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tegamini

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Quest’anno c’è disorganizzazione.
Devo ancora occuparmi di doni e impacchettamenti, non abbiamo fatto l’albero (OTTONE VON ACCIDENTI), non ho in casa manco una lucetta sbarluccicosa e c’è, in generale, una certa carenza di spirito festivo. Nel tentativo di tenere alla larga il Fantasma del Natale Futuro – quello con la falce, per intenderci -, ho però deciso di occuparmi di voi. Perché è stato un anno molto felice per Tegamini. Sono riuscita a fare una quantità di cose davvero splendide, mi sono divertita a raccontare un mucchio di stupidaggini e a condividere anche parecchie novità cambiavita, roba di cui – di solito – si chiacchiera con autentica gioia soltanto con gli amici più cari. E tutto questo succede perché, sparsi qua e là, ci sono esseri umani adorabili che continuano a venire a vedere che cosa combino, che leggono, commentano, condividono e incoraggiano. E io sono contentissima. E che fa una persona contenta a Natale? Fa dei donini.

Ora.
Volevo fare una di quelle belle foto coccose con i colorini caldi e amichevoli, da pubblicità dell’Ikea con Babbo Natale che viene a casa tua perché gli hai offerto la cioccolata. E invece no. È uscita una roba degna di quel pezzo di Nightmare Before Christmas con tutti i mostri che fabbricano i giocattoli coi ratti decomposti.

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È proprio tremenda, non sto scherzando:

regali tegamini 2013

Immagini lugubri a parte, però, tutte quelle cose lì finiranno in una capiente busta che sarà recapitata a un fortunato lettore di Tegamini. Vi spiego i donini che ho amorevolmente raccolto per voi e poi vi spiego anche come si vincono (al solito, servirà un PhD).

***

I Tegamini-regalini

  • Un disegno prodotto da me medesima quando ancora disegnavo. È la nuvoletta-lampadario. Se non ci fosse lei, col cavolo che vedremmo le stelle.
  • Un prezioso DVD: Il gatto che veniva dallo spazio. Un film di disarmante ingenuità che ho adorato da piccola e che l’universo tutto dovrebbe vedere a rullo. In pratica, c’è un gatto alieno con un collare di strass che fa dei prodigi.
  • Gli adesivi dei Barbapapà che fanno finta di essere delle bestiole dello zoo.
  • L’uomo che piantava gli alberi di Jean Giono, una storia di rara grazia che vi spappolerà il cuore.
  • Harry Potter e la pietra filosofale. Non l’avete letto? Eresia! Cominciate subito. L’avete già letto? Regalatelo a qualcuno che ancora brancola nelle tenebre.
  • Un indispensabile pulisci-schermo a forma di pesce palla.

***

Se queste cosine vi piacciono e volete provare a farvele regalare, lasciate un commento pieno d’ispirazione a questo post. Scriveteci possibilmente due cose: UNO) perché sentite di meritarvi moltissimo i Tegamini-regalini, DUE) consigli per migliorare Tegamini (cosa vi piace, cosa non vi piace, cosa manca, cosa ha stufato grandemente… insomma, tutto è utile). Visto che sorteggio sempre, questa volta non si sorteggia. Con l’aiuto di Ottone von Accidenti – nell’inedita veste di presidente di giuria – sceglierò un commentatore del cuore e gli catapulterò a casa tutto quanto. Non arriverà mai per Natale, ma magari per l’anno nuovo sì. La raccolta-commentini finisce domenica 22 dicembre allo scoccare della mezzanotte.

Ci piace?
Spero tanto di sì.

Grazie ancora per tutto l’affetto che sprigionate, in bocca al lupo e tanta biada per le renne.

Tutta la mia vita è una menzogna.
Credevo di avere la verità in pugno, ma brancolavo nelle tenebre.
Credevo di sapere, ma affondavo in una vischiosa ignoranza.
I dogmi si fanno cenere.
Gli incubi si disgregano come Polaretti al sole.
Perché ora so.

PROVARSI I VESTITI DA SPOSA È BELLISSIMO.

E chi l’avrebbe mai detto.

Lo scorso weekend, ammantata dal più cupo pessimismo, sono tornata a Piacenza per il primo appuntamento di prova-abiti-da-sposa. Con MADRE. 
Ecco, visualizziamo per un attimo il mio scoramento pre-Vestitiadi come un grosso fiume minaccioso, alimentato da due arcigni affluenti:

UNO.
Dopo aver visto da vicino un certo numero di abiti da sposa ed essere riuscita ad esaminarne un campione statisticamente significativo rispetto alle indispensabili variabili “qualità”, “arroganza” e “meraviglia” – per dire, dalla fetida fiera al Forum di Assago alla boutique gne-gné di via Montenapoleone, passando per gli aperitivi superfashion da Pronovias -, sono arrivata alla seguente conclusione: gli abiti da sposa sono orribili. E se proprio non sono orribili, sono fatti di cartone. O sembrano delle lussuose sottovesti.

DUE.
Fare shopping con MADRE, fosse anche per dei calzini di spugna, è traumatico. MADRE è il Gordon Ramsay dei negozi di abbigliamento. E voi, nonostante una provvidenziale quanto insperata metamorfosi fisica,  sotto sotto vi ricordate molto bene del vostro impervio passato di voluminosa adolescente coi capelli a spazzola e le sopracciglia martoriate. E MADRE c’era, in quel momento della vostra vita. Uscivi dal camerino e te la trovavi lì davanti, più tignosa di Anna Wintour, pronta a sventrare la tua già esigua autostima con commenti tipo “Tremendo. Sembri un orso marsicano”.

Immaginate dunque il mio entusiasmo: anche questi abiti da sposa saranno ridicoli e fatti di lana di vetro! E c’è pure MADRE, che in un negozio non mi ha mai detto una parola gentile (o anche solo neutra)!
Alé.
Trenino.
Mi sposo con la maglietta di Ironman.

