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Converrebbe maggiormente parlare di Sociopath di Patric Gagne quando uscirà anche in italiano, ma portiamoci comunque avanti con le operazioni. La premessa di metodo dell’autrice coincide con la struttura – e con le motivazioni – di questo memoir: è un articolatissimo “salve, sono una sociopatica, ho un PhD in psicologia e sono qui per spiegarvi come funziono”.

La sociopatia, come gli altri disordini della personalità, ha caratteristiche intrinseche ma anche un contorno di pregiudizi “esterni” particolarmente insidiosi. Mentre per una gran quantità di altre malattie mentali e stati di atipicità esistono da decenni cure, studi, criteri diagnostici e una letteratura consolidata, la sociopatia è stata a lungo assimilata alle psicopatie, ai comportamenti antisociali o, per viaggiare più terra a terra, agli efferati criminali in regime di massima sicurezza, senza perdersi in gran sfumature. Per Gagne, che si è a lungo prodigata affinché la sua condizione trovasse dignità di studio e di trattamento specifico, lo stigma che circonda la sociopatia ha rappresentato uno scoglio complicatissimo da scardinare, sia a livello di comunità “professionale” che di vita quotidiana. I sociopatici ci spaventano e ci ripugnano, li troviamo respingenti e pericolosi, alieni e inspiegabili… ma sapremmo definirli davvero? Possiamo dire di conoscerli?
Il libro ricostruisce la vita di Gagne dall’infanzia a un’età adulta che comprende un marito, dei figli, una carriera e un’esistenza che non stenterei a etichettare come invidiabile. Proponendosi come voce narrante, testimone e “cavia”, Gagne cerca di farci capire com’è campare senza avvertire vergogne, sensi di colpa o reazioni emotive degne di nota. Sente poco ma di sicuro pensa molto e, oscillando tra l’apatia e il bisogno viscerale e violento di trasgredire per scuotersi dall’immobilità, Gagne ci accompagna nell’esplorazione di un mondo in cui la tavolozza dei sentimenti accessibili è fisiologicamente limitata e, per non far troppa paura al prossimo, spesso simulata.

È un libro strano da leggere. Ci si rende conto che lo sforzo per descrivere qualcosa che per noi è “normale” per Gagne è un riflesso appreso – come per una vita intera ha imparato a imitare reazioni e modalità accettabili di interazione, così finisce per scrivere. La struttura è ciclica: ti racconto un episodio, ti spiego quello che ho sentito io, ti spiego come hanno reagito le persone non sociopatiche attorno a me, torno a raccontarti cos’ho imparato dal loro feedback e cosa penso di farci. È noiosissimo, davvero, ma è anche emblematico. Gli esempi sono fondamentali per far afferrare a noi qualcosa di “alieno” rispetto alla risposta emotiva standard e il fatto che ogni evento vada scomposto, analizzato e inquadrato in strutture indotte – perché Gagne, per conto suo, non prova quello che per gli altri è istintivo e spontaneo – è il cuore vero della storia.
Mi è piaciuto questo libro? No. Ma mi è servito. Mi è ancora più chiaro che chi incontriamo non va misurato in base a idee di conformità che servono solo a proteggerci dall’insicurezza e dalla paura – di scoprirci indesiderabili, scomodi, strani… diversi.

Dunque, Tre nomi di Florence Knapp è uno di quei romanzi che si affacciano all’uscita in libreria con una lista già lunga di acquisizioni estere, diritti venduti ai quattro angoli del mondo e grande entusiasmo nel comparto degli addetti e delle addette ai lavori – un pubblico solitamente incline a pessimismo, fastidio e foschi stati d’animo. Knapp arriva qui in Italia nella traduzione di Federica Merati per Garzanti, che mi ha dato l’allegra possibilità di chiacchierare con l’autrice. Gli argomenti di conversazione non mancano, visto che il libro è sia dotato di una struttura curiosa che di un passo svelto e incalzante, oltre che di un ventaglio di relazioni e scogli affascinanti da seguire.

Ma come funziona?
Così.

Una madre, Cora, è chiamata a “registrare” il suo bebè all’equivalente britannico dell’anagrafe. In una giornata elettrica e tempestosa, esce con la figlia più grande e il bebè per occuparsi di questa commissione che dovrebbe essere di pura routine, visto che il marito – uomo dispotico e violento – le ha ordinato esplicitamente di battezzarlo col suo nome. Gordon “Sr” è certo che Cora gli ubbidirà e che la creatura tornerà a casa chiamandosi ufficialmente Gordon “Jr”. Cora, però, tentenna. Voglio davvero che raccolga l’eredità di quest’uomo che mi tormenta e mi riduce all’impotenza? Voglio rivedere lui ogni volta che guardo mio figlio? Voglio scaricare su un innocente questa tara generazionale fatta di cattiveria? Florence Knapp, a questo punto, ramifica la storia in tre, in base a come Cora finirà per chiamare il bambino. In un’iterazione opta per Bear – accogliendo il suggerimento caloroso e buffo della sorellina maggiore -, nella seconda lo chiama Julian – un nome che piace solo a lei e che ipotizza l’esistenza di un “padre celeste” migliore del padre di cui dispongono nella realtà – e nella terza si rassegna a chiamarlo Gordon. Come reagirà il padre? E chi diventeranno, di conseguenza, questi tre bambini? Knapp ci racconta le loro storie a partire dal 1987 e coprendo un arco di 35 anni, tornando a far visita a tutti quanti a intervalli di 7.
Per approfondire ulteriormente, ecco qua Florence che risponde con grande generosità alle mie domande.


I “se” sono sempre un argomento di riflessione affascinante, penso. Ed è anche molto umano guardarsi indietro per cercare di individuare una potenziale sliding-door, uno di quei bivi che hanno il potere di cambiare radicalmente una vita. Fa anche una gran paura, però, perché ci si accorge alla svelta che i fattori che rispondono al nostro controllo sono pochissimi. Ma ci aggrappiamo alla speranza. Scegliamo di credere che ogni cambiamento sia intenzionale, che dipenda da noi. La chiave che usi nel romanzo per sviluppare tre futuri diversi per lo stesso bambino è il nome, una variabile su cui non ha il minimo controllo. Sua madre, Cora, decide come chiamarlo e lui dovrà convivere con questa decisione per il resto della sua vita. Perché hai scelto un innesco di questo tipo? Che significato ha per te il nome di una persona?

[F. K.] – Credo di aver usato il nome perché i nomi hanno il potere di plasmare il modo in cui verremo “visti” dagli altri – e anche il modo in cui noi stessi ci percepiamo. Mettendo a confronto i tre filoni alternativi della vita di questo bambino, ciascuno determinato dal nome che gli è stato dato, sono riuscita a catturare le innumerevoli ramificazioni che una decisione di questo tipo può scatenare.

I nomi sono costrutti potentissimi – quando sentiamo il nome di qualcuno è un po’ come se aprissimo il cassetto di uno schedario. Nella nostra testa, chiamiamo a raccolta tutto quello che sappiamo di quella persona: come ride, come cammina, come ci fa sentire, che lavoro fa, di che colore ha i capelli, dove abita.  Credo che i nomi, in qualche modo, ci offrano più materiale rispetto a una fotografia, che cristallizza una versione statica di quella persona, in un’età specifica, in un momento e in un determinato stato d’animo.

Riusciremo davvero ad afferrare perché la scelta del nome per il bambino è un evento così carico di conseguenze solo esplorando un po’ meglio il mondo di sua madre. Com’è la vita di Cora, quando la incontriamo nel 1987, all’inizio del romanzo?

All’inizio della storia, ogni aspetto della vita di Cora è controllato dal marito. Quello che legge, quello che indossa, come può trascorrere le sue giornate. Lui vorrebbe che Cora assecondasse una consolidatissima tradizione di famiglia, dando il suo stesso nome al bambino. Ma la storia si frattura in tre filoni distinti quando Cora prende in considerazione altri due nomi, rifiutandosi di condannarlo a vivere nei panni di suo padre.

