Credo vi convenga cimentarvi con Ultime interviste di (anzi, a) Joan Didion se avete già letto L’anno del pensiero magico e Blue Nights, perché non tutte le otto conversazioni di questa raccolta gravitano attorno a quella porzione lì della parabola letteraria e tematica di Didion ma la maggior parte sì. Con “ultime”, poi, non bisogna intendere “recentissime”, perché la forbice temporale è ampia. Sì, c’è l’ultima-ultima intervista, ma scoprirete che è anche quella più rarefatta, stringata e anche splendidamente sgarbata. Che altro volete, v’ho raccontato già tutto, sembra volerci comunicare – e ha ragione lei.
Una buona intervista si fa se il soggetto interrogato ha qualcosa da dire e se si fanno le domande giuste. Un’intervista *eccellente* è, in realtà, uno scambio tra due persone che si riconoscono e si rendono disponibili alla reciproca curiosità, scordandosi gerarchie e ruoli per creare qualcosa di autonomo, che per ricchezza sta in piedi da solo e aggiunge un tassello in più rispetto ai punti di riferimento di partenza. Che uno scrittore intervisti bene un altro scrittore non è affatto scontato – genera attenzione perché ti porti a casa due grandi nomi in una botta sola, ma bisogna appaiarli con buonsenso. E anche in quel caso non sai come andrà a finire. Didion qua incontra – tra gli altri – Eggers, Sheila Heiti e Hari Kunzru e, per un attimo, riescono a farci dimenticare che gli scrittori e le scrittrici sono anche gente molto tignosa e dispettosa.
Didion è facile da intervistare? Secondo me no. Un po’ perché si percepisce la sua insofferenza per la banalità ma anche perché le costa chiaramente fatica dover verbalizzare quello che di complesso ha preferito affidare alla scrittura. Parlarle, però, è gradualmente diventata un’occasione ghiottissima, specialmente dal suo ingresso eclatante (e straziantissimo) nella non-fiction autobiografica. Si sa, i drammi tirano. Ma Didion, proprio perché ha fatto delle sue tragedie un reportage e un campo di ricerca letterario, riesce a difendersi anche da chi avrebbe voluto raccontarla concentrandosi solo su quello, riducendola a una pura storia di dolore e strazio. Resta tonda, Didion. Anche se è piena di spigoli.
[Ultime interviste è in catalogo da Il Saggiatore e si può anche ascoltare su Storytel – con una “simulazione” ben riuscita di conversazione.]










Ma com’è, questo 


In piena Guerra Fredda, il campione sovietico in carica Boris Spasskij è chiamato a difendere il titolo contro lo statunitense Bobby Fischer, giocatore geniale ma imprevedibile, un eremita inghiottito di mille fissazioni e nemico di ogni convenzione, matto in senso metaforico ma molto probabilmente anche clinico. Fischer è “matto” per noi che non siamo stati baciati dal talento per gli scacchi ma è matto anche per chi quel mondo lo abita e assiste con meraviglia e sgomento alle sue feroci partite – sperando sempre di non trovarselo davanti.


Si chiama ritina “di Steller” per merito o colpa del naturalista tedesco che partì con la spedizione russa del capitano Vitus Bering nel 1741, in direzione delle acque ignote sopra l’omonimo stretto – di recente battesimo. Fu un casino, perché la nave di Steller naufragò su un’isola deserta e gelida e creparono quasi tutti di fame prima di avvistare la fiduciosa vacca di mare. Steller, fra una grigliata di ritina e l’altra, si mise in testa di misurarla e di predisporre uno scheletro per restituire la scoperta alla scienza, ma la bestia era semplicemente troppo grossa e la nave che rattopparono troppo malandata per accoglierla. Prima bisogna portare in salvo le persone, altro che ossa! Steller, furibondo, fu costretto ad arrendersi.
