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tegamini

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Paolo Nori è un felice esempio di come un libro si possa leggere volentieri e ascoltare ancora più volentieri. Allo stesso tempo, è inaccettabile che qualcuno che non è Nori legga Nori, secondo me. Cioè, ci può provare, ma verrà fuori una roba dissonante, depotenziata, loffia. Ma Nori, credo, è capace di leggere anche gli altri. Li trasforma e se li porta vicini, come se non ci fosse una riga al mondo che non lo riguarda. È proprio bello incontrare, di tanto in tanto, qualcuno che sembra aver imbroccato una vocazione. Il come sia accaduto, in mezzo a mille altre cose, è una delle tante ossa di Chiudo la porta e urlo – in libreria per Mondadori e anche ascoltabile su Storytel.

È un romanzo, in teoria, che vuole raccontarci chi è stato Raffaello Baldini, un poeta di Santarcangelo di Romagna che abitava a Milano e scriveva nel suo dialetto, traducendosi da solo in italiano e parlando di gente solitaria e matta che gravitava solo su Santarcangelo. Nori ci legge Baldini e ci legge anche tutto quello che succede mentre si vive, si scrive, ci si pianta e ci si rimane male quando disgraziatamente si fa bella figura.

Ogni volta che leggo o ascolto Nori ho la sensazione nettissima di non aver solo letto qualcosa, ma di aver passato del tempo insieme a una persona. A me piace, che Nori ci tiri dentro ai fatti suoi, che ci porti a presentazioni e discorsi e nei libri che sta traducendo o che ama da quando ha scoperto che era il caso di studiare la letteratura russa. Non mi convincerà ad andare a correre perché noi di Piacenza qualche riserva verso un’esortazione che ci arriva da Parma la dobbiamo comunque avere, ma sentirlo parlare di dialetti e delle città piccole – che magari non ti mangiano come le grandi e son sempre casa tua, anche se scappi – è una specie di riconciliazione. Non so se quest’anno vincerà IL GRANDE PREMIO, ma mi viene da dirgli che è andata a meraviglia già così.

Con me le infanzie e le adolescenze funzionano poco. Forse perché vorrei liberarmene ma il brutto mi è rimasto attaccato e non ne posso più e dentro non ci trovo nulla che sia nutriente o istruttivo, non lo so. Fatti miei, comunque. L’infanzia e l’adolescenza che Annie Ernaux proietta in La donna gelata, però, producono insieme una specie di matrice, uno stampo che contraddice le aspettative del resto del mondo. Una madre che lavora in drogheria, tiene i conti e ricama ben pochi centrini di pizzo. Un padre che pela serenamente le patate e sta assiduamente accanto a sua figlia, senza temere che gli caschi in terra l’apparato genitale. È uno stravolgimento dei ruoli ritenuti tradizionali, naturali e auspicabili che a Ernaux pare normale perché ci è cresciuta in mezzo, ma che è molto diverso da quello che capita nelle case delle amiche e delle compagne di scuola – comprese quelle che le sembrano più emancipate, indipendenti, “ricche” o “povere” che siano.

Come si diventa grandi, dove ci si colloca, cosa ci si può permettere di sognare e immaginare se i modelli a disposizione sono così insoliti per i canoni condivisi e se, visceralmente, non si percepisce il matrimonio (o la maternità) come l’unico traguardo possibile? Ernaux orbita attorno a questo dilemma, strattonata tra la necessità di studiare, di andarsene, di coltivare un’ambizione e la necessità altrettanto profonda di sentirsi scelta, amata, vista da un ragazzo capace di staccarsi dallo sfondo e dalle convenzioni. Un pari, un amico, un amante, una specie di novità antropologica che la tratti come un essere umano e che la convinca della praticabilità di un futuro insieme, di una dimensione migliore dell’indipendenza priva di vincoli.

Lo trova? Le pare di sì. Ed è qua che troviamo anche il cuore del libro – tradotto da Lorenzo Flabbi per L’Orma e per quest’edizione “ridisegnata” in Bur/Rizzoli –, il nucleo gelato del titolo e del destino di innumerevoli donne, quasi tutte sorridenti, solerti e silenziose. Ernaux non nega alle altre la possibilità di realizzarsi in una dimensione che per lei risulta annientante, ma racconta con puntiglio chirurgico di aver preso molto male le misure. O meglio, di essere finita in una specie di imboscata, pur illudendosi di aver scelto la sua strada e dato seguito a una riconosciuta felicità. Cosa fai, quando scopri di esserti trasformata, solo un paio d’anni più tardi, nel prototipo della femmina che compativi e che ti faceva orrore?

Ernaux è di una precisione disarmante, essenziale e complicata insieme. Consegnarle un matrimonio e la maternità serve ancora, perché ha avuto il coraggio – in tempi (ancora) più ostili dei nostri – di dubitare dell’illusione, di analizzare un’infelicità, di imbastire un discorso sul potere e di alzare una mano per ricordare che le mani servono anche a scrivere, oltre che a brandire dei mestoli.

