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Dunque, Tre nomi di Florence Knapp è uno di quei romanzi che si affacciano all’uscita in libreria con una lista già lunga di acquisizioni estere, diritti venduti ai quattro angoli del mondo e grande entusiasmo nel comparto degli addetti e delle addette ai lavori – un pubblico solitamente incline a pessimismo, fastidio e foschi stati d’animo. Knapp arriva qui in Italia nella traduzione di Federica Merati per Garzanti, che mi ha dato l’allegra possibilità di chiacchierare con l’autrice. Gli argomenti di conversazione non mancano, visto che il libro è sia dotato di una struttura curiosa che di un passo svelto e incalzante, oltre che di un ventaglio di relazioni e scogli affascinanti da seguire.

Ma come funziona?
Così.

Una madre, Cora, è chiamata a “registrare” il suo bebè all’equivalente britannico dell’anagrafe. In una giornata elettrica e tempestosa, esce con la figlia più grande e il bebè per occuparsi di questa commissione che dovrebbe essere di pura routine, visto che il marito – uomo dispotico e violento – le ha ordinato esplicitamente di battezzarlo col suo nome. Gordon “Sr” è certo che Cora gli ubbidirà e che la creatura tornerà a casa chiamandosi ufficialmente Gordon “Jr”. Cora, però, tentenna. Voglio davvero che raccolga l’eredità di quest’uomo che mi tormenta e mi riduce all’impotenza? Voglio rivedere lui ogni volta che guardo mio figlio? Voglio scaricare su un innocente questa tara generazionale fatta di cattiveria? Florence Knapp, a questo punto, ramifica la storia in tre, in base a come Cora finirà per chiamare il bambino. In un’iterazione opta per Bear – accogliendo il suggerimento caloroso e buffo della sorellina maggiore -, nella seconda lo chiama Julian – un nome che piace solo a lei e che ipotizza l’esistenza di un “padre celeste” migliore del padre di cui dispongono nella realtà – e nella terza si rassegna a chiamarlo Gordon. Come reagirà il padre? E chi diventeranno, di conseguenza, questi tre bambini? Knapp ci racconta le loro storie a partire dal 1987 e coprendo un arco di 35 anni, tornando a far visita a tutti quanti a intervalli di 7.
Per approfondire ulteriormente, ecco qua Florence che risponde con grande generosità alle mie domande.


I “se” sono sempre un argomento di riflessione affascinante, penso. Ed è anche molto umano guardarsi indietro per cercare di individuare una potenziale sliding-door, uno di quei bivi che hanno il potere di cambiare radicalmente una vita. Fa anche una gran paura, però, perché ci si accorge alla svelta che i fattori che rispondono al nostro controllo sono pochissimi. Ma ci aggrappiamo alla speranza. Scegliamo di credere che ogni cambiamento sia intenzionale, che dipenda da noi. La chiave che usi nel romanzo per sviluppare tre futuri diversi per lo stesso bambino è il nome, una variabile su cui non ha il minimo controllo. Sua madre, Cora, decide come chiamarlo e lui dovrà convivere con questa decisione per il resto della sua vita. Perché hai scelto un innesco di questo tipo? Che significato ha per te il nome di una persona?

[F. K.] – Credo di aver usato il nome perché i nomi hanno il potere di plasmare il modo in cui verremo “visti” dagli altri – e anche il modo in cui noi stessi ci percepiamo. Mettendo a confronto i tre filoni alternativi della vita di questo bambino, ciascuno determinato dal nome che gli è stato dato, sono riuscita a catturare le innumerevoli ramificazioni che una decisione di questo tipo può scatenare.

I nomi sono costrutti potentissimi – quando sentiamo il nome di qualcuno è un po’ come se aprissimo il cassetto di uno schedario. Nella nostra testa, chiamiamo a raccolta tutto quello che sappiamo di quella persona: come ride, come cammina, come ci fa sentire, che lavoro fa, di che colore ha i capelli, dove abita.  Credo che i nomi, in qualche modo, ci offrano più materiale rispetto a una fotografia, che cristallizza una versione statica di quella persona, in un’età specifica, in un momento e in un determinato stato d’animo.

Riusciremo davvero ad afferrare perché la scelta del nome per il bambino è un evento così carico di conseguenze solo esplorando un po’ meglio il mondo di sua madre. Com’è la vita di Cora, quando la incontriamo nel 1987, all’inizio del romanzo?

All’inizio della storia, ogni aspetto della vita di Cora è controllato dal marito. Quello che legge, quello che indossa, come può trascorrere le sue giornate. Lui vorrebbe che Cora assecondasse una consolidatissima tradizione di famiglia, dando il suo stesso nome al bambino. Ma la storia si frattura in tre filoni distinti quando Cora prende in considerazione altri due nomi, rifiutandosi di condannarlo a vivere nei panni di suo padre.

Nel 1987, la Gran Bretagna è stata investita dalla tempesta più violenta degli ultimi due secoli. Cora si sveglia e trova il mondo in subbuglio e, in un certo senso, avverte anche che il flusso “normale” delle cose ha subito una breve interruzione. Anche se ignorare i desideri del marito violento per chiamare suo figlio in un altro modo rappresenta un rischio, le circostanze insolite in cui si trova finiscono per darle coraggio.

