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tegamini

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In città si crepa di caldo, in campagna anche… ma almeno ci si augura che il cambio di scenario aiuti la creatività a fluire un po’ meglio. I dipendenti di Bomba Agency si riuniscono prima della chiusura ufficiale delle ostilità e dei “ci pensiamo a settembre” per mettere insieme una proposta di gara. Non conosciamo il cliente, non sappiamo che cosa vada in concreto inventato, ma in fondo non è necessario. Le gare sono tutte uguali e sono anche il simbolo perfetto di come gira il mondo: si lavora in uno scenario incerto con la speranza che quel lavoro lì produca in futuro altro lavoro, ma lievemente più solido. Nel frattempo gli orari si allungano, i confini tra vita professionale e vita privata si sfumano, tutto è urgente, fondamentale e indispensabile… ma non stiamo mica salvando vite umane, non scordiamocelo. Ironia, mi raccomando! Una birretta?

La casa di campagna che fa da sfondo vivo e presentissimo a Estate caldissima di Gabriella Dal Lago – in libreria per 66thand2nd – accoglierà per una settimana di lavoro e stretta convivenza i sette componenti di Bomba, più una gatta e un bambino di otto anni. È figlio di Gian, il padrone della casa e pure dell’agenzia – anche se quasi si vergogna a farsi trattare da capo – e della sua ex compagna. La compagna attuale è una collega che, prima ancora, era stata una sua studentessa. Le relazioni degli altri (e con gli altri) si sveleranno man mano, mentre si suda copiosamente, si prova a mettere insieme qualcosa di dignitoso da presentare all’ipotetico cliente e ci si rimbalza addosso con diversi gradi di intensità. La casa accoglie e nasconde, forse perché conosce già il futuro e sa rassegnarsi alla rovina. Non piove da un’eternità… ma pioverà e nessuno sarà pronto.

Di millennial impantanati e prigionieri delle proprie contraddizioni si sta cominciando a narrare con buona lena, di solito raccontandoli in preda a una rassegnazione statica o, a volte, facendoli proprio rinunciare a partecipare. Son strade reali, ma ce ne sono altre. Dal Lago non affligge ogni suo personaggio col medesimo dilemma “generazionale”, anzi, dosa il pesante e il leggero con occhio e sensibilità. Alcuni sono alle prese con delusioni senza tempo, altri si scoprono più flessibili del previsto, una vuol salvare l’universo intero ma è indifferente a chi le sta a un metro, un’altra sa che non avrà mai il coraggio di scappare. È una confusione ben orchestrata e soprattutto “attiva”, ci si scorge una forma di resistenza e un margine di manovra ancora accessibile. E probabilmente è questo che rende amara sul serio la sorte di Bomba.

La casa potrebbe essere l’ultimo rifugio prima di una catastrofe, ma si dimostra un crocevia decisivo che nessuno riconosce. E i disastri più grandi di noi – che arriviamo col nostro valigino di panni sporchi, dilemmi, compromessi e programmi a brevissimo termine da portare avanti con le persone che accettiamo come inevitabili – guadagnano terreno, si addensano all’orizzonte e si preparano a spazzare via quello che conosciamo… e che non siamo stati capaci di aggiustare. Come fai a salvare TUTTO, quando ti tieni a malapena a galla e ti è stato insegnato che conta far vincere un IO che restringe ogni confine? Come si fa a sentirsi abbastanza “potenti”, se non ci fidiamo nemmeno di noi stessi? Meglio lasciarsi dimenticare o imparare a vivere “nel mezzo”, perché il passato ci sconfigge per definizione e il futuro va costruito… ma i progetti li abbiamo persi.

