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Kaliane Bradley | Il ministero del tempo

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Dunque, l’inquadramento concettuale del Ministero del tempo di Kaliane Bradley – che io ho letto in quest’edizione ma che trovate pure in libreria per Mondadori con la traduzione di Teresa Albanese – è il seguente: una divisione segretissima del governo di Sua Maestà entra fumosamente in possesso della facoltà di viaggiare nel tempo. Anzi, di estrarre gente da un punto nel tempo per risucchiarla in un presente che somiglia molto al nostro. Questi “migranti cronologici” – destinati a crepare di lì a poco nella loro epoca e quindi, di fatto, ininfluenti per il corso della Storia – vengono fagocitati dall’apparato, studiati e reintrodotti nel mondo con l’ausilio di una squadra di “ponti” – un po’ funzionari, un po’ osservatori, un po’ coinquilini e un po’ insegnanti. È già chiaro che andrà male, ma quel che non ci è dato sapere, lì per lì, è quanto. E quando.

Vicino a chi ci accomodiamo? A un’ex linguista di origini cambogiane (caso da manuale di white-passing e neo-promossa al ruolo di ponte) e a Graham Gore, ufficiale della leggendaria spedizione perduta di Franklin nell’Artico. Gore viene “salvato” (o rapito, a seconda dei punti di vista) nel 1847 mentre arranca nel nulla gelato e assegnato alla nostra solerte impiegata. Gore non è l’unico transfugo storico a partecipare al programma ma sembra anche quello più incline ad adattarsi al nuovo contesto, anche se il confine tra cavia e “cittadino” resta un grande dilemma da gestire. E sì, c’è anche l’inevitabile (e credo ben eseguita) tangentona sentimentale.

Il romanzo procede su diversi piani. C’è la storia del faticoso reinserimento di questi poveri Cristi in una realtà completamente diversa da quella di provenienza – e il parallelismo con il concetto di sradicamento, eredità coloniali e di assimilazione culturale si intreccia ai dilemmi attuali in tema di migrazioni puramente geografiche, oltre ad avvicinarsi alla traiettoria biografica dell’autrice – e la storia dell’apparato burocratico/gestionale che si appropria dell’esperimento per ragioni opache, nebulose e prevedibilmente bieche. Il fatto che il nostro ponte sia nelle condizioni d’afferrare il 3% delle reali motivazioni della sua organizzazione è a tratti frustrante da leggere: un po’ ci dispiace per lei e per Gore e un po’ bisogna anche accettare che questo punto di vista lacunoso faccia parte dell’impianto del libro e della costruzione del colpo di scena conclusivo.
Facciamo così: è un po’ come guardare Slow Horses, ma col viaggio nel tempo. Son tutti più svegli di te, non ti puoi fidare di nessuno, compili un sacco di report inutili, sai di essere al centro di una macchinazione inconoscibile, il potere non è mai benintenzionato, la catena di comando non è granché lineare e l’esploratore vittoriano che ti hanno affidato è quasi sicuramente in pericolo e faresti meglio a trovarlo meno bono. Ma sei saggia? No. Cos’è il futuro? Un posto dove abita l’illusione di poter raddrizzare il passato.
Ci vuole un po’ di pazienza – e uno scarso attaccamento alla linearità e agli spiegoni frontali -, ma è un romanzo strambo, denso di domandoni di vasta rilevanza e a suo modo affascinante.

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