Gordon, il padre, sembra vivere due vite completamente separate. Per il mondo “esterno” è un medico – un bravo dottore, affidabile e stimato -, ma a casa è un marito crudele, violento e dispotico. Nessuno è a conoscenza di questa vita domestica completamente nascosta, il che non fa che isolare Cora ancora di più. Sa benissimo che nessuno crederebbe a tutto quello che sta subendo e, da lettrici e lettori, ci troviamo in una posizione difficile: tifiamo per lei e vorremmo tanto vederla scappare da lì, ma dobbiamo anche capire perché per Cora sia quasi inconcepibile. È stato doloroso, da scrittrice, intrappolare un’altra donna in una situazione così tremenda? 

Sì, è stato incredibilmente doloroso. Anche se credo che, accompagnando Cora nella storyline di Gordon Jr, sono riuscita a comprendere meglio perché non riesca ad andarsene. A ogni snodo mi ritrovavo a pensare, Ecco, finalmente può scappare, adesso ci siamo. Ma poi riflettevo sulle potenziali reazioni di Gordon e ogni volta spuntava un nuovo muro che le costruiva davanti, un nuovo livello di controllo. Potevano essere gli abusi fisici e l’isolamento sociale, poteva privarla della sua indipendenza finanziaria o mettere in discussione la sua sanità mentale, poteva minacciare di portarle via i figli… diciamo che mi è sempre sembrato un sollievo potermi rifugiare negli altri due filoni narrativi, in cui la vita di questa famiglia offre più speranza – anche se gli ostacoli non mancano mai.

Perché hai scelto di lavorare su un intervallo temporale di 7 anni?

Seguiamo questa famiglia lungo un arco di 35 anni e ho saputo, sin da subito, che mi sarebbero serviti dei salti temporali piuttosto ampi, in modo da poter incontrare le versioni di questo bambino a intervalli ben scanditi, focalizzandoci con precisione sui momenti emblematici che lo plasmano, sia durante l’infanzia che nell’età adulta. C’è anche una teoria, ho scoperto, secondo cui il corpo umano si rinnova completamente seguendo cicli di 7 anni e mi è parso un buon punto di riferimento per un romanzo che, almeno in parte, parla anche di trasformazione.

Bear, Julian e Gordon crescono in tre ambienti molto diversi, determinati dalla reazione iniziale del padre. Anche negli scenari peggiori, la possibilità di costruire una “comunità” e di trovare sostegno diventa un pinnacolo di speranza. Cos’è la famiglia, allora? La vera speranza si può trovare nelle famiglie che ci scegliamo, nelle circostanze che decidiamo di creare per noi stessi?

La famiglia, nel romanzo, assume moltissime forme. Alcune sono più convenzionali – due persone che si innamorano e si costruiscono una vita insieme – ma mi è anche piaciuto scrivere di famiglie d’elezione, o di un nucleo in cui si stringono legami tra generazioni radicalmente diverse, o di una vicinanza che nasce da una passione comune. A parte il matrimonio di Cora, credo che la speranza e la gioia si possano trovare in ciascuna di queste configurazioni, per quando disordinate o imperfette siano.

Alcuni personaggi ricoprono un ruolo centrale nella vita di Bear/Julian/Gordon mentre, in altre iterazioni, sono presenze più evanescenti. Hai pianificato tutto sin dall’inizio o hai deciso strada facendo chi includere nel “cast” in maniera più incisiva?

C’era ben poco di scolpito nella pietra, all’inizio, anche se sapevo di voler giocare con l’idea che una decisione singola, come il nome da dare a un bambino, potesse influenzare quali persone diventeranno fondamentali per noi. C’è un personaggio che si chiama Lily e, in uno dei filoni della vita di questo bambino, lui si innamora di lei. In un altro, invece, le infligge un danno gravissimo. In un terzo, poi, le loro traiettorie si sfiorano a malapena.

Bear, Julian e Gordon imboccano strade separate, ma tutti e tre crescono con una paura molto radicata – o, almeno, con un dubbio fondato: siamo destinati a diventare come nostro padre? Mentre Bear e Julian rifiutano radicalmente questo scenario, per Gordon Jr è molto più complicato. All’inizio lo disprezziamo, in un certo senso, perché si schiera dalla parte del padre – il soggetto “potente” nella dinamica di famiglia -, anche se non dovremmo giudicare un bambino per le strategie di sopravvivenza che adotta…

Credo che Gordon Jr subisca una manipolazione atroce da parte di suo padre, che finisce per usarlo come un’arma. Non ha il pieno controllo sulla sua bussola morale e fa alcune scelte discutibili. Da adulto non può cambiare quello che ha fatto, ma ha la possibilità di decidere chi essere e come inserirsi nelle vite degli altri, da quel momento in poi. Non credo che abbia necessariamente il diritto di ottenere il perdono delle persone che ha ferito, ma trovo che ci sia della speranza, nel consentirgli di essere giudicato dal mondo per l’adulto che sceglierà di essere.

Sei sempre stata una “Florence” o c’erano altre possibilità? Per dire, io sono una Francesca ma dovevo chiamarmi Isotta – che qua da noi è un po’ meno comune. 🙂

Mi piacciono molto sia Isotta che Francesca – sono entrambi dei bellissimi nomi. Io sono sempre stata una Florence. Vorrei poter dire d’aver preso il nome dalla città, ma la verità è che mia madre, durante la gravidanza, aveva visto The Magic Roundabout, un cartone francese in stop-motion, e si era innamorata di questa Florence, un personaggio con delle scarpette bianche coi lacci.

Non si scrive (e non si legge) ma in uno spazio vuoto e indago sempre con grande curiosità le influenze altrui sul processo creativo. Libri, musica, film… cosa ti ha aiutata o ispirata durante il lavoro su Tre nomi?

