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Questo adorabile ebook-reportage dovrebbe essere più lungo. Dovrebbe essere più lungo anche solo per darci modo di invidiare Alice Avallone in maniera ancor più estensiva e virulenta. Perché non so voi, ma io una ragazza che saluta tutti e parte per l’Australia al solo scopo di cullare dei koala non posso che apprezzarla. Tre mesi in una riserva naturale a tirare polpette di topo ai rapaci, a mani nude. Ragni mai visti, diavoletti della Tasmania iperattivi e dingo che si rotolano al sole. E ci sono anche mille notizie super istruttive. Per dire, io non lo sapevo che il koala ha il pene biforcuto. E non sapevo nemmeno che se un poliziotto australiano vi sorprende con un koala in braccio può pure arrestarvi. I koala li potete coccolare solo nelle riserve del Queensland… e ogni koala non può essere aggeggiato per più di mezz’ora al giorno. Ma è inutile che vi racconti tutto, leggetevi piuttosto I dolori della giovane koala keeper – eccovi la scheda sul sito di Zandegùe la graziosa intervista tegaminica ad Alice. In fondo trovate anche delle foto… Alice me ne ha mandate 127, e io ve ne faccio vedere un po’ (se non vi bastano, però, fatevi un giro anche qui).

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Per comodità, potremmo dire che è cominciato tutto da un koala di nome Ralph. Perché proprio un koala, con tutte le bestiole che ci sono al mondo?

Mi affascinava l’idea di un animale così pacifico. Chiaramente prima di partire mi avevano spiegato che non si trattava di un gran coccolone. Ha una cassa toracica molto piccola, e questo lo fa sentire indifeso se si cerca di abbracciarlo. Ma ecco, ero pronta a rispettare la sua naturale dignità. Può essere stato anche un pizzico di invidia: come non esserlo davanti ad un animale che dorme venti ore al giorno, e le restanti quattro le passa a mangiare? Infine, c’è un dettaglio che nessuno conosce, ma che mi ha conquistata definitivamente, ovvero il fatto che i koala sono gli unici – oltre ai primati, ovviamente – ad avere le impronte digitali, identiche alle nostre. Non potete distinguerle nemmeno sotto un microscopio. Non è forse un essere eccezionale?

“Gente, vado per tre mesi in Australia… a fare la keeper in una riserva naturale, animali, piante e quella roba lì. Metto l’out-of-office, va bene? E non contatemi per l’aperitivo, ne parliamo quando torno”. Ecco, non è proprio un annuncio da tutti i giorni. Com’è che l’hanno presa gli altri?

Chi mi conosce è abituato a queste stravaganze, soprattutto il mio ragazzo. Mia mamma e mia sorella odiano i koala, li trovano flemmatici e inutilmente pigri, ma hanno accettato in silenzio. La grande curiosità era più che altro intorno al lavoro in sè: che cosa fa esattamente la koala keeper? In soldoni, consiste nel fare da baby sitter a questi marsupiali, rispettando le loro regole. Per esempio, mai guardarli negli occhi: si stressano. Sono cose che si imparano con l’esperienza e fare la koala keeper è stato più difficile del previsto!

Che diamine hai messo in valigia?

Il kit della giovane koala keeper, quello che dalla riserva mi avevano chiesto di portare: cappellino, crema solare, scarpe comode, macchina fotografica. E poi un lucchetto per il mio armadietto. Mi sono presentata con pantaloni lunghi senza tasche: una sfigata. Per fortuna dopo poche ore mi hanno trasformata in una vera ranger, con maglietta viola di dubbio gusto e quei pantaloncini da caccia e pesca, per intenderci. Un’altra persona.

Hai sminuzzato carne di topo, spalato cacca, dribblato serpenti e nutrito l’ispido echidna. Raccontaci un momento di puro terrore. E poi uno di limpidissima gioia.

C’è un episodio che mi ha davvero segnata, e che racconto anche nel libro. Un giorno mi hanno chiesto di sistemare del fish dentro quattro vasche. Dentro di me, ho pensato: che problema c’è? Non fosse che, una volta aperte le scatole di polistirolo appena scaricate da un camion frigo, ho trovato insidiosi crostacei australiani sguscianti, gli yabbies. In una manciata di secondi hanno iniziato a scappare ovunque per la stanza, con questi orrendi baffi e queste chele durissime. Santo cielo. Io avevo in mano una di quelle pinze da cucina, e dovevo tirarli su uno per uno, e sistemarli dentro le vasche, dal più piccolo al più grande. Già, perchè mi è stato detto che se non li avessi divisi per bene, si sarebbero mangiati tra loro. Che terrore. Passiamo alla limpidissima gioia: ho avuto il grande privilegio di vedere un piccolo di koala uscire dal marsupio della mamma e vedere per la prima volta la luce del sole. I suoi occhi, così vispi e stupiti, non li posso dimenticare.