Poi sono arrivata in questo posto qua:

tegamini abiti sposa

Vi dico subito che, ad un certo punto, ho chiesto di brandire l’unicorno e sono stata accontentata. Ma senza problemi. Vuoi l’unicorno? Ecco, tieni l’unicorno.
Le adorabili madamigelle di Poesie Sposa mi hanno fatto provare circa centoventi abiti. La cosa sorprendente è che non ce n’era uno che mi stesse male-male. Cioè, se guardi una puntata di Abito da sposa cercasi, la percentuale di obbrobri è elevatissima. E alla fine arriva quel tizio che somiglia al pupazzo di un ventriloquo e ti fa scegliere il meno peggio. Con quei vestiti lì no. Morbidi, fluentoni, coi corpettini tutti interessanti. Si oscillava da “bene” a “strabiliante”, ma pure coi mollettoni sulla groppa. Ad un certo punto mi hanno fatto provare un nuvolone di poffosità di sedici metri di diametro con tutti i lacci sulla schiena. Ero aggrappata a questo stipite della porta che gridavo “Vai! Stringi, stringi! Come Rose sul Titanic!”. Avevo molta paura di cadere dalla pedana o di inciampare in un orlo, o di starnutire facendo scoppiare tutti i bottoncini, ma nulla di male è capitato. Una serenità. Un tornado di cose belle. Un sacco di lampadari dipinti di bianco appoggiati per terra. Rotoloni di pizzo in ogni angolo. Pace! Pulcini!
Se ci ripenso mi rallegro all’istante.
Comunque, abbiamo trovato una buona base di partenza. E la cosa fantastica è che ci potremo inventare delle cose insieme. Sarà un gigantesco e felice Giralamoda. Più gonna, un po’ di rosa, fiocchetti… si può fare tutto, e potrò partecipare e rompere i coglioni come non mai. L’abito-ipotesi aveva così senso che mi hanno addirittura messo in testa il velo, quello lungo. Stavo là in mezzo, su questo tappeto sofficione a forma di luna piena, col mio strascico e il mio velo e mi sembrava di essere quasi plausibile, con su un costume da sposa.

E MADRE?
MADRE non si è messa a piangere come in tv. Non si è scomposta, non mi ha gettato le braccia al collo e non ha ululato malvagità irripetibili. Era moderatamente soddisfatta. Anzi, se c’era qualche corpetto che mi schiacciava le tette si lamentava con veemenza. Non siamo mica delle Fantaghirò, vogliamo sposarci con le tette al loro posto. Fiere e spavalde. C’è da dire, però, che ho scelto la strada della prevenzione: alla prima smorfia di disappunto ho impugnato l’unicorno, ho sistemato la gonna e mi sono vendicata come un’adolescente.  “Taci, MADRE, che te ti sei sposata con una gamba ingessata”. E da lì tutto è andato meglio.

byatt ragnarok tegamini

Dunque. Dipende un po’ da come siete voi. Se desiderate accumulare una conoscenza enciclopedica e puntigliosissima sui miti nordici – con tanto di spatafiata etimologica per ogni parola che incontrate, gioiosi percorsi tematici trasversali, profili accuratissimi sulle principali figure e divinità, storia delle bestie, storia del mondo, usi e costumi e becchime prediletto dei corvi spioni di Odino -, ebbene, se avete bisogno di tutte queste cose potete comodamente lanciarvi sui Miti nordici di Gianna Chiesa Isnardi. Lo pubblica Longanesi e male non vi farà. Se, invece, siete personcine un po’ trasognate e meravigliabili, pronte a rimanere a bocca aperta davanti a un gigante di ghiaccio, allora vi conviene leggere fortissimo Ragnarök di A. S. Byatt.

Ma che succede in questo libro? Niente, madama Byatt ci racconta la storia di una “bambina magra” che fugge da Londra allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Va in campagna con la sua mamma, per stare più al sicuro. Suo padre è partito per l’Africa e tutti a Natale gli fanno un brindisi propiziatorio di torna-presto-sano-e-salvo, ma senza particolare convinzione… che è meglio non sperarci troppo, quando qualcuno fa l’aviatore. La bambina magra passeggia per i prati, guarda i fiori che crescono, va a scuola, va in chiesa a farsi venire dei gran dubbi e, soprattutto, legge Asgard e gli dèi. È un librone che comincia con la creazione del mondo – ci sono Odino, Vili e Vè che fanno a pezzi un gigante d’argilla e ci impastano l’universo – e finisce con il Ragnarök – divinità che si annichiliscono vicendevolmente mentre la struttura della materia collassa in un ribollire di fulmini e abissi oscuri.

Odino prese Hel e la gettò verso Niflheim, la buia terra delle nebbie e del freddo. Lei rimase rigida, come una freccia tirata da un arco, un missile dalla punta aguzza, ancora e ancora, giú giú, cadde per nove giorni attraverso la luce del sole, della luna e delle stelle, oltre i cocchi in gara del Sole e della Luna, oltre le cime degli abeti e le loro radici, giú nei pantani e le paludi senza luce di Niflheim, attraverso il freddo torrente di Giöll e dentro Helheim, dove avrebbe regnato sui defunti umani che non erano abbastanza fortunati da morire in battaglia, un regno di ombre.
Il ponte sul fiume Giöll era d’oro, di ferro il recinto di Hel, alto e insuperabile. Dentro il tenebroso palazzo, un trono attendeva quella creatura ammaccata, livida, la dea, la figlia mostruosa, e su un cuscino nero c’era una corona, fatta con oro bianco, e pietre di luna, perle come lacrime congelate e cristalli, come brina. Quando sollevò la corona, e la bacchetta posata lí accanto, i morti cominciarono a confluire nel palazzo come pipistrelli sussurranti, innumerevoli, insostanziali. Lei diede loro il benvenuto, senza sorridere. Quelli le giravano intorno, fischiettando debolmente, e lei fece portare piatti, con i fantasmi di frutta e carne, e ampolle, dentro le quali aleggiavano fantasmi di idromele e vino, con bollicine fantasma all’orlo.

Che gioiona immensa.
Madama Byatt
, che riuscirebbe a rendere avvincentissimo anche un sasso, usa la storia e la sensibilità della bambina magra come super cornice e, tra fonti della conoscenza, fronde luccicanti, pellicce ispide e spettacolari terrori, riscrive per tutti quanti noi i miti più significativi della mitologia nordica. Se pigliate la Gianna Chiesa Isnardi, vi accorgerete che in Ragnarök non c’è tuttotutto, perché non serviva che ci fosse niente di più. Ci sono i miti indispensabili, quelli che fanno procedere il carrozzone delle divinità verso l’inevitabile cataclisma finale. Ci sono i grandi pilastri del mondo (il frassino Yggdrasil, l’uncinone sottomarino Randrasill, il ponte-arcobaleno), c’è la storia dei tre figli di Loki (la serpentessa di Midgard, Fenris e Hel, la regina bicolor dell’oltretomba), c’è la morte di Baldur e c’è la devastazione totale, coi lupi che divorano gli astri e il buio che si mangia pure le belve. Tra dèi che gozzovigliano, valchirie che garriscono, cavalli a otto zampe ed esplosioni di pura cialtronaggine ultraterrena – perché gli déi sanno che il mondo finirà, ma non hanno la forza di fare niente per evitarlo… e continuano a bersi delle birre imponenti e a tirare addosso roba a Baldur, che tanto lui è invulnerabile -, questo librino è un beato galoppo in un universo magico, una saggia riflessione su quello che di più tremendo potrà mai capitarci e una bellissima collezione di fantasie pure. Alcune sono luminose, altre fanno paura, come se le nostre teste – come quella del gigante che ha prestato la calotta cranica a Odino per farci la volta del cielo – fossero piene di lupi che corrono coi dentoni aguzzi di fuori. Insomma, se avete bisogno di qualche sano OOOH e anche di qualche AAAH, questa inesorabile discesa verso il crepuscolo degli dèi vi farà splendere gli occhioni ben più della chioma di Frigga. E vi farà diffidare per l’eternità del vischio. E dei salmoni.