Oh, adoro questa domanda. E sì, concordo in pieno.
Qualche esempio.
C’è un verso di Dancing in the Dark, una canzone di Bruce Springsteen, che dice “I check my look in the mirror / Wanna change my clothes, my hair, my face’. Mi sono resa conto, scrivendo, che continuava a girarmi in testa. Dopotutto, è una sensazione con cui sia Gordon Jr che Julian si ritrovano spesso a lottare.
Poi c’è Maya Angelou, che ci porta in posti scomodi, con i suoi libri. Da lettrice, però, mi ha sempre fatto sentire avvolta in una specie di bozzolo protettivo. Non so come ci riesca, ma credo dipenda dal calore e dalla bellezza delle parole che sceglie. Ci penso spesso – a come si possa trovare un equilibrio tra luce e oscurità.

Se anche a voi andrà di cercarlo, trovate Tre nomi in libreria. Grazie a Florence Knapp per la pazienza e la gentilezza e a Garzanti per averci messe in contatto.

In Quello che possiamo sapere – qui da noi in libreria per Einaudi nella traduzione di Susanna Basso –, Ian McEwan spacca il mondo in due. Da un lato c’è il presente dell’accademico che ci invita a seguirlo nelle sue ricerche e, dall’altro c’è il tempo abitato dai soggetti meticolosamente frugati. Si studia il 2014 – un passato per noi recente – da un lontano 2119, epoca ipotetica in cui quel che poteva andar male è già andato male. Il volenteroso Metcalfe, filologo specializzato nella letteratura e nella cultura del blocco 1990-2030, abita in un futuro di continenti sommersi e umanità sparpagliata, di equilibri politico-economici stravolti da un Grande Disastro. A produrlo son state sia le pessime decisioni dei governanti che il disinvolto superamento dei limiti della decenza sul fronte climatico e ambientale.

Metcalfe e i suoi contemporanei – compresi gli studenti che s’iscrivono senza troppa convinzione al corso che anima insieme alla compagna, anche lei accademica prediluviana – nutrono una fascinazione ambivalente per il periodo 1990-2030. Lo vedono come un’età magica in cui il benessere era ancora diffuso e si campava facendo meno fatica, ma giudicano anche con intransigente severità quegli antenati sciatti, egoisti e poco lungimiranti che hanno spianato la strada alla catastrofe globale. Che contributo alla creatività può aver dato della gente simile? Cosa si scriveva? Cosa si leggeva? Come si stava insieme? Che valore si può attribuire allo spensierato escapismo di quel tempo?

Con le biblioteche traslocate su picchi montani e in luoghi impervi – nella speranza di proteggerle da un altro innalzamento delle acque -, McEwan regala a Metcalfe un antico mistero da risolvere. E anche una fissazione che gli invade la vita. Un celeberrimo poeta di quel bel mondo perduto lì, infatti, ha composto una “corona” per festeggiare il compleanno della moglie. L’ha declamata a cena davanti a un gruppetto di amici e stop, nessuno ha mai più avuto l’opportunità di leggerla o di trovarla pubblicata da qualche parte. E ritrovare la “Corona per Vivien” di Francis Blundy diventerà la missione definitiva di Metcalfe.

Il coraggioso filologo ha qualche pista da seguire e, soprattutto, ha avuto modo di farsi un’idea che ritiene attendibilissima sia sui coniugi Blundy che sul circolo di amici e parenti che hanno presenziato alla fatidica e irripetibile lettura. McEwan gli fa raccontare per filo e per segno cosa è riuscito a ricavare dalla sovrabbondanza di fonti disponibili in un’epoca in cui un autore affermato sfornava libri a cui seguivano recensioni, apparati critici, conferenze e interventi filmati. Visto che l’autore affermato e i suoi sodali sono anche delle persone inserite in un contesto di comunicazioni che pian piano si avviano a una capillare digitalizzazione, però, da spulciare ci sono anche diari, lettere, e-mail, messaggi. Ed è proprio sul confine tra pubblico e privato che Metcalfe scava con disperata insistenza. Ci propone una ricostruzione biografica della parabola di Vivien e di Blundy, ma è evidente che qualcosa manchi. È quello, l’altro modo che McEwan sceglie per spaccare in due il mondo: c’è “l’idea” di Blundy e Vivien, ma cosa vogliamo saperne, in fin dei conti? La verità è quel che affiora o va cercata altrove? Come le terre sommerse del presente di Metcalfe, anche i soggetti della sua ricerca e le loro motivazioni più autentiche sembrano riposare sul fondo limaccioso di un abisso di mistificazioni, inganni e segreti.

Il romanzo ci offre un’attrezzatura completa da palombari ed è lì che ci trascina, con l’eterna promessa di un capolavoro poetico da riportare all’asciutto – magra vittoria nella desolazione che tocca ai discendenti di quella generazione felice e irresponsabile. Quella che sembra una pura indagine accademico-letteraria si trasforma in una sorta di tremendo giallo relazionale e ci ricorda che anche quello che può passare per un purissimo esercizio artistico arriva da un fondo scuro di contraddizioni e trappole fatte di corpo, mente e futuri spazzati via da accidenti imprevedibili.

Fatevi una cortesia e cominciate bene l’anno. Lo scafandro ve lo presta McEwan.

