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tegamini

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Visto che mi sembra di non leggere mai abbastanza, ho deciso di rivoltare la frittata: ti pare di aver letto poco? Rallegratene! Vuol dire che là fuori ti attendono ancora innumerevoli scoperte! Gioia! Avventura! Felicità!
Nel 2020 non è andata malissimo, date le circostanze. Ho superato un momento di stallo totale durante il primo lockdown e mi sono pian piano ripresa. Qua ci sono i titoli che ho più amato quest’anno o che mi hanno fatto intravedere qualcosa di nuovo, facendomi talvolta riemergere dalle paludi del mio cervello. Non sono necessariamente novità del 2020 – anzi, praticamente mai – ma solo libri che, personalmente, ho letto nel 2020.
Eccoli qua.

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Rachel Cusk
A Life’s Work

Dopo la trilogia di Resoconto ho deciso di cominciare a esplorare “il resto” dell’universo di Cusk. Ho cominciato da questo memoir sulla maternità. Per una riflessione un po’ meno sintetica, ecco qua quello che avevo scritto.

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Città sola (La cultura Vol. 1152) di [Olivia Laing, Francesca Mastruzzo]

Olivia Laing
Città sola
(Traduzione di Francesca Mastruzzo)

Arte! Solitudine! Metropoli!
Ecco il pensierino che avevo scritto per Instagram:

Olivia Laing è diventata una delle portabandiera di un genere letterario ibrido, che riesce a trascinarci in uno specifico spicchio del pensiero/delle tribolazioni umane ma anche a procedere per deviazioni e ramificazioni, finendo per somigliare a una versione più limpida e più “a fuoco” del disordine stratificato del nostro modo di informarci. INSOMMA, uno spunto autobiografico (un periodo di acuta solitudine attraversato da Laing a New York, in seguito a un amore naufragato) non diventa solo un’indagine universale, ma anche il centro di una ragnatela fatta di arte, storia, urbanistica, antropologia, cronaca, tecnologia e performance. Laing risale alle radici della solitudine riportandoci nella Manhattan degli anni ’70 e ’80, quando Times Square non era ancora un parco giochi per turisti, l’AIDS cominciava a mietere vittime e la Factory era a pieno regime. Ripercorrendo la storia personale e artistica di Edward Hopper, Andy Warhol, Henry Darger e David Wojnarowicz – tra gli altri – Laing utilizza l’arte, il “visivo” e gli oggetti che ci lasciamo alle spalle per esplorare, molecola per molecola, la struttura dell’isolamento, dello stigma, dell’invisibilità e del vuoto pneumatico in cui, in modo più o meno irreversibile, possiamo scivolare… ritrovandoci in un posto insospettabilmente affollato. In tutta sincerità, Olivia Laing mi ha fatto venire una gran voglia di convertirmi eternamente alla narrative non-fiction. E di comprare tende più spesse da mettere alle finestre.

Sempre di Laing, quest’anno ho letto anche Viaggio a Echo Spring. Storie di scrittori e alcolismo. Pur avendolo apprezzato, è un libro che sarebbe stato meglio affrontare dopo aver accumulato più “bagaglio” su un paio degli scrittori citati. Ora, comunque, vorrei cimentarmi pure con Gita al fiume.

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Sandra Petrignani
La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg

Tra gli illustri candidati allo Strega di un paio d’anni fa, La corsara è una splendida biografia di Natalia Ginzburg che intreccia opera letteraria a “vita vera”… sempre che, in questo caso, i due ambiti si possano scindere più di tanto. Temevo di trovarlo pesantone, ma si è dimostrato un saggio prezioso e una guida illuminante al lavoro di Natalia, oltre che una chiave per tornare a spalancare le porte su un ambiente “intellettual-editoriale” assolutamente irripetibile.

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Ted Chiang
Exhalation

Sì, c’è anche in italiano – si chiama Respiro ed è uscito per Frassinelli.
Partendo dal presupposto che è stato il primo ma non l’ultimo Chiang che leggerò, ecco qua i pensierini precedentemente apparsi su Instagram:

Ted Chiang è una specie di antropologo della fantascienza, un architetto di paradossi e un acuto studioso delle relazioni tra tecnologia, linguaggio e umanità. In questa raccolta – sostenuta da idee brillantissime ma anche da una scrittura super fascinosa, eclettica e camaleontica – troviamo pappagalli che parlano, strutture tribali (e cognitive) modificate dall’avvento della scrittura, dispositivi che immagazzinano i nostri ricordi (TUTTI), prismi che possono metterci in comunicazione con i nostri equivalenti in realtà alternative, tate meccaniche, antichi alchimisti che viaggiano nel tempo, software allevati per anni come bambini, aggeggi che annullano il libero arbitrio, scienziati robot che si dissezionano da soli per capire come funziona l’universo. Ogni scenario è ricco di vaste conseguenze ed è ancoratissimo a una realtà che ci appartiene, perché popolata da personaggi che decifrano il mondo, si domandano chi sono, cercano di prendere decisioni e mettono in discussione quello che sanno. È un tuffo nelle profondità della nostra potenziale relazione con la tecnologia, del legame tra vita e pensiero, tra mente e limiti imposti dal tempo e dal corpo. Vorrei aver letto Chiang prima di Black Mirror. Mi hai rovinato Black Mirror, Chiang. Sei molto più bravo te.

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Nova
Stelle o sparo

Nova l’avevo vista e ascoltata al Salone, nel super panel che Bao organizza sempre con i suoi autori ma è passato un bel po’ di tempo prima che mi decidessi a leggere Stelle o sparo, il suo esordio. È la storia di una tizia che va su un’isoletta poco battuta dal turismo “industrializzato” per ritrovare se stessa. L’isola è minuscola. “La gente va a ritrovare se stessa nei posti più assurdi. Tipo l’India, il Tibet. Posti enormi. Cioè secondo me se ti cerchi in un posto molto piccolo magari trovi”. Tutto il fumetto è così. Disegno elettrico e vivissimo e una scrittura imprevedibile. Per ragioni anagrafiche, partiamo da un immaginario pop condiviso, il che di sicuro ha aiutato, ma è tutto una folle meraviglia. Pure la bio in bandella è favolosa. Finisce così: “Grazie al suo stile incredibilmente approssimativo, vorrebbe un giorno essere ricordata come l’Eurospin del fumetto italiano”.

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Marta Barone
Città sommersa

Ma perché questo libro non ha vinto lo Strega? Mai smetterò di domandarmelo. A parte i miei giganteschi interrogativi, Città sommersa è una specie di “ritratto geologico” di un genitore da poco scomparso. Il padre, una volta diventato personaggio e non più solo il genitore conosciuto – per quanto si possa dire di conoscere davvero i propri genitori -, diventa L.B., medico operaio processato per banda armata. Nel ricostruire la storia di L.B., Barone ripercorre un pezzo di storia recente italiana, cercando il padre nei filmati d’archivio, ascoltando le voci di chi quell’L.B. l’ha conosciuto, l’ha visto cambiare, l’ha incrociato nelle carte processuali e ne ha condiviso il contesto contraddittorio, l’infrangersi violento dell’utopia sulla crosta della realtà.

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Mattia Torre
In mezzo al mare

Per me, Mattia Torre è stato essenzialmente uno sceneggiatore di Boris. E dici poco? Affatto. Dico solo che a In mezzo al mare non ci sono arrivata con grande tempestività. Ma quando mai son stata tempestiva, d’altro canto. Torre è scomparso nel 2019 e anche grazie a questa raccolta di sette monologhi teatrali comincio davvero a percepire la portata della perdita. Dai figli all’ossessione collettiva per il cibo, dall’invasività del ciclo mestruale alla megalomania dell’uomo comune, non c’è monologo che non riesca a inquadrare con arguzia, grasse risate e una punta di corroborante cinismo l’assurdità del quotidiano.
Se potete, vi consiglio di ascoltarlo – io l’ho fatto su Storytel – perché gli attori che hanno portato in scena questi pezzi sono anche quelli che leggeranno per voi.

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Tamsyn Muir
Gideon la Nona

Dei tanti libri che ho tradotto, questo forse è quello che più mi ha coinvolta anche da lettrice. Mi ha ricordato com’era leggere da più piccola, quando attraversavo lunghi periodi di approfonditissimo invasamento per le opere d’ingegno più disparate. E mi ha anche fatto ripensare a quanto sia importante, di tanto in tanto, imbattersi in qualcosa che ci spiazza per originalità e per la potenza dei MA CHE MI FREGA LASCIATEMI DIVERTIRE che emana. In parole poverissime, Gideon è una space-opera che ci trasporta in una galassia governata da un Divino Resurrettore e da Nove Case, ciascuna specializzata in una particolare disciplina necromantesca. C’è chi aggeggia le anime, c’è chi manovra la carne, c’è chi parla con gli spiriti. Le nostre amiche della Nona sono brave con le ossa. Il dinamico duo che seguiremo in una specie di Giochi Senza Frontiere splatter è formato da Harrowhark – la Reverenda Figlia della Nona Casa – e Gideon, sua riluttante paladina. Tra descrizioni mega barocche e gente che si manda a quel paese con un linguaggio a dir poco colorito, Gideon è una gioia d’invenzione, mitologie intricate e intrattenimento enigmatico. Ho amato. Tantissimo.

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In caso di ulteriori curiosità, qua c’è anche la lista dei preferiti del 2019.

