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Per definizione, i cataclismi hanno il potere assoluto e terribile di mutare per sempre lo status quo. Impongono un cambiamento radicale (e tragico) della realtà che conosciamo e a caro prezzo ci obbligano a immaginarne un’altra, a ricostruirla sulla nostra pelle oltre che nel pensiero. Non c’è catastrofe che possa vederci preparati o che ci offra appigli per capire come ne riemergeremo – se questa fortuna di “esserci” ancora ci verrà concessa da chissà quale sorte inconoscibile. Nessuno ha merito, nella salvezza come nella morte, ma chi rimane non può che domandarsi cosa fare con quel futuro che, in mezzo all’annullamento del mondo a cui si appartiene, sembra a maggior ragione dono e miracolo, visto che a tanti altri è stato sottratto arbitrariamente e all’improvviso. Il disastro in cui si muovono Nicola e Barbara, i due narratori che ci accompagnano in Trema la notte di Nadia Terranova, è un disastro realmente accaduto: il terremoto del 1908 che ha raso al suolo Messina e Reggio Calabria.

Entrambi, a modo loro, lottano con un presente che non asseconda i loro desideri.
Barbara fugge spesso a Messina dalla nonna per vivere la grande città e allontanarsi da un padre che la vorrebbe sposata con un ragazzo che non ama. A lei piacerebbe studiare e scrivere, ma i margini di manovra per una donna sono ancora molto scarsi e l’indipendenza è un miraggio.
Nicola è un bambino, figlio unico di una famiglia ricca ma piagata da fanatismi quasi inverosimili: la madre lo fa dormire in cantina su un catafalco, legato, sorvegliando ogni sua mossa in cerca dello zampino maligno del diavolo. Nicola ci capisce poco, ma intuisce perfettamente che l’indifferenza del padre e le torture di sua madre non sono il genere d’amore “giusto”.
A fornire loro una seconda occasione per immaginarsi liberi e senza vincoli è, paradossalmente, proprio il terremoto. Oltre al trauma della distruzione, però, ad accomunarli ci sarà un incontro che a Barbara consegnerà un’eredità assai tangibile e a Nicola l’imperativo di crescere per dimostrarsi migliore di quello che le ha visto subire. I loro destini si somigliano nell’idea di reinvenzione e di lotta per la sopravvivenza in due città sfatte, ma la parabola concreta delle loro rinascite sarà diversissima. Entrambi impasteranno quelle macerie per cambiare pelle e plasmarsi un’identità nuova, con l’ostinazione dei sopravvissuti e il coraggio di chi ormai ha già perso tutto.

Il libro procede assegnando un capitolo a Barbara e uno a Nicola. Ogni capitolo fa il suo sotto la vigile benedizione di un arcano maggiore: m’è sembrato bellissimo, perché se c’è una cosa che ho vagamente afferrato dei tarocchi è la possibilità di leggerli seguendo più direzioni “di senso”, più interpretazioni e incroci cangianti. Un terremoto è un orrore che la natura ci infligge, ma in questo romanzo diventa anche un acceleratore di destini, un grande calderone in cui convivono l’immobilità della perdita e lo slancio verso il domani di chi resta e trova il modo – imperfetto, doloroso e pieno di compromessi – di ricostruire.
Anche la lingua di Terranova trova, qui, un passo che somiglia molto alla divinazione: è ricchissima, suggestiva e fluida. Restituisce la componente maestosa che ogni disastro vastissimo trasmette suo malgrado ma anche la forza più circoscritta degli istinti individuali più basilari.
Cosa ce ne facciamo di un male assurdo che si abbatte sul mondo che conosciamo? Dipende. Da noi e dalla carta che pescheremo dal mazzo. Niente è scritto, ma tutto si può immaginare… così come lo Stretto può continuare ad essere attraversato, a seconda del riflesso che il mare ci restituisce.
Un evviva per Nadia Terranova? Decisamente sì.

“Con la mia testimonianza volevo rendere meno assurde certe vite fatte solo di miseria”: uscito nel 1976, Génie la matta di Inés Cagnati – in libreria per Adelphi nella traduzione di Ena Marchi – è uno di quei “ripescaggi editoriali”, se così vogliamo chiamarli, che riportano al presente romanzi o autor* che ci hanno sfiorato un po’ alla lontana o che, nel nostro contesto, son pervenuti poco o niente.
Inés Cagnati arriva da una famiglia di contadini veneti emigrati in Francia e da molto di quello che ha vissuto e conosciuto in prima persona (anche dal punto di vista del lavoro agricolo) spunta come un’erbaccia tenace questa storia asciutta e tremenda che gravita sul rapporto simbiotico – per quanto sbilanciatissimo, almeno all’apparenza – tra una madre e una figlia, entrambe emarginate da una comunità rurale che mal le tollera ma non esita a sfruttarle. 

Génie campa come camperebbe una bestia da soma. Sua figlia le trotta attorno dimostrandole una devozione assoluta e disperata, crescendo di fatto da sola in una specie di cono d’ombra fatto di attesa e dubbio (la mamma tornerà? Per quanto ancora dovrò aspettarla e starle alle calcagna nel timore che mi lasci indietro? Ma mi vorrà un po’ bene, anche se non me lo dimostra?). Marie si spiega il mondo (e ce lo racconta) con i pochi strumenti che ha, imparando gradualmente a immaginare un altrove più clemente che non sarà mai davvero alla sua portata.
Génie e Marie vivono in una casupola lontana da tutto, mangiando quello che Génie riceve in cambio delle sue titaniche fatiche nelle fattorie vicine. La famiglia d’origine di Génie è assai benestante e rinomata nel circondario, ma la piccola Maria è nata da una violenza di cui OVVIAMENTE viene ritenuta responsabile solo la madre e, per questo “peccato”, entrambe dovranno continuare a portare il peso della vergogna e del disonore, forse per sempre.

