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tegamini

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Parlare di viaggi – potenziali o ripescati dalla memoria – verso destinazioni ben tangibili non è mai privo di conseguenze. Può saltar fuori la nostalgia per quello che abbiamo visto e vissuto, può assalirci la frustrazione per quello che vorremmo vedere e vivere ma che ci è ancora precluso. Dove vogliamo andare? Ovunque! Dove è realistico che si arrivi? Spesso da nessuna parte. Ma girovagare per mondi che, indipendentemente dalle nostre circostanze pratiche, esistono già in una dimensione fantastica e sono raggiungibili, di base, solo con l’immaginazione mi pare assai meno impervio.

Che cosa succede quando uno strumento “esatto” e rigoroso come una mappa cerca di descrivere un posto che non esiste? Produce plausibilità. Ci aiuta a credere a quello che non c’è e a fare nostre le tribolazioni e le avventure dei personaggi che all’interno di quella mappa camminano, scagliano incantesimi, cavalcano draghi, edificano città, esplorano paludi, si amano con svariate complicanze o si stramaledicono vicendevolmente con foga inaudita.
Le terre immaginate è un ragguardevole atlante – curato per Salani a Huw Lewis-Jones e tradotto da Paolo Bianchi e Laura Serra – ma anche un trattato illustrato a più voci sulla geografia dei luoghi fittizi più vasti e vivi, da Narnia ai corridoi di Hogwarts. Un librone da leggere – e ammirare – per visitare di nuovo le storie che ormai albergano nel valigino del nostro cuore o per pianificare nuove rotte – perché c’è modo e modo di non andare da nessuna parte… e non è detto che ci si debba arrabbiare per forza.

Non so se riuscirò mai a ricordarmi nell’ordine giusto le creature che popolano il titolo di questo illustrato tenererrimo di CharlieMackesy – uscito per Salani con la traduzione di Giuseppe Iacobaci –, ma quello che posso affermare per certo è che a esplorare il mondo ci sono un bambino che un po’ teme la solitudine, una talpa fiduciosa e tondeggiante che può contenere quantità industriali di torta, una volpe di poche parole che impara pian piano a mettere da parte le sue diffidenze e un cavallo saggio che si finge meno magico di quello che è. Vanno a zonzo insieme, si palleggiano con semplicità e grazia grandi dubbi esistenziali, chiedono aiuto quando ce n’è bisogno e, soprattutto, ci raccontano l’amicizia con un candore che squaglia il cuore e lascia aperto uno spiraglio di speranza, nonostante si stenti spesso ad accogliere le proprie fatiche e a concedere agli altri un po’ di fiducia. Anche i grandi hanno bisogno di sentirsi dire che andrà tutto bene? Secondo me sì. E pure piuttosto di frequente. È un libro? Di sicuro. Ma è anche un fuocherello capace di confortare – a ogni età. 

Ci siamo. Lo so, l’immagine di copertina di queste guide ai doni di Natale editorial-letterari diventa di anno in anno più grottesca, ma dispongo di un senso dell’umorismo davvero elementare e mi basta pochissimo per divertirmi. Parto con la solita tiritera delle premesse metodologiche.

Cosa troverete in questo listone? Le strenne. Le strenne si configurano come idee-regalo efficaci perché sono libri dal perimetro tematico molto chiaro e perché sono tendenzialmente degli oggetti “belli”. Insomma, edizioni curate che offrono una buona risposta a un interesse dichiarato e manifesto. Ogni anno faccio il possibile per coprire un ampio ventaglio di argomenti ma, in quanto frutto di una selezione soggettiva, tendono a finirci inevitabilmente dentro delle proposte che rispondono anche alle mie fissazioni e alle mie curiosità. Mi auguro possano coincidere con quelle delle persone a cui vi va di fare un regalo… o con le vostre.

Al fondo del post troverete ulteriori collegamenti per esplorare le liste degli anni passati e vi esorto a spulciare ben bene anche gli eventuali paragrafetti che concludono le singole “schede”, perché anche lì troverete suggestioni e indicazioni aggiuntive. Non sono stata lì a contare, ma quella di quest’anno è largamente la lista più nutrita che mi sia capitato di comporre. Spero possa essere d’aiuto.

[Sì, la lista contiene dei link di affiliazione. Nulla vi vieta di prendere nota dei titoli e di andare a procurarveli nella vostra libreria di fiducia o nei luoghi che frequentate abitualmente, ci mancherebbe altro.]

Procedo.


Hjörleifur Hjartarson & Rán Flygenring
Il libro segreto degli elfi d’Islanda
IPERBOREA

Traduzione di Silvia Cosimini

Per chi ha già esplorato gli sconvolgenti paesaggi vulcanico-ghiacciati e per chi continua a sognare d’andarci, una mattissima ricognizione di un pezzo molto significativo del folklore islandese: gli elfi. Che fanno, dove si nascondono, come interagiscono con gli esseri umani, di quali prodigi o iatture sono responsabili. Un curiosissimo viaggio che mescola racconto, illustrazione, meta-contributi, epoche e registri diversi per coltivare miti e comprendere come continuino a persistere nella storia culturale del presente.

Paesaggi gelati e incontri che squarciano il velo della realtà? Possiamo orientarci anche su Susanna Clarke – già dal mondo acclamatissima per Jonathan Strange & il signor Norrell (stupendo) e per Piranesi (lo dovrei leggere ma non ci sono ancora arrivata). Anche Il bosco d’inverno (Fazi) fa parte del medesimo universo e racconta di una ragazza inquieta – come tutte le sante – che comprende meglio la natura e le bestie di quanto capisca le persone. È smilzissimo ma deliziosamente illustrato e sia per formato che per copertina ricorda le fiabe di Coralie Bickford Smith.
Altre fantasticherie? L’Ippocampo sta creando una mini-collana illustrata per mappare le entità leggendarie: streghe, fate, mostri, draghi.


Laura Pasquini
Il diavolo | Storia iconografica del male
CAROCCI

La festività che celebra la nascita del Bambin Gesù potrebbe essere quella meno opportuna per presentarsi con un tomo riccamente illustrato che indaga la parabola iconografica del demonio, ma chi sono io per moralizzarvi. Anzi, sono prontissima ad accompagnarvi fino all’Albero della Conoscenza e a indicarvi la mela più matura. Pasquini parte dalla remotissima antichità per approdare al presente e, tra code puntute e lingue di fuoco, ricostruisce il percorso figurativo del diavolo e le molte facce che nel corso dei secoli ha deciso di “indossare” per tentarci. Una magnifica panoramica per il più temibile degli avversari.

Un corollario? Di diavoli Gustave Doré ne ha sicuramente raffigurati parecchi… e non solo nel “suo” Inferno dantesco. Per ritrovarli e per esplorare il vasto rapporto di Doré con il mitologico e il fantastico c’è un volumone notevole uscito per l’Ippocampo.


