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“Regala un libro che non sbagli mai”: MADORNALE ERRORE, TRAGEDIA, MENZOGNA!
Donare un libro è potenzialmente meraviglioso, ma bisogna metterci del doveroso impegno e lasciarsi pervadere dalla nobile necessità di assecondare – o almeno di intuire – gli interessi altrui. È anche un po’ per favorire questa sana ricerca di argomenti e aree di curiosità che, specialmente a Natale, tendo a procedere per temi ben riconoscibili. Quando si può, provo anche a individuare delle edizioni “importanti”, perché mi preme farvi fare doppiamente bella figura. Ma guarda, questo libro è perfetto per me ed è pure MAGNIFICO a vedersi! Ecco, non sempre si arriverà a quest’intersezione eccellente tra contenuto e involucro – che poi è anche un po’ la definizione condivisa di “strenna” – ma vale la pena tentare.
Altre note metodologiche? Non necessariamente troverete solo novità freschissime – perché i libri, per nostra fortuna, non scadono. Sì, i link puntano ad Amazon – ma se non vi va di comprare lì e di convogliare ESORBITANTI % di affiliazione nella mia direzione potete felicemente segnare tutto e rivolgervi alla vostra libreria preferita.

Procediamo?
Procediamo, che queste premesse non ha mai voglia nessuno di leggerle.


Giampaolo Barosso
Dizionarietto illustrato della lingua italiana lussuosa

Elliot

Gramolazzo! Caccugnare! Lampasco! E suppergiù altre 2000 voci qui collezionate, spiegate e commentate con sagace ironia e un autentico gusto per la stravaganza linguistica.
Per chi coltiva una vivace passione per la lingua italiana ma – grazie al cielo – è immune da pretenziosità e parrucconerie.


Jenny Uglow
Il libro di Quentin Blake
L’ippocampo
(Traduzione di Paolo Bassotti)

Uno splendido compendio per immagini della carriera e della vita professionale (e non) di uno degli illustratori più amati della galassia tutta, dagli esordi al sodalizio leggendario con Roald Dahl.
Per chi ha voglia di curiosare nell’archivio di un artista che ha profondamente popolato il nostro immaginario, accompagnando le storie della nostra infanzia con estro e accuratissima crudeltà. 🙂


James Mottram
Jurassic Park – The Ultimate Visual History
Insight

Inaugurata nel 1993 da Spielberg – su materiale romanzesco di Michael Crichton – la saga di Jurassic Park ci ha accompagnato in varie vesti fino a pochi mesi fa, con il terzo e ultimo capitolo dell’inevitabile reboot che tocca a tutti i prodotti di successo delle nostre infanzie. Questo volume – che fa parte del catalogo favolosamente pop di Insight – è una gloriosa cronaca del backstage del primo film e chiude simbolicamente il cerchio ospitando anche i contributi di Sam Neill, Laura Dern e Jeff Goldblum, oltre a una valanga di fotografie inedite e “documenti” di lavorazione.
Per chi ama i libroni dedicati al cinema e continua a non accettare i dinosauri con le piume. Sì, vi sto specificamente segnalando l’edizione originale in inglese.


Omero
Odissea
Blackie Edizioni
(Traduzione di Daniel Russo)

Blackie inaugura con questa prima illustrissima uscita il suo filone dei “Classici Liberati” AKA un progetto che ambisce a conciliare rigore filologico e accessibilità, riconsegnandoci i testi fondanti della nostra cultura in una chiave ad alto tasso di godibilità, senza sminuirne la profondità o semplificarne la portata. Come si fa? Ottima domanda. Blackie si affida qui alla traduzione di Daniel Russo, basata sulla versione in prosa di Samuel Butler – celeberrima per la sua eleganza e leggibilità – e a un impianto iconografico giocoso e puntuale, senza tralasciare annotazioni e commento.
Per chi a scuola ha sofferto ma vuole rifarsi, per chi già ama i classici e vuole continuare coltivarli.

Bonus track: Daniel Russo che parla del lavoro sull’Odissea chez Tienimi Bordone.
Bonus track inevitabile, visto che parliamo di Blackie: il famigerato (e regalabilissimo) quaderno dei compiti delle vacanze per adulti c’è anche quest’inverno.
Bonus track correlato, visto che abbiamo tirato in ballo un libro “interattivo”: era uscito quest’estate per accompagnarci sotto l’ombrellone, ma i casi da risolvere di Scena del crimine continuano ad essere una valida idea per chi apprezza gialli e rompicapo.


Janina Ramirez
Divine – 50 storie meravigliose di dee, spiriti e streghe
Nord Sud Edizioni

Dalle valchirie a Medusa, da Rangda a Venere, un’indagine splendidamente illustrata sul rapporto tra femminilità e trascendenza. Il libro cataloga le sue cinquanta “dee” per aree tematiche – Guida e governo, Nuova vita, Morte e distruzione, Amore e conoscenza, Natura e animali -, passando in rassegna le mitologie e la storia di un ampio ventaglio di popoli e culture.
Per chi sta costruendo una biblioteca femminista, per le fattucchiere del vostro cuore e per chi apprezza leggende e folklore.


Barbara Sandri & Francesco Giubbilini
Progetto grafico di Camilla Pintonato

Il gallinario
Quinto Quarto

Dunque, vorrei in realtà segnalarvi Quinto Quarto in blocco, ma uso questa esaustiva enciclopedia delle galline come testa di ponte. Non so cosa ci sia nelle scelte grafico-visuali di Camilla Pintonato, ma questo libro mi mette addosso una serenità indescrivibile – e il serraglio è in via d’espansione, pure. Volete dedicarvi agli ovini? Perfetto, c’è Il pecorario. Vi piacciono i maiali? Ottimo, c’è Il porcellario.
Per chi sogna di governare una fattoria ma sta in 34mq a Milano e per chi ama la saggistica zoologica ben illustrata (in tutti i sensi).


Jean Giono (con le illustrazioni di Tullio Pericoli)
L’uomo che piantava gli alberi
Salani

Una caparbia impresa solitaria – portata avanti con l’unico intento di far tornare a vivere un territorio disgraziato – che non smette di scaldare il cuore e di generare edizioni stupende. Qui il testo di Giono è accompagnato dalle illustrazioni di Pericoli, che si trasformano in una sorta di narrazione parallela – con tanto di musica da ascoltare grazie a un QR.
Per chi non abbandona la speranza e crede ancora nel potere della generosità disinteressata.


Cecily Wong & Dylan Thuras
Food Obscura – Guida alle meraviglie gastronomiche del mondo
Mondadori
(Traduzione di Manuela Faimali e Teresa Albanese)

La versione gastronomica del beneamato Atlas Obscura promette di condurvi ai quattro angoli del globo alla scoperta dei cibi e delle specialità più intriganti.
Per chi ama viaggiare, sperimentare mangiando ed esplorare luoghi insoliti.


Craig A. Monson 
Suore che si comportano male
Il saggiatore

(Traduzione di Luisa Agnese Della Fontana)

Geniale copertina che rende omaggio a Cronaca Vera e contenuto di raro rigore storico, per quanto si parta da premesse indocili e riottose. Scandagliando registri e una vasta documentazione d’archivio, Monson costruisce qui una hall of fame delle monache italiane che fra il XVI e il XVIII secolo cercarono di ribellarsi – talvolta violentemente – alle imposizioni di una vita che non avevano scelto.
Per gli spiriti liberi di ogni tempo, per chi mal tollera soprusi e costrizioni, per chi ama la saggistica storica più spigliata.


Comics & Science – Vol. 1 e 2
A cura di Roberto Natalini e Andrea Plazzi
Feltrinelli

I due volumoni di Comics & Science raccolgono l’immenso lavoro divulgativo portato avanti dal 2012 dal CNR in collaborazione con una folta schiera di straordinari fumettisti italiani. Le storie sono in precedenza uscite in fascicoli tematici ma trovano qui per la prima volta una dimora “complessiva”… e il risultato è davvero magnifico. Dalla matematica all’esplorazione spaziale, dalle scoperte informatiche al collasso delle stelle, il disegno incontra la ricerca per farsi accessibile, divertente, chiaro e limpido.
Per chi impara meglio quando se la spassa, per chi studia volentieri e per chi vuole capire meglio il presente per riuscire a intravedere il futuro.


Michael Leader & Jake Cunningham
Ghiblioteca – La storia dei capolavori dello Studio Ghibli
Magazzini Salani

Tornerei volentieri a rimpolpare il filone “backstage del cinema” con questa enciclopedia (necessariamente) illustrata della filmografia pluridecennale dello Studio Ghibli. Un eccellente tour guidato che approfondisce prodezze tecniche, significati e fonti d’ispirazione, da Totoro alla Città incantata.
Per chi ama Hayao Miyazaki, l’arte e l’animazione giapponese.


Francesco Costa
California
Mondadori

Che cosa sta succedendo alla California? Come è possibile che uno stato che produce così tanta ricchezza e sul quale abbiamo riversato così tanti sogni stia diventando un posto in cui si campa fondamentalmente male? Costa torna alla sua specialità – gli Stati Uniti del nostro presente – per cercare di districare una matassa di non facile interpretazione.
Per chi ascolta Morning con trasporto, per chi si interessa di macro-fenomeni “esteri” che riguardano pure noi (più del previsto) e per chi sta combattendo col mercato immobiliare delle nostre grandi città.

Bonus track a tema Costa-Il Post: la collana delle Cose spiegate bene co-prodotta con Iperborea è arrivata ormai al quarto volume. Se fra i destinatari dei vostri doni c’è chi vorrebbe approfondire il funzionamento della filiera editoriale o le droghe, la giustizia e le questioni di genere, dateci un occhio.


Mervyn Peake
Gormenghast – La trilogia
Adelphi

(Traduzione di Anna Ravano e Roberto Serrai)

Descrivere Gormenghast è un problema. Ci ho provato qui, partendo dal primo libro della trilogia. È un’opera folle, labirintica, terrificante e superba che non somiglia a niente e reinventa molto di quello che può risultarci noto. Adelphi, con uno slancio di notevole coraggio, ha deciso di far convergere i tre atti di Gormenghast in un unico volume che immagino possa tornarvi utile anche come elemento architettonico per edificare il vostro personalissimo torrione maledetto.
Per chi non teme nulla – e fa male -, per chi vuole revisionare completamente la sua idea di gotico, per chi ama i gatti bianchi in grandi quantità.


Alex Johnson & James Oses
Una stanza tutta per sé – Dove scrivono i grandi scrittori
L’ippocampo

Da Jane Austen a Paolo Cognetti, un’indagine illustrata sugli spazi creativi di chi amiamo leggere da tempi più o meno recenti. Ogni stanza è raccontata da Johnson e illustrata sapientemente da Oses, per dar vita a una grande residenza collettiva abitata da penne illustri.
Per chi legge volentieri storie e romanzi ma vuole anche sapere meglio da dove arrivano.

Corollario: se il titolo vi suscita moti d’amore per Virginia Woolf, c’è anche Stanze tutte per sé, che si concentra sulle dimore più significative per il gruppo Bloomsbury degli anni Venti (Edward e Vita Sackville-West in testa).


Valentina Divitini
Leggere i tarocchi – Una guida e molte idee per esperti e principianti
Magazzini Salani

Una guida lontana dal nozionismo per scacciare le diffidenze e padroneggiare uno strumento di ragionamento alternativo, tra immaginazione e simboli condivisi. Ne avevo parlato anche qua e vi incoraggio ad approfondire, se serve. 🙂
Per chi intuisce il fascino delle storie e vuole provare a farsi le domande giuste.

Bonus track illustre: Dizionario dei simboli di Juan-Eduardo Cirlot.