Nel 1987, la Gran Bretagna è stata investita dalla tempesta più violenta degli ultimi due secoli. Cora si sveglia e trova il mondo in subbuglio e, in un certo senso, avverte anche che il flusso “normale” delle cose ha subito una breve interruzione. Anche se ignorare i desideri del marito violento per chiamare suo figlio in un altro modo rappresenta un rischio, le circostanze insolite in cui si trova finiscono per darle coraggio.

Gordon, il padre, sembra vivere due vite completamente separate. Per il mondo “esterno” è un medico – un bravo dottore, affidabile e stimato -, ma a casa è un marito crudele, violento e dispotico. Nessuno è a conoscenza di questa vita domestica completamente nascosta, il che non fa che isolare Cora ancora di più. Sa benissimo che nessuno crederebbe a tutto quello che sta subendo e, da lettrici e lettori, ci troviamo in una posizione difficile: tifiamo per lei e vorremmo tanto vederla scappare da lì, ma dobbiamo anche capire perché per Cora sia quasi inconcepibile. È stato doloroso, da scrittrice, intrappolare un’altra donna in una situazione così tremenda? 

Sì, è stato incredibilmente doloroso. Anche se credo che, accompagnando Cora nella storyline di Gordon Jr, sono riuscita a comprendere meglio perché non riesca ad andarsene. A ogni snodo mi ritrovavo a pensare, Ecco, finalmente può scappare, adesso ci siamo. Ma poi riflettevo sulle potenziali reazioni di Gordon e ogni volta spuntava un nuovo muro che le costruiva davanti, un nuovo livello di controllo. Potevano essere gli abusi fisici e l’isolamento sociale, poteva privarla della sua indipendenza finanziaria o mettere in discussione la sua sanità mentale, poteva minacciare di portarle via i figli… diciamo che mi è sempre sembrato un sollievo potermi rifugiare negli altri due filoni narrativi, in cui la vita di questa famiglia offre più speranza – anche se gli ostacoli non mancano mai.

Perché hai scelto di lavorare su un intervallo temporale di 7 anni?

Seguiamo questa famiglia lungo un arco di 35 anni e ho saputo, sin da subito, che mi sarebbero serviti dei salti temporali piuttosto ampi, in modo da poter incontrare le versioni di questo bambino a intervalli ben scanditi, focalizzandoci con precisione sui momenti emblematici che lo plasmano, sia durante l’infanzia che nell’età adulta. C’è anche una teoria, ho scoperto, secondo cui il corpo umano si rinnova completamente seguendo cicli di 7 anni e mi è parso un buon punto di riferimento per un romanzo che, almeno in parte, parla anche di trasformazione.

Bear, Julian e Gordon crescono in tre ambienti molto diversi, determinati dalla reazione iniziale del padre. Anche negli scenari peggiori, la possibilità di costruire una “comunità” e di trovare sostegno diventa un pinnacolo di speranza. Cos’è la famiglia, allora? La vera speranza si può trovare nelle famiglie che ci scegliamo, nelle circostanze che decidiamo di creare per noi stessi?

La famiglia, nel romanzo, assume moltissime forme. Alcune sono più convenzionali – due persone che si innamorano e si costruiscono una vita insieme – ma mi è anche piaciuto scrivere di famiglie d’elezione, o di un nucleo in cui si stringono legami tra generazioni radicalmente diverse, o di una vicinanza che nasce da una passione comune. A parte il matrimonio di Cora, credo che la speranza e la gioia si possano trovare in ciascuna di queste configurazioni, per quando disordinate o imperfette siano.

Alcuni personaggi ricoprono un ruolo centrale nella vita di Bear/Julian/Gordon mentre, in altre iterazioni, sono presenze più evanescenti. Hai pianificato tutto sin dall’inizio o hai deciso strada facendo chi includere nel “cast” in maniera più incisiva?

C’era ben poco di scolpito nella pietra, all’inizio, anche se sapevo di voler giocare con l’idea che una decisione singola, come il nome da dare a un bambino, potesse influenzare quali persone diventeranno fondamentali per noi. C’è un personaggio che si chiama Lily e, in uno dei filoni della vita di questo bambino, lui si innamora di lei. In un altro, invece, le infligge un danno gravissimo. In un terzo, poi, le loro traiettorie si sfiorano a malapena.

Bear, Julian e Gordon imboccano strade separate, ma tutti e tre crescono con una paura molto radicata – o, almeno, con un dubbio fondato: siamo destinati a diventare come nostro padre? Mentre Bear e Julian rifiutano radicalmente questo scenario, per Gordon Jr è molto più complicato. All’inizio lo disprezziamo, in un certo senso, perché si schiera dalla parte del padre – il soggetto “potente” nella dinamica di famiglia -, anche se non dovremmo giudicare un bambino per le strategie di sopravvivenza che adotta…

Credo che Gordon Jr subisca una manipolazione atroce da parte di suo padre, che finisce per usarlo come un’arma. Non ha il pieno controllo sulla sua bussola morale e fa alcune scelte discutibili. Da adulto non può cambiare quello che ha fatto, ma ha la possibilità di decidere chi essere e come inserirsi nelle vite degli altri, da quel momento in poi. Non credo che abbia necessariamente il diritto di ottenere il perdono delle persone che ha ferito, ma trovo che ci sia della speranza, nel consentirgli di essere giudicato dal mondo per l’adulto che sceglierà di essere.

Sei sempre stata una “Florence” o c’erano altre possibilità? Per dire, io sono una Francesca ma dovevo chiamarmi Isotta – che qua da noi è un po’ meno comune. 🙂

Mi piacciono molto sia Isotta che Francesca – sono entrambi dei bellissimi nomi. Io sono sempre stata una Florence. Vorrei poter dire d’aver preso il nome dalla città, ma la verità è che mia madre, durante la gravidanza, aveva visto The Magic Roundabout, un cartone francese in stop-motion, e si era innamorata di questa Florence, un personaggio con delle scarpette bianche coi lacci.

Non si scrive (e non si legge) ma in uno spazio vuoto e indago sempre con grande curiosità le influenze altrui sul processo creativo. Libri, musica, film… cosa ti ha aiutata o ispirata durante il lavoro su Tre nomi?

Oh, adoro questa domanda. E sì, concordo in pieno.
Qualche esempio.
C’è un verso di Dancing in the Dark, una canzone di Bruce Springsteen, che dice “I check my look in the mirror / Wanna change my clothes, my hair, my face’. Mi sono resa conto, scrivendo, che continuava a girarmi in testa. Dopotutto, è una sensazione con cui sia Gordon Jr che Julian si ritrovano spesso a lottare.
Poi c’è Maya Angelou, che ci porta in posti scomodi, con i suoi libri. Da lettrice, però, mi ha sempre fatto sentire avvolta in una specie di bozzolo protettivo. Non so come ci riesca, ma credo dipenda dal calore e dalla bellezza delle parole che sceglie. Ci penso spesso – a come si possa trovare un equilibrio tra luce e oscurità.

Se anche a voi andrà di cercarlo, trovate Tre nomi in libreria. Grazie a Florence Knapp per la pazienza e la gentilezza e a Garzanti per averci messe in contatto.

Orbene, con George Lucas qua si fa un film a volume. Roche e Hopman hanno dedicato la prima “puntata” delle Guerre di Lucas – in libreria per Bao Publishing – alla travagliata gestazione di A New Hope, mentre questo secondo libro si concentra su The Empire Strikes Back. Visto che è già stato raccontato da dove arriva Lucas e da quali premesse cultural-immaginarie è partita la saga di Star Wars, il passo dell’Episodio II è decisamente più spedito, anche se sempre ricchissimo di gustosi retroscena, meticolosissimo nella ricostruzione e disegnato con dinamico puntiglio.