Non è rilevante a livello macroscopico ma, in scala ridotta, un pezzo della mia parabola professionale somiglia un po’ a quella di Anna Wiener. Abbiamo entrambe esordito nel mondo del lavoro con un impiego editorial-librario – lei a New York come assistente in una piccola agenzia letteraria – e ci siamo successivamente spostate nel “tech”. Lei ha fatto i bagagli e si è trasferita a San Francisco per trovare la rampetta di lancio a cui sentiva di poter ambire nella terra promessa delle start-up, io mi sono stabilita a Milano e ho cominciato a lavorare in pianta stabile coi social. La mia era un’agenzia digital e, al contrario di Wiener, mi occupavo effettivamente di contenuto, ma trattandosi di un memoir che usa la cultura aziendale come chiave di lettura per tratteggiare un paradigma umano più ampio, qualche punto di contatto – mio malgrado – l’ho percepito a livello epidermico, innescando un certo meccanismo di riconoscimento che ha sicuramente aiutato il libro a far presa sul mio cervello aggrovigliato e perennemente distratto dai social.
Il fatto che si fatichi a spiegare che lavoro effettivamente facesse Wiener è un aspetto che oscilla tra lo sfizioso e il terrificante. Assistenza clienti. Prima per una start-up di analisi dati e poi per una blasonata piattaforma open-source. Non si fanno mai nomi, ovviamente, perché gli avvocati dei giovani miliardari della Silicon Valley sono molto più agguerriti di quelli che potrebbe permettersi l’autrice, quindi la si piglia sempre un po’ alla lontana… anche se non ci sono dubbi su come identificare il “il grande negozio online” o “il social network che tutti odiano”. Al di là delle pressanti necessità di raccontare la sua parabola professionale parandosi al contempo il deretano, Wiener costruisce una ricca cronaca socio-manageriale di un settore che ha completamente sballato le “proporzioni” finanziarie del passato e che, al contempo, è riuscito a modificare radicalmente le nostre abitudini e le nostre scelte di consumo, informazione, intrattenimento. Non mi impegnerò troppo a compilare un elenco, perché non ci sono elenchi da fare. L’impatto è totale, capillare, onnipresente. Così tanto da superare, di fatto, le nostre capacità di valutarne a pieno le implicazioni. Un po’ perché è complicato analizzare un fenomeno che sta ancora succedendo – e che ci coinvolge – e un po’ perché l’ambiente tecnologico in cui ci muoviamo è strutturato per darci l’illusione di essere decisori attivi. Siamo incoraggiati a compiere, di continuo, miriadi di micro-azioni, ingegnerizzate per generare soddisfazione istantanea e risposte immediate. E quello che si intuisce ancora meno è l’ordine di grandezza dei soldi che girano, soprattutto rispetto ad altre aree dello scibile produttivo umano e del mercato del lavoro.
Wiener parte per San Francisco anche perché a New York la vita è cara e l’editoria è pezzente. A venticinque anni non ha prospettive concrete di carriera e tutti i suoi amici che condividono con lei una medesima matrice lavorativo-antropologica fanno altre trentasette cose per mantenersi, perché lo stipendio che portano a casa con il loro impiego “nobile” e intellettualmente gratificante non è sufficiente. Nella Silicon Valley, i venticinquenni sono già navigati amministratori delegati che con una manciata di ingegneri che si occupano del codice e l’idea di un’app – spesso destinata a sorgere e tramontare nel giro di due anni – riescono a raccogliere milioni di dollari di finanziamenti. Si parla una lingua fittizia, fatta di slogan spiritosi, stronzate motivazionali, meme rimasticati e slang tecnico. Si allestiscono uffici giocosi e accoglienti perché ci si aspetta, più o meno tacitamente, che il tempo trascorso al lavoro superi quello da trascorrere “fuori”, come individui disgiunti dall’azienda. Si incoraggia artificiosamente il cameratismo, perché la narrazione della grande famiglia felice crea devozione alla causa. Perché c’è una causa, ovviamente. Nessuna start-up fa semplicemente quel che fa: implementare e vendere un prodotto tecnologico. Le aziende salvano il mondo, creano legami indissolubili, fanno fiorire la creatività e coltivano sogni. E i primi a cui si vende il sogno sono i potenziali dipendenti. L’offerta è attraente: alloggio, assicurazione sanitaria e dentistica, benefit materiali e possibilità di intrattenimento di cui tendenzialmente non avrai tempo di usufruire, perché stai lavorando. Sempre.

Wiener non smette mai di oscillare tra il desiderio di entrare a pieno titolo a far parte di quella specie di confraternita di eletti – brillanti, ricchi, realizzati, integrati nel contesto – e quello di fare un passo indietro per ricordarsi “chi era” e analizzare con più lucidità le evidenti storture di quel nuovo ambiente umano.
A più riprese ci fa notare con veemenza che sì, desiderava moltissimo che l’amministratore delegato di turno le dicesse quanto era brava e quanto il suo contributo fosse prezioso, ma era anche consapevole di trovarsi in un contesto dove il problema della diversity e del sessismo più smaccato erano talmente interiorizzati e “normali” da essere parte integrante, insieme al frigo delle birre, alle felpe col logo aziendale e ai giri in skateboard per l’ufficio, di quella stessa cultura aziendale finto-compagnona che continua a rappresentare uno dei benefit più gettonati del settore.
Tra scandali per molestie gestiti come scocciature periodiche da disinnescare mettendo in piedi un bel dipartimento per le pari opportunità – come diremmo noi con un gergo forse un po’ vetusto – da utilizzare come efficace leva per le pubbliche relazioni senza però generare nessun mutamento strutturale e il graduale riversarsi verso l’esterno, verso la città, verso i quartieri e gli appartamenti delle dinamiche della nuova bolla tecnologica, che di fatto finisce per inglobare anche il mondo materiale circostante, Wiener racconta il suo nuovo universo professionale e cerca di mapparne le implicazioni. Urbanistica, economia, mercato del lavoro, risvolti psicologici, consumo, cultura, controllo. Il punto di vista è ovviamente soggettivo e parziale… e l’intento non è quello di fornirci soluzioni per demolire un sistema che alimentiamo quotidianamente anche noi. Non percepiremo uno stipendio dal social network che tutti odiano (tanto per citare una delle tante entità), ma di fatto forniamo al social network che tutti odiano il materiale indispensabile al suo funzionamento e alla sua redditività: il nostro tempo, i nostri dati, le nostre interazioni, i nostri pensieri e la nostra attenzione. Non è un libro che ambisce tanto a farci impugnare i forconi. Forse è un libro che vuole farci riflettere – fornendoci un po’ di informazioni di contesto e qualche dritta su “quello che c’è dietro” – sul perché, tutto sommato, non ci dispiaccia lasciare i forconi dove stanno.

[La valle oscura è uscito per Adelphi nella traduzione di Milena Zemira Ciccimarra. È una traduzione leggibilissima che, qua e là, si ingoffa un po’ sul gergo tech o economico. Il problema, secondo me, è più che altro di definizione del pubblico di riferimento per questo libro. Perché venture capitalist resta così mentre flagship store diventa “negozio di bandiera”? Tanto gergo aziendale, tecnologico e di marketing è mutuato dall’inglese e viene usato correntemente anche nel nostro contesto – risultando dunque, comprensibile -, ma stabilire la linea di demarcazione che separa l’uso corrente dal lessico ancora troppo specialistico non è mai di semplice definizione e, inevitabilmente, a un pubblico più vicino al tema certi adattamenti balzeranno di più agli occhi e appariranno forzati.]

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Tra le potenziali liste di libri donabili a chi vi pare per Natale (valgono anche gli auto-regali) quella che compilo più volentieri è sempre questa. Le strenne nascono per essere boriose fuori – “belle” edizioni che sbarcano in libreria con l’intento di farvi fare un’egregia figura, appagando il vostro e l’altrui feticismo – e avvincenti dentro. Insomma, fumo più arrosto. Sono tutti manufatti degni del British Museum? No, ma tendono a rispondere a propensioni specifiche, configurandosi come regali che fanno sentire compreso chi li riceve. Diamine, hai davvero pensato a me!
Ho cercato di radunare qua un coraggioso manipolo di spunti eterogenei, in modo da aiutarvi a scegliere “per interessi” e non solo per caratteristiche demografiche che, se posso permettermi, lasciano un po’ il tempo che trovano. Sì, vorrei regalare un libro a mia madre che ha 60 anni. E quindi? Tua madre avrà ben delle passioni, delle inclinazioni o delle predilezioni che possono trovare un corrispettivo nel mercato librario. Ecco, qui il principio è quello, per quanto possibile.

Procediamo!

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Elisa Shori AKA Disegnetti Depressetti
Fragile – Maneggiare con cura

Per i millennial disorientati ma volenterosi delle vostre vite, una raccolta di disegni rivelatori, teneri e DEVASTANTI.

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Isabel Thomas e Sara Gillingham
Esplorando gli elementi – Una guida completa alla tavola periodica
Un “atlante” per esplorare la tavola periodica degli elementi. Per chi ama la chimica o per chi vuole documentarsi sul tema in maniera curiosa e ben sintetizzata (sia dal punto di vista testuale che visivo… ah, le infografiche!). Il disprosio, il tantalio e il vanadio non avranno più segreti per voi.
[Traduzione di Angela Ragusa].

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Charlie Mackesy
Il bambino, la talpa, la volpe e il cavallo
Per una chiacchiera più approfondita, ecco qua.
Voglio anche dichiararlo: sto tifando tantissimo affinché Mackesy soppianti Il piccolo principe. PER SEMPRE.
[Traduzione di Giuseppe Iacobaci]

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The Star Wars Archives – Episodio I-III (1999-2005)
Dunque, sono già in possesso del primo volume di questa MERAVIGLIA, quello dedicato alla “trilogia originale”. Che roba sono? Sono un compendio strabiliante di backstage, foto inedite, testimonianze dal set, making-of e note di produzione di Star Wars. Il librone rosso si focalizza sugli Episodi I, II e III e, nonostante io abbia molto da ridire sul risultato finale (IDDIO, PERCHÉ INFLIGGERCI JAR JAR), sono talmente invasata che vorrei pure questo.

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Alastair Bonnett
Fuori dalle mappe – Un viaggio fantastico in luoghi inesplorati
Che altro ci resta da scoprire? Parecchio, pare. Questo libro è un atlante (più narrativo che visivo) dell’ignoto, delle mete poco battute e di misteri geografici conclamati. Città invisibili, stati privi di un territorio, isole artificiali, festival pazzi e luoghi perduti, una raccolta di destinazioni per viaggiatori curiosi e immaginazioni sconfinate.
[Traduzione di Lorenzo Vetta].

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Jüne Plã
Club Godo – Una cartografia del piacere
Per chi è in possesso di un apparato genitale e non ha paura di imparare a utilizzarlo al meglio delle sue rutilanti potenzialità. Contiene disegnetti esplicativi di rara limpidezza.
[Traduzione di Maura Parolini e Matteo Curtoni].

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Harry Potter – Il mondo segreto
Il libro pop-up

La galassia potteriana ha dato vita a innumerevoli spin-off degni di nota, tra cui sicuramente ci sono gli immani pop-up di Matthew Reinhart. A questo giro, il celeberrimo paper artist ci porta a spasso per Diagon Alley, con dettagliatissime tappe al Ministero della Magia e al Binario 9 e 3/4. Il libro si apre e diventa una specie di modellino interattivo lungo un metro e venti. Perbacco.