The Christmas Book
PHAIDON/MARSILIO ARTE

Tradizione, folklore, immaginario pop, giocattoli, addobbi, abeti, pacchetti, renne, musica… il Natale è un costrutto multiforme in cui convergono usanze, fede, riti turbocapitalistici e speranze umane d’ogni sorta. The Christmas Book – ideato da Phaidon e pubblicato qui in Italia in una co-edizione con Marsilio Arte – ambisce a raccontarci che cos’è (e che cos’è diventato) il Natale a partire da una sterminata molteplicità di contributi visivi commentati, dalla storia dell’arte alla pubblicità, dal cibo ai riti collettivi.


Giulia Depentor
Dinastia | Alla ricerca della tua storia di famiglia tra segreti e misteri
FELTRINELLI

La ricerca autoriale di Giulia Depentor si è in prevalenza concentrata sui cimiteri e sulla valenza culturale dei riti funebri. Non sarà un tema particolarmente festoso, va bene, ma è senza dubbio curioso e ricchissimo di spunti, storia e sorprese. Anche Dinastia si occupa di memoria, incoraggiandoci però a ricostruire le gesta dei trapassati attraverso gli strumenti della genealogia e parecchio spirito investigativo. Insomma, in questo libro troverete Depentor che va volenterosamente alla ricerca dei suoi avi ma anche una guida pratica per far luce sulla vostra storia “dinastica”.


Jens Andersen
Lego | Una storia di famiglia
SALANI

A Ole Kirk Kristiansen, falegname di campagna, dobbiamo molte gioie, anche se la “sua” Lego era incomparabilmente più piccola di quella che conosciamo oggi. Tutto inizia in Danimarca nel 1934 e, tra innovazioni, invenzioni geniali e abbondante spirito d’adattamento, nasce un impero – rigorosamente fatto di mattoncini. Questo libro, autorizzato e benedetto dagli stessi Kristiansen, ricostruisce la storia delle tre generazioni che hanno contribuito al successo planetario della Lego, tra cronaca aziendale e saga di famiglia.


Sofia Coppola
Archive
MACK BOOKS

Dalle Vergini suicidePriscilla, questo tomone poderoso – curato dalla stessa Coppola – raccoglie i materiali più significativi che hanno accompagnato la regista durante la produzione dei suoi film. Alla conclusione di ogni lavoro, Coppola inscatolava tutto quello che le era servito in fase di sceneggiatura, riprese, definizione della scenografia, costumi, bozzetti, foto scattate sul set e memorabilia di ogni genere. Ecco, dopo aver accumulato parecchi scatoloni, ha deciso di aprire il suo notevole archivio e di riorganizzare i reperti più salienti in questo libro.

E in italiano cosa c’è? Potete orientarvi felicemente su Sofia Coppola: Forever Young di Hannah Strong, uscito per Il Saggiatore. 


Kate Strasdin
Il diario di Mrs Anne Skyes | Una vita in abiti e stoffe
FELTRINELLI

Traduzione di Mariagiulia Castagnone

Strasdin è una storica della moda e, nel 2016, ha ritrovato in fondo a un vetusto baule un album unico nel suo genere. Iniziato nel 1838 da una giovane donna inglese assai meticolosa, l’album conteneva numerosissimi scampoli di stoffa “commentati”. Tra annotazioni biografiche, viaggi, coordinate spaziotemporali e occasioni mondane ben catalogate, Strasdin ha studiato a fondo l’album per ricomporre in questo libro la parabola personale della sua proprietaria e lo spaccato sartorial-sociale di un’epoca intera.

Vogliamo intripparci ulteriormente con orditi, trame e filati? Da Gribaudo trovate anche La grammatica dei tessuti di Michela Finaurini. Potrebbe interessarvi un’incursione negli archivi inestimabili del Musée de l’Impression sur Étoffes di Mulhouse – già luogo di pellegrinaggio per chiunque crei abiti? Ci ha pensato Taschen con i due volumi di The Book of Printed Fabrics | From the 16th century until today
Ulteriore corollario: ci sono persone di vostra conoscenza che vogliono approcciarsi al lavoro a maglia? Perfetto, qua c’è Knit, knit, knit! di Sara Menetti (Feltrinelli), un manuale illustrato sull’arte di sferruzzare. Volete imparare a rammendare a livello squisitamente pratico ma volete anche assimilare i valori filosofico-conservativi legati al rammendo? C’è Con ago e filo. Un manuale per rammendare abiti, abitudini e cuori di Sonya e Nina Montenegro (Quinto Quarto).


Camilla Sernagiotto
Senza scadenza | L’intramontabile packaging made in Italy
ULTRA

Per il Team Nostalgia e per chi ama esclamare “ah, ai miei tempi saltavamo i fossi per il lungo!” ma anche per chi nutre un più che legittimo interesse per il packaging e per la grafica commerciale, Senza scadenza è un’avvincente enciclopedia visiva dei prodotti più caratteristici della storia industriale italiana.

Delle amarene Fabbri vi intriga più il lettering che la confezione? Non c’è problema, pure quello è assolutamente fondamentale e potrete approfondirne numerosi aspetti in Thinking with type. Tipografia e progettazione grafica: una guida critica di Ellen Lupton per Quinto Quarto.


Fornasetti | Memorie del futuro
ELECTA

La bellezza devastante dell’immaginario fornasettiano non ha bisogno di particolari presentazioni. Piero fonda il marchio negli anni Quaranta e Barnaba, il figlio, ne raccoglie l’eredità, valorizzando gli archivi paterni e traghettando il marchio verso i vasti orizzonti internazionali. Tra arte, design, fantasia originalissima e soluzioni disallineate, quello di Fornasetti è un universo creativo unico. Questo librone è un po’ il “greatest hits” del marchio, una retrospettiva museale sfogliabile e anche un buon premio di consolazione, visto che le seggiole con lo schienale a forma di capitello io non me le posso ancora permettere anche se le amo di un amore puro, sconfinato e assoluto.


Matthew Shindell
La luna. Miti, scienza e mappe
EINAUDI
Traduzione di Daniele A. Gewurz

I Saggi Einaudi hanno una gabbia molto riconoscibile e codificata. Sì, sono dei libroni rigorosi e spesso sono accompagnati da apparati iconografici d’eccezione, ma capita molto di rado di imbattersi in un esemplare di questo tipo, sia per formato che per veste grafica “indipendente”. La luna è un compendio eclettico del sapere astronomico accumulato dall’umanità a proposito del nostro nobile satellite ma anche un viaggio nella leggenda e nel mito, una spedizione – corredata da mappe e da un notevole dispiegamento di forze visive – fatta di scienza, storia, arte e suggestioni popolari. Tifo indiavolato per i Saggi fuori formato.