Se il primo film era stato un salto nel buio, dimostrandosi contro ogni ragionevole pronostico un successo fuori scala rispetto a qualsiasi altro fenomeno cinematografico, a Lucas tocca ora l’ingrato compito di replicare un clamoroso risultato senza sacrificare visione creativa e senza finire al manicomio. Le difficoltà produttive erano state incredibili, sia sul fronte delle riprese che delle tecnologie (spesso messe a punto da zero) e anche per l’Impero i piani sono ambiziosi e le incognite innumerevoli. Lucas sa che gioverà a tutti quanti non averlo alla regia – e se si limiterà a guidare la sceneggiatura, senza firmarla in prima (e unica) persona – ma delegare non è semplice e ancora peggio è tutelarsi a livello economico, riuscendo comunque ad assicurare alla produzione un budget astronomico e l’indipendenza dagli studios, sempre mal tollerati per la loro avidità e per non aver creduto all’istante nel potenziale di Star Wars. È un po’ rancoroso, Lucas, e non mi sento di biasimarlo.

Quel che ho apprezzato in entrambi i casi è la visione complessiva del processo che Roche e Hopman ci restituiscono. Non c’è solo l’aneddotica simpaticona sui capricci degli attori, per dire, ma si cerca di ricostruire l’atmosfera del set insieme alle rogne pratiche, che vanno dalla gestione dei costi a come animare il pupazzo di Yoda. C’è, specialmente in questo secondo episodio, il cammino di trasformazione di Star Wars in una specie di multinazionale dell’intrattenimento fatta di contenuto – i film – ma anche di licenze da vendere. Smorza il sogno? Forse si, ma lo riporta anche a una dimensione di maggiore realtà, quella di una proprietà intellettuale che sta in piedi grazie alle storie ma pure sfornando una quantità spropositata di pupazzetti. Lucas, che gli autori tendono ancora una volta a non santificare, ne emerge come una figura sempre tormentata e lì lì per farsi calpestare dal suo stesso universo, ma anche come un creativo che vorrebbe fare dei soldi per inaugurare un modo nuovo per concepire il cinema e per accogliere idee un po’ più bizzarre della media. Ce l’ha fatta? Chissà. Ma intanto l’impero ha colpito ancora……. e si è espanso a dismisura, continuando ad affascinarci ancora oggi.

Non mi aspettavo un romanzo nuovo di Bianca Pitzorno e mi pare quasi superfluo parlarne perché cosa volete che vi dica di Bianca Pitzorno a parte EVVIVA LA POSSIAMO ANCORA LEGGERE MA CHE ASPETTATE MICA VI SERVE LA MIA BENEDIZIONE. Per me potreste procedere con La sonnambula senza ulteriori indugi, ma se vogliamo far bene i compiti, possiamo sfarfallare un po’.

La nonna di madama Pitzorno era una ritagliatrice di articoli di giornale, notizie e annunci curiosi. A Sassari, a fine Ottocento, c’era parecchio da ritagliare ed è da quella collezione stramba e curiosa che arriva la nostra sonnambula del titolo. Da intendersi come veggente, sensitiva e/o medium, una donna che offriva servigi di “magnetismo” alla cittadinanza è esistita davvero ed è da quella precisa inserzione pubblicitaria che Pitzorno è partita per costruirle attorno una storia rocambolesca, un’affezionata clientela e un arsenale di strategie a metà tra buonsenso, blanda menzogna e indubbie doti empatiche.

Un po’ come nel Sogno della macchina da cucire, la vita della piccola città sembra un eterno slalom tra scheletri nell’armadio e belle facce da esibire in pubblico, pettegolezzo e dolori intimi, disastri privati e reputazioni da preservare per cavarsela all’interno di una rigida struttura gerarchica. Chi ha i soldi ma non ha il nome, chi ha il nome ma non ha l’umana decenza: tutti dovrebbero conoscere il proprio posto e guai a sgarrare. Ed è qua in mezzo – e in numerosi altri piccoli centri che tendono a preoccuparsi delle medesime cose, in Sardegna come nel continente – che si muove la prodigiosa Ofelia Rossi, né “signora” né popolana.

La sonnambula di Pitzorno ha avuto per necessità molti nomi e non è priva di autentiche doti divinatorie… solo che non si manifestano a comando e non di certo per le 5 lire che le vengono corrisposte per un consulto. È una donna in fuga e un’anima intelligente che meriterebbe la felicità, una sposa troppo giovane e sprovveduta e una vittima che prima della rivincita o della giustizia ambisce a una vita pacifica e sicura. Non sa di essere portentosa, date le circostanze di partenza, ma si dimostra magica più per volontà e autonomia che per le doti simulate con cui si guadagna da vivere, assestandosi in un’indipendenza perennemente minacciata ma davvero rivoluzionaria rispetto a quella – scarsissima – che possono vantare le sue clienti, per quanto altolocate.

La sonnambula – in libreria per Bompiani – è una storia degna di un feuilleton e, come un buon romanzo a puntate, c’è qualche lungaggine che poteva serenamente restar fuori, ma il congegno complessivo incrocia coincidenze e identità celate per far posto a un sentimento che cresce risoluto – senza dimenticare che sì, è bello tifare per un doveroso lieto fine. Godetevelo, insomma. È un polpettoncino di rara e magistrale atmosfera. E produrrà nei vostri cuori coraggiosi più di una palpitazione. 

Conor Niland, irlandese, ha militato nel tennis professionistico per due decenni buoni, raggiungendo i migliori risultati verso il 2011, epoca in cui la triade dei prodigi – Federer, Djokovic, Nadal – marciava già piuttosto spedita. Ecco, scordiamoci queste vette d’eccellenza, perché il nostro Niland appartiene a un altro tipo di catena alimentare e l’aspetto interessante di Quasi farcelauscito in origine col titolo di The Racket e appena approdato in libreria in Italia per Mondadori, con la traduzione di Francesca Cosi e Alessandra Repossi – è proprio questo.

Cresciuto in una famiglia in cui il tennis era già diventato una mezza carriera per la sorella maggiore, Niland ha raccolto il testimone con onore e caparbietà ma si è confrontato da subito con un nutrito ventaglio di limiti strutturali, tra federazioni fondamentalmente inesistenti e coaching che già ai tempi appariva quantomeno raffazzonato. S’è arrangiato sempre, Niland, ma facendo costantemente una gran fatica.

Da adolescente aveva fatto un giretto all’accademia di Bollettieri, decidendo però di non trattenersi da quelle parti e perdendo, forse, un treno fondamentale. Ai tempi come adesso, infatti, i debutti solidi sono anche precocissimi e da subito i Junior vengono coltivati e accompagnati da strutture organizzative quasi militari – c’è chi ce la fa e chi non si dimostra un buon investimento e scompare, ma la “macchina” può sempre contare su schiere di nuovi aspiranti. Niland ha continuato a giocare entrando nel circuito dei college americani e da lì ha remato per anni nel purgatorio dei Futures e, se proprio girava bene, dei Challengers. E se l’è cavata, in estrema sintesi, da solo.

Gli entourage sterminati, i calendari ben pianificati, i gran soldoni, gli sponsor generosi….. sono la norma per i giocatori di punta, ma il movimento tennistico globale è fatto di tantissima gente che viaggia due giorni per perdere al primo turno in un torneo di terza fascia in Uzbekistan, senza manco andare in pari con le spese. Chi glielo fa fare? Il sogno crudelissimo della vittoria, la speranza indistruttibile di poter (ancora) migliorare e di riuscire a conquistare un posticino nel tabellone principale di uno Slam. Di vivere un giorno – o magari anche una partita sola – come vivono i Roger, i Rafa e i Nole di turno, che sui quei campi sono attesi come eroi, stelle irripetibili e galline dalle uova d’oro.