Intanto che ci siamo, non posso esimermi dal segnalare l’edizione di Harry Potter e la Pietra FIlosofale con le illustrazioni dei sempre magnifici Minalima. Non sarà un pop-up grande come una persona, ma anche qui le trovate cartotecniche e le sorprese pazze non mancano.

Vi piace l’approccio dei Minalima ma detestate i maghi? Nessun problema. L’Ippocampo sta proseguendo con la pubblicazione della loro collana dei classici. L’aggiunta più recente è La sirenetta e altre fiabe. Quelle “altre fiabe” sono le fiabe più celebri di Hans Christian Andersen. E no, non finiscono bene. Le fiabe di Andersen non finiscono mai bene.

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Daniela Collu
Un minuto d’arte
Da Borromini a Olafur Eliasson, 60 capolavori raccontati con sapiente sensibilità (e senso dell’umorismo) da una delle mie chiacchierone preferite dell’Internet – e della vita, quando ancora ci si poteva incontrare. Una rubrica nata su Instagram e ora approdata in un volume illustrato che spera di infarinarvi ben bene in materia d’arte senza farvi diventare degli insopportabili parrucconi.

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Rob Hobson
Sogni d’oro – L’arte del buon riposo
Un delizioso librino per chi dorme male e vorrebbe dormire meglio, ma anche per chi ronfa come una pietra e ambisce semplicemente ad approfondire il tema del sonno e la sua tentacolare importanza per il nostro “funzionamento”.
[Traduzione di Elena Cantoni].

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Daniel Kariko
Vivono tra noi – Ritratti straordinari di insetti ordinari

Per gli entomologi in erba (che potranno godersi i ritratti DETTAGLIATISSIMI di bachi, ragni e coleotteri di ogni tipo, scattati utilizzando anche il microscopio elettronico) e per chi, pur amando esaminare la minuziosa fisionomia di formiche e scarabei, si diletta anche a sviscerarne i comportamenti. Insetti fantastici e dove trovarli… in questo atlante fotografico, ecco dove.
[Traduzione di Emiliano R. Veronesi].

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Zerocalcare
A Babbo morto – Una storia di Natale
Posso dire che non li sopporto i libri di Natale a tema Natale? Ecco. Però questo è di Zerocalcare. E Babbo Natale schiatta.
Per chi vivesse sotto a un sasso, quest’anno è uscito anche Scheletri… che è molto bello e mi ha anche fatto molto preoccupare per Michele.

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Giulia Blasi
Rivoluzione Z
Penso che il sottotitolo sia già assai rivelatorio: Diventare adulti migliori con il femminismo. Chi ha già letto Manuale per ragazze rivoluzionarie troverà qui una preziosa versione a misura di adolescente (femmina o maschio che sia), per imparare a costruire un futuro un po’ meno impervio del presente che abitiamo (ancora con parecchie storture).

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Movieplayer.it (Liguori – Cuomo – Grossi)
100 serie TV in pillole
Per chi vaga disorientato nelle lande sovrappopolate dell’intrattenimento in streaming, una pratica enciclopedia delle serie TV per riscoprire quello che ci siamo persi in passato e ritrovare la bussola nel vasto mare delle novità.
Volume uno e volume due.

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Riccardo Falcinelli
Figure
Un “maestro” della grafica – non solo editoriale – assembla per noi questo saggione sul multiforme mondo delle immagini, isolandone i mattoncini costitutivi (dalla percezione alla composizione) e portando allo scoperto i linguaggi e le solide impalcature che si nascondono dietro a quello che vediamo. Corredato, ovviamente, da numerose immagini. Se no che libro sulle immagini era.

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Ursula K. Le Guin
Terramare – La saga completa
Gli Oscar Draghi sono un ottimo posto dove cercare edizioni sontuose di grandi classici (e non) del fantastico. Questo Terramare, forse, è quello con la copertina e la “resa fisica” meno d’impatto fra i numerosi titoli che militano nella collana, ma è di sicuro un pregevole spunto per chi è convinto di aver già letto tutto il fantasy che c’era o per chi vuole approcciarsi a Le Guin non solo sul fronte sci-fi. Ci manchi, Le Guin. Ma sono contenta perché ancora tanto di tuo mi resta da leggere.

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Erika Grazia Lombardo
La casa leggera
Per chi vuole ribaltarsi casa o anche solo razionalizzare un po’ gli ambienti senza dover per forza individuare gli oggetti che SPARKANO JOY. Un manuale pratico per organizzare la casa che non ingiunge di buttare tutto quello che possediamo ma ci aiuta a gestire meglio quello che c’è – sfoltendo con buonsenso e senza pipponi filosofici.

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Vera Gheno
Potere alle parole – Perché usarle meglio
Di Vera Gheno potrei anche pescare una pubblicazione più recente, tipo Femminili singolari, ma mi piace pensare che dopo aver letto questa godibilissima indagine socio-linguistica sull’importanza quotidiana dell’esprimersi BENE vi verrà voglia di recuperare anche il resto.

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Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei di [Grant Snider, Boris Battaglia]

Grant Snider
Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei
Una raccolta a fumetti per quei lettori che sono fierissimi di essere dei lettori e che amano leggere libri pieni di gente che legge o che riflette su quanto è favoloso leggere. Ma senza farlo pesare agli altri. Così, perché sono proprio dei lettori felici e basta.
[Traduzione di Boris Battaglia].

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Anna Bauer – Noam Levy
Terrarium
State sviluppando una pericolosa fissazione per la vegetazione domestica? Avete piante ovunque? Perché non ficcarle anche in un vaso! Una guida illustrata per cominciare a creare i vostri piccoli ecosistemi sottovetro e gioire di ogni tenera fogliolina nuova – sempre che letali muffe non sopraggiungano.

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Roger-Pol Droit
101 esperienze di filosofia quotidiana
Non avevo idea che l’UNESCO disponesse di un “Consigliere di filosofia”, ma a quanto pare esiste e ha anche scritto questo libro. Che cos’è? Un eserciziario pratico (a tratti anche scanzonato e imprevedibile) per ritrovare il filo dei nostri pensieri e imparare ad apprezzarne il flusso prezioso. Da “Bere facendo pipì” a “Considerare l’umanità come un errore”, 101 spunti per far scoppiettare i nostri neuroni.
[Traduzione di Sandro Mancini].

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L’agenda tascabile 2021 per maniaci dei libri
Per chi è costretto ad annotare impegni e scadenze ma in realtà vorrebbe solo sprofondare in poltrona e leggere.

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James W. P. Campbell – Will Pryce
La biblioteca – Una storia mondiale
Ottanta illustri biblioteche di tutto il mondo fotografate e raccontate per tracciare la traiettoria storica, culturale e funzionale del libro e dei posti che l’umanità ha ideato per conservarlo, condividerlo, studiarlo.
[Traduzione di Luigi Giacone e Chiara Veltri].

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Igort
Quaderni giapponesi I-II-III
Sto attendendo che mi arrivi il terzo volume (qua li trovate raccolti tutti quanti in un bel cofanetto, ma ovviamente esistono anche “sfusi”), ma tra le cose che più ho amato leggere sul Giappone ci sono sicuramente i Quaderni giapponesi di Igort. Un po’ per il disegno, un po’ per le riflessioni e le meditazioni di un artista che qua si fa ponte tra il nostro mondo e una cultura che continua a risultare “altra”, i Quaderni sono una splendida guida a metà tra viaggio ed esperimento narrativo. Illuminano rituali, estetica e storia del Sol Levante con profondità e saggezza. Quanto mi piace scrivere “Sol Levante”, ogni tanto. Quasi quanto KERMESSE.

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Tom Gauld
Dipartimento di teorie folgoranti
L’ho tradotto io, ma è l’aspetto meno rilevante. Particelle imprevedibili, citazioni letterarie, piante carnivore senzienti, professori magnetizzati, esperimenti che finiscono super male, reperti preistorici che chiacchierano, comete che insultano asteroidi… il Dipartimento contiene le vignette a tema scientifico-tecnologico di Gauld, in un andirivieni di trovate surreali e invenzioni degne dei numerosi scienziati pazzi che lo popolano. A proposito di scienziati pazzi, l’introduzione di Francesco Guglieri è fatta a librogame. E vale il biglietto. :3

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Alessandro Barbero
La voglia dei cazzi (e altri fabliaux medievali)
Tra tutti i possibili consigli ricavabili dall’immensa produzione dell’esimio professor Barbero, nostra guida spirituale e voce di mille podcast, ecco cos’ho deciso di ripescare. Troverete voi la persona più adatta a ricevere il peculiare dono.

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Visto che i consigli libreschi non scadono, ecco la listona dello scorso anno.
Se può esservi utile, ho messo l’elencone anche nella mia vetrina Amazon.

Ciao Trentino, che bello tornare a girovagarti. La nostra precedente esperienza estiva era già stata particolarmente felice. Siamo stati due settimane a Moena con l’infante, che al tempo viaggiava verso i due anni e saettava in giro come una capretta impazzita. Ci siamo arrampicati ovunque spingendo con coraggio un passeggino da trekking e sonnecchiando nell’erba quando anche lui si addormentava. Ora che va per i quattro – e che cammina come un piccolo bersagliere – ci siamo cimentati in una serie di percorsi diversi, approfittando dell’ospitalità della Val di Fiemme e dell’attenzione sempre assai spiccata che ogni meta riserva anche ai visitatori più piccoli.
Vista la felicità che abbiamo sprigionato, ecco qua una guidina che riassume un po’ quello che abbiamo visto, fatto e mangiato nei nostri 3 giorni e rotti di permanenza.
Procedo!

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CAMPO BASE

Panchià – Hotel Rio Bianco

Comodo per gli spostamenti ed estremamente cuoroso – a cominciare da Lara, la proprietaria. C’è un bel giardino con piscina esterna e sdraio qua e là, più vasca riscaldata e sauna (in una botte gigante da villaggio Hobbit). Parco giochi in un giardino B, piscina interna e parcheggio dedicato. La nostra stanza affacciava direttamente sul prato e in camera avevamo una spa mignon, con cabinetta per la sauna e vasca idromassaggio gigante – entrambi gli elementi si sono rivelati assai piacevoli e propizi e SIGNORA MIA CHE BENE CHE SI STA.

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PARCO DI PANEVEGGIO

Che si può fare? Parecchio. Noi abbiamo esordito con un saluto ai cervi che pascolano e galoppano. Un sentierino costeggia il loro territorio e lo si può percorrere fino al Centro Visitatori, da cui parte un circuito di diverse passeggiate.