A parte la ricostruzione minuziosa della vita materiale – Albero degli zoccoli, se tu? -, uno dei temi più rilevanti è quello della follia come stigma sociale.
Génie non è “matta”, ma fa comodo a tutti dipingerla così. Si chiude nel silenzio, rifiuta di partecipare in maniera canonica alla vita di una comunità che l’ha scacciata per una colpa non sua e, deviando dalla norma, sia dal punto di vista relazionale che economico, si guadagna l’etichetta di pazza e perde il diritto di essere trattata come una persona. Il matto, come osserva anche Cagnati nell’intervista che trovate in appendice al volume, serve sia a confermare la nostra normalità e la nostra piena adesione al sistema sociale a cui apparteniamo che a fornirci un comodo appiglio per disumanizzare chi si ribella. Non solo creiamo un bersaglio posticcio, ma anche i presupposti su cui far leva per sentirci in diritto di fare del nostro peggio alle spese del soggetto deviante di turno.
Finché Génie darà mostra di accettare il ruolo di matta che le è stato assegnato – in un posto del genere l’isolamento somiglia a una forma di libertà -, tutti le permetteranno di continuare a esistere, per quanto in maniera miserabile, all’interno di un meccanismo iniquo di sfruttamento. Appena rialzerà la testa per cercare di condurre una vita canonicamente ritenuta “normale”, però, gliela faranno pagare amaramente.

Génie la matta è una delle cose più tristi, ingiuste e scoraggianti che io abbia mai letto? Penso proprio di sì.
È un libro che avanza di stagione in stagione come una filastrocca mesta – e delle filastrocche rispecchia la futilità, credo, soprattutto se vogliamo vederci un parallelo con quello che Génie deve fare per sopravvivere, un giorno dopo l’altro, come un mulo che non può concedersi di pensare – e precipita in un finale repentino che mai e poi mai, finché starò al mondo, riuscirò a metabolizzare.
SANTO IL CIELO, SIGNORA MIA.

Dunque, del Grishaverse mi mancano ancora i Corvi e il re-uccellaccio (poverone), ma mi sono buttata su La nona casa di Leigh Bardugo con un solido (e ripagatissimo) ottimismo. Far funzionare un fantasy in una realtà “presente” è una grande sfida, credo, perché la costruzione del mondo deve innestarsi su un contesto che c’è e che possiamo sottoporre alle nostre intransigenti pretese di credibilità e plausibilità. Insomma, Yale è un posto vero… e come luogo vero ha i suoi punti di riferimento geografici e un suo vissuto nella nostra percezione, oltre che una lunga storia fattuale. Su quel che ci pare di sapere di Yale – e su tutta la “mitologia” ben radicata delle università americane della Ivy League -, Bardugo costruisce una stratificazione ulteriore, un universo magico parallelo che risponde a leggi specifiche e crea il margine di manovra necessario per l’invenzione. C’è senza dubbio un equilibrio delicato da gestire e Bardugo tiene splendidamente in piedi la baracca facendosi aiutare sia dal “tono” dei suoi personaggi che da un utile passato di ex-studentessa del blasonato campus.

L’espediente chiave per presentarci il mondo è vecchio come il cucco, ma ben calibrato: anche la protagonista è una neofita che sta imparando a navigare in acque ignote e complicate e noi, da spettatori, impariamo a orientarci con lei. Il rischio dello spiegone mega didascalico è scongiurato sia dalla struttura del libro – che alterna diverse linee temporali e ci fa saltare di qua e di là al momento giusto – che dalla gestione dei personaggi.

Che succede, in soldoni?
Alex Stern è un’outsider cresciuta assai lontano dai privilegi e dai fondi fiduciari che tenderemmo ad associare alla nobiltà “di portafoglio” americana e approda a Yale da mezza miracolata, dopo un’infanzia altrettanto accidentata. Misteriosamente scampata a una cruenta strage che ha spazzato via (e spezzettato) il suo spacciatore/fidanzato e gli ospiti poco raccomandabili della sua più immediata bolla californiana, Alex viene reclutata dalla Lethe, una società segreta che le offre una sontuosa seconda possibilità in cambio dei suoi peculiari servigi…
Ma che cos’è capace di fare Alex? Vede i fantasmi, in pratica. E vederli è un dono più unico che raro, nonché inestimabile per i suoi futuri pigmalioni.

Bardugo recupera otto delle società segrete dell’ateneo (che esistono sul serio e si sono potute fregiare, cammin facendo, di esponenti di spicco) e le trasforma in potentissimi nodi magici che, tra un rituale e l’altro, si occupano da decenni di influenzare con mano decisa le sorti del mondo. C’è chi amministra la fama, chi prevede investimenti, chi redige contratti inscalfibili, chi crea portali e chi può garantire cieca obbedienza. A vegliare sulle società – e a fare in modo che il mondo umano continui a percepirle “solo” come ritrovi elitari e non come devastanti e spregiudicati poli del sovrannaturale – c’è una nona casa, la Lethe. Un po’ arbitri e un po’ garanti, i membri della Lethe supervisionano i riti, mediano e tengono a bada la nutritissima schiera di fantasmi di New Haven, infestata da una folla di spiriti vaganti che non si rassegnano alla morte e gravitano attorno a ogni attività liminale che possa garantire loro uno spiraglio per varcare il Velo. Il fatto che Alex li veda – senza ricorrere a pozioni o elisir – è una maledizione, ma anche una risorsa preziosissima per la Lethe.

E quindi? Quindi niente, Alex sta cercando di adattarsi alla sua nuova vita e sta imparando il mestiere, ma si ritrova ben presto priva di mentore e alle prese con un omicidio che a prima vista non sembrerebbe avere nulla di esoterico…. E INVECE.
Misteri da risolvere!
Protagoniste mordaci!
Modalità innovative di rimozione dei tatuaggi!
Barbatrucchi!
Invenzioni magiche!
Rituali meticolosissimi!
Budella e mercato azionario!
Un sano odio per i potenti che pensano di poter fare come gli pare!
Spettri da scagionare!
Ritmo incalzante!
Inghippi!
Segreti!
Redenzione – ma senza pietismi!
In sintesi: La nona casa è un gran divertimento e uno splendido lavoro di equilibrismo tra mondo magico e mondo “vero”. Fremo per il seguito – e anche un po’ per la serie televisiva che dovrebbe essere stata opzionata da Amazon. Il coinvolgimento di Bardugo, così come è accaduto per la trasposizione di Tenebre e ossa, dovrebbe essere garantito anche in questo caso. Per il resto, svago e magia a voi.