Il memoir di Niland contiene alcune inevitabili pedanterie, ma la visione d’insieme che si guadagna è franca e anche piuttosto “salubre”, mi viene da dire. Siamo abituati ai racconti gloriosi, ai successi mitologici, ai traguardi fuori scala….. ma dove crediamo di andare, in fin dei conti? Niland ammette con dignità più di un limite, ma lo si legge e segue con crescente rispetto. Il tennis è per i geni, per i masochisti, per i pazzi e per gli sgobboni. Ma per tutti, senza distinzioni, è e sarà sempre uno sport struggente. Ed è da quel lato della rete lì che abitano le storie che vale la pena ascoltare.

In Quello che possiamo sapere – qui da noi in libreria per Einaudi nella traduzione di Susanna Basso –, Ian McEwan spacca il mondo in due. Da un lato c’è il presente dell’accademico che ci invita a seguirlo nelle sue ricerche e, dall’altro c’è il tempo abitato dai soggetti meticolosamente frugati. Si studia il 2014 – un passato per noi recente – da un lontano 2119, epoca ipotetica in cui quel che poteva andar male è già andato male. Il volenteroso Metcalfe, filologo specializzato nella letteratura e nella cultura del blocco 1990-2030, abita in un futuro di continenti sommersi e umanità sparpagliata, di equilibri politico-economici stravolti da un Grande Disastro. A produrlo son state sia le pessime decisioni dei governanti che il disinvolto superamento dei limiti della decenza sul fronte climatico e ambientale.

Metcalfe e i suoi contemporanei – compresi gli studenti che s’iscrivono senza troppa convinzione al corso che anima insieme alla compagna, anche lei accademica prediluviana – nutrono una fascinazione ambivalente per il periodo 1990-2030. Lo vedono come un’età magica in cui il benessere era ancora diffuso e si campava facendo meno fatica, ma giudicano anche con intransigente severità quegli antenati sciatti, egoisti e poco lungimiranti che hanno spianato la strada alla catastrofe globale. Che contributo alla creatività può aver dato della gente simile? Cosa si scriveva? Cosa si leggeva? Come si stava insieme? Che valore si può attribuire allo spensierato escapismo di quel tempo?

Con le biblioteche traslocate su picchi montani e in luoghi impervi – nella speranza di proteggerle da un altro innalzamento delle acque -, McEwan regala a Metcalfe un antico mistero da risolvere. E anche una fissazione che gli invade la vita. Un celeberrimo poeta di quel bel mondo perduto lì, infatti, ha composto una “corona” per festeggiare il compleanno della moglie. L’ha declamata a cena davanti a un gruppetto di amici e stop, nessuno ha mai più avuto l’opportunità di leggerla o di trovarla pubblicata da qualche parte. E ritrovare la “Corona per Vivien” di Francis Blundy diventerà la missione definitiva di Metcalfe.

Il coraggioso filologo ha qualche pista da seguire e, soprattutto, ha avuto modo di farsi un’idea che ritiene attendibilissima sia sui coniugi Blundy che sul circolo di amici e parenti che hanno presenziato alla fatidica e irripetibile lettura. McEwan gli fa raccontare per filo e per segno cosa è riuscito a ricavare dalla sovrabbondanza di fonti disponibili in un’epoca in cui un autore affermato sfornava libri a cui seguivano recensioni, apparati critici, conferenze e interventi filmati. Visto che l’autore affermato e i suoi sodali sono anche delle persone inserite in un contesto di comunicazioni che pian piano si avviano a una capillare digitalizzazione, però, da spulciare ci sono anche diari, lettere, e-mail, messaggi. Ed è proprio sul confine tra pubblico e privato che Metcalfe scava con disperata insistenza. Ci propone una ricostruzione biografica della parabola di Vivien e di Blundy, ma è evidente che qualcosa manchi. È quello, l’altro modo che McEwan sceglie per spaccare in due il mondo: c’è “l’idea” di Blundy e Vivien, ma cosa vogliamo saperne, in fin dei conti? La verità è quel che affiora o va cercata altrove? Come le terre sommerse del presente di Metcalfe, anche i soggetti della sua ricerca e le loro motivazioni più autentiche sembrano riposare sul fondo limaccioso di un abisso di mistificazioni, inganni e segreti.

Il romanzo ci offre un’attrezzatura completa da palombari ed è lì che ci trascina, con l’eterna promessa di un capolavoro poetico da riportare all’asciutto – magra vittoria nella desolazione che tocca ai discendenti di quella generazione felice e irresponsabile. Quella che sembra una pura indagine accademico-letteraria si trasforma in una sorta di tremendo giallo relazionale e ci ricorda che anche quello che può passare per un purissimo esercizio artistico arriva da un fondo scuro di contraddizioni e trappole fatte di corpo, mente e futuri spazzati via da accidenti imprevedibili.

Fatevi una cortesia e cominciate bene l’anno. Lo scafandro ve lo presta McEwan.

Jordan non si chiama Jordan ma per scoprire il suo vero nome bisognerà arrivare all’ultima pagina. La battezzano così Sam e Yash, i due studenti più appassionati, promettenti e anche immanicati del suo corso di Letteratura al college. In un campus pieno di dormitori pulciosi e alloggi traballanti in condivisione, loro abitano nella bellissima casa di un professore che s’è preso un anno sabbatico e si spacciano volentieri per due personaggi da romanzo. Jordan in quella casa ci finisce in qualità di “Daisy” di Sam, che l’ha invitata a uscire in circostanze meno sfarzose di quelle che avrebbe potuto garantirle un Gatsby. Quel che conta, però, è sempre il filtro letterario che si sovrappone alla vita, la narrazione che sull’esperienza si può costruire.

Sam e Yash sono diversi ma affiatatissimi. Il loro è un rapporto quasi fraterno, un’alleanza solida come solo quelle dei vent’anni, forse, riescono a sostenerci e a modificarci, prima che l’età adulta ci cementi in una forma meno volatile. Jordan si ricava uno spazio in questo microcosmo, che la affascina e la accoglie. Vorrebbe scrivere ma vorrebbe, anche, che quel tempo felice e terribile di grandi possibilità ancora spalancate non finisse mai. Ma è un limbo che ha una data di scadenza – un po’ perché il tempo passa e ci si laurea e un po’ perché Sam, a ben vedere, non è materiale da Grande Amore.

Poveraccio, eri spacciato in partenza, mi viene sinceramente da dire a Sam. Yash è ingegnerizzato da Lily King – che porta Cuore l’innamorato in Italia per Fazi, con la traduzione di Manuela Francescon – per produrre un certo tipo di romanticismo dolente, di fascino pieno di maliconico umorismo. E ve l’ho fatta lunga, ma il triangolo amoroso ve lo promettono direttamente in bandella, quindi abbiamo poco da girarci attorno. È interessante, seguire un amore che sboccia mentre l’imparaticcio precedente muore, ma il libro allunga il passo e complica le cose, trasportandoci verso un futuro che si nutre di quello che è andato storto e del molto che è rimasto in sospeso, di quello che si sceglie di seppellire per andare avanti con la propria vita.

Non sempre, nel mondo vero, si ha la possibilità di chiudere i tanti cerchi che gli anni lasciano in sospeso e il fatto che King regali questa facoltà a Jordan è uno degli elementi più struggenti e visibilmente orchestrati del libro – fin troppo, probabilmente, perché serve un drammone fuori scala perché la resa dei conti funzioni davvero. Si rende onore a un sentimento antico, che inevitabilmente irrompe in una vita che si era consolidata attorno a nuove certezze e a nuove felicità e non si può fare a meno di chiedersi dove abiti davvero il cuore più autentico dei personaggi. È meglio amare, perdere e ricominciare o amare, perdere e scoprirsi incapaci di dimenticare?