La vita facile – in libreria per e/o con la traduzione di Edoardo Andreoni – è il romanzo d’esordio di Aisling Rawle, scrittrice irlandese under30 – avrà usufruito del celeberrimo sussidio governativo per artisti che così tanto pare aver sostenuto la creatività autoctona? Buon per lei, in tal caso – e racconta da cima a fondo una stagione di un reality show. Un po’ gioco delle coppie, un po’ survival, un po’ Grande Fratello.
I concorrenti, all’inizio, sono una ventina. Stanno in mezzo al deserto in un compound grande ma non sfarzoso e non hanno mai contatti con il pubblico – per intenderci, non c’è la serata settimanale con la diretta tv e le eliminazioni non dipendono dal televoto o dalla volontà degli spettatori. Devono svolgere delle prove collettive – obbligatorie per tutti – e delle prove individuali in cambio di premi tangibili. I premi sono oggetti che possono aiutarli a vivere meglio o a mangiare (si va dagli attrezzi alle bistecche) e assumono più o meno centralità a seconda della situazione “pratica” della comitiva. Chi dorme da solo viene eliminato all’alba, incoraggiando indirettamente a formare delle coppie il più possibile stabili (e rigorosamente etero).

Come in tutti i reality, c’è la strisciante spinta a rendersi interessanti e/o appetibili ai generosi brand che distribuiscono i premi – e che vanno ringraziati sonoramente -, ma per un lunghissimo lasso di tempo a tutti è proibito condividere informazioni personali o inerenti alla propria vita “fuori”. Quel che sappiamo del fuori, in generale, è poco, ma il mondo è inevitabilmente un brutto posto dove si tira avanti a fatica, c’è la guerra, si sta male – o sicuramente peggio che in un villone con la piscina dove ogni tanto puoi aspettarti di ricevere degli orecchini di diamanti per aver accettato di cagare per terra di fronte ai tuoi coinquilini.
I concorrenti sono invariabilmente giovani, belli o bellissimi e cementati in una dicotomia maschi/femmine che riporta le dinamiche sociali al possesso, al potere derivante dalla forza fisica e alla minaccia costante della violenza, dato che le regole di convivenza sono fondamentalmente auto-imposte. Un po’ burattini e un po’ pagliacci disperati, un po’ bamboline e un po’ Ken, tutti quanti cercano di sopravvivere e di capire che cosa diavolo ci sono andati a fare lì.
Noi giochiamo insieme a Lily, dotata di flessuosa beltà ma di limitate facoltà intellettive – lo dice lei e lo vediamo noi. Lily pare sprovveduta, indifesa e fondamentalmente inetta, oltre che priva di una direzione. È entrata perché fuori non era niente e adesso che è dentro teme che quel niente non dipenda dal contesto ma sia proprio roba sua. Avrà ragione? Quanto avanti arriverà, anche se non ha proprio niente da dire?

Non ero convintissima, all’inizio. Troppi personaggi sbozzati, troppa gente che ti appare indistinguibile e una “produzione” che non li mette a fare nulla di eclatante. Poi m’è venuto in mente che forse i reality sono un po’ così per davvero, quando si comincia. Il romanzo si riprende, man mano, e diventa in effetti uno spettacolo che si fa guardare proprio perché è orribile. Non ci fa onore, voler leggere (o voler guardare) quando le cose vanno a ramengo, i rapporti si deteriorano o il degrado esplode, ma credo sia proprio il punto della questione. Sono loro dentro o siamo noi fuori a fare più schifo? Ma soprattutto, chi crediamo di essere? Non stiamo forse partecipando anche noi?
Se vi aspettate grandi macchinazioni lasciate stare, Lily non è una stratega, non più di quanto potrebbe esserlo una bambina piccola dal senso etico labile – per forza di cose – e dallo spiccato istinto di sopravvivenza – per forza di cose 2. È un romanzo che ha però una certa capacità di ipnotizzare, la medesima dei prodotti tv che riproduce. Vi disgusterà, ma più per il rapporto rapace e viscerale con gli oggetti che per quello che si fa per ottenerli. A che serve, tutta questa roba? Oltre a una certa soglia, serve solo a farci un mucchio grottesco e inutile in mezzo a un prato bruciato. È vero per loro che stanno “dentro”….. e forse anche per noi che stiamo fuori.

La buona notizia è che nell’universo narrativo di Michael McDowell torna a comparire un fiume e questo fiume si butta nel Perdido – o lo accoglie? Non me lo ricordo ma non importa, tutto sommato. Il bacino idrico è assimilabile a quello di Blackwater e, per quanto le atmosfere e la resa tematica siano nuovamente quelle del gotico del meridione statunitense, lì non ci arriviamo, desolata. Va però aggiornata la mia personalissima classifica di gradimento di McDowell (anche questa volta in libreria per Neri Pozza con la consueta confezione curata splendidamente da Pedro Oyarbide):

1 – Blackwater
2 – Luna fredda su Babylon
3 – Gli aghi d’oro (il pezzo era qui)
4 – Katie (il pezzo era qui)

Arrivando da Katie, questa storia (uscita in origine nel 1980 e inquadrata in quell’epoca) pare un prodigio. C’è una famiglia già sventuratella di coltivatori di mirtilli che vive sulle rive dello Styx e sbarca il lunario in una dignitosa e affabile indigenza. La cittadina di Babylon viene sconvolta dall’omicidio inspiegabile e cruento della piccola di casa, una conclamata povera stella. Nonna e fratello giurano vendetta e puntano il dito – apparentemente senza prove reali – sul rampollo arrogante che ha ereditato la banca cittadina. Li ascolteranno? Ovvio che no, perché in un posto simile – o forse da tutte le parti – anche la buona reputazione si compra.