*

[Il libro è disponibilissimo per Mondadori nella traduzione di Roberta Verde, ma si può anche ascoltare su Storytel, come ho fatto io. Se volete collaudare Storytel, ecco qua il mio consueto link per il periodo di prova gratuito “prolungato”, 30 giorni invece delle due settimane canoniche.]

Qualche premessa situazionale per delimitare il campo. Al centro di Hidden Valley Road di Robert Kolker – illustre firma del giornalismo investigativo statunitense – c’è una famiglia che a lungo ha tentato di uniformarsi ai parametri di successo, armonia e benessere a cui siamo abituati ad associare il sogno americano. Mimi e Don Galvin si conoscono in gioventù, si sposano senza grandi inghippi e si trasferiscono per qualche anno su e giù per il paese seguendo gli impegni lavorativi e accademici del marito. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e vari incarichi al seguito dell’esercito, a Don viene offerto un posto in Colorado dall’Air Force, che fra le rocciosissime montagne stava consolidando le sue basi, con annesse comunità urbane. I piccoli Galvin cominciano a nascere nel 1945 e, nell’arco di vent’anni, diventeranno dodici – dieci maschi e due femmine, le ultime in ordine di apparizione. A sei dei fratelli, più o meno precocemente e con effetti più o meno distruttivi, verrà diagnosticata la schizofrenia, trasformando la famiglia in una sorta di caso clinico senza precedenti. Le potenziali domande sono innumerevoli.
Perché così tanti figli si sono ammalati?
Perché fare COSÌ TANTI FIGLI, anche?
Che cos’è successo davvero in quella casa?
Qual è stato – e continua ad essere – l’impatto sui fratelli sani?
Come sono stati curati i Galvin schizofrenici?
Come stanno ora?
Come diamine è possibile che a gente all’apparenza “normale” sia capitata una cosa simile?

In questo libro (tradotto per Feltrinelli da Silvia Rota Sperti), Kolker ricostruisce la storia della famiglia Galvin e, in parallelo, ripercorre le tappe salienti della ricerca sulla schizofrenia – un po’ perché i Galvin sono stati effettivamente intercettati da genetisti, psichiatri e specialisti che di schizofrenia si sono occupati a livello accademico e un po’ perché stiamo ancora collettivamente attendendo risposte scientifiche condivise e “solide” su una malattia profondamente invalidante e complessa che persiste nell’eludere i nostri sforzi di mappatura, controllo e cura.
Insomma, Hidden Valley Road è sia la cronaca minuziosa della parabola collettiva di una famiglia per parecchi versi lontanissima dall’ordinario, ma anche un approfondimento ramificato e ricco sulla malattia mentale. Questo doppio binario riesce a restituirci la dimensione “personale” dei Galvin, inquadrandoli nell’orizzonte più ampio del mistero clinico.
Che cos’è davvero la schizofrenia? Perché si manifesta in così tanti modi diversi ed è spesso stata diagnosticata con troppa reticenza o, al contrario, eccessiva disinvoltura? Come veniva curata negli anni Settanta – quando i Galvin hanno iniziato ad ammalarsi – e come siamo messi ora? I farmaci aiutano? Cosa può fare la psicoterapia? Siamo finalmente riusciti a risalire alle cause della schizofrenia?

L’ultimo domandone è forse quello in grado di riassumere tutti gli altri. Il grosso del dibattito nella comunità scientifica a proposito della schizofrenia ha gravitato su due poli che per decenni si sono esclusi a vicenda: c’era chi sosteneva che la schizofrenia avesse basi genetiche e chi sosteneva che dipendesse da fattori ambientali. In soldoni: ci sono cervelli strutturalmente predisposti a ospitare la malattia VS la malattia si manifesta in presenza di cause scatenanti che dipendono dal contesto in cui si cresce, dalla gente che abbiamo attorno, dai legami che stringiamo…
È sul filo di questa fondamentale ricerca di senso che si muove Kolker nel presentarci i Galvin innanzitutto come esseri umani e non solo come “pazienti” o casi clinici estremi – per quanto lo siano e per quanto non manchino traumi, abusi ed episodi di irreparabile violenza.

Dai ritratti in perenne divenire dei genitori – entrambi invischiati in una battaglia privata e duratura tra ambizione e realtà concretamente raggiungibili, nonostante un’epoca in cui gli ascensori sociali tendevano ancora a funzionare – alle testimonianze dirette raccolte intervistando Mary e Margaret e i fratelli superstiti, Hidden Valley Road è la cronaca di un trauma collettivo, un reportage psichiatrico e una storia di famiglia.
Tono?
Kolker si sottrae, fortunatamente, sia al pietismo pruriginoso che al gusto per il dettaglio macabro.
Non ci sono poetiche riflessioni o voli pindarico-consolatori sul coraggio nella malattia, sull’eroismo dei prestatori di cure e su quanto le difficoltà più atroci ci offrano impagabili lezioni di vita: non c’è sensazionalismo, ma il taglio è fattuale, giornalistico, ordinato. Non c’è quella vena quasi divertita che talvolta si rileva nei testi che illustrano i casi medici “curiosi” o al limite: i Galvin non ci vengono presentati come un grande freakshow psichiatrico.
Sono gente a cui succedono cose inspiegabili, dolorose e distruttive, gente che non trova risposte strutturali ma solo soluzioni temporanee a sintomi ingestibili. Dei Galvin malati conosciamo la traiettoria terapeutica e il terreno comune dell’infanzia, dei sani e dei sopravvissuti impariamo a intravedere le cicatrici inevitabili, perché la malattia mentale di chi ci sta vicino non è qualcosa che accade in un compartimento stagno da cui possiamo dirci immuni.