Gribaudo
La collana Straordinariamente

Vi fornisco un link approssimativo, ma sappiate che la collana Straordinariamente – popolata da questi volumi di grande formato dalla grafica di copertina assai riconoscibile – contiene suppergiù ogni branca dello scibile umano. Che vi interessiate di Black History o di medicina, di economia o di Sherlock Holmes, è assai probabile che ci sia un tomo per voi. L’idea di base è quella di rispondere ai quesiti fondamentali di una determinata “materia”, sviscerandone i casi esemplari e sintetizzando in maniera accessibile e graficamente vispa le curiosità e i fenomeni più rilevanti.
Per chi ama gli approfondimenti “verticali” e vuole umiliarci a Trivial Pursuit.


Nicolas Guillerat & John Scheid
Infografica della Roma antica
L’ippocampo

Tutte le volte che compilo questi listoni mi trovo a esclamare “diamine, stai mettendo troppi libri dell’Ippocampo!”. Ma come si fa? Sono perfetti per queste circostanze. Beccatevi dunque anche la storia di Roma raccontata per prodezze a base di data-visualization – dagli eventi bellici all’organizzazione della res publica, dall’economia ai divertimenti popolari. Se l’approccio vi affascina, i medesimi curatori hanno sfornato anche l’Infografica della Seconda Guerra Mondiale.
Per chi apprezza un approccio innovativo alla ricostruzione storica e per chi già vuol bene ad Alberto Angela.


Naomi Wolf
Il mito della bellezza
A cura di Maura Gancitano e Jennifer Guerra
Tlon
(Traduzione di Marisa Castino Bado)

La nuova edizione di un testo dirompente, uscito per la prima volta in Italia nel 1991 e qua riproposto con una curatela d’eccezione che punta ad attualizzare il dibattito, nonostante le dinamiche fondamentali possano risultarci ancora fin troppo familiari. Si parla di corpo, di donne e di bellezza. Si parla di uomini. Si parla, in estrema sintesi, di potere. Perché il nocciolo della questione è sempre lì.
Per chi vuole offrire uno scheletro teorico solido a molte rabbie e istintivi moti di sacrosanta insofferenza.

Bonus track: per restare in compagnia di Maura Gancitano, ecco anche Specchio delle mie brame – La prigione della bellezza.


Seymour Chwast & Steven Heller
Hell – Guida illustrata agli inferi
Corraini

Va’ all’inferno! …sì, ma quale? Ogni cultura ha il suo, ogni cosmogonia ne ha immaginato uno, per non parlare dell’arte, della letteratura e delle religioni. Questa agile guida illustrata ci accompagna alla scoperta delle dimensioni infernali più emblematiche, tra ustioni e supplizio eterno.
Per chi ci finirebbe volentieri, perché si vocifera che la compagnia sia interessante.

Bonus track: per un approccio meno pop ma di sconfinato fascino e abissale terrore, ecco il catalogo di Inferno, la ragguardevole mostra del 2021 ospitata dalle Scuderie del Quirinale. 


Altre idee inerenti all’universo libresco-editoriale? Eccoci.

La Revue Dessinée Italia

È un progetto indipendente che “adatta” al nostro contesto l’omonima rivista francese e che ha ben debuttato quest’anno con i primi tre volumi – ricevendo anche il premio Gran Guinigi di Lucca Comics come miglior iniziativa editoriale del 2022. Esce ogni tre mesi, non s’avvale di pubblicità e ogni numero è frutto della collaborazione tra giornalist* e artist*. Il risultato è una raccolta di reportage, rubriche e inchieste a fumetti “multidisciplinari” che affrontano temi d’attualità e offrono un punto di vista critico su molte magagne o fenomeni rilevanti del presente.
Si possono acquistare qua i singoli numeri, abbonarsi o donare un felice abbonamento 2023.

Donare un abbonamento vi pare un’idea saggia? Concordo e vi rammento dell’esistenza di Storytel – scegliendo una gift-card che copre periodi medio-lunghetti c’è anche un buon margine di sconto.


Treccani Emporium

Treccani Emporium si presenta come “il negozio online della cultura italiana”… e se non scelgono loro una definizione adatta non so francamente chi mai potrebbe farlo. 🙂
Oltre alle proposte editoriali di Treccani troverete anche una selezione di oggetti di design e alto artigianato e una nutrita linea di cartoleria basata proprio sulle definizioni.


Altre risorse utili già pubblicate? Perché no. 
Ecco qua la lista natalizia del 2021.
E la lista del 2020.
Questa, invece, è la lista dello scorso anno dedicata ai bambini e alle bambine.
Vi rammento anche l’intera categoria Libri, che male non fa.
Per spiccati interessi naturalistici, vi rimando volentieri al catalogo di Aboca – qua c’erano i percorsi di lettura che avevo individuato qualche tempo fa e che ho aggiornato dopo il debutto della collana Kids.
Per un colpo d’occhio rapido, ecco la vetrina Amazon – segnalo in particolare la sezione degli atlanti e la grande sezione delle strenne. Sempre lì, parecchi spunti anche per l’infanzia.

Felici doni libreschi a voi! 🙂

Il mio infante ha finalmente raggiunto un’età compatibile coi lungometraggi d’animazione. GRANDI FESTEGGIAMENTI IN TUTTO IL REGNO. Sono una ex-bambina che frequentava con assiduità il cinema (grazie, papà!) e sono fermamente intenzionata a godermi innumerevoli film in compagnia della mia creatura, procurandomi anche una solida giustificazione per guardare tutte le cose da “piccoli” sfornate dall’industria dell’intrattenimento. “Eh, sai… porto il bambino”. CERTO, STO PROPRIO FACENDO UNO SFORZO.

Biechi stratagemmi a parte, qualche giorno fa abbiamo beneficiato di una proiezione anticipata di Pupazzi alla riscossa che, per semplicità e sintesi, potremmo definire “il film delle Ugly Dolls”. In qualità di amministratrice del pupazzodromo domestico – già ben fornito anche prima della comparsa di Cesare sul nostro pianeta -, coccolo da tempo immemore una Ugly Doll rosa con tre occhi che mi accompagna di trasloco in trasloco sin dal lontano 2009 e che risponde all’ambizioso nome di PANDORA.
Ebbene, abbiamo tirato fuori Pandora dal cesto e ci siamo guardati il film.

Che cosa accade, in soldoni?
Non tutti i giocattoli sono immuni dai difetti di fabbrica. Alcuni superano indenni il controllo-qualità, mentre altri vengono scartati perché imperfetti, strambi, sbilenchi o “brutti”. I pupazzi brutti vivono spensierati e ignari in una cittadina costiera sorretta da solidi valori – speranza, ottimismo e accoglienza – e potenti inclinazioni musicali – se la cantano e se la suonano parecchio, insomma. Ma il destino di un giocattolo è quello di far felice un bambino… e vale anche per i giocattoli che non rispondono agli standard. Moxy sogna di poter approdare nel “grande mondo” per abbracciare la sua bambina e, in barba a tutte le macchinazioni che ancora non conosce, risale il condotto che collega Bruttopoli alla linea di montaggio e, in compagnia di un gruppetto altrettanto sgangherato di pupazzi, si ritrova in una specie di centro d’addestramento distopico per bambole belle, magre, pulite e profumate. Solo diplomandosi a pieni voti all’Accademia della Perfezione potrà avere accesso al mondo esterno ed essere adottata da una bimba fortunata. Ma sarà facile? GIAMMAI!

Ecco.
Potrei lanciarmi in un pippone infinito sull’importanza del superare le apparenze per dare la precedenza all’inclusione, alla bontà d’animo e all’incontro col diverso, scagliandomi contro una società conformista e superficiale che bada più all’involucro che alla sostanza e classifica le creature in base a quello che vede, invece di apprezzare l’altro in base a quello che sa, sente, pensa e dice. Potrei lanciarmi in un pippone di questo tenore… e farei bene, perché è tutto vero e sono tutti valori sacrosanti e importantissimi che possiamo ricavare dal film. Ma penso che il commento di Cesare, anni tre, sia molto più efficace di un mio potenziale trattato sociologico.

Cece, ti è piaciuto il film?
Sì. Ma ero anche un po’ triste.
Perché?
Pecché quelli brutti sono simpatici.
E sei triste perché sono simpatici?
No. Pecché quelli altri li trattano male.
Quelli belli ti piacevano?
No. Solo i brutti. Tutti coloati.
Ma sei più contento o più triste.
Contento.
E le canzoni?
Cantano tanto. Ma mamma pecché tu hai pianto?

Eh, la mamma ha pianto perché ormai la mamma piange per qualsiasi cosa. È un fenomeno che sta diventando imbarazzante. Ma non reprimiamo la nostra emotività. Cantano tanto, è vero, ma ci sta. E anche le voci italiane fanno un ottimo lavoro. Tra i doppiatori ci sono Federica Carta, Shade, Elio (FORZA PANINO!) e Achille Lauro.
Su Achille Lauro mi soffermerei perché Cesare è fan. Cioè, non ha idea di chi sia e non ha ancora afferrato il concetto di doppiaggio – se un pipistrello rosso parla è il pipistrello rosso che parla, non Achille Lauro – ma lui e suo padre mettono Achille Lauro a palla e ballano. Una sera hanno anche bruciato un ragù perché erano troppo impegnati a ballare Achille Lauro. Insomma, Achille Lauro mi deve un ragù ma gli voglio comunque bene.
Menzione d’onore a Gatto Farfuglio, che appare per credo sei secondi in tutto ma ha fatto ridere Cesare per una ventina di minuti – anche in questo caso, reazione sacrosanta.
Annotazione conclusiva che spero tornerà utile alle altre mamme di bambini vivaci: CESARE È RIMASTO SEDUTO COME UN SOLDATINO E HA GUARDATO TUTTO. Favola.

Insomma, un successone. Torno ad abbracciare la mia Pandora. E anche il mio Cesare, ormai pronto a darsi alla critica cinematografica impegnata. Pupazzi alla riscossa è nelle sale dal 14 novembre, dilettatevi. 

CI SARANNO MILIONI DI SPOILER.
Regolatevi, dunque.

Star Wars è una delle cose che amo di più al mondo. E ci tengo tantissimo. Il risveglio della forza mi è piaciuto un sacco – nonostante tutto – ed ero super carica per Gli ultimi Jedi. Ma presa bene a livelli incontenibili. Poi niente, sono uscita dal cinema e mi è venuto un mezzo magone. Per la precisione, mi sono sentita un po’ così:

Ma che cosa ho visto, di preciso?
Da dove scaturisce questa sensazione di profondo smarrimento?
E chi lo sa.
Proviamo a capire.

Gli ultimi Jedi non è una tragedia conclamata. È che, in millemila momenti, non sembra un film di Star Wars. O se ne esce con un “tono” – un mood? – che lascia semplicemente perplessi. Senza star lì a fare paragoni con il senso dell’umorismo della trilogia originale, mi è sembrato che qualcuno, da qualche parte, stesse disperatamente cercando di farmi ridere ogni sei minuti. Un po’ come quando ridi perché ti fanno il solletico. Per un istante può anche essere divertente… ma poi, nel caso il solleticatore persista nel suo assalto, lo implori di smettere perché la faccenda sta diventando spiacevole e ti è venuta voglia di morire e basta.
Ecco, il film comincia con uno scherzo telefonico di rara mestizia – una roba che persino Bart Simpson avrebbe accuratamente evitato di propinare al povero Boe – e da lì basta, gag a non finire. Gag a base di animaletti goffi di un’invadenza incredibile. Torneremo ad occuparci degli animaletti – perché meritano una riflessione a parte – ma per ora mi viene da dire che tutti questi interventi un po’ alla Guardiani della Galassia non solo non fanno ridere, ma devastano anche abbastanza i sentimenti che ti travolgono mentre guardi il film. Ci sono sequenze in cui la tensione narrativa è vera e ben orchestrata che vengono rovinate irrimediabilmente da manipoli di suore-pesce col grembiule e una carriola. Inseguimenti stellari tra il Millennium Falcon e gli Starfighter in cui ti auguri che Chewie si schianti in una miniera di cristalli di sale solo per liberarci di quei maledetti porg che continuano a interrompere una battaglia altrimenti favolosa. ABBIAMO CAPITO CHE SONO CARINI E FANNO I VERSI MA STIAMO BENE ANCHE SE NON LI VEDIAMO DI CONTINUO LEVATELI DI MEZZO NON NE POSSIAMO PIÙ.

