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tegamini

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Chi bazzica da queste parti già da un po’ conosce bene le difficoltà calzaturiere che mi assalgono puntualmente all’inizio di ogni stagione estiva, protraendosi implacabilmente fino al sopraggiungere dell’autunno. Me ne lamentavo nel lontano 2016, ma il trascorrere dei mesi non ha di certo eliminato il problema. Perché sarà anche vero che il tempo lenisce ogni ferita, ma l’antico adagio non si applica alle bolle che ti vengono quando ti metti i sandali per la prima volta – o per le ennemila volte successive, se è per quello. Trovare dei sandali che non mi affettino le estremità è una delle grandi missioni della mia vita – insieme alla ricerca del pantalone nero perfetto -, perché ho i piedi di margarina e un’andatura che evidentemente produce attriti ancora sconosciuti alla biodinamica. I due fattori, combinati, mi condannano a trascorrere l’estate con la borsetta piena di cerotti e il cuore che trabocca d’odio sincero per tutte le commesse che mi hanno mentito con i loro solertissimi GUARDI POI DIVENTANO MORBIDE SONO DAVVERO COMODE LE HO PRESE ANCH’IO.
Brava, buon per te.
Io sembro una vittima dell’Enigmista.

Comunque.

Siamo qui per due ragioni, principalmente.
Uno. La vita è troppo breve per avere mal di piedi. Ed è ora di smetterla di zoppicare sul selciato cittadino, offrendo spettacoli splatter agli incolpevoli passanti e sognando di poter tornare a casa il più presto possibile per potersi finalmente dedicare a pediluvi ristoratori.
Due. La vita è troppo breve per andare in giro con le scarpe brutte. E qui penso non siano necessarie ulteriori elaborazioni del concetto.

tegamini.francescacrescentini.scholl.shoes.loveeverystep.christianfregnanHo tagliato i capelli di ben tre dita, io ve lo dico.

Quando hai una grana che ti pare non abbia soluzione, tendi a diventare molto ricettiva. Accogli consigli di ogni genere, riponi una fiducia del tutto inedita nelle esperienze altrui, ti apri al metodo sperimentale con la speranza incrollabile di chi ha ricevuto una condanna ingiusta.
Ecco, io ho deciso di dare retta a Scholl. E di provare a farmi soccorrere da loro. Sarò (mio malgrado) molto sincera: avevo delle riserve. Perché Scholl, in casa mia, corrispondeva agli zoccoli che MADRE ha portato per decenni al mare e in campagna. O, al massimo, alle scatole gialle che vedevo nel negozio di ortopedia a cinquanta metri da casa, quando andavamo a comprare una pancera nuova per mia nonna Lelia. Insomma, che le scarpe Scholl fossero comode e ben studiate era universalmente risaputo, ma non ero molto fiduciosa riguardo alla componente estetica. Perché sì, sono una ragazza superficiale e nella vita ho spesso comprato calzature ingestibili solo perché erano incredibilmente carine – per poi lamentarmene con veemenza. Che devo fare, ognuno ha le sue aree di imbecillità.
Ma torniamo al processo decisionale.
Scholl mi ha proposto un bel progetto, ma tentennavo un po’. Poi mi hanno mandato il catalogo primavera/estate e mi sono resa conto che potevo anche smetterla di preoccuparmi come una Paris Hilton qualunque. Perché la collezione è molto bella, molto “varia” e sicuramente adatta anche a chi ha meno di ottantaquattro anni. Anzi, è una collezione studiata principalmente per sostenere chi macina chilometri dalla mattina alla sera, con l’ambizione di rincasare coi piedi interi e, possibilmente, di potersi servire di calzature gradevolissime alla vista.
E mandatemi queste scarpe, allora. Se mi risolvete il problema vi sarò grata per l’eternità.

Il primo modello che ho collaudato è questo qua. Si chiamano Elara e sono di un colore incredibilmente allegro per i miei tetri standard. Quando c’è fiducia può capitare. Ma no, basta scarpe nere, datemi quelle rosine!

tegamini.schollshoes.milano.christianfregnanCi siamo a lungo interrogati sulla possibilità di utilizzare la poltroncina, ma non volevamo essere troppo invadenti col gentile e ospitale fioraio.

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Come tutte le calzature Scholl, anche le mie possono fregiarsi di dettagli studiatissimi. Progettazione biomeccanica – sono loro che si adattano a voi e non il contrario, favola! -, soletta antiscivolo, altezza del tacco anti-mal di schiena, mille test sulla calzata, tecnologia Bioprint per la suola – che favorisce la stabilità supportando bene l’arco del piede – e zeppa che sembra di legno ma che in realtà è leggerissima – perché è di sughero naturale. Sono adatte anche a chi ha la pianta larga – tipo me, che ho dei piedi che sembrano pale per la pizza.

francesca.crescentini.tegamini.scholl.scarpe.christianfregnanQui mi stavo domandando perché mai l’anno scorso non ho comprato una borsa di paglia.

tegamini.francescacrescentini.schollshoes.milano.IG.christianfregnanMADRE mi diceva sempre di guardare bene dove mettevo i piedi. Sono una figlia molto obbediente.

Visto che la mia indole è scrupolosa e diffidente, ho deciso di testare le Elara su varie superfici. Milano offre infinite opportunità di inciampo e ci mette quotidianamente alla prova con terreni sconnessi, pavé, sassetti tondi e marciapiedi sbilenchi. La passeggiatina è stata piacevole, ammortizzatissima e assai confortevole. Le fasciotte dei sandali sono di una morbidezza che non vi so ben raccontare. Per la prima volta nella vita, poi, ho avuto l’opportunità di intrattenere gli astanti mettendomi in posa in mezzo alla strada come una che sa quel che fa. Nella mia testa risuonava costantemente la voce di Paolo Bonolis che commenta la sfilata finale di Ciao Darwin, ma ho deciso di procedere a testa alta, limitandomi a scoppiare a ridere di tanto in tanto.

tegamini.francesca.crescentini.schollshoes.feltrin.milano6.christianfregnanUn sentito ringraziamento alla Ka alle mie spalle, che ha un po’ rovinato la poesia.

tegamini.francesca.crescentini.schollshoes.milano.feltrin.christianfregnanGuarda là, la pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno!

tegamini.francescacrescentini.schollshoes.loveeverystep.milan.IG.christianfregnanModello Giuditta. E qui Paolo Bonolis risuonava potente nel mio cranio.

tegamini.francescacrescentini.schollshoes.milan.IG.christianfregnanCercare su Google “rimozione forzata Ka”.

tegamini.francescacrescentini.schollshoes_official.librini.christianfregnanLasciarsi sospingere in via Scaldasole da solide brame libresche – segnalo edizione ambitissima della “Regina dei dannati” di Anne Rice sulla panchetta lì fuori.

Insomma, sono contenta e mi sono trovata bene. Non avrò mai un futuro da modella, ma di sicuro potrò contare su un paio di scarpe rispettose delle mie estremità e del mio bizzarro senso estetico. Il che è molto positivo, visto che Scholl mi farà compagnia per un po’ di tempo. Abbiamo in programma un’altra avventura sul Naviglio – perché se riesci a percorrere quella pavimentazione senza impazzire sai di poter fare qualsiasi cosa – e, più avanti, anche il collaudo della collezione autunno/inverno. Nel frattempo, però, pensiamo al caldo che incombe. Volete farvi del bene? Date un occhio alla collezione estiva. È la volta buona che riusciremo tutte quante a sentirci carine facendo a meno dei cerotti. Estate, non ti temo!

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Credits
Foto del pazientissimo e ADORABILE Christian Fregnan.
Trucco della portentosa Anna, una metà delle Feltrin.
Il fioraio bellissimo è Clori, in piazza Sant’Eustorgio.

Post in collaborazione con Purina – con il valente supporto di Ottone von Collaudatore.

Orbene, Ottone von Influencer torna a colpire… occupandosi con adamantina coerenza della sua più grande specialità: il cibo per felini. A dirla tutta, bisogna precisare che il suo apporto all’impresa è finito lì, perché l’argomento di cui ci occuperemo oggi è un po’ più un servizio rivolto a semplificare la vita ai volenterosi padroni. Ma si sa, lui è un gatto-immagine. Mica posso pretendere una sua opinione critica riguardo al lancio dello shop online di Purina. Lui si limita a mangiare le crocchette Purina One e l’umido Gourmet da tutta la vita. E per il resto devo applicarmi io. Perché sono, come sempre, al suo servizio. Il compito, però, non si è rivelato impervio. Anzi. La ragionevolezza regna sovrana.

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Ottone von Influencer si abbandona al sogno di container di Gourmet Perle che ci vengono consegnati con marziale puntualità.

Che cosa succede, in soldoni?

Purina è un marchio storico che da decenni – in molteplici declinazioni, da Felix a Friskies  – nutre cani e gatti di ogni forma e dimensione. La gamma dei prodotti disponibili è decisamente vasta, così come vasta è l’offerta in base all’età, ai gusti e alle esigenze specifiche degli animali che zompettano vicino a noi. Da qualche settimana, Purina ha lanciato un servizio in più: il suo primo portale per la vendita online di pappe e crocchette, con una serie di “comodità” e vantaggi aggiuntivi per i padroni. E ci ha chiesto di collaudare lo shop e di raccontare agli altri gattari come funziona e com’è andata.

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Tra le cose che più amo dei gatti c’è la capacità di fissare pareti completamente bianche (o una scatola) per ore, come se fossero al cinema.

A parte il “che bello mi portano le cose a casa” – faccenda universalmente bene accetta e ancor più saggia se vivete con una bestia che ha magari bisogno di mangiare pappe particolari -, c’è un programma fedeltà che vi farà accumulare punti (che poi diventano sconti), ma anche la possibilità di comprare dei kit già pronti, donare gift-card e, soprattutto, di costruire un piano-cibarie in abbonamento (c’è subito un -15% e si può scegliere con che frequenza farsi arrivare i prodotti). In generale, gli ordini vengono consegnati in 72 ore sul vostro zerbino (potete anche prendere appuntamento ed evitare di rimanere imprigionati in casa in attesa di un corriere che non apparirà mai) e lo shop è fruibile anche da mobile senza che vi venga la labirintite. Ora, non dico che Ottone von Shopping sarebbe in grado di ordinarsi da mangiare da solo, ma è un sito molto sensato. I prodotti si possono filtrare in base a qualsiasi cosa. Al vostro gatto piace l’anatra? Favola, nel filtro “Gusto” c’è ANATRA. Il vostro gatto vive in balia delle palle di pelo, rantolando senza sosta? Perfetto, nei “Bisogni specifici” c’è CONTROLLO BOLI DI PELO. Avete un gatto anziano che vive in casa, ha i reni messi male e apprezza particolarmente la trota? Tutto questo si può dichiarare serenamente nei filtri, in modo da far venire fuori i prodotti più adatti – o ritrovare quelli che vengono già consumati.

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Per fortuna non ho mai ceduto alla tentazione di comprare a Ottone uno di quei costosissimi giacigli-cuccia. Perché sì, i gatti preferiscono le scatole (e in ogni caso evitano di utilizzare qualsiasi articolo sia stato espressamente acquistato per loro).