loki thor

Thor – The Dark World è, senza dubbio, il film più rispettoso della mitologia norrena che mai vedremo al cinema: se non c’è in mezzo Loki, non succede un Mjolnir di niente. Ok, ok. Va bene, tecnicamente qualcosa succede. C’è una stirpe di elfi fantasticamente abili nel farsi le trecce che vuole far sprofondare l’universo nell’oscurità e nella tenebra più disperante. Addormentati da qualche migliaio di anni dietro a un paio di asteroidi, gli elfi dai fascinosi capelli si svegliano all’improvviso quando Jane Foster – alla faccia di Natalie Portman e del suo appello “più femmine senzienti e interessanti per la Marvel e per il cinema tutto” – decide di infilare una mano tra due monoliti fluttuanti che irradiano malvagità e terrore a ettametri di distanza. Ed è una scienziata, Jane Foster, mica una sciampista in stage. D’accordo, le garbano i deltoidi gibbosi e le barbe incolte, ma è comunque una luminosa rappresentante dell’eccellenza del sapere astrofisico internazionale. E vede una roba rossa tutta schifosa e sibilante che si agita in mezzo a due menhir magici sull’orlo di un precipizio, e ci caccia dentro le mani. Ma santa pace, Jane Foster, ma da piccola non li hai presi due sganassoni, quando cercavi di raccogliere le schifezze dal marciapiede? Se MADRE potesse dire qualcosa a Jane, le suggerirebbe di tagliarsele, quelle manacce di merda.
Ma ci stiamo già perdendo per le radici di Yggdrasil.
Quel che volevo davvero dire – mettendo incidentalmente il Cono della Vergogna a Jane Foster – è che questi nostri polpettoni del cuore dovrebbero cercare di far procedere la narrazione indipendentemente dalla stupidità dei loro protagonisti. Perché non posso accettare che l’universo rischi l’oscurità eterna solo perché la fidanzata di Thor è pirla. E nemmeno posso accettare che, limonando cretinamente per un prato di Greenwich, due comprimari altrettanto inetti contribuiscano a salvare il benedetto universo, e senza manco capire perché. Insomma, le motivazioni sono importanti. Per i buoni e un sacco di più per i cattivi.
BU! Sono un elfo oscuro! Esisto da prima del mondo! Ho questa roba rossa che solo io so controllare! I miei capelli sono strabilianti! E stamattina mi sono svegliato male: meritate di sprofondare nel buio!
Molto piacere, elfo oscuro. Noi qua non conosciamo a memoria la storia di ogni mondo governato da Odino, ma ci sembra proprio di averti incontrato per caso. Ti vuoi vendicare perché novemila anni fa gli asgardiani hanno sterminato la tua gente? Capirai. Saremo insensibili e ottusi, ma non ci siamo preoccupati neanche per un momento, e non perché polpettone-Thor sia un pozzo di strategia o una forza inarrestabile della natura. Non ci interessa niente perché la gente che vuole solo vendicarsi e fare qualcosa di definitivo e irreparabile al mondo è una roba che abbiamo già visto ennemila volte. E un po’ meglio, anche. Ecco, allora, prendi il numerino al banco salumeria e mettiti in fila dietro alla signora Franca, che vuole sciogliere la calotta polare col phon.
E’ per questo che ogni volta che fan fare qualcosa a Loki sembra che entri in scena, che ne so, una versione sorniona e piacevolmente malvagia di Immanuel Kant. GENIO! IRONIA! UNO SCOPO PRECISO! UNA SACROSANTA VENDETTA! L’IRREFRENABILE IMPULSO DI CAVARE A ODINO PURE L’ALTRO OCCHIO! UMORISMO! UN PIANO! ESPRESSIONI FACCIALI!

The Marvel Studios: "Thor: The Dark World" And "Captain America: The Winter Soldier" - Comic-Con International 2013

E via, poi tutti a stupirsi per il tornado di mutandine che Tom Hiddleston è costretto a schivare ogni volta che decide di uscire di casa. 
Sbaglio? Perché è vero, credo. Ero seduta lì, coi miei pop-corn e una sana e robusta propensione ad apprezzare i manzi armati di martello che piombano sul mio pianeta all’improvviso solo perché Idris Elba s’è per un attimo cecato, ma niente. Noia. Fastidio per Natalie Portman, ULTRAODIO per l’invadentissima Darcy – che è ovunque… e dovrebbe far ridere, senza mai riuscirci – e tanta comprensione per la povera Lady Sif, che sa andare a cavallo al contrario bevendo alla goccia un litro di idromele ma nessuno se la fila. Mi sono un po’ ripigliata quando Frigga del cuore ha preso a calci in culo l’elfo oscuro cantandogli le bionde trecce, ma poca roba. Per il resto è stato tutto un dov’è Loki? Dov’è Loki? Che fa? Legge? Spacca i tavolini? Si sarà pettinato un po’? Lo liberano? Non lo liberano? Che dice? Ma quindi? Che tramerà? Adesso capisco perché gli hanno fatto fare un mucchio di scene aggiuntive, in mezzo a questo sfacelo! E a Thor, ma gli vorrà un po’ bene? Ma un ceffone glielo possiamo mollare pure noi della quinta fila? Avrà bisogno di un lancio di mutandine, così, tanto per incoraggiare?
Nel dubbio tirategliele. Anche voi ometti. Che se ne accumuliamo una montagna sufficientemente alta e scoscesa magari riusciamo anche a farcelo venire fuori, un Loki-film-solista. ANT-MAN, fanno. Mi vien voglia di mettere una mano in mezzo a dei macigni malvagi. O di andare a raccogliere personalmente tutte le gemme dell’infinito, o come si chiamano, per regalarle a Loki, che sicuramente troverebbe qualcosa di strabiliante da farci.

Insomma. Tenetevi Polpettone-Martellone.
Qua si tifa per la megalomania, l’inganno e il capello unto.