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Umorismo forzato a parte, ci sono proprio dei momenti di assoluto MA CHE MA CHE MA CHE.
La principessa Leia – pace all’anima di Carrie Fisher – che sfreccia nello spazio come una Statua della Libertà coi razzi sotto alle scarpe.
L’ammiraglio Ackbar – colui che pronunciò il memorabile IT’S A TRAP! ed eterno eroe della Resistenza – ucciso come un cane qualsiasi all’inizio del film. E tanti saluti.
Quell’assurda videochiamata alla tartaruga saggia con gli occhiali grossi.
Tutti i tre quarti d’ora che abbiamo trascorso sul pianeta Las Vegas. Ma che era quella roba lì? Perché.

Insomma, succedono cose sbagliate al momento sbagliato mentre personaggi di ogni tipo dicono roba anche quella po’ sbagliata in mezzo a vasti branchi di creature più o meno tondeggianti che cercano di farci tenerezza inciampando, farfugliando in strani idiomi o facendo le faccette. 

Che diavolo, non ce lo meritiamo.

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Comunque.
Gli animalini.
QUANTI ANIMALINI CI SONO.
Va bene, un film intero di Star Wars si svolge in un bosco pieno zeppo di orsetti alti mezzo metro che indossano adorabili tunichette da combattimento. Ma gli Ewok sono gli Ewok. Il fenomeno a cui assistiamo negli Gli ultimi Jedi somiglia di più a un’invasione di Gremlin. O a una puntata dei Pokémon. O a un Animali Galattici e Dove Trovarli.
Ovunque, li troviamo.
OVUNQUE.
Potrei sforzarmi tantissimo e cercare di elencarli, ma so già che fallirei in partenza. Tralasciando i porg, parecchi hanno anche un’utilità – le volpi di cristallo salato indicano la via, le mucche-tricheco dissetano Luke ANCHE SE FANNO SCHIFO MALEDIZIONE CHE BRUTTE SONO QUELLE BESTIE GRAME, i levrieri-alce-fennec alti dodici metri che corrono pure sulle pareti verticali permettono a Finn e Rose di scappare, il piccolo goblin rincoglionito che usa BB8 come una slot-machine gli fornisce involontariamente dei proiettili -, ma finisci per irritarti lo stesso. Perché sono troppi. E tutti visibilmente ansiosi di piacerci o di colpirci molto con la loro arguta stravaganza.
Meno, perbacco.
Meno.

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Ma torniamo alle faccende di struttura, di equilibrio e di senso. Perché pure lì mi sembra che ci siano un po’ di problemi. Ho avuto l’orribile sensazione che tanti personaggi venissero “buttati via” – soprattutto considerando il primo episodio della nuova trilogia – e che venisse regolarmente dedicato molto più tempo a parti della trama che mi interessavano poco o niente, quando invece avrei amato immensamente soffermarmi in altri posti.
Per dire. Finn. Finn era praticamente il co-protagonista del primo film. E qua che fa? Lo impegnano per secoli in una missione che si rivelerà un vicolo cieco insieme a una compagna d’avventura letteralmente incontrata per caso. Non che di Finn mi sia mai importato un granché, francamente, ma sembra proprio uno che “massì, ce l’abbiamo sul groppone anche a questo giro. Troviamogli due fotocopie da fare”. E dove va a finire tutto il gran legame con Rey? Si rivedono, si fanno due ciao e poi entrambi tornano a farsi i fattacci loro. Ma io dico.
Snoke, amici. SNOKE. Un personaggio così misterioso ed enigmatico da mostrarsi per un film intero unicamente in guisa di ologrammone monumentale che impartisce ordini senza che nessuno osi dirgli BA! Il leader supremo! Il male in persona! Colui che corruppe e avvelenò il cuore di Ben Solo, fino a convincerlo a compiere l’irreparabile! Ma scusate, ma ditemi chi è. Da dove viene. Qual è l’estensione dei suoi temibili poteri. Che vuole fare davvero. Com’è che ha incontrato Ben Solo. Dateci qualcosa, prima di segarlo in due. È incredibile!
E Phasma? Che senso ha mettere Gwendoline Christie in quell’armatura FANTASTICA se poi la fai tornare in scena solo per morire come una cretina? E io che pensavo che nel secondo film avrebbe finalmente avuto un ruolo un po’ meno ridicolo!
E Benicio del Toro? Benicio del Toro in questo film è un espediente narrativo che parla e cammina, e basta.

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A salvarci parzialmente dalla rovina, però, ci sono quelli che maneggiano la Forza. Ora, sarò strana io, ma Star Wars lo vado a vedere perché mi piacciono i Jedi e i Sith, perché amo le spade laser e i conflitti interiori che solo il Bene, il Male e Destino possono scatenare nell’animo degli abitanti di galassie lontane lontane. Certo, ci piacciono anche i robot che rotolano, la Resistenza che pilota navette che somigliano alla Uno Hobby che mi ha regalato mia zia quando ho fatto la patente – “Guida questa, Francesca. Che se ti pialli da qualche parte non rovini la macchina, anzi” – e gli alieni strani che suonano il piffero al bar, ma al cinema ci andiamo perché la Forza scorre potente dentro di noi.
FATEMI VEDERE I JEDI E I SITH, ALLORA.

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Ero molto felice perché, date le premesse del Risveglio della Forza, sembrava molto probabile che Rey avrebbe fatto la fine di Luke quand’è andato a trovare il maestro Yoda. Ecco, non è andata esattamente così – e Luke ha fatto ben poco per impartire a Rey dei concreti insegnamenti -, ma la nostra volitiva amica si è data da fare comunque. Dal punto di vista narrativo, la trovo molto meno affascinante rispetto al primo film – perché mai dovrebbe convertirsi al Lato Oscuro? Nessuno lo ritiene plausibile nemmeno per un secondo -, ma ho adorato la bieca invenzione di farla parlare su con Kylo Ren con quella specie di Face Time buttato in piedi grazie alla Forza. Ma quante cose si possono fare con la Forza? Tutto, cavolo. Pure Face Time. Ecco, per me tutto quello che Rey e Kylo Ren fanno insieme ha funzionato bene. La scena in cui incontrano Snoke e poi triturano i pretoriani-samurai è favolosa. FAVOLOSA. Forse è il mio duello preferito con la spada laser, altroché quelle boiate coreografatissime dei prequel coi musiconi in sottofondo. Il dilemmi che cercano di risolvere, i problemi che si creano a vicenda, il fatto che – alla fin fine – non hanno davvero nessun altro con cui parlare – ecco, è questa la roba che vogliamo vedere. Ma mica perché nutriamo la recondita speranza che che si amino con foga. Un po’ anche quello, va bene, ma perché è solo quando ci sono loro due che questi benedetti film trovano un po’ di vita o ci mettono di fronte a una strada inesplorata. Coi personaggi contenti e realizzati ci si fa poco. Sono i tormentati e gli irrisolti che creano le storie.
A tal proposito, dunque, che il cielo benedica Kylo Ren
. Anche questa volta.

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In un film pieno di personaggi gettati alle ortiche, lui continua inesorabilmente a complicarsi splendidamente la vita.
Ripensando alla paura vera che faceva nel Risveglio della Forza – nella prima metà del film, almeno – vederlo conciato così è affascinante. Non solo Snoke lo tratta come un rincoglionito dal minuto zero – confermando che, senza maschera e senza tutte le sovrastrutture da NONNO IO CONCLUDERÒ QUELLO CHE HAI COMINCIATO, quel che resta è un groviglio di nervoso, delusioni, vanagloria e solitudine -, ma pure lui ha un bel po’ di orgoglio ferito da amministrare e delle decisioni francamente pessime con cui venire a patti. Ora, Luke Skywalker che si avvicina di soppiatto al letto di un ragazzone che russa per tranciarlo in due con la spada laser è una roba un po’ strana – perché Luke, insomma, è sempre stato l’eroe puro, quasi un simbolo dell’innocenza e del bene senza sfumature oscure -, ma introdurre quel trauma lì nella storia di Kylo Ren è un raro caso di DIAMO DELLE MOTIVAZIONI SOLIDE A QUESTI PERSONAGGI. Snoke aveva già fatto danni irreparabili? Ben sarebbe stato recuperabile, se Luke non si fosse spaventato per tutti quei poteroni grezzi e incasinati? Chi può dirlo, Snoke è crepato male prima di poterci spiegare la sua versione dei fatti. Comunque.
Dopo la figuraccia finale – cercare di abbattere un’illusione ottica con la spada laser e accorgersi dopo tre ore che Luke Skywalker non sta veramente lì è piuttosto imbarazzante – Kylo Ren si ritrova rabbiosamente alla guida di un impero senza manco un cane che, quando se lo merita, possa dirgli BRAVO, COCCONE, ANDRÀ TUTTO BENE. E a questo punto, credo, potrebbe succedere di tutto.  Gli equilibri della Forza sono diventati molto più fluidi e “grigi” rispetto a quello che conoscevamo. Rey e Kylo Ren sono dei personaggi in movimento che sono in qualche modo riusciti a demolire quello che c’era prima – certo, è maestro Yoda che brucia il tempio Jedi, ma senza la visita di Rey dubito che Luke avrebbe abbandonato la sua routine di pesca e mungitura di quelle immonde vacche-tricheco. Sono senza maestri, hanno potenzialità piuttosto devastanti e delle discrete rogne di famiglia. Dobbiamo credere a Kylo Ren, quando dice a Rey che i suoi genitori non sono nessuno? E che ne so. Kylo Ren di balle ne racconta, ogni tanto, ma la faccenda della caverna potrebbe dargli ragione, così come la propensione di Star Wars in generale a far emergere eroi e paladini dai posti più anonimi. Lo scopriremo solo perseverando, credo.

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Insomma, Gli ultimi Jedi è un film a tratti fastidiosissimo – e manco ci hanno dato la soddisfazione di vedere Chewie che divora un porg di fronte agli altri intollerabili esponenti della specie -, mal costruito, punteggiato di momenti WTF, troppo disomogeneo nel tono e nella distribuzione dei “pesi” delle molteplici (forse troppe) vicende che prova a raccontare e a sprazzi sceneggiato dal trio di fenomeni degli Occhi del Cuore, ma a fare faticosamente capolino c’è anche del buono. Continuo a non capire questa necessità di “alleggerire” l’atmosfera buttandola sulla comicità – cioè, è già un film di Star Wars, di quanta altra leggerezza abbiamo bisogno? Mica stiamo andando a vedere un dramma polacco popolato da tossicodipendente orfani, indigenti e storpi che vivono ai margini di una discarica di scorie radioattive – e spero con veemenza che nel prossimo episodio questi super sbilanciamenti e svarioni ci abbandonino definitivamente, ma continuo a crederci. Ci voglio credere, proprio. Star Wars ci tiene prigionieri generando una specie di sindrome di Stoccolma? È possibile. Ma nemmeno questa volta posso dire “no, basta. Io Star Wars non lo voglio più vedere”… anche se la mia faccia, ricordiamolo, è un po’ sempre questa.