Sul vastissimo e tentacolare tema delle culture wars, dei social e dell’impatto che producono sul sentire collettivo e sulla nostra capacità di gestire conflitti, nodoni politici e questioni identitarie – tanto per salutare la punta dell’iceberg degli argomenti in campo – tendiamo a importare parecchia saggistica che, una volta approdata in libreria dopo i necessari tempi “tecnici”, viene puntualmente superata dall’incalzare della realtà o solo parzialmente si preoccupa del nostro contesto. Vero, abitiamo in un calderone relazional-informativo più globale che mai e globale e pervasiva è l’esperienza a cui piattaforme d’intrattenimento e d’aggregazione ci sottopongono, ma quanto siamo riusciti a fare “nostro” quel dibattito, mappando la traiettoria del Grande Motivo Del Contendere Del Momento per capire cosa produce sul nostro modo di informarci, di discutere e di configurarci come creature politiche?

Ecco, tutto questo pasticcio di premessa per dire che La correzione del mondo di Davide Piacenza (in libreria per Einaudi Stile Libero) è un esempio – non frequentissimo, mi vien da dire – di buon tempismo, opportunità e sforzi di sistematizzazione molto salutari. Che fa Piacenza, sottoponendoci una miriade di esempi, casi emblematici, complotti surreali e indici puntati? Smonta e rimonta quello che ci fa arrabbiare. Analizza sia il contesto in cui dibattiamo – che è ingegnerizzato per produrre polarizzazioni, fazioni idrofobe e reazioni il più possibile virulente – che i numerosi oggetti del contendere. Dallo spauracchio della “dittatura del politicamente corretto” all’attivismo commercial-performativo, dall’eredità dei grandi movimenti delle piazze virtuali all’inclusività di facciata, dalle gogne al complottismo, troverete una mappa aggiornata degli scogli su cui ci schiantiamo abitualmente, spesso partendo da premesse pretestuose, non troppo oneste e figlie di finalità terze.

Come è possibile che a fronte della sacrosanta ascesa di istanze che dovrebbero aver aumentato la sensibilità collettiva si assista, invece, a un accrescimento degli attriti e della conflittualità?
Dove finisce la paraculaggine e inizia il tentativo sincero di migliorare le cose?
Siamo ancora capaci di identificarci come soggetti “pubblici” e non solo come individualità che cercano un pubblico – appropriandoci del tema più gustoso o conveniente?
Perché è tutto TOSSICO, ma sempre qua stiamo?

Piacenza non ce la risolve, ma qualche strumento critico in più per pensarci di certo riesce a offrircelo.

Book cover

La gente di pianura diventa cattiva perché non ha niente da guardare: non c’è un ostacolo naturale capace di creare un limite ai desideri ma la vastità monotona di quello che ti circonda scoraggia l’iniziativa. Insomma, vuoi andare chissà dove perché il paesaggio appare “facile” – e pensi che l’orizzonte ti sia dovuto – ma per strada non ti ci metti perché il potenziale percorso è semplicemente eccessivo. Marta Cai esordisce per Einaudi con Centomilioni allestendo il suo teatro proprio in un’evanescente cittadina di pianura, affidando alle sue “vittime” di finzione il compito di raccontarci l’insoddisfazione, lo stallo perenne di chi molto vuole ma pochissimo crede di poter fare, la claustrofobia assoluta delle radici, della meschinità fatta passare per affetto, della cura come ricatto.

L’unica cosa che Teresa e Alessandro hanno in comune è forse la necessità viscerale di scappare. Lei non concepisce nemmeno la possibilità di comprare un vestito senza la supervisione della famiglia tutta, lui si piace da impazzire e non ritiene che serva altro. Lei ha ben superato i 40, lui ne ha poco più di 20. Lei è una via di mezzo tra una bambina decrepita e una zitella prigioniera, lui non ha mai trovato il modo di farsi prendere sul serio. Entrambi coltivano una sorta di esistenza parassitaria: lei ostaggio dei genitori anziani – “con tutto quello che abbiamo fatto per te non vorrai mica abbandonarci?” – e lui come zavorra per il Vecchio Porco che mantiene la madre. Lei lo ama come ci si innamora di un cantante alle medie… e lui l’ha capito.