Mi sarò dimenticata qualcosa? Penso di no. Ma per farvi un’idea ed esplorare bene tutto quello che il portale può allegramente offrirvi, vi consiglio di fare un giretto su PurinaShop. Qui stiamo valutando gli abbonamenti perché Ottone merita un menu più vario, in pratici container multigusto. E tante care cose.
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Post in collaborazione con Purina – con il valente supporto di Ottone von Collaudatore.

Visto che i 25 gradi e passa dell’Italia a cavallo tra aprile e maggio ci facevano un po’ schifo (MA FIGURIAMOCI), abbiamo deciso di fare i bagagli per trascorrere il ponte in Olanda. Memori di un piacevole viaggio primaverile di Amore del Cuore, abbiamo prenotato con una fiducia climatica senza precedenti, convincendoci di poter finire allegramente a bere birrette in una qualche chiatta ormeggiata in mezzo a un canale, accarezzati da un placido tepore.
Ecco, non è andata precisamente così.
Ma il viaggio è stato comunque un successo.

In questo post ho cercato di catalogare un po’ di cose belle che abbiamo visto e visitato, senza dimenticare i posti in cui abbiamo speso dei soldi o mangiato e bevuto molto bene. Penso che la “guida” più utile e meno lacunosa sarà quella di Rotterdam, perché il nostro è stato un ritorno ad Amsterdam e non una prima visita completa di mete e tappe previste dal canone del visitatore-modello. Per farvi capire lo spirito, non troverete il museo di Van Gogh. Ma negozi minuscoli che vendono timbri artigianali di ogni foggia, forma e dimensione sì.
Ciò detto, possiamo procedere con la serenità di un diciottenne appena uscito da un coffee-shop.

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ROTTERDAM

A Rotterdam ci siamo finiti perché nel 2017 sono andata a vedere la notte degli Oscar all’nHow di Milano, un super hotel di design in via Tortona. Il progetto comprendeva un gioco-aperitivo a squadre in cui bisognava disegnare su una lavagna il titolo di numerosi film difficilissimi, sperando di riuscire a farli indovinare al proprio compagno d’avventura. Niente, io e la Francesca abbiamo vinto. E ci hanno regalato un soggiorno di due notti in un altro nHow europeo. La Francesca ha scelto Berlino – visto che non ci era mai stata – e io ho optato per Rotterdam – un po’ per la medesima ragione, ma sapendone molto meno.
Un gran culo, insomma. Anche perché, in tutta sincerità, non è che Rotterdam sia proprio una meta battutissima. Non so voi, ma io non conosco nessuno che sogna da una vita di andare a Rotterdam. È una di quelle destinazioni che gli amici e i conoscenti – se non fanno gli architetti, i grafici o i designer – commentano con scarsissimo entusiasmo.
“Bene, il 28 partiamo per Tokyo”.
ODDIO BELLISSIMO COME TI INVIDIO.
“Il 28 andiamo a Rotterdam”.
…ah. Bè, dai. Buon viaggio.
Così.
Ebbene, non sapevamo cosa aspettarci, ma siamo rimasti piacevolmente sorpresi. Rotterdam è un posto bizzarro, una specie di esperimento urbanistico-creativo fondamentalmente partito da zero, visto che la città è stata completamente distrutta dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Non c’è nulla di “vecchio” sul serio… ed è un aspetto piuttosto scioccante, sulle prime. Mentre ci si sposta per la città si percepisce chiaramente che tantissime soluzioni viabilistiche sono state pensate per massimizzare la funzionalità e la vivibilità generale. Dalle costruzioni, invece, si capisce bene che nella seconda metà del Novecento – in momenti più o meno recenti – qualcuno ha preso un architetto (spesso celeberrimo) e gli ha detto “carissimo, qua ci serve un mercato coperto. E qua un ponte, magari. Fai un po’ quello che ti pare”. Il risultato è un ibrido tra un parco giochi progettuale e la ferrea razionalità nordica, attenta alla valenza “pubblica” dello spazio. Di tanto in tanto ti sembra di passeggiare in una scena di Gattaca – film meraviglioso, vedetevelo se vi manca – o su e giù per Capitol City, ma poi giri l’angolo e c’è uno gnomo alto quattro metri che regge fieramente un butt-plug (anche se in origine si voleva rappresentare un albero). Insomma, strano è strano. Ma il fascino dell’insieme è innegabile.

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Eccomi intenta a magnificare la skyline con la grazia di una lavoratrice portuale.

Comunque, procediamo con ordine.

Albergo

Abbiamo dimorato all’nHow sulla penisolotta di Wilhelmina, con vista sul fiume e sull’Erasmus Bridge (una struttura mastodontica che ricorda vagamente la forma di un cigno). L’albergo è all’interno del De Rotterdam, un complesso di grattacieli progettato da Rem Koolhaas per regalare, di fatto, un consistente pezzo di skyline alla città. Che vi devo dire, l’hotel è innegabilmente bellissimo. La nostra stanza era al quindicesimo piano, sul lato fluvial-pontesco, lo stesso del bar e del ristorante – qualche piano più sotto. Nell’unica serata non falciata dalle intemperie siamo andati a berci un gin tonic della buonanotte sulla terrazza, godendo come ippopotami. A parte il panorama e l’oggettiva gloria delle stanze, un altro fattore di indubbia utilità è la metropolitana a venti metri (soprattutto perché l’albergo è in una zona di uffici, scenograficissima ma non particolarmente viva).

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Un illustre esempio di “Amore del Cuore, fammi una foto”. Magari con una visuale decente sull’Erasmus Bridge, visto che abbiamo questa assurda camera panoramica. E il risultato è questo. Si scorge distintamente il cestino della spazzatura (molto di design, per carità), ma il ponte è una roba nebulosa ed evanescente.
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Questa sarà la mia reference per tutti quegli agenti immobiliari che vogliono venderti una casa perché è LUMINOSISSIMA. Ecco, questa è luminosità, cari agenti immobiliari.
Menzione d’onore per i copy dell’NHow. Ogni accessorio cartaceo della stanza era super arguto.

Cose da vedere

Rotterdam si gira molto bene. Abbiamo camminato parecchio – perché sì, se devi esplorare un’area è meglio fare così – ma la metro è super efficiente. Dovete prendervi la tessera (il principio è un po’ quello della Oyster Card di Londra) e ricaricarla man mano o farvi il giornaliero e ciao. Grazie a un’imprevedibile iniziativa di Amore del Cuore, poi, abbiamo anche scoperto di poter usufruire del Mobike e, quando non diluviava, ci siamo spostati pedalando. Le ciclabili sono OVUNQUE. I ciclisti di Rotterdam saranno tutti più rapidi di voi (anche perché riuscire a far muovere una Mobike è uno sforzo titanico), ma state belli sulla destra e sbattetevene. Cioè, non fate come me, che ad ogni sorpasso gridavo roba tipo BRAVO BRAVO VAI COMPLIMENTONI CHI SEI BUGNO VIENI TE A SPINGERE QUESTA SPECIE DI INCUDINE A FORMA DI BICICLETTA SE TI CREDI TANTO FAUSTO COPPI. Mi sono arresa quando sono stata superata in salita da un quindicenne che trasportava la fidanzatina sulla canna, limonando.

Ma lasciamo stare.

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Le Case Cubiche

Progettate da Piet Blom all’inizio degli anni Ottanta, le Case Cubiche sono una sorta di folle complesso geometrico che ricorda un po’ – almeno nelle intenzioni dell’architetto olandese – un boschetto. Ci siamo arrivati passando per il vecchio porto (l’Oudehaven) e per il Museo Marittimo e, purtroppo, non abbiamo fatto in tempo a vedere un cubo dall’interno. Le case sono tutte abitate da veri esseri umani (non chiedetemi come) e una è un micro-museo aperto al pubblico.
In generale, ricordate SEMPRE di controllare gli orari, se volete fare qualcosa e avete poco tempo. I negozi chiudono molto presto (tra le 17 e le 18, in prevalenza), così come le cucine di molti ristoranti e luoghi d’interesse. E le domeniche sono spesso santificate con le serrande abbassate.
Ma torniamo ai cubi e ai loro dintorni.
Sempre affacciata sull’ameno porticciolo c’è anche la Witte Huis. Il palazzo, costruito nel 1898, è uno dei pochissimi edifici “storici” rimasti in piedi a Rotterdam dopo la guerra e anche il primo “grattacielo” d’Europa. Va bene, son dieci piani, ma ai tempi erano da considerarsi assai ragguardevoli.

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Markthal

Ci ritorneremo nel pezzettino dedicato al nutrimento, ma il mercato coperto è da vedere anche se non avete fame. Markthal è una specie di gigantesca food-court protetta da una cupola panettonesca interamente ricoperta di titaniche decorazioni mangerecce. Immensi lamponi. Pesci grossi come macchine. Mastodontiche pannocchie. Non sono riuscita a contare i banchi e le proposte gastronomiche, ma c’è di tutto – dal pesce fresco alle caffetterie, dalle pasticcerie specializzate in ciambelle ai venditori di spezie orientaleggianti. Praticamente ogni banco può darvi moltissime cibarie da consumare gironzolando e alcuni hanno anche dei tavoli con camerieri e servizio “da ristorante”. Noi, ovviamente, abbiamo optato per l’alternativa ristorante perché io ho il culo pesantissimo e non so mangiare in piedi. Volevamo pranzare da Jamie Oliver, ma quando ci siamo accorti che era il locale a tema pasta siamo scappati a gambe levate. Non ci fidiamo della tua pasta, Jamie!

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Witte de Withstraat

Dunque, se voglio andare da Zara e da H&M sto in Corso Vittorio Emanuele, non mi spingo fino a Rotterdam. Ma vagando un po’ per Linjbaan (se scendete a Beurs in pratica finirete in un gigantesco mall a cielo aperto, tutto pedonale) si possono trovare anche negozi di brand “locali” e cose belle che da noi non ci sono. La strada della gioia vera, però, è Witte de Withstraat. A parte la concentrazione favolosa di ristoranti e bar (perlopiù stupendi), troverete anche murales bellissimi, un canale di rara poesia e diversi valenti negozietti. Tra libagioni e shopping ci abbiamo lasciato un capitale – ma ci torneremo dopo.

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L’artista mi ha poi confermato su Instagram che la proposta matrimoniale è andata a buon fine.