Hidden Valley Road' Review: Young Men Touched by Madness - WSJ

Tra chi è rimasto e chi si è allontanato, Kolker cerca di restituire rispettosamente valore alle esperienze individuali dei fratelli e di evidenziare il ruolo fondamentale che la loro collaborazione ha giocato nel tentativo della scienza – e di un manipolo di specifici ricercatori – di fornire le risposte che ai Galvin sarebbero tanto servite, senza poterne di fatto beneficiare in tempo utile. La strada per comprendere e curare davvero la schizofrenia è ancora lunga, ma di certo ha incrociato in più di un’occasione la Hidden Valley Road di questa famiglia.

Un ragazzo che decide di abbandonare il proprio involucro fisico per trasformarsi in pure coscienza digitale. Una società in cui le donne hanno eradicato il patriarcato, confinando gli uomini a “riserve” controllate dopo possono svolgere solo mere funzioni riproduttive e di intrattenimento sessuale. Lessicografi vendicativi contro i bulli della scuola. Matrimoni pesantemente sponsorizzati. Prostitute sciamane. Condanne penali che non prevedono la carcerazione ma una cancellazione selettiva dei ricordi – più hai trasgredito alle norme, più memoria ti verrà sottratta. Un sistema che assolutizza la cura dei figli, facendosene carico in toto grazie a istituti che rimpiazzano i genitori. Un’epidemia di neonati senz’anima. Una piccola città che si dissocia dagli Stati Uniti per autodeterminarsi e fondare una nuova America che ne recuperi i valori più autentici. Strutture comunitarie in cui i settantenni organizzano cerimonie suicide per non pesare sulla collettività una volta giunti al termine della loro vita produttiva. Il tempo che scorre al contrario per descrivere le conseguenze di un trauma inconcepibile…

Tra satira, speculative-fiction, trovate poetico-tecnologiche e un ben dosato ricorso a un surreale più plausibile di molto del reale che ci circonda, Matthew Baker costruisce in questa raccolta di racconti – uscita per Sellerio nella traduzione di Marco Rossari e Veronica Raimo – un mosaico di realtà alternative che esplorano gli impatti interiori della dissoluzione di diversi assunti di base del nostro modo di concepire il mondo e l’organizzazione del nostro stare insieme, dalla famiglia al corpo, dall’educazione alla convivenza con i nostri simili.
Un po’ David Foster Wallace- ciao, anni sponsorizzati! – e un po’ George Saunders, i personaggi di Baker si aggirano sul confine del dubbio e della ribellione all’ordine che conoscono: una galleria di micro-mondi autonomi governati da un cambio di paradigma di base, una serie di laboratori sperimentali che tentano di immaginare normalità nuove e un funzionamento “diverso” dei nessi causa-effetto.

Non senza spogliarci di ogni speranza – perché che fanno i ribelli, se non credere con tenacia a qualcosa che gli altri non sono ancora in grado di vedere? –, con Perché l’America Baker rimescola le nostre già malridotte e scarse certezze per produrre altri scenari zoppi e vitalissimi, in un tentativo collettivo di immaginarci meno sperduti e meno disarmati di fronte a un panorama del reale che sfida di continuo la nostra capacità di prevedere il peggio. Non è un libro che ci offre soluzioni, ma ci propone una miriade di spunti per proiettarci in spazi dove siamo già abbondantemente arrivati alle estreme conseguenze. Un bellissimo calderone di assurdità umane.

*

Qualche altro spunto nel filone della speculative-fiction? Eccoci qua.
> Cory Doctorow, Radicalized – Quattro storie del futuro
A cura di Sheila Williams, Relazioni – Amanti, amici e famiglie del futuro
Nella medesima collana di Relazioni (che poi è quella dei “12 Tomorrows” del MIT) è da poco uscito anche Improvvisazioni, curato da Gideon Lichfield. È una raccolta “d’emergenza” che è stata commissionata e scritta nel 2020 e ha un approccio programmaticamente assai più ottimistico rispetto a molta della fantascienza o delle imprese di edificazione letteraria del futuro a cui siamo abituati. Sono storie che cercano di immaginarci proiettati in un domani più equo, sano e funzionale, partendo dal trauma collettivo della pandemia. Sono racconti splendidi, ma la ricezione individuale credo dipenda molto dal grado di saturazione raggiunto sul tema del COVID.

Orbene, Dentro la vita di Luciana Boccardi riparte da dove eravamo collettivamente approdati con La signorina Crovato, confermandone il gradevolissimo e avventuroso andazzo.
Per inquadrare meglio, l’inizio-inizio ci colloca a Venezia nel 1936, a casa di una famiglia di musicisti – di illustre per quanto rovinosa discendenza – che sprofondano in una dignitosissima e alacre miseria dopo una disgrazia capitata al vulcanico padre clarinettista, Raoul. Cercando di sbarcare il lunario, la madre decide suo malgrado di allontanare temporaneamente Luciana. La bambina, crescendo, verrà chiamata a dare una solida mano per sostenere l’economia domestica, tra peripezie di ogni genere, la malaugurata ascesa del fascismo e impieghi assai variegati. Piena di risorse e di una forza d’animo invidiabile, date le grame circostanze, Luciana si industria per studiare e per trovare un impiego alla Biennale, polo culturale dell’arte, della musica, del teatro e del bel mondo dell’epoca. Ed è qua alla sua scrivania, non ancora diciottenne e fiera del grembiulino nero che porterà per quasi tutta la sua permanenza in Biennale, che la ritroviamo all’inizio del secondo volume della sua epopea personale.

Dentro la vita : Boccardi, Luciana: Amazon.it: Libri

Vera e romanzesca insieme, la parabola di Luciana Boccardi è uno spaccato di storia (e di storia del costume) che dai padiglioni in perenne fermento del Lido ci porta fino alle passerelle della moda parigina, tra macchine da scrivere, matrimoni non convenzionali ma funzionanti, grandi nomi e scorci lagunari. Una modernissima donna d’altri tempi, che ripercorre con orgoglio le tappe fondamentali di un’esistenza che forse poche e pochi – disponendo di una differente predisposizione d’animo – sarebbero riusciti ad affrontare con la medesima grazia divertita e con quella singolare capacità salvifica di cambiare pelle al momento giusto, riuscendo comunque a non tradirsi mai.