…stavo per gridare SERPEVERDE, ma poi ho capito che la stavo pigliando troppo alla larga.

 

tegamini s abrams dorst

Che io ami follemente BadTaste.it è risaputo. Che loro, ogni tanto, trovino la forza di ricambiare questo mio sentimento è meno scontato. Un po’ di tempo fa avevano deciso di pubblicare un mio sproloquio fangirlistico su IronMan 3 e adesso, in nome di tutto ciò che è sacro e bello, hanno ospitato un nuovo Tegamini-post, la recensione del MIRABILE S. di J. J. Abrams e Doug Dorst. Travolta dall’entusiasmo, ho pure fatto un video in cui cerco di sfogliare il misterioso tomo – con una goffaggine senza pari -, spiegando com’è fatto e che c’è dentro, tra un gridolino e l’altro. Dico MAGICO un sacco di volte e ad un certo punto mi esce anche una splendida GAFF, ma è comunque un filmato molto istruttivo.

Comunque.

Leggetevi la recensione su BadTaste.it e divertitevi alle mie spalle con lo sfoglia-sfoglia videotour.

E grazie ancora al prode A. F. B. – dopo S. diventerete fan scatenati degli acronimi – per l’ospitalità. È sempre un immenso e fiammeggiante onore.

wwis 1Emily Dickinson, fatti in là.

Non c’è niente da fare: i giorni più belli sono quelli in cui si scopre una fantasmagorica cazzata nuova. Ed era un po’ che vagavo, orfana e raminga, in cerca di un degno successore di The Useless Web…. Ma l’attesa è finita, grazie al cielo, perché le mie amiche hipster che sanno sempre tutto sei anni prima degli altri mi hanno fatto scoprire qualcosa di sconvolgente e fantasticissimo: What Would I Say?, il tragicomico generatore automatico di status di Facebook.
Come funge?
Niente, WWIS recupera e frulla insieme le assurdità che già avete detto per creare nuovi e sconvolgenti pensieri, ovviamente condivisibili coi vostri amichetti del cuore. Chiaro, non tutto quel che esce è una perla immortale – e non si può nemmeno pretendere la punteggiatura di un accademico dei Lincei -, ma con un po’ di pazienza potrete tranquillamente capovolgere l’universo.
Tipo.

wwis2…BOOM, BABY!

wwis3Le Tre Coglione. Cugine delle Tre Marie, ma incapaci di fare i panettoni.

wwis4Alla pugna!

wwis5Ray Bradbury meets Carrie Bradshaw.

wwis6Siamo solo contenitori per l’ennesimo Braulio.

wwis7Ma non credo, ma mai e poi mai. 

wwis8Cazzo, compriamola SUBITO!

wwis9E succede tutto in Messico. O in Spagna. Quel MOCIOS vorrà pur dire qualcosa.

wwis10Voglio solo guardare il mondo che brucia. O una roba così.

wwis11Il Kraken, risveglia.

wwis12Ecco. Adesso che lo so, faccio in tempo a scansarmi.

Buon divertimento, miei coraggiosi!
😀

MADRE e le bestie hanno problemi da tempo immemore. Da piccola, quando ancora viveva in campagna, MADRE fu ripetutamente beccata sul sedere da una bellicosa oca da cortile. Poco tempo dopo, la famiglia di MADRE si trasferì in un paese non troppo distante dalla cascina che le diede i natali. E a MADRE venne affidata una gallina di nome Gallina. Gallina viveva sul solaio ed era estremamente affabile, becchettava docile i suoi semini mentre la piccola MADRE le accarezzava la schiena. MADRE si vanta sempre moltissimo, della sua Gallina: mi voleva bene davvero! Arrivavo lì la mattina e mi faceva l’uovo in mano, pensa! Poi, un bel giorno, mia nonna servì a tutti quanti un brodo di pollo particolarmente buono e di Gallina si persero le tracce.
Eh.
Segnata da questo incredibile atto di barbarie – mia nonna, pace all’anima, andava processata a Norimberga -, MADRE decise di mettere un bel menhir sul tema animali, si comprò una Cinquecento e guidò fino al mare nel giorno numero uno della sua sospirata patente. Poi capitò un fatto increscioso. I miei zii comprarono questo cane grosso di nome Muz. Non mi ricordo se era un pastore tedesco o un San Bernardo, so solo che era una bestia gigante. MADRE, ignara della presenza di Muz dall’altra parte della porta, entrò serenamente in casa sua, in un gran stridore di scarpe da ginnastica. Il cane, vittima di chissà quale demone passeggero, assalì MADRE sulla soglia, morsicandole una coscia con gran cattiveria. La coscia di MADRE entrava giusta giusta nelle fauci bavose e puzzolenti di Muz, che la sgranocchiò per un po’, scrollandola di qua e di là. Ad un certo punto, forse dopo aver evocato il potere di Grayskull e quello dei Petali di Stelle, MADRE ritrovò la sua mitologica coordinazione e riuscì ad assestare uno scapaccione al cane, levandoselo di dosso tra gli applausi di una moltitudine di creature delle tenebre. Al che, MADRE – sanguinante e incazzata come una tempesta monsonica con tsunami intermittenti – venne portata in tutta fretta all’ospedale e riempita di punti. Le fecero l’antirabbica e un milione di analisi. Sana e salva, MADRE lasciò l’ospedale e tornò alla sua vita. Io non c’ero ancora, e MADRE già insegnava educazione fisica in lungo e in largo, spostandosi a bordo della sua fida Cinquecento rossa per monti e per valli. E niente, dopo due giorni dalla faccenda del morso a MADRE, Muz morì di colpo. Così. Un secondo prima era in piedi e l’attimo dopo era in terra stecchito.