Loris, il trentenne protagonista dell’ultimo romanzo di Giulia Caminito – in libreria per Bompiani –, sembra ingegnerizzato per farsi detestare. Il suo tratto principale, predominante e totalmente invasivo è l’ipocondria. Ne ha sempre una. Gli fa male la pancia, gli sanguina il naso, non riesce a tirarsi su dal letto, tampina dottori, spende i soldi che non ha in farmacia, suda freddo, si indigna quando al pronto soccorso gli assegnano un risibile codice bianco, prenota analisi a ripetizione e ci rimane male quando non gli trovano niente di anomalo perché lui SOFFRE TANTO e nessuno gli crede o gli offre una soluzione. Il mondo intero dovrebbe riorganizzarsi per mettere al centro questo suo perenne star male ma il mondo, con la crudeltà che lo contraddistingue, prosegue senza badare a Loris e alle sue colonscopie aspirazionali. Il male che non c’è, insomma, pare affliggere Loris con spietata costanza, anche se l’unico che ne percepisce la distruttività e il potere deformante è proprio lui, lasciandolo doppiamente disarmato. Non solo non riesce a “funzionare” come gli altri ma non riesce nemmeno a farsi capire e, anzi, a lungo andare finisce per esasperare e allontanare chiunque, in una spirale di precarietà, frustrazione e isolamento in cui è proprio la certezza di star male a trasformarsi in un’ancora rassicurante, in una fonte di paradossale conforto.

Il presente di Loris si alterna, nel romanzo, ai ricordi cruciali della sua infanzia al fianco dell’amatissimo nonno e sarà proprio questo intreccio fitto – e forse mai del tutto “digerito” – a far luce sul disastro dell’adesso. Potremmo limitarci a volerlo prendere a sberle, Loris, a dirgli – come gli dice suo padre – che dovrebbe darsi una svegliata, uscire da quella crisalide molliccia e portare a compimento la necessaria metamorfosi in adulto indipendente, inserito e “normale”. Sarebbe giusto? Forse no. Perché Loris, anche se magari non soffriamo in prima persona di malanni immaginari e non vediamo una diagnosi di cancro come un traguardo soddisfacente – in assenza di altri traguardi raggiungibili -, è la nostra malattia psicosomatica. Prende quello che c’è di storto e di ingiusto a livello strutturale e lo trasforma in un nodulo sul collo, in uno sfogo sulla pelle, in un cagotto invalidante. Si adegua, col corpo, all’inettitudine che ci viene attribuita. Si sottrae e aspetta speranzoso di poter morire sapendo esattamente cosa lo ucciderà, perché il nostro momento non arriva comunque mai. E recrimina, capriccioso, diventando bambino… perché è un po’ l’unico momento in cui si è percepita una dimensione di cura – per quanto soffocante la trovassimo.

Loris mi fa rabbia e non lo posso sopportare, ma come mi fa rabbia e non sopporto l’idea di fallire, di dover tornare a casa a chiedere aiuto, insieme agli anni che ci sono voluti per camminare davvero con le mie gambe e alle varie declinazioni del “con tutto quello che abbiamo fatto per te”. Ce l’avevo anch’io, il mal di pancia. E se ci penso mi sale in gola un rospo indiagnosticabile ma cattivo. Loris, lamentoso e perennemente scansato dalle opportunità veramente buone, è la cellula pronta a marcire che da qualche parte ci portiamo a spasso pure noi. Vogliamo investire 150€ per una rapida visita privata? Magari no, anche perché nessuno lo individuerebbe, il nostro rospo. Il peggio è fuori, non dentro di noi. Ed è lì che si dovrebbe guardare.

[Il male che non c’è si può leggere e si può anche ascoltare su Storytel – letto BENISSIMO da Eduardo Scarpetta. Come di consueto, qua trovate un bel link per la prova gratuita di 30 giorni.]

Credo che il target di (Non) disponibile di Madeleine Gray – in libreria per Mondadori con la traduzione di Alessandra Castellazzi – sia la gente che va a impelagarsi in relazioni extraconiugali di rara mestizia. Ma di quelle proprio con pesanti asimmetrie informative, numerose e continue promesse, illusioni a grappolo, perdita della dignità, vergogna diffusa, sotterfugi, codardia… è tutto troppo spiacevole per non ispirarci moti di crudeltà meschina mista a perentori MA SVEGLIATI TIRATI INSIEME DAI PER LA MISERIA strillati al libro.
Che nella vita abbiate o meno ricoperto il ruolo di amante o tenuto in piedi una tresca clandestina, Hera vi farà imbestialire. E no, non sto producendo spoiler perché è già tutto in bandella.