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Altre cose belle A CASO che mi sono venute in mente solo ora.
– l’unica gag che mi ha fatto ridere è quella del ferro da stiro.
– la spada di Kylo Ren continua ad essere in cima alla lista dei regali di Natale che mi piacerebbe ricevere. E mi sono accorta che gli somiglia, anche. Cioè, i Jedi in pace col mondo o i Sith nel pieno controllo della situazione hanno spade molto lineari, “pulite”. Kylo Ren ha una spada gigantesca, sborona, fracassona – fa un baccano infernale, fateci caso -, tutta frastagliata e guizzante. Dai, sono identici. Chissà se le ha dato un nome.
– Laura Dern, ti voglio bene.
– Generale Organa, abbiamo bisogno di sapere dove hai comprato la cappa con il colletto svettante. Anche noi vogliamo metterci di vedetta su una spianata di sale con un bavero imponente a riparare il nostri delicati lineamenti.

 

(Preparatevi a un massiccio tornado di foto eterogenee, euforie, videini riassuntivi, difficoltà d’abbigliamento e strane capigliature. Pronti? In carrozza!).

*

Agatha Christie era una signora portentosa. Autrice di un’ottantina di romanzi – fra i più amati e venduti di sempre – e viaggiatrice instancabile – in un’epoca in cui le signore che andavano a spasso da sole venivano osservate con un certo sospetto, soprattutto se erano felicemente divorziate -, ha intrigato e incuriosito milioni di lettori e spettatori che, negli anni, si sono goduti le sue storie anche a teatro, al cinema e in tv.

One must do things by oneself sometimes…Either I cling to everything that’s safe and that I know, or else I develop more initiative, do things on my own.

Durante la Prima Guerra Mondiale lavorò come infermiera – faccenda che le permise di imparare nozioni disparatissime sui veleni – ed esordì nel 1919 con Poirot a Styles Court. Nel 1925 sparì misteriosamente da casa per vendicarsi in maniera FAVOLOSA del marito che la cornificava e nel 1928 partì per conto suo a bordo dell’Orient Express, girando in lungo e in largo l’impero britannico con la sua fidatissima macchina da scrivere. I viaggi di Agatha sull’Orient Express sono stati parecchi e ciascuno l’ha aiutata a raccogliere pezzettini di varia ispirazione per scrivere il suo giallo (forse) più celebre, pubblicato nella sua interezza nel 1934 dopo essere uscito a puntate l’anno prima sul Saturday Evening Post.

All my life I had wanted to go on the Orient Express. When I had travelled to France or Spain or Italy, the Orient Express had often been standing at Calais and I had longed to climb up into it.

A parte gli EVVIVA che Agatha Christie mi ispira, le sono anche molto debitrice – un po’ come lo sono tutti i suoi discendenti, che la signora Christie continua egregiamente a mantenere. Senza di lei, infatti, non sarei mai finita a Londra a mangiare tartine sull’Orient Express e, con ogni probabilità, nemmeno mi sarei ritrovata a zampettare su un red carpet per la prima di un film in cui Kenneth Branagh sfoggia dei baffi a dir poco maestosi.

Ma andiamo con ordine, che qua l’entusiasmo potrebbe travolgerci come una tempesta di neve nella località turca di Çerkezköy.

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Assassinio sull’Orient Express è appena diventato un film – il secondo LUNGOMETRAGGIO tratto dal romanzo, dopo quello del 1974 diretto da Sidney Lumet – con un cast vastamente stellare e un gran tifo da parte della Agatha Christie Foundation – che gestisce con puntiglio l’eredità letteraria di della scrittrice, assicurandosi che ogni trasposizione delle sue opere sia molto bella e rispettosa del materiale originale. Il film uscirà in Italia il 30 novembre, mentre il libro è già reperibilissimo ed è stato puntualmente ristampato da Mondadori.

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Per l’arrivo del film nelle sale, la 20th Century Fox ha ben deciso di caricare un gruppo di bookblogger europee (sconfinatamente più celebri di me) su un vero Orient Express parcheggiato alla stazione di St Pancras. Non è il treno che è stato utilizzato per le riprese – Kenneth Branagh ha insistito per farsene fabbricare uno come diceva lui, con una resa scenica RAGGUARDEVOLE -, ma se come me vi siete dilettati per svariati anni col pendolarismo potrete facilmente comprendere lo stupore che un susseguirsi di vagoni con poltrone vellutate (GIREVOLI) e lampadari di cristallo è in grado di generare. Mai avrei pensato di prendere un aereo per andare a vedere un treno, ma si è poi scoperto che ho fatto benissimo.

Dopo aver ingurgitato l’equivalente del mio peso in champagne – senza comunque perdere la dignità, anche se ci ho mangiato insieme solo una tartina al salmone di rara precisione geometrica – e aver ammirato con una certa soggezione la macchina da scrivere da viaggio che Agatha Christie utilizzava quando andava in giro per il mondo – macchina da scrivere presidiata da un affabile energumeno che ci ha giustamente vietato di toccarla e/o di rovinarla sbavandoci sopra come dei labrador -, abbiamo fatto amicizia con James Prichard, bisnipote dell’illustrissima autrice e presidente/CEO dell’Agatha Christie Foundation. Che lavoro fa? Questo.

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Con il signor Prichard abbiamo discusso di baffi e della caratterizzazione di Poirot – che in questo film vince anche una sorta di backstory e una presentazione quasi da supereroe -, di quanto sarebbe bello vedere Meryl Streep che interpreta Miss Marple e del lavoro che serve per rendere interessante e “cinematografico” un romanzo che si svolge principalmente su un treno popolato di gente che dialoga, si arrovella e pensa, senza roba che esplode all’improvviso.

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James Prichard ci ha anche comunicato la sua immensa felicità per un ritorno al cinema così sontuoso per Agatha Christie, ma anche un po’ di rammarico per il destino della bisnonna. Perché il giallo è un genere quasi sempre considerato “inferiore” rispetto alla Grande Letteratura, ma quando uno scrittore è sostenuto dall’acume, dall’inventiva e dall’inesauribile ingegno di un’Agatha Christie, sarebbe molto liberatorio poter fare a meno delle categorizzazioni o della condiscendenza che, troppo spesso, accompagnava e accompagna le donne che scrivono. Insomma, Agatha Christie si merita di più. E un film così “potente” è un’occasione grandiosa per avvicinare nuovi lettori a un’eredità letteraria che merita di essere approfondita. 

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Dopo aver declinato il quattordicesimo bicchiere di vino (scandalizzando il cameriere), mi sono goduta l’albergo per ben un’ora e ventitré minuti. E ho pure scoperto di avere 75 £ “caricati” sulla camera (GRAZIE, 20th CENTURY FOX, QUESTA È SIGNORILITÀ) e pure un certo appetito. Mi devo cambiare-truccare-pettinare per non fare una figura eccessivamente imbarazzante su un red carpet, santo il cielo, ma HO FAME. Abbandonandomi a uno dei sogni più fastosi mai elaborati durante la mia vita adulta, dunque, ho chiamato il servizio in camera. E visto che i miei entusiasmi sono solitamente paragonabili a quelli di una bambina di quarta elementare, anche l’ordinazione è stata conforme alla mia età interiore. Ti hanno messo al Mayfair Hotel – che è tipo il Gesù degli alberghi di Londra – e tu chiami il servizio in camera perché vuoi un fish & chips. Che leggiadria. 

Quando per la prima volta nella vita hai la facoltà di avvalerti del servizio in camera ma resti un’ignorante. Un post condiviso da Francesca Crescentini (@tegamini) in data:

Dopo essermi doverosamente alimentata, ho fatto del mio meglio per prepararmi. Sono dovuta salire in ginocchio sul piano del lavandino perché lo specchio era troppo lontano e non ci vedevo a truccarmi. Ho anche pensato “ecco, adesso cadi, sbatti la testa sul marmo di Carrara e muori”, ma me la sono cavata senza riportare contusioni. Ero abbastanza in ansia per l’abbigliamento perché A) Faceva un gelo porco, B) Di solito sto a casa in vestaglia e non ho idea di come ci si debba presentare su un red carpet quando non fai l’attrice ma nemmeno vuoi sembrare la Piccola Fiammiferaia della Val Padana. L’ho risolta avvalendomi delle seguenti componenti:

– Vestito di Guess da ancella delle Olimpiadi dell’oscurità comprato in 9 minuti quando ormai avevo perso le speranze. Costava 129 euro ma mi hanno fatto il 25% di sconto perché quando fai la tessera di Guess ti accolgono con un -25% di default sul primo acquisto. Mi sono sentita incredibilmente intelligente e ho sperato con tutte le mie forze che la gente finisse per pensare che era il vestito più inestimabile del mondo.
– Giacca di Blumarine in vellutino nero che mi ha comprato MADRE al primo anno di università perché dovevo andare al compleanno di una mia amica ricca che ci aveva invitate in Costa Azzurra. Una giacca che ha dieci anni ma il velluto è tornato di moda quindi CIAO, sono una principessa russa e non butto via niente.
– Jimmy Choo glitterate che mi sono messa al mio matrimonio e poi mai più. Mi si erano spellati i tacchi nel prato ma, se andate in Rinascente e spiegate il problema, Jimmy Choo vi ordina un altro paio di tacchi e poi vi manda dal suo scarparo di fiducia che ve li cambia. Ecco, io ho fatto tutte queste manovre nell’autunno del 2014, convinta che sarebbero stati sforzi inutili, ma invece no, un posto dove andare in giro con le Jimmy Choo l’ho trovato di nuovo. Ora le rimetto nella scatola – in attesa di ritirare il Nobel per la Letteratura che un giorno vincerò.
– Pochette da sera con fiocco di vernice che si comprò MADRE negli anni Settanta nella speranza che mio padre la portasse a ballare. La uso da quando a ballare ho cominciato ad andarci io visto che era nuova.
– Collana di Trifari del secolo scorso che ho trovato da una signora che vendeva gioielli vintage in un vicolo di Ortigia e che mi risolve con grazia qualsiasi AUTFIT che abbia una qualche tendenza al dorato.

Poi niente, ho visto passare Penélope Cruz e mi sono ricordata che sono di Piacenza. E che non sono capace di pettinarmi.

Un post condiviso da Francesca Crescentini (@tegamini) in data:

Uno non lo direbbe, ma i red carpet sono cruentissimi. Anche se stai alla Royal Albert Hall. Da una parte ci sono quelli che hanno il biglietto (più o meno regalato) per assistere alla prima del film. E transitano su una loro corsia mentre dei tizi enormi e furibondi li incitano continuamente a spicciarsi e a non fermarsi per fare foto da mettere su Instagram. E con “li incitano” dovete immaginarvi dei pastori sardi che gridano cose irripetibili alle loro pecore per incanalarle verso l’ovile, solo che le pecore si sono impegnate per vestirsi bene e hanno lo smartphone. Dal lato opposto c’è un’altra corsia, riservata agli attori e alla gente importante che deve parlare con tantissimi giornalisti, ordinatamente confinati dietro a una transenna. Simmetricamente al transennone dei giornalisti ce n’è un altro, dietro al quale è relegata la gente che vuole bene a Johnny Depp e vuole vederlo e/o sventolargli in faccia dei grandi cartelli con scritto JOHNNY MARRY ME.  

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Noi avevamo un pass molto grosso che diceva SOCIAL e ci hanno messe in una specie di arena circolare in mezzo alle due corsie, ai piedi di un palco dove a intervalli di dieci minuti salivano svariati fenomeni del cinema mondiale, reduci da una lenta transumanza – irta di domande e convenevoli – lungo la transenna dei giornalisti.
Non credo di essermi mai trovata in una posizione così bizzarra.
Io, con Judi Dench a tre gradini di distanza. Ero così felice che mi sono anche dimenticata di vergognarmi per quest’immane fortuna. Si sono materializzati Willem Dafoe (è la coccosità in persona), Daisy Ridley (CHE LA FORZA SIA CON TE, CUORINA), Josh Gad, Johnny Depp (che benissimo non stava), Kenneth Branagh (che è talentuoso… ma pure un gran bell’uomo – mi sia concesso dirlo), Santa Rosalia, Optimus Prime e pure la Madonnina di Civitavecchia. Sono tristissima perché Michelle Pfeiffer è arrivata prima di noi e non sono riuscita a volerle bene anche da vicino, ma tutto sommato va bene così – che diamine dovrei dire a Michelle Pfeiffer. Come ci si approccia a Michelle Pfeiffer. Nemmeno Batman l’aveva capito, figuratevi io.