Ma i koala, che tipi sono?

La verità è che sono dei cafoni. E non scherzo. Forse avevano ragione mia mamma e mia sorella. In riserva gli portavamo tre volte al giorno foglie di eucalipto fresche. Si svegliavano in un attimo al fruscio dei rami. Mangiavano guardandoti con aria di estrema sufficienza, come se tu avessi fatto solo il tuo dovere, e si riaddormentavano poco dopo. Quando entravamo nelle loro zone a pulire la loro cacca, loro te ne facevano tanta altra sulla testa. E poi questa cosa che, con la scusa della cassa toracica, non puoi prenderli in braccio, è assurdo. Infine, puzzano tantissimo: non è una leggenda metropolitana.

E il wombat? Avevo tutta un’idea romantica, del rubicondo wombat… e poi hai devastato ogni mia certezza.

Che forza il wombat! Sembra goffo e pacifico, ma corre velocissimo e morde così forte da staccarti quasi una mano. Era tra i pochissimi animali ai quali non potevamo avvicinarsi senza un keeper profesionista. C’è una curiosità legata a loro. Ogni mattina gli lanciavamo dentro il recinto un grande orsacchiotto per bambini e giocavano tra loro come se fossero all’asilo, senza minimamente danneggiarlo. Hanno un loro lato tenero in realtà, per lo meno più tenero di quello dei koala.

Come fai, adesso che non ci sono più dingo da portare a spasso?

Porto a spasso i miei due bassotti neri, Amalia e Antonio. Come tutti i bassotti, hanno un temperamento terribilmente autoritario. Quasi rimpiango i miei tre dingo.

Intanto che siamo in vena di rimembranze, ci fai vedere la tua foto del cuore? E magari ci racconti anche perché, così diventa anche la nostra foto preferita?


Ecco la foto del cuore. Non so se potrà diventare anche la vostra preferita, ma sicuramente è la mia. Erano passate già tre settimane in riserva: nessun contatto esterno, internet giusto per vedere velocemente le mail e salutare su Skype, lontana un’ora di bus dal primo vero centro abitato. Ero letteralmente fuori dal mondo. Una mattina stavo rassettando una gabbia di un dingo, quando sento parlare per la prima volta italiano, dopo quasi un mese. Ho salutato questa coppia di signori con un Buongiorno. Era molto presto, e loro erano i primi visitatori della giornata. Stupiti anche loro, iniziano a farmi domande, chiedermi che cosa stavamo facendo, e così via. Prima di andarsene e continuare la passeggiata, la signora mi chiede: ma come ti chiami? Ho risposto, e lei ha proseguito con suo marito per il sentiero. Dopo pochi minuti, torna da me, con una copia di Glamour di gennaio in mano e mi dice: ma tu allora sei l’Alice di questo giornale. E lo apre fino alla pagina di un articolo che avevano fatto su di me. La mia compagna di lavoro, australiana, è scoppiata a ridere. Fino a quel momento mi aveva visto arruffata, goffa, puzzolente, piena di cacca fino alle caviglie e ora mi scopre su un tacco 12 e truccata come una vamp! Allora, potete capire il mio profondo imbarazzo, ma anche la mia grande felicità. Mi ha raccontato che aspettavano il loro aereo a Milano, e hanno comprato il giornale per ingannare l’attesa. Hanno letto la mia storia, e hanno deciso di raggiungere la riserva per venire a conoscermi. Per me. Ero così entusiasta. Questa è la foto che ci ha fatto il marito di lei. E’ davvero la mia foto del cuore: due estranei che prendono e vengono a trovarti dall’altra parte del mondo. Da quel giorno ci sentiamo spesso, e spero di andarli a trovare presto qui in Italia.

Progetti dell’era post-Ralph. Che stai combinando? E soprattutto, ci tornerai?

Certo che ci tornerò: la prossima meta è il South Australia, partendo da Adelaide. Intanto, oltre al mio lavoro ordinario, sto portando avanti due progetti. Uno a ampio respiro – http://www.wowanderlust.it – dove raccolgo storie di viaggiatori nel mondo come me; e uno a livello locale, per la mia città di Asti – http://www.toju.it – dove cerco di portare la mia esperienza con Nuok anche nella mia provincia. Sono entrambi progetti di storytelling legati a luoghi su una mappa, e che sto cercando di portare avanti anche come una vera e propria palestra di idee, per sperimentare le possibilità comunicative sul web.

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Alice Avallone per Open SevenDays ed.
Alice Avallone per Open SevenDays ed.
Alice Avallone per Open SevenDays ed.
Alice Avallone per Open SevenDays ed.
Alice Avallone per Open SevenDays ed.