Che succede, a grandi linee?
Una ragazza totalmente impantanata – vuoi per contesto e tare generazionali, vuoi per personalissimi inghippi irrisolti – trova finalmente lavoro in un’agenzia/redazione e, pur volendosi appendere al lampadario per il tedio professional-esistenziale che prova, conosce un collega più grande di lei e gli appalta il suo cuore, il suo futuro, ogni ambizione di felicità e una porzione significativa della sua anima. Lui, flagellandosi a ripetizione e caricandola pure dei sensi di colpa che un vertebrato come si deve eviterebbe di delegare, ci sta.
Ma ha una moglie.
Quanto è probabile che la lasci?

Vorremmo rimuovere a colpi di scarpone da sci le fette di Parmacotto – *noadv* – che foderano gli occhi di Hera, ma poterla osservare scuotendo il capo e mormorando POVERACCIA GUARDA CHE ROBA è una paradossale forma di consolazione.
Se siamo state delle zerbine anche noi – come è probabile – proveremo solidarietà e sollievo, sentendoci anche delle divinità saggissime PERCHÉ ADESSO NON MI SI FREGA PIÙ BASTA È FINITA HO CAPITO. Se siamo immerse fino al collo nelle ruvide setole dello zerbino che siamo diventate, invece, Hera potrebbe risultare d’ispirazione e indicarci le uscite di sicurezza.
Non so se invitarvi o no a seguire il sentiero luminoso, perché la prolungata disfatta di una mia simile non mi rallegra, come mai ho ricavato sollazzo o lezioni preziose dai miei, di magoni. Non ho voglia di provare pena per Hera, così come non vorrei mai ispirare pietà. Ma è anche vero che ci si arrabbia e si “partecipa” se una storia ci fornisce il materiale adatto per farlo – e Hera, nostro malgrado, qualcosa riesce a dirci. Anche se vorremmo turarci le orecchie. 

Siamo qui perché in copertina c’è un casuario e io sono molto sensibile agli animali bizzarri, specialmente a quelli che sembrano discendere per direttissima dai dinosauri teropodi. Il casuario è una sorta di residuato bellico, la colorata scheggia impazzita che sopravvive fra noi senza perdere un briciolo della sua preistorica violenza. Per approfondire, vi rimando a una roba che avevo scritto dieci anni fa e che testimonia un’antica curiosità – che resta inspiegabile, ma pazienza, prima o poi andrò in terapia.

Cosa ci fa un casuario nel romanzo d’esordio di Leonardo San Pietro? Vive sereno in un recinto, nei pressi di una bella villa del torinese, un po’ fuori mano. La villa è di Isa M, il casuario no. Ci sono vicini che tengono pavoni in giardino e cani da guardia a difesa dei confini, ma i vicini Isa M hanno un casuario. Per lei non è più una novità e, in ogni caso, ha altro a cui pensare. Studia lettere e sta per ricevere una quantità spropositata di gente, pronta a radunarsi per festeggiare il suo compleanno. Il più atteso è Ezio, il bel ragazzo universalmente amato con cui spera di avviare una storia non troppo passeggera. Arriva chiunque – compresi gli imbucati e i conoscenti anche molto vaghi -, ma di Ezio non c’è traccia. Al suo posto, si materializza in cucina un pacco-dono con un fatale bigliettino, che recita più o meno così: “Se nessuno toccherà il casuario entro l’una, Ezio morirà”.

Visto che non voglio essere scaricata ai piedi del casuario, eviterò di addentrarmi in snodi e colpi di scena, lasciandovi la pienissima libertà di mescolarvi alla folla. San Pietro, dopotutto, è lì in mezzo che ci deposita e starà a noi prendere le misure. La compagnia è all’apparenza molto buona, ma come ogni agglomerato umano che si rispetti, anche questo microcosmo risponde a leggi profonde. Ogni individualità, qui, approda con un passato, un bagaglio di speranze e un nutrito arsenale di maschere. C’è la vicinanza data da un comune pretesto di ritrovo e c’è una doppia distanza siderale di cui tenere conto: quella che ci separa da chi crediamo di conoscere e quella che ci spacca a metà, per conto nostro. Come il recinto del tremendo pennuto stabilisce un confine tra dentro e fuori, anche la compagnia di Isa M – che si disperde e si ricompone per risolvere il mistero dell’assenza di Ezio – ha sentimenti segreti e identità “di consumo” da amministrare. Una festa è un sistema disordinato e vitalissimo di orbite in cui tutti possono trasformarsi all’improvviso in un nuovo centro di gravità: ancorarsi con tenacia e produrre un legame è la missione fondamentale, per non essere trascinati via dall’estremo vuoto dello spazio. Lo stesso vuoto che, spesso, è il nostro nucleo più sincero.

Ezio è davvero in pericolo?
Qualcuno sa come ammansire un casuario?
Cosa diavolo hanno messo in questo ciotolone di sangria?
Il mondo reale saprà accoglierci?