Son poche pagine, ma il rancore che ci troverete dentro penso vi basterà per lungo tempo. Più che Teresa – che è una creatura paradossale che può far pena come rabbia – quel che colpisce è l’accuratezza della ricostruzione di quella miriade di grettezze quotidiane, abitudini impermeabili al cambiamento e superbie imbecilli che fanno “paese”… e che sono fin troppo vere. A tenere insieme tutto è l’eterno tema dei soldi: chi ne ha, chi se li merita, chi li butta, chi ne vuole di più, chi fa progetti senza averne, chi non ha nemmeno l’immaginazione per spenderli e chi li conta in tasca agli altri, incessantemente. Cento milioni, pensati in lire per farli sembrare di più – anche perché andranno divisi in tre: ecco il premio per il più mesto degli inganni. Sono pochi? Sono tanti? Non si sa, dipende da com’è il paesaggio di casa vostra. Teresa e Alessandro vivono in pianura. E vivere, per loro, è un debito insormontabile.

Allora, il libro “fonte” che Christopher Nolan ha usato per Oppenheimer è quello di Kai Bird e Martin J. Sherwin – in italiano è uscito per Garzanti. Io non l’ho letto e questo vuole essere un cenno puramente informativo. Se il tema vi intriga, però, La brigata dei bastardi è un suggerimento collaudatissimo e di sorprendente godibilità. E no, non parla solo di Oppenheimer.

Sam Kean scrive di scienza e di contese scientifiche col piglio di un avventuriero e con il godimento palpabile di chi adora un argomento e vuol renderlo fruibile anche a me che non ho mai preso più di 3 in una verifica di fisica.
La brigata dei bastardi – pubblicato da Adelphi con la traduzione di Luigi Civalleri è un librone molto ambizioso e intricato – sia per complessità del tema che per sterminata ricchezza delle fonti – che spazza via col piglio deciso ogni sospetto di noia o pedanteria. Di che parla? Della corsa alla bomba atomica e del perché gli Alleati ci siano “arrivati” prima, nonostante la Germania avesse inaugurato il suo programma con un paio d’anni buoni di vantaggio. Partendo dalla ricerca sull’atomo e dalla sequenza di scoperte strabilianti dell’era pre-bellica, Kean posiziona sulla scacchiera premi Nobel, generali, spie e guastatori per raccontarci un tassello decisivo della Seconda Guerra Mondiale e, nemmeno troppo incidentalmente, la perdita dell’innocenza della scienza.

Non vi tedierò con del name-dropping che risulterebbe molto più prolisso e meno interessante di come se la cava Kean nella descrizione dei personaggi chiave – fenomenali, anche i più biechi – e non vi tedierò neanche col bigino del testa a testa tra Club dell’Uranio e Progetto Manhattan, ma spero vi basterà sapere che qua dentro troverete la degna cronaca di un’impresa umana di rara complessità, sia per l’estrema difficoltà “concettuale” ma anche per l’abisso etico che ha spalancato. Mai forse nella storia tante menti eccelse, tanti soldi e tanti sforzi produttivi si sono coagulati attorno a un unico obiettivo. Quel che ne è uscito è un terrore fuori scala e un atto inventivo che ha cambiato per sempre il nostro modo di intendere i conflitti, il potere, la civiltà, la responsabilità e il mondo intero.


Un altro paio di spunti?
La storia della bomba atomica in versione graphic-novel – con un approccio che non mi è parso troppo dissimile da quello di Kean: La bomba di Alcante, Bollée e Rodier, uscito per l’Ippocampo.
E un romanzo corale che racconta il progetto Manhattan dal punto di vista delle consorti degli scienziati impegnati nelle ricerche in New Mexico: Le mogli di Los Alamos di Tarashea Nesbit.