È un bel libro, innegabilmente incalzante, che rende giustizia alla confusione elettrizzante del primo amore che illumina tutto quanto – e ogni tanto acceca o ci sorprende quando non ci sentiamo ancora all’altezza. La seconda parte del romanzo, per me, è un po’ furbacchiona e molto calcata. Pecca di eccessivo mestiere, mi viene da dire, di ricerca troppo palese dell’effettone, della reazione emotiva. Qualche tragedia in meno avrebbe dato man forte alla squadra dei sentimenti immani, mantenendoli in un perimetro di credibilità maggiore. Ma potrei essere io, che non ho esperienza di congedi così significativi.

Ci siamo, il Natale sta per assalirci.
Cosa donare ai consanguinei?
Cosa regalare a chi ha saputo conquistare il nostro affetto?
Un libro va sempre bene? Giammai! Funziona se lo si sceglie con cura e se risponde con allegra puntualità a un interesse o a una passione – e magari anche a una più che legittima inclinazione estetica. Insomma, questo fanno le strenne: sono libri belli o edizioni pazze e preziose, sono libri ben delimitati dal punto di vista tematico, sono libri estrosi che si lasciano associare volentieri alle fissazioni e alle curiosità dei destinatari. La premessa metodologica di queste liste festive è sempre la stessa, ma trovo sensato ripeterlo anche per il 2025.
In caso di ulteriori necessità esplorative, al fondo trovate i rimandi anche alle edizioni passate di queste carrellatone.  
Ultima nota e poi si parte: liberissimi e liberissime di segnarvi su un pezzo di carta le proposte che troverete qua dentro per andarvele a comprare in libreria, senza necessariamente avvalervi dei link (sì, sono affiliati).
A posto? A posto.
Sproniamo le renne, si parte!


Margaret Atwood
Le nostre vite. Una specie di autobiografia
(Ponte alle Grazie)

Traduzione di

Che ci si meravigli (e spaventi) con le sue ancelle o che ci si addentri nella testa delle temibili Zie di Gilead o che la scintilla per Atwood si sia messa a crepitare partendo da un altro tra i suoi innumerevoli romanzi, Le nostre vite è l’avventura definitiva e rallegrerà di certo chi già coltiva una sana fandom per l’autrice canadese, che qui si racconta con franchezza, godibilissima perfidia e grande generosità.

P. S. Se vi va di donare Il racconto dell’ancellaI testamenti, ecco qua uno splendido cofanetto.


Renaud Roche & Laurent Hopman
Le guerre di Lucas. Episodio II
(BAO Publishing)

Potremmo litigare per ore sulla parabola filmica dell’universo di Star Wars – quale trilogia “nuova” ha maggiormente suscitato il vostro sdegno? Come è stato possibile concepire quella cazzata dei midichlorian? Vogliamo parlare di Jar Jar Binks? Come diamine hanno resuscitato l’imperatore Palpatine?  – ma l’impatto di George Lucas sui nostri immaginari e sulla storia del cinema resterebbe saldo e indubitabile. Roche e Hopman hanno iniziato a raccontare il making-of di A New Hope nel primo volume delle Guerre di Lucas e proseguono qui il viaggio. Auspico per questa serie un’estensione su nove tomi, ma vediamo come si mette. Se la forza scorre potente in casa vostra, ficcateli entrambi sotto l’albero.

P. S. L’ultimo set Lego di Star Wars che ho costruito potrebbe essere un buon elemento d’accompagnamento.


Sofia Fabiani
Il dolce. Basi e ricette di pasticceria
(Gribaudo)

Per la rubrica “i social hanno fatto anche cose buone”, eccoci qua a impiastricciarci di pastafrolla con @cucinarestanca. È di certo una proposta editoriale più “tecnica” rispetto ai suoi libri precedenti – Cucinava sempreCucinare stanca. Manuale pratico per incapacy – e che conferma la sua ferrea competenza e la rara capacità di renderla accessibile. Insomma, funzionerà benone per chi vuole partire dai fondamentali della pasticceria e lanciarsi in esperimenti estrosi dopo aver imparato almeno a camminare. E un cuore a Sofia.

Altri spunti legati alle cibarie?
Per chi vuole fare il pane c’è questo bel manuale a fumetti di Ken Forkish e Sarah Becan (Quinto Quarto). Robin Ha vi insegna – sempre a fumetti – a cucinare koreano. Volete semplicemente ammirare dei meloni e delle angurie stupende? C’è un’enciclopedia a tema che ha tutte le fattezze di un coffee-table smorfioso. A tal proposito, vi rammento che è sempre possibile scoprire ricette strabilianti e contemporaneamente fare del bene ai civili palestinesi con l’ebook di Cocomero & Friends.


Coco Wyo
Posticini carini – Colora la tenerezza
(Magazzini Salani)

Per Coco Wyo è partito un sommovimento internazionale di fulgido amore – che ha inevitabilmente generato anche una valanga di copycat orrendi generati dall’IA. Senza lasciarci ingannare, dunque, che fa il collettivo Coco Wyo? Ha rivitalizzato l’ormai saturo mercato dei coloring book proponendo innanzitutto degli angoletti confortevoli e degli ambienti armoniosi – per quanto zeppi di roba – in cui sarebbe bello poter sostare. Oltre a Posticini carini, troverete anche Soffici cuccioliCoccole a Natale. Forse mi starò rincoglionendo, ma sono assolutamente rapita. SOFFICI CUCCIOLI CAPITE?!


Marion Montaigne
I nostri mondi perduti
(BAO Publishing)

Che Zerocalcare ficcasse prima o poi una graphic novel piena di dinosauri nella collana Cherry Bomb – che sta curando per BAO – era un po’ il segreto sogno di tutti quanti. Ebbene, ci siamo. I nostri mondi perduti è una vastissima ricognizione paleontologica che mescola storia della scienza e cultura pop, divulgazione e cruente dispute evoluzionistiche. Ottima idea, Zerocalcare.

Altri dinosauri? C’è Andrea Cau – esimio paleontologo – con Il dilemma dei dinosauri, un saggio a tratti dolorosissimo che spiega per filo e per segno da dove vengono le bestie a sangue caldo di Jurassic Park e perché non dovremmo prenderle per buone. Lo so, è un duro colpo… ma è anche un efficace spaccato di storia recente della paleontologia. Volete saperne di più? Qua ci siamo noi che facciamo una chiacchiera.

Preferite continuare a crogiolarvi nel vostro affetto per Spielberg? Ecco una latta di schiuma da barba da usare come borraccia – sì, è quella che Dennis Nedry voleva riempire di embrioni di dinosauro. Capolavoro.
Ma abbiamo anche un libro sul making-of di Jurassic Park A FORMA DI VHS.

Potrei andare avanti delle ore, ma preferisco concludere il capitolo dinosauri con questa lista tematica che contiene sia proposte per grandi che per piccoli.


Dante
Divina Commedia | Inferno
(Blackie edizioni)

Blackie continua ad alimentare la sua collana/progetto dei Classici Liberati e, dopo IliadeOdisseaGenesi, ci manda allegramente all’Inferno con Dante e tutti i suoi illustri peccatori. L’idea, come sempre, è quella di accompagnare a un’opera fondamentale una serie di apparati che possano attenuarne gli aspetti potenzialmente ostici e “farci mondo” attorno.

Volete recuperare un’iconografia così solida da essere quasi diventata “canonica” per la Commedia? L’Ippocampo ne ha ficcata parecchia in Fantastico Gustave Doré, librone-retrospettiva della sua produzione più visionaria.