Comunque.

Visto che dubito di aver spiegato in maniera comprensibile tutto quello che è capitato, ho messo insieme un po’ di clippine delle Instagram Stories che ho concitatamente prodotto durante la giornata/serata e le ho piazzate qui: 

Ma il film com’è, alla fin fine?
Ma lo devo vedere?
Ma se non ho letto il libro?
Il film è pensato per presentare al grande pubblico – anche quello completamente ignaro dell’esistenza di Hercule Poirot nel panorama letterario dell’universo – il mondo di Agatha Christie. È sontuoso e visivamente bellissimo, e Kenneth Branagh fa del suo meglio per non tenervi inchiodati sul treno troppo a lungo, anche se il ritmo non è sempre scoppiettante – ogni indagine ha dei tempi tecnici, alla fin fine. È stupendo vedere così tanti attori di talento che lavorano insieme a un progetto così complesso, così come è apprezzabilissima la cura maniacale per i dettagli e per i dialoghi. Ma così, tanto per dirvela in due parole. Io, in tutta onestà, al cinema ci andrei anche solo per vedermi due ore di baffi giganti.

Grazie a Mondadori, 20th Century Fox e alla Agatha Christie Foundation per avermi invitata a girellare per Londra in compagnia di Agatha Christie – riuscendo nella difficile impresa di farmi rivalutare il trasporto su rotaia. E grazie anche al cuoco del Mayfair Hotel che alle 23.40 mi ha preparato un club sandwich col pollo, il bacon croccante e l’uovo fritto.

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Che dire… rifacciamolo presto.
Magari per il prossimo caso di Poirot.
:3

È ormai palese e assodatissimo: gli eroi Marvel ricevono sempre un sacco di complimenti. Belli! Simpatici! Vispi! Interessanti! Complessi! Ironici! Sodissimi! Ben vestiti! Ben pettinati! Spiritosi! Presi bene – non come quei menagrami piagnucoloni della DC! Viva gli eroi Marvel! Insomma, da Iron Man a Groot, gli esseri umani adorano i supereroi Marvel con una costanza a dir poco granitica – che non vacilla nemmeno di fronte a conclamati pastrocchi, tollerati di buon grado in nome dell’integrità di un glorioso e formidabile “cinematic universe” che culminerà con le presumibilmente orgasmiche Infinity Wars.
Ah, le Infinity Wars. Dopo le Infinity Wars posso anche crepare, ho deciso.
Pur non potendo nascondere il mio entusiasmo tragicamente fanciullesco per gli Avengers – e i Guardiani della Galassia, e il Doctor Strange e pure Ant Man, ovviamente -, vorrei però tentare di riconquistare un minimo di razionalità. Fingerò di essere una consumatrice assennata di prodotti d’intrattenimento. Cercherò di arginare la mia ormai decennale euforia esercitando un sacrosanto diritto: il fastidio. Perché certo, va bene, adoro Peter Quill e sono sconvolta dalle formidabili capacità atletico-manipolatorie della Vedova Nera, ma non sono mica tutti così. Dopo quattordici film, perbacco, anch’io ho sviluppato qualche antipatia. Ed è ora sputare il rospo, senza timori e senza disonore. Marvel, ti adoro, ma devo darmi un contegno. Qui, dunque, ho deciso di elencare i personaggi dell’universo Marvel (Avengers-related – quindi niente X-Men, vecchi Spiderman, reboot di Spiderman e compagnia cantante) che mi sono più invisi. Quelli che mi stanno sull’anima. Quelli che mi hanno quasi (o del tutto) rovinato un’esperienza cinematografica potenzialmente favolosa.
Ebbene sì, Marvel, ci sono personaggi che andrebbero presi a calci nei denti. O compatiti per la loro inutilità. O per il tedio che ispirano nello spettatore. O incitati a farci vedere qualcosa in più, magari. Perché nessuno è perfetto, insomma, nemmeno i supereroi.
Ecco qua, dunque, le creature Marvel che – A TITOLO DEL TUTTO PERSONALE E SENZA ALCUNA PRETESA DI SERIA CRITICA CINEMATOGRAFICO-ONTOLOGICA – non sopporto. Ci provo, ma non li godo.

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Aldrich Killian

Aldrich Kilian

Un uomo che ha dedicato una vita intera alla vendetta, senza rendersi conto del proprio scarsissimo tempismo. Killian, Tony Stark è sbronzo, circondato da sgnacchere in tanga, felice come una crostata di prugne e stufo marcio di parlare di scienza (almeno per una sera). E tu che fai? Vai lì e gli proponi una discussione seria e PESISSIMA sul futuro della genetica subatomica. Alle due del mattino. In mezzo a una festa. Ma che cosa ti doveva dire? Ma che ti aspettavi? Ma che vuoi? Certo, Tony Stark è un cafone, ma pure tu hai delle difficoltà. E cercare di trombargli la moglie (una ventina d’anni dopo) trasformandoti pure in una montagna di Diavolina per il barbecue non migliorerà di certo le cose. Aldrich Killian, chi? Ecco che cosa continuerà a risponderti Tony Stark. E ben ti sta.
CATEGORIA | Malvagi per futili motivi.

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Odino

Odino

Odino ci offre un esempio lampante della labilità del confine che separa il vecchio saggio dal vecchio scemo. Grida e sbraita, scaccia gente da Asgard senza tanti complimenti e, quando ci sarebbe veramente bisogno di lui per fronteggiare una minaccia letale e potenzialmente devastante che fa? Va a fare un pisolo. E tanti saluti.
CATEGORIA | Pessimi genitori. / Narcolettici.

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Arnim Zola

Arnim Zola

Partiamo serenamente dal presupposto che l’Hydra fa schifo. Qualsiasi cosa c’entri coi nazisti fa schifo per definizione, ma dell’Hydra ho sempre apprezzato l’organizzazione, il fatto che – per quanto orrendo e sbagliato – ci fosse un piano di fondo, un ideale malvagio e ributtante, ma preciso. La Marvel, secondo me, ha mille problemi con i cattivi, specialmente nei film dedicati a un unico supereroe. Non ti viene mai veramente il dubbio, a volte, che i buoni possano perdere e che il male trionferà, non ci sono antagonisti che ti fanno paura per davvero. E, molto spesso, ti sembra che rincorrano scopi sciocchi, dettati da una megalomania troppo umana e meschina per trovare posto in una narrazione che dovrebbe scuotere le sorti del mondo. Ecco, l’Hydra no. Con l’Hydra mi sono sempre agitata davvero. L’Hydra è un “cattivo” pensante e ben strutturato. Peccato che, sovente, gli “uomini dell’Hydra” non mi sembrino all’altezza della terrificante organizzazione che dovrebbero rappresentare. Il dottor Zola, per dire, suscita in me reazioni contrastanti – anche se quella prevalente è un po’ un BASTA! DI NUOVO LUI?. Nel Primo vendicatore si rintana negli angoli e osserva quasi sgomento il Teschio Rosso che sclera e imperversa. Se ne sta lì, tremante e tutto sommato marginale. Nei film successivi, invece, la sua coscienza “virtuale” spunta in giro come il prezzemolo. Speravamo di essercene liberati? Macché, ha continuamente qualche rivelazione importantissima da rifilarci. Salta fuori pure mentre Iron Man e Steve Rogers si corcano di mazzate in un luogo remotissimo e gelido, quando di lui ben poco ce ne frega. E in versione virtuale risulta molto più terrificante, sadico e folle dello Zola in carne e ossa. Decidiamoci, insomma, Zola criceto spaventato o Zola 32 bit malvagio e sghignazzante? Ma soprattutto, quante volte ancora ce lo ritroveremo davanti? Basta, lasciatelo bruciare all’inferno, che ormai vivo nel terrore che in qualche Gemma dell’Infinito si nasconda la faccia verde di Zola.
CATEGORIA | Fastidiosamente funzionali. / Invadenti.

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Malekith

Malekith

Malekith è uno che persino Google ritiene trascurabile. Ci sono tipo sei foto, tutte piccolissime. E non ti biasimo, Google. Gli Elfi Oscuri sono quasi comici. Hanno una bellissima navetta spaziale a forma di vanga gigante e si fanno delle trecce portentose, ma sono un ottimo esempio di cattivi da quattro soldi. Che cosa volete? L’oscurità! Quando la volete? Subito! Dove la volete? Da tutte le parti! E perché? …perché Odino ci ha offesi 5689 anni fa? E perché non vi abbiamo mai sentito nominare, visto che siete così importanti? …perché ci nascondiamo! Siamo discreti!
Dai, Elfi Oscuri. Fateci la cortesia.
CATEGORIA | Sonno e inutilità.

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Rhodey Rodes / War Machine

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Certo, è triste che Stephen Strange non si sia preso la briga di operare un eroe di guerra ferito in combattimento (risparmiandogli probabilmente la paralisi e/o infinite sessioni fisioterapiche), ma diciamoci la verità: se in un film esiste Tony Stark, a nessuno interessa vedere un’altra armatura che svolazza in giro. E Rhodey lo sa, poveraccio. Mica è scemo. E sentirgli raccontare storielle presumibilmente eroiche e gloriose alle feste non mi fa divertire – Ah! Ma che ragazzo autoironico! -, mi spezza il cuore e basta. Vorrei amarti, Rhodey, ma ti impegni troppo. WAR MACHINE. Certo. La verità è che sarai sempre un Iron Patriot, purtroppo. C’è poco da fare.
CATEGORIA | Trying too hard. / Vivere nell’ombra.

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Jane Foster

Jane Foster

Di Jane Foster conosciamo perfettamente la straordinaria intelligenza… ma perché continuano a ricordarcelo, mica perché lo vediamo. Jane Foster ha scoperto questo. Jane Foster dirige un centro di ricerca. Jane Foster ha calcolato le possibilità del viaggio interdimensionale. Jane Foster è un genio. Jane Foster, in realtà, è quella che ha ben pensato cacciare le mani in mezzo a due giganteschi monoliti fluttuanti color tenebra per capire se l’Ether è bagnato. E no, amici, quella roba lì non è curiosità scientifica. È pura idiozia. È un film che fa procedere la trama servendosi dell’imbecillità improvvisa e ingiustificata dei suoi protagonisti. NON CACCIARE LE MANI IN MEZZO A DEI MASSI NERISSIMI CHE VOLANO, ACCIDENTI A TE.
Ma Jane Foster mi suscita anche altre perplessità. La sua presenza è ingombrante, anche se invisibile. Ogni volta che Thor appare sul nostro pianeta (e ci rimane per quelli che allo spettatore sembrano mesi) non posso fare a meno di chiedermi perché non vada a trovare Jane. Cioè, non è una relazione a distanza tipo lui è di Milano e lei è di Novara. È una relazione a distanza Terra-Asgard. Visto che ce l’avete menata così tanto con Thor che s’innamora, il minimo che posso aspettarmi è che Jane ricompaia, di tanto in tanto. E invece no. Riferimenti goffi a Jane che è occupatissima a studiare qualcosa dall’altra parte del mondo. Thor che inventa scuse ridicole – “Non voglio metterla in pericolo” – invece di far girare tre volte il martello e volare da lei in 27 minuti. Jane c’è ma non c’è, e rende le relazioni tra i personaggi super traballanti e artificiose.
Quel che più mi fa arrabbiare di Jane, però, è l’effettivo fallimento dei buoni propositi relativi al suo personaggio. Inventiamoci una ragazza forte, saggia, sveglia, indipendente, non la solita bonazza svenevole che va continuamente soccorsa e salvata! E invece. Mani nell’Ether > coma > malattia incredibile e sconosciuta > viaggio ad Asgard > elfi oscuri incazzati > invasione di Asgard > TERRA IN PERICOLO > UNIVERSO A RISCHIO > MORTE MORTE MORTE. E lei là, con una finta armatura da signora asgardiana e la piega perfetta. Jane Foster, io ti maledico.
CATEGORIA | Personaggi girl-power venuti male. / Palle al piede. / Attori troppo famosi che la Marvel non è riuscita a contrattualizzare per benino.