Festa con casuario – in libreria per Sellerio – è un esperimento corale di splendida stranezza e trappole mortali, di gioie molto pure e tentativi struggenti. Che cosa vogliamo, quando cerchiamo di piantare i piedi nel presente? Qualcuno che ci veda e che sopporti quella rivelazione, spesso molto meno eclatante dell’immagine accuratissima che ci appiccichiamo addosso. Qualcuno che ci mostri un mondo più affettuoso di quello che ci aspetta da grandi. Nella realtà, in effetti, tutti i casuari sono scappati dai recinti e ci inseguono di gran carriera. Il trucco sta nel ricordarsi come sperare – e quello l’abbiamo imparato da giovani, quando ogni festa era anche una gigantesca promessa. Questa storia, penso, mantiene le sue. 

Dopo le avventure e le esplorazioni dello scorso anno, sono felicissima di tornare a collaborare con il Salone del Mobile per l’edizione 2025. E sì, appuntamenti, giri possibili, installazioni e visite notevoli abbondano, sia in città che in fiera. Qua troverete un bigino che lotterà strenuamente per donarvi un ricapitolone sintetico ma, data l’esuberanza delle proposte, non so bene come finirà. Procediamo, con parecchi spunti e altrettanti link da pigiare forte per accedere a programmi, calendari, coordinate.

COORDINATE DI BASE

L’appuntamento numero 63 con il Salone del Mobile sarà dall’8 al 13 aprile a Fiera Milano Rho. Il grande cappello concettuale del 2025 è Thought for Humans, affidato nella sua declinazione visiva al fotografo Bill Durgin. Insieme a questa riflessione collettiva sulla relazione tra corpo umano e design, al Salone torna Euroluce con l’aggiunta del suo primo Euroluce International Lighting Forum – un ciclo di incontri e approfondimenti diretto da Annalisa Rosso.

Il calendario di appuntamenti culturali è come di consueto ricco e animatissimo e si esprime attraverso le installazioni “speciali” – sia in fiera che in città – e con il palinsesto di Drafting Futures. Conversations about Next Perspectives negli spazi d’incontro del padiglione 14. La medesima arena ospita anche la meravigliosa Biblioteca del Salone – con un ventaglio di titoli accuratamente selezionati – e, nei pressi, troverete ancora una volta il Bookshop Corraini, tappa obbligata e sempre estrosissima.

Dove si comprano i biglietti? Qua.
Come ci si orienta negli spazioni? Qui trovate un campo-base organizzativo e vi rammento sia l’app che la possibilità di muovervi seguendo la mappa interattiva.

 

INSTALLAZIONI RAGGUARDEVOLI

Per le vie di Milano

Inaugurato nel 2024 con risultati assai felici, in Piazza della Scala torna il Design Kiosk a cura di Corraini Edizioni – sì, c’è la libreria in fiera questo è un doveroso expansion-pack. Visitabile e curiosabile dall’1 al 13 aprile (10.00 – 19.00), ospiterà riviste, libri e oggettistica mirabile e un ciclo di incontri moderati dalla giornalista Serena Scarpello – qui il programma dei talk. Quest’anno troverete anche i poster in edizione limitata dell’illustratrice Eleonora Marton, da ritirare gratuitamente e con immensa gioia. Marton non lo sa, ma in questo momento sul mio divano c’è una coperta molto voluminosa che tenta disperatamente di nascondere uno squarcio nella fodera.

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Nel Cortile d’Onore della Pinacoteca di Brera troverete invece Library of Light di Es Devlin, artista e designer britannica. Il progetto è del Salone in collaborazione con Pinacoteca di Brera e La Grande Brera e con il contributo di Feltrinelli – e citerei anche Euroluce, data la rilevanza tematica – e si potrà visitare dal 7 al 21 aprile (9.00 – 21.00).
Con cosa ha lavorato Devlin? Con la luce e con i libri: l’installazione è una gigantesca scultura cilindrica girevole fatta di scaffali illuminati (o riflettenti, nelle ore diurne) che ospitano più di 2.000 volumi selezionati e donati da Feltrinelli.
Ogni sera, alle 20.00, Library of Light ospiterà letture recitate. I visitatori potranno consultare i libri esposti e passare anche a lasciare i propri, che entreranno a far parte del Sistema Bibliotecario di Milano.
Sono gasata? Sono gasata.

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Al Museo della Pietà Rondanini del Castello Sforzesco troviamo un’altra riflessione luminosissima – da ammirare e da ascoltare: dal 6 aprile al 18 maggio (con ingresso su prenotazione), l’artista americano Robert Wilson presenta MotherL’installazione vedrà ovviamente al centro il capolavoro incompiuto di Michelangelo, avvolto da un’illuminazione nuova e accompagnato dallo Stabat Mater del compositore Arvo Pärt.

Robert Wilson sarà protagonista anche di una masterclass in fiera. Ecco qua le coordinate.