Il sentiero che abbiamo collaudato – sia due anni fa che a questa nuova visita – è il Marciò. È un anello pianeggiante che vi permetterà di addentrarvi nella foresta e di superare diversi ponti arrogantissimi. A tal proposito, il ponte sospeso sulla Forra del Travignolo è senza dubbio il più spettacolare. Se volete spararvi tutto il Marciò, ci vogliono un paio d’ore (a passo di bambino curioso che si ferma ogni dieci secondi a guardare pure i licheni), ma se volete anche solo cimentarvi col ponte sospeso, basta imboccare l’anello al contrario – la Forra è alla fine.

Passeggini? Partendo dal presupposto che col passeggino da trekking andate sempre sul sicuro, il Marciò si può fare anche con un passeggino “normale”, nella foresta c’è più terriccio compatto che ghiaia. Il ghiaietto è più problematico vicino al sentiero dei cervi e lì un po’ potreste smadonnare.

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ALPE LUSIA – BELLAMONTE

Cesare in visibilio dal minuto uno. La cabinovia si prende dalla Località Castelir e tutto quello che si trova in cima è una specie di gioia generalizzata naturalistico-ludica. Se vi va di rendere più interessante la salita, aspettate l’ovetto numero 73: ha il fondo trasparente e risponde all’adorabile nome di NIDOPLANO. Creerà aspettative devastanti nei vostri figli, che a ogni impianto vorranno vedere cosa succede sotto, ma penso riuscirete a gestire la faccenda.

Scendendo alla stazione intermedia, potrete liberare la prole al Giro d’Ali, un parco giochi acquatico che, oltre a fornire intrattenimento, è pure circondato da un percorsino formato da diverse stazioni che puntano a insegnarci qualcosa sulla fauna svolazzante delle Dolomiti.
Il Giro d’Ali, in pratica, è un corroborante ruscelletto intervallato da diverse pozze e attività. Termina con un laghetto che ospita una zattera semovente e, in generale, è popolato da bestioline osservabili da vicino – girini che si trasformano gradualmente in rane? ECCO QUA.
C’è anche una pista sonora per biglie in legno che vi farà ben comprendere perché per fare i violini usano gli alberi del Trentino.

Consigli pratici: asciugamano e cambio. Il Giro d’Ali è divertente se i bambini possono sguazzare. Cesare è partito semi-vestito e ha concluso le operazioni in mutande, reclamando il permesso di adottare una rana adolescente. Se anche voi volete rilassarvi nei dintorni dell’area-gioco, il pendio è fornitissimo di piattaforme di legno e sdraione ondulatone di rara piacevolezza.

Vi è venuta fame? Non c’è problema. Riprendete la cabina, arrivate fino in cima e seguite le indicazioni per la Baita Ciamp de le Strie. In una mezz’oretta – considerando sempre la velocità di crociera di un bambino che si ferma a conversare con ogni sasso che incontra – arriverete a un rifugio a dir poco fiabesco, corredato di terrazzona panoramica. Il sentiero è super ameno, molto scenografico e anche facile, l’unico pezzetto di salita “vera” è quello conclusivo, brevissimo.
Al Ciamp si mangiano ottime specialità. Consiglio con veemenza gli spatzle allo speck e i canederli.

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LATEMAR – MONTAGNANIMATA

Qua in cima ci si può passare anche una settimana intera, credo. Le attività sono numerosissime. Si prende la cabinovia da Predazzo (l’impianto Predazzo-Gardoné) e si arriva al campo base della Montagnanimata. Cosa si può fare? Di tutto. Ci sono sentieri tematico-didattici per diverse fasce d’età. Noi, con una creatura di tre anni, ci siamo specializzati in fiabe e draghi. Volevamo imbarcarci anche nel percorso del Pastore Distratto o del Dahù, ma temevamo di stancare troppo l’infante. Per i bambini più grandi c’è anche il Geotrail, che pur non risultando pesante a livello cognitivo, ha un’impronta più didattica a tema geologico.

Comunque. Funziona così: la Foresta dei Draghi è bella e percorribile anche senza supporti aggiuntivi, ma di sicuro diventa più divertente e “ricca” se vi fate aiutare da uno dei librini. Tutti i sentieri della Montagnanimata sono corredati da storie illustrate che utilizzano quello che oggettivamente c’è sul sentiero per costruire una sorta di caccia al tesoro narrativa. Il libro racconta una storia e voi ci camminate dentro, seguendo gli indizi e intortando sapientemente il vostro bambino. Cosa si vede, oltre al panorama? Ci sono uova di drago, falene mitologiche, ali, denti, ossa. Noi abbiamo letto la storia di Rogos, ma i draghi disponibili a farvi da guida sono una vasta schiera. Nota rilevante: Cesare si è invasato. Già di suo è un virgulto propenso a farsi leggere cose, ma in tutta onestà siamo rimasti sorpresi dalla sua accorata partecipazione. Una volta arrivati al termine del sentiero – e se avrete seguito tutte le istruzioni del libro prescelto – ripassate al chiosco delle informazioni per ritirare un piccolo premio e riscuotere un doveroso timbrino.

Sempre all’arrivo della cabinovia, troverete anche il portentoso Alpine Coaster. In pratica sono montagne russe. In montagna. INCEPTION. È bellissimo. Vi caricano su un carrellino, vi issano su un cucuzzolo e via, potete fiondarvi giù. La possibilità di poter governare autonomamente il vostro carrellino biposto è salvifica: AVETE I FRENI. Dato il mio proverbiale coraggio, li ho azionati con grande generosità. Potete scegliere se andare a cannone (evitando di tamponare chi se la sta prendendo più comoda) o se procedere con grande calma per godervi il panorama.
Nota pratica: se i vostri figli sono più bassi di 105 cm non possono salire. Non fate l’errore che abbiamo fatto noi. DAI CESARE SALIAMO SU QUEST’AFFARE STUPENDO! Ah, no. Sei troppo basso. Lacrime.

Per godere di un superbo panorama, prendete la seggiovia per Passo Feudo. In cima c’è un rifugio per mangiare qualcosa beandovi della vista. Per i camminatori più carrozzati, da lì partono anche sentieri assai appaganti. Noi, disponendo di un bambino piccolo e non di Paolo Cognetti, ci siamo limitati a bere un grappino.
La seggiovia è praticabile anche da chi è stato ripudiato dall’Alpine Coaster.

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CENE

Di mio, preferisco non cenare in albergo perché mi piace avere occasioni aggiuntive esplorazione. E i dintorni di Panchià – per quanto costellati di autovelox – si sono prestati parecchio.

Tito – Il maso dello speck

A Daiano, a pochi minuti da Cavalese. Istituzione culinaria locale, dotata anche di portentoso spaccio dove acquistare prodotti tipici di varia prelibatezza. Si mangia all’interno, ci si nutre e si bevono distillati e birrone nei tavoli fuori, ci si può aggirare nei dintorni e i bambini hanno a disposizione un parco giochi di rara estrosità architettonica, tutto di legno. Senza ombra di dubbio la serata più piacevolona della vacanza.

Ristorante Miola

Strada che si arrampica nel bosco con bonus-track tramonto dalla terrazza. Il maso appartiene dagli anni ’50 alla stessa famiglia, che continua a gestirlo e a preservarne le tradizioni. Anche qui, deliziosi piatti tipici preparati con ingredienti locali e un’ottima selezione di vini altoatesini.

E se piove?
Non siamo riusciti a goderci a pieno l’itinerario che avevamo previsto per il Cermis, ma abbiamo salvato la giornata con un pranzo “lungo” al Maso Corradini, altro punto di riferimento solidissimo. Gestito dalla famiglia Corradini dagli anni ’70, è stato uno dei primi agriturismi aperti in Trentino. Oltre al ristorante e ai terreni limitrofi – il giardino è bellissimo -, si può scorrazzare per il celeberrimo lamponeto e si può visitare l’azienda agricola. Bambini che guardano caprette, mucche, galline, coniglietti: a posto. Se non basta, c’è pure il parco giochi – Cesare ha deciso di andare a convivere nella casetta con una bambina di nome Maria Vittoria. Non lo biasimo, Maria Vittoria era molto simpatica.

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Un suggerimento pratico: chiedete al vostro albergo di attivarvi la Fiemme Guest Card. Ci sono un sacco di agevolazioni e sconti sul fronte dei trasporti, degli ingressi e – aspetto fondamentale – dei biglietti degli impianti di risalita.

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Se capiterete da quelle parti, fatemelo sapere. E alla sera portatevi una felpetta, che grazie al cielo FA FRESCO.
Spero di aver sprigionato dell’utilità per le vostre meritatissime ferie. :3

Questo è il post che linkerò senza sosta per rispondere ai frequentissimi “ma da dove vengono quegli orecchini?”, “e l’anello che hai sul medio della mano destra?”, “mi ricordo che avevi fatto incidere una roba su un bracciale, mi ricordi che brand era?”. Ecco. Perché, in alcuni casi assai virtuosi, gli innumerevoli ME L’AVETE CHIESTO IN TANTE che popolano Instagram corrispondono a verità. Questo è il post per chi non ha screenshottato in tempo, per chi vuole chiedere ma ha paura di disturbare, per chi non frequenta gli agili circoletti coi contenuti in evidenza e per chi vuole ricoprirsi di monili come una statua della Madonna portata a spalla da un manipolo di nerboruti seminaristi.
Insomma, compagne gazze ladre, questo è per voi.

Ho raccolto qua di seguito un po’ di suggerimenti gioielliferi abbondantemente collaudati negli ultimi mesi. Sono quasi tutti brand artigianali che ho conosciuto su Instagram e di cui continuo a parlare molto volentieri, ben conscia di avere ancora parecchio di cui sdebitarmi. Spero che anche voi troverete il modo di supportarli.

Cominciamo?
Cominciamo.

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Emmevi

Ecco da dove ha origine la mia presente ossessione per gli earcuff, per i catenami vari e per gli orecchini a cerchietto con pendaglietti pazzi. Mi sono già regalata, tra le altre cose, questa collana a maglie rettangolari e le mie intenzioni sono sempre più bellicose.

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Halite

Un dinamico duo mamma-figlia, dalla Puglia con fulgido furore. Se amate le pietre, le perle, i materiali “importanti” e non vi siete ancora rassegnate al minimalismo, lanciatevi con trasporto. Se vi garba il genere, date anche un’occhiata alle borse-sacchettino.