[Luciana Boccardi, firma storica del Gazzettino di Venezia, è scomparsa poco tempo fa, ma per darvi un’idea del piglio narrativo – che ben ritroviamo anche nei primi due capitoli della sua storia – ecco qua la sua ultima intervista. Era stato annunciato anche un terzo volume a concludere il ciclo, ma vediamo che accadrà…]

Che c’è di vero nei ricordi di famiglia?
Forse niente – ed è un niente molto più tentacolare di quello che accompagna i ricordi “normali”. Quel che c’è di vero sono le tracce che ci rimangono addosso e le spiegazioni che proviamo a darci, ma è una verità che associamo a un sentire sanguigno e non è raro che differisca di parecchio dalla cronaca imparziale e scientifica dei fatti.
Che possiamo saperne degli altri, poi?
Registriamo l’urto che generano su di noi, ma mai capiremo sul serio il perché profondo di quelle collisioni: si cresce compensando con l’invenzione i misteri imperscrutabili di casa propria e si cresce scegliendo cosa omettere o cosa infiorettare per cavarsela. Si cresce inventandosi una vita d’uscita e barando con tutta la gaiezza che possiamo chiamare a raccolta.

Vi ho quasi certamente attaccato una pippa superflua, però. Niente di vero di Veronica Raimo (Einaudi), non è uno di quei cronaconi formativi dolenti, ma somiglia di più a un’allegrissima operazione di esorcismo del gettonatissimo POVERA ME GUARDA CHE MI È TOCCATO.
Una madre capace di localizzarti a casa di chiunque – esteri compresi – in un’epoca priva di cellulari. Un padre che tira su tramezzi in casa trasformando un appartamento di 60 metri quadri in una sorta di alveare labirintico. Vestaglie, emicranie e Radio3. Vacanze che vanno a rotoli. Diffidenze ginecologiche strutturali e fidanzati che non ti vogliono mai al momento giusto – e poi trovano pure Gesù. Cofani fracassati. Ragazzine mummificate nello Scottex per non farle sudare. Zie pugliesi che ti infamano perché sei l’unica senza tette. Randagismo e case altrui. Lettere piene di frottole e scarponi in spiaggia perché ci sono i vetri. Rompersi le palle – anche grazie ai libri -, fratelli prodigio, clamorose truffe artistiche, bidelli coglioni, maniaci con l’impermeabile e nonne che parlano con la televisione.
La mitologia domestica di Veronica Raimo è una collezione di pessimi esempi, un esperimento di fuga continua, di adattamento tragicomico, di costruzione storta ma efficiente di un orizzonte sgombro dalle menate che ci buttano addosso. Anzi, è una rivendicazione surreale e molto divertente del diritto di fabbricarci le nostre personalissime menate, perché almeno in quello sarebbe bello poter fare di testa propria.

Perché scriviamo? Non posso rispondere per Raimo, ma forse lo facciamo per inventarci un posto più abitabile, per vendicare una versione più antica di noi, per dimostrarci di aver scansato l’ennesimo sabotaggio, per sincerarci di aver scendo, per non concedere a un male di svanire col tempo o per vincere ridendoci su. Scriviamo sulle ingessature che ci toccano in sorte mentre aspettiamo che le nostre ossa tornino a saldarsi. Ne usciamo più storte e di certo diverse da un ipotetico “prima”, ma quel che conta è come decidiamo di ricomporci. Che sia osso o memoria poco conta: restano comunque pezzi strutturali di noi.

Con Mendelsohn non sono andata granché in ordine cronologico – ho cominciato dal più recente Tre anelli -, ma credo mi perdonerà. Nemmeno Omero era un grande fan delle narrazioni lineari, se ben vogliamo mettere a frutto tanto del contenuto assimilato con questa parabola autobiografico-letteraria che esamina un testo fondativo della tradizione occidentale per risalire al nucleo essenziale delle nostre relazioni.

Da dove si parte, con Un’Odissea – anche questo uscito per Einaudi nella traduzione di Noman Gobetti?
Si comincia con un classicista che ospita il padre ottantenne – un signore all’apparenza schivo e riservato, anche in famiglia – al suo seminario universitario sull’Odissea. Lezione dopo lezione, per un semestre intero Mendelsohn-figlio racconta Omero ai suoi studenti e, nell’approfondire le peripezie di Ulisse – accogliendo anche le numerose osservazioni del padre, più loquace ma non meno intransigente del previsto – si imbarca a sua volta in un viaggio di conoscenza, una rotta parallela che per la prima volta gli offre un punto di vista inesplorato su quel genitore così amante dell’esatto, delle soluzioni certe (da buon matematico) e dal “farcela” con le proprie forze. Mica tutti possono contare sull’aiuto e sulla sollecitudine di Atena, insomma. Anzi, farsi aiutare di continuo da una dèa è indegno un eroe vero. DANIEL MA CHE RAZZA DI EROE È ODISSEO!

Al termine del seminario – e sull’onda di questa riscoperta reciproca -, padre e figlio partono insieme per una crociera “a tema” nel Mediterraneo, seguendo un percorso che in teoria dovrebbe ripercorrere le tappe del lungo viaggio di Ulisse da Troia a Itaca. Sì, sembra molto trash, ma per una volta i legittimi sospetti iniziali si dimostreranno infondati. Navigazione e seminario si intrecciano a pluridecennali ricordi di famiglia e al grande enigma di cosa davvero sia stata la vita interiore di Mendelsohn-padre, sia come genitore che come individuo “indipendente”.
Conosciamo mai davvero i nostri genitori? O quel che ci è dato sapere è solo l’impronta che su di noi lascia la porzione di cammino che hanno trascorso con noi? La memoria che raccogliamo strada facendo – quello che vediamo “da figli” – è tutto quello che c’è da sapere? Com’erano prima di noi? Cosa sono diventati grazie o malgrado noi?
Ulisse, gran mentitore e maestro di stratagemmi e travestimenti, è forse il personaggio perfetto per esplorare i flutti dolci e mutevoli del ricordi – la sua, in effetti, è una storia di ricongiungimento e dei sacrifici che si fanno per essere finalmente riconosciuti.