 

Ogni famiglia è infelice a modo suo, abbiamo collettivamente metabolizzato. Una minima infelicità, romanzo d’esordio di Carmen Verde – in libreria per Neri Pozza – è la cronaca secca e precisissima dell’insoddisfazione di una specifica famiglia, di un vuoto civilissimo e agiato, di una diminuzione perenne dell’amore che finisce poi per “personificarsi” in una figlia che sceglie di farsi spettatrice, topolino che si aggira ai margini dei crucci altrui – sempre silenziosi, sempre segreti, sempre senza speranza.

Nipote e figlia di femmine scandalose, troppo vive per essere opportune, “pazze” e nemmeno troppo tacitamente disapprovate dalla brava cittadinanza, Annetta diminuisce di pagina in pagina – un po’ perché non cresce, un po’ perché quello che pensa le spetti è poco e un po’ perché sua madre non c’è mai quando dovrebbe, non la ripara dalle ingiustizie più stupide e grette, non le lascia nemmeno immaginare un paesaggio in cui correre da sola (su gambe lunghe e forti).

È un esordio insolito e molto ben eseguito, misuratissimo e pieno di crudeltà tristi. Somiglia a un pezzo di musica da camera che si ascolta bene ma da studiare è un baratro di difficoltà o a un quadro piccolissimo ma zeppo di dettagli che in mezzo centimetro di tela lasciano intravedere un “oltre” sconfinato – ma noi siamo prigionieri di quella cornice, come Annetta, come sua madre.

Mi pare che a Coco Mellors sia globalmente toccato un lancio editoriale che riassumerei più o meno così: “Sally Rooney, ma simpatica e vestita meglio!”. Cleopatra e Frankenstein, il suo esordio – in libreria per Einaudi Stile Libero con la traduzione di Carla Palmieri –, dunque, ha automaticamente raccolto l’odio di chi già detestava Rooney ma anche le tradizionali accuse di frivolezza, disimpegno e “semplificazione” del Vero Dramma Della Condizione Umana. Mellors non pare averci badato, anzi. Si è comprata degli stivaletti dorati e una cappa di Valentino e ha danzato leggiadra a firmare un contratto con la Warner – se non sbaglio – per trasformare il libro in una serie. Destinazione perfetta, perché il romanzo ha proprio quel passo lì.

L’intrigo in prevalenza sentimentale si svolge a New York nel 2007 e anni limitrofi, un’epoca pre-tracolli economici in cui era ancora vagamente possibile far fortuna a Manhattan (o anche solo pagasi una stanza) lavorando nei settori creativi e artistici. Cleo ha 24 anni ed è arrivata da sola dall’Inghilterra per studiare pittura. Bella, misteriosa e sofisticata – almeno all’apparenza – pare destinata a un radioso futuro. Il suo è il tempo della gioventù e delle potenzialità che ancora devono esprimersi, ma il tempo della realtà la insegue: il visto da studenti sta per scadere e Cleo non ha progetti solidi e nemmeno una Green Card. L’universo provvederà? Forse. Mentre abbandona a un orario fantozziano una festa di Capodanno, incontra Frank in ascensore e i pianeti promettono di allinearsi. Lui ha superato i 40 e dirige un’agenzia pubblicitaria. Istrione di successo, Frank rimane folgorato da Cleo e sei mesi dopo si sposano in comune reclutando come unico testimone un venditore di hot-dog. Cosa non si fa per avere una bella storia da raccontare… forse ci si sposa anche.

Il romanzo è una cronaca a più voci del matrimonio sghembo di Cleo e Frank. Attorno a loro orbita una compagnia di amici, sorelle piccole, colleghi, pessimi genitori, madri tragiche e segretarie che funzionano narrativamente da superfici riflettenti o da “carte imprevisto” e che, insieme a una città che a suo modo funge da personaggio, da cornice che definisce una maniera peculiare di stare insieme e di concepirsi nel mondo, da gorgo che maschera col divertimento tanti scogli aguzzi che attendono sotto la superficie INSOMMA, tutto questo contribuisce a delineare i confini di una pessima idea travestita da colpo di fortuna, da fato favorevole.