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Ossi di seppia

Tecnica antica (anzi, archeologica) per pezzi unici. Ogni gioiello viene realizzato con la fusione in osso di seppia – si piglia un osso di seppia, lo si “scolpisce” per creare uno stampo in cui poi viene colato il metallo. E si ricomincia da capo, perché l’osso resiste per un po’, ma non si può riutilizzare per fare un altro gioiello. A parte il fascino generato dalla tecnica produttiva, fonte infinita di meraviglia è regolarmente il tema delle collezioni. Perché sono anelli spaziali, astronomici, mitologici e “alieni”, quasi, nella loro bellezza.

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Iccio

Beatrice mi ha donato, qualche tempo fa, uno di quegli anelli che decidi di non toglierti mai più. È sottile sottile, con una letterina punzonata su ogni medaglietta. Dice CESARE, mi è molto caro ed è un ottimo portabandiera per lo splendido lavoro di Iccio. Anche in questo caso, materiali pregiati e oreficeria degna di una fucina elfica.

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Eilish

COME POSSIAMO NON AMARE DELLE OTTANTENNI COI CAPELLI FLUO CHE INDOSSANO COLLANE PIENE DI DINOSAURI DICO IO. Alice è il mio riferimento folle nell’universo dei monili. L’ultima collezione – Jurassic Girl – è un ibrido tra il mondo dei giocattoli e la bigiotteria fotonica da SCIURA di qualche decennio fa. Il risultato finale è una combo assurda di vintage giocoso e un momento di autentica gioia penzolante.

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Giulia Lentini

Orafa dalle mani sante, Giulia si ispira alla natura per farci abbondantemente splendere… riabilitando pure le alghe e le spugne. Io sono la fiera proprietaria di una vasca da bagno in cui sguazza serafica una bellissima perla.

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Le Bandite

“Piccoli amuleti per donne magiche”, dichiarano loro. E hanno ragione. Che voglia di appendermi 600 cose al collo per emergere maestosa dalla spuma del mare.

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Malvina

Gli orecchini voluminosi sono pesanti? Non necessariamente. Il cavallo di battaglia di Malvina sono gli Airone, in ottone e ventaglietti di gomma crepla – un materiale leggerissimo, resistente e potenzialmente assai colorato.

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Laura Bassan

Forme minerali, vegetali, spugnose e cristalline.

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Officine Gualandi

Pazzissime ceramiche multicolori che potete utilizzare per adornarvi, ma anche per arredare le vostre deliziose abitazioni.

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Grandmother Lab

Sfavillanti collezioni pop. Ci sono anche accessori per capelli e pezzi degni di Wonderwoman… o di Jem con tanto di Holograms al seguito.

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Benbar

Forme geometriche in bronzo, ottone e argento – con un ottimo occhio per le pietre. Tutti fatti a mano.

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L’Atlante dei Bottoni

Vecchi dizionari o libri di scuola destinati al macero vengono recuperati per creare dei monilini parola-centrici. Ogni pezzo è unico ed è il risultato di un’esplorazione iconografica e testuale. Vastissimo fascino: io ho CHIMERA.

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Papaveri e Rondini

Che pace, che linee pulite, che gioia minimalista da ninfa dei boschi. Ogni tanto ci vuole.

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Gian Paolo Fantoni

Le collezioni sono numerose, ma io ho un debole per i giocosissimi gioielli personalizzabili con le letterine cubiche.

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Lindanera

Piccoli piccoli e Pitagora-approved. In più, materiali che di sicuro non mancano di originalità: cemento e corteccia.

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Tità Bijoux

Organizzazione matriarcale e pizzo come materia prima d’elezione – ma il pizzo si accartoccia? Macché. Viene trattato in modo da renderlo “solido” ma leggero. Bellissime anche le ultime collezioni a base di maglie e catene.

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Aspettaevedrai

Sara recupera vecchi piatti, tazze e teiere e con i cocci di ceramica più belli e strambi crea gioielli irripetibili. Ultimamente sta anche esplorando le vaste potenzialità dei fiori.

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Demodé Jewels

Volete appendervi una monstera alle orecchie? Ora si può. Silvia disegna tutte le grafiche dei suoi gioielli, stampa su una miscela di legno di recupero e taglia al laser. Si va dai pattern alle invenzioni più strambe.

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Rubinia

Per donini decisamente preziosi o per far personalizzare con punzonatura fatta a mano un bracciale o un anello – io ho fatto martellare un paragrafo intero di Borges su una fascetta d’argento, per dire.

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Mi sarò sicuramente dimenticata qualcosa, ma mi pare che ci sia materiale.
Concluderei con un’ulteriore indicazione pratica. Dove li ficchiamo tutti questi gioielli? Dopo molte peregrinazioni, mi sono comprata un armadietto portagioie che continuo a trovare molto comodo e funzionale. Eccolo qui.

Che difficoltà, gente. Sto invidiando con ogni mitocondrio del mio organismo chi, in questo periodo gramo, ha trovato nella lettura un benefico rifugio. Io, da essere umano che considera la lettura un elemento saldissimo della quotidianità, sto arrancando. Perché tanti sono stati gli aggiustamenti necessari per farla funzionare, questa nuova versione della quotidianità, e nello scombussolamento generale mi sono un po’ arenata e ben poche pagine sono state macinate. Diciamo anche serenamente che è già andata bene se sono riuscita ad andare avanti con il romanzo che sto traducendo e con le altre attività da PRODIGIOSA content-creator, ma non lamentiamoci.
Così a naso, però, mi pare di non essere l’unica ad aver subito un certo rallentamento.
Ecco dunque perché mi è sembrato interessante provare a compilare una listina di libri smilzi (da 200 pagine, all’incirca e suppergiù) per provare a ripartire con slancio.
Anzi, per dirla con maggiore veemenza:

Procediamo?
Procediamo.

M. T. Anderson – Paesaggio con mano invisibile

160 pagine.

Per chi apprezza la fantascienza stramba: alieni VUUV che colonizzano la terra, diciassettenni che cercano di riscattarsi con l’arte, umanità che si arrabatta (senza riuscirci), un finto idillio creato a uso e consumo degli invasori, dei gran problemi intestinali.

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A. S. Byatt – Ragnarök

142 pagine.

Per chi gradirebbe allargare i suoi orizzonti mitologici: una bambina seccolina (che diventerà poi una grande scrittrice) cerca di dimenticarsi della guerra rifugiandosi ad Asgard. I miti norreni più celebri, rielaborati per noi seguendo una lente lirica, autobiografica e maestosa… come un lupo gigante che divora il sole. 

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Peter Cameron – Gli inconvenienti della vita

122 pagine.

Per chi apprezza gli svisceramenti interpersonali: due racconti lunghi per altrettante coppie inquiete, traballanti e ormai impermeabili al potere protettivo del “facciamo finta che vada tutto benone”.

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Diego De Silva – La donna di scorta

148 pagine.

Per chi è stufo di leggere sempre le solite menate sulle relazioni extraconiugali: un marito fedifrago, un’amante che non gli rompe l’anima per sostituire la legittima consorte. Anzi.

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Jeffrey Eugenides – Le vergini suicide

216 pagine.

Per chi… per le tre persone al mondo che non l’hanno ancora letto, credo. Le cinque sorelle Lisbon, che s’ammazzano tutte nell’arco di pochi mesi, vengono ricordate a distanza di vent’anni, tra nostalgia e vero enigma, dai ragazzini che hanno assistito alla loro breve, enigmatica e sfolgorante parabola esistenziale.

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Hiraide Takashi – Il gatto venuto dal cielo

132 pagine.

Per chi ha bisogno di una storia lieve e delicata dove non succede praticamente niente, a parte un gatto che fa avanti e indietro e cerca di scroccare da mangiare (mantenendo una certa dignità) a una coppia serena ma malinconica.

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Rachel Ingalls – Mrs. Caliban

148 pagine.

Per chi ha più paura dei mostri “normali” che dei mostri-mostri: una casalinga perfetta si innamora di un uomo-rana scappato da un laboratorio segreto. Giuro. È meraviglioso.

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Francesco Piccolo – L’Italia spensierata

162 pagine.

Per chi ormai si rimetterebbe volentieri anche in coda sull’autostrada: una raccolta di mini-reportage sui grandi riti collettivi del nostro Bel Paese… ma anche un po’ un viaggio in tutte quelle esperienze che tendiamo a rinnegare, ma poi ci caschiamo dentro comunque… non senza un certo godimento.

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Yasmina Reza – Felici i felici

168 pagine.

Per chi è affascinato dagli infiniti garbugli della commedia umana: non c’è legame affettivo o di parentela (ma pure alla lontana) che Yasmina Reza non passi al setaccio e non punzecchi con raro acume – e pure un po’ di compiaciuta cattiveria. Ah, che benessere.

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Kurt Vonnegut – Ghiaccio-nove

224 pagine.

Per antropologi in erba e paciosi cultori dell’inevitabilità della catastrofe: che cosa succede se su una bizzarra isoletta caraibica convergono gli eredi a lungo trascurati dell’inventore di una sostanza capace di congelare all’istante tutta l’acqua del pianeta? Vonnegut, patrimonio UNESCO.

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Amélie Nothomb – Stupore e tremori

105 pagine.

Per chi pensa di lavorare in un postaccio e ha voglia di consolarsi un po’: il devastante disfacimento di un’impiegata occidentale che cerca di districarsi in una MEGADITTA giapponese, soccombendo con caparbia inventiva e inanellando una tampa dopo l’altra. Un auto-sabotaggio magistrale. La mia prima Nothomb non si scorda mai.

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David Foster Wallace – Questa è l’acqua

162 pagine.

Per chi si chiede con cosa convenga cominciare a leggere David Foster Wallace, probabilmente. Diciamo che possono esserci diversi approcci, ma Questa è l’acqua, forse, è una delle rappresentazioni più sintetiche, per quanto sfaccettata e profonda, di quello che è stato in grado di raccontarci. Sono sei “pezzi”, scritti tra il 1984 e il 2005, per cominciare a fare amicizia con l’autore… o per cominciare a chiamare per nome i grandi casini, belli e brutti, che gestiamo campando.