Io non so cosa dirvi. So solo che, ormai, le bestie temono MADRE. Nell’arco della sua placide esistenza, Cricci, il criceto russo che visse con noi per quattro anni – quattro anni fatti di incredibili architetture di bambagia e montagne di semini di girasole -, insomma, in tutto quel tempo il nostro Cricci sentì il bisogno di morsicare una volta sola. E morsicò MADRE. Lo stesso Ottone von Accidenti, che si fa coccolare e prendere in braccio anche dal Mostro di Firenze, fugge al cospetto di MADRE, appiattendosi sotto al letto in preda a un terrore cupo e totale.
E’ stato bellissimo, dunque, ricevere all’improvviso dal mio papà questo sconvolgente documento fotografico:

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Ecco. C’è MADRE che conversa pacificamente con un giovane cigno, sulle sponde del Lago di Garda. Il cigno, a quanto mi è stato riferito dal mio attendibile papà, si è avvicinato a MADRE con passo deciso e non l’ha più mollata. MADRE girava per questa piazza con un fiducioso, devoto e gigantesco cucciolo di cigno alle calcagna. Manco San Francesco era riuscito a farsi voler bene dai cigni. Passeri, lupi di Gubbio, ma niente cigni. MADRE, commossa fino alle lacrime dall’immotivato affetto del grosso volatile dalle zampe palmate, ha deciso di fare quello che farebbe ogni MADRE degna di questo nome: ha nutrito il baby-cignone. Con un pacchetto di cracker. SECCHISSIMI. Il cigno, probabilmente abituato a cibarsi di roba un po’ più umidiccia, sapientemente filtrata e sminuzzata dal suo utile becco a palettina, ha rischiato di morire soffocato dall’invincibile croccantezza dei cracker, ma è sopravvissuto. MADRE è addirittura riuscita a fargli pat-pat sul capino e a prenderlo scherzosamente (…?) per il collo, alla facciazza di Konrad Lorenz e delle sue suggestionabilissime oche.

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Ora, io non so se il cigno sia rimasto segnato in maniera irreparabile dall’incontro con MADRE, ma sono contenta per lei. Sono contenta per l’universo in generale. Che qualcuno pigli MADRE e la lanci con un paracadute in una foresta di bambù. Questa rinnovata alleanza con gli animali va sfruttata, finché dura. Gettatela in una foresta cinese e convincerà quei cretini dei panda giganti ad accoppiarsi furiosamente. Proiettate foto di MADRE davanti agli scheletri di plesiosauro di ogni museo di storia naturale, e i dinosauri torneranno a popolare la terra. Avvolgete i kiwi neozelandesi nelle copertine sferruzzate da MADRE, e mai più saranno sfiorati dallo spettro dell’estinzione. Scagliatela su Marte, e ci dirà dove ha strisciato l’ultimo batterio.

Che contentezza. Il mondo animale ha una speranza concreta, ora che MADRE non rappresenta più una fiammeggiante minaccia.
E visto che le tradizioni sono importanti, ecco la foto che ho rispedito al mio papà, per festeggiare degnamente l’incontro col giovane cigno del Garda.

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MADRE, proteggi gli echidna!
Salva i leopardi delle nevi!
Riempi le pianure di bufali!
Moltiplica i lemuri!
Veglia sul falco pellegrino!
Prendi in mano il business della benedizione degli animali!
…e comprati un gatto, invece di cercare di impadronirti del mio.

 

 

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Dunque, il mio ultimo blog-giro è finito con un corso accelerato di falconeria e una poiana di Harris che mi passeggiava fieramente sull’avambraccio mentre branchi di lemuri estremamente mobili saltellavano da tutte le parti. L’altro giorno, invece, mi sono data all’arte. E al caffé. Ciao Tegamini, vuoi venire a Verona a visitare in magica anteprima la mostra sul paesaggio dal Seicento al Novecento che si chiama Verso Monet? Apre il 26 ottobre e finisce il 9 febbraio, al Palazzo della Gran Guardia. Ma a te e a un piccolo gregge di altri BLOGGHER facciamo vedere tutto prima, con lo spiegone del curatore, le coccolette nostre e la possibilità di fare le foto. Gli altri mica potranno farle, le foto, spezzeremo mani e frantumeremo aggeggi elettronici. Insomma, vieni? Ci farebbe un sacco piacere. Ciao Segafredo, a che ora si comincia?

Ho preso ferie – che a quanto pare, nel blog-mondo, solo io ho un lavoro col cartellino da timbrare. Timbro QUATTRO volte al giorno e sempre, quando mi avvicino alla bollatrice, è come ammirare la baia di San Francisco… dall’isola di Alcatraz -, sono salita su un treno alle 7 e 35 – scoprendo che i sedili dei Frecciabianca sono tipo delle assi da stiro – e sono approdata nella pacifica Verona, con tanto di truc sulla testa e iPad di riserva, per gentile concessione di Amore del Cuore. Per quelli con preoccupazioni da spostamento, dirò che dalla stazione di Verona Porta Nuova al Palazzo della Gran Guardia – perbacco, che luogo incantevole e maestoso – c’è da deambulare per dieci minuti scarsi. E c’è l’Arena proprio lì davanti, presidiata da manipoli di valorosi centurioni coi leggings.

Verso Monet TegaminiMonsieur Monet ci insegna che le ruches donano anche a chi ha un ventre esuberante. 

Ma facciamo le cosone per bene.
La mostra è un viaggio nella storia della rappresentazione del paesaggio. Inizia con il Seicento e finisce con i salici del giardino di Monet, ai primi del Novecento. Un centinaio di opere esposte (quadri, quadri, quadri  e una decina di splendidi disegni, tutti quanti illustrissimi prestiti dai museoni più importanti del mondo) e un percorso fatto così:

1.    Il Seicento. Il vero e il falso della natura
2.    Il Settecento. L’età della veduta
3.    Romanticismi e realismi
4.    L’impressionismo e il paesaggio
5.    Monet e la natura nuova

Una delle molte cose mirabili della mostra è che il Verso Monet del titolo non è una superfuffa. Ah, figuriamoci, ci saranno due Monet in croce, incastrati in un angolo alla fine, ma l’hanno chiamata così perché la gente corre e si spintona appena sente un vago odore di impressionismo. Ecco, proprio no. Non solo c’è una super narrazione, ma la mostra è imbottita di capolavori – compresi i miracoli che avevate sul libro di storia dell’arte. C’è Van Gogh, c’è Cézanne, c’è Renoir, ci sono i fiamminghi, Canaletto, Gustave Courbet, Sisley… e un intero stagno di dipinti di Monet.

verso monet tegamini venezia

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Ma che abbiamo fatto, alla fine? Per una mezz’oretta, liberi e ignoranti come caproni, ci siamo messi a vagare per la mostra. Poi siamo tornati al campo-base ed è iniziato il giro serio, con Marco Goldin – il curatore – a farci da guida. Che non so voi, ma non capita proprio spesso di avere il personaggio che ha messo insieme una mostra a spiegarti che cosa sta succedendo. Sono anche momenti di tragica auto-consapevolezza. Tegamini, te da sola questo collegamento artistico-concettual-metodologico non l’avresti mai colto. Ed è vero, che carine sono tutte le personcine che si affollano sui ponticelli delle vedute del Canaletto, ma perché mai il Canaletto ha sentito il bisogno di mettercele? Diamine, da dove arriva tutta questa smania di precisione fotografica? E perché cinque minuti prima la natura o il paesaggio erano solo un fondale, l’ambientazione per ben altre storie? E la linea dell’orizzonte? E la forma delle nuvole? E’ un casino.