L’idea che ci si salvi insieme vale per chi non ha ancora trovato il modo di stare in piedi per conto suo? Quanto perdiamo la capacità di concepirci nel futuro se il bagaglio che ci trasciniamo in giro è troppo pesante? Quanto “costa” rendersi finalmente conto che non saremo mai dei talenti sprecati perché di talento da sprecare non ce n’era poi molto? Come si fa a costruire qualcosa di reale se attorno a noi resiste l’idea che tutto è transitorio, tutto è di passaggio o tutto è una festa da aggiungere alla povera narrazione delle nostre imprese?

Dunque, non sapendo bene cosa aspettarmi e diffidando dei miracoli, non ero ottimista, ma l’ho trovato molto godibile. Diciamo che le parti “facili” sono le meno interessanti e anche quelle che forse patiscono di più la ricerca di un effetto. I dialoghi sono una specie di ottovolante – alcuni sono splendidi e i personaggi litigano con particolare piglio, così come mi è piaciuto davvero tutto quello che ha a che fare con Eleanor, ma tanti altri scambi che vorrebbero essere argutissimi e/o fascinosi sono un po’ debolini. Ma davvero si sono innamorati dicendosi questa roba? Chissà, i sentimenti che sbocciano ci rendono indiscutibilmente ridicoli. Mellors gioca molto anche sul fatto che Cleo sia un’inglese in mezzo agli americani – anche se poi il loro “giro” è estremamente cosmopolita – ma, nella resa finale, non è che vengano fuori trovate strabilianti. Alcuni tra i comprimari sono delle macchiette – Santiago e specialmente Quentin -, mentre per altri ci si augurerebbe più spazio. C’è una sensazione di generico déjà-vu che un po’ dipende dalla New York festaiola e un po’ dal tema trito del “guarda quanto sono speciale ma non lasciarti ingannare perché anche la mia vita è un dramma anche se sono pieno di soldi e siamo tutti di una bellezza fuori scala”.
Insomma, si potrebbe dire che é una commedia romantica che quando vuol fare la commedia romantica funziona meno mentre fila via con disinvolta bellezza – e una scrittura che ha visibilmente un altro passo – quando si affaccia su panorami meno scintillanti. Ci sono tanti temi “pesanti” e per nulla frufru, dalla malattia mentale all’alcolismo, dalla solitudine al terrore di tagliare i ponti con quello che conosciamo, anche se quel che conosciamo non ci basta. Lì c’è qualcosa di brillante che resiste e che, almeno per me, ha tenuto in piedi la costruzione, ma non tanto perché occorra il tema “pesante” per farsi prendere sul serio, ma perché è lì che ci ho visto più coraggio, più sincerità, quello che meno mi aspettavo e che esce dall’inquadratura.
Ciao, Coco Mellors. Piacere di conoscerti. Dove li hai comprati quegli stivaletti epici?

Un nuovo esperimento sul fronte “millennial tristi e piene di menate”? Eccoci qua con La nuova me di Halle Butler – in libreria per Neri Pozza con la traduzione di Annalisa Di Liddo.

Millie ha trent’anni e vive a Chicago. L’agenzia interinale che cerca a ripetizione di impiegarla le ha trovato un lavoro da assistente alla reception in uno showroom che coltiva con grande attenzione un’aura sofisticata. Le mansioni non sembrano troppo complicate: deve rispondere al telefono, pinzare delle brochure, tritare dei documenti e fare il possibile per attenuare la dissonanza che sembra separarla costantemente dai membri “funzionanti” di ogni contesto in cui le capita di inserirsi. C’è qualcosa che stride, sempre. Millie non sa quando tacere, non sa come vestirsi, disprezza quasi tutto (e analizza quel che le capita con un astio triste e desolato) ma vorrebbe scivolare leggera verso un futuro che sente di meritarsi ma che continua a respingerla, finendo soltanto per rendere ancora più palesi le sue mancanze.