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In fiera

All’ingresso dei padiglioni 22-24 troveremo un protagonista ragguardevolissimo: il regista premio Oscar Paolo Sorrentino con La dolce attesa, un progetto-installazione che ci invita ad abitare attivamente una parentesi sospesa.
Cosa succede, mentre attendiamo che ci capiti qualcosa? Ci trasferiamo in un limbo che potrebbe sembrarci vuoto, ma abbonda invece di significati. Possiamo scegliere di entrarci con l’ansia delle speranze disattese o imparare ad attraversarlo con fiducia, accettando di lasciarci cullare fino a destinazione. Perché se nulla è ancora accaduto, tutto può ancora accadere…
Sono curiosissima. E non dispongo di spoiler, a parte questo schizzo progettuale di Margherita Palli, set designer e storica collaboratrice di Luca Ronconi, qui impegnata a concretizzare per il Salone l’idea di Sorrentino.

È previsto anche un incontro con il regista? Assolutamente sì.
Il 12 aprile alle 11 – padiglione 14, Sorrentino dialogherà con Antonio Monda.

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Per la rubrica “bello e ci vivrei domani”, i padiglioni 13 e 15 ospiteranno l’architetto francese Pierre-Yves Rochon con A Luxury Way. Si tratterà, di fatto, di un percorso espositivo parallelo che farà da ponte tra una progettazione d’arredo tradizionale e un futuro esuberante. Rochon ha dedicato un’intera carriera agli interni di lusso e, qui al Salone, ci invita a entrare nella sua Villa Héritage, eclettica e stratificata, bella come tendono conclamatamente ad essere le estetiche originate dall’arte per sopravvivere a ogni scossone del tempo – e del gusto.

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Abbiamo di che meditare e più di una meta da aggiungere alle nostre mappine, direi. Felici giri e allegro Salone a voi. 🙂

Che la saga di Blackwater possa saldamente militare in un campionato a parte credo sia ormai assodato, anche se viene spontaneo e istintivo perseverare nel paragone o comporre una specie di mappa di gradimento della McDowell-produzione. Ora, Katie non è Gli aghi d’oro e non è di sicuro un miracolo. Di buono ha il ritmo, una certa inventiva – anche se molto orchestrata – e il consueto centro di gravità femminile che ribalta un po’ i rapporti di forza “tradizionali”.

Si parte da una piccola cittadina del New Jersey, dove le Drax – madre e figlia – cercano di arrivare a fine mese tra fatiche inenarrabili e ben poche speranze d’ascesa sociale. Sono in balia del padrone di casa – il consueto RICCO SENZA CUORE DEL PAESE – e cercano di gestire la loro indigenza con dignità. Arriva, a un certo punto, la lettera del nonno invalido – che ha fondamentalmente disconosciuto la figlia quando s’è sposata con uno che lui riteneva un cialtrone -, padrone di una florida fattoria. È prigioniero di questi Slape, parenti acquisiti che lo tengono prigioniero in attesa che crepi per spazzolargli via tutti i soldi che ha da parte. Philo Drax, la nipote, parte per soccorrerlo… e da lì cominceranno i guai.

I tre Slape sono dei delinquenti sociopatici a conduzione matriarcale che si rapportano al mondo con bestiale disinvoltura. Sanguinari, illetterati e gretti, esistono in una dimensione tutta loro e non temono né il biasimo del mondo civilizzato né eventuali castighi giuridici (o divini). Sono avversari agghiaccianti e imprevedibili, proprio perché non pensano come membri funzionali della società e la infestano come parassiti. Punta di diamante della combriccola è Katie, una ragazza dell’età della nostra assennata e “buona” Philo Drax. Katie è dotata di sconvolgenti poteri divinatori e ama molto prendere la gente a martellate – con gran gusto di McDowell, che le fa fare roba francamente irripetibile.

Il romanzo segue Philo nel suo tentativo di riequilibrare la bilancia della giustizia e ci accompagna anche alla scoperta dell’abisso che separa le classi sociali dell’America del tempo, dalle cittadine industriali a New York, grande metropoli tritacarne che dispensa fortune e immense sciagure. 
C’è di che leggere e di che sbalordirsi, ma non si maneggia un capolavoro di acume… e penso dipenda dagli Slape. Cosa ci insegnano le storie dei serial killer? Quelle più interessanti – per quanto nefaste – obbediscono a un “progetto”, a una motivazione di fondo, a un’idea. Gli Slape non possono contare su nulla di tutto questo. Sono un male puro, quasi casuale, esagerato e forse anche ridicolo. Posso accettare di essere presa a martellate… ma mi devi dire perché.

[Il romanzo è in liberia per Neri Pozza nella traduzione di Elena Cantoni, accompagnato dal consueto (e sontuoso) trattamento grafico di Pedro Oyarbide, ma potete anche trovarlo in versione audio su Storytel, con la voce di Antonella Civale. Vi ricordo sempre che a nostra disposizione ci sono 30 giorni di collaudo gratuito offerti da Storytel. Il periodo di prova si può attivare qui.]