McDowell torna a servirsi di umidità, contee che nascondono sacche d’insondabile mistero e truculentume assortito, ma credo sia il ricorso all’elemento sovrannaturale che ci riporta in un territorio apprezzabile.
Poteva stare in piedi anche con un 40% di pagine in meno? Ma certo.
I prodigi a cui assistiamo risultano profondamente radicati? Non credo.
È una storia di ripristino della giustizia e di correzione di torti imperdonabili e, anche se gli aspetti “operativi” hanno un loro fascino, è come se mancasse un pezzo. Da dove viene quella forza oscura? Sono le condizioni ambientali – molto meno “magiche” di quelle del Perdido? È il puro sentimento della vendetta? È roba covata invisibilmente da generazioni? Non è chiaro.
Insomma, molto mestiere e un buon livello di soddisfazione complessiva – nonostante le lungaggini e i numerosi “perché sì” che bisogna gestirsi se si vuole partecipare alla vita di Babylon.

Se volete ascoltarlo, è disponibile nel catalogo Storytel con una provvidenziale lettura di Antonella Civale.

Arrivo con la consueta tempestività – così fulminea che è già uscito il seguito, La malacarne -, ma pigliatemi come sono. La malnata di Beatrice Salvioni (in libreria per Einaudi Stile Libero) è stato un esordio lavorato e comunicato assai bene e uscito in cento traduzioni praticamente all’istante.
È una storia lontana nel tempo – siamo a Monza negli anni del fascismo e dei primi slanci bellico/coloniali – ma raccontata principalmente attraverso un’amicizia sghemba
e un legame adolescenziale più forte di ogni circostanza avversa, pregiudizio provinciale e disparità socio-economiche. Francesca è figlia di una famiglia distinta – anche se meno ricca di un florido “prima” – e Maddalena, la Malnata del titolo, è figlia di una serie di disgrazie di cui viene per comodità ritenuta responsabile. Francesca è stata addestrata a diventare una signorina a modo che non produce chiacchiere e non fa fare brutta figura alla sua famiglia, mentre l’altra gira scalza in riva al Lambro e risponde a una bussola morale decisamente meno allineata ma solidissima. Diventano amiche per far esistere questo romanzo, che trotta al passo delle loro ginocchia sbucciate.

Non si sa chi addomestichi chi, ma vederle costruire un fronte di coraggio comune ne infonde anche un po’ a noi – e anche a me, che tollero poco e male le bambine magico-ribelli e le bambine timorate e obbedenti. È una dinamica che abbiamo già letto, ma il contesto circostante aiuta a renderla viva, con una manciata di personaggi che non saranno tredicimila ma riescono a ritagliarsi un senso e un po’ di cuore nell’economia generale della storia. A me non frega niente di acchiappare le lucertole o di rubare le oche, ma si tifa sempre per chi ci vede meglio di noi e la paura ce la fa dimenticare almeno per un po’ – anche se quella di crescere resta. 

Per far funzionare Destinazione errata di Domenico Starnone – in libreria per Einaudi – bisogna stabilire all’istante che il protagonista è un poveretto. Se partiamo da quel presupposto lì, se decidiamo che lui è un mollusco, un pavido, un inetto e anche un viscido opportunista si può procedere, altrimenti è un po’ complicato seguirlo e credere in questo inspiegabile harakiri sentimentale.

Cosa succede. Il poveretto in questione fa lo sceneggiatore e lavora in prevalenza con questa Claudia a una serie che s’è inventata lei. Invece di scrivere “ti amo” alla moglie – intelligente, in carriera, bellissima – lo scrive per sbaglio a Claudia e Claudia gli risponde subito una roba tipo “finalmente ti sei deciso!”. Ciò basta a sprofondarlo in un vasto panico esistenziale.
Non sappiamo cosa Claudia ci trovi, in questo qui, ma a quanto pare lo ama in silenzio da un pezzo. Anche lei è sposata e dotata di prole. Lui, che di figli ne ha tre e che adora sua moglie – ricambiatissimo – e gode dell’ammirazione che la sua famiglia visibilmente perfetta suscita negli altri, non ha manco mai percepito Claudia come un potenziale oggetto del desiderio, ma tanto basta. Lei lo lusinga con questa confessione e lui, anche se non l’ha praticamente mai guardata in faccia e nemmeno si ricorda di che colore ha i capelli, decide che non può ferirla dicendole “scusa Claudia ho sbagliato a pigiare non era per te quel ti amo lì”. Visto che la semplice verità tende a spezzare le tibie alle storie, questo tentativo d’avventura extraconiugale viene sviscerato nel libro nell’arco di un’impervia settimana.

Due sventurati. Sia presi singolarmente che assieme. Claudia è sventurata anche affiancata al marito, si insinua lentamente nel corso della narrazione, ma lui no – ci pensa da solo. Quanto può tediarci la felicità per andare a incistarci in una situazione così mesta? Ma che ci frega di limonare nei portoni, a quasi quarant’anni, imponendoci pure una passione che non è mai esistita e che rantola per tirare la testa fuori da un oceano di Lego Duplo?
L’aspetto innovativo, qua, è che si rovescia una verità istintiva ben radicata: il corteggiamento è romantico, il corteggiamento è pieno d’emozione e di passione travolgente che spazza via la ragione e t’invade la vita. Il corteggiamento è quel momento che si racconta perché mai più forse ci si amerà con così tanta foga e sprezzo del pericolo. Starnone ce l’ha presente, questa faccenda, ma alza la mano per dire no, non sotto la mia giurisdizione. Guarda che tristezza, che meschini problemi pratici, che pulsioni fiacche. Non è un romanzo sulle corna o una storia di relazioni, è speculative-fiction con due persone in crisi di mezza età al posto di alieni, civiltà al collasso e androidi senzienti. Il cuore di questo libro non sta nel pretesto narrativo del messaggio spedito alla persona sbagliata, ma sta forse nella rappresentazione di un corteggiamento brutto, nato da una noia millenaria e da uno struggente complesso d’inferiorità – mi dedico a Claudia, che pare aver davvero bisogno di me. Occorre essere disperati davvero – o troppo felici – per sperare di dare uno scrollone alla propria vita con una storia d’amore così. E lui, che ha l’unico talento di complicare il semplice, meriterebbe una sediata sui denti meno obliqua di quella che gli offre Starnone. Resta il santo patrono delle corna? Sì, ma dovendo scegliere continuo a tifare per Lacci.