Mini-marinai, che cosa volete dirci?

Foto 24-10-13 10 22 56Turner, ma dov’è andato a finire tutto quanto?

Foto 24-10-13 10 32 13Cézanne, perché dipingere di continuo questa benedetta montagna?

Foto 24-10-13 22 36 22Questo è messer Goldin, pronto a illuminarci (con grande pazienza).

Comunque. Il viaggio del paesaggio e della natura nell’arte è molto avventuroso. Si comincia nel Seicento, epoca di grandi scene con un sacco di gente e di alberi. Nei dipinti si raccontano storie, allegorie ed episodi più o meno mitologici… e tutti questi accadimenti non possono capitare nel vuoto. Grazie al buon Tintoretto – che un giorno si svegliò e decise che i personaggi dovevano stare in mezzo al mondo naturale e non davanti -, la natura diventa ambientazione, un palcoscenico idealizzato, che non ha bisogno di essere realistico. Gli olandesi, però, sono gente pratica. Vivono in un territorio in trasformazione, costruiscono in mezzo all’acqua, modificano il loro mondo, osservano la natura come dei piccoli scienziati coi pennelli. Gaspar van Wittel arriva a Roma per documentare la deviazione del Tevere e, magimagia, si inventa la veduta: precisione fiamminga, illuminismo dilagante e meraviglia dell’architettura italiana. Finire a Venezia, che era un posto di gran transito e importanza geopolitica, era inevitabile. E allora ciao a Canaletto e Bellotto.

Foto 24-10-13 22 36 23Questa è la signorina che ha aggiunto a mano tutti i puntini sulle i che vedrete sui muri della mostra.
Abbracci alla maestra indiscussa del puntinismo didascalico-testuale.

Una cosa mirabile che ho scoperto è che, nel Settecento, le vedute venivano utilizzate come cartoline dai baldi viaggiatori impegnati nel Grand Tour. Un’altra cosa che ho scoperto è che, non troppo tempo dopo, i pittori “romantici” si mettono a spennellare gigantesche cartoline dell’anima. Eruttano vulcani, la luna illumina pianure desolate e i fenomeni della meteorologia diventano fenomeni del cuore. Ah, lo spazio infinito! Ah, le tempeste! Nell’Ottocento il paesaggio diventa stato d’animo. Anzi, visione dell’anima. A chi non ne ha una viene sconsigliato di dipingere. E poi? E poi, in giro per le foreste francesi, si comincia a pensare che “vedere” la natura, osservarla e rappresentare la “verità delle cose” in un preciso istante sia il prossimo grande passo dell’arte pittorica. Questi signori sono – circa – i realisti, la scuola di Barbizon – che è un villaggetto appena fuori dalla foresta di Fontainebleau. Nel 1838, poi, arriva un gentiluomo di nome Daguerre con un’invenzione nuova nuova: il dagherrotipo, un aggeggio che “consiste nella riproduzione spontanea delle immagini della natura, ricevute nella camera oscura”. Ah è così, monsieur Daguerre? Bene, tutti in giro per i prati col cavalletto! Impressionisti, all’attacco!

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Monet, che lì per lì aveva deciso di dipingere tutta la verità e nient’altro che la verità, con la pioggia e col vento, lavorando a una tela diversa per ogni ora del giorno – per catturare LIVE i cambiamenti dell’atmosfera e della sua luminescenza avvincentissima – ad un certo punto decide che la luce che filtra leggiadra tra le foglie di una foresta assolutamente perfetta non è poi così fondamentale. “Se le mie Cattedrali, le mie Londra e altre tele siano state fatte dal vero oppure no, non riguarda nessuno e non ha alcuna importanza. Conosco tanti pittori che dipingono dal vero e fanno solo cose orribili. Il risultato è tutto”. Monet si compra un paio di occhiali da sole veramente spacconi e, insieme a Cézanne, si carica l’impressionismo sulle spalle per portarlo a prendere un po’ d’aria fresca… non necessariamente all’aperto, anzi.

Ninfee, farò di voi delle rockstarZ! Vi dipingerò in un milione di modi, mi inventerò l’idea di “serie” e vi farò quasi scomparire in una meraviglia di rosini azzurrati e di verdini, vi osserverò così da vicino che non sembrerete nemmeno più delle ninfee, ma luminosi spiriti di vegetazione galleggiante. Tié.

Foto 24-10-13 12 28 53Questa è la mia parete preferita di tutta la mostra. Diamine, è la parete definitiva.

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Temo di aver fatto un casino, col ricapitolone artistico… ma ho comunque un asso nella manica, un ultimo Pikachu da far saltare fuori dalla sfera Poké, un megazord di ninfee e salici acquatici. Perché già arrivate super felici nell’ultima sala, quella col festival mondiale di Monet, ma quando siete sulla porta vi accorgete anche che in fondo c’è una gloriosa nicchia davvero teatrale. Che uno ci rimarrebbe di sasso anche se il quadro fosse una roba scialba come la minestrina, figurati poi con quello che c’è dentro.

Foto 24-10-13 12 36 54 (1)Foto sghemba con tanto di stipite, al solo scopo di creare inutile SUSPANS.

Foto 24-10-13 12 34 13 copiaTADAAA!

La gioiosa giornata – resa ancora più gioiosa dall’impagabile compagnia di Stailuan (l’uomo che disegnò il logo di Tegamini e che ora, se lo incontrate per strada, vi risponderà solo se gli gridate CATZAPPROVED) e Nadia di Gazduna (l’unica donna, dopo Charlize Theron, che sta davvero bene coi capelli corti) – è proseguita con un ruzzolone collettivo all’Aquila Nera, dove siamo stati abbondantemente nutriti e rifocillati e dove tutti quanti si sono pubblicamente presentati tranne me. Nadia ha esordito con Ciao, sono Nadia di Gazduna, fantastico sito che, di tanto in tanto, pubblica anche delle cose scritte da Francesca… e niente, ci hanno considerate un’unica entità e sono stata dispensata dalla presentazione ufficiale. Il che è positivo, che descrivere Tegamini è sempre un casino. Lo faccio adesso, magari. Ciao a tutti e grazie di cuore per l’invito. La mostra è splendida ed è stato un onore ascoltare Marco Goldin. Mi chiamo Francesca, lavoro al marketing in una casa editrice e la sera traduco dei libri. Tegamini è un blog buffo dove parlo di quel che mi piace e mi fa contenta. Credo di essere una propagatrice di entusiasmi. E spero proprio che questo mio superpotere possa essere utile a far venire una quantità vergognosa di gente alla mostra, di solito funziona. Bene, grazie a tutti. Dov’è che posso avere un altro po’ di prosecco?

tegamini nadia stailuanUno specchio, uno specchio! Presto, foto-bimbominkia! Eccoci. C’è Nadia, poi c’è Stailuan – che regge con coraggio l’oca Luisa, l’oggetto meno ergonomico di sempre – e ci sono io, che mi contorco per non finire risucchiata dall’imponente vaso di fiori.

