevo dirlo subito.
Ben giunte e ben giunti alla presentazione più o meno ufficiale di un’impresa folle e – almeno per noi – molto divertente. Anzi, credo non si tratti precisamente di un “progetto”, ma più che altro di un passettino ulteriore nella storia di un’amicizia nata su Instagram e in fase di gioiosa lievitazione. Siamo tre panettoni contenti, insomma, anche se con Elena e Francesca di République Fabrique non abbiamo ancora affrontato lo spinoso argomento. Magari a loro piace il pandoro – ragazze, vi piace il pandoro? A tutte e tre, comunque, piacciono indiscutibilmente le vestaglie. E abbiamo deciso di produrne un po’ per allietare il vostro Natale – e gli innumerevoli mesi a venire, perché di vestaglie c’è sempre bisogno.

Come?
Quando?
Perché?

Ho conosciuto Elena e Francesca grazie a uno dei numerosissimi DM che arrivano e che fanno all’incirca così: ciao Tegamini, possiamo mandarti uno dei nostri vestiti? Io non finisco sempre per accogliere tutti i vestiti (o inserisci qui oggetto casuale) che mi propongono, anzi. Nel caso di République Fabrique, però, è stato un po’ subito amore, forse anche per le somiglianze di percorso che son subito venute fuori. Anche Elena e Francesca hanno lavorato per tanti anni in “incognito”, coltivando nei ritagli di tempo quello che speravano di poter fare a tempo pieno. Cinque anni fa hanno aperto a Brescia il loro negozio/laboratorio/campo base per corsi di cucito, cercando di obbedire a una filosofia lodevole: inventare abiti unici – perché ogni pezzo è disegnato e cucito a mano con perizia e grande competenza da loro medesime –, portabili – perché cosa fai dei vestiti belli se poi possono stare bene a una tipologia umana molto ristretta – e poco inclini allo spreco – perché anche i ritagli più scalognati possono trovare una seconda vita. Oltre al negozio, si prendono indefessamente cura di uno shop online che ospita le loro collezioni stagionali e somiglia tantissimo a loro due – sono fan delle descrizioni di prodotto che sfornano. Conoscere il gatto Martino non è un’esperienza replicabile online, ma fidatevi. Sono andata a trovarle a Brescia e Martino è un aiutante prezioso.
Non mi ricordo bene come ci è venuta in mente la faccenda delle vestaglie. Forse scherzavamo. Forse abbiamo buttato lì un MA DAI SCUSA FACCIAMO LE VESTAGLIE. E poi ci siamo accorte che non era poi un’idea così bislacca – per i nostri standard, almeno. E me le sono ritrovate a Milano con una cartella di disegni e scampoli da selezionare. Abbiamo “stabilizzato” i due modelli, abbiamo fatto le necessarie prove a livello di tessuti e di vestibilità ed eccoci qua, con due vestaglie che spero possiate amare anche voi. Sì, sono bizzarre. Ma sono anche un’ottima sintesi di come siamo noi.

Le vestagline sono due.
La vestaglina di tartan.
E la vestaglina con le alucce.

Elena e Francesca raccoglieranno gli ordini sul sito e realizzeranno ogni vestaglia a mano – ricami compresi. Oltre al necessario “Team Vestaglia” – grido di battaglia d’elezione per la sottoscritta – si potrà aggiungere il ricamo che vi pare. Come potrete ben constatare dalle scemenze che ho scritto sul sito per presentare i due modelli, son vestaglie dotate di una spiccata personalità (anche se non prenderanno vita come il mantello del Dr Strange, non temete) e di materiali selezionati con attenzione. Facciamo sempre le pulci alle etichette di composizione dei maglioni… ecco, la vestaglia di tartan è di lana, per dire. Quella di tartan è un po’ più esuberante, mentre quella di felpa morbidosa è pronta ad assistervi con maggiore razionalità – dotandovi di aluccine per sostenervi durante la scalata delle menate quotidiane.

Vi risparmio i dettagli tecnici perché di quelli si sono già occupate egregiamente loro sul sito, ma spero di essere riuscita a convogliare davvero la fierezza che provo. La vestaglia è diventata la mia uniforme lavorativa e un po’ pure la mia bandiera, ma è anche il mio bozzolo contro le avversità. Il fatto che due ragazze così brave abbiano deciso di strutturare con me quest’impresa assurda e di “prestarmi” il loro talento, il loro tempo (ce n’è voluto e ce ne vorrà ancora di più) e il loro appoggio organizzativo è un regalo che potrebbe comodamente bastarmi per tutte le festività a venire. Insomma, spero amerete. E spero vi vestaglierete con foga.