 

Buone nuove in tempi grami: gli audiolibri continuano a sostenermi. Dopo un doveroso classico – Le notti bianche di Dostoevskij, sentito per fortuna quando l’allegria ancora ci attorniava -, La corsara di Sandra Petrignani – che ha triggerato un approfondimento ginzburghiano di tutto rispetto – e Cos’è l’America del sempre gradito Francesco Costa, mi sto sollazzando con Questione di Costanza di Alessia Gazzola – che il cielo la preservi.
Ma ci troviamo qua riuniti, oggi, perché Storytel ha recentemente caricato una valanga di nuovi titoli (quasi DUECENTO, signora mia) del gruppo Mondadori, suscitando in me insopprimibili impulsi di aggiornamento della libreria dei futuri ascolti. Per chi fosse poco aggiornato sulla struttura molecolare del gruppo Mondadori, i copiosi editori coinvolti sono i seguenti: Mondadori (Capitan Ovvio, ti salutiamo), Einaudi, Piemme, Sperling & Kupfer e Rizzoli.
Per la vostra e la mia utilità, dunque, ecco una piccola panoramica di quello che potrete allegramente ascoltare d’ora in poi. La bislacca categorizzazione è opera mia, sollevo Storytel da ogni responsabilità.

Narrativona bestsellerona

Non so niente della Kinsella, ma sappiate che si può or ora andare a fare shopping con lei in tutte le salse, in ogni grande capitale del mondo e con i budget più disparati. Il più caloroso benvenuto anche al buon Ken Follett – che ho visto esibirsi a Pietrasanta con il suo gruppo musicale e mai lo dimenticherò, soprattutto perché indossava una camicia Versace tempestata di foglie dorate ed era visibilmente FELICISSIMO di stare al mondo – che approda sulla piattaforma con i suoi cavalli di battaglia, dai Pilastri della terra al Mondo senza fine. Su le mani anche per Zafón che appare con L’ombra del ventoIl labirinto degli spiriti. Spolverata disinvolta di ulteriori autori: Corrado Augias, Cecilia Ahern, Anna Todd – e i suoi innumerevoli After -, David Grossman con Qualcuno con cui correre, John Green con Colpa delle stelle e Sandrone Dazieri. Mi sento anche di citare Geronimo Stilton, perché sarà anche un ratto saputello col panciotto, ma i suoi libri sono indiscutibilmente dei bestseller.
Capolavoro definitivo: Ascolta il mio cuore di Bianca Pitzorno.
Sincere ambizioni mie: Sveva Casati Modignani. Sento di dover colmare questa lacuna.

Raccomandabili per direttissima (o quasi)

Rullo di tamburi: il primo Neil Gaiman in italiano! Ora, Neil Gaiman è anche un lettore splendido e moltissimi dei suoi lavori sono disponibili in lingua originale con la sua interpretazione (provateci, se il vostro inglese non è troppo zoppicante), ma non posso che rallegrarmi per la comparsa di Coraline nell’idioma che tutti quanti padroneggiamo. Speriamo sia il primo di una lunga serie. Io, nel frattempo, ne ho approfittato per aggiungere alla libreria anche Trigger Warning, una raccolta di racconti che bramo da tempo, e Smoke and  Mirrors, il suo debutto.
Gradita apparizione – per scalatori e non – è sicuramente Paolo Cognetti con Le otto montagne Senza mai arrivare in cima. Se, invece, vi va di addentrarvi in una maestosa saga familiare, procedete spediti con Stirpe di Marcello Fois (che legge anche), il primo capitolo della saga degli sventurati ma coriacei Chironi. Per affilare l’ironia e ridere amaramente del presente, invece, c’è Superficie di Diego De Silva – narrato dall’autore e da Luciana Littizzetto. Non se la prendano gli altri, ma la mia novità “preferita” è senza dubbio L’arminuta di Donatella Di Pietrantonio, interpretato qui da Jasmine Trinca.
E un classico? Che problema c’è: La luna e i falò di Cesare Pavese.

Personalissime curiosità

Dopo molteplici e attente consultazioni, nella mia libreria sono arrivati Il tunnel di Abraham B. Yehoshua, La misura eroica di Andrea Marcolongo – gli Argonauti! Giasone! Medea! -, Hotel Silence dell’islandese Audur Ava Ólafsdóttir – che avevo già trovato godibilissima con Rosa candida – e Gli immortalisti di Benjamin Chole – quattro fratelli, nell’estate del 1969, decidono di farsi rivelare da una veggente l’anno in cui moriranno, imprimendo una deformazione definitiva sui rispettivi futuri. Poi, ho scoperto che Bird Box – che vorrei finire di vedere su Netflix, dato che al primo tentativo abbiamo interrotto per il sopraggiungere di un’eccessiva angoscia – nasce da un libro di Josh Malerman che potrò comodamente sentirmi senza l’ausilio di Sandra Bullock. Visto che siamo in tema serie tv, c’è anche Killing Eve di Luke Jennings – prima lo ascolto e poi me lo guardo, a questo punto. Per concludere, direi di gettarci a capofitto nella divulgazione con Le mie risposte alle grandi domande di Stephen Hawking.

Non vi siete ancora cimentati con gli audiolibri? È un’abitudine assai piacevole e opportuna. Se vi va, cliccando qui si può collaudare Storytel per un mese senza cacciare una lira. 
Vi siete già cimentati con gli audiolibri? Spero vivamente che questa ricognizione possa rimpinguare le vostre librerie e intrattenere le vostre voraci menti – più o meno recluse.

 

A Life’s Work, in italiano, si chiama Puoi dire addio al sonno ed è uscito per Mondadori (con la traduzione di Micol Toffanin) nel 2009, nell’ormai lontana era pre-Resoconto/Transiti/Onori. Il titolo che è toccato a noi è decisamente meno denso di significato. E di certo strizza l’occhio alla longeva tendenza a classificare i racconti incentrati sulla maternità (autobiografici – come in questo caso – e non) in due grandi categorie piuttosto polarizzate: da una parte ci sono quelle che te la mettono giù durissima e, dall’altra, le pasticcione piene d’entusiasmo, quelle che tra mille peripezie e goffaggini cercano di venderti una versione rassicurante e spensierata del diventare madri.

[EDIT per aggiornarci sugli avvenimenti più recenti: nel 2021, A Life’s Work è transitato nel catalogo Einaudi con un titolo che trasporta esattamente quello originale: Il lavoro di una vita.]

Quelle che te la mettono giù durissima vengono solitamente accusate di voler terrorizzare le loro simili o di dipingere a tinte eccessivamente fosche un’esperienza indiscutibilmente sacra e meravigliosa. Anzi, si continua ancora a colpevolizzare, perché se una ti viene a raccontare – ad esempio – una depressione post-partum diventa quasi automaticamente una donna da guardare con sospetto, una persona che deve avere per forza qualche tara pesante, visto che non partecipa alle gioie dell’avvenuta procreazione e sembra tirarsi indietro di fronte alla sua grande missione biologica – e poi diciamocelo, signora mia, se non voleva i figli doveva pensarci prima.
Le allegre pasticcione sono pronte a fornirci speranza. Dai, se ce l’ha fatta questa rincoglionita posso farcela anch’io. Dimmi che andrà tutto bene. Raccontami di sederini morbidi, di piedini piccolissimi, di tutine, di passeggiate al parco, di sensazioni di infinito appagamento e di “finalmente ho capito qual è la mia vera vocazione”.

Il problema con le due estremizzazioni non è di poco conto. Le narrazioni che te la mettono giù dura tendono a far venire a galla il brutto, lo sporco, l’emotivamente disturbante e il difficile. Per quanto tutto ciò possa rispondere a verità, sono inevitabilmente respingenti. Le tribolazioni altrui, soprattutto in tema di maternità, scatenano i sensi di colpa, innescano una reazione di difesa che porta all’istante a dichiarare che tu no, tu non sei mica un mostro del genere. Perché? Perché la “madre” non è un concetto neutro. Anzi, è uno dei concetti più connotati e più zavorrati dalle aspettative collettive. Sguazziamo in uno stereotipo resistentissimo che stabilisce come dovrebbe essere una “buona madre” – e poco importa se lo stereotipo sia datato, figlio prediletto di una cultura che santifica la donna solo se fa la madre (e basta) e assolutamente scollato dalla realtà socioeconomica che abitiamo. Il fatto è che esiste anche quello che ci spaventa. Esistono anche situazioni che non ci somigliano o nelle quali preferiremmo non ritrovarci. Il fatto che una narrazione sia respingente – secondo certi canoni o private sensibilità – non la rende meno autentica o meno degna di essere ascoltata, capita, accolta. Non è che leggendo un’esperienza “negativa” della maternità e prestando orecchio anche alle campane meno entusiastiche ci si esponga a un qualche genere di contagio. Non è che empatizzando con chi ha avuto una partenza in salita – o con chi continua ad arrancare – finiremo per sabotarci. Chiaro, poi… quello che scegliamo di incamerare nelle nostre riflessioni risponde anche a un bisogno, a una ricerca di senso che può portarci a cercare conforto in peripezie simili alle nostre o a trovare quello che ci serve in racconti più spensierati, più edulcorati, più “positivi”. Ed eccoci arrivati al polo opposto.

Sì, ma il libro?

Il polpettone introduttivo mi sembrava rilevante, in questo caso, perché A Life’s Work non ha ricevuto un’accoglienza particolarmente tenera. Come racconta anche Cusk nell’introduzione alla nuova edizione del volume, tanto si è detto e scritto di lei come madre, di quello che avrebbe pensato sua figlia – non sia mai! – leggendo, da grande, questa cronaca dei suoi primi mesi di vita.
Cusk è incoraggiante? Fornisce risposte? Ha scritto un manuale per la gestione del neonato? Ha cercato di convertirci a una corrente pedagogica? Ci vuole imporre un punto di vista? Per niente.

Cusk si è domandata, in estrema sintesi, che fine faccio io – madre – quando metto al mondo un figlio. Che cosa succede al corpo, alla vita interiore e alla struttura del mondo di una donna che, a un certo punto, partorisce e piomba in un paradigma completamente nuovo. Che cosa accade alla coscienza individuale quando si trova legata a un altro essere umano che è stato per nove mesi parte di te e che, separandosi, manifesta una volontà, dei bisogni primari che non sono negoziabili, delle esigenze e dei comportamenti che non si adattano alle norme e al funzionamento della realtà che conosciamo.
E non sono domande che trovano risposta nel semplicistico “eh, ti è nato un figlio che cosa ti aspettavi, mica è tutto uguale poi”.
Pur sapendo che le cose cambieranno, non c’è nessuno che viene a farti un bel disegnino. Così come non c’è nessuno che può dirti come cambieranno per te. Per la madre standardizzata dell’immaginario collettivo c’è un percorso assai chiaro – e anche una serie di traguardi emotivi da raggiungere, accompagnati da una tabella dei sentimenti autorizzati e degli obiettivi che la prole deve centrare per potersi ritenere “normale”. Certo, sarà difficile, ma ci hanno insegnato che lo spirito di sacrificio è il motore di ogni madre che si rispetti. Suvvia, che sarà mai.