Gitine: Delft

Avevamo in programma spedizioni di ogni tipo, ma il clima avverso ci ha un po’ azzoppati. La prospettiva di visitare dei gioiosi mulini campestri con la tramontana a 240 all’ora non ci è sembrata allettantissima, ma a Delft ci siamo andati. Il bello delle ferrovie olandesi è che somigliano di più alla metropolitana che a delle ferrovie. Siamo sempre andati in stazione a caso, trovando immancabilmente un treno che poteva tornarci utile nei dieci minuti successivi. Fate attenzione a dove vi sedete, perché ci sono i vagoni SILENCE dove non potete manco starnutire senza che un signore olandese vi rimproveri con pacata inflessibilità. Per il resto, efficienza e comodità.
Delft – a una ventina di minuti di treno da Rotterdam – è la ridente cittadina che ha dato i natali al sommo Vermeer e che, tanto per non farsi mancare nulla, ha pure rifornito il mondo di piastrelle blu. I ceramisti olandesi si ispiravano, inizialmente, alle maioliche italiane e spagnole, ma hanno poi finito per adottare uno stile decorativo più simile a quello cinese – colmando una lacuna lasciata da  una sorta di tracollo delle esportazioni orientali -, anche se i temi paesaggistici erano olandesissimi e il colore base (il blu di Delft, proprio) le rendeva immediatamente riconoscibili.
Il centro di Delft si può raggiungere comodamente a piedi dalla stazione. Gironzolate nei dintorni della piazza principale (assai piacevole a vedersi) per non soccombere ai negozi di souvenir più paccottigliosi e godetevi bene l’adorabile canale su cui si affaccia il Vermeer Centrum (non l’abbiamo visitato perché non ci sembrava sensatissimo passare del tempo in una galleria piena di riproduzioni e basta, anche se l’approfondimento sull’esistenza dell’artista pareva intrigante). Vermeer a parte, in quel canale lì c’erano mille papere nere come la pece che costruivano il nido con rametti, ninfee e altre robe umide… e mi sono commossa molto. Che vi devo dire, le papere che nidificano mi fanno tenerezza. Coi paperotti piccoli perdo direttamente il senno.
Se volete regalarvi un paio di pattini olandesi di legno – che magari vi ghiaccia il canale davanti a casa, non si sa mai – o una piastrella del Seicento, fate un giro da Koos Rozenburg (Markt 2).

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Nutrirsi e abbeverarsi

Noi abbiamo mangiato in questi luoghini qui. E ci è andata bene.

Supermercado

Consiglio generale: fate su e giù per Witte de Withstraat e sicuramente troverete di che alimentarvi. E posti molto belli dove trascorrere il dopocena. La prima sera siamo andati a mangiare in questo ristorante messicano assai animato – scovato grazie alle meravigliose Vitasumarte – e, nonostante l’assenza del benamato burrito nel menu, abbiamo trovato di che consolarci. I cocktail sono ottimi e vi consiglio spassionatamente TUTTI i tacos.

Bazar

Eravamo usciti con l’idea di provare i decantatissimi hamburger di Ter Marsch & Co. ma, complice il diluvio universale e l’orario lievemente tardo per gli standard olandesi, la cucina era già chiusa. Ormai rassegnati al digiuno e all’inedia, siamo tornati sui nostri passi, nella speranza di imbatterci in qualcosa di aperto (e di operativo). E siamo finiti da Bazar, un hotel turcheggiante con annesso ristorante che sembrava decisamente troppo zarro per essere così buono, nonostante fosse in cima alla lista di consigli di un’antichissima amica dell’internet che vive a Rotterdam ormai da un po’. Ebbene, LA GIOIA. Ho ordinato il couscous di pesce e mi è arrivato uno spiedino formato famiglia di tonno e gamberi in uno scodellone pieno di frutta secca e verdure arrosto. Tredici euro. Prendete anche l’antipasto – noi abbiamo fatto un misto, ma col senno di poi ordinerei anche solo un vagone di sigara böregi, i rotoloni grissinosi di sfoglia (tipo) con la feta e la menta. Cibo a parte, il posto è molto colorato e scenografico, pieno di lanterne meravigliose che penzolano da tutte la parti.

Markthal – Bab Tuma

Per godere a pieno dell’esperienza-Markthal dovreste mangiare qualcosa a ogni banco. Noi, dubitando della capienza dei nostri stomaci, abbiamo optato per un approccio più modesto e siamo andati a sederci al Bab Tuma, chiosco-ristorante di cucina mediorientale. C’è un po’ di tutto, ma la specialità sono le “pizze” manakish, preparate al momento. Io ho ordinato quella classica con la carne trita speziata e ho gradito molto. Pecca non indifferente, il servizio è di una lentezza esasperante e Amore del Cuore ha dovuto aspettare cent’anni per un wrap coi gamberoni, che è giunto quando ormai io avevo finito di mangiare. Insomma, se ci andate vi conviene perseguitare il cameriere con una certa risolutezza.

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Accogliere l’arrivo della birra con evidente sollievo e soddisfazione.

Ballroom

Tra gli undicimila bar di Witte de Withstraat c’è anche il Ballroom, che ha conquistato i nostri favori grazie alla spiccata specializzazione in gin tonic. Il posto è super piacevole a vedersi e le varietà di gin “in catalogo” sono più di 160. È uno di quei bar che ti consentono di assemblare il tuo cocktail con una specie di articolatissimo processo consulenziale, perché non esiste solo il Gordon del supermercato da mescolare con la SCIUEPPS – là fuori c’è tutto un mondo di gin e di toniche che non vedono l’ora di finire insieme in un bicchiere.

Per una cena e/o un dopocena panoramico mi avevano anche consigliato l’Hotel New York, poco distante dal nostro albergo. Disponendo però di un albergo già molto panoramico, non ci siamo andati. E abbiamo sempre concluso la serata bevendo qualcosa lì al bar dell’NHow. Se il cielo è limpido e il clima terso e mite, vi consiglio caldamente di andarci. Il bar è aperto al pubblico nel weekend, quindi date un occhio agli orari sul sito e godetevi la vista sull’Erasmus Bridge e gli ottimi cocktail.

Spendere dei soldi

Il mio approccio allo shopping in viaggio si può riassumere così: se proprio devo sfidare la policy-bagagli di una compagnia low-cost, voglio che ne valga la pena. Voglio tornare a casa con qualcosa che mi ricorderò per secoli e che non avrei trovato altrove. Il che si traduce più o meno in VISITIAMO TUTTI I NEGOZIETTI POSSIBILI E FREGHIAMOCENE DEL RESTO. STRAMBERIA! ROBA AUTOCTONA!
Ecco.
Ciò detto, ecco qualche posticino interessante per peggiorare l’estratto conto – dopo aver rigorosamente verificato gli orari di apertura, non mi stancherò mai di dirlo.

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Wolff Blitz

Un brand di Rotterdam specializzato in camicie, t-shirt e polo dalle stampe pazze. Più indumenti da uomo che da donna, ma fa niente. Amore del Cuore – l’uomo più basic del mondo in fatto di abbigliamento – si è inspiegabilmente comprato una camicia surreale piena di piume di pavone e una maglietta tempestata di tigri e tucani che sono certa gli frutterebbe un posto da cubista in un qualunque locale della riviera romagnola. Shopping coniugale a parte, le fantasie sono veramente molto scenografiche.

Collectiv by Swan

Un concept-store – mi fido della loro definizione perché non ho ancora ben capito che cosa sia un concept-store – che raduna una miriade di piccoli e grandi marchi artigianali, con incursioni nel design, nel vintage e nell’arredamento per la casa. C’è di tutto: gioielli minimalisti, turbanti, tappeti fucsia di pecora, coprispalle tribali pieni di piume, tutine per neonati, borsettine con le nappe, tappeti, roba a forma di lama. Siamo stati nel negozio e siamo passati anche al loro mercatino-fiera in un parco assai verdeggiante e ameno. Se vi capita, dunque, date un occhiata anche agli eventi in programma, che finire al mercatino è bene.

Episode

Una catena più o meno nordeuropea di negozi dell’usato a dir poco eclettici. Si possono trovare uniformi scolastiche da studentessa giapponese, magliette da ciclismo degli anni Novanta, abiti da sera, tute da lavoro, cappelli a cilindro, maglioni da spaccalegna e montagne di Converse. C’è ovviamente anche una vasta selezione di vestiti “portabili”, che mi sono però premurata di ignorare acquistando due kimono di seta purissima a 35€ e un kilt made in Scozia assolutamente PERFETTO a 25€.
C’è un Episode anche ad Amsterdam, ma è infernale. Questo di Rotterdam è grande e carico di roba, ma molto più vivibile e ordinato.

Library of Spirits

Comprarvi una rara boccia di tequila da dover poi buttare nel cassone dei liquidi prima dei controlli di sicurezza non è saggio, ma la Library of Spirits è comunque una meraviglia visiva dal raro potere inebriante. Ci sono pure le scalette per raggiungere gli scaffali più alti.

Unc.

Vellutini rosa, vellutini rosa e felci che escono dalle fottute pareti. Un negozio che riscatta l’area “Corso Vittorio Emanuele” con una bella selezione di indumenti frufru, tantissimi gioiellini di design, aggraziata paccottiglia per la casa e piccoli brand emergenti.

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Qui anche un breve elenco di negozietti handmade che mi sono garbati durante il giretto per Witte e allo Swan Market – hanno tutti uno store online, quindi penso valga la pena segnalarli: Yourfashionfinds, Yourfashionsecret, Dearhunter, Jessica Halmshaw, Blash, Handmadeinterior, Froezel.

Grande quesito che resterà forse per sempre senza risposta: ma dove diamine sono le librerie, in questa città?

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AMSTERDAM

Come accennavo, il giro delle attrazioni “obbligatorie” di Amsterdam ce lo siamo già fatto in un gelido ponte dell’Immacolata di qualche anno fa. Ci siamo dunque concessi il lusso di prendercela con calma, passeggiando come gioiosi pecoroni e cercando di scovare quello che ci mancava o che, in un primo viaggio, verrebbe di solito tralasciato. Il clima infausto, purtroppo, non ci ha permesso di noleggiare una bici e velocizzare gli spostamenti, ma ci siamo comunque ben difesi. Non farò in questo caso menzione dell’albergo, perché la nostra stanza sembrava il vagone di un Intercity e il getto della doccia puntava praticamente sulla tazza del cesso – che era pure altissimo. Sono almeno due decadi che non mi capita di sedermi sul water e di non toccare terra coi piedi. Per riassumere, diciamo che passare da una stanza dell’NHow a quella spelonca progettata dall’inventore del Tetris non è stato precisamente indolore, ma ho cercato di ritrovare dentro di me la capacità di adattamento dei ventidue anni e sono sopravvissuta, arrivando alla conclusione che devo buttarmi pesantemente sul travel blogging perché sono una signora e non voglio ritrovarmi mai più in un luogo del genere.
Ma veniamo a noi.

Giretti

Ci siamo concentrati prevalentemente sulla zona delle Nove Stradine (De Negen Straatjes) e sul quartiere di De Pijp, soffermandoci un po’ anche al mercato galleggiante perché mi sentivo in dovere di comprare una sporta di bulbi di tulipano per MADRE, che in campagna ha un sacco di posto per ospitare vegetali ornamentali di ogni genere. Siamo arrivati col treno da Rotterdam nel primo pomeriggio, ci siamo liberati della zavorra della valigia e GAMBE IN SPALLA. Ora, a Rotterdam ho percepito una civiltà ciclistica molto spiccata. Amsterdam è un po’ un’altra roba, soprattutto nelle aree che vengono percepite come pedonali anche se pedonali non sono. In estrema sintesi, abbiamo rischiato la vita in corrispondenza di ogni ponte. Due volte. Perché per ogni ponte ci sono due incroci. Ad un certo punto c’è quasi stato anche un maxi-tamponamento tra quattordici ciclisti che provenivano dalle direzioni più disparate, mentre i turisti scavalcavano le ringhiere per salvarsi la vita con un carpiato nel canale. Altro problema, i ciclisti sono supersonici e assai irascibili. Ma direi che tutti possiamo farcela rammentando quello che ci hanno insegnato da piccoli su come si fa ad attraversare la strada.
Ecco un piccolo elenco di luoghi valenti.