Ogni famiglia ha la sua mitologia ma, come per tutte le storie che diventano patrimonio comune, è legittimo domandarsi da quale radice provengano. Il fascino di una storia – che parli di antiche navigazioni o della gioventù dei nostri genitori – sta anche nell’effetto che ci fa, nel constatare come le chiavi di lettura che troviamo parlino di noi e del nostro modo di intendere il mondo. Una delle domande definitive, per Mendelsohn, quella a cui si approda dopo un lungo navigare, è cosa ne sarà di quel mondo una volta scomparso il padre. Nell’anno emblematico che ricostruisce in questo libro si riannodano i tanti fili rimasti sciolti e misteriosi, si conclude la parabola di un eroe cocciuto e comincia quella di un figlio che, seppur adulto, si dovrà confortare con un’assenza mai esperita, unica nel suo genere.

È un libro per chi ha voglia di intripparsi con l’Odissea, certo, ma è anche un esperimento che ne riprende la struttura condensandone i temi “relazionali”, quelli che superano lo scorrere del tempo e possono parlarci in ogni epoca. Dovere e fortuna, ambizione e avversità, fedeltà e tradimento, padri e figli, slanci e paura, vittorie e sconfitte. Da sempre, ci raccontiamo storie per spiegarci chi siamo. E, quando arriviamo a una conclusione potenzialmente soddisfacente, scopriamo che il viaggio ci ha cambiati… per capire come, non ci resta che partire per una nuova avventura. A Itaca si arriva mai? Forse no.

 

Dunque, Veronica e il diavolo – in libreria per Einaudi – si avvale dell’antico ma sempre fascinoso espediente del manoscritto ritrovato… ma in questo caso il manoscritto è reale e arriva dall’Archivio Generale della Compagnia di Gesù a Roma. Che cos’è? È una sorta di “dossier” eterogeneo che ricostruisce l’esorcismo di una giovane donna attraverso le annotazioni quotidiane dei padri chiamati a liberarla dal maligno. Nello scartafaccio si imbatte quasi per caso – o per destino? – Fernanda Alfieri che, da storica dotata di penna suggestiva e grande visione narrativa, decide di indagare più a fondo e di cercare di restituire voce, contesto e dignità almeno fattuale a Veronica Hamerani, l’ossessa di via di Sant’Anna. Ogni capitolo si apre con un brano del “dossier” degli esorcisti e, da lì, Alfieri si imbarca in uno sconfinato lavoro di verifica dei fatti, ricostruzione dei precedenti, identificazione dei protagonisti e inquadramento degli eventi in un più ampio contesto culturale e storico.

Il risultato è un’opera ibrida, splendidamente ricca, eclettica e umanissima. Dalle peripezie biografiche dei gesuiti a cui toccò l’ingrato compito di fronteggiare il demonio in una casa romana si passa alla storia “globale” del loro ordine, dal mestiere degli Hamerani – incisori di monete e icone – si arriva a inquadrare la salute dell’istituzione papale nel 1835, dalla teoria della bile nera si approda allo stato della medicina del tempo – e a come anche lì ci venisse attribuita una strutturale inferiorità uterina da amministrare e blandire. Dalla politica alla fisiologia, dalla religione alla superstizione, Veronica diventa una sorta di campo di battaglia metaforico, il centro di gravità di un’intera concezione del mondo.

Non immaginatevi un esorcismo da “cinema”. Il diavolo di Veronica si avvale di pochi effetti speciali e di ottimi moccoli in romanesco. È burino e canzonatore, il grillo – libero – per la testa di una ragazza cresciuta in un contesto di luttuoso declino e miracoli caserecci, un limbo in cui la fede sconfina nella superstizione o nella ritualità pervasiva assimilata come automatismo.
Veronica non ha voce in capitolo, ma forse è il suo diavolo a parlare per lei, mentre una pletora di uomini (variamente castigati nella carne e votati alla castità) si avvicenda nella sua stanza per ridimensionare i suoi eccessi e ricondurla nel solco del concepibile, dell’appropriato e del controllabile, per decidere se è matta, impostora o pia martire perseguitata, per ristabilire il dominio della chiesa sulle sue greggi.
Veronica è muta, è la protagonista più tangenziale di sempre… e Alfieri – che con i comprimari che circondano Veronica edifica legittimamente un impianto storico magnifico – lo riconosce e lo evidenzia. Alfieri ci restituisce Veronica rispettandone la marginalità, perché è una marginalità emblematica, che comunica cosa doveva voler dire essere una Veonica nel 1835 molto meglio di come un qualsiasi demonio di passaggio – magari anche uno colto quanto Padre Manera – avrebbe mai potuto fare. Perché il problema, al tempo e forse anche un po’ adesso, è trovare qualcuno che ascolti…

 

Non mi sforzerò nemmeno lontanamente di compilare una classifica, che già è stato arduo arrivare a queste sintetiche conclusioni. Quella dei libri preferiti dell’anno è senza dubbio la lista più difficile da assemblare e mi getta puntualmente in un gorgo di dubbio, tentennamenti e FOMO retroattiva. Non si può nemmeno sfuggire a una certa ridondanza, perché se nell’arco degli ultimi dodici mesi ho apprezzato un libro è raro che non l’abbia già dichiarato qua e là, chiacchierandone su Instagram o scrivendone qua sul blog. Insomma, al netto di tutte queste menate, dedichiamoci a quest’impresa di sintesi che risponde alle seguenti coordinate:

  • i libri che mi sento di segnalare fra i preferiti dell’anno X non sono necessariamente usciti nell’anno X, anzi. La mia scarsa reattività al nuovo è tendenzialmente assai spiccata, quindi c’è un po’ di tutto – anche se nel 2021 sono caduta dal pero un po’ meno del solito, mi pare.
  • i criteri son più “sentimentali” e istintivi che rigorosi e bilanciati. Insomma, per una volta mi concedo il lusso di non pensare a equilibri ferrei tra fumetto, narrativa, saggistica, editori e cento altre interpolazioni possibili.
  • nel caso ci siano luoghi dove ho elaborato un po’ meglio le mie impressioni non esiterò a indirizzarvici per approfondire.
  • no, Crossroads di Franzen non l’ho ancora finito. Abbiate pietà per i ritmi altrui.