Elizabeth Stamp
150 librerie da vedere almeno una volta nella vita
24ORE CULTURA

Qua vorrei dire SENTI ELIZABETH FAREMO IL POSSIBILE POTRESTI ANCHE NON METTERLA GIÙ COSÌ PERENTORIA ma la verità è che vorrei prendere in mano questa guida ragionata delle librerie più piacevoli e avvenenti del mondo e salire sulla prima metro per Linate. Turismo bibliofilo, ce lo meriteremmo.

Orizzonti geografici leggermente meno ambiziosi ma comunque suggestivi? C’è Andare per i luoghi dell’editoria di Roberto Cicala per “Ritrovare l’Italia”, meravigliosa collana del Mulino che molte peregrinazioni mirate potrebbe ispirare.


Peter Brown
Il robot selvaggio
SALANI

Traduzione di Dida Paggi

Non infilo quasi mai della narrativa-narrativa nei listoni delle strenne perché quelli sono suggerimenti che rispondono a tutto un altro ordine di criteri, per quanto mi riguarda. Può accadere nel caso di edizioni speciali di particolare pregio – spesso per i classici – o per libri che penso contengano una lucina eccezionale che può davvero far bene in maniera indiscriminata praticamente a tutti. Il robot selvaggio ci ha trasformati in fagotti singhiozzanti al cinema, ma vi farei volentieri notare che la storia comincia da qui. Per chi ha amato il film e vuole il libro da coccolare ma anche per chi non sa niente del film e ha semplicemente bisogno di una storia dotata di cuore.


A cura di Maria Luisa Frisa
I racconti della moda
EINAUDI

Mentre continuiamo a gridare NON È AZZURRO È CERULEO!11!!1 e cerchiamo di capire perché all’improvviso dobbiamo tutte quante rimetterci i mocassini, la moda sta già pensando a come dovremo vestirci l’anno prossimo. Di moda si parla per strada, nei camerini, sulla stampa più o meno specializzata, in ogni più remoto angolo dei social, alle conferenze sul clima, nei consigli d’amministrazione e nelle aule universitarie. Vuoi che non se ne parli nei libri? Frisa raccoglie in quest’antologia “tematica” una selezione di racconti – decisamente illustri -, contributi e inchieste che ben si collocano in uno dei tanti vortici propulsivi che rendono la moda una forza viva, pronta a investirci con la sua carica estetica, artistica e sentimentale.

Bonus track: Alessandro Michele che dialoga con Andrea Coccia e ci spiega da dove vengono tutti gli incantesimi che in questi anni ha disegnato.


A cura di Michela Dentamaro
Crear sé stessa – Vol.I | Storia della moda raccontata dalle scrittrici

RINA EDIZIONI

Restiamo nel territorio della moda con un altro progetto antologico davvero fascinoso, frutto di un lavoro improbo d’archivio e arricchito dalla prefazione di Olga Campofreda, da numerose illustrazioni originali e da un inserto cartamodellistico. Questo primo volume (a cui ne seguirà un altro) raccoglie una selezione di scritti e articoli di moda firmati da autrici italiane usciti dagli anni ’70 dell’Ottocento agli anni ’20 del Novecento. Sibilla Aleramo, Mara Antelling, Contessa Lara, Rosa Genoni, Marchesa Colombi, Olga Ossani, Matilde Serao… tutte si sono cimentate con il racconto di stili, tendenze, abbigliamento e muliebri occupazioni. I giornali “da donna” erano relegati ai gradini più bassi della catena alimentare e giudicati privi di una vera rilevanza culturale – che novità, vero? – ma hanno configurato uno spazio d’azione inedito per l’affermazione professionale delle voci femminili, trasformandosi anche in un’arena di riflessione autentica sulla condizione della donna nella società. Testimonianze preziose e rivelatorie, che possono continuare a parlarci anche oggi.


Nick Pachelli
The Tennis Court | A Journey to Discover the World’s Greatest Tennis Courts
WORD UNITED

Dunque, da quando me lo sono regalato in settembre non pare sia uscita un’edizione italiana, ma facciamo che siamo tutta gente di mondo e possiamo apprezzarlo lo stesso. The Tennis Court è un progetto fotogiornalistico che raccoglie circa 200 ragguardevoli campi da tennis, che Pachelli ritrae e descrive dagli angoli più imprevedibili del pianeta. Ci sono gli stadi degli Slam ma anche i circoli celebri, i campi geograficamente remoti e i più insoliti. Il risultato è una celebrazione visiva del tennis come luogo d’incontro, impresa sportiva e atto estetico. Beccati questo, padel.

Altri suggerimenti per rallegrare chi apprezza questo sport? Il tennis come esperienza religiosa di David Foster Wallace, il tomone principesco che Roger Federer ha composto con Assouline come biografia visuale della sua carriera, un abbonamento al Tennis Italiano – storica rivista mensile ben rilanciata da Fandango -, Open di Andre Agassicosì non m’accusate di dimenticanze illustri e Vite brevi di tennisti eminenti di Matteo Codignola (Adelphi).


Miranda Smith
Un dinosauro al giorno
NORD SUD

Non ho la minima intenzione di confinare i dinosauri alle proposte editoriali per l’infanzia, soprattutto se possono farci compagnia per 365 giorni in tutta la loro multiforme varietà. Questo atlante illustrato ci farà fare amicizia, scheda per scheda, con un dinosauro al giorno per un anno intero. Sì, ne scoprirete di nuovi. Sì, quelli che già amate verranno a salutarvi.

Saggistica divulgativa in area dinosauresca? Vi rammento volentieri Steve Brusatte e il suo Ascesa e caduta dei dinosauri (UTET) o La storia della vita in 25 fossili di Donald R. Prothero (Aboca Edizioni). Oppure Dinosauri eccellenti. Da Ciro a Sophie, storie di celebrità estinte di Willy Guasti (Gribaudo).


Riccardo Falcinelli
Visus | Storie del volto dall’antichità al selfie
EINAUDI

Falcinelli prosegue nella sua godibilissima e autorevole operazione visivo-divulgativa con Visus, un’indagine (supportata dal consueto e abbondante apparato iconografico) sulla rappresentazione del volto in arte, scultura, fotografia e “nuovi” mezzi. I modi che scegliamo per raffigurare qualcosa sono sempre il prodotto di un contesto storico, di una deliberata decisione simbolica e di obiettivi precisi. E leggere le immagini con gli strumenti giusti non può che aiutarci a decodificare il mondo.

Cos’è uscito prima, sempre a cura di Falcinelli? Cromorama – dedicato al colore e ai suoi significati – e Figure – che decodifica l’immagine con occhio simbolico-compositivo.
Un valido corollario? Volti nel tempo. Una storia del ritratto fotografico (Einaudi) di Phillip Prodger.