I genitori le hanno fornito una rete di salvataggio – le pagano l’affitto e, da misura temporanea in vista di un lavoro che l’avrebbe aiutata a stare in piedi da sola, è diventata una scorciatoia strutturale. Millie un po’ se ne vergogna e un po’ si rifiuta di pensarci e ogni ufficio in cui ricomincia da capo è una nuova speranza, che si tira dietro una lunga lista di nobili aspirazioni. Mangiare meglio, lavarsi di più, tenere in ordine, arredare con gusto, fare sport, leggere, bere meno, volersi bene. Ma è dura costruire un castello splendente quando le fondamenta traballano di continuo e Millie tira avanti rabbiosa, sfidando il tedio in una polarizzazione di desideri: vorrebbe un contratto “vero”, ma chi è che vorrebbe fare per sempre un lavoro così mesto? E che senso ha tirare a lucido una casa piena di cianfrusaglie da quattro soldi?  Da un lato, Millie ha il lusso relativo di poter scegliere – e un minimo di spalle coperte – ma, dall’altro, le alternative a disposizione sono misere e di certo incompatibili con sogni di gloria e realizzazioni conclamate.

Dunque, pensavo meglio. Mi rendo conto che ci sia una forma di ripetitività che serve a infilarci nel vicolo cieco che intrappola anche Millie, a farci percepire in maniera viva l’estrema futilità di quello che le tocca (e alla sua – e mia – generazione tocca) per campare, ma per quanto lo stratagemma sia efficace risulta anche un po’ pesante. Millie è interessante perché è sgradevolissima. È sciatta, vendicativa, meschina e a suo modo vanesia, ma è anche un’architetta di illusioni e autoinganni molto potenti da leggere. La vuoi menare ma ti fa anche tenerezza, percepisci la sua difficoltà ma senti anche che è troppa per fartene carico, la percepisci come lo specchio deformante di un’attrazione del luna park che ti ha messo più ansia che divertimento – e non sai perché ci sei salita o perché Millie faccia così fatica a uscire. Millie è uno dei tanti “peggio” che ci sono capitati o che continuano a capitarci. Ci ricorda che siamo di una debolezza disarmante, ma anche che non è più necessario fallire con grazia. Anzi. Dovremmo cominciare a farlo rovinando la festa a tutti.

Pronta a cominciare il suo “praticantato” da sacerdotessa di Pandora, Clori comincia a sospettare che il tempio sia solo un grande baraccone tirato su per vendere vasellame ai turisti e si domanda se non abbia fatto meglio la sua amica – nonché suo unico amore – ad accettare una buona proposta di matrimonio in una polis vicina. Delusa e oltraggiata – oltre che discreta rompicoglioni, che l’Olimpo la conservi – Clori decide di verificare la tenuta del culto per vie empiriche… e apre il vaso. CAOS! MALI DEL MONDO IN LIBERTÀ! SENSO DI COLPA! DISASTRO INCOMBENTE! Convinta di aver condannato tutti alla sofferenza, mette qualche peplo in un fagotto e parte per la sua missione di redenzione, in compagnia di Pigrizia – una pingue sfinge mignon – e della famelica Speranza. E giá così si vola.

Dove abitano i mostri? In un grande vaso leggendario o nella nostra testa? E qual è il peggiore? Da dove arriva il timore di non essere mai abbastanza? La speranza è una forza positiva per definizione o quando è cieca fa più danni che bene? Clori e il suo corteo di mostruosità cercheranno di capirlo, tra gesti eroici e oracoli che (ovviamente) ti dicono che la risposta è dentro di te… e ogni tanto hanno ragione.

Fabio Pia Mancini rivisita il mito di Pandora servendosi di una scrittura guizzante e contemporanea – riferimenti pop compresi – e di un impiantone visivo ricchissimo e francamente magnifico. Il risultato è un’avventura stramba, molto divertente e fuori dal tempo, che riflette su timori frivoli e grandi abissi.