Gli antropologi di Ayşegül Savaş – tradotto da Gioia Guerzoni per Gramma di Feltrinelli – non fornisce connotazioni geografiche precise. Non si sa dove vivono, Asya e Manu, e non sappiamo nemmeno da dove arrivano. Quel che conta sono le distanze.
Lei fa la documentarista, lui lavora in una no-profit. Stanno insieme dai tempi dell’università e non condividono una lingua madre comune, perché anche fra di loro esisteva, in partenza, una distanza.
Si amano, hanno scelto una città ed è lì che vorrebbero mettere radici – cominciando magari col mollare l’appartamento in affitto per comprarne uno che somigli di più a chi sono diventati. Una decisione pratica, ma anche molto simbolica: siamo lontani da “casa” da anni, ma nulla di questo paese nuovo ci appartiene ancora. Cosa ci succederà quando potremo dire che il posto dove abitiamo è “nostro” – mutuo permettendo? Vuol dire che indietro non torneremo mai?

Che esista un oceano a separarvi dalla vostra casa d’origine o che vi troviate a un’ora di macchina dal quel che c’è ancora della vostra famiglia, Asya e Manu concretizzeranno col loro piccolo mondo tante delle emozioni contraddittorie che accompagnano la lontananza. Oscillano tra il bastarsi – con i rituali soddisfacenti di una quotidianità ordinata – e la ricerca di nuove connessioni. Hanno un caro amico, l’unico, expat anche lui, con cui cincischiano serenamente in uno spazio urbano che li include ma li fa comunque sentire sempre estranei. Ricevono aggiornamenti su nonne anziane, fratelli e nipoti che non vedono invecchiare o crescere con l’assiduità della presenza costante e si sentono sia sollevati che progressivamente sempre più disancorati. Accolgono le rare visite dei genitori e ne escono sfibrati, perché si sentono in dovere di rassicurarli sul fatto che sì, stanno bene, ma non vogliono nemmeno che se ne vadano pensando che stanno molto meglio lì, senza di loro. Si sentono in colpa perché non possono precipitarsi all’ospedale se qualcuno sta male ma sono anche consapevoli del benessere che ricavano da quel presente che hanno saputo costruire in piena autonomia. Devo continuare? Ci siamo capiti. Che siano 75km o che ci voglia un volo intercontinentale, questo è.

Di etnie e popoli non si parla in questo romanzo, perché siamo nell’ambito di una migrazione “privilegiata” e la scelta, anche, è quella di indagare il concetto universale di legame di famiglia. Se Savaş inserisse nel quadro una specificità geografica, la storia finirebbe probabilmente per arenarsi in un ginepraio di potenziali fraintendimenti. Non si vuole commentare come si sta in un certo paese, arrivandoci da expat, o stabilire confronti tra la società di partenza e quella d’arrivo. Si fa dell’altro – e lo si fa con struggente e delicata precisione, pur mantenendo dei contorni sfumati. 
Il percorso di distacco e di creazione di un nucleo nuovo di affetti e punti di riferimento rompe gli equilibri, deforma il tempo e mette in discussione l’idea stessa di “casa”. Asya e Manu sono un microcosmo autosufficiente, ma sono solidi abbastanza da potersi permettere qualche ambizione. Vogliono pensare al domani, continuare a costruire qualcosa lì dove si trovano, ma sono anche avviluppati in una malinconia che li obbliga a non guardarsi indietro con leggerezza. Gli altri sono rimasti, perché noi non ci siamo riusciti? Ci incoraggiano e parlano di noi con orgoglio, ma non sarebbero più contenti se vivessimo al piano di sotto? Nemmeno un nipotino volete farci? Certo, lo vedremmo crescere come vedete invecchiare noi, da lontano, ma è comunque meglio del vuoto che avete lasciato. Non vi stiamo rimproverando, lo diciamo perché vi vogliamo bene…

Asya e Manu, insomma, sono sia disancorati che pronti a mettere radici in un terreno d’elezione e questo stato di sospensione li fa sentire trasparenti, ancora di passaggio. Osservano attentamente, prendono le misure – alle case che visitano come alle persone che incontrano. E studiano quel mondo nuovo come una minuscola squadra di rigorosissimi antropologi.
Che bel magoncino, signora mia. 

Cos’è, questo Rifiuto di Tony Tulathimutte – uscito qui da noi per e/o con la traduzione di Vincenzo Latronico?
È un romanzo di racconti, più una meta-appendice finale in cui l’autore si fa rifiutare il libro da una casa editrice. Le storie stanno in piedi pure da sole, ma contengono personaggi e rimandi che appaiono anche nelle altre.