Le Nove Stradine

Un reticolo di viuzze e case tra il bello e il bellissimo, all’intersezione tra i tre principali canali della città e i loro baby-canali di competenza. Ci sono moltissimi negozietti di brand indipendenti, posti coccoso-hipster dove rifocillarsi e imperdibili occasioni-Instagram (i residenti dell’area sembrano fermamente intenzionati a farci vergognare delle nostre abitazioni, sventolandoci in faccia l’avvenenza delle loro dimore).

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Van Loon Museum

Nel 1602, Willem van Loon fondò – insieme ad altri assennati gentiluomini – la Compagnia delle Indie Orientali. Nel 1884, un erede del buon Willem acquistò la casa per il figlio, come regalo di matrimonio. Ora è un museo aperto al pubblico, compresi il giardino, le stalle e i locali di servizio. Ogni stanza è una specie di parco giochi decorativo, con temi precisi e motivi ornamentali super coordinati. La scala che porta al piano superiore vale la visita. E ci si può anche fermare a bere un caffè, per illudersi di essere molto ricchi.
Che cosa ne ricaviamo?
Fondare la Compagnia delle Indie Orientali – senza utilizzare nemmeno una volta il termine “start-up”: ottima idea.

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De Pijp

De Pijp, in teoria, è il “nuovo” quartiere interessante. Quando siamo passati noi c’era un gigantesco mercato dove si poteva trovare un po’ di tutto – dalle stoffe più o meno esotiche alla verdura – e, a parte lo shopping da bancarella, c’è un’area pedonale assai piacente con tanti locali e negozi da esplorare. Non ci sono canali scenografici e le costruzioni sono decisamente più moderne (quindi niente casine serratissime con le facciate inclinate in avanti di 23° e la carrucola sotto lo spiovente del tetto per tirare su i carichi che non passerebbero dalle scale), ma ne vale la pena.
Se è il vostro genere, nelle vicinanze c’è anche la fabbrica dell’Heineken. Noi non ci siamo andati, ma a giudicare dalla fila vi conviene prenotare la visita. O almeno comprarvi il biglietto preventivamente.

Cibarie e beveraggi

Un posto dove vi conviene andare muniti di un po’ di soldi, due posti caratteristici, un posto da giovani YEAH che mangiano gli hamburger sofisticati – fingendo però di essere super alla mano.

Lucius

Siamo tornati a cenare nel ristorante un po’ serio che avevamo scoperto durante il nostro primo giro ad Amsterdam. Si mangia pesce, in tutte le sue accezioni – tranne la pasta. Perché la pasta è roba nostra, loro lo sanno e manco ci provano. Se siete particolarmente ricchi, buttatevi sul piattone dei crudi e dei crostacei, che è abbastanza la vita. Se il vostro potere d’acquisto è meno poderoso, ci sono dei valenti menu che vi permetteranno di assaggiare antipasti e secondi – riempiendovi ragionevolmente la pancia. Caro è caro, bisogna dirlo. Non fate come noi, andateci quando vi sentite poco braccini e godetevelo a pieno.
Bonus track piuttosto surreale: avvistamento di Pierferdinando Casini con la sua fidanzata, una gnocca siderale.
Bonus track solida per davvero: il cameriere più alto d’Olanda. Ha le mani grandi come dei neonati e, in generale, ci siamo convinti che in realtà sia Superman.

Olofspoort

Nel bel mezzo della viuzza della fattanza – nei pressi della Stazione -, tra un negozio di vibratori e l’altro, là dove penseremmo di trovare solo rivendite di funghetti allucinogeni e bong, si erge un’isola felice: l’Olofspoort. Un bar all’antica – in un edificio bellissimo che spunta all’improvviso in mezzo alla strada, in pratica – dove bersi una birretta in santa pace o degustare uno dei centordicimila liquori della casa, custoditi in favolose vetrinette. Volendo ci si può anche far comporre una specie di tavoletta di legno in grado di ospitare una ragguardevole quantità di bicchierini, che verranno riempiti secondo le vostre preferenze dal gioviale proprietario, che gestisce la baracca senza l’ausilio di ulteriore manodopera. Che goduria.

Proeflokaal A. v. Wees

Congelati e scoraggiati dal maltempo, abbiamo deciso di confortarci con del cibo. E abbiamo avuto un discreto culo. Vagando lungo un canale falciato dal vento, ci siamo imbattuti in un locale vecchio stile, con tanto di gatto che sonnecchiava sulle panche. Abbiamo ordinato una selezione di – come lo posso chiamare – “pub food olandese”, con tanto di cestino di bitterballen multigusto. I nostri vicini di tavolo, un gruppetto di arzilli vegliardi americani, hanno commentato con “We should have ordered those”. Invece della zuppa di patate, aggiungerei io. Che per carità, col freddo che c’era di sicuro non stonava, ma le bitterballen vincono per definizione. L’ora non era consona, ma anche qui i liquorini da assaggiare erano numerosissimi (e di venerabile tradizione).

Geflipt

Di certo a De Pijp non mancano le occasioni culinarie. Al Geflipt siamo entrati un po’ a fiducia, visto che non ci eravamo granché documentati su dove pranzare. E abbiamo fatto bene. È un’hamburgeria piccolina ma curatissima, con un menu per niente palloso, birre artigianali e dei lunghi tavoloni di legno da condividere. Hipster? Da morire. Buono? Molto.

Sperperare denaro

La mia specialità, finalmente!
Dunque, dare delle indicazioni precise su quel che si può trovare nelle Nove Stradine è piuttosto impervio, quindi me la caverò con un BIGHELLONATE – e se vi piace il design non perdetevi The Frozen Fountain. Lo stesso vale un po’ anche per De Pijp. Qualche nome rapido? Noor, Luba, Elan & Vanderhelst.
I miei preferiti veri, però, sono questi.

Kramer

Un leggendario negozio di antiquariato dove potrete trovare innumerevoli porcellane di Delft, piastrelle di ogni foggia e dimensione – custodite in una specie di parete scorrevole multistrato e in pratiche cassettine divise per epoca e/o tematica iconografica -, gioielli, stampe, mappe e piccoli aggeggi decorativi.
Le piastrelle sono in ottime condizioni, ben confezionate nella loro plastichina e dotate di sigillo di autenticità che ne certifica la provenienza, l’epoca e la “corrente artistica” – che no, non è il piastrellismo. Lo so perché ne ho comprata una molto piccola ed economica (per alcune possono partirvi anche delle centinaia di Euro). Non è manco blu, ma lo Jugendstil si manifesta potente. Sì, me ne sono fregata del Secolo d’Oro, che vi devo dire. Le piastrelle favolose servivano in ogni epoca.
Se poi, come me, siete un po’ delle gazze ladre, passate una mezz’ora a farvi tirare fuori novantadue vassoi di anelli. Le fasce di prezzo sono numerose e, se spulciate bene, riuscirete sicuramente a trovare qualcosa di BELLISSIMO – senza dover pagare cavandovi una cornea. In questo caso lo so perché ne ho comprati ben due.

De Posthumuswinkel

Avevo questo posto nei segnalibri di Chrome da tipo sei mesi. È un negozio specializzato in timbri, sigilli, ceralacche, penne d’oca e inchiostri pazzi. Si possono ordinare timbri personalizzati – che verranno realizzati artigianalmente (in un pochino di tempo) – o farsi preparare sul momento un timbro con una combinazione di lettere. Noi abbiamo preso un CF (o FC) che può andare bene sia per me che per Cesare. In aggiunta, gli scaffali strabordano di timbri decorativi per i vostri deliziosi lavoretti, diari o fogli di carta. C’è anche un pezzettino di laboratorio aperto ai curiosoni.

The Book Exchange

Una sterminata libreria dell’usato specializzata in libri in lingua inglese, a larghissima prevalenza di paperback. Ci sono scalettine pazze che vi condurranno in sotterranei stracolmi di romanzi e stanzettine altrettanto piene di roba. La selezione non deluderà nemmeno i fan della letteratura di genere. Frugate, frugate, frugate.

Mendo

Mendo è una delle librerie più belle che io abbia mai visto. Basta. Troverete solo libri d’arte, libri fotografici, coffee-table, tomoni d’architettura e mostri vari di grande formato, in uno spazio curatissimo che somiglia a una specie di mini-museo. Non so quanto i libri di Mendo possano essere Ryanair-friendly, ma un giro va proprio fatto.

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E penso di aver finito.
Cavolo, non posso crederci.
Spero che queste mini-guide possano esservi d’aiuto e di ispirazione.
E vi auguro di trovare un clima clemente, soleggiato e meraviglioso.
Felici giretti!
:3

Alla veneranda età di 33 anni ho scoperto gli orecchini.
Ben arrivata, diamine. Perché ci hai messo tanto? Amare gli orecchini non è difficile, che problemi hai?
Ebbene, ho sempre avuto i buchi alle orecchie. Nel periodo più inquietante della mia adolescenza ne avevo quattro a sinistra e quattro a destra. Ma tendevo a non appenderci cose gigantesche. File di perline. File di borchiettine. File di brillantini di diverse dimensioni. File di scemenzine che non penzolavano e che si notavano solo per accumulo.
Ma col tempo mi sono ridimensionata e ora, tipicamente, vado in giro solo coi brillanti che mi hanno regalato per aver conquistato la laurea triennale nei tempi prestabiliti, con una valutazione più che onorevole. Non ho cambiato gli orecchini per anni. Me li tolgo di tanto in tanto per pulirli, ma quelli sono e quelli restano.
Poi, a caso, ho cominciato a raccogliermi i capelli in un’acconciatura molto voluminosa che somiglia in maniera preoccupante a un ananas. E mi è venuto in mente che, con i capelli “su”, le orecchie si vedevano. E forse valeva la pena appenderci qualcosa di interessante. Ma così, in maniera sperimentale.
Appendi oggi e appendi domani, mi sono invasata con gli orecchini.
Ed eccoci qua a parlare di artigiane e piccoli brand handmade che creano orecchini favolosi, interessanti, insoliti e – soprattutto – GROSSI. Perché adesso che me li metto, voglio che si vedano dallo spazio.
E qui c’è un piccolo elenco di ragazze che ho conosciuto grazie a Instagram. E di cui parlo volentieri perché se lo meritano. Mi hanno regalato monili favolosi di ogni genere e, visto che me li sono messi con gioia e che sono oggettivamente splendidi, mi sembrava giusto contribuire a diffondere la lieta novella.
Fate shopping. E addobbatevi.

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Gioielli e Conigli

Colori pastellosi e tonnellate di perline intrecciate e assemblate nelle maniere più scenografiche. A parte le collane da regina Nefertiti, nello shop troverete anche orecchini penzolanti e cerchi (dal diametro più o meno importante) rivestiti di piccoli motivi a maglie perlose.

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Leo Feliz

Tre caratteristiche molto spiccate: nappine, vintage, mood tropicale – quanto mi sento Vogue a scrivere MOOD. Comunque, gli orecchini sono tutti pezzi unici con nappine nappinate a mano e accostamenti imprevedibili fra diversi materiali. Il pezzettino che finisce sui vostri lobi, per dire, può essere una spilla recuperata chissà dove. O una coppia di vecchi bottoni che mai avrebbero pensato di potersi trasformare così. Vantaggio delle nappine: orecchini grossi e scenografici… ma leggerissimi.