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Falcon

Falcon

“Amore del Cuore, sto facendo un post sui personaggi Marvel che non apprezzo particolarmente. Te chi è che non tolleri?”.
“Il tizio-gallina”.
“Ma chi? Non c’è nessuna gallina”.
“Quello con le ali. Quello che le ha prese da Ant Man”.
“Ahhhhh, FALCON!”.
“Si chiama Falcon?”.
“Come dovevano chiamarlo, GALLINATRON?”.
“Non mi interessa. È veramente il capo dei pirla”.
CATEGORIA | Con tutti i supereroi fighi che la Marvel ha inventato, proprio lui dovevamo sucarci? Ant Man, hai tutta la nostra stima.

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Darcy Lewis

Darcy

Avrò un cuore di pietra, ma le simpatiche pasticcione non le reggo più. Soprattutto quando non stanno zitte un secondo e non riescono a farmi ridere. Darcy è di un’invadenza rara e, anche se non ripugna quanto Zola (AHHHHHHH!), al terzo dialogo volevo già gettarla giù dal Bifrost. Poi, capisco che le ricerche di Jane Foster non possano di certo essere considerate “ortodosse” – almeno non nel primo Thor – e che di laureati del MIT che fanno la fila per uno stage da lei ce ne siano pochi, ma non puoi neanche risolverla assumendo la scema del villaggio, santo il cielo!
CATEGORIA | Orticaria. / Pagliacci tristi.

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Pietro Maximoff

Quicksilver

I gemelli Maximoff ne passano di tutti i colori. E la guerra, e le bombe di Stark che gli devastano la famiglia, e la simpatica idea di offrirsi come cavie per gli esperimenti dell’Hydra, e la solitudine, e la difficoltà di procurarsi i prodotti per decolorarsi bene i capelli… Insomma, la loro vita è impervia, dolorosa e piena di rancore. Ma io non ce la faccio lo stesso. Passi la Wanda, che ha ancora tante meraviglie da imparare e sortilegi spettacolari da farci vedere, ma Pietro no. Aaron Taylor-Johnson è un bravissimo attore, quindi darò la colpa a Joss Whedon. Joss, di grazia, perché hai detto al Taylor-Johnson che il modo migliore per trasmettere allo spettatore tutta l’angoscia e il furore vendicativo di Pietro fosse una perenne espressione da uomo che si è fatto molta cacca nei pantaloni della tuta – senza avere la possibilità di cambiarseli o anche solo di sbarazzarsene? Perché, Joss. Perché l’hai costretto. E alla fine, non pago, l’hai pure ammazzato. Non si fa così.
CATEGORIA | Mal consigliati. / Resting bitch face.

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Justin Hammer

Justin Hammer

Pensare che quel cialtrone di Justin Hammer e la sua compagnia possano in qualche modo rappresentare, per le Stark Industries, dei seri concorrenti è semplicemente inaccettabile. Certo, Hammer è funzionale all’entrata in scena di Vanko – che è un po’ il cattivo ufficiale del film – ma quella con Tony Stark è una rivalità che nemmeno la più coriacea delle sospensioni dell’incredulità riuscirebbe a sostenere. Non ho problemi ad elaborare un procione parlante, ma non riesco a capacitarmi di Hammer. E lo so, non mi fa onore, ma ho continuato a sperare che il pappagallo di Mickey Rourke gli beccasse via un occhio.
CATEGORIA | Wanna Marchi.

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Bucky Barnes

Winter Soldier

Dobbiamo a Bucky e alle sventure che gli capitano – PER COLPA DEL DOTTOR ZOLA ANCORA LUI MALEDIZIONE BASTA BASTA! – alcuni tra i più bei film (più o meno corali) dell’universo Marvel. Il fatto che lui rimanga muto e catatonico per i tre quarti del tempo non dovrebbe turbarci, perché il suo merito più autentico è quello di scatenare reazioni a dir poco perentorie da parte degli altri Avengers. Non dovrebbe turbarci, dico… però ci turba. Almeno, io me la prendo. Bucky, sono Steve! Sono Steve! Sto sfasciando gli Avengers per amor tuo! SILENZIO. BRONCIO. GRUGNITO. FUGA PRECIPITOSA. Bucky mi fa continuamente venire in mente Michelangelo che prende a martellate il Mosè strillandogli PERCHÉ NON PARLI! Certo, il Mosè non era stato programmato per trasformarsi in una spietata e inarrestabile macchina da guerra da un sadico scienziato nazista, ma la relazione tra Bucky e Steve mi pare un pochino unidirezionale. Bucky, sappiamo che hai il cervello fritto, ma ti prego, ti prego, dilla una cosa carina ogni tanto a Captain America. Se lo merita. Va bene, l’hai ripescato dalle macerie di un palazzo affondato e stai trovando maniere trasversalissime per fargli capire che CI SEI, ma ha bisogno di un amico che non opti per l’ibernazione forzata ogni venti minuti. Esterna i tuoi sentimenti, Bucky, Esterna!
CATEGORIA | Amori non ricambiati. / Dateci di più.

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Stan Lee

stan lee

MA CHE RIDERE IL CAMEO NUOVO DI STAN LEE! Ecco, all’inizio sì, mi facevano ridere. Ma sto notando un certo deterioramento dell’approccio creativo-cialtrone all’arte del cameo. Quando Tony Stark lo scambia per Hugh Hefner mi sono divertita parecchio. Ma vedere Stan Lee parcheggiato su un asteroide a blaterare cose senza senso nel nuovo Guardiani della Galassia un po’ m’ha intristito. Sarò sicuramente io che non riesco a cogliere – per drammatica ignoranza – una REFERENCE colta a un qualche fumetto del 1967, certo, ma ormai sono molto più felice di veder apparire a caso Donald il papero che il povero Stan Lee seduto su un sasso nel bel mezzo di una galassia dimenticata da ogni genere di divinità.
CATEGORIA | Può bastare, grazie.

Come si può tristemente constatare dalla categoria Cinema & TV di questo scalognato blog, le mie preferenze filmiche coincidono all’incirca con quelle di un bambino di nove anni che ha appena fatto la varicella. Adoro i robot giganti che prendono i mostri a petroliere sul muso, mi emoziono tantissimo appena vedo un velociraptor e tiro le mutande a Tom Hiddleston con del vero sentimento.
Di film non capisco praticamente niente, ma adoro parlarne. E adoro leggere quello che dicono gli altri – metti mai che imparo qualcosa.
Nel vasto universo dell’opinione cinematografica, il mio preferito è sempre stato Leo Ortolani. Di cose belle per il mondo ne ha disegnate tante, ma nulla riesce a farmi felice come una delle sue recensioni a fumetti sull’ultimo polpettone Marvel, o sull’ultima saga fantascientifica che qualcuno ha deciso di sbolognare a J. J. Abrams, o sull’ultimo disperato tentativo di fare un film con i Fantastici 4. Pur continuando a non comprendere come è riuscito ad apprezzare Prometheus, ho PRE-ORDINATO Il buio in sala – pubblicato da Bao – e l’ho atteso con lo stesso entusiasmo sprigionato da un biologo imbecille di fronte a una biscia spaziale dall’aria palesemente assassina.

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L’insensatezza di tutta questa HYPE non mi è sfuggita, credetemi.
Cretina, hai praticamente già letto i nove decimi di questo libro sul blog di Ortolani, che cosa speri mai di trovarci dentro?
Va bene, ci sarà pure qualche recensione inedita, ma non mi sembra il caso di agitarsi così tanto.
Cos’è, abbiamo all’improvviso diciassette euro da buttare?
Taci, buonsenso. Taci e lasciami divertire.
Perché è di questo che si tratta.

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Non vi siete mai imbattuti in una recensione di Ortolani? Stolti, vi invidio profondamente! Se vi piacciono i supereroi, le astronavi e avete (giustamente) paura dei vecchietti in coda alla posta, questo libro sarà per voi fonte di inesauribile sorpresa e probabili convulsioni.
Siete convinti di sapere ormai a memoria l’intero blog? Vi sbagliate: avete trent’anni e il vostro cervello non è più quello di una volta. Il buio in sala riattiverà le vostre esauste sinapsi e vi farà ridere come la prima volta – o quasi. Insomma, dipende da quanto vi siete effettivamente rimbambiti. Io, per dire, sono stata scacciata dalla camera da letto alle due del mattino perché sghignazzavo con eccessiva foga (rischiando, probabilmente, di rompere le acque).
Nell’augurarvi un consorte più comprensivo di Amore del Cuore, vi esorto ad acquistare questo prezioso volume e a trovare un luogo appartato dove godervelo in santa pace. Che con diciassette euro, ormai, non ci comprate più manco un pezzo di pizza. Tanto vale buttarli via con stile.

 

Ma dov’ero quando La canzone del mare è stato candidato all’Oscar come miglior film d’animazione? E che cosa avevo di così importante da fare due anni fa, quando strabiliava le genti al festival di Toronto?
Nel recinto delle capre, ecco dove stavo.
Meglio tardi che mai, però. Consoliamoci così.
La buona notizia è che questo splendido lungometraggio animato arriverà al cinema alla fine di giugno anche in Italia – perché il tempismo è sempre il nostro forte – grazie al provvidenziale intervento della Bolero Film.

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La canzone del mare di Tomm Moore (quante M può ragionevolmente contenere un cognome?) è una storia di onde, conchiglie, tristezza da sconfiggere, civette, storie da tramandare e giganti pietrificati. I protagonisti sono Ben, la sua sorellina Saoirse, un cane adorabile megapeloso e una solidissima impalcatura di miti irlandesi.
Saoirse, infatti, è una selkie, una bambina magica capace di trasformarsi in foca e di liberare, grazie al suo canto miracoloso, la scintilla delle emozioni dimenticate. Ma mica è facile, perbacco. Ogni selkie ha bisogno di un mantello e di una voce… e per Saoirse le cose saranno un po’ più complicate del previsto. Ad aiutarla ci sarà Ben e, insieme, si imbarcheranno in un’avventura fiabesca, un lungo viaggio che avrà il potere di ridare vita alle leggende che sonnecchiano sotto la superficie del mondo visibile.

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Era tanto che non mi capitava di scoprire qualcosa di così bello dal punto di vista visivo e di così toccante, delicato e ben orchestrato da quello narrativo.
Sarà il folklore irlandese, saranno le fochine, sarà la musica – la colonna sonora è un misto di composizioni originali e di motivi tradizionali interpretati dalla band Kila -, sarà che ogni tanto è bello vedere che la tristezza e la paura non possono vincere, sarà che non lo so – ma ho adorato profondamente questo film. E ho pianto come una pecora sgozzata per una mezz’ora buona. Pensavo di essermi rincoglionita – sei gravida e non sei più in grado di gestire la tua emotività -, ma all’improvviso ho scoperto di essere circondata da una vasta platea di giornalisti sessantenni che singhiozzavano fortissimo. E ho capito che per il mondo c’è speranza. E che le selkie, alla fine, cantano un po’ per tutti.
Trovate il modo di vedere La canzone del mare. È una meraviglia vera.

