Giulia Paganelli mi sgrida spesso. E credo faccia bene. Giulia esprime e coltiva un’intransigenza che trovo estremamente salubre, opportuna. Il mio sguardo è sghembo e svagato, tendo a concedere attenuanti o a prendermela moltissimo, ma all’interno di perimetri circoscritti – che m’illudo di controllare meglio – o fin troppo vasti – rendendo di fatto impossibile sia la speranza che una concreta possibilità d’azione. Mi lascio mangiare dai disastri e mi scoraggio pure, mi sento estremamente ben intenzionata ma anche minuscola e irrilevante, insomma. Giulia no, non mi pare. La possibilità di essere innocua non la sfiora, sceglie deliberatamente l’indocilità, prende il molto che sa e lo usa per costruire. S’arrabbia quando scambiamo per fenomeni naturali delle dinamiche di potere e controllo totalmente strumentali, s’arrabbia quando ci scordiamo che il corpo conta o quando si va a sentimento invece di interrogare le fonti.
Storica, antropologa, infaticabile curatrice di gruppi di lettura su scrittrici prodigiose, nume tutelare della newsletter Bolena, esigente estimatrice dei mattoni dalle 600 pagine in su e mia sorella in Blackwater, Giulia tende a orientarsi – per formazione e amore per la ricerca e i puntini ben uniti – verso la saggistica, ma quest’anno ha finalmente piantato la bandiera anche nel territorio devastato della narrativa. Il suo romanzo d’esordio si chiama Le sussurratrici ed è uscito da poco per E/O. Con lei ne ho già parlato in pubblico a Milano – all’inizio del tour massacrante a cui si sta sottoponendo – ma non lasciarne traccia anche qui mi sembrava una scemenza. Anche perché è giusto che si sappia quando e perché son stata sgridata da Giulia, di recente. Ebbene, è accaduto un paio di mesi fa, quando mi son messa a leggere per la prima volta La casa degli spiriti. MA FRANCESCA COM’È POSSIBILE COSA STAVI ASPETTANDO. È possibile tutto ma, ora che so cosa capita con Le sussurratrici, capisco anche perché Giulia abbia trovato scandaloso il mio tardivo avvicinamento alla signora Isabella.
Dove siamo? A Fiorano Modenese. Il romanzo gravita attorno alla Villa delle Buonedonne, dimorona un po’ fuori mano dalla storia lunga, chiacchierata, in parte sommersa e parecchio avvolta dal sospetto – sentimento alla base di ogni comunità umana che assume la forma di un paese. Per suppergiù un centinaio d’anni – dall’avvento del fascismo alla pandemia -, cinque generazioni di donne abitano la Villa, ricevuta in eredità dalla capostipite, Adelasia. Chi gliel’ha lasciata? Sua nonna Caterina, insieme a un taccuino rosso che somiglia a un ricettario pieno di robuste pietanze di campagna ma tende a cambiare pelle in base a chi lo consulta. Insieme alla casa e al ricettario, infatti, Caterina tramanda anche un sapere antico, il potere dei sussurri. Nelle sue discendenti, il dono non si manifesterà sempre allo stesso modo e la vita di tutte, immancabilmente, sarà benedetta e stravolta dallo sforzo immane che si dimostrerà necessario per comprenderlo, gestirlo e impiegarlo – in caso di bisogno. E sempre per gli altri.
Realismo magico emiliano? Decisamente sì. Ma anche saga di famiglia, gotico regolamentare con casa infestata, affresco storico, manuale di cucina e compendio ragionato della rabbia femminile.
Margaret Atwood, quando qualche malcapitato va a chiederle da dove le è arrivata l’ispirazione per costruire le sue società mostruose o le situazioni impossibili in cui intrappola le sue protagoniste, risponde immancabilmente di essere partita da quello che c’è o che c’è stato. Può farlo con disinvoltura e sicurezza – e costruendoci attorno una narrazione che fisiologicamente assimiliamo meglio rispetto a una trattazione di matrice saggistica – perché sa da dove pescare, sa di che parla e dispone di un bagaglio teorico e di conoscenze, oltre che di una penna felice. Ecco, con Le sussurratrici l’approccio è il medesimo, m’è venuto in mente. Giulia Paganelli si occupa di corpi e dei molti modi in cui il corpo delle donne è stato misurato, censito, divorato, guardato e disciplinato per creare un recinto sicuro in cui rinchiudere anche lo spirito e l’azione. È un esercizio che può avvenire sul piano domestico e nei legami sociali codificati e che rispecchia un impianto di controllo più vasto e la violenza in cui si concretizza è difficile da arginare, anche per i sussurri più tenaci. Quello che Giulia ha imparato e analizzato, quello che le è piaciuto leggere nella vita, quello che sa e che costituisce l’ossatura di ogni sua argomentazione trova ordine e grande respirone narrativo in questo libro ambizioso e suggestivo, crudele e magico insieme.
La Villa delle Buonedonne diventa un rifugio, un laboratorio sperimentale, un posto dove i confini del possibile si sfumano, una prigione, una roccaforte d’esilio più o meno volontario, un contenitore di conoscenza e un campo minato di conflitti e silenzi. In cucina, però, c’è sempre una donna affaccendata che tiene vivo il fuoco, si prende cura della comunità ondivaga che la casa ospita di decennio in decennio e attraversa, coi mezzi all’apparenza semplici della preparazione del cibo, una storia più grande.
Non è un posto idilliaco, la Villa. E di questo sono grata a Giulia. Ma la casa c’è sempre al momento giusto – insieme alle sue occupanti -, creando un’idea di “rete” che salva davvero. Questo romanzo contiene molto e contiene, soprattutto, delle donne che non nascondono la propria rabbia e con estrema circospezione si affidano all’amore. I passaggi generazionali non sono mai lineari, raramente seguono il famigerato “ordine delle cose” – e il potere che viene tramandato non è l’unico fattore che complica la faccenda. La maternità è il crocevia fisico e sentimentale di enormi trasformazioni, che qui vengono accolte anche nella loro versione meno rassicurante. Ci si rifiuta, non ci si spiega, non si parla mai al momento giusto, ci si allontana e ci si ripudia a vicenda. Le figlie non sono quello che le madri s’immaginavano e le madri non hanno mai le risposte che servono. Possiamo star certe, però, che in cucina alla Villa ci sarà sempre una donna – un altro pezzo di noi – che saprà ascoltare. E che la casa, nella sua strana saggezza, potrà fare da guida – o spaventarvi abbastanza da rimettervi in moto.
Ma voi quand’è che avete letto La casa degli spiriti? Se vi è garbato il lavoro della signora Isabella, non perdetevi Le sussurratrici. Ancora vi mancano sia Giulia Paganelli che la signora Isabella? Siete fortunate. E fortunati.