Note conclusive all’insegna della praticità.

Per ogni quesito stilistico/logistico (es. Voglio donare una vestaglia alla mia amica Mariuccia per Natale, ma riusciamo a farla arrivare in tempo e a ricamarci anche su MARIUCCIA e magari a prevedere già una confezione da mettere sotto l’albero?) vi consiglio di leggere bene quel che c’è sul sito – vestaglina di tartan e vestaglina con le alucce. e di chiacchierare con Elena e Francesca, anche su Instagram.

Ho affidato alle cuorone un po’ di regalini cartaceo-libreschi che verranno infilati randomicamente nei pacchetti in partenza. Insomma, diversi ordini avranno anche un pensierino molto tangibile da parte mia.

Se volete usufruire di République Fabrique nel suo complesso, ecco qua un codice da utilizzare sullo shop.
Con TEGAMINIPARTY ci sarà il -15% su tutto lo shop – tranne le vestagline. In più: spedizioni gratuite con ordine di minimo di 100€.

Tutte le immagini che trovate in questo post (e troverete sul sito di Fabrique e sui nostri social) sono state scattate dalla sempre meravigliosa Eleonora Proietti, che mi tollera anche se sono infotografabile perché a) continuo a muovermi e b) non sto mai zitta – e non sto mai zitta perché le devo dire che secondo me in foto vengo male, creando una specie di circolo vizioso dell’assurdità.

Che altro aggiungere.
Spero di vedervi aderire con entusiasmo al Team Vestaglia.
Per me è un’avventura nuova. E sono vergognosamente felice di aver trovato due compagne di viaggio (più il gatto Martino) con cui condividerla.
E c’è posto anche per voi. 🙂

Il mio infante ha finalmente raggiunto un’età compatibile coi lungometraggi d’animazione. GRANDI FESTEGGIAMENTI IN TUTTO IL REGNO. Sono una ex-bambina che frequentava con assiduità il cinema (grazie, papà!) e sono fermamente intenzionata a godermi innumerevoli film in compagnia della mia creatura, procurandomi anche una solida giustificazione per guardare tutte le cose da “piccoli” sfornate dall’industria dell’intrattenimento. “Eh, sai… porto il bambino”. CERTO, STO PROPRIO FACENDO UNO SFORZO.

Biechi stratagemmi a parte, qualche giorno fa abbiamo beneficiato di una proiezione anticipata di Pupazzi alla riscossa che, per semplicità e sintesi, potremmo definire “il film delle Ugly Dolls”. In qualità di amministratrice del pupazzodromo domestico – già ben fornito anche prima della comparsa di Cesare sul nostro pianeta -, coccolo da tempo immemore una Ugly Doll rosa con tre occhi che mi accompagna di trasloco in trasloco sin dal lontano 2009 e che risponde all’ambizioso nome di PANDORA.
Ebbene, abbiamo tirato fuori Pandora dal cesto e ci siamo guardati il film.

Che cosa accade, in soldoni?
Non tutti i giocattoli sono immuni dai difetti di fabbrica. Alcuni superano indenni il controllo-qualità, mentre altri vengono scartati perché imperfetti, strambi, sbilenchi o “brutti”. I pupazzi brutti vivono spensierati e ignari in una cittadina costiera sorretta da solidi valori – speranza, ottimismo e accoglienza – e potenti inclinazioni musicali – se la cantano e se la suonano parecchio, insomma. Ma il destino di un giocattolo è quello di far felice un bambino… e vale anche per i giocattoli che non rispondono agli standard. Moxy sogna di poter approdare nel “grande mondo” per abbracciare la sua bambina e, in barba a tutte le macchinazioni che ancora non conosce, risale il condotto che collega Bruttopoli alla linea di montaggio e, in compagnia di un gruppetto altrettanto sgangherato di pupazzi, si ritrova in una specie di centro d’addestramento distopico per bambole belle, magre, pulite e profumate. Solo diplomandosi a pieni voti all’Accademia della Perfezione potrà avere accesso al mondo esterno ed essere adottata da una bimba fortunata. Ma sarà facile? GIAMMAI!