 

 

Questa ondata di remake, adattamenti con le persone vere e rilanci in live-action delle pietre miliari della mia felicissima infanzia sta cominciando ad agitarmi. Mentre attendo con un certo terrore il trailer della Sirenetta (perché sì, stanno manomettendo pure quello) e accendo un cero in vista dell’arrivo in sala del GGG, trovo più che doveroso condividere le prime immagini del nostro (potenziale) problema più imminente: La bella e la bestia.
Disney, parliamoci chiaro. Non potrei tollerare un disastro. Ho fisicamente bisogno che questo film sia fantastico. Lo desidero ardentemente. Ho ancora l’album di figurine di quando ero piccola –  l’UNICO mai completato. Volevo il bambolotto della Bestia, quello con la testa posticcia che se gliela staccavi scoprivi che sotto c’era il principe. PARLAVO CON GLI STRACCI DELLA POLVERE DI MIA MADRE, MALEDIZIONE. La situazione è critica.
Ma vediamo quel che c’è.
Il teaser, che trovate gloriosamente qua sotto, è una specie di visita guidata del castello della Bestia (e ben poco altro). Ora, non so se si tratti di una mia reazione pavloviana alla colonna sonora o se, in effetti, il castello sia bello veramente, ma mi pare tutto al posto giusto – cardini scricchiolanti compresi. Continuo a non avere idea di come Mrs Bric potrà interagire con Emma Watson – Belle -, ma affidiamoci alla provvidenza.

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Il film uscirà il 17 marzo 2017 e, oltre ad Emma Watson – palesemente scelta perché ad Hermione Granger la biblioteca della Bestia sarebbe piaciuta un casino – il cast comprende personaggi strabilianti.
Dan Stevens sarà la Bestia – per chi non ce l’avesse presente, Dan Stevens è Matthew Crawley di Downton Abbey… diventato inspiegabilmente figo subito dopo aver abbandonato gli agi della campagna inglese -, Luke Evans sarà Gaston – Amore del Cuore è arrivato all’ultima audizione, ma è stato scartato e deve ancora riprendersi dalla cocente delusione -, Ewan McGregor sarà Lumiere – ADORO! – e Ian McKellen sarà Tockins – IPERVENTILO.
Per non farci mancare niente, ci saranno pure Emma Thompson – nel ruolo della magnifica teiera parlante – e Stanley Tucci… che interpreterà un pianoforte a coda. Nel cartone non c’era un pianoforte, ma chi sono io per protestare. Anzi, un principino presuntuoso che studia pianoforte di malavoglia ci sta perfettamente.
L’angoscia rimane grande, almeno quanto la sala da ballo del castello. Teniamoci per mano.

Sono molto contenta. Questo film poteva essere una boiata terrificantetipo Batman v Supermanma, con mio grande sollievo, è un ottimo esempio di come centosei supereroi possano litigare con dignità, rispettando i nostri affaticatissimi cervelli. E, dopo innumerevoli MAI UNA GIOIA, finalmente ci meritavamo qualcosa di tollerabile.
Ma che succede? Perché Civil War è bello?
Parliamone.
Con spoiler.
Ripeto. SPOILER.

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Dopo aver praticamente sbriciolato un’immaginaria nazione est-europea in Age of Ultron – che non mi è garbato un granché… come non è garbato neanche al povero Joss Whedon, da quel che si è capito – gli Avengers si trovano nuovamente al centro di ogni genere di polemica. Il loro ultimo intervento in Africa, infatti, si è concluso nel consueto cumulo di calcinacci sanguinolenti e bambini martoriati. Le Nazioni Unite, all’improvviso, non sembrano più disposte a tollerare un tale scempio. Questa gente con i superpoteri deve smetterla di andarsene in giro a seminare distruzione nel nome di un ipotetico bene comune! Ah, signora mia, dove andremo a finire. Perché non prendono esempio da Dragonball? Qualcuno ha forse mai visto Goku e Vegeta pestarsi a Manhattan? Comunque. Il buon Tony Stark – che vive ormai intrappolato in una perenne condizione di rimorso e scarsa fiducia nelle proprie capacità di giudizio – si schiera a favore di una specie di Trattato Internazionale per il Controllo del Supereroe Eccessivamente Disinvolto, ed esorta il resto della ciurma ad imitare il suo luminoso esempio. Purtroppo, però, il sempre opportuno Bucky riemerge dopo un paio d’anni dalle tenebre per far APPARENTEMENTE saltare in aria un’aula piena zeppa di diplomatici e membri incazzati della famiglia reale wakandiana.
Apriti Bifrost.
Captain America, ben lo sappiamo, perde completamente la brocca ogni volta che all’orizzonte balena il braccione meccanico di Bucky. Fermamente intenzionato a sventarne la cattura – NON È STATO LUI, STOLTI! I MALVAGI STANNO NUOVAMENTE MANIPOLANDO LA SUA MENTE! L’ULTIMA VOLTA M’HA TIRATO FUORI DA UN RELITTO, C’È SPERANZA CHE SI RIPIGLI, M’HA RICONOSCIUTO, GUAI A CHI LO TOCCA! -, si precipita in suo soccorso sfanculando il mondo intero e inimicandosi in modo quasi del tutto irreparabile Tony Stark, ormai ridotto allo status di povero Cristo. Cioè, Pepper sembra averlo scaricato – per fondare Goop e suggerire a tutte quante di farci l’ossigenoterapia alla vagina. E Visione guarda sempre le tettone a Wanda. Nessuno lo degna più d’un briciolo d’attenzione e nemmeno le armature sono più arroganti come una volta. Insomma, una situazione drammatica. #TeamIronMan. #TeamTomFord.
In un crescente parapiglia – assai guardabile anche nelle sequenze d’azione, che tanto schifo ci avevano fatto nell’ultima uscita degli Avengers – e in un addensarsi di sospetti e piani obliqui, emerge la figura di un abile malvagio: Niki Lauda. Daniel Brühl, non so se sia per la faccia che ha o per la sua indiscutibile capacità di risultarti in ogni modo antipatico, sembra essere condannato ad interpretare gli stronzi, i viscidi e i reietti della terra. Daniel Brühl è l’esatto opposto di Martin Freeman, che in questo film fa Everett Ross, e che riesce a risultare amabile anche interpretando personaggi che non interessano a nessuno.
MA STIAMO DIVAGANDO, MALEDIZIONE.
Niki Lauda, dimostrando uno stile, una pazienza, una perseveranza e un’abilità che l’ultimo Lex Luthor manco è capace di sognarsi, riesce nell’impresa di riportare alla luce un terrificante scheletro nell’armadio, non prima d’aver però costretto gli Avengers a sputarsi vicendevolmente in faccia.

Ecco il folle pagellino dei due schieramenti. 

team cap
STEVE ROGERS (giunto per l’occasione al secondo limone della sua vita – o forse… fermi tutti, giunto per l’occasione AL PRIMO LIMONE DELLA SUA VITA) è riuscito a tirarsi dietro:
BUCKY, il Winter Soldier dalla mano pesante > basta dirgli “vagone merci” in russo e riuscirete a convincerlo a commettere qualsiasi genere di enormità (e a venire a fare shopping con voi al centro commerciale di Arese il sabato pomeriggio). Lo trovo estremamente figo, ma il suo ostinato mutismo mi esaspera. E, seppur io capisca – razionalmente – perché Captain America lo ami così tanto, continuo a pensare che non valga la pena sbattersi a tal punto per lui.
WANDA, la strega con le parigine di lana > ancora vittima della sindrome di Jean Grey, combina un casino ogni volta che decide di uscire di casa. Potrebbe sbriciolare il mondo, ma cioè, tipo, raga… ho problemi.
FALCON, quel tuo cugino che si diverte a pilotare i droni > perdonatemi, ma Falcon è semplicemente troppo buffo per essere preso sul serio.
OCCHIO DI FALCO(N), quello che in pensione s’annoia > sempre caparbio e immancabilmente polemico, molla figli e famiglia per azzuffarsi improvvisamente con gli unici amici che ha mai avuto. E, ancora una volta, non finisce mai le frecce.
ANT MAN, il capo dei galli > non ho mai recensito Ant Man, ma mi è piaciuto tantissimo. Credo che, a livello di “tono” e di adorabile sbruffonaggine, Paul Rudd sia un po’ il nostro nuovo Iron Man. In questo film ci sono circa due battute argute e sei cose che possono farti ridere. E le dice tutte Paul Rudd. In questo film, dal punto di vista dell’azione, c’è un’unica cosa davvero assurda e stupefacente. E la fanno fare a Paul Rudd – subito dopo averlo spedito tra i circuiti di Tony Stark a svitare bulloncini, a bordo di una freccia volante. Dopo tutto ciò, LO FANNO DIVENTARE GIGANTE, SANTO IL CIELO. È UN MOMENTO BELLISSIMO. METTETE PAUL RUDD DA TUTTE LE PARTI! FATEGLI GETTARE I CAMION ADDOSSO AI CATTIVI! Amore imperituro per Ant Man.

team stark

TONY STARK (sempre genio, sempre miliardario e sempre filantropo, ma decisamente non più playboy… e molto più amareggiato dalla vita) combatte con:
VEDOVA NERA, la donna che cambiava idea > di solito tifo moltissimo per la Vedova Nera. Questa volta, oltre ad apprezzare il modo saggissimo in cui il suo personaggio permette alla trama di progredire, non mi è sembrata in grande spolvero. Vero, come ti mena una donna intelligente non ti mena nessuno, ma mi è sembrata un po’ fuori dal gioco. Sarà la svolta diplomatica con tanto di tailleur. Sarà la ragionevolezza. Sarà che si sforza di essere una bella persona. Sono un po’ spiazzata. Ridatele Bruce Banner – e un po’ di senso dell’umorismo -, povera ragazza.
WAR MACHINE, l’uomo sbagliato nel posto sbagliato > più soldato di Captain America, Rhodey utilizza le armature di Tony Stark come se fossero trattori. O betoniere. O camion della spazzatura. Non mi sono mai affezionata a lui, ma vederlo precipitare come un menhir da tre chilometri d’altezza mi ha fatto decisamente impressione. Gli auguro di rimettersi presto.
VISIONE, una creatura onniveggente capace di apprezzare il cashmere > Visione è l’unico nell’universo che è stato capace di sollevare il martello di Thor. Nonostante ciò, non sa preparare una zuppa. Visione che prova a cucinare e, come noialtri, si domanda quanto sia – esattamente – un pizzico di qualcosa vale molto di più di Visione che si smaterializza quando cerchi di mollargli un cartone. Visione, nonostante le apparenze faticosamente celate, sta diventando più umano dell’umanità stessa… e la sua vulnerabilità nei confronti della scollatura di Wanda ne è la prova lampante. Ricordate, amici. Le tette fanno sbagliare mira anche ai migliori. Adoro comunque, anche in modalità pesciolone lesso.
BLACK PANTHER, una speranza per le monarchie di ogni latitudine > tra i nuovi arrivati nel club dei supereroi, il re di Wakanda è sicuramente degno di una parata. È animato da motivazioni plausibili e, anche se non c’è molto tempo per farci amicizia, riesce comunque a compiere un percorso  apprezzabile. In questa prima uscita fa esattamente quello che dovrebbe fare: farti venire voglia di vedere il suo film.
SPIDERMAN, finalmente in bolla > vederlo apparire nel trailer mi aveva messo addosso un malessere senza fine. Un po’ perché non avevo alcuna intenzione di sorbirmi l’ennesimo reboot del personaggio e un po’ perché, con tanta carne al fuoco, aggiungere anche lui al minestrone mi sembrava una decisione di difficile gestione. Sbagliarsi, ogni tanto, è bellissimo. Sebbene non riesca ad accettare la data di nascita di Tom Holland – 1996, ma vi pare corretto? -, il nuovo Spiderman mi è piaciuto molto. Amore del Cuore ha accolto la nuova zia May con un’entusiasmo che mai gli avevo visto sprigionare di fronte a una scena Marvel e io, mio malgrado, sono stata costretta ad ammettere che questo Spiderman merita una possibilità. Speriamo in bene.