A Life’s Work non la mette giù dura. Non è nemmeno stato scritto per il gusto di provocare, turbare o scandalizzare – non che poi contenga chissà quale vicenda provocatoria, disturbante o scandalosa. Tira semplicemente fuori delle domande eretiche rispetto al paradigma della madre esemplare. Perché al centro dell’attenzione – somma stranezza – c’è la madre, non c’è il bambino. È un libro che parla di ruoli e di equilibri. Chi ero e chi sono? Non c’è un interruttore che ci fa passare dalla “modalità io” che ci ha accompagnato per tutta la vita alla “modalità madre” in maniera automatica. E chiedersi che cosa resta di te – specialmente nei primi mesi – è un quesito perfettamente legittimo, indipendentemente da quanto tu sia felice, triste, sola, supportata, disperata, sostenuta, euforica, convinta, preoccupata, assonnata, energica. È un libro che si interroga sull’identità femminile in un momento cruciale, ma senza cancellare o ignorare le altre spinte che costituiscono, nel loro complesso, quel “chi siamo”. Diventare madri non è obbligatorio ma, quando succede, è senza dubbio un’esperienza di trasformazione. Perché diventando madri diventeremo altro, ma se siamo qui vuol dire che abbiamo macinato storie, idee, sogni, relazioni, punti di riferimento, passioni, abitudini. Sovrascriverli completamente ci renderebbe madri migliori? Rachel Cusk non ha stilato per noi un decalogo su come disinnescare le coliche o un vademecum per selezionare la babysitter perfetta. Non è una madre “pratica”. Non è la madre saggia che pretende di spiegarti come si vive, di mostrarti un modello d’eccellenza, di pungolarti affinché tu sia radiosa, euforica, appagata e… innocua per il tuo prossimo. Cusk è una persona che si sta domandando insieme a noi che cosa sia, alla fin fine, una delle molti madri possibili. Quello che le accomuna tutte è la portata di un compito che non si esaurisce mai, finché si sta al mondo. A Life’s Work? Credo proprio di sì. È un tragitto fluido, un susseguirsi di abissi anomali. E può capitare, affacciandosi sull’orlo del baratro, di percepire la vertigine e di perdere l’equilibrio… ma anche di trovarsi di fronte, molto spesso, a un paesaggio meraviglioso.

A gennaio siamo tutti più propositivi. E intendo approfittarne per fare qualcosa di bello in vasta compagnia (si spera), prima che la crudezza della realtà spazzi via ogni slancio di auto-miglioramento che tentiamo di imporci all’alba di ogni nuovo anno.

Ebbene, dopo il successo planetario di #LibriniMarzolini e di #LibriniRegalini, eccoci qua con #LibriniRitrattini – la challenge libresca che commuoverà il web. Come da tradizione, c’è una specie di CONCEPT.

Perché #LibriniRitrattini?
Perché essere una lettrice fa parte della mia identità. Come il migliore degli amori duraturi – e ricambiati -, la lettura è diventata parte di me e, negli anni, i libri che ho letto si sono trasformati in un bagaglio prezioso che contribuisce a raccontare chi sono. Quella del lettore è un’identità che non manca di spirito d’adattamento. Diventiamo “altro” quando scopriamo qualcosa che riesce a spalancarci un terreno non ancora battuto. Quel che già conosciamo ci rassicura, ma l’immaginazione di chi crea storie per noi è refrattaria ai confini… e spesso finisce per trascinarci felicemente lontano. E tutto quello che raccogliamo lungo la strada diventa un nuovo reperto da aggiungere alla nostra mappa. Domandarsi com’è fatta questa mappa equivale al chiedersi “ma che lettore sono, alla fin fine?”.
Ecco.
Con i #LibriniRitrattini vorrei provare a scoprirlo.
Non ci sono troppe domande filosofiche, anzi. La lettura è fatta di pagine che incontriamo, ma anche di abitudini, di attaccamenti, di luoghi, di gesti, di porti sicuri e di distanze che preferiamo prenderci.

Prima di perseguitarvi con le necessarie informazioni pratiche, ecco qua i temi dei volenterosi #LibriniRitrattini.


INFORMAZIONI PRATICHE DI SCONFINATA IMPORTANZA

– #LibriniRitrattini è composto da 24 “temi” che, nelle mie migliori intenzioni, dovrebbero aiutarci a comporre il nostro magico identikit di lettori.

– Un tema al giorno. Si comincia l’8 gennaio e si finisce il 31 gennaio.
Fino al 6 c’è la gente in ferie e il 7 è il classico giorno-cuscinetto in cui non ci ricordiamo manco la password del PC dell’ufficio. L’8 mi sembrava un momento ragionevole per cominciare davvero a fare qualcosa.

– Il canale da utilizzare per partecipare attivamente (pubblicando i vostri contributi) o consultare quello che succede (navigando gli #) è Instagram.

– Come si fa? Molto banalmente, pubblicate sul vostro profilo Instagram un contenuto che vi sembra possa ben rispondere al tema della giornata. Se avete il profilo privato non risulterete “visitabili” nell’archivio generale, ma chi sono io per costringervi a levare i lucchetti.

– Che vuole dire “contenuto“? Una foto o un video nella gallery (o una IGTV).

– Posso pubblicare i miei contenuti su Stories invece che nella mia gallery? Potete, ma forse ha meno senso. L’idea è quella di creare un archivio “stabile”, che rimanga disponibile a tutti per i prossimi mille anni. Nel raccontare che lettori siamo, infatti, diventeremo anche una potenziale fonte d’ispirazione e di spunti per gli altri.

– È obbligatorio partecipare tutti i giorni? No.

– E se arrivate in ritardo? Pazienza. Usando gli # giusti si può recuperare, se vi va.

– E quali sarebbero questi #?
Ogni foto dovrà essere accompagnata da due #: #LibriniRitrattini (per raccogliere TUTTO quello che produciamo) e #LibriniRitrattiniNUMERETTO (dove NUMERETTO sta per la giornata. Che ne so #LibriniRitrattini12).
In questo modo, avremo a disposizione l’archivio completo del progetto ma ogni categoria risulterà anche consultabile per conto suo, in tutta comodità.

– Cosa devo scrivere nella caption?
Oltre ai due #, consiglio di indicare il tema della giornata (per rendere più chiaro a chi vi segue a che cosa si riferisce la foto) e, se vi va, due parole sul perché avete scelto un determinato titolo o, per dire, amate frequentare una certa libreria. Ogni approfondimento sarà accolto con gioia.
Esempio.
#LibriniRitrattini1 – Ah, quanti ricordi! Il primo libro che ho letto per conto mio.
[Quel che vi va di dire].
#LibriniRitrattini 

– Si vince qualcosa? No. Ma a questo giro vorrei almeno ri-diffondere nelle Stories i contenuti più cuorosi che vedrò spuntare ogni giorno.

– Ma ci sono specifiche di “genere”, formato, lallallero e lallallà? Non ci sono. Sono i vostri libri e le vostre abitudini. Può partecipare chi legge solo fumetti come chi legge solo saggistica universitaria. Fate quel che volete, non c’è una commissione d’esame.

– Non vi sentite fotografi provetti? La cosa è del tutto irrilevante. Non è un concorso per art director ma un progetto collettivo che punta a diffondere l’amore libresco, a fornire idee meravigliose al nostro prossimo e a chiacchierare di libri.

– Vedete dello spam o delle foto non pertinenti? Siate educati, ma fatelo notare – spiegando magari che cosa stiamo facendo. Dedichiamoci insieme a mantenere l’ordine e l’armonia, insomma.

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RISORSE ULTERIORI

Qua si può scaricare l’agile PDF stampabile del calendario.

Qua si può scaricare una lista stampabile ancor più agile, con tanto di spazietto per le note.

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Mi sarò di certo scordata qualcosa di molto importante, ma ce la faremo. Anzi, spero vi cimenterete con gioia. Molti abbracci e felici #LibriniRitrattini!

Quest’anno avrò letto abbastanza? Certo che no. Anzi, non credo esista il concetto di “leggere abbastanza”. In qualche lingua dal potenziale combinatorio più potente dell’italiano penso ci sia un unico termine capace di definire il concetto di “mi prendo a calci nel sedere da sola perché vorrei leggere di più ma poi per una roba o per l’altra finisce sempre che mi sembra di aver letto di meno di quanto penso potrebbe essere utile, auspicabile e sensato per il mio sviluppo emotivo/culturale e pure per accrescere la mia capacità di comprendere il mondo circostante e gli altri esseri umani che lo abitano”.
Circa.
Insomma, non ho un termine… ma il sentimento è quello.
Prendendola più sportivamente, il 2019 è stato un anno di buoni libri e ottime scoperte. Questo sarà un post riepilogativo che non intende aggiungere un granché rispetto a quello che magari ho già raccontato in giro. È proprio un post per fare mente locale.
Ecco, dunque, i miei preferiti di quest’anno – son libri usciti anche prima? È possibile. Ma li mettiamo qua perché li ho letti nel 2019, non perché sono effettivamente usciti nel 2019.
Bene. Procedo in ordine sparso.

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Hanya Yanagihara, Una vita come tante

Se ben ci pensiamo, è un mistero. Perché abbiamo collettivamente amato così tanto un romanzo che fa stare così male? Linea agli psicologi all’ascolto.
Baggianate a parte, ecco qua il post che avevo scritto per cercare di incanalare meglio l’infinito strazio che Jude, Willem, Malcolm e JB sono riusciti a mettermi addosso: “Il gruppo di sostegno per Una vita come tante.