Le Barbie che dimorano a Barbieland sono convinte che nel Mondo Reale vada tutto a gonfie vele. E perché non dovrebbero? Rispondono a un intento di progettazione che le vuole amiche delle bambine, fonte di ispirazione per dimostrare loro che sì, possono essere tutto quello che desiderano. Sono bone e piene di talenti, non sono afflitte dallo scorrere del tempo e i loro tanti “mestieri” sono una dotazione genetica che – come la bellezza – richiede solo di esprimersi, giorno perfetto dopo giorno perfetto. Cordiali, sorridenti, allegre, canterine e capaci di campare sui tacchi – perché già di loro appoggiano il peso solo sulle punte – le Barbie vivono spensierate in un sogno collettivo realizzato e vincono Nobel a ripetizione, circondate da Ken che non hanno altro scopo se non quello di bearsi della loro vicinanza. Ma se si aprisse una crepa? E se quella crepa portasse la tragica domanda “ma che deve fare una donna oggi per cavarsela con dignità?”. Tutto, come Barbie. Ma nel Mondo Reale.

Gerwig affida a Margot Robbie la Barbie più neutra possibile. Anzi, la Barbie Stereotipo, quella non pensata per diventare pilota, fisica, presidente o chirurga, ma solo per incarnare lo standard della perfezione. Lei è lo stampo per tutte le altre, le contiene idealmente ma non ha altro da dare se non sé stessa – Barbie non ha bisogno di chiedersi se è “abbastanza [qualcosa]”, perché lei è tutto… e forse niente. Per proiettare un sogno ci vuole una tela bianca, ma Mattel – che nel film è un’entità corporate estremamente presente e anche disposta a stare al gioco e a farsi qua e là vituperare – ci sta vendendo una promessa realizzabile o sta contribuendo a farci sentire “peggio”?

America Ferrera, che abita nel Mondo Vero e fa la segretaria (?) del megaboss Mattel – Will Ferrell prosegue nella sua lunga carriera da Lord Business e qua è splendido, non tanto per “come fa” il megaboss ma per quello che Gerwig gli fa dire, trasformandolo nella macchietta di ogni CDA-staccionata che si crede avantissimo perché in azienda ci sono i bagni genderless ⚰️ – è un’ottima ambasciatrice delle nostre fin troppo tangibili menate. Lei, che per anni è stata Ugly Betty, conquista il titolo di Barbie Naomi Wolf ad honorem, restando umanissima e dicendo fuori dai denti quel che c’è da dire. Gerwig usa questa contaminazione fra donne e bambole per mettere in fila i concetti base del femminismo e, per quanto a mio gusto sia tutto un po’ TANTO didascalico, il risultato è salutare e anche molto divertente da vedere, proprio perché è satirico e “calcato”.

E Ken? Epico. Fin troppo, forse. Si ride praticamente sempre a sue spese, ma se Ken non scoprisse che nel Mondo Vero “comandano gli uomini” avremmo molto meno di cui discutere – e quasi niente da vedere, anche. Ryan Gosling non è contento, DI PIÙ. E per quanto il suo Ken resti drammaticamente un Ken – cosa che non accade a Margot Robbie, che ha la possibilità di far scorrere sulla plastica qualche lacrima sentita – pure lui è prigioniero. La cosa che forse mi ha fatto un po’ arrabbiare, nella parabola di Ken e dei Ken è che, in fin dei conti, sono ancora una volta le donne a doversi occupare di educarli. Ma probabilmente un altro dei grandi inghippi sta lì: a chi conviene cambiare le cose quando si ha il coltello dalla parte del manico?