Mary Shelley feat. Minalima
Frankenstein
(L’Ippocampo)

Vista l’ondata d’entusiasmo collettivo per i “mostri” classici, segnalo il ritorno dei Minalima alla loro collana di preziosi illustrati pieni zeppi di trovate cartotecniche. Da quel che m’è parso di capire dalla quarta, il testo di quest’edizione dovrebbe essere quello del 1818. Parte dall'”originale” del 1818 anche il Frankenstein illustrato da Marco Calvi e tradotto da Tiffany Vecchietti uscito per ReBelle Edizioni – che vi segnalo con ancora più entusiasmo.

Servono approfondimenti sulla genesi dell’opera? Kathryn Harkup ha ricostruito la parabola biografica di Mary Shelley in La nascita di Frankenstein (Utet), mettendo particolarmente in risalto il precipitato delle conoscenze scientifiche dell’epoca nel romanzo.

Per la falange del cinema, invece, Guillermo del Toro ha raccolto in un libro la storia produttiva del “suo” Frankenstein. Come i migliori art-book cinematografici, è un oggetto di rara beltà… anche se chi ha amato con passione il recente adattamento forse s’accontenta anche di una semplice foglia secca.

Altri spunti per donare dei classici in edizioni illustrate di grande formato? Dall’Ippocampo trovate la collana Papillon Noir che fa proprio quello. Per ora ci sono Cime tempestoseIl grande GatsbyIl ritratto di Dorian Gray
Volete stare sul perturbante? Bur ha sfornato Weird, una nuova collana dalla veste grafica molto gagliarda. Al momento ci trovate Ann Radcliffe con I misteri di UdolphoFosca di Tarchetti, Il re in giallo di Robert W. Chambers e Alle porte dell’incubo di Poe.


Jonathan Wilson
La piramide rovesciata – La Bibbia della tattica nel calcio
(Limina)

Chi apprezza il GIUOCO del pallone non potrà che accogliere con gioia questo autorevole saggio che è sia una “storia del calcio” che una ricognizione tattica e un atlante cultural-sportivo. Ci troverete dentro filosofie, grandi allenatori, campioni, colpi di genio e, forse, anche lo scheletro della squadra perfetta.

Se in casa (come la sottoscritta) avete una persona abbonata alla Riserva, segnalo anche Il mito dei bomber di provincia del prode Emanuele Atturo (Einaudi).


Adriano Panatta & Paolo Bertolucci
La telefonata – Gli Slam del 2025
(Fandango)

Intanto che ci occupiamo di sport, mi pare sensatissimo pensare al tennis e a chi il tennis lo ama – o ha imparato ad apprezzarlo di recente. Fa niente se noi c’eravamo già, bisogna accogliere volentieri anche i tifosi e le tifose dell’ultima ora. Panatta e Bertolucci a tennis ci hanno giocato con gloriosi risultati e ormai da un pezzo si dedicano al commento del loro sport, ritagliandosi anche un podcast divertentissimo in cui un po’ parlano dei tornei più importanti del circuito e un po’ si prendono per il culo. Ecco, in questo libro ci sono gli Slam del 2025, più o meno come li abbiamo ascoltati.

Ma qualcosa su specifici campioni? Limina vi soccorre, per il momento, con NovakAlcaraz, entrambi di Mark Hodgkinson.

Il tennis come esperienza estetica? Emanuele D’Angelo di Broken Rackets ha sfornato Paradise Courts, un volume fotografico avvenente e smorfiosissimo che censisce i campi da tennis più belli del mondo.


Masato Tanaka & Shuzen Iwata
La storia universale in infografica
(Vallardi)

Traduzione di Nicola Emanuele Jacchia

Mia personalissima fissazione, gli atlanti e/o i libri divulgativi con i grafici, le mappette e le illustrazioni MAI MANCHERANNO IN QUESTI LISTONI. Qui, con l’ausilio di inesauribili trovate visive e coccosi personaggetti tondeggianti, si parte dalla preistoria per approdare alla storia novecentesca e ai più recenti disastri, sintetizzando l’impossibile e producendo una piacevole infarinatura che incoraggia approfondimenti ulteriori.

Se vi garba il genere o sapete a chi potrebbe garbare, vi segnalo anche Le operazioni della Seconda Guerra Mondiale in 100 mappe della premiata ditta Lopez-Aubin-Bihan per l’Ippocampo.
Illustrazioni vispe per spiegarsi meglio? Ci sono anche nel saggio di Alessandro Maccarrone per Blackie, L’infinito piacere della matematica. Là fuori, evidentemente, c’è qualcuno che la capisce e sa addirittura renderla comprensibile.


Ximo Abadìa
Verticale – Storia illustrata dell’arrampicata
(Quinto Quarto)

Amiche e amici in fissa con l’arrampicata? Congiunti, sodali d’escursione, gente che ama scarpinare in salita – e non solo perché al rifugio c’è la polenta da mangiare? Perfetto, abbiamo un illustrato pronto a raccontarci la perigliosa e affascinante storia dell’esplorazione montana, dai primi geloni alle più recenti competizioni canonizzate.

Un libro potenzialmente affine? Visionario ribelle, la storia di Yvon Chouinard, fondatore di Patagonia.
Un libro che si tuffa in un ambiente tradizionalmente percepito come opposto alla montagna? Ecco qua Mare di Piotr Karski – sempre edito da Quinto Quarto. È uno di quegli albi ibridi che possono essere apprezzati da bambini, grandi, medi, tutti quanti. Oltre a raccontare mari e oceani con imprevedibile creatività, contiene anche numerosissime attività buffe da svolgere.


Marracash
Qualcosa in cui credere – La mia trilogia
(Rizzoli Lizard)

Niente, al Marrageddon è poi finita che non ci sono andata perché quando avevamo comprato i biglietti non avevamo valutato che in casa ci sarebbe stato un bambino di un paio di mesi da accudire e a sentire Marra ci sono andati mio marito e il mio giovane cognato. Io no, a casa col Dadani. Al di là delle mie vicissitudini personali, i musicisti tendono a far uscire dei libri che sono più assimilabili a gadget fotografici che a qualcosa che si può leggere davvero, ma questo malloppo di Marracash è un oggetto che credo gli faccia onore e che aggiunge tassellini degni d’interesse a Persona, a Noi, loro, gli altri e a È finita la pace. Se ascoltate Marra o cercate qualcosa per chi lo apprezza e ha apprezzato la sua recente trilogia musicale, Qualcosa in cui credere è uno spunto validissimo.

Per chi invece era con me a sudare a San Siro con delle bottigliette rigorosamente senza tappo (e senza ghiaccio) di vodka lemon in mano, ricordo sempre che esiste un’autobiografia di Gabry Ponte. SI VOLA. 😀
Intanto che ci siamo: lo sapevate che anche Max Pezzali ha raccontato la sua storia in un libro? Si chiama I cowboy non mollano mai


Flavio Parisi
Tokyo è una grande cucina – I giapponesi si conoscono a tavola
(Utet)

Di Flavio Parisi s’era già parlato da queste parti per il suo primo lavoro Giappone-centrico – Cadere sette volte, rialzarsi otto era una riflessione sull’apprendimento di una lingua ostica mentre si vive in un posto affascinante e anche profondamente “alieno”. In questo nuovo libro si torna a Tokyo per raccontare il paese e i suoi abitanti attraverso la cucina, le abitudini a tavola e la convivialità. Il cibo è un potente veicolo culturale e mangiare in Giappone è senza ombra di dubbio un’esperienza mistica.

Ci sono splendidi viaggi in cantiere? Eriko Kawasaki aka Erikottero può soccorrervi con Easy Japan (Longanesi), un manuale linguistico dalla spiccata vocazione pratica che saprà anche darvi una mano nel decifrare comportamenti e forme di cortesia. Non sono usciti ieri, è vero, ma sia I love Tokyo che I love Japan della Pina restano delle piacevolissime guide.