Bram Stoker
Dracula
Illustrazioni di Christian Quesnel
L’IPPOCAMPO

Dopo aver ospitato diversi classici illustrati da Benjamin Lacombe, L’Ippocampo sta facendo spazio ad altri artisti, soprattutto sul fronte della letteratura “fantastica”. Disponiamo di Araya, insomma, ma eccoci qua anche con il Dracula di Quesnel – una strenna da manuale.

Altri classici in “belle” edizioni? Sbizzarritevi comodamente con la collana Bur Deluxe – che sembra più un nome da elettrodomestici di fascia altissima, ma tant’è.
Un classico incendiario riproposto in una versione che è anche un bell’oggetto? Eccovi questo Fahrenheit 451 di Bradbury negli Oscar Cult, con il taglio colore e una fascetta da non buttare via dopo tre secondi. Che fa Einaudi? Il classico che torna quest’anno in una nuova traduzione e in versione Supercorallo-cofanetto è I demòni di Dostoevskij (a cura di Manuela Guercetti). Altri cofanetti? Ponte alle Grazie ha riunito Il racconto dell’ancella I testamenti qui, mentre E/O ha appena sfornato quello della quadrilogia dell’Attraversaspecchi – vi segnalo l’oggetto con fini di solerte informazione, perché io non mi sono mai imbarcata nella lettura – e trovate sempre anche i sei volumi della saga di Blackwater di McDowell per Neri Pozza.


Mariano Tomatis
Il mio libro di magia
TLON

Mariano Tomatis è un prodigio. Non avrei altro da aggiungere ma mi sento di produrre comunque un piccolo spiegotto su questa guida. Sì, contiene indicazioni pratiche su come cimentarsi nell’arte dell’illusionismo e propone anche una riflessione valente sul rapporto tra “performance” (più o meno magica) e pubblico di ricezione, per imparare a divertirsi con gli altri all’interno di una relazione di scambio e collaborazione – invece di propendere per l’approccio della presa per il culo. La magia può (e dovrebbe) essere “gentile”? Certo, se si basa sulla ricerca dello stupore e non della mera manipolazione della credulità altrui.

Vi appassionano le figure enigmatiche – e volete proseguire lungo magici sentieri? Francesca Diotallevi ha romanzato Gustavo Rol.


Wudz Factory
1997 | Il libro-game dei misteriosi anni Novanta
WUDZ

Un professore scompare e noialtri dobbiamo trovarlo. Siamo in una cittadina enigmatica e sì, siamo negli anni Novanta – con tutto quello che ne consegue a livello di immaginario musicale, cinematografico, pop e televisivo. Il fatto che un libro che omaggia gli anni Novanta – e che contiene un mistero da risolvere, irto di scelte difficili e decisioni da prendere – assuma la forma di un libro-game che somiglia a una VHS mi sembra più che ragionevole.

Vi piacciono i libro-game? Non posso non ricordarvi con grande affetto quelli di SioJohnnyfer Jaypegg e il tesoro degli alieni commestibili coloratissimiJohnnyfer Jaypegg e il problema dei tre corgi. Se vi è piaciuta la serie di Netflix e al posto dei corgi volete mettere dei corpi celesti, vi ricordo che la trilogia di Cixin Liu – che vale come una laurea onoraria in astrofisica – è disponibile anche in un unico volumone.


Sylvanian Families
Il mondo di Sylvanian Families
NORD SUD

Visto che abbiamo lambito l’Area Nostalgia, ne approfitterei per traslocare nel coccoloso universo delle Sylvanian Families, meticolosamente mappato ed esplorabile in ogni suo più recondito anfratto grazie a questo illustratone ufficiale. Sono più che sicura che al timone dell’azienda che produce queste bestioline da tempo immemore ci siano le bestioline stesse, che si fingono inanimate solo per confonderci.

Bonus track: c’è anche il libro gemello con gli adesivi e un’ambientazione natalizia molto garrula.


Ilide Carmignani – Elena Battista
Saltare nelle pozzanghere
Illustrazioni di Anna Godeassi
RIZZOLI

Imbattersi in uno di quei famigerati termini intraducibili dovrebbe essere l’incubo di ogni traduttore o traduttrice, ma Carmignani e Battista hanno deciso di prenderla con filosofia e hanno collezionato qui, attingendo dalle lingue straniere più disparate, una dadolata di parole “dense”, composite e guizzanti che, pur non avendo un diretto corrispettivo in italiano, hanno l’ambizione di catturare la felicità.

Vogliamo fare irruzione nello studio di una traduttrice? C’è Silvia Pareschi che ci invita volentieri nel suo.


A cura di Margaret Atwood e Douglas Preston
Quattordici giorni
PONTE ALLE GRAZIE

Traduzione di Guido Calza

Allora, qua c’è una gustosa spiegazione “strutturale” da fornire. Quattordici giorni è un romanzo collaborativo. Anzi, un romanzo che produce una cornice che contiene dei racconti. È stato idealmente paragonato al Decameron, anche perché è ambientato durante la (nostra) pandemia e i personaggi che si riuniscono per raccontarsi delle cose sono tutti inquilini del medesimo palazzo. Siamo a New York e una portinaia appena entrata in servizio trova il “registro” compilato dalla custode che l’ha preceduta, una sorta di cronaca della vita e delle tribolazioni dello stabile. Decide di proseguire l’opera, registrando le storie che i condomini si scambiano per quattordici settimane ritrovandosi sul tetto. Conflitto! Mistero! Dramma! Le storie del volume sono state affidate a penne illustri – tra cui Emma Donoghue, Dave Eggers, Diana Gabaldon, Tess Gerritsen, John Grisham, Erica Jong, Celeste Ng, Meg Wolitzer… Non saprete chi ha scritto cosa, lì per lì, perché tutto contribuisce alla costruzione corale e la curatela di Atwood e Preston assicura fluidità e incastri efficaci.


Feltrinelli ha scandagliato il suo vastissimo catalogo per assemblare due cofanetti prepotentemente regalabili.

Il primo ambisce a fornire le basi per la costruzione di una biblioteca personale ed è stato battezzato Ritratto del lettore da giovane. 10 libri per affacciarsi al mondoIl secondo risponde al nome di Amore scuote l’anima mia. 10 libri per leggere il proprio cuore ed è zeppo di classici che esplorano il sentimento amoroso.


Un angolino per prodotti che non son proprio dei libri-libri ma possono esservi utili per organizzare quello che leggete o la vostra esistenza? Eccoci!
Il reading journal escogitato da Ilenia Zodiaco è qua. Mentre qua c’è quello progettato da Blackie Edizioni – nel loro territorio trovate pure l’agenda 2025. Un’altra agenda letteraria? C’è sempre quella di Clichy.
Ve lo dico un giorno sì e l’altro pure ma per amor di completezza ribadiamolo: si possono donare anche gli abbonamenti a Storytel.