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Samanta Schweblin, Kentuki

Kentuki ha conquistato il Premio MACHEDIAV dell’anno. Metafora solo all’apparenza giocosa del nostro rapporto con la tecnologia, è una collezione di istantanee e di storie complicate che indagano, in realtà, la nostra capacità di stringere legami e di fare del male – soprattutto quando pensiamo che nessuno ci guardi o possa richiamarci alle nostre responsabilità. Ho avuto ance il grande onore di presentare l’autrice qua a Milano e voglio ringraziare ancora Sur per la meravigliosa opportunità.
Ecco i pensierini che avevo prodotto:

“Kentuki” merita un posto di riguardo nel pantheon dei libri bizzarri. Più che a un romanzo, somiglia a un’indagine – per episodi più o meno collegati – che si dipana a partire da un’idea di fondo molto ricca ed emblematica. Funziona così. In un presente del tutto analogo al nostro, approdano sul mercato dei pupazzi interattivi. Conigli, gatti, draghi, corvi… non sono particolarmente belli o ben fatti, ma sono “telecomandabili” da remoto. La persona X si compra un pupazzo e la persona Y, da qualche parte nel mondo, compra una connessione e “diventa” il kentuki che abita da X, vedendo cosa fa X e inserendosi nella sua quotidianità, pur non potendo comunicare verbalmente. X e Y non possono nemmeno scegliersi a vicenda: il sistema ti assegna un pupazzo (e un “padrone”) in modo casuale e la connessione resiste finché il kentuki resta carico o finché una delle due parti non sceglie di interrompere il rapporto (smenandoci dei bei soldi, pure). Samanta Schweblin, a questo punto, ci porta a spasso per il globo, seguendo diverse coppie di padroni e utenti e osservando, insieme a noi, quello che accade quando un kentuki interviene a modificare i tuoi concetti di intimità, responsabilità, umanità, realtà. Il libro è un susseguirsi di incursioni in presa diretta che illuminano, man mano, diversi aspetti di un fenomeno degno di una puntata di Black Mirror – con una struttura narrativa anche assai simile, mi viene da dire. È un libro che potrebbe continuare potenzialmente all’inifinito, man mano che la mania dei kentuki si diffonde e si stratifica. Cosa diventiamo, quando ci sembra di poter governare (o di spiare, non visti e coperti dall’anonimato) la vita di un’altra persona? E perché mai quest’altra persona ce lo fa fare? Quanto profonda è, davvero, la nostra solitudine “strutturale”? Cosa possiamo scoprire di noi, riflettendo su come scegliamo di gestire la nostra libertà?

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Stefania Auci, I leoni di Sicilia

Quando un libro va primo in classifica – e ci rimane saldamente per un bel po’ – arrivano regolarmente i consueti “eh, ma lo leggono tutti… sarà una porcheria”. Ecco, vorrei mettere felicemente da parte lo snobismo editoriale per applaudire Stefania Auci e il capitolo inaugurale della saga dei Florio. È un romanzo che riesce a produrre un felice equilibrio tra “epica commerciale” e storie personali, storia d’Italia e sentimenti, lingua ben radicata nel contesto e scorrevolezza generale. Evviva!
P.S. La tentazione di pianificare un nuovo viaggio a Palermo per un Florio-tour è forte.
Ecco i pensierini.

Che vasta piacevolezza. Che bel polpettone – nel senso più onorevole del termine. Stefania Auci (documentandosi come una matta, presumo sapendo di non sbagliarmi) ricostruisce l’epopea economica e “sentimentale” della famiglia Florio, approdata a Palermo dalla Calabria per campare di commercio. Dal chinino al marsala, dallo zolfo ai pizzi, la dinastia Florio attraversa i grandi rimescolamenti storici dell’Ottocento con caparbia lungimiranza e indomito spirito d’iniziativa, facendo e disfacendo instancabilmente. Schifati dai nobili di sangue (ben più poveri di loro) e mai perdonati dai pari rango per il successo estrosamente ottenuto, i Florio si scrollano di dosso la muffa della prima bottega per trasformare tonnare in ville visionarie, cambiali in tesori, scommesse azzardate in solide eredità. È una narrazione vasta e vivace, che alterna amori e conflitti casalinghi a incursioni nel più ampio orizzonte dell’Italia pre-unitaria. La Sicilia è presente nella lingua – i dialoghi sono curatissimi – e ribolle di contraddizioni, splendori e magnifiche miserie. Le ossessioni dei Florio – e di Vincenzo in particolare, in questo primo volume – sono quelle di un mondo che rigenera faticosamente i propri ingranaggi, tra dovere, nostalgia, ambizione e sacrifici spesso cocenti. Che ne sarà dei Florio? Ci tocca aspettare con una certa impazienza il secondo volume.

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Alberto Madrigal, Pigiama computer biscotti

Quante volte avrò già consigliato questo libro? Duemila? Di più, forse.
La storia è quella di un neo-papà, ma ha parlato forte e chiaro anche a me. Sarà perché è un fumetto che riflette sulla creatività, sulla vita pratica da amministrare, sui nuovi inizi e sui bambini che nascono. Sarà che sono rimasta affascinata dalla sensibilità e dalla franchezza di Madrigal. Sarà che lavoro in pigiama pure io. Non lo so, ma in Pigiama computer biscotti c’è qualcosa di speciale. Ed è un gioiello che custodirò con cura.
Ecco qualche approfondimento:

Alberto Madrigal ha il raro dono di raccontare l’ansia senza fartela venire troppo. Non te la fa passare, intendiamoci, ma la sfuma e la scompone, ci pensa su insieme a te e la gestisce un pezzettino alla volta. In questo fumetto – che si costruisce sotto ai nostri occhi, perché dentro al fumetto c’è anche Madrigal che cerca di capire che fumetto fare – si parla di creatività, dei compromessi della vita adulta, di case che non si puliscono da sole, di traslochi – perché aiutiamo sempre tutti a traslocare e poi quando tocca a noi arrivano quattro gatti? -, di paternità, mal di testa inevitabili e colazioni al bar la domenica. È un magnifico distillato di quotidianità e dilemmi, di equilibri impossibili tra le esigenze della sopravvivenza e il lusso di poter perdere tempo. In questo libro c’è, soprattutto, la strada tortuosa che dobbiamo imboccare per riconciliarci con l’idea di responsabilità. C’è la frustrazione che spesso ci accompagna quando cerchiamo di far crescere un’idea che, spessissimo, si modifica sotto ai nostri occhi e cambia pelle quando pensiamo di averla ormai afferrata – un po’ come le abitudini dei bambini, che sono abitudini per due giorni e poi diventano altro e tu devi ricominciare da capo con tutti i tuoi processi di adattamento. C’è la routine che mangia le energie, ci sono quei due secondi limpidi di ispirazione e di gioia che ti convincono a non gettare via tutto – o magari sì. E c’è un bimbo che nasce e che, nel mondo nuovo che crea per te, attira nella sua orbita tutto quello che stai cercando di capire e te lo restituisce un po’ masticato e morbidino, ridimensionato ma anche spaventoso. Che vogliamo fare? Si procede. Inventando una pagina alla volta. Saggi e lievi, pacifici e preoccupati.

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Imogen Hermes Gowar, La sirena e Mrs Hancock

Che la mia vera vocazione siano i polpettoni storici? Chi può dirlo. La sirena è un’altra felice rivelazione di quest’anno. Me lo sono letto in inglese prima di scoprire che sarebbe uscito nei Supercoralli – quando succede mi sento sempre di un’intelligenza che non vi so descrivere – e ho apprezzato l’opulenza e la complessità della ricostruzione “ambientale” così come la deriva fantastica che finisce per insinuarsi come una nebbiolina ineluttabile nelle vite dei protagonisti. Dovrei sfoderarlo più spesso quando mi chiedono “uno di quei libri che riesce a portarti altrove”.
Ecco i pensierini originari:

Nella Londra georgiana di Imogen Hermes Gowar si aggirano almeno due meraviglie. Una sirena imbalsamata di una bruttezza sconcertante – sbarcata da un vascello della flotta di Jonah Hancock, mercante di mezza età abituato a commerci molto meno stravaganti – e la più fulgida cortigiana della capitale, da poco tornata in società dopo la morte di un amante facoltoso. Decisa a cavarsela da sola, Angelica riapparirà nel bordello di lussuosissimo (dove ha militato per anni) come ospite d’onore di una festa a dir poco elaborata. Ed è lì che le due meraviglie – una un po’ più gradevole a vedersi dell’altra, a dire il vero – si incontreranno, con grande stravolgimento del signor Hancock. Mi vuoi, mercante goffo e bruttarello? Dovrai consegnarmi una sirena tutta per me! E il signor Hancock non se lo farà ripetere due volte…
Trama a parte, questo romanzo d’esordio è un gioiello d’ambientazione. E se è vero che ci mette un po’ a ingranare – raggiungendo le sue pagine più fascinose quando la seconda nave farà ritorno a Londra col suo carico WINK WINK – rimane una riuscitissima celebrazione dell’insolito e un “polpettone” (nel senso migliore del termine) molto godibile. È una specie di kolossal storico e sentimentale, che fonde in maniera ricchissima reale e fantastico, ambizione e rovina, bellezza e sconforto, carne e nobiltà d’animo, strade putride e carta da parati, desideri grandiosi e conseguenze catastrofiche. Datemi un muro da foderare di conchiglie. O almeno un ventaglio.

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Sally Rooney, Persone normali

Di Sally Rooney tanto si è discusso e, sospetto, ancor più si discuterà. Nel mio piccolissimo, sono felice che una Sally Rooney sia spuntata nel panorama letterario mondiale. Ecco qua il post che avevo scritto per il suo secondo romanzo, Normal People.

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Il mio preferito dell’anno forse va raccontato nel suo complesso. Perché è una trilogia che funziona (anche) per accumulo e per stratificazioni. Transiti è il secondo capitolo. È stato preceduto da Resoconto e le operazioni si sono chiuse con Kudos – in italiano si chiamerà Onori e sta per uscire in Stile Libero per far compagnia agli altri due. Siamo abituati a confrontarci con protagonisti e personalità ipertrofiche, ma Rachel Cusk ha scelto di fare diversamente. La sua narratrice è una spugna, un fantasma, uno specchio, una trasmittente che capta e immagazzina. E per tre libri compone per noi un mosaico di incontri casuali ma decisivi, catalogando punti di svolta e spostamenti nello spazio e nella coscienza. Sono storie che seguono un arco che non somiglia al consueto tragitto di un eroe o di un’eroina da romanzo, sono archi narrativi che richiamano il modo in cui gli esseri umani “veri” si rendono conto che sta succedendo loro qualcosa di fondamentale. O che hanno perso un’opportunità. O che un pezzo di un passato sepolto sta tornando a interrogarli. O che un cambiamento necessita di essere digerito e capito. Raramente mi è capitato di leggere qualcosa di così sfuggente e potente al tempo stesso. Di sentire i pensieri altrui con una nitidezza così spietata e illuminante. O di sentire così poco il bisogno di una struttura più “normale”, anzi.
Vinci tu, Rachel Cusk.
E ora voglio conoscerti meglio.
Perché l’ambizione di “leggere altro”, come ben sappiamo, non ci abbandonerà mai. 🙂