Benone, ribadendo l’onnipresente problema della fallibilità umana, ecco qua il mio miglior 2021 libresco.

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Bernardine Evaristo
Ragazza, donna, altro
(Sur)
Traduzione di Martina Testa

Un esperimento narrativo corale che sintetizza senza retorica o condiscendenza tanto del dibattito (finalmente) attuale su rappresentazione, genere, identità e privilegio. Un libro prezioso per innovazione strutturale, piglio bellicoso e per rifocalizzazione del punto di vista.

Ecco qua dove ne avevo parlato in origine.

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Elizabeth Strout
Olive, ancora lei
(Einaudi)

Traduzione di Susanna Basso

Il ritorno di Olive Kitteridge, la bisbetica più amata del Maine, ha rinnovato la mia ammirazione per Elizabeth Strout, che si conferma splendida ritrattista delle minuzie del tran tran quotidiano e delle testarde meschinità con cui tendiamo a complicarci la vita. È anche un libro che indaga gli effetti del trascorrere del tempo e il coraggio necessario per concederci una seconda possibilità, per quanto tardiva e monca ci possa sembrare.

Serve un approfondimento? Accomodatevi qua.

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Teresa Ciabatti
Sembrava bellezza
(Mondadori)

Cianciamo tanto della necessità di dipingerci “forti” e poco inclini a compromessi, ci dichiariamo pronte ad accogliere ogni genere di sensibilità – inclusi i personaggi femminili capaci di concedersi l’indubbio lusso di una spigolosità palese e impenitente – e applaudiamo senza remore i più vari elogi dell’imperfezione, ma quanto ci crediamo davvero? Quanto li digeriamo senza subirne con stizza l’urto inevitabile? Forse Teresa Ciabatti non è facile da leggere. Anzi, non è piacevole da leggere. Nella voce narrante che sceglie per Sembrava bellezza non c’è nulla di comodo, edulcorato o strutturato per rassicurarci. Ecco, reduce da un biennio in cui il mondo sembra essersi accorto (con comodo) che anche il pensiero positivo perenne e onnipresente può risultare tossico e colpevolizzante, ho trovato questo romanzo particolarmente liberatorio. Ma non tanto per il gusto di seguire le peregrinazioni di una ragazza “cattiva” che mai metabolizza fino in fondo delle ombre dell’adolescenza, credo sia più una questione di zone grigie. Non c’è desiderio di rivalsa senza insoddisfazione e non c’è narratrice inaffidabilissima che non sia anche profondamente consapevole delle proprie storture e delle proprie mancanze. Non c’è ambizione all’ascesa – sia estetica che di “status” – che non parta da un’intima conoscenza di una distribuzione disomogenea delle fortune. Credo sia anche per questo che ho amato questo libro: è probabile che i personaggi imperfetti la sappiano più lunga di noi perché conoscono sia i loro deficit che quel che occorrerebbe per raggiungere la felicità e l’appagamento. Vivono all’interno di quella distanza impossibile da colmare e ci abitano concedendosi il loro unico guizzo sincero: un’insoddisfazione sacrosanta, velenosa, più vera di ogni tentativo di dipingersi meglio di quel che sono e, nel non sapersi vendicare in prima persona, vendicano noi.

Per una cronaca un po’ più lineare di questo libro, qua si può riguardare la diretta con la sottoscritta, Daniela Collu e – in coda – Teresa Ciabatti, che appare come un cigno-fantasma.

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Kazuo Ishiguro
Klara e il sole
(Einaudi)

Traduzione di Susanna Basso

Ishiguro è stato uno dei graditi e attesi ritorni – non pochi, devo dire – del 2021. Anche a questo giro il tema al cuore del romanzo è il seguente: che cosa ci rende umani? Per ipotizzare una risposta, Ishiguro si fa aiutare da una schiera di simulacri – molto realistici e credibili, ma pur sempre artificiali – che popolano un mondo rarefatto e socialmente atomizzato. Si piange pure con gli androidi? Già.

Il post provvisto di tutti gli optional e degli upgrade più moderni si può leggere qua.

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Giulia Caminito
L’acqua del lago non è mai dolce
(Bompiani)

Ho tifato tanto allo Strega – non è servito -, ma Giulia Caminito ha avuto la sua rivincita al Campiello e ne sono stata immensamente felice, di certo per il valore del romanzo ma anche per la soddisfazione di veder riconosciuto, per una volta, il talento di un’autrice limitrofa alla mia condizione anagrafica e che di sconfitte generazionali ha parlato senza piagnistei e deferenza verso l’ordine costituito. Gaia, la protagonista, è una piccola gorgone di lago e anche la lingua che Caminito sceglie per guidarci nella sua lotta quotidiana sconfina quasi nell’incisività e nel piglio del mito. Si parte da una famiglia disastrata, tenuta insieme solo dalla forza di volontà e dall’impermeabilità all’umiliazione dell’ingombrantissima madre, Antonia. Si procede per tappe, verso un riscatto imposto che passa per lo studio e le violentissime reazioni all’accumulo di ingiustizie di quegli anni che ci vengono spesso venduti come i più verdi e belli, ma sono verdi e belli quanto il fondo limaccioso e buio del lago di Bracciano, cornice di questa storia. Non ci si lamenta, non ci si rassegna, non si mostra il fianco. Ma dopo tutta questa fatica, tutta questa brace incandescente che coviamo e che man mano diventa sempre più fredda e rassegnata, dov’è tutto quello che ci è stato promesso? È forse mai esistito?

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Leigh Bardugo
La trilogia di Shadow and Bone 

La serie di Netflix, almeno nel mio caso, ha prodotto quell’auspicabile esternalità positiva che prevede la trasformazione dello spettatore televisivo in lettore del materiale di partenza. Di solito preferisco arrivare “preparata” alla visione di una serie, ma in casi più rari può anche capitare che ci si trasformi in salmoni che compiono all’inverso il naturale percorso di avvicinamento. I tre romanzi di Tenebre e ossa mi hanno egregiamente tenuto compagnia, generando anche quell’effetto “devo vedere subito come va a finire” che non si manifestava da un po’. Per quanto trovi Alina irritantissima e per quanto io sia perfettamente in grado di scorgere più di un difetto nell’impianto generale e nella “resa” di questi libri, non è stato affatto impervio sedermi là a godermeli lo stesso. Innumerevoli sono stati gli incoraggiamenti a proseguire con Sei di corvi – se non proprio i “lascia perdere i primi tre, puoi leggere direttamente la duologia che è molto meglio”, ma m’è sembrato più opportuno farmi un’idea meno raffazzonata del mondo e dunque eccoci qua con un timbro nuovo di pacca sul passaporto del Grishaverse. Grazie per aver fornito il necessario intrattenimento, Leigh Bardugo. E un saluto anche a te, Ben Barnes.

