Narrativa

Madeline Cash | Lost Lambs

Pinterest LinkedIn Tumblr

Allora, la quarta di copertina della mia edizione di Lost Lambs di Madeline Cash – in italiano è uscito per Feltrinelli con la traduzione di Marco Rossari e il titolo Pecorelle smarrite – mette perfettamente in chiaro che, prima o poi, ci imbatteremo in qualcosa di losco, sommerso e penalmente rilevante. Il divertimento dovrebbe stare nel come ci arriviamo, date le premesse di blandi casini suburbani che ci vengono offerte all’inizio del romanzo. C’è una piccola cittadina, una coppia in crisi che decide di “aprire” il matrimonio, la moglie che desidera moltissimo essere conquistata dal vicino (ed è pronta a opporre zero resistenza), il marito che subisce questo cambio di paradigma e va a dormire in macchina, le tre figlie – distribuite a intervalli regolari lungo lo spettro adolescenziale – che cercano di non morire di fame in una casa in cui nessuno fa la spesa. A ciascuna è assegnata una caratteristica estrema: la grande è troppo bella, quella di mezzo è troppo banale, quella piccola è troppo intelligente. E i due Flynn adulti son troppo presi dalle loro personali illusioni e delusioni per badare ad altro.
Lo sappiamo da subito, che la storia partirà per la tangente, ma il buono del romanzo abita nello spazio che serve a preparare l’incrocione finale dei diversi percorsi dei personaggi. Quello che capita, quando finalmente ci si arriva, pare quasi una stramberia superflua. Per quanto si percepisca un intento satirico che ci interroga sul potere dei soldi e sull’impunità che i soldi garantiscono, è una virata che ci spara lontano da dove, tutto sommato, stavamo frugando con discreto interesse.

Le beghe relazionali, le strategie di sopravvivenza delle ragazze, le crisi di mezza età coi loro corollari di seconde occasioni da rincorrere, l’incapacità di attirare l’attenzione facendo leva sulle nostre caratteristiche migliori, la corteccia prefrontale che non finisce mai di svilupparsi al momento giusto… ecco, questa roba c’è e credo sia da ritenersi preferibile alla piega fin troppo bizzarra che prendono gli eventi. Non è una questione di nessi logici storti o di particolari voragini di trama, è che forse bastava meno. La scena finale è un sollievo anche per quello, credo. Non si vince contro chi partecipa al gioco con un vantaggio strutturale impossibile da colmare, ma resta una certa speranza. Si annida nel posto più vecchio del mondo: i legami tra gli esseri umani, che si riconfigurano per smussare la sofferenza e per assecondare anche i cambiamenti più improbabili. Si resta meschini, disorientati, irresponsabili e pigri, ma è confortante scoprire che anche un disastro può masticarci e risputarci in un posto meno intransigente, dove magari sapremo far meglio.

P.S. La parrocchia offre spunti da tragicommedia infiniti e tutto produce una gigantesca parabola – titolo compreso -, ma QUANTA chiesa.

Write A Comment