Lo spazio fa schifo e ci vuole morti, ma è pur vero che l’umanità ha ormai da parecchio devastato l’unico ambiente compatibile al suo percorso evolutivo. Non siamo strutturati per vivere su altri pianeti, ma ci tocca andarci lo stesso, se speriamo di sopravvivere collettivamente come specie. Partendo da queste premesse – che iniziano a sembrare realistiche anche per un nostro non troppo remoto futuro – Edward Ashton spedisce in giro per la galassia una moltitudine di vascelli carichi di equipaggiamento agricolo scientificamente evolutissimo, propulsori antimaterici, specialisti qualificati e chilate di embrioni che attendono di poter vedere la luce e di trasformarsi nei cittadini del domani… sempre che i colonizzatori di “oggi” riescano a rendere abitabili – o almeno non troppo letali – i nuovi mondi così faticosamente individuati e raggiunti.

A bordo della Drakkar c’è anche Mickey Barnes. Non è un pilota, non è un ingegnere, non è un agronomo o un militare e nemmeno un ricercatore medico. Si è offerto volontario per l’unico posto da Expendable – “Sacrificabile”, nella traduzione italiana – nella missione di colonizzazione di Niflheim, una palla di ghiaccio che non promette di lasciarsi domare agevolmente.
Che fanno gli Expendable? Tutto quello che potrebbe uccidere un membro “normale” della spedizione.
Grazie a una specie di stampante biologica capace di replicare il corpo umano e a regolari upload di coscienza, i Sacrificabili hanno l’ingarbugliata facoltà di morire e di essere rigenerati a ripetizione. Per cinque secondi, la prospettiva della vita eterna potrebbe sembrarci fantastica… ma Mickey, arrivato alla sua settima emanazione, è sempre più convinto di aver commesso una cazzata madornale. E il fatto che sul pianeta gelato abitino orde di coleotteri corazzati apparentemente senzienti non migliora di certo le sue prospettive. Che ne sarà di lui? Che ne sarà della colonia, già mezza morta di fame?

Mi sono procurata Mickey7 quando ho scoperto che Bong Joon-ho – premio Oscar per Parasite, come tutti quanti nitidamente ricordiamo – si era inventato un adattamento cinematografico con un blasonatissimo cast. Non conosco l’autore e non avevo particolari aspettative sul romanzo, ma mi auguravo almeno che l’impianto complessivo riuscisse a sostenere il guizzo matto di fondo. L’idea degli Expendable è intrigante e fertile, ma di certo non cammina da sola. Ecco, Mickey7 non mi pare si afflosci e, pur mantenendo un tono fortemente ironico e da “commedia spaziale”, riesce anche a infilarci qualche buon tema di riflessione. Mickey parte, accollandosi un lavoro che non voleva nessuno, perché su Midgard – il pianeta colonia già “adulto” da cui proviene – era nei guai con una banda di strozzini sadici, ma finisce per interrogare ogni giorno la sua identità, un po’ come Teseo che ripara la sua nave e, un pezzo alla volta, la rinnova completamente. La nave che è partita è la stessa che fa ritorno? È identica e la chiamiamo sempre allo stesso modo, ma non conserva nulla dei suoi materiali originari. Che cos’è davvero quella nave, allora? Dove possiamo tracciare il confine tra scoperta rivoluzionaria e abominio conclamato? Che valore ha la vita, se diventiamo all’improvviso capaci di buttarla via?

Mickey7 è uscito da poco qua da noi per Fanucci – con la traduzione di Stefano Ternavasio – e anche Mickey17 di Bong Joon-ho sta per approdare in sala. A giudicare dal trailer, il fatto che il titolo moltiplichi le versioni (e quindi le dipartite) di Mickey non mi sorprende e Bong Joon-ho mi pare utilizzi in pieno il lato grottesco del romanzo per buttare tutto gustosamente in caciara. Troppo? Vedremo. Ashton, nel frattempo, mi ha donato molto divertimento.

Di Juniper & Thorn avevo cominciato a sentir parlare durante il vivacissimo BUZZ di lancio di Ne/oN – l’imprint di schieramento fantastico delle Edizioni e/o -, ma mi sono convinta a procedere solo dopo averlo ritrovato nella Ghinea di dicembre, ben sviscerato nel pezzo di Diletta Crudeli. Non mi aspettavo di certo una garrula passeggiata per i prati, ma sono rimasta comunque piuttosto sorpresa dalla piega gore che accompagna la parabola di Marlinchen e delle sue sorelle. Nell’economia generale della faccenda, però, quella crudeltà così fisica e pesante ha perfettamente senso, quindi mettiamocela in saccoccia e pedaliamo.