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Sissy Tranchese

Perle, resine, stelline, ceramiche e pietre semipreziose: orecchini (e gioielli) coloratissimi e giocosi – lo dobbiamo al cuore partenopeo della designer, secondo me – realizzati a mano in forme stupefacenti. Io non sono molto il tipo da scongiuri e riti propiziatori, ma devo riconoscere che anche i cornettini portafortuna sono molto coccosi.

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Lou Lou Creative Lab

Lo shop di Lou Lou Creative Lab è un po’ il paradiso delle gazze ladre. Ci sono tonnellate di cristalli, perle e principessame assortito. La specialità della casa sono gli orecchini chandelier (più o meno elaborati) e, in generale, le combinazioni di luccicosità. Oltre ai Lavinia qui sopra – che mi fanno sentire molto Maria Antonietta – ho i Paulette da sovrana del Nilo e i Mirta da nobildonna russa che va a teatro con la slitta. La verità, comunque, è che scegliere è praticamente impossibile. È raro trovare tanta bellezza tutta insieme.

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Bonus track: SelenKhloe

Federica sta lanciando la sua prima collezione “vera” e, anche se non ho ancora almeno un paio dei suoi INCREDIBILI orecchini che sembrano delle infrastrutture azteche – ma lievemente più minimaliste -, ci tengo lo stesso a ficcarla nell’elenco. Così, come operazione di buon auspicio. Non ho idea di come costruisca dei gioielli del genere, ma da quel che ho capito c’è uno scheletro di tessuto su cui vengono applicate minuscole perline o appese delle formine in resina dall’aria cristallosa. Adoro il super contrasto bianco e nero, ma ho visto anche spuntare dei rossi assai VAVAVOOM. E niente, tenetela d’occhio.

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Elenco breve, ma valoroso. Che allungherei volentieri. Siete a conoscenza di artigiane/i che sfornano con marziale efficienza orecchini giganteschi? Condividete il sapere. Fate il possibile per contribuire alla mia rovina economica. Lasciate che tutte quante possano addobbarsi con il medesimo entusiasmo. PARLATE, insomma. Ne abbiamo bisogno!
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L’inesorabile trascorrere del tempo e l’addio – immagino irreversibile – alla possibilità di passare i weekend a ronfare a letto non son cose che fanno bene alla pelle. Mi illudevo, in gioventù, di poter per sempre fare a meno di spalmarmi in faccia le sostanze più disparate, ma mi sto rendendo conto di aver ormai bisogno d’aiuto. Perché sì, nonostante la pigrizia, la tirchieria e lo scetticismo, ci sono prodotti che mi stanno effettivamente sostenendo in questi tempi impervi e difficili. Per i miracoli c’è ancora margine di manovra, ovvio, ma qualcosa di buono sta comunque accadendo. E mi fa piacere parlarne.

Un piccolo assortimento di DISCLAIMER
– Non sono un’esperta mondialgalattica di skincare. Sono una persona normale con problemi ancor più normali che cerca ogni giorno di svegliarsi con una faccia tollerabile. E, visto che non ne so abbastanza, raccolgo di buon grado i consigli di chi è depositario della saggezza che manca a me, o di chi si occupa di BIUTI per lavoro. I prodotti che mi sono presa la briga di elencare, dunque, è da lì che vengono. Qualcuno, in un momento imprecisato, ha deciso di impartirmi un po’ di nozioni-base e di darmi una mano a scegliere quello che poteva funzionare per me.
– Tipologia di pelle: la mia faccia è secca come una pergamena del Basso Medioevo e tende anche ad assumere un favoloso color lapide (specialmente nei mesi non particolarmente baciati dal sole). Quel che c’è qui, dunque, è orientato a risolvere quel genere di menate.
– Capita, ormai molto spesso, che mi propongano doni di ogni tipo. Se c’è qualcosa che penso potrebbe farmi del bene, io accetto di buon grado. E poi provo. Mi trovo bene con tutto quello che mi mandano? Giammai. Non mi compro più niente da sola? Ma magari, MAGARI. Indipendentemente dalla provenienza delle cremine e degli aggeggini, dunque, il criterio di selezione è stato il seguente: roba che mi ha giovato e che mi ricomprerò quando finisce.

Mi sarò dimenticata qualcosa di fondamentale? È probabile.
In ogni caso, ecco qua un piccolo elenco di quello che mi cazzuolo volentieri in faccia.

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SCRUB

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L’esfoliazione è una pratica profondamente gratificante. Perché sortisce effetti immediati e ti fa subito pensare di non aver buttato via una barca di soldi in attesa di ipotetici risultati futuri. Faccia spenta e pietrificata? Bene, ti fai lo scrub, levi di torno uno strato di pelle morta e ti senti subito un essere umano. Favola.
Questo scrub di Caudalíe è un grande amico. Si fa sulla pelle umida – appena uscite dalla doccia, tipo – perché è bello deciso e potrebbe scorticare un po’. Super granuloso e anche un po’ affilatino, pulisce a fondo e spazza via le schifezze ormai defunte, permettendo di fatto a una faccia nuova di zecca di riemergere.

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La lista comprenderà numerosi prodotti Origins, io ve lo dico. La colpa è principalmente di Aurora, che sa fare bene il suo mestiere e che, soprattutto, ha imbroccato in pieno praticamente ogni consiglio. Comunque. Questo scrub è più delicatino e nutriente del precedente. Si basa maggiormente sul fattore-frizione rispetto al fattore-particelle-scorticanti (senza perderci troppo in incisività, comunque) e si può dunque applicare anche sulla pelle asciutta. Stupefacente e luminosa setosità finale, insieme a una prima base di idratazione, che schifo non ci fa mai. Consiglio spassionato: NON CACCIATEVELO NEGLI OCCHI. Ripeto. NON CACCIATEVELO NEGLI OCCHI.

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MASCHERE

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Entrare nel tunnel delle maschere era inevitabile. Quelle di Lavera non saranno tempestate di panda e teneri ortaggi kawaii, ma fanno comunque il loro sporco lavoro – con un pragmatismo davvero apprezzabile. Uno dei problemi principali – o almeno, uno dei problemi che affliggono me, poi magari voi lo sapete – delle maschere spalmabili è MA QUANTA ME NE DEVO METTERE? Ecco, Lavera ha una piccola gamma di ottime maschere saggiamente divise in due porzioncine. Una maschera = una porzioncina. Idratazione e funzionalità. Senza dover prendere tanto le misure.

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Skincare coreana… RESPECT (in quantità industriali). Ho scovato su Amazon, per puro culo, un paccone da 16 maschere Dermal in tessuto a 15 euro. E vuoi non prenderle? Vuoi non fare un tentativo? Vuoi non lasciarti affascinare da ingredienti pazzi, estratti da ogni possibile vegetale, minerale, alga e sostanza presente nella tavola periodica? Ebbene, mi pare di averci imbroccato. Sono tutte a base di collagene, costano poco e sono ultra-imbevutone. E c’è anche una specie di tapparellina che potete appoggiarvi sulle palpebre.

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Visto che con il cargo da 16 maschere generaliste non mi sembrava di aver affrontato i miei problemi più pressanti con sufficiente incisività e precisione, ho preso anche una confezione da 5 di maschere (sempre in tessuto) Hydrolock.

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SIERI

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Il siero di The Ordinary all’acido ialuronico… wow, GROUNDBREAKING. Non ne avevamo proprio mai sentito parlare! Per fortuna ci sei tu, Tegamini! Niente, so di non essere particolarmente innovativa o originale, ma questo coso è la vita. Non lo so, è una specie di concentrato di “faccia bella” liquida da mettere prima della crema idratante. Descrivere l’effetto è complicato, ma la sensazione è un po’ quella di passare da arbusto avvizzito a frutto polposo.

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Il Make a Difference Plus+ è un po’ più “cremosino” rispetto al siero di The Ordinary, ma si assorbe in tre millisecondi comunque. In questo caso l’obiettivo è idratare profondissimamente, grazie al fondamentale contributo della Rosa di Gerico, famigerato vegetale che ha bisogno di una gocciolina d’acqua soltanto per risorgere da uno stato di secchezza apparentemente letale. Faccia, prendi esempio dalla Rosa di Gerico.

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GIORNO

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Ginseng e caffè – ma non caffè al ginseng, che non berrei neanche sotto tortura. La GinZing si prefigge di risvegliare la pelle spentissima del viso garantendo un’idratazione prolungata che possa sostenervi dall’alba al tramonto. Ve la spalmate dopo il siero e via, i fiori non appassiranno più al vostro passaggio.

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EFFETTI SPECIALI

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Tra i vari brand che prosperano sotto l’ombrello Deciem c’è anche Hylamide, che pare avere molto a cuore la resa-Instagram dei nostri volti affaticati. L’HA Blur è un finisher – che va messo dopo la crema idratante e prima di spalmarvi la “base colorata”, che si tratti di fondotinta o BB o CC o RTRUIRERIIFW – a base di acido ialuronico che uniforma la carnagione e produce un effetto da filtro-bellezza di Stories (anche se i filtri-bellezza di Snapchat avevano una marcia in più, devo dirlo). Sembrerete automaticamente una Kardashian dopo 14 ore di trucco pro? No. Ma la pelle ne esce ultra vellutata e visibilmente meno disomogenea. Io queste robe non me le mettevo e non ne conoscevo nemmeno l’esistenza. Ma fanno.

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Mentre attendevo che un nuovo tubetto di HA Blur mi venisse recapitato, ho provato la nuova Matte Crème di Erborian, che ha sempre l’obiettivo di uniformare, opacizzare, sgrossare la grana della pelle e piallare un po’ ma ha anche una piccola componente illuminante (senza però scadere in un effetto stroboscopico poco gestibile). Sarà la ninfea bianca? Io non lo so, ma sulla mia faccia produce luminosità.

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BB CREAM

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Dunque, non ho ancora trovato un fondotinta che mi doni davvero. Sembro sempre un ibrido tra il Fantasma dell’Opera e Data di Star Trek. Il che non è positivo. Non so, forse me lo metto male. Forse non mi sono dedicata a sufficienza alla ricerca del fondotinta perfetto. Io non lo so, ma non mi sento a mio agio. Quindi uso la BB Cream, e bene che sto. La mia preferita al mondo è la BB al ginseng – ma è ovunque questo diamine di ginseng – di Erborian. Non secca – perché un altro fantastico pregio della mia faccia è quello di ritrasformarsi in un foglio di polverosa cartapesta appena mi applico la base del trucco, nonostante io mi sia già messa siero, crema idratante e finisher -, non sembra una maschera funeraria micenea e si adatta bene al tono della pelle. Io, con una crema colorata sbagliata divento subito gialla, per dire. Ma anche quando mi pare di essere riuscita a scegliere la tonalità adatta. Ecco, questa no. E la amo.

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NOTTE

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Non mi diffonderò in nozioni sugli struccanti, perché mi strucco con l’acqua micellare… e non credo ci sia nulla di stupefacente da segnalare. A parte che bisogna struccarsi.
Comunque.
Ho scoperto che per svegliarsi con una faccia decente conviene andare a letto con un minimo di impegno. La High-Potency Night-A-Mins di Origins è pensata per defibrillarvi la pelle con un concentrato di vitamine e minerali vivacizzanti, che combattono l’opacità e fanno del loro meglio per idratare a lungo e in profondità. È bello sapere che mentre dormi ci sono delle sostanze pazze che si danno da fare per te.