Mondo?
È sia il nostro che quello incistatissimo e ultra-tribale delle comunità digitali. Ci trovate il dating (più o meno) online, il porno, i videogiochi, gli incel con le spalle strette, i tech-bro startuppari fanatici, i collettivi universitari che decostruiscono e problematizzano anche un toast al formaggio, i maschi che si considerano più femministi delle femministe, i segaioli stravolti, la gente che decide di non avere un’identità e se ne crea così tante sui social da trasformarsi in un mito o in una cospirazione, le ragazze sole che si aggrappano a uomini che se le fiondano una volta e poi dicono “cavolo, hai frainteso, ci tengo troppo alla nostra amicizia”.
Sono tutte persone incastrate e storte che si sentono troppo bizzarre per trovare una nicchia di vera appartenenza e che, allo stesso tempo, non desiderano quella solitudine e non l’hanno chiesta. Sono certe di essere impossibili da amare o da capire, di essere troppo o troppo poco e si rifugiano in un vittimismo paradossale che è talmente egoriferito e “chiuso” da smentire il loro desiderio di base – trovare qualcuno che le veda, che le capisca, che se le pigli e le faccia sentire normali, una buona volta. Al “povera/o me” s’attacca tutto il discorso dell’identità, che Tulathimutte spezzetta in un gran sistema solare di auto-marginalizzazioni e di traumi specifici, sbandierati per accumulare ancora più punti-compassione e non per combattere le iniquità – reali e zeppe di implicazioni – con la forza di un collettivo. Che altro avrebbero, altrimenti?

Che c’entrano gli spazi digitali? Parecchio, perché se nel mondo “reale” e in mezzo alla gente si appare all’istante alieni e inadeguati, invasati con roba che non conosce nessuno o cronicamente sfigati e soli, online si può fare a meno del corpo, si possono mediare le interazioni per farle diventare gestibili, si può ripartire da zero – mascherandosi da altro – e spremere dopamina dai cuori che arrivano. Ci si rappresenta e ci si racconta, si separano gli ambienti per fare in modo che almeno uno diventi vivibile, ma ci si può ingannare fino a un certo punto – perché il corpo, volenti o nolenti, c’è. 
Sono anche posti in cui la rabbia trova una destinazione e viene nobilitata dalla ricostruzione di una rete di punti di riferimento – questo contesto ha rigettato anche te? Perfetto, vieni qua che siamo già parecchi e, a ben pensarci, forse abbiamo ragione noi. Nessuno è felice della sua condizione, ma non è un patimento passivo e arrendevole: contiene sempre la convinzione – più o meno ben riposta – di aver subito un’imperdonabile ingiustizia.
Qua dentro c’è molto sesso, ci sono kink considerati irricevibili dagli stessi personaggi che quelle pulsioni le provano, ci sono fantasie che si dilatano fino all’assurdo più totale e c’è roba obiettivamente schifosa che, per accumulazione estremamente fantasiosa, trasforma il libro in una succursale di Rotten che, oltre al corpo, comprende anche le relazioni umane.

Il linguaggio?
Ha tradotto Latronico e, anche senza aver visto il materiale di partenza, quel che ha dovuto gestire non è solo l’inglese, ma anche un’abbondanza di gerghi specialistici da subculture del web, il miscuglio di slang e brevità delle chat “chiuse”, l’aziendalese, il motivazionalese e lo spogliatoiese. Non sono certissima che qua dentro si batta il record mondiale dell’utilizzo del termine “sborra”, ma qualche soldo ce lo metterei. Dev’essere stato un lavoraccio e molte decisioni gestionali si sono visibilmente rese necessarie, ma fila via in una maniera che in italiano suona plausibile.

Non so quanto senso abbia – dato il tema e il passo del libro – star qua a proporre dei trigger-warning ma, se siete di costituzione delicata e cercate storie confortevoli ed edificanti, non credo che vi convenga molto tentare. 
Per tutti gli altri, Rifiuto è doomscrolling a forma di romanzo. Fa ridere, fa vomitare, fa impressione (sia per inventiva che per schifo e arguzia), fa satira, esaspera profondamente, ipnotizza come un incidente stradale e non somiglia a niente. Non vuoi neanche immaginartela della gente del genere, ma vuoi andare avanti a leggere. È un libro strutturato in modo da farvi sentire, sviscerare e trovare problematiche, disoneste e strumentali tutte le campane. Quel che le accomuna è che suonano irrimediabilmente a morto e il funerale potrebbe diventare il nostro – sempre che non lo sia già.

 

Reduce da Tutto è meraviglia di Ann Napolitano e con il Piccoledonnometro già in modalità NON DI NUOVO VI SCONGIURO ho affrontato con titubanza e una certa diffidenza il secondo romanzo di Coco Mellorsil primo, Cleopatra e Frankenstein, mi era complessivamente garbato e ne potete leggere qui, senza la partecipazione di Jacob Elordi o di Guillermo del Toro. Napolitano, bisogna dirlo, è arrivata con un annetto d’anticipo e di questo Coco Mellors non ha colpa. I due romanzi, in fin dei conti, hanno in comune solo la presenza di quattro sorelle protagoniste e, nel caso di Blue Sisters – in italiano lo troviamo sempre da Einaudi Stile Libero con la traduzione di Carla Palmieri –, non c’è nemmeno l’intento di incistarsi nelle caratterizzazioni di Piccole donne per creare dei personaggi contemporanei che sembrano condannati dall’infanzia a rimanere incatenati a una specie di vocazione monolitica. Insomma, è un paragone che non ha senso ma che per istinto m’è venuto da fare.