Ecco.
Potrei lanciarmi in un pippone infinito sull’importanza del superare le apparenze per dare la precedenza all’inclusione, alla bontà d’animo e all’incontro col diverso, scagliandomi contro una società conformista e superficiale che bada più all’involucro che alla sostanza e classifica le creature in base a quello che vede, invece di apprezzare l’altro in base a quello che sa, sente, pensa e dice. Potrei lanciarmi in un pippone di questo tenore… e farei bene, perché è tutto vero e sono tutti valori sacrosanti e importantissimi che possiamo ricavare dal film. Ma penso che il commento di Cesare, anni tre, sia molto più efficace di un mio potenziale trattato sociologico.

Cece, ti è piaciuto il film?
Sì. Ma ero anche un po’ triste.
Perché?
Pecché quelli brutti sono simpatici.
E sei triste perché sono simpatici?
No. Pecché quelli altri li trattano male.
Quelli belli ti piacevano?
No. Solo i brutti. Tutti coloati.
Ma sei più contento o più triste.
Contento.
E le canzoni?
Cantano tanto. Ma mamma pecché tu hai pianto?

Eh, la mamma ha pianto perché ormai la mamma piange per qualsiasi cosa. È un fenomeno che sta diventando imbarazzante. Ma non reprimiamo la nostra emotività. Cantano tanto, è vero, ma ci sta. E anche le voci italiane fanno un ottimo lavoro. Tra i doppiatori ci sono Federica Carta, Shade, Elio (FORZA PANINO!) e Achille Lauro.
Su Achille Lauro mi soffermerei perché Cesare è fan. Cioè, non ha idea di chi sia e non ha ancora afferrato il concetto di doppiaggio – se un pipistrello rosso parla è il pipistrello rosso che parla, non Achille Lauro – ma lui e suo padre mettono Achille Lauro a palla e ballano. Una sera hanno anche bruciato un ragù perché erano troppo impegnati a ballare Achille Lauro. Insomma, Achille Lauro mi deve un ragù ma gli voglio comunque bene.
Menzione d’onore a Gatto Farfuglio, che appare per credo sei secondi in tutto ma ha fatto ridere Cesare per una ventina di minuti – anche in questo caso, reazione sacrosanta.
Annotazione conclusiva che spero tornerà utile alle altre mamme di bambini vivaci: CESARE È RIMASTO SEDUTO COME UN SOLDATINO E HA GUARDATO TUTTO. Favola.

Insomma, un successone. Torno ad abbracciare la mia Pandora. E anche il mio Cesare, ormai pronto a darsi alla critica cinematografica impegnata. Pupazzi alla riscossa è nelle sale dal 14 novembre, dilettatevi. 

Dunque, questo post può essere utilizzato in due modi.
Uno. Può fungere da fonte di ispirazione per rimpolpare il vostro scaffale di illustrati di raro pregio e ricchezza tematica – con utili sconfinamenti nel campo narrativo, anche.
Due. Può fungere da mini-passaporto per cominciare ad esplorare le vaste praterie di Zalando Privé, spin-off di Zalando che ospita offerte “a tempo” per abbigliamento, accessori e casa – a prezzi particolarmente scontati.
Perché ho scelto i libri con le figure? Perché li amo profondamente e perché rendono le contaminazioni visive molto più immediate. Vero, è un approccio un po’ Pinterest… ma l’esercizio si è dimostrato istruttivo e anche spassoso. Che cosa troverete, quindi? Libere associazioni tra il letterario, il visivo e lo spendaccionesco. In coda, qualche appunto pratico su come funziona Zalando Privé – che ringrazio già per avermi lasciata divertire.

Partiamo!

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Ai Yazawa
I cortili del cuore
(Deluxe)
Panini Comics

Lo so, Ai Yazawa forse merita un po’ del nostro rancore per non aver mai finito Nana, ma che devo fare… l’ho amata in gioventù e il suo tratto ricchissimo e insolito ha a lungo sostenuto la mia passione per lo strambo, la moda e l’invenzione. Ritrovare sugli scaffali un’autrice che mi ha accompagnata così tenacemente – forse contribuendo in maniera significativa anche al mio inquietante Periodo Borchiato Della Tarda Adolescenza – è fonte di gioia. Da qualche mese, Panini ha sfornato queste nuove edizioni (con numerose pagine a colori) dei Cortili del cuore, riportandoci nel microcosmo – invecchiato benissimo – della premiata ditta Happy Berry.
Che si metterebbe Mikako Koda – quando non si disegna da sola le sue favolosità? Ecco un’ipotesi.