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Il contorno occhi trama ai nostri danni. Ora, non ho ancora delle drammatiche zampe di gallina o delle rughe d’espressione devastanti – sarà che per tutte le scuole superiori non ho mai sorriso -, ma qualche accartocciamento comincia a intravedersi. Avevo provato una crema alla bava di lumaca, ma mi bruciava – oltre a farmi un po’ schifo come idea. Mi sono dunque attivata per evitare il disastro incipiente con un’alternativa molto più saggia: il contorno-occhi di Double B a base di acido ialuronico (acido ialuronico my old friend… e via di chitarra) e argan.

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La Drink Up-Intensive è una maschera notturna, tecnicamente. Ma non è che vado a dormire con due dita di crema in faccia. Sarebbe ingestibile a livello di cuscino e anche un po’ di qualsiasi altra cosa. Anche perché non sono il tipo che appoggia il capo su un trespolo di legno per non rovinare l’acconciatura o gli impacchi, come le geishe. Ciò detto, è una crema ricca da applicare generosamente prima di ronfare. Ti svegli sensibilmente più morbida – ma non unta – ed è anche profumosina e albicoccosa.

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LABBRA

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Non ho una bocca particolarmente voluminosa, ma se non me ne occupo scompare, in pratica. Divento Voldemort. Credo di aver provato circa 3289 olietti, burrocacai, stick, semi-gloss, volumizzanti e accidenti del genere, ma l’unico che davvero mi lascia le labbra idratate (a lungo), “volumizzate” e morbide è questo aggeggio di Clarins. È addirittura in grado di sostenere l’applicazione delle tinte labbra senza farmi somigliare alla mappa orografica di Lake Powell. E sì, ok, il rossetto liquido di Kat von D è, di base, meno prosciugante di moltissimi altri, ma un po’ di preparazione ci vuole lo stesso.

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Non so che cosa ne penserebbe il buon McGuyver, ma io sono molto fiera di questa soluzione. I mesi invernali mi hanno donato screpolature devastanti sulle mani (come al solito) e labbra spaccate. Visto che nulla sembrava riuscire a placare il problema labiale, ho fatto un tentativo con la crema Medela alla lanolina che mi ero comprata per evitare che Cesare mi staccasse i capezzoli quando allattavo ancora. Cioè, se ci fate caso, le labbra e i capezzoli hanno un po’ una consistenza simile – PERCHÉ NON TENTARE, DUNQUE. Ebbene, avevo ragione. La lanolina è anche un favoloso burrocacao.

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E niente, dovrei aver finito.
Sono arrivate altre cose da collaudare, ma non ho ancora trovato il modo di alterare l’attuale routine per riuscire a soddisfare la grande curiosità che mi anima… e non mi va di iniziare centosei creme contemporaneamente, che già sono disorganizzata di mio. Ho diversi prodotti dell’Estetista Cinica che vorrei usare con criterio, ad esempio. Ma so che vanno applicati con certi accorgimenti e che funzionano meglio insieme ai loro “fratelli”. Insomma, devo studiarmela meglio. E per le prossime puntate – o per dei “come mi sto trovando” in versione lampo – possiamo riaggiornarci su Instagram Stories, se vi va. Per suggerimenti e “oddio, Tegamini, sto usando sostanze miracolose VOGLIO GRIDARLO AL MONDO”, invece, i commenti sono sempre una buona idea.
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E ora teniamoci per mano, scrubbiamoci, mascheriamoci e idratiamoci al grido di #LIVTYLERSUBITO.

Uno dei più grandi fraintendimenti che perseguitano Amore del Cuore da anni è il seguente: a Marco piace un casino fare la spesa. Cioè, al supermercato si diverte proprio. Adora andare a fare la spesa, ci passerebbe i secoli.
A furia di sentirmelo ripetere da mia cognata e da mia suocera – che si fregiava (giustamente) del supporto del figlio maggiore quando si trattava di andare seriamente a fare provviste per il clan, al grido di “menomale che mi accompagnava lui, mi faceva spendere la metà” – me ne sono super convinta anch’io e ho sempre spedito Amore del Cuore al supermercato con grande spensieratezza. Anzi, certa di fargli cosa gradita.
Anni dopo, non si sa bene come, ho scoperto che era tutta una menzogna.
Amore del Cuore odia tutto.
Non so se l’astio sia subentrato dopo un’assidua frequentazione dei supermercati milanesi il sabato pomeriggio o se un certo fastidio di fondo esistesse da sempre, ma ora non ne fa più mistero. Credo stia cercando di tutelarsi, per non passare gli anni migliori della sua vita in coda all’Esselunga, a combattere per quattro focaccine al bancone della panetteria mentre innumerevoli vecchiette col carrellino scozzese – vecchiette che potrebbero fare la spesa durante la settimana alle tre del pomeriggio, invece che al sabato alle cinque insieme al resto della popolazione lavoratrice del nostro bel paese – gli arrotano spietatamente i malleoli.
Comunque.
Un’altra cosa che ho gradualmente scoperto è che Amore del Cuore è bravo a cucinare. E gli piace anche. Ora, spero di non dover tornare qui fra qualche tempo a dire che pure questa era una panzana, una gigantesca illusione, un tragico quiproquo ma, PER ORA, Amore del Cuore cucina con fierezza e buona volontà. Al momento posso addirittura riportare la seguente dichiarazione: “Cucinare mi rilassa”.
E chi sono io per fermarti, Amore del Cuore.
Riempimi di risotti.
Allietami con i tuoi hamburgeroni farcitoni.
Spadella e impana.
Io mangio tutto.
Quando vuoi. Come vuoi.

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Concentratissimo. Sempre.

Ecco perché, in estrema sintesi, ho deciso di imbarcarmi (anzi, di imbarcarlo) in un’impresa di collaudo culinario che è culminata con un garrulo pic-nic al parco nel primo weekend di sole dell’anno del Signore 2018. A SecondChef non importa tanto chi è che cucina, alla fin fine, basta che ci sia qualcuno che lo fa volentieri. 
Ma che roba è?
SecondChef è un nuovo servizio a metà tra il food-delivery e il “ti elimino un po’ degli sbattimenti legati al far da mangiare”. Ti piace cucinare ma, come Amore del Cuore, non hai voglia di morire al supermercato? Hai gente a cena ma non sai cosa inventarti e, soprattutto, hai poco tempo per fare una spesa sensata e completa? Trabocchi di buona volontà e adori i ritrovi conviviali dove ci si alimenta bene ma sei sempre di corsa e non ti va di passare le ore in giro per scaffali a cercare la curcuma? Ogni volta che leggi “q.b.” su una ricetta ti viene l’orticaria? Vuoi fare qualche esperimento perché prepari sempre le stesse tre robe in croce?
Bene, Second Chef potrebbe essere d’aiuto.

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È un’idea molto spassosa e funzionale, secondo me. Vai sul sito, scegli le ricette che vuoi preparare (e per quante persone prepararle), fai il tuo ordine e attendi un glorioso pacco refrigerato che contiene tutto l’occorrente per metterti ai fornelli. Gli ingredienti sono selezionati, freschissimi e arrivano già nelle quantità giuste per la preparazione scelta – entro 24 ore dal confezionamento -, con tanto di pratica scheda che illustra passo dopo passo il procedimento di preparazione. Le ricette, ovviamente, sono di stagione e cambiano ogni settimana. Ci si può abbonare o regalarsi di tanto in tanto uno scatolotto, senza particolari vincoli o patti col diavolo. E il tutto, per ora, è disponibile a Milano (più Lombardia), Roma e Torino.
Per il nostro pic-nic abbiamo scelto l’insalata di riso con seppie e piselli e i calamari con pomodori e olive. Perché sì, se ti arriva buono il pesce penso che sul fronte “qualità degli ingredienti” non ci possano essere grandi margini di dubbio. La box era per 4 persone… ma ci abbiamo mangiato in 6. Belle porzioni, dunque. E un Amore del Cuore pervaso da un’immane soddisfazione (anche se quando lo fotografi sembra sempre una signora siciliana che di lavoro piange ai funerali).

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Serietà massima anche durante le operazioni di impiattamento. Per fortuna c’è Paolo che beve.
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Il mio decisivo contributo: mangiare.

Siete in vena di collaudi e di cucinare per chi più amate al mondo? Date un occhio sul sito di SecondChef e, se vi va di regalarvi un menu, c’è anche un codicino sconto per voi – anzi, un codicione. Fino al 21/4, infatti, con 2TEGAMINI c’è uno sconto di ben 20€ sul primo box ordinato.

Felici cenine e pranzetti a tutti, dunque. E in bocca al lupo a SecondChef per la nuova avventura!

Che belle queste robe a cadenza settimanale che poi faccio un po’ quando capita. Che organizzazione, signora mia. Pugno di ferro. Disciplina. Un calendario editoriale fra i più coriacei dell’internet!
Tralasciando le mie difficoltà esistenziali e pianificatorie, però, i desideri non ci abbandonano. Anzi, si moltiplicano e ci assistono. Che cosa sto bramando ultimamente? Ecco qua un po’ di cose.

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Sto entrando prepotentemente in modalità-sandali e/o scarpe pazze per l’estate. Meglio se prodotte da calzaturifici storici della Riviera del Brenta, perché “questo è il luogo dove i maestri delle botteghe artigiane hanno creato le scarpe per Dogi e Principesse” – recita il CHI SIAMO di Pas de Rouge. Dogi e principesse! E pure noi, adesso. La collezione estiva sembra un incrocio fra le scarpe delle guerriere Sailor e una specie di sogno pastelloso pieno di bottoncini e stringhine. Amo tutto e voglio approfondire.

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Orbene, due designer newyorkesi – Jesse Reed e Hamish Smyth – hanno fondato nel 2014 un marchio editoriale indipendente con uno scopo ben preciso: archiviare e conservare pietre miliari della storia del design in modo da poterle rendere disponibili alle generazioni future. Standards Manual propone, dunque, ristampe di manuali grafici di particolare rilevanza e raccolte tematiche che esplorano una specifica corrente estetico-funzionale. Sono libri assurdi, super curati e fascinosissimi. E il NASA Graphics Standards Manual del 1975 mi fa iperventilare copiosamente.
Cioè.

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Ho deciso che il minimalismo non fa per me. Datemi dunque vestitini gonfi, maniche arroganti, gonne voluminose e arricciamenti boriosi di stoffe. Insomma, datemi un po’ tutto quello che c’è sul sito di Le’One.

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Non si sa per quale ragione, ma Lavazza ha deciso di dedicare un’edizione limitata delle sue macchine del caffè Jolie Plus a Star Wars. Ma non solo a Star Wars così, in generale, al Primo Ordine proprio. Il risultato è una macchina del caffè che non credo faccia niente di più di una Jolie Plus normale… ma che di sicuro starebbe bene sul ponte di comando di un sano Star Destroyer.