Rogne mie a parte, le sorelle Blue di Mellors – che fanno così di cognome ma sono anche caratterialmente un po’ “blue”, tristi e angustiate – raccolgono a vario titolo uno spiccato talento dinastico per le dipendenze, pur riuscendo mediamente a eccellere in campi molto disparati. 
La prima fa l’avvocata corporate a Londra, s’è sposata felicemente con la sua terapista, è piena di soldi, è sobria da 10 anni e si è lasciata alle spalle un periodo turbolento trascorso in California a farsi le pere.
La seconda faceva la pugile e ha vinto i mondiali.
La terza era un cuore d’oro ma è morta d’overdose da oppiacei tagliati male che prendeva per tenere a bada l’endometriosi.
La quarta ha iniziato a 15 anni a fare la top model.

Cosa succede? Le ritroviamo tutte, sparpagliate e sconvolte per il mondo, un anno dopo la sfortunata dipartita di Nicky. Devono gestire il lutto, la disgregazione definitiva di una famiglia che non ha mai potuto contare su una guida genitoriale solida e le difficoltà che singolarmente le affliggono. La madre, dal niente, informa le sorelle superstiti che intende vendere l’appartamento a Manhattan in cui sono cresciute e dove Nicky è morta. Chi può vada a sbaraccare. Ed è lì che si rivedranno per creare un sistema gravitazionale nuovo. Con immane fatica e numerosi rosponi da sputare.

Sfida un po’ la nostra disponibilità a consegnarci al romanzesco, questa tripletta di successi fuori scala. Per quanto Mellors le azzoppi con droghe, alcolismo e fanatismi sportivi – che fanno del dolore un’altra sostanza che ti risucchia – le Blue sono fin troppo speciali, credo. Dovrebbero essere le dipendenze, che colpiscono indiscriminatamente, a farle tornare sulla terra e a renderle degli esseri umani che possiamo percepire come autentici, ma non per tutte funziona e spesso è l’artificio che prevale.
Mellors ha una sua parabola personale di conquista della sobrietà e non possiamo che gioirne per lei. Qui dentro, il tema si infiltra ovunque e ci trasmette a pieno la potenza di un’ossessione e di una sfida fisica e mentale. Se, da una parte, mi rendo conto che una persona possa finire per diventare la sua dipendenza, dall’altra si fatica a sentirlo reiterare più o meno allo stesso modo per la maggioranza schiacciante delle figure che partecipano a una storia.
Resta però bello sentir parlare i personaggi, è splendido sentirli litigare. Non ho idea di come sia avere una sorella, ma è in quel legame elettrico e negli equilibri sempre fluttuanti del “gruppo Blue” che il libro trova la sua anima e un passo vivo, sincero. Quando Mellors permette a tutte di dimenticare cos’hanno buttato giù, chi fanno finta di essere, quali successoni mirabolanti hanno raggiunto. È lì che ci credi e che le vedi. Non perché ti devi immedesimare, ma perché somigliano a delle persone smarrite. E nel vuoto si prova sempre ad allungare una mano.

Di Laurent Binet avevo già apprezzato moltissimo HHhH – una ricostruzione romanzata dell’Operazione Antropoide, l’attentato a Praga a Heydrich ma me l’ero poi un po’ perso per strada. Nonostante le mie negligenze, mi pare che non abbia mai smesso di dilettarsi con la storia (più o meno lontana) e di collaudare generi diversi. Prospettive – in libreria per La nave di Teseo con la traduzione di Anna Maria Lorusso – mi ha allegramente ripescata da una palude estiva di letture non proprio brillantissime per depositarmi nella velenosa Firenze dei Medici. Qualcuno ha ammazzato il Pontormo e tocca a Giorgio Vasari – solertissimo servitore di Cosimo I – scoprire chi è stato….. e magari anche com’è davvero il muro di San Lorenzo a cui l’artista si è dedicato in gran segreto per più di dieci anni.

Visto che a contare non è solo la materia narrativa ma anche l’esecuzione – così come ai pittori tocca imbroccare il soggetto ma anche dimostrare d’avere una buona mano -, Binet s’inventa una struttura epistolare vivacissima e polifonica, mettendo in piedi un esperimento manieristico che ben si sposa con gli interrogativi “metodologici” della Firenze del tempo – Dürer ha corrotto il nostro sguardo! Savonarola aveva ragione!!1!!1!! Che fine ha fatto il salubre rigore prospettico!!1!

Il Pontormo, in realtà, non è stato assassinato da nessuno e il giallo che Binet confeziona è farina del suo sacco. Si serve però con disinvolto divertimento delle beghe politiche, dell’atmosfera cittadina, delle istanze del popolo minuto, dei conflitti e delle ingerenze fra poteri e butta tutto nel mortaio insieme a un “cast” illustre – da Michelangelo a Cellini -, spaccato da divergenze spirituali, dispetti, vendette e convinzioni profonde (e non sempre conciliabili) sul ruolo dell’arte. Si dipinge per rendere gloria al Creatore o per compiacere il mecenate di turno? E quanto “nude” dovrebbero essere, le creature dell’Onnipotente?

Il ciclo di  San Lorenzo del Pontormo è andato perduto, ma Binet ha saputo scovare (e rimaneggiare) un garbuglio avvincente. Il risultato è piacevolissimo, ricco di dettagli e di umani patemi – per quanto la risoluzione del giallo sia un tantinello estrema. Vasari, che vide davvero gli affreschi, li giudicò orribili, sguaiati e inopportuni e solo in una seconda stesura delle Vite si convinse a inserire il Pontormo fra i suoi grandi – voi, però, non aspettate il benestare di Cosimo I per leggere quel che vi pare. 😎