Non avete trovato niente di utile? Potrei scusarmi per non aver perfettamente mappato tutto lo scribile umano e potrei dispiacermi per non essere stata d’aiuto. Ma potrei anche dirvi:

Abbiamo finito? Abbiamo finito, ma vi piazzerei qua le edizioni passate dei listoni natalizi – che è anche un osservatorio interessante a livello “macro”:

Qui c’era una lista dedicata ai piccoli e alle piccole, anche. Se cercate narrativa, fumetti e saggistica e avete bene in mente gusti e inclinazioni potete spulciare con gioia la sezione libri, mentre qua nella vetrina c’è (quasi) tutto quello che man mano leggo, segnalo o ho approfondito sul blog.

Non litigate coi parenti e se vi sembra di non essere capaci di fare i pacchetti pensate sempre ai miei. Sono più brutti dei vostri, ve lo garantisco.
Felici doni libreschi e grazie ancora per l’attenzione. :3

C’è una novità di Claire Keegan – che qua abbiamo già amato per Piccole cose da nulla e Un’estate – che si legge in un’ora ma che resterà a tormentarvi. 

Quando ormai era tardi – sempre in libreria per Einaudi Stile Libero con la traduzione di Monica Pareschi – contiene tre racconti, come di consueto lapidari ma molto densi, che esplorano altrettante relazioni. Le vere intenzioni delle “parti” sono sempre opache e potenzialmente prevaricatorie e nella fisiologica asimmetria informativa che accompagna ogni percorso di conoscenza reciproca – si incontra qualcuno e non si sa più di quello che ci dice o ci mostra, insomma – si annida sempre qualcosa che potrà modificarci per sempre.

C’è un tizio che doveva sposarsi ma qualcosa è andato storto. C’è una scrittrice che riceve una visita mentre comincia il suo periodo di residenza nella casa di Böll. C’è una donna sposata che vuole scoprire com’è andare con un altro uomo.
Non c’è personaggio che afferri le cose al momento giusto – come suggerisce assai bene anche il titolo – e nell’ombra resta sempre in agguato qualcosa di destabilizzante, tagliente e maligno. Cosa fare, quando la trappola scatta, dipende dal valore che si attribuisce alla strada già fatta e a quanto sentiamo di meritare un futuro che credevamo immutabile. Non si può stare in pace un attimo, santo cielo.

 

Visto che Zerocalcare non lavora abbastanza – e ci tiene tantissimo ad alimentare questa sua devastante fama di lazzarone, lavativo,  fannullone e perdigiorno – ha deciso di curare una nuova collana per BAO Publishing. Cherry Bomb, si chiama così, è e sarà destinata a contenere quello che all’ottimo Zerocalcare è particolarmente garbato negli anni e che gli pare degnissimo anche della nostra attenzione. Un “vorrei che si pubblicasse anche qui da noi quello che mi è piaciuto leggere e che in italiano non è ancora uscito”, insomma, tanto per riassumere l’intento progettuale con un virgolettato inventato a cui è suo malgrado molto abituato. Anzi… dovevo fare così: “Io, curatore di collana pubblico quello che mi pare”. Si vede che non so titolare come un quotidiano nazionale, lì dentro c’è ancora troppo buonsenso.

Comunque, The Grocery del duo Ducoudray-Singelin – tradotto da Francesco Savino – è il primo titolo di Cherry Bomb e può senza dubbio configurarsi come un poderoso battesimo, sia per “mole” del volume che per ricchezza e densità dei temi, che trascinano fino a conseguenze devastanti e paradossali molte derive già fin troppo visibili nella contemporaneità. È una storia corale e una parabola collettiva di perdita progressiva dell’innocenza, ambientata in una Baltimora fatta di zone, gruppi sociali distinti e “subculture” criminali in conflitto accesissimo tra loro. La drogheria del titolo è il negozio di Milton Friedman, che si è trasferito da poco nel quartiere con Elliott, suo figlio. Entrambi sono – e in parte restano – dei frescoloni, nonostante il contesto in cui gradirebbero inserirsi sia ben lontano dalla sbilenca forma di candore che li caratterizza. Elliott fa amicizia con Sixteen e con la piccola banda di spacciatori che staziona all’angolo della strada. Tutti quanti cercano di sbarcare il lunario in un ambiente ostile e insidioso, senza pestare i piedi alla gente sbagliata e tenendosi alla larga da guai troppo grandi. Quando Ellis One viene scarcerato – visto che la sedia elettrica con lui non ha funzionato, a quanto pare – gli equilibri di potere del mondo criminale sono destinati a rovesciarsi e si entra in una nuova fase di truculento conflitto. Eliott e i suoi amici se la caveranno? Quali alleanze sarà conveniente coltivare? Avranno mai la possibilità di scegliere un cammino diverso?

L’universo di The Grocery è una galassia di storie che si intrecciano e ingarbugliano gradualmente per restituirci l’immagine complessiva di una deriva. Ci sono i marine che tornano dalla Guerra del Golfo e si trovano le case ipotecate e i risparmi prosciugati dalla bolla speculativa dei subprime, ci sono i ricchi dei quartieri “bene” che pretendono la costruzione di un muro che li separi dalle zone degradate, c’è la consapevolezza pervasiva che finire ammazzati per strada a colpi d’arma da fuoco sia un’eventualità costante e normalissima. C’è la droga che fa girare intere economie alternative quando non esiste un vero accesso a possibilità d’impiego “normali”, ci sono le gang che si impadroniscono delle funzioni regolatorie di un ordinamento pubblico inesistente e corrotto, ci sono famiglie che vivono per strada dopo aver perso i loro alloggi e che cercano di creare reti di mutuo soccorso senza alcuna speranza di riscatto, perché tutte le risorse sembrano essere già state allocate e di certo non sono alla loro portata. Ci sono Fratellanze Ariane, vendette da giurare, svastiche tatuate e spedizioni punitive. C’è un fondamentale rifiuto dell’umanità e della dignità altrui e ci si rende conto molto presto che, quando si lotta per sopravvivere, anche quelli che riteniamo altissimi valori degni d’impegno e abnegazione possono andare presto a farsi benedire e, soprattutto, quei valori non basteranno a garantire la salvezza o a far trionfare la giustizia – troppe sono le distorsioni, troppa è l’ingiustizia, troppo forte è il potere della prevaricazione.