Insomma, nel complesso ho amato. Ed è davvero interessante interrogarsi sui margini di manovra di “critica” che Gerwig tenta di esercitare. Mattel produce il film – oltre a fornire la materia prima per la storia – e, anche se presta il fianco a stoccate ben assestate, vien comunque da domandarsi quanto ci sia di strumentale in questo “vi sentiamo, donne! Sappiamo che negli anni abbiamo fatto i soldi vendendovi modelli figli del loro tempo! Ma ora eccoci qua!”. Sono dell’idea che retroattivamente ci sia poco da fare, se non acquistare consapevolezza di quel che è cambiato e del molto che ancora si può migliorare. E Gerwig ha sfornato quel che mi aspettavo, devo dire.

Note!
Colonna sonora nutritissima. Menzione d’onore a Dua Lipa che appare anche in veste di splendida Barbie Sirena – il suo Ken-tritone è JOHN CENA, in lizza per il cameo del secolo.
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Serve dire che i costumi e tutto il baraccone di Barbieland sono perfetti? Non serve.
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La promozione di questo film è stata lunga e MOLTO articolata. Ecco, fate conto che la prima metà del film l’avete già vista nei 2000 trailer, meme e frattagline pro-hype di questi mesi. Bastava meno, secondo me.
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BARBIE STRAMBA TVB.

Ah, se i muri potessero parlare! Nel caso di Adattarsi di Clara Dupont-Monod – in libreria per Clichy con la traduzione di Tommaso Gurrieri – lo fanno… e con grande garbo e sapiente delicatezza. Le “narratrici” poco invadenti di questo libro – che è un romanzo malinconico ma anche animato dalla forza cocciuta di un tempo che aggiusta, in qualche modo – sono le pietre di un cortile. Nella casa di montagna abita una famiglia che accoglie un bambino nuovo. C’è un fratello maggiore e c’è una sorella minore. Il bambino nuovo è bellissimo e tranquillo, ma dopo qualche mese tutti insieme appare fin troppo chiaro che non parlerà mai, non vedrà mai niente e non sarà mai capace di camminare o di relazionarsi con gli altri. Il suo è un “male” poco evidente e per nulla plateale, una staticità che pare accontentarsi di poco ma che devierà irrimediabilmente il corso della famiglia.

Il libro è diviso in tre parti, che corrispondono a quel che succede ad altrettanti abitanti della casa dopo la comparsa di quel bambino che resterà bambino per sempre… o almeno finché reggerà – e la medicina stabilisce subito che l’orizzonte da attendersi non è lungo.
I tre testimoni – più o meno sincroni rispetto all’esistenza del bambino – sono il fratello maggiore, la sorella minore e l’ultimo figlio. Un custode, una ribelle e uno spirito antico. Tutti e tre misurano differenze tra il prima e il dopo, tra loro e il bambino, tra il futuro che immaginavano e quello di cui dispongono, tra come pensavano di reagire e come di fatto agiscono, affaccendandosi o metabolizzando quella forza immobile ma presentissima, cambiando per non soccombere, trasformando quello che si sentono abbastanza forti da governare. Sono tre approcci molto diversi, che di certo sono solo alcuni degli innumerevoli possibili: spezzano il cuore perché sono tutti legittimi e nessuno sa di resa.

Chissà cosa sentiva davvero, il bambino di questa storia. Come sarebbe stato prezioso saperlo. Dividere l’inadatto dall’adatto è una libertà che nessuno in questo libro si prende, perché prevalgono le reazioni viscerali e istintive. Ci sono protezione, repulsione, curiosità e tutte sono forme di ribellione a un destino strano, espressioni tenaci di una volontà di conservarsi in una tempesta che non risparmia nessuno, perché il passo lento (o assente) di qualcuno significa rivalutare l’ampiezza del proprio. C’è chi trova un centro rallentandosi e chi scalpita per correre lontano e chi, dopo, deve inserirsi in un ritmo che ha subito scossoni impossibili da conoscere ma di cui si ereditano le vibrazioni. È una storia triste e gentile, paziente e inesorabile. Somiglia alle pietre che la raccontano: levigata ma dura, pronta a resistere alla natura.