Che succede?
Partendo da una fiaba dei fratelli Grimm – già di loro più che avvezzi alla truculenza, pienamente espressa nel Ginepro -, Ava Reid costruisce un altrove che richiama l’Est Europa, in bilico tra antichi e nuovi paradigmi. La città di Oblya, come racconta anche Reid in questa succulenta intervista, è ispirata all’Odessa del primo Novecento, la perla di un impero in cui sono confluiti popoli diversi, tradizioni radicate e impulsi rivoluzionari di industrializzazione e modernizzazione.
In questo posto liminale e ribollente, l’ultimo stregone del regno vive con le sue tre figlie in una casa totalmente separata dalla società, in una sorta di bolla in cui sopravvivono i valori e i codici del vecchio mondo. Zmiy Vashchenko ha spazzato via la sua unica concorrente, trasformandola in un vomitevole grumo di serpi ma, prima di lasciarsi sopraffare, la temibile Titka Whiskers l’ha maledetto: dormirai ma non ne ricaverai alcun ristoro, mangerai ma continuerai ad aver fame, sarai attorniato dalle tue figlie ma non saprai più nutrire alcun affetto per loro!
La maledizione funziona a meraviglia e lo stregone perdurerà tra mille tormenti, asserragliato nella sua fortezza come il relitto di un universo destinato a scomparire e campando sostanzialmente alle spalle delle tre sorelle, streghe anche loro. Le maggiori sono bellissime – Undine prevede il futuro guardando in uno stagno che le restituisce il suo magnifico riflesso, mentre Rosenrot è un’erborista straordinaria – mentre l’ultima, Marlinchen, divinatrice della carne, non ha niente di speciale. Anzi, le viene continuamente ripetuto che è brutta, sgraziata, ordinaria e indegna d’amore.
Tutte e tre ricevono a ripetizione clienti in cerca di prodigi e, per pochi soldi, mandano avanti la baracca, di fatto prigioniere dei capricci e delle imposizioni del padre, che servono senza devozione alcuna ma nel perenne terrore che possa rendere le loro vite ancora più insostenibili. Marlinchen fa la serva per tutta la famiglia, tollerando angherie costanti, le intemperanze dei mostri che popolano il giardino e anche il peso di un potere che le permette solo di mostrare quel che c’è e mai di mutare concretamente la realtà, anche se molto ce ne sarebbe bisogno.
È davvero possibile, però, stritolare a tal punto l’orizzonte da soffocare ogni slancio verso la libertà?  Vashchenko è un tiranno che amministra con grande talento manipolatorio il suo controllo sulle figlie. Non solo le limita fisicamente, confinandole alla casa e al giardino, ma fa tutto quel che può per lasciarle nell’ignoranza, sia della storia che della contemporaneità. I poteri delle tre sorelle sono innati e “funzionanti”, ma lo stregone li dipinge in pianta stabile come ridicoli, in confronto ai suoi. Non trasmette alcuna conoscenza, non offre spiragli o futuro. Soddisfare i bisogni del padre – la fame incessante dello stregone ha la precedenza su tutto – è l’unico compito ammissibile, per le tre sorelle. Ma Vashchenko sarà abbastanza formidabile da tenerle rinchiuse per sempre?

Il romanzo di Reid è ricchissimo di stratificazioni. Ci si può cercare dentro l’alba dell’industria e del sapere “scientifico” che spazza via la superstizione per proporre un avvenire luminoso – almeno per i pochi che stanno in cima alla catena alimentare. Lo si può vedere come una mastodontica operazione di gaslighting e di violenza domestica sistematizzata, la si può leggere come una storia di riscatto e di liberazione a carissimo ma necessario prezzo, fatta di alleanze innaturali e di sopraffazioni meschine. Marlinchen è l’anello di congiunzione tra mente e corpo, un po’ perché il suo potere legge nella carne quello che per il pensiero è quasi impossibile da sopportare, ma anche perché è sulla sua pelle e nella sua coscienza che si compie la trasformazione più drastica, agghiacciante e decisiva. Ci si salva quando si smette di vedere (e di vedersi) con gli occhi di chi vuole tenerti buona, si decide per sé quando si trova il coraggio di immaginare quello che ti è stato portato via.

Insomma, Juniper & Thorn ha saputo atterrirmi più per l’atmosfera ricattatoria e bieca di casa Vashchenko – e del luccicante teatro di Oblya – che per le secchiate di sangue che a più riprese mi sono arrivate in faccia. Se siete in cerca di un bel groviglio da interpretare, cattivo come una fiaba classica ma assai più capace di parlare al presente, accostatevi con coraggio al cancello dello stregone. 

[Juniper & Thorn si può leggere nella traduzione di Giorgia Demuro per Ne/oN e si può anche ascoltare su Storytel, come ho fatto io. Un collaudo? Ecco qua il solito mesetto di prova gratuita.]