Coach | Patrizia Pepe | Calvin Klein

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Emil Ferris
La mia cosa preferita sono i mostri
(Bao Publishing)

Parlo spesso di questo libro e le cose non faranno che peggiorare alla comparsa del secondo volume – Amazon indica settembre 2020 come data di uscita, ma non sono mai molto bravi con i metadati, quindi tenderei a non fidarmi. Emil Ferris è appena stata a Lucca Comics, con tanto di mostra delle sue strabilianti tavole a penna, e mi auguro che qualcuno abbia sollecitato con veemenza Bao al grido di DATECI I MOSTRI DUE. La mia cosa preferita sono i mostri è ambientato nella Chicago del ’68 e affronta con una sensibilità rara e un raggio d’azione sterminato il lato oscuro dell’essere umano, sia dal punto di vista storico – una grande porzione del libro racconta le vicissitudini di una transfuga della Germania nazista – che quotidiano. Anche chi amiamo di più può trasformarsi in un’entità terrificante? Perché gli altri temono quello che non conoscono e non controllano? Quanti rischi siamo disposti a correre per restare fedeli a quel che riteniamo giusto?

Insieme a Karen, una bambina di 11 anni che sceglie di mostrarsi con le fattezze di un lupo mannaro, esploreremo un universo fatto di mostri benevoli – come quelli dei b-movie e dei fumetti horror da pochi spiccioli – e di mostri ben più temibili. Al cuore di ogni snodo narrativo, l’indagine clandestina che Karen sceglie di condurre per far luce sulla morte misteriosa della sua vicina di casa.
E cosa si metterebbe Karen? Lo sappiamo già. Karen porta con fierezza – quasi come una corazza o un mantello dell’invisibilità – un impermeabile da perfetto investigatore privato. Che le sta un po’ troppo grande.

Bristol Textiles | Karen 🙂 | Moves

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Tim Anderson
Tokyo Stories. Storie e ricette giapponesi
(EDT)

L’immagine non rende giustizia al metallico splendore della copertina – e non ci permette di intravedere nemmeno il rosa fotonico delle pagine. Dovrete fidarvi di me, abbiamo poche alternative. Tokyo Stories è un felice ibrido tra un diario di viaggio e un ricettario. In entrambe le sue accezioni, è un tributo alla multiforme cucina giapponese e all’infinita varietà di spunti mangerecci che Tokyo può offrire ai suoi visitatori e ai suoi residenti. Insomma, è una guida allo street-food da scovare “sul campo” – grazie alla brillante aneddotica e alle fotografie di Tim Anderson – ma anche un manuale di istruzioni per riprodurre i piatti più rappresentativi, amati e ricchi di storia (e di sapore), senza rinunciare a una doverosa componente pop.

Che ci mettiamo? Uno squalo che Hokusai disapproverebbe, uno scenografico kimono e un abitino che somiglia a uno stagno di pesci koi.

Topman | Free People | Foxiedox

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Jonathan Hickman, Tomm Coker
Black Monday
(Mondadori)

Un’altra delle mie fissazioni è Black Monday, un noir esoterico ambientato nel mondo di Wall Street. Ne avevo parlato anche qui, ma l’ossessione non mi abbandona e sto attendendo con discreta trepidazione l’uscita della terza raccoltona italiana. Il disegno è superbo, quasi cinematografico. E la trama è un magnifico groviglio di dinastie, scranni rituali da occupare, equilibri di potere e voragini oscure. Il grande assunto di fondo è che, dietro al funzionamento della finanza e delle grandi correnti di pensiero che regolano la vita economica del pianeta, ci sia – e ci sia sempre stato – Mammona, in una delle sue plurime emanazioni. Dalla crisi del ’29 a quella più recente dei subprime, l’avidità ha sempre avuto un prezzo… e non esiste conoscenza che si possa ottenere senza offrire qualcosa in cambio.

Chi ha venduto l’anima al diavolo ci ha guadagnato anche un servitore sovrannaturale e non dovrà più sporcarsi le mani – almeno materialmente. Georgia Rotschild e la sua fantasmatica controparte combattono, nei primi due volumi, per riemergere dall’esilio in cui erano state relegate e tornare a sedersi nel cerchio dei potenti, sfoderando anche un più che discreto senso del teatro.
E che ci vogliamo mettere, mentre pesiamo il cuore dei nostri nemici su una bilancia d’oro?