E niente, non mi hanno fatto tenere il braccio una poiana di Harris ma direi che non è andata male. Prima di vantarmi di tutte le donerie elargite da Segafredo – che dopo la mostra, lì in dieci con Gesù in persona a farci da guida, io ero anche già contenta così – vi rimando al sitino di Verso Monet e al trailer del nostro blog-giro (che ci riprendevano come le star, con una specie di accecante raggio alieno). Nei prossimi giorni dovrebbe emergere dell’altro, tra foto e imbarazzanti scene filmate, quindi buttate un occhio sulle altre web-propaggini di Tegamini per ridere tantissimo di me.

Foto 24-10-13 22 57 35Non mi avevano ancora donato una tovaglietta. Per dire, ho ricevuto dei frisbee, una canzone scritta apposta per me da una boyband e una poltrona-canotto arancione, ma una tovaglietta non ancora.

Foto 24-10-13 23 04 50 (1)Generi di prima necessità! Grazie!

Foto 26-10-13 17 50 43Anche il libro-catalogo è da considerare un genere di prima necessità.

Orbene. Credo di aver finito. Spero di avervi messo addosso un minimo dell’entusiasmo che questa mostra merita. Diciamo che i quadri sono così belloni che vi faranno del bene anche senza la spiegazione del curatore, ma vi consiglio di lasciarvi raccontare la storia dalla guida. Che quando si scopre da dove viene una collina, o un mare con le ondine o uno stagno di ninfee, ecco, è un po’ come galleggiarci sopra, spalancando gli occhioni.

Cuccioli della gratitudine a Segafredo per invito, l’ospitalità e i dononi. E buona mostra a chi ci vorrà andare.

🙂

E’ un periodo di grande fermento per il mio cranietto!
O almeno credo.
Qualche tempo fa, in un momento minimalista, mi sono messa a buttare via un po’ di cose scassate. In mezzo alle scarpe rotte e alle canottiere con un buco di lato – capita, quando si è imballati: vuoi tagliare l’etichetta che punge ma sei una pirlona e ti squarti gli indumenti – c’era anche l’adorato cerchietto turchese-piumato acquistato su un bel marciapiede di Soho da un’allegra artigiana spennatrice di volatili. Il prezioso manufatto, indossato con orgoglio in ben due continenti – nonostante l’intrinseca delicatezza della sua conformazione -, era ormai sbilenchissimo e visibilmente triturato. E niente, l’ho buttato via con immensa mestizia, c’era poco da aggiustare o rattoppare. Come minimo c’era su un archeopteryx. Come fare, però? Come fare, senza un cerchietto bizzarro? Presto, i soccorsi! Ho suonato l’allarme ed è apparso Lorenzo Bises, con il bandierone di Un petit truc sur la tête. E ora posso tornare al Plastic con onore, perché Lorenzo mi ha fabbricato un cerchietto poffoso di tulle-minipony, tutto per me e unico nell’universo.
E ora funziona così.
Ci sono un po’ di foto buffe e poi c’è una chiacchierina con Lorenzo, che ci spiega chi è e che combina, tra un trono inglese e l’altro.
Orsù, cominciamo.

truc tegamini my little ponyIl mio TRUC, perbacco! Tre strati di morbidezza tullosa.

tegamini trucIn tenuta ufficiale Tegamini-autunno/inverno – la vestaglietta! In occasione del mirabile cerchietto, però, è necessario salutare come una principessa in carrozza. 

Ma presentiamoci alle persone, maestro di TRUC! Chi sei e che combini?

Mi presento, sono Lorenzo Bises, vivo nella paludosa e nebulosa Lombardia, alle porte di Milano ma sono nato e cresciuto a Roma, patria dei supplì e della panna montata gratis sul gelato. Ho studiato storia dell’arte, lavoro come istruttore di nuoto, ho un blog dal titolo Pezzenti con il papillon e mi diverto creando cappelli e fascinators.

Com’è che a uno viene in mente di fabbricare cappellini e cerchietti?

A dir la verità ho sempre avuto un debole per i cappelli, io ne ho tantissimi e la passione si è poi tramutata in una sorta di tentativo. Una prova. “Chissà che tu non possa metterti a fare i cappelli” mi sono detto, poi ho lavorato da una modista in Francia e lì ho captato alcune regole su colori, abbinamenti e gusti.

Ma si impara, da qualche parte?

Io non ho imparato, nella boutique in Francia osservavo i cappelli fatti e i vari accostamenti tra la base e la decorazione. Mi sono evoluto da solo, ho cercato di imitare i cappelli inglesi dei matrimoni reali per capire l’equilibrio di un copricapo. Inutile dire che ho ancora un sacco di strada per arrivare a confezionare un vero fascinator alla Kate Middleton.

Illustraci con dovizia di particolari i TRUC che ti possiamo venire a chiedere. E soffermati molto sulla cuffia con la veletta, che a Natale ne voglio una.

I miei truc partono dal presupposto che nessuno conduce la vita della Duchessa di Cambridge ma che tutti vorrebbero averla. Quindi ce n’è per tutti i gusti, dai più sobri fiocchetti colorati portabili tutti i giorni fino agli estrosi cappellini piumati per un matrimonio o una festa importante. La veletta è il dettaglio che preferisco, è sensuale ed elegantissima. Cucita su un berretto è spiritosa ma MOLTO fashion style.

Il primo TRUC che hai fabbricato?

I miei primi truc erano cerchietti con enormi fiori. Il primo è stato la Ninfea gigante, uno dei miei preferiti in assoluto.

Il TRUC più folle che ti hanno chiesto di produrre. Sconvolgici.

Il truc più estroso è quello che mi ha commissionato una sposa che ha voluto un grosso batuffolo di tulle bianco con una dozzina di piume rosse. Io pensavo fosse esagerato ma è incantevole e lei sarà la sposa piumata del secolo.

Icone assolute di FESCIONISMO?

Non amo le icone, credo di più nelle ispirazioni. Creando dei cappellini/fascinators, non si può non pensare a Kate Middleton (nessuna li porta come lei), ad Anna Piaggi, Isabella Blow e a Beatrice di York che è brutta ma ha un ottimo gusto.

Una sincera opinione su Miley Cyrus. Che di questi tempi è necessario averne una.