Vi risparmio le librerie con l’inevitabile gatto saggio, le botteghe di quartiere dove tornare ad apprezzare il senso della vita, i baretti e i negoziucci che garantiscono rinascite personali ma credo sia il caso di salutare con favore il ritorno di Antonietta Pastore – pioniera della traduzione letteraria dal giapponese all’italiano – al tema della vita in Giappone. Seguito ideale di Leggero il passo sui tatamiDove vuole andare, sensei? (Einaudi) è un nuovo reportage sentimental-pratico che abbraccia una lunghissima frequentazione diretta – cominciata nel 1974 e mai interrotta.
Un altro graditissimo ritorno? C’è Laura Imai Messina con Le parole della pioggia, illustrato da Emiliano Ponzi.

E i manga? Da vecchia ciabatta quale sono, non posso non menzionare l’edizione completa per i 30 anni di I cortili del cuore di Ai Yazawa.


Roberto Alajmo – Marco Carapezza
Avventure postume di personaggi illustri
(Sellerio)

Per la quota cimiteriale – che mai deve mancare -, un saggio snello e favolosamente folle sulle vicissitudini di dieci salme ragguardevoli. Gente che da viva ha fatto la storia e che, da morta, si sarebbe forse meritata un destino meno rocambolesco.

Approfitto dell’atmosfera vagamente sinistra di questo blocco per rammentare che è uscito un nuovo romanzo di Michele MariI convitati di pietra, una storia che affosserà per sempre la già scarsa reputazione delle rimpatriate del liceo.


Iacopo Bruno & Francesca Leoneschi
Inseparabili
(Rizzoli)

Nelle profondità di un oceano sconosciuto, un piccolo polpo piange il padre scomparso e abbandona il regno per ripescare la sua anima da un abisso scurissimo. Sempre là sotto, lo spettro di una bambina che ha perso il cuore in un naufragio cerca consolazione. Si incontreranno? Certo. I disegni di Iacopo Bruno, qui, meriteranno tutto il vostro più sincero stupore.

Un altro romanzo – teoricamente per ragazzi – che può allietare sia per inventiva che per cura dell’edizione? Cesare vi consiglia L’ordine dei Senzasonno di Isaak Friedl per Giunti.


Stefano Zuffi
Animali dipinti
(24Ore Cultura)

Per le bimbe e i bimbi di Michel Pastoureau, un atlante ragionato degli animali nell’arte. Attraversando epoche e tradizioni pittoriche, Zuffi cataloga le bestie dalla simbologia più nutrita, inserendole nel loro habitat iconografico di riferimento e offrendoci numerosi capolavori da ammirare.

Più scienza e meno arte? Roberta Ragona – aka Tostoini – ha firmato per Aboca Fossili viventi – Le straordinarie creature del passato che vivono tra noiPer un approccio estremamente attivo e partecipato all’evoluzione, invece, c’è Evolution Book. Estinguiti o sopravvivi, un libro a bivi che vi spronerà a decidere che bestia diventare – e a capire perché certe creature proprio non ce l’hanno fatta.


Daniel Keyes
Fiori per Algernon
(Nord)

Uscito nel 1966, il topolino Algernon e il “suo” scienziato riappaiono per Nord tirati a lucidissimo con il trattamento superlusso. Labirintico taglio colore! Risguardi matti! Un modo intelligente per rinfrescare un romanzo che vale la pena continuare a leggere.

A proposito di romanzi che appaiono con particolare cura nel confezionamento – e che possono tornarvi utili nel caso ci sia già dell’apprezzamento per le autrici: Noi di Christelle Dabos (e/o) e Katabasis di R. F. Kuang (Mondadori).


Jane Austen
I capolavori
(Newton Compton)

Per i 250 anni dalla nascita dell’autrice sono state più che legittimamente sfornate numerose proposte editoriali, spesso e volentieri rivolte a un pubblico giovane, vispo e assai abituato al taglio colore di cui sopra, alle copertine gradevoli da vedere e a un impianto di publishing meno polveroso rispetto a quello che noi rognosi e rognose millennial abbiamo esperito. In questo filone si inserisce anche il cofanetto completo delle opere di Jane Austen prodotto da Newton Compton con la curatela di Felicia Kingsley – cofanetto che da ragazzina, ve lo dico, mi sarebbe parecchio piaciuto ricevere. E invece.

Vogliamo esplorare la vicenda biografia di Jane Austen? Carolina Capria la ripercorre con precisione, affetto e passione in Per sempre tua: il mondo infinito di Jane Austen (Gribaudo).
Vogliamo frazionare i romanzi di Jane Austen per potercene gustare un frammento tutti i giorni? Liliana Rampello ha curato Un anno con Jane Austen (Neri Pozza), una raccolta di 365 scene memorabili, dialoghi e citazioni.
Servono strumenti per orientarsi meglio? Ecco qua la mappa letteraria di Orgoglio e pregiudizio (il Saggiatore).


Daniel Wallace
Big Fish
(il Saggiatore)

Traduzione di Silvia Lalia

Sempre ci accapiglieremo su trasposizioni e adattamenti, ma risalire ai materiali originali di film molto fortunati o emblematici è sempre un esercizio fascinoso. Ebbene, anche Big Fish arriva da un libro… ci uniamo al circo?

Altri recenti e curiosi esempi? Abbiamo K-PAX di Gene Brewer (Accento)Ammazzati amore mio di Ariana Harwicz per Ponte alle Grazie – da cui è stato tratto Die My Love, in arrivo al cinema – e Lezioni di chimica di Bonnie Garmus (di cui si era parlato anche qui).
Attori che scrivono? Minimum Fax ha appena tradotto The Book of Elsewhere di Keanu Reeves e China Mieville. Per approfondire vi rimando qui.


Ludovica Lugli
Le chiavi magiche
(Utet)

Ludovica Lugli ha scelto un sottotitolo pacato e modesto, che fa così: “Indagine di una lettrice su Elsa Morante e i suoi romanzi”. Non sta mentendo, perché Le chiavi magiche è esattamente un viaggio nei libri di Morante, in quello che ci hanno lasciato e in quello che potevano dirci sia di lei che della sua epoca, ma a quel “lettrice” avrei aggiunto “lettrice molto accorta, molto acuta, molto sveglia, proprio una brava lettrice”. Veniva lungo? Sì, ma ci voleva.

Un approccio più “visivo” al Morante-verso? Per Einaudi è uscito Album Morante, un volume curato da Emanuele Dattilo che raccoglie lettere, fotografie e parecchi materiali inediti che ricostruiscono il mondo e il contesto personale e culturale dell’autrice.
Un altro volumone fotografico einaudiano – che si posiziona saldamente nel solco della nostalgia mondana e cinematografica? Francesco Piccolo ha firmato e “organizzato” Paparazzi, una raccolta di un’ottantina di scatti emblematici dell’epoca d’oro della “dolce vita”. Non vogliamo scansarci da Cinecittà? Olivia Laing torna al romanzo con Lo specchio d’argento (il Saggiatore) e sceglie di ambientarlo proprio lì, sul set del Casanova di Fellini.


Jean Jullien
This Is Not a Book
(Phaidon)

“Qual è il tuo libro preferito?”: quando me lo chiedono rispondo sempre che è impossibile deciderlo, ma sto seriamente valutando di usare Jullien come grimaldello universale. È questo, il mio libro preferito. Tié.

Un rimedio alla domanda opposta? Quale mai sarà il peggior libro del mondo? Auroro Borealo ci viene in soccorso con Il libro brutto dei libri brutti (Blackie).