Che aspetto ha The Grocery? Senza dubbio ricchissimo, sicuramente matto. Gli ambienti sono resi con una minuzia e un’abbondanza di dettagli notevole, ma i personaggi sono dei pupazzi zoomorfi – chi più chi meno – con testoni e fattezze tondeggianti. Che delle creature che visivamente richiamano più i canoni della carineria cucciolesca che dell’ultraviolenza finiscano per farsi vicendevolmente quello che si che fanno è un’ulteriore dissonanza che aggiunge un livello di lettura affascinante alla storia.

Insomma, hai pescato una cosa bella e che fa pensare, Michele. Grazie. Però un pisolo prova a farlo, ogni tanto.

Riemergo da uno dei miei periodici tunnel della tribolazione – fatti di letture preziose e apprezzatissime ma decisamente poco spensierate – con una nuova ragazza di Alessia Gazzola. Le chiama così anche lei, “le mie ragazze”. Cosa tendono ad avere in comune? Una spiccata propensione alla risoluzione di misteri, un certo disallineamento rispetto alle aspettative codificate, una gestione ingarbugliata ma anche assai comprensibile dei sentimenti e pochissima voglia di dar retta a chi amerebbe arginarle. Beatrice Bernabò – la Miss Bee di questa nuova serie… perché sì, sarà una serie dal ritmo d’uscita in libreria anche piuttosto serrato – è fiera portatrice di tutti questi tratti, pur collocandosi in circostanze spazio-temporali diversissime rispetto a quelle delle altre ragazze di Alessia.

Beatrice è figlia di un docente di italianistica che ha accettato un incarico a Londra – un po’ per sottrarsi ai pettegolezzi e un po’ perché non è molto incline a parteggiare per il fascismo. Siamo nel 1924 e il clan Bernabò pare aver ormai trovato una nuova patria, anche se la scarsità di risorse economiche non può certo spalancare loro le porte dei salottoni più in vista. Clara, la maggiore, ha sposato un LOCAL che lavora nella finanza, Beatrice si industria a confezionare splendidi paralumi in soffitta e coltiva una tresca clandestina col ricco rampollo che abita dall’altra parte della strada e Lucilla, la più piccola, si gode le attenzioni – per quanto intermittenti – delle sorelle. Tutto cambierà quando, invitata a casa del “suo” Kit per una serata conviviale, Beatrice si troverà coinvolta in un’indagine intricata, tra miniere indiane, speculazioni, segreti di famiglia e nobiltà purissima ma squattrinata. 

Come da tradizione, Miss Bee – in libreria per Longanesi – è un delizioso mix di giallo e questioni di cuore. Beatrice non potrà fare a meno di ficcare il naso nel caso, un po’ per tentare di difendere il ragazzo che ama e un po’ per indole riottosa. Ma vogliamo accontentarci di Kit? Giammai. Beatrice si imbatterà in un detective che non nutre alcuna simpatia per l’aristocrazia e in un aristocratico da manuale – e dalla pessima reputazione. Insomma, non potrete fare a meno di tifare. Alessia beneficia senz’altro di un immaginario consolidatissimo e gestisce l’ambientazione con misura e abilità. L’indagine allarga la storia con la necessaria dose di sorprese e i tre marmittoni offrono materiale di dibattito. Sono curiosa di scoprire cosa il futuro riserverà a Beatrice… e sì, ci voleva. Alessia è stata spesso per me una piacevolissima e felice parentesi di intrattenimento ben confezionato e Miss Bee è apparsa proprio al momento giusto, come spesso capita ai testimoni-chiave. 🙂

Ah, qua team Scotland Yard. Lo dichiaro.

Arriverà un’epoca in cui smetteremo d’aver bisogno dei miti? Non ne sono certa, ma ne dubito. E non perché, a lungo andare, ci si accorge che ogni mito che ci dice qualcosa smaschera anche una nostra debolezza, ma perché lo straordinario ci consola. Attraversiamo da ormai qualche anno un potentissimo revival editoriale dell’eroico e del mitologico: lo si è fatto in mille modi e da mille prospettive, badando a figure tangenziali o romanzando quelle più celebri, commentando valori e società lontane o provando ad accostare i dilemmi più antichi alle rogne del nostro tempo. I miti sono accoglienti, perché sono abituati a cambiare forma e a trovare di volta in volta la chiave d’accesso più efficace al cuore di chi ascolta. E non smettono di funzionare, in fin dei conti, perché erano, sono e resteranno delle storie notevoli. Ecco, un po’ quando pensavamo di averle sentite tutte, è arrivata Paola Mastrocola con Il dio del fuoco. Efesto, il fabbro. Uno che manco le altre luminose personalità dell’Olimpo sapevano che c’era… e per una tremenda ragione.

Efesto, possiamo dircelo tranquillamente, non è uno che ha saputo costruirsi una fandom solidissima. È un dio utile, ma non è che sia molto di compagnia. Brutto, ombroso e sciancato, sfacchina senza sosta nelle sue prodigiose fucine e si tiene abbondantemente alla larga dalla mondanità. Quando ottiene la mano di Afrodite lo si compatisce, più che invidiarlo. Sulla cima dell’Olimpo ci sarà anche una magica città, ma a Efesto toccano corna, scherno, una sostanziale marginalità e assai poca poesia. Paola Mastrocola non esita a indicarcelo come l’unico dio che lavora – nello sconcerto generale -, ma ne rimescola con grazia motivazioni e gesta per immaginare tutto quello che scorre e ribolle sotto la superficie. Efesto è sotterraneo e magmatico come il metallo che forgia e il suo destino è perennemente in salita – e non solo a livello metaforico. Scaraventato giù dall’Olimpo da neonaterrimo, Efesto passerà l’eternità a cercare di vendicare quel violento rifiuto e, soprattutto, a cercare di fare a meno di quell’amore fondamentale che gli è stato negato. Non può dirsi perfetto e splendido come gli dèi e le dee al cui fianco avrebbe pieno diritto di stare, ma tutta la bellezza che gli manca finisce nell’arte che produce e nel comando che esercita sulla materia. È quello il mezzo con cui rovescia all’esterno il sentimento, è quello il suo lascito. Il dio che pare meno dotato di grazia è quello che crea meraviglie capaci di stupire persino gli eterni abitanti dell’Olimpo, che tanto si compiacciono d’aver già visto (quasi) tutto. Figlio di due madri e figlio di nessuno, Efesto arranca alla scoperta delle sue origini, sempre conteso tra vette e abissi, bisogno d’appartenenza e orgoglio ferito.

Maneggiare il mito è complicato, perché le stratificazioni di cui tenere conto sono innumerevoli. Il dio del fuoco – in libreria per Einaudi – è un esperimento affascinante, sia per la scrittura che per i necessari raccordi inventivi. Da Teti al tormentato Dedalo, dal trono letale di Era alle legioni di automi dorati, dai Titani a Ermes, ogni dio è la manifestazione di un frammento dei nostri impicci e delle nostre speranze e nessun eroe può sfuggire al suo destino. Efesto vi butterà addosso molta fuliggine, ma è nello splendore di quello che inventa che potrete a lungo bearvi.