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Quando ci siamo conosciuti, Amore del Cuore aveva l’abitudine di scarrozzarmi in giro a bordo della MINI decappottabile che condivideva con sua sorella. L’Alice, ai tempi, ha dovuto fare a meno della sua automobile per numerosi weekend – perdonami, Alice! -, perché Amore del Cuore mi portava continuamente al mare, facendomi ascoltare Rino Gaetano a palla e scappottando ogni volta che il clima lo consentiva. Credo sia da lì che è nata l’ambizione di imparare a mettermi dei foulard in testa come una vera signora.

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Il Disney Store mi ha regalato un Funko Pop e sento di volermi abbandonare a un collezionismo sfrenato. Non so perché quei cosini siano così amabili e nemmeno mi capacito del grado di estensione della gamma dei giocattoli disponibili, ma non importa. Prima o poi dovrò cominciare – ma magari non precisamente dalla Diva Plavalaguna, che ormai è introvabile e costa tipo 90 IUROS. Qualcuno è vittima di un pesante invasamento per questi aggeggi? Come ci si comporta? Che devo fare? Quanti ne avete? Pensate di poterne uscire, prima o poi? Perdiamo il senno insieme.

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Avrò desiderato a sufficienza?
Giammai!
Alla prossima puntata – che non so quando capiterà, ma capiterà.
Giuro.

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Tutte le signore della mia famiglia andavano regolarmente dalla sarta. Erano altri tempi, certo, e credo pure si trattasse (in parte) di imprinting domestico – mio nonno faceva il pellicciaio e l’idea che gli indumenti fossero roba che si confezionava a mano, su misura, era decisamente molto radicata – ma anche, di certo, di un approccio diverso alla “costruzione” del proprio guardaroba. Meno cose, ma cose belle. Che resistono. Che mi stanno bene. Che durano nel tempo perché, in un certo senso, sono fatte anche per quello.
Io, di base, sono pigra. E negli anni mi sono convinta di essere troppo povera per permettermi la sarta. Ma più che oggettiva e drammatica indigenza, la mia è una forma di scarsa oculatezza. Sbaglio il metodo, più che altro. E solo di recente sto imparando ad affrontare la faccenda-armadio con del sano raziocinio. Perché è vero che il fast-fashion ci salva e ci aiuta sotto innumerevoli punti di vista, ma ci spinge anche un po’ a sbragare, ad accumulare montagne di cose che ci stufano all’istante e che magari non ci convincono nemmeno molto – “mi sta un po’ sbilenca, ma non costava niente e l’ho presa lo stesso”. E tutti questi “non costava niente”, reiterati su milioni di schifezzuole che non ci convincono e ci intoppano gli armadi, finiscono per corrispondere al valore di un paio di cose belle per davvero. Che poi sono quelle che ti metti regolarmente e che ti fanno sentire FAVOLA, lasciando da parte il resto.

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Orbene, qualche tempo fa mi ha scritto Caterina – che trovate in giro col nome di battaglia di Mis Katen -, per propormi un’incursione nel magico mondo del “su misura” e per raccontarmi il suo lavoro. Dopo aver a lungo militato nella moda – elargendo anche la sua saggezza alle nuove leve del domani – e aver gestito negozioni di abbigliamento, ha deciso di fare quello che le è sempre sembrato di dover fare: la sarta. Anzi, la sarta pop. Pure un po’ psicologa e/o consulente di stile, a dire la verità. Ma basta vederla. È una di quelle persone che vanno in giro con addosso solo cose dall’aria “speciale”. Non so bene come descrivere il fenomeno, ma è vero. La vedi e ti viene da pensare che sarà perfettamente in grado di farti sembrare molto più interessante di quello che sei – o che credi di essere – e di tirare fuori dal cilindro qualcosa che non somiglia a nient’altro… perché somiglia a te.

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Ma come abbiamo cominciato?
Sono andata a trovare Caterina – che credo abbia la casa-laboratorio tra le più incredibili di Milano e mi domando sinceramente quand’è che qualche prestigiosa rivista di interior design o interiorqualcosa deciderà di dedicarle un numero intero – e abbiamo dato il via alle grandi manovre. Che poi, in realtà, non sono per niente complicate. Non più di un caffè con una tua amica, all’incirca.

Caterina ha un’idea ben precisa di quello che vuole fare con le fortunate che vanno a vestirsi da lei. Il suo obiettivo è inventare degli indumenti che possano raccontare davvero chi li porta, assecondando le più svariate esigenze funzionali e adattandosi – ma proprio dal punto di vista morfologico – al fisico delle sue fortunate clienti. Ah, la commovente magia del su misura! Non parliamo però di abiti dalla gestione complessa – “per carità, è bello ma non me lo metto che poi lo devo portare in tintoria e sai che sbattimento” o “no, guarda, è fantastico ma è troppo importante per uscirci di pomeriggio, lo lascio lì per quando si sposa la cugina Concetta” -, ma di vestiti super speciali per gente che la roba bella la può usare (e la vuole usare) sempre… e che ambirebbe anche a lavarli a 30° in lavatrice.

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Come funziona, in soldoni? Caterina ti osserva e ti misura, si fa spiegare quello che ti serve e ti dice se è plausibile. Se le tue ambizioni sono poco realistiche, si producono alternative maggiormente in grado di assecondare spigoli, ciccette, braccia molicce, cosciotti poderosi o clavicole sporgenti. Perché puoi avere addosso anche la più inestimabile creazione da passerella ma, se non ti senti a tuo agio, sarai sicuramente meno baldanzosa. E sono le cose che ci stanno BENE che ci fanno sentire belle e in pace, c’è poco da raccontarsela.

Dopo aver elaborato qualche alternativa a livello di “taglio”, Caterina pensa ai tessuti. Ha una specie di fanta-armadietto che contiene chilometri di stoffe di ogni genere e composizione. Le prende e, in base all’abito che ha progettato – perché non tutti i vestiti “tengono” con tutte le stoffe, o producono il medesimo effetto – ti aiuta a sceglierne una. Io sono stata particolarmente rompicoglioni perché, nonostante avesse già in casa un mucchio di tessuti, è andata dal suo misterioso e onnipotente fornitore a cercarmene degli altri, in un posto che immagino come una specie di antro delle meraviglie dove vanno a finire gli scampoli della TROPPAMODA milanese. La mia unica indicazione: STAMPE PAZZE. MEGLIO SE CON ANIMALINI E/O NATURA.
E direi che ci ha preso.

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C’è anche un festoso video in cui mi specchio per la prima volta con il vestito “finito”.
(Avvertenza: urletti).

Caterina, oltre ad occuparsi delle signore, pensa anche agli infanti. Il suo progetto Mini-Me, di solito, è per mamme e bimbe, ma per il Cuorino ha deciso di lanciarsi in un energico esperimento. E ora abbiamo anche un bellissimo pagliaccetto per l’estate pieno di minuscoli pugilini – stampa che ben si addice alla personalità della creatura. Anche qui, l’idea non è di mandare in giro mamme e figli/e con i vestiti identici, ma di creare un piccolo dialogo tra i due pezzi, usando colori e rimandi e vestendo – GRAZIE AL CIELO – i bambini da bambini.

Progetti futuri?
Per forza.

Sospinta da una felicità degna di una cotoletta impanata, mi farò confezionare un top. Anche in questo caso, indicazioni molto chiare. E pacate.
ALUCCE.
ALUCCE OVUNQUE.
E FIOCCHI.
FAI TU.
BASTA CHE CE NE SIANO MOLTI.

Sarò riuscita a rendere giustizia al processo?
Me lo auguro.
Caterina, secondo il mio modestissimo parere, è un talento raro. È creativa, ma realistica. È sincera, ma non ti traumatizza. È saggia, ma originalissima. È brava ad ascoltarti, ma riesce a sorprenderti con una versione “migliorata” di quello che potevi avere in mente. E poi è brava a fare la sarta, c’è poco da fare. Credo che persino l’esigentissima MADRE si farebbe vestire di buon grado da lei. E con questo potenziale scenario miracoloso mi sento autorizzata a concludere, lasciandovi un po’ di credits e contatti. Chiamate Caterina, fatela diventare ricca. E fatevi un regalo, che ve lo meritate.

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Il sito di Mis Katen
Mis Katen su Instagram
Mis Katen su Facebook

Le fotone sono del pazientissimo Christian Fregnan.
Non è colpa sua se guardo sempre in terra. Lui è bravone. Sono io che mi imbarazzo.

Reduce dall’aspra battaglia con 4321, mi sono resa conto di aver bisogno di un solido periodo di decompressione e disintossicazione dai tomi troppo voluminosi. Perché, diciamocelo con sincerità, finire un libro in un giorno o due ha sempre il suo fascino e continua a rappresentare una grande forma di soddisfazione. Ecco, dunque, qualche breve impressione su romanzi altrettanto brevi che ho letto nell’ultimo periodo per ripigliarmi da Paul Auster.

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Gianluca Morozzi
Gli Annientatori

I libri di Morozzi generano su di me il fascino degli animali spiaccicati sulla statale. Sono rivoltanti, ma mi viene anche voglia di avvicinarmi per guardare meglio. Anzi, ogni volta che leggo Morozzi mi convinco sempre di più di non volerlo conoscere, perché se una persona riesce a concepire robe così contorte, inquietanti, spaventose, orribili e contro natura non è possibile che stia benissimo. E Morozzi, come se non bastasse, è anche in grado di produrre sortilegi. Perché, se apri uno dei suoi libri, senti di non poterti alzare finché non l’hai finito. Tutto ciò, come da tradizione, è vero anche per Gli Annientatori. Racconta la storia di uno scrittore quasi fallito che vive a scrocco a casa di una fidanzata che non ama. La cornifica spudoratamente e si approfitta di lei, perché non ha più una lira e non saprebbe dove altro andare. Comunque, un bel giorno la fidanzata scopre l’ultima tresca e lo butta fuori. Maspero, però, viene inaspettatamente salvato da un conoscente – un illustratore volgare e perverso – che gli offre la sua mansarda in un palazzo isolato, abitato da un’intera famiglia di gente un po’ stramba e invadente. Io devo partire, vai a stare da me finché ti serve. E il Maspero, da opportunista qual è, non se lo fa ripetere due volte… commettendo l’errore più tragico della sua vita.
SANTO IDDIO SANTO.

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Madeleine Bourdouxhe
Marie aspetta Marie
(Traduzione di G. Cillario)

Per la rubrica “riscoperte editoriali”, Adelphi ci ha ripescato la Bourdouxe. E non possiamo che rallegrarcene, soprattutto per la presenza di un personaggio femminile così poco “docile”. Marie aspetta Marie è, in soldoni, la storia di una donna che pensa di essere felicemente sposata e soddisfatta della vita che conduce. Durante una vacanza in Costa Azzurra, però, un giovane riuscirà a sconvolgere la serenità posticcia di Marie, ricordandole come ci si sente quando è il desiderio – puro e impossibile da contrastare – a prendere il sopravvento. Un romanzo che racconta il tradimento? Non solo. Un ritratto di donna? Non basta nemmeno quello. È una storia che ci accompagna, pian piano, alla scoperta dei meccanismi che si innescano quando smettiamo di ingannarci da soli e, smascherandoci, ritroviamo noi stessi… preparandoci con fierezza ad accettarne le conseguenze.