Roberto Cavalli | Patrizia Pepe | Zac Posen

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Fedrica Magrin & Laura Brenlla
Atlante dei mostri e dei fantasmi più spaventosi
(White Star)

Avere un figlio di tre anni mi autorizza ad accumulare senza il minimo ritegno tomi illustrati che affrontano qualsiasi argomento dello scibile umano. Vogliamo forse trascurare i mostri e i terrori del mondo? Giammai! Cesare DEVE conoscere le insidie di Scilla e Cariddi! Questo atlantone illustrato chiama a raccolta le creature fantastiche delle latitudini più disparate, costruendo una grande mappa delle belve leggendarie più emblematiche del mondo. Il libro è diviso per aree geografiche, con l’aggiunta di sezioni tematiche (la mitologia greca è fondamentale, Cesare!) e paginoni doppi per i mostri che hanno saputo invadere con grande capillarità il nostro immaginario, dalla viverna al kraken.

Cosa si metterebbe una fattucchiera come si deve? Parecchie cose.

Keepsake | Coach | Patrizia Pepe

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Virginie Aladjidi – Emmanuelle Tchoukriel
Inventario della natura
(L’Ippocampo)

L’Ippocampo ha sfornato, negli anni, un ventaglio davvero ampio di Inventari illustrati. Quelli “specializzati” sono numerosi e ben possono rispondere alle curiosità più sfaccettate, dagli insetti agli animali dell’oceano, passando per fiori, alberi, creature di montagna e dinosauri. L’inventario della natura è un compendio che ambisce a radunare le piante e le bestie che meglio rappresentano – per rilevanza, diffusione e presenza nel nostro immaginario – le grandi famiglie di riferimento. È pensato per essere sfogliato come un album e, in 500 pagine, ci porta a spasso per mari, terre emerse e continenti lontani. Le illustrazioni sono intuitive, meticolose e degne del più nobile degli atlanti naturalistici. Potenziali applicazioni: bambini curiosi che vogliono orientarsi meglio tra vegetali, fiori e animali, senza trascurare la vasta schiera di “grandi” che non hanno mai smesso di guardare con gioia e autentico trasporto i documentari. Perché la famiglia Angela sarà sempre un faro nella notte.

I pattern naturalistici sono un classico intramontabile. Potevo marciarci per circa sei anni, ma ho fatto del mio meglio per restringere il campo.
Un tributo alla flora? Eccoci.

Etro | Stella McCartney | Sister Jane

E la fauna? Non possiamo di certo ignorarla.

River Island | Melvin & Hamilton | Lost Ink

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Mi sono auto-imposta un traguardo, perché le associazioni da inventare e i potenziali libri da consigliare sono virtualmente infiniti. Andremo avanti con l’esperimento? Sarebbe bello. Per ora, però, fingo di ritenermi soddisfatta e, mentre attendo che i miei acquisti arrivino a destinazione, ecco qualche informazione su Zalando Privé.

Come funziona? Zalando Privé è un fratellino di Zalando e raccoglie, quotidianamente, una gran quantità di offerte a tempo. Ogni giorno, infatti, vengono attivate delle sezioni nuove, che rimarranno “accese” per un periodo più o meno breve per poi tornare a inabissarsi, trascinando nelle profondità dello shopping on-line i loro sconti molto succosi. Ecco, quello è un aspetto rilevante… insieme alla varietà delle proposte. Ci sono solo marchi IPER esosi? No, c’è un po’ di tutto. Troviamo abbigliamento da donna, uomo e bambino, ma anche accessori per la casa, cancelleria, gioielli, articoli sportivi e, ovviamente, borse e scarpe. Si possono trovare offerte “per brand” – ciao, ecco qua tutto Missoni / ciao, ecco qua tutte le Adidas del mondo – o per “tema” – ciao, ecco qua un sacco di idee per vestirsi in ufficio / ciao, ecco qua tutti i trench – e anche per “velocità” di consegna. Al fondo della home, per gli acquirenti più organizzati, ci sono pure i trailer delle offerte in arrivo, inseribili con gran comodità nel vostro Calendar per scongiurare le dimenticanze. Come accennavo all’inizio, i grandi marchi convivono con designer meno conosciuti o con linee molto accessibili, il che rende anche interessante l’esplorazione quotidiana.
Un consiglio pratico? Fateci un giro. È tutto particolarmente auto-esplicativo e fruibile, nonostante la mia lenzuolata di indicazioni.
Vi lascio il link, che fa sempre comodo.

Buone ricerche e, come al solito, buone letture.