Miley Cirus? Non seguo molto le sue peripezie ma il berretto con la veletta le stava molto bene.

L’ultima cosa molto bella che ti è accaduta.

Mi hanno reso felici le ragazze che venendomi a trovare all’ultimo mercatino fatto si sono provate tutte le creazioni ed erano sinceramente entusiaste. Per me è un onore.

Dov’è che ti possiamo leggere/trovare e importunare?

Mi potete stalkerare, e ne sono felice, sulla pagina Facebook petittrucsurlatete, su twitter @Lorenzobises oppure sul blog Pezzenti con il papillon. Mentre le mie creazioni le potete trovare presso il negozio “Cavalli & Nastri” in via Brera 2, Milano.

Saluta con regalità.

Grazie mille a tutti e alla simpaticissima Francesca.
Un abbraccio.

 

Dov’è il mio regno!
Portatemi un regno!

 

GRAVITY

Da piccola, per far contento il mio papà, dicevo che mi sarei laureata in ingegneria aerospaziale. Avevo letto da qualche parte che per diventare astronauta bisognava studiare quella roba lì. Ero molto lanciata, sulla storia dell’astronauta. Dopo la prima pagella del liceo scientifico, però, ho capito che non sarebbe andata a finire proprio benissimo, nonostante la mia sincera ed entusiastica fascinazione per lo spazio. Il fatto è che coi miei voti nelle materie d’indirizzo ci si poteva evocare il demonio. 6 in matematica. 6 in scienze. 6 in fisica. E 9 da tutte le altre parti. Per cinque anni. Che uno dice, succede un anno solo, può essere stato un incidente. Macché, cinque anni a far riemergere Satana da un abisso fiammeggiante. Non ne vado fiera, ma è andata così. Solo parecchio tempo dopo il mio papà ha avuto la forza di ammettere l’evidenza: obbligarmi a fare lo scientifico è stato un insulto contro Dio. Non c’è niente di più blasfemo del vedermi seduta lì che cerco di risolvere un integrale. Alla fine sono uscita con 95 lo stesso, dal liceo, ma se potessi tornare indietro e gridare qualcosa alla piccola me di terza media, griderei più o meno un MANDALI A STENDERE E SCAPPA DI CASA. E SFASCIA PURE IL PIANOFORTE.

gravity-debris

Comunque.
Nonostante la mia totale impermeabilità a qualsiasi genere di nozione fisica, adoro le imprese spaziali, voglio un bene dell’anima ai rover che vagano su Marte e, Lost in Space a parte, amo la fantascienza – sia quella fanfarona e sparacchiona che quella più “realistica”. La minuscola me che voleva fare l’astronauta, probabilmente, non si è ancora rassegnata. Ed è dunque con questo spirito (e con le poche informazioni fisico-gravitazionali ricavate da Angry Birds Space… gioco in cui, per altro, sono una pippa) che sono andata a sedermi di fronte a Gravity di Alfonso Cuarón. Con tanto di pop-corn.


da this isn’t happiness

E va bene. Ci sono un mucchio di robe che nello spazio non funzionano come nel film. E se me ne sono accorta io, vuol dire che sono cazzate grosse grosse.
E va bene. Sandra Bullock ad un certo punto si mette a ululare e ad abbaiare come un cane, il che non è proprio una trovata brillantissima, a livello di sceneggiatura e approfondimento del personaggio.
E va bene anche che vederla sopravvivere alla prima pioggia di sfiga-frammenti-orbitanti (in compagnia, per giunta), è già qualcosa di eccessivamente incredibile… figuriamoci poi il resto.
E va anche bene domandarsi come sia possibile che un medico dell’ospedale con sei mesi di addestramento astronautico sia lì che armeggia con Hubble come se fosse il frullatore di casa sua. Per non parlare di quello che riesce a fare dopo.
E anche a me è parso bizzarro che lo Shuttle, la Stazione Spaziale Internazionale e la Stazione Spaziale Cinese fossero lì tutti belli vicini, alla stessa altitudine e serenamente visibili a occhio nudo.
E le traiettorie di rientro? Cioè, è un attimo trasformarsi in orride palle di fuoco. Non si può mica precipitare a casaccio.
E quel qualcosa che non convince-convince quando George Clooney ti piglia al guinzaglio nello spazio e ti tira in giro.
Per non parlare dell’inverosimile sicumera e della totale assenza d’agitazione dell’astronauta Clooney, in modalità rassicurante-gattone-caffé-Illy-in-vena-di-chiacchiere.

Ecco, va bene tutto questo (e pure qualcosa in più). Ma a me Gravity è piaciuto moltissimo lo stesso. Sarà che ho una spiccata attitudine alla sospensione dell’incredulità, sarà che mi sono lasciata rincoglionire dall’aurora boreale, sarà che ad un certo punto ero così in ansia che mi andava bene pure Sandra Bullock rimbambita che ulula, ma mi è proprio sembrato di assistere a un degno spettacolo. Mi è quasi venuto da dire “ecco, è per queste cose qua più giganti della vita e anche del pianeta Terra, che uno decide di andare al cinema, certe volte”. A parte la meraviglia visiva di quel che c’era e il perenne interrogativo del “come diamine avranno fatto a fare questo film” mi sono sentita un po’ un giudice di X-Factor che, con Cuarón sul palco, gli fa “mi hai davvero trasmesso qualcosa, anche se magari potevi dare qualche soldo in più ai tuoi consulenti tecnici della NASA. Però, considerando anche che c’è un personaggio che parla da solo per due ore, non te la sei poi cavata così tanto male. Anzi”. Proprio io, che la storia del “mi hai emozionata” l’ho sempre odiata. Stavo lì a bocca aperta. E ho pure pianto dentro ai pop-corn, in mezzo a uno di quei super-crescendo musicali nel vuoto siderale. Quindi niente, sono uscita dal cinema piena di stupore… e spero che là fuori, parecchi ex-6 stiracchiati in fisica potranno fare dei grandi OOOH e AAAH davanti a questo film senza sentirsi troppo in colpa. Perché è un polpettone spaziale scaldacuore, e tutto quello che si vede è strabiliante… detriti compresi, anche se viaggiano a qualche migliaio di chilometri al secondo e manco per tutti i razzogomiti di Pacific Rim uno si accorgerebbe che stanno passando. Ecco. Azzarderei un chi se ne importa. Godetevi l’orbita geostazionaria. E arrabbiatevi per qualcosa di ben più importante, tipo le invidiabilissime chiappe sode di Sandra Bullock. Quelle sì che sconfiggono anche la più volenterosa delle sospensioni dell’incredulità.