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Emmanuel Carrère
Yoga
(Adelphi)

Traduzione di Lorenza Di Lella e Francesca Scala

Che anno denso di attesi ritorni (non deludenti) e di narratori splendidamente inaffidabili, è il caso di dirlo. Carrère continua a menarci per il naso? È possibile, ma a questa ipotetica grande mistificazione – che forse poi è la mistificazione strutturale che passa per la soggettività del ricordo e di quello che ci raccontiamo per sopportare quello che succede, forse – continuo a cedere volentieri.

Per impressioni un po’ meno nebulose, il post era qui.

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A cura di Sheila Williams
Relazioni – Amanti, amici e famiglie del futuro
(451)

Dodici racconti – raccolti da Sheila Williams per l’annuale impresa antologica della longeva serie tematica Twelve Tomorrows del MIT – per ipotizzare altrettante nuove strutture dello “stare insieme” in un contesto più o meno dominato dalla tecnologia. Coppia, figli, dating, eredità e memoria… cosa ci riserverà il futuro nel vasto calderone del legame sentimentale, dell’ordine sociale e della relazione umana? Grandi nomi della speculative fiction e della fantascienza cercano di immaginare una risposta – e no, non è detto che sia catastrofica.

Per approfondire, ecco qua.

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Anna Maria Ortese
Il mare non bagna Napoli
(Adelphi)

Qua c’è un racconto che chissà in quale maniera sconclusionata avevamo letto a scuola. È il racconto della bambina che non ci vede e finalmente riceve un paio d’occhiali, per poi scoprire che tutto sommato stava meglio prima, in una realtà ovattata e nebulosa che le risparmiava l’orrore di una messa a fuoco precisa dell’esistente. E quel che esiste attorno a lei è Napoli, una vertigine urbana che sobbolle e digerisce a ciclo continuo ogni possibile configurazione dell’umano. Non rammento una lezione su Anna Maria Ortese, a scuola, ma il racconto della bambina mezza orba sì. Gli altri quattro movimenti di questa sinfonia dissonante e magnifica sono un tardivo recupero e, credo, anche una prova di coraggio – non tanto per me che leggo, ma più per Ortese che scrive senza pentimenti. Il tempo per pentirsi e limare sarebbe poi arrivato, ma quel che resta è una capacità magnetica di creare una distanza, il distacco necessario ad esercitare la libertà dello sguardo, a inforcare quegli stramaledetti occhiali per esercitare una soggettività unica, inclemente, poetica, mostruosa e viva.

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Madeline Miller
Circe
(Marsilio)

Traduzione di Marinella Magrì

No, non so ancora dirvi nulla sulla Canzone di Achille. Dopo aver così apprezzato Circe, però, sono certa che lo affronterò presto e con una certa fiducia. Figlia del Sole e della ninfa Perseide, Circe cresce fra i Titani imparando a schivare le folgori delle nuove divinità olimpiche. Da sempre poco malleabile e incomparabilmente meno luminosa dei suoi fratelli, compatisce Prometeo e crea mostri, cercando un luogo dove potersi sentire davvero a casa. Paradossalmente, la vita di Circe sembra germogliare davvero da quella che per dei e mortali potrebbe somigliare alla peggiore delle condanne: l’esilio eterno sull’isola di Eea. Tra animali e piante, Circe asseconda la magia e diventa il cuore pulsante di un universo di prodigi, incontri, lotte secolari e sorti illustri. Una rivisitazione godibilissima e colta che espande il mito e trasforma in protagonista indimenticabile una figura in cui siamo abituati a imbatterci quasi di sfuggita: la comparsa infida ed egoista nella grande epopea dell’astuto e nobile Odisseo assume qui rotondità, mente, cuore e potere. Non solo equipaggi trasformati in maiali, insomma, ma una maga che pur andando ben poco a spasso contiene moltitudini. Viva Circe. E occhio a Scilla.

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Paolo Cognetti
La felicità del lupo
(Einaudi)

Allora, io a Fontana Fredda non ci vivrei in pianta stabile, ma mi fa piacere soggiornarci per qualche tempo per andare a trovare i personaggi di Cognetti. Forse no, non ho ancora finito la mia decrescita cittadina e non sono ancora pronta a confrontarmi con l’immensità glaciale delle vette montane, ma anche questa volta il sortilegio d’alta quota si è ripetuto. È un romanzo che rallenta il ritmo del quotidiano e lascia intravedere un’alternativa che ha poco della negazione e del rifiuto e molto della ricostruzione ragionata. Pur restando dove sono, è un libro che mi ha fatto bene.

Per qualche impressione un po’ più articolata, vi indirizzo volentieri qui.

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Concluderei con un ringraziamento un po’ ridicolo. Vorrei ringraziare i libri che sono riuscita a leggere quest’anno – pure quelli brutti o deludenti – per avermi accompagnata per un pezzo di strada. Neanche il 2021 è stato un anno semplice o particolarmente ricco di speranze provenienti dal mondo esterno e poter costruire, leggendo, un rifugio o un’oasi di sano svago ha rappresentato per me un buon punto fermo. Pochi o tanti che siano, i libri che ho letto o ascoltato – e qua nei preferiti ce ne sono diversi che ho ascoltato, da Circe a Il mare non bagna Napoli, ma anche Giulia Caminito – sono stati un puntello e un posto diverso dove far lavorare il cervello. Pochi o tanti che siano, è andata bene così.

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la lista di Natale “generale”.
la lista di Natale per i piccoli e le piccole.