Ho la pessima abitudine di considerare i libri che mi capita di presentare o di cui mi capita di discutere in pubblico come già affrontati, raccontati e sviscerati. Il risultato è che qua sopra non ne rimane traccia, anche se sarebbe meglio poterli ritrovare come diligentemente accade per tutti gli altri, che non hanno beneficiato di eventi o incontri specifici. Sto migliorando, però – e Rachel Cusk mi è testimone, insieme a questo propizio approfondimento.

Di Intermezzo, il quarto romanzo di Sally Rooney, si discute da mesi con l’ormai consueta esuberanza. Uscito in settembre in inglese e il 12 novembre per i Supercoralli Einaudi con la traduzione di Norman Gobetti, Intermezzo è stato per me un graditissimo ritorno della Rooney “migliore” e, per certi versi, anche il debutto di una versione stilisticamente aggiornata dell’autrice. Se ripenso agli esperimenti di Dove sei, mondo bello mi viene il nervoso – chi non manda e-mail di dieci cartelle alle proprie amiche per discutere del declino della civiltà occidentale? Magari voi sì, ma a me era sembrata una soluzione estremamente posticcia e pretenziosa – e la grande speranza era di non ritrovarmi per le mani un nuovo romanzo che proseguiva tenace per quella china. Mi piace e mi è sempre piaciuto leggere Rooney per la capacità che ha di collocare le relazioni nel mondo, di esplorare gli spigoli della comunicazione fra gli esseri umani, di riprodurre i garbugli dell’identità e delle idee lungo il confine tra percezione “interna” e confronto con la realtà – e lì dentro ci finisce anche la politica, area d’azione da cui Rooney non si è mai sottratta, anzi. L’uscita di Intermezzo è stata massicciamente accompagnata da librerie che restano aperte di notte – spesso con veri e propri takeover degli spazi commerciali -, gadget, distribuzione anticipata di ambiti scatolotti a una ferrea lista di personalità rilevanti, gruppi di lettura e aggregazioni di varia e multiforme entità. La si aspettava con trepidazione, Sally Rooney… un po’ al varco, anche. E non credo proprio abbia deluso.

In Intermezzo il punto di vista è sdoppiato e parallelo e Rooney lo affida a due fratelli – Peter e Ivan. Il romanzo si apre con la morte del loro papà dopo una lunga malattia e tallona i due durante il periodo di “assestamento” che fa seguito a questo evento campale, doloroso e profondamente destabilizzante. Peter ha superato i trenta e fa l’avvocato a Dublino. Ivan ha una decina d’anni meno ed è stato un prodigio degli scacchi, disciplina in cui spera di poter tornare a primeggiare. Peter è un animale sociale di successo, Ivan legge meglio la scacchiera delle persone. Peter è bello e balla, Ivan è bello ma non balla per niente, per metterla giù in maniera un po’ triviale ma diretta. Peter ha avuto una lunga storia con una donna soave e intelligentissima, che è rimasta nella sua vita e nella sua testa come inscalfibile precedente di perfezione, mentre Ivan non ha ancora collezionato un numero ragguardevole di esperienze, anzi. Entrambi, nel loro periodo di “intermezzo” tra la vita che hanno conosciuto e quella che devono ricostruire dopo il lutto, attraversano disastri, nuovi incontri, nuovi specchi in cui provare a riconoscersi o a sputarsi in faccia. Così, tanto per infarinarvi e fornire un piccolo quadro della situazione.

Rooney ha raccontato di aver cominciato il romanzo in una fase di profonda vicinanza con l’Ulisse di Joyce. E si sente. Se siamo stati più abituati a considerarla un’autrice che con le parole non produce prodezze particolarmente funamboliche ma un’autrice che si legge perché può intrigarci come fa pensare e come fa interagire i personaggi, in Intermezzo succede qualcosa in più. La pagina somiglia alla testa dei personaggi e, qui, ci sono due teste che funzionano in maniera peculiare e distinta – e, a tratti, smettono proprio di funzionare e si avvitano in spirali di disordine e reazioni viscerali. Insomma, trovarsi per le mani (soprattutto) Peter è un’esperienza nuova e molto ricca. Lì per lì può spiazzare, ma seguitelo anche quando barcolla.

Di amore, intimità, sesso, disperazioni, passi in avanti stilistici, dinamiche relazionali, differenze d’età, SANTI NUMI COSA NE PENSERÀ LA GENTE, Irlanda centrale e periferica, morale cattolica, senso di colpa, famiglia, pochi scacchi e molto altro abbiamo discusso anche in Mondadori Duomo qua a Milano il giorno dell’uscita di Intermezzo. Nella chiacchierata trovate Stefano Jugo di Einaudi a moderare – perché non contento di avermi avuta come vicina di scrivania per qualche anno capita che mi rievochi come un Pokémon leggendario -, Ilenia Zodiaco e Carlotta Sanzogni. Eccoci qua per un’oretta:

Con Nicoletta Verna non ho badato granché alla cronologia delle pubblicazioni, temo. L’ho incontrata per la prima volta con I giorni di Vetro – che trovate anche qui insieme a un meraviglioso giro per i luoghi del romanzo, nella “sua” Castrocaroe ho recuperato solo in queste settimane Il valore affettivo – uscito sempre per Einaudi Stile Libero. Un esordio di rara densità e fluidità di comunicazione fra il dentro e il fuori dei personaggi… anche se, per la sua Bianca, quel che succede è quasi tutto dentro, perché è nascosti alla vista e all’intuizione di chi ci sta accanto che i segreti macerano e si trasformano. Anzi, Bianca è sostenuta da un piano assurdo costruito sulle fondamenta di un grande mistero: la verità sulla morte di sua sorella, l’evento che ha deformato per sempre – e irrimediabilmente – la sua famiglia. 

Bianca ha sette anni, quando Stella muore. Pare essersi trattato di un incidente in una tremenda giornata tempestosa, una fatalità sinistra ma priva di macchinazioni – se escludiamo quelle del destino. Stella, la maggiore, è sempre stata il suo punto di riferimento, un rifugio sicuro e una fonte di inesauribile ammirazione. Anche Bianca è bella, ma non sarà mai magnetica come Stella. Mai così perfetta, universalmente adorata, magnanima nel gestire tutti i doni che le sono stati dispensati. Nulla, senza di lei, sarà più come prima. La madre sprofonderà in una pesantissima depressione che pare comporsi di mesi passati davanti alla televisione e repentini tentativi di suicidio, mentre il padre si farà sempre più evanescente, fino a levarsi di torno. L’evento inspiegabile e improvviso che ha eliminato Stella dall’equazione contamina il presente e rende il futuro impossibile da immaginare – a patto che ci si voglia arrivare, poi. Bianca, che non ha più una guida, cresce portando con sé un fantasma, una domanda destinata a non ricevere risposta e una muraglia invalicabile di ossessioni e stratagemmi che dovrebbero donarle l’illusione di poter controllare la sua presa sul mondo.