Sono finiti?
Sono finiti.
Mamma mia, che sbattimento.

Far funzionare all’interno di una trama sensata una tale quantità di gente è un’impresa titanica. I fratelli Russo, non si sa bene come, riescono a governare la baracca con un ottimo ritmo… infilandoci un colpo di scena decisamente interessante. Bucky che trucida i genitori di Tony Stark, splendido! Cioè, orribile e terrificante – ma assolutamente ottimo dal punto di vista narrativo. In questo film c’è un cattivo “normale” che architetta in maniera straordinaria una vendetta assolutamente ordinaria – come del resto sono tutte le vendette. Insomma, ammettiamolo. È raro che il livello di esecuzione di una vendetta riesca a superare il tedio infinito di un cattivo che agisce per vendetta. Niki Lauda, però, se la cava alla grande. E le conseguenze del polverone che ha sollevato, fortunatamente per noi, non si risolveranno tanto presto.
Civil War è un film di supereroi con un intreccio degno di questo nome – che funziona senza ricorrere per forza alla consueta accozzaglia di azioni che si svolgono scriteriatamente in parallelo in vista del gigantesco BUM-BUM-SBADABENG finale. Ecco perché, forse, Civil War riesce a fare un passetto in più rispetto al resto del “genere”. Civil War è ben bilanciato, sempre motivato e sorprendentemente umano. Certo, non ci si sottrae a un’inevitabile dose di retorica e il senso dell’umorismo non è un cavallo di battaglia del film, ma Civil War è un film. Un film vero. E una delle cose che capitano in questo film, fra le tante, è che dei supereroi se la prendano in maniera virulenta gli uni con gli altri. Non ti schieri con una delle due parti perché, nel profondo del cuore, sei convinto della necessità di una costituzione sovranazionale che regoli l’operato dei supereroi, ti schieri perché questi personaggi – ormai – hanno un “vissuto” e una storia, anche per te.
Dai, questa volta è andata bene.
Rallegriamoci.
Verso le Infinity Wars e oltre!

Ci sono gli spoiler.
Anche se, in realtà, avete già visto praticamente tutto nei trailer… quindi non so bene nemmeno io perché mai dovremmo affannarci a questo modo, dato che la struttura fondamentale di questo film dovrebbe già esservi molto chiara. Francamente non so neanche perché siete venuti qui a leggere le mie perplessità ma, per correttezza e per non far arrabbiare nessuna senatrice americana, io vi avverto. Ci sono gli spoiler.

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Niente. C’è Bruce Wayne che se la prende un casino perché Superman gli sega a metà la Wayne Tower coi raggi fotonici. E poco gli frega che, pur devastando in lungo e in largo la città, Superman sia riuscito a salvare il mondo dal generale Zod e dalla sua meganave a forma di spremiagrumi dell’Alessi. Niente da fare, Bruce Wayne viene investito da una classica epifania post-traumatica e si arrabbia lo stesso. E i suoi dubbi, alla fin fine, sono legittimi. Bruce Wayne è l’esempio vivente di quanto sia difficile fare il supereroe. Ci vuole costanza, ci vuole dell’impegno. Bisogna allenarsi, fabbricarsi delle cose, imparare a menare la gente, vivere perennemente nell’angoscia che qualcuno ti scopra e spendere una barca di soldi. I cattivi ti prendono a calci in faccia, tutti hanno paura di te, non si dorme mai e c’è, in generale, un livello altissimo di sbattimento. Tutto questo sarebbe ancor più nobile se Bruce Wayne fosse un poveraccio con le calze bucate, ma perdoniamogli per un attimo la sua sfacciata ricchezza. Voglio dire, ce ne sono un casino di tizi ricchi al mondo, ma mica tutti decidono di utilizzare il proprio tempo libero per combattere per la salvezza di Gotham. C’è il golf. C’è la filantropia. C’è la lirica. E poi è orfano, maledizione. Non vedete quant’è triste?
COMUNQUE.

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Bruce Wayne è lì che vive la sua vita d’agio e tormento supereroistico autoinflitto quando, un bel giorno, arriva uno che vola e spara raggi laser dalle palle degli occhi. 
Cioè, è concorrenza sleale.
E c’è materiale per un concreto dilemma etico.
Che cos’è l’uomo. Dio esiste? Dio è fra noi? Sarà sempre dalla nostra parte? Un grande potere può darti il diritto di scegliere per tutti?
Insomma, Bruce Wayne se la prende, ma le sue preoccupazioni non sono infondate. Superman, a livello concettuale, non è facile da metabolizzare per l’essere umano (o il supereroe) medio.
E fin qui s’andava piuttosto bene. Bataffleck, pur gonfio come una zampogna, ci sta dentro. La storia, nei suoi vari pezzettini, poteva addirittura aver senso e decollare gradualmente con garbo e decoro.
Poi non so razionalmente spiegarmi com’è che succeda, ma va un po’ tutto a farsi benedire.
Perché Superman sviluppa quest’antipatia sdegnosa per Batman? Non ne ha veramente motivo. Ha già un casino di problemi per i fatti suoi, che gli frega di puntare il dito contro uno che, così a occhio, passa le giornate a menare degli scippatori derelitti? Perché si prende la briga d’acciaccargli la Batmobile e di andare addirittura a fargli brutto? Lex Luthor è visibilmente un viscido… e aver origliato un complotto ai suoi danni non dovrebbe darti il diritto di pensarne automaticamente male. Ma soprattutto, poi, prova a fargli una domanda. Atterragli sul cofano della macchina, va bene, ma chiedigli qualcosa. Fatti spiegare. Oh, Batman. Che storia è? Cosa succede? Ma è vero che ce l’hai con me? Che ci facevi in cantina da Lex Luthor? Ma non sembra assurdo anche a te che il mainframe dell’intero impero Lexcorp stia tra le cucine e la dispensa?
Zero, invece.
“La prossima volta che vedi il tuo segnale, accendi Netflix e stai a casa”.
Già gli stai sull’anima, a Batman. Non ti lamentare se dopo questa brillante incursione nei fatti suoi ti detesterà ancora di più. Gli sfondi di palazzi, gli strappi le portiere dalla macchina, lo minacci come uno di quei ciccioni prepotenti che pestano le bambine. Ma chi ti conosce, Superman. Stai nel tuo. Chi ti ha chiesto niente.

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Data la solidità delle motivazioni fondanti di questa mortale antipatia tra Batman e Superman, è stato necessario fomentarli ulteriormente. Di tanto in tanto, ad esempio, Batman viene risucchiato in sequenze oniriche che sembrano arrivare per direttissima dall’inferno delle peperonate mal digerite. Tombe materne che grondano sangue, scontri in un mondo desertico che somiglia al preoccupante incrocio tra Ant Man e Mad Max, pezzi di metaforica kryptonite che fungono goffamente da collante con quanto sta “realmente” accadendo. Visto che nemmeno gli incubi di Bruce Wayne e il fantasma di Kevin Costner che ammucchia pietre sulla cima dell’Everest possono assisterci fino in fondo, arriva pure Lex Luthor. E le nostre sventure si moltiplicano.
Lex Luthor, per me, è un mistero.

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Il che cosa gliene freghi davvero a lui di tutta la faccenda resta per me un enigma, al pari della recitazione fastidiosissima di Jesse Eisemberg e ai boccoli biondi uguali uguali a quelli che avevo io per la cresima. Che vuoi davvero, Lex Luthor? Che cosa te ne viene in tasca? Il tuo scopo è solo farti un giro nell’astronave di Zod? Superman ti sta semplicemente sui coglioni? Che tipo di scienziato sei, esattamente? Perché parli, gesticoli e saltelli in giro come un cocainomane a un corso d’improvvisazione teatrale? Come puoi affidare il destino delle tue macchinazioni a un timer per le uova sode? Ma, soprattutto, che razza di piano è “facciamo provare Batman e se non ce la vede dentro liberiamo un antico abominio di Krypton”?
Ma che diamine.
Ma perché.
E poi che facciamo?
In che modo questo scenario potrebbe mai giovarti, Lex Luthor?
Non mi pare che Doomsday ti dia un granché retta. O pensi forse di essere Natasha Romanoff?

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I problemi si affastellano, le preoccupazioni abbondano, le motivazioni latitano, i monumenti esplodono, i Lawrence Fishburne strillano, il populismo dilaga, gli Alfred bevono e le Lois Lane irritano. Fatto sta che Batman e Superman cominciano a prendersi a frigoriferi in faccia dopo un’eternità di tempo. Ma manco quello è riuscito a darmi un po’ di sollievo.
Nonostante Superman ami tantissimo la sua mamma e Batman sia incazzato nero – al punto da prendere ripetutamente a picconate la ruota di un trattore, soffiando come un cinghiale e sbatacchiando pesi giganteschi sul nudo cemento -, il loro scontro mi è sembrato del tutto privo di significato. Perché sappiamo perfettamente – anche senza aver visto il trailer -, che nella pancia di un rottame kryptoniano c’è un orrore indicibile che va pian piano maturando e che, per forza di cose, i due eroi dovranno affrontarlo insieme per il bene dell’umanità – e anche un po’ per presentarci quella gnocca atomica di Wonder Woman e far partire tutto il baraccone della Justice League. Lo spettatore sa che Doomsday sta arrivando. Come può dunque godersi col giusto abbandono una lotta all’ultimo sangue, se sa benissimo che non sarà una lotta all’ultimo sangue ma soltanto un momento puramente interlocutorio in cui due omoni giganteschi si gonfiano di legnate perché nessuno dei due è in grado di gestire un malinteso?
Lex Luthor, sei un babbo. Ci hai rovinato tutto il divertimento.

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Il combattimento (che, per la cronaca, Bataffleck vince alla grande nonostante abbia deciso di bardarsi come uno scaldabagno dell’Alto Medioevo) si interrompe con un pretesto che dovrebbe risultare profondo (e farci apprezzare tutte le benedette volte in cui Zach Snyder ha deciso di ricordarci che a Bruce Wayne hanno ammazzato i genitori… COME SE POTESSIMO SCORDARCELO) ma che, in realtà, fa abbastanza ridere. La mia mamma viva si chiama come la tua mamma morta! Potevo dirtelo subito e ci saremmo risparmiati un casino di seccature… ma non ci ho pensato, va bene? Le nostre mamme hanno un nome veramente meraviglioso. Fantastico. Siamo a posto, no? A posto. Perfetto. Andiamo a mangiarci un gelato.
Ma che diavolo vorrebbe dire? M’ammorbi per un’ora e mezza, tenti strenuamente di costruire dell’odio tra due perfetti estranei che nulla al mondo avrebbero da rimproverarsi e, quando finalmente ti sembra d’avercela fatta, la chiudi così? Ma che siamo, dei bambini?
E lasciatemi dire un’altra cosa. Cari Batman e Superman, scegliere il nome della propria mamma come safeword è veramente una roba poco garbata. Vergognatevi.

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Insomma, questo film mi è sembrato un gran casino. Sono felicissima di aver fatto finalmente la conoscenza di Wonder Woman – che trovo incantevole e che vorrei vedere in azione in maniera un po’ più sensata quanto prima – e posso capire perfettamente che Batman v Superman serva da trampolino di lancio per operazioni ancor più grandiose, ma trovo incredibile che qualcuno possa aver pensato che una battuta tipo “Siamo nel bagno degli uomini, cara Lois. Ma lei ha due coglioni così, quindi è la benvenuta” potesse risultare tollerabile. Nessuno ci restituirà più i tre secondi di vita che abbiamo sprecato ad ascoltare quest’assurdità. E nessuno riuscirà mai a farmi capire che cosa volessero veramente fare TUTTI i personaggi di Batman v Superman. E, così a spanne, temo che anche il povero Ben Affleck ne sia perfettamente conscio.

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