A cosa serve la storia? Dipende. Sapere da dove veniamo può indicarci con più chiarezza la strada verso il futuro, impartendoci sonore lezioni e fornendoci strumenti preziosi, nella speranza di non ripetere tragici errori. Approfondire le proprie radici collettive può rendere il presente più comprensibile, spingendoci ad affrontare il domani con solide consapevolezze e granitici punti di riferimento. Decifrare il passato per spiegare l’oggi, insomma, con l’auspicio che all’orizzonte esista un domani “migliorato”, più giusto e trasparente, più ricco e felice. Queste interpretazioni ottimistiche e speranzose non tengono però conto di molti chi. In Suoni ancestrali di Perrine Tripier – in libreria per E/O con la traduzione di Alberto Bracci Testasecca – la “fonte” di un improvviso slancio collettivo verso l’approfondimento storico si rivelerà cruciale. 

Ci troviamo in un nebuloso regno marittimo governato da un imperatore teatralissimo e troppo fanciullesco per destare sospetti di particolare pericolosità. Il regno è dotato di una società ordinata, di università e di una popolazione poco incline ai colpi di testa. Non si capisce bene che cosa s’insegni a scuola, però, visto che il regno sembra non conoscere le proprie reali origini. Ci sono miti e filastrocche, ma i testi e i reperti consultabili coprono un arco temporale non troppo remoto e su cosa sia capitato prima c’è ancora del gran mistero. Il Dipartimento di Storia tormenta da anni la costa sabbiosa, cercando non si sa bene quale antenato. Un bel giorno, però, una duna ingiustamente snobbata restituisce una città… e dona un’occasione d’oro all’imperatore. Che si tratti della capitale perduta dei Morgondi, i leggendari avi del nostro popolo? I valorosi guerrieri delle fiabe sono tornati per indicarci la via!
L’imperatore alza le tasse, convoglia una barca di soldi agli scavi e pesca la più autorevole delle archeologhe/storiche del Dipartimento per documentare le operazioni e per riferire in regolari bollettini pubblici i progressi dello squadrone. L’imperatore desidera tantissimo che i guerrieri che hanno fin a quel momento riposato in mezzo a conchiglioni sonori, gabbie toraciche di balene immani, colonnati meravigliosi e spade cesellate siano proprio i Morgondi che intende lui – valorosi eroi, sapienti giustizieri di mostri, antichi parenti di cui andar fieri e che, col loro fulgido esempio, possano restituire ulteriore lustro al regno… e alla sua notevole persona. 

Martabea, che di solito piglia seriamente il suo lavoro e che, al contrario dell’imperatore, viene dalla campagna e ha sempre sperato di potersi emancipare dal pantano delle sue origini, viene installata in un villone, spesata, servita e coccolata. Certo, ogni tanto le tocca infilare una frase goffa e pomposa dell’imperatore nelle sue cronache, ma le pare un prezzo relativamente piccolo da pagare per far parte di quell’impresa gloriosa, che tanto pare già giovare al regno e parecchio anche alla sua carriera. Il popolo gioisce di ogni scoperta, i Morgondi sono stupendi, lode all’imperatore!
C’è dell’altro, però? Purtroppo sì. 

Tripier affida a Martabea un compito ingrato. La rende inevitabilmente sensibile alle lusinghe di un insperato privilegio e le sbatte poi in faccia una verità che polverizza ogni umana decenza. Non vi racconto cos’altro troveranno, nella città dei Morgondi, ma facciamoci bastare un’osservazione basilare: può capitare, nella peggiore delle ipotesi, che la storia sia di chi la scrive. In questo libro, così come spesso è capitato anche “fuori”, nel mondo che conosciamo noi, il materiale storico è interpretabile come leva di potere e di controllo. I miti sono formidabili e la nostra suggestionabilità, di fronte una “bella storia”, è una tentazione più che ghiotta e un terreno competitivo prezioso. Si sceglie cosa raccontare e a chi, si sceglie cosa omettere e cosa distorcere. Si sceglie per convenienza, compromesso, paternalismo – perché un buon imperatore sa sempre che cosa è meglio per il suo fiducioso popolo. Martabea si muove lungo il confine scivoloso che separa la verità dalla propaganda, i fatti dalle fandonie strumentali. Cosa sarà disposta a sacrificare?

Suoni ancestrali è un oggetto intrigante. Si legge alla svelta e non vi donerà particolari stupori a livello di scrittura o guizzi strutturali, ma funziona se ci si lascia interrogare. Martabea e la manciata di personaggi che la circondano sono piccoli segnaposto e “simboli”, più che esseri umani dotati di rotondità. Che siano così – e che anche il contesto sia sbozzato – può bastarci, perché il punto non è il “chi” e non è il “dove”, ma quel che conta è che la storia, morgonda o meno, possa diventare manipolabile. E che esista sempre, da qualche parte, qualcuno a cui conviene credere alla versione del più forte.