La Bianca che ci parla in “presa diretta”, però, è una persona all’apparenza lontanissima da quella bambina disgraziata. Sposata con un cardiochirurgo di fama mondiale – pure bono -, ricca e finalmente padrona della sua bellezza – che le ha donato pure un angolino di celebrità -, Bianca vive in un appartamentone degno di un editoriale da rivista patinata e conduce un’esistenza di agio e successo. Cos’è capitato in mezzo? Quel che c’è lì ci aiuterà a capire il “prima”? Verna colma gradualmente le lacune, descrivendo la caparbia metamorfosi di un personaggio che avanza senza mai spostare il proprio cuore dal punto nel tempo in cui si è spezzato. Bianca non vive per sé o per collezionare traguardi o vendicare un’umile origine: Bianca vive per restituirsi Stella. 

Il valore affettivo è un libro ipnotico e, temo, anche un libro che difficilmente vi donerà spensieratezza. Verna è abilissima nell’avvilupparci, trascinandoci nella testa di Bianca: siamo i suoi unici confessori, le uniche persone che davvero possono intuire quello che nasconde, quello che spera e quanto è fonda la spaccatura nell’ordine “corretto” delle cose da cui ci parla. Questo punto di vista privilegiato è gestito con grande equilibrio e sì, il mistero di Stella non rimarrà in sospeso. Mi sembrava utile dichiararlo, perché i cerchi che si chiudono offrono sempre una certa soddisfazione. O forse no? Sapere – sapere davvero – potrà mai bastare a Bianca? La verità ha il potere di ridare la vita? Ve lo lascio volentieri scoprire. E occhio a come differenziate i rifiuti.

Ho letto Triste tigre di Neige Sinno – in libreria per Neri Pozza con la traduzione di Luciana Cisbani in un periodo in cui giornali, televisioni e fonti informative “social” stavano offrendo un’ampia copertura al caso di Gisèle Pelicot, una signora francese che per una decina d’anni è stata narcotizzata dal marito e violentata a ciclo continuo da un numero imponente di sconosciuti con cui lo stesso signor Pelicot aveva preso accordi. Per ovvio e manifesto orrore, il caso si era già guadagnato titoloni su titoloni al momento della denuncia, ma la nuova ondata d’attenzione – quella contemporanea alla mia lettura di Sinno – è in larga parte dipesa da una precisa richiesta di Gisèle Pelicot: celebrare il processo a porte aperte e in sua presenza. Si è seduta in aula e, oltre ad assistere alle testimonianze degli uomini che le avevano usato violenza – quelli che è stato possibile identificare e rintracciare, almeno -, ha deliberatamente deciso di trasformare una vicenda raccapricciante che la riguardava in prima persona in un una riflessione collettiva e strutturale. Perché dovrei essere io a vergognarmi? Che si vergognino loro, possibilmente davanti al mondo intero. Che mi guardino finalmente in faccia, che si rendano conto – sempre che ne siano capaci – che sono una persona anch’io, anche se non sono stata trattata come tale.

Anche in Triste tigre si finisce in tribunale, a un certo punto. E anche quello è un processo pubblico. A diciannove anni, Sinno trova finalmente il modo di raccontare la verità e denuncia il patrigno che, per un periodo di un’estensione inconcepibile, ha abusato di lei nella più completa impunità (e invisibilità). Perché si è decisa proprio in quel momento? Perché, fra gli altri fattori, le altre bambine di casa avevano raggiunto l’età che aveva lei quando era cominciato tutto. Sette anni. Otto. O forse nove. Qualcosa, nella testa di Sinno, scherma ancora i primissimi ricordi delle violenze, deformando alcuni dettagli circostanziali senza però mai sbiadirne altri, che restano fin troppo a fuoco. Le memorie, le occasioni e gli episodi da catalogare, purtroppo per Sinno, abbondano. E, anche nel suo caso, quel che accade è una costante, un’invasione completa, un’azione che si protrae e che la insegue senza lasciare scampo.

Non sono certa di come sia più sensato parlare di un libro simile. Dovevo mettere 35 trigger-warning all’inizio? Alla sensibilità di chi dovremmo badare, maneggiando una storia come questa? La nostra potenziale impressionabilità conta di più di una riflessione che, nonostante tutto, trova il modo di strutturarsi e di restituire a una vittima il potere di decidere il proprio destino?
Triste tigre è per definizione un libro agghiacciante.
La testimonianza di una bambina che per anni viene stuprata dal suo patrigno – senza che nessuno sospetti nulla o faccia il minimo indispensabile per unire i puntini – non può trasformarsi in un “bel libro”. Quante stelline vogliamo assegnare a una mostruosità? Come si fa a dire “leggilo, è meraviglioso!”? Quello che ha senso fare – qui come nella realtà da cui spesso preferiamo schermarci – è accogliere la manifestazione di una volontà: scrivo, racconta Sinno, perché so di esserne diventata capace, so che è l’unica arma di cui dispongo per non dovermi più piegare a una volontà che non è la mia.

Triste tigre è cronaca, testimonianza dettagliata, ricostruzione fattuale, diario frammentato, riflessione etica, confutazione letteraria, amarissima constatazione di quel che è stato e della deformazione irrimediabile che ha prodotto, degli effetti di una manipolazione così duratura da sostituirsi alla realtà, alla normalità dell’infanzia. Sinno scrive Triste tigre per capire perché ha bisogno di farlo e perché anche noi abbiamo bisogno di ascoltarla. Utilizza, strada facendo, riflessioni letterare, spezzoni di cronaca, studi e quella massa di fonti e documenti che si affastellano nella mente di chi cerca una spiegazione razionale, aggregata e “macro” di una tragedia privata dai confini spugnosi, friabili e maligni. I taboo hanno una doppia dimensione: c’è il veto comportamentale – non si fa, punto e basta – e c’è il veto espressivo – l’azione è collettivamente giudicata così riprovevole da non poter essere nemmeno nominata, perché quello che definiamo e quel che diciamo diventa concepibile, dopotutto. Sinno ha abbondantemente subito qualcosa di inammissibile, ma si rifiuta di ritirarsi nell’ombra, di lasciarci tranquille, di tacere da grande – e da “vendicata” dalla legge – come le è stato imposto da piccola. Sono voci come quella di Sinno – e di Gisèle Pelicot -, a ricordarci chi è che dovrebbe vergognarsi davvero. E, se Sinno ha trovato le parole, un po’ di coraggio possiamo mettercelo anche noi.