Mi sono di certo dimenticata almeno 37 tomi che in realtà avrei voluto includere ma spero vivamente di avervi risolto qualche grana – o almeno di avervi indicato una valida pista. Se ci avete preso gusto o vi va di espandere le opzioni, qui trovate le edizioni passate dei listoni di Natale:

Per i bambini e le bambine, vi incoraggio a consultare questa lista, la carrellata tematica sui mezzi di trasporto e i mezzi pesanti, la raccolta degli atlanti (e dintorni) e il focus sugli insetti.
Per un approccio estremamente funzionale e sintetico a quello che di consultabile c’è qui sul blog nella sezione LIBRI o nei circoletti dell’Instagram, ecco il link generale a tutte le vetrine. Sì, le aggiorno man mano e senza soluzione di continuità.

Vi bacio, vi ringrazio per l’attenzione e vi auguro efficaci soluzioni a ogni dilemma regalifero. Evviva!

La vita facile – in libreria per e/o con la traduzione di Edoardo Andreoni – è il romanzo d’esordio di Aisling Rawle, scrittrice irlandese under30 – avrà usufruito del celeberrimo sussidio governativo per artisti che così tanto pare aver sostenuto la creatività autoctona? Buon per lei, in tal caso – e racconta da cima a fondo una stagione di un reality show. Un po’ gioco delle coppie, un po’ survival, un po’ Grande Fratello.
I concorrenti, all’inizio, sono una ventina. Stanno in mezzo al deserto in un compound grande ma non sfarzoso e non hanno mai contatti con il pubblico – per intenderci, non c’è la serata settimanale con la diretta tv e le eliminazioni non dipendono dal televoto o dalla volontà degli spettatori. Devono svolgere delle prove collettive – obbligatorie per tutti – e delle prove individuali in cambio di premi tangibili. I premi sono oggetti che possono aiutarli a vivere meglio o a mangiare (si va dagli attrezzi alle bistecche) e assumono più o meno centralità a seconda della situazione “pratica” della comitiva. Chi dorme da solo viene eliminato all’alba, incoraggiando indirettamente a formare delle coppie il più possibile stabili (e rigorosamente etero).

Come in tutti i reality, c’è la strisciante spinta a rendersi interessanti e/o appetibili ai generosi brand che distribuiscono i premi – e che vanno ringraziati sonoramente -, ma per un lunghissimo lasso di tempo a tutti è proibito condividere informazioni personali o inerenti alla propria vita “fuori”. Quel che sappiamo del fuori, in generale, è poco, ma il mondo è inevitabilmente un brutto posto dove si tira avanti a fatica, c’è la guerra, si sta male – o sicuramente peggio che in un villone con la piscina dove ogni tanto puoi aspettarti di ricevere degli orecchini di diamanti per aver accettato di cagare per terra di fronte ai tuoi coinquilini.
I concorrenti sono invariabilmente giovani, belli o bellissimi e cementati in una dicotomia maschi/femmine che riporta le dinamiche sociali al possesso, al potere derivante dalla forza fisica e alla minaccia costante della violenza, dato che le regole di convivenza sono fondamentalmente auto-imposte. Un po’ burattini e un po’ pagliacci disperati, un po’ bamboline e un po’ Ken, tutti quanti cercano di sopravvivere e di capire che cosa diavolo ci sono andati a fare lì.
Noi giochiamo insieme a Lily, dotata di flessuosa beltà ma di limitate facoltà intellettive – lo dice lei e lo vediamo noi. Lily pare sprovveduta, indifesa e fondamentalmente inetta, oltre che priva di una direzione. È entrata perché fuori non era niente e adesso che è dentro teme che quel niente non dipenda dal contesto ma sia proprio roba sua. Avrà ragione? Quanto avanti arriverà, anche se non ha proprio niente da dire?

Non ero convintissima, all’inizio. Troppi personaggi sbozzati, troppa gente che ti appare indistinguibile e una “produzione” che non li mette a fare nulla di eclatante. Poi m’è venuto in mente che forse i reality sono un po’ così per davvero, quando si comincia. Il romanzo si riprende, man mano, e diventa in effetti uno spettacolo che si fa guardare proprio perché è orribile. Non ci fa onore, voler leggere (o voler guardare) quando le cose vanno a ramengo, i rapporti si deteriorano o il degrado esplode, ma credo sia proprio il punto della questione. Sono loro dentro o siamo noi fuori a fare più schifo? Ma soprattutto, chi crediamo di essere? Non stiamo forse partecipando anche noi?
Se vi aspettate grandi macchinazioni lasciate stare, Lily non è una stratega, non più di quanto potrebbe esserlo una bambina piccola dal senso etico labile – per forza di cose – e dallo spiccato istinto di sopravvivenza – per forza di cose 2. È un romanzo che ha però una certa capacità di ipnotizzare, la medesima dei prodotti tv che riproduce. Vi disgusterà, ma più per il rapporto rapace e viscerale con gli oggetti che per quello che si fa per ottenerli. A che serve, tutta questa roba? Oltre a una certa soglia, serve solo a farci un mucchio grottesco e inutile in mezzo a un prato bruciato. È vero per loro che stanno “dentro”….. e forse anche per noi che stiamo fuori.

Qui siamo nelle profondità di un WTF di notevoli proporzioni, ma a Li Kotomi bisogna riconoscere l’impegno: con Se vuoi nascere o no – in libreria per Mondadori con la traduzione di Anna Specchio – fa più burocrazia che filosofia, ma forse ci va anche bene così.
Dove siamo? In un Giappone coi taxi volanti a guida autonoma e i camerieri robot, in un futuro che ha superato discriminazioni di genere e/o orientamento e ha introdotto una regolamentazione piuttosto peculiare della gravidanza: ogni feto, nell’ultimo trimestre di gestazione, deve far sapere alla famiglia se intende o meno venire al mondo e la decisione deve per legge essere assecondata.

Tutta questa faccenda del consenso del feto alla nascita si basa sulla fantomatica scoperta di un linguaggio primordial-basilare che rende possibile la comunicazione e viene anche influenzata da un Indice di Difficoltà di Sopravvivenza che tiene conto della condizione specifica della famiglia ma anche delle asperità planetarie contingenti. Vuoi costringere a nascere un feto che ha deciso di evitarlo? Ti mettiamo in galera. Non pensi che il feto abbia gli strumenti per immaginare la sua vita futura e per decidere in maniera informata? Forse hai ragione, ma comunque devi obbedire – o camperai con uno stigma eterno.

Per aiutarci a sviscerare la situazione e a vederla da diverse angolazioni, Kotomi popola la storia di “casi” emblematici e il nostro punto di vista centrale è quello di una coppia di donne che aspettano una bambina, desideratissima e ci si augura anche propensa a nascere. C’è chi si oppone (anche con violenza) al sistema delle Nascite Consensuali, ma la società in blocco pare trovarlo civilissimo: è un diritto, da contrapporre a un passato governato dall’egoismo e dall’arbitrio genitoriale. Con che coraggio si potrebbe condannare alla vita un feto che dice NO? Sarebbe un’esistenza ritenuta automaticamente grama e ingiusta e quale famiglia vorrebbe macchiarsi di una prepotenza così crudele? Non è meglio rinunciare a nascere, se ci si rende conto che campare potrebbe rivelarsi semplicemente TROPPO difficile?

Il dilemma è affascinante e Kotomi produce abbondanti puntelli “pratici” e spiegotti procedurali per convincerci a riflettere insieme a lei, ma quel che succede è più che altro un giocone delle parti: c’è un impianto argomentativo per i pro e uno per i contro e ogni conversazione o dilemma interiore ruota sempre attorno ai medesimi punti. E parlano, in sintesi, solo di quello. Non c’è altro nel mondo, pare. Certo, da una coppia in attesa ci si aspetta una forte focalizzazione su quel tema lì, ma è un po’ bizzarro lo stesso. Sono personaggi o sono funzioni? Sono funzioni che esemplificano una posizione. Se vi va di pensarci su con loro è comunque un esercizio speculativo matto abbastanza da lasciarsi esplorare con interesse.