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Roberto Camurri
A misura d’uomo

Mi sto appassionando agli scrittori italiani che raccontano la vita nei paesini di provincia. Questa volta ci spostiamo a Fabbrico, piccolo centro emiliano che ospita i protagonisti di questo esordio molto dolente ma anche pieno di piccole speranze di riscatto. È un romanzo strutturato a racconti, con piani temporali differenti e personaggi che si sovrappongono o riappaiono per regalarci un altro punto di vista – o, più spesso, l’illusione che le cose non stiano poi andando così male. I tre protagonisti – affiancati sempre da comprimari non meno incisivi – sono Davide, Anela e Valerio, legati da un’affetto perennemente in bilico tra amicizia e amore. Le loro sono parabole di umanissima rovina e di dolore raccontato senza fronzoli e senza il compiacimento del cinismo. Sono personaggi che preparano continuamente il caffè, che si addormentano ubriachi sui divani altrui, che giocano coi cani quando tornano a casa. O che girano per il paese in bicicletta e affrontano a piedi nevicate molto abbondanti. L’atmosfera è fatta di dettagli minuscoli che contribuiscono a renderli vivi, ad avvicinarci ai loro dilemmi… e ai grandi slanci di pietà e tenacia di cui sono capaci.

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J. G. Ballard
High-rise

Con mia grande sorpresa, sono già riuscita a leggere ben quattro cose che mi ero prefissata per il 2018 – la lista dei buoni propositi libreschi è qui, per la cronaca. Non so se le operazioni proseguiranno con il medesimo impeto, ma per ora sono assai felice di essermi fatta terrorizzare con il meraviglioso ed elegantissimo senso della misura di Ballard. Il condominio è una riflessione sugli impulsi più primordiali ed egoistici che si nascondono sotto la superficie del vivere civile. E di come occorra pochissimo, spesso, per far riemergere la bestialità che cerchiamo caparbiamente di nascondere. Ci troviamo in un condominio di nuovissima costruzione, dotato di ogni automatismo tecnologico e ogni comodità. Piscine, supermercati, ristoranti, parrucchieri, una scuola. Gli abitanti – suddivisi in mille appartamenti – sono perfetti rappresentanti della civilizzatissima classe media dei professionisti, dei medici e dei docenti universitari o del gruppo dei dichiaratamente ricchi, fatto di attori, architetti geniali e orafi di lungo corso. L’allocazione degli inquilini rispecchia, all’interno del condominio, la “posizione sociale” di ciascuno, la loro importanza, lo status di cui possono fregiarsi. I più “poveri” e meno importanti ai piani bassi. I ricchi e i potenti ai piani alti. Tutto è regolato dal decoro, dalla misura, dalla raffinatezza e dalla cortesia. Ma basta un pretesto per far sprofondare l’intero condominio in una spirale di violenza, ambizioni meschine e istinti bassissimi. Un libro affascinante.

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Amélie Nothomb
Colpisci il tuo cuore
(Traduzione di I. Mattazzi)

Un’altra lettura rassicurante. È il primo romanzo della Nothomb con cui mi cimento – già, tutti abbiamo le nostre lacune, dopotutto – e non mi aspettavo di riscontrare anche qui un conclamatissimo “effetto-Morozzi”. Dai, leggo qualche pagina mentre pranzo. E niente, l’ho finito. È una storia di donne: madri e figlie, figlie e amiche, figlie e “madri sostitutive”, figlie e figlie. Ma è anche la storia di una bambina che cresce con la consapevolezza di non essere amata e che, con il passare del tempo, si arma di ogni possibile strumento per riuscire ad affrontare il futuro all’ombra di questo immenso disastro. È un romanzo fatto di crudeltà più o meno consapevoli, di tradimenti che si svelano pian piano, della cecità di fronte al male che possiamo infliggere agli altri per placare le nostre insoddisfazioni, o per rifarci delle ingiustizie che pensiamo di aver subito. Ma parla anche della velocità con cui dimentichiamo quel male, nascondendocelo o negando, compensando o ignorando.
Benvenuta, madame Nothomb.

Sono arrivata alla conclusione che le feste di compleanno sono necessarie perché solo buttando in piedi una gran caciara si riesce vagamente a seppellire la tristezza fisiologica che ti assale quel giorno lì. Amici, parenti, congiunti, figuranti stipendiati o anche solo semplici anziani che osservano le celebrazioni in corso. Torte giganti. Canzoni. Bevande alcoliche. Doni, pacchetti, regali, roba nuova. Plateali dimostrazioni di gioia, parate, Frecce Tricolori. Beyoncé.
Io lo so che dovrei mettere in pratica questa strategia. Ci penso tutti gli anni – o, almeno da quando ho smesso di compierli volentieri. Ma poi non lo faccio mai. Ma no, ormai è tardi per invitare. Ma no, non c’è abbastanza spazio. Ma no, non ho preparato niente. Ma no, che con Cesare in mezzo alla confusione facciamo fatica. Ma no, mettono pioggia.

Quand’è che ho smesso di compiere gli anni volentieri, però?

Dopo i 25, credo.
Che per me è anche stato un po’ il momento in cui mi è sembrato di non avere più di fronte un futuro fatto ancora di potenzialità vaste e assolute, ma una sorta di destino già parzialmente scritto. Ma non perché ci sia, chissà dove, una qualche divinità che trascorre le sue giornate a tessere il fato di ogni singolo essere umano del pianeta. Ma perché col passare del tempo accumuliamo scelte e decisioni che, a cascata, producono delle conseguenze più o meno ragionevoli, auspicabili o prevedibili. E che ci fanno avanzare in una certa direzione, sbarrandoci altre strade.

Cresci – se sei fortunata e magari già un po’ propensa a fottertene dei ruoli che l’universo potrebbe appiccicarti addosso – con l’idea di poter fare quel che ti pare, di poter diventare tutto. E, visto che nel TUTTO c’è tutto, c’è anche quello che vorresti essere, ci sono i tuoi desideri. Per forza. Magari non ti sono ancora chiari, questi desideri, ma sai di avere a disposizione un ventaglio di aspirazioni. E il cosa sei, prima o poi, ti apparirà. E sarà lì a portata di mano.

Ecco.

Il tempo che passa, però, fa cambiare forma al tuo ventaglio. Lo modifica.
Magari diventi più capace di distinguere i tuoi talenti dalla roba che ti riesce malissimo. E ripieghi uno spicchio, accantonando qualcosa. Magari sai già che una certa facoltà universitaria sarebbe favolosa per te, ma poi tuo cugino ti ride in faccia alla cena di Natale e ti viene da cambiare idea. E ti iscrivi da un’altra parte, perché è una facoltà “utile”. Nessuno ride più, questa volta, ma ripieghi un altro spicchio. Magari ci metti un qualche anno a identificare le tue aspirazioni. Ed esplori qualche spicchio per accertarti della sua solidità o per accantonarlo con più sicurezza. Ti piace un tizio e state molto bene insieme. Ma lui è lontano e non si può spostare. E tu hai appena iniziato un nuovo lavoro e nemmeno a te pare di poter cambiare città. E salutiamo un altro spicchio.

Mamma mia, leggere 4321. Che toccasana.
Comunque.

Non è detto che ripiegare spicchi sia un male. Di tante cose è meglio liberarsi. Ed è anche molto complicato trascorrere la vita dribblando decisioni, per la paura di ritrovarsi con un ventaglio chiuso in mano. Ma accorgersi, a un certo punto, che fare retromarcia è difficoltoso e che la quantità di spicchi che possiamo giocarci è diventata un pochino meno fantasmagorica non è rassicurantissimo. Ti viene in mente che forse hai sbagliato. Che era troppo presto o troppo tardi. Che hai sprecato delle opportunità. Che non sei mai dove dovresti essere. Che sei troppo grande per cambiare idea. E il futuro comincia a somigliare a un puntino, invece che a un vasto orizzonte illuminato da un sole sfavillante. E l’unica differenza che percepisci è che hai un anno in più, ma di miracoli non ne hai combinati. E non sei molto fiduciosa sulla possibilità di combinarne in futuro, visto l’andazzo.

Perché, SI SA, è il futuro a fare ansia.
E il passato? Quello è il magazzino per la roba di cui ci rimproveriamo.
E il presente serve a pensare alle stronzate del passato e ad attendere che il futuro ci riservi dei miglioramenti.

Credo di aver preso una nuova decisione: mi sono rotta le balle di questo schema. Sarà che, per quanto malvolentieri io compia gli anni, gli ultimi anni che ho compiuto mi hanno dato ben poche occasioni di rimpianto, recriminazione e ripensamento. Sarà che ho imparato molto più di quello che ho perso per strada, per quanto faticosi siano stati alcuni momenti. Sarà che mi sento immancabilmente sostenuta dagli abitanti grandi e piccoli di questa casa – e anche da chi, superando filtri più o meno accentuati, riesce comunque a farmi arrivare numerosi buffettini di incoraggiamento.
Forse il nocciolo della questione non è tanto il tempo che passa, ma un po’ come lo misuri e come scegli di percepirlo.
Perché è pacifico che in un anno ci siano 365 giorni, ma quello che mi viene da prendere in considerazione – quando ripenso a quello che ho combinato – è il dov’ero e il cosa facevo, o le persone che vedevo in un determinato periodo, o quanto mi sentissi saggia o scema. Preferisco pensarmi a capitoli, che per precise demarcazioni temporali. Preferisco misurare i traguardi o prendere atto delle battute d’arresto che sentirmi “vecchia” o “giovane”. E credo sia meglio investire le mie energie nel decidere qualcosa con il cuore e con la testa – accettando l’imponderabile ma provando a fare tutto il possibile per ottimizzare le risorse che abbiamo disposizione – che spaventarmi per i ventagli che si ripiegano.
Perché tutto è migliorabile, tutto potrebbe essere fatto “meglio” o andare meglio – ovviamente. Si può sempre ambire ad essere un po’ più felici. Ma se devo farmi schiacciare da questa sensazione di non essere ancora riuscita a fare abbastanza, se devo perennemente proiettarmi verso chissà che cosa, partirò sempre da più lontano. Perché non ci sarà mai un presente che sento di padroneggiare, un momento “vivo” in cui potrò decidere di iniziare a cambiare (in meglio) quello che penso di dover cambiare.
È un po’ una forma di auto-deresponsabilizzazione, forse, questo spostare sempre tutto sul futuro. Come se il trascorrere del tempo fosse una garanzia di successo. Il tempo non ci calcola. Non è buono. Non è malevolo. Fa il suo. E siamo noi a raccoglierne e a portarne i segni, nel bene e nel male. E temo tocchi un po’ a noi capire che nessuno farà il lavoro necessario al posto nostro. O che il bello che ci stiamo perdendo – nel nome di un “migliore” ipotetico che non è detto che apparirà mai – non tornerà a farci visita. Non con la meraviglia della prima volta, almeno.

E niente, ho 33 anni.
E non ho ancora trovato il modo di ricordarmi com’è che si compiono volentieri.
E ho un ventaglio che è quello che è, perché è lo specchio di un viaggio fatto di tante decisioni, felicità, cretinate, miracoli, sciatterie, scoperte e tentativi. È roba mia. Forse è pure a pois. Non so cosa ne sarà degli spicchi che posso ancora scegliere di esplorare – ma ho deciso di cominciare a usarlo strada facendo, proprio nel modo in cui un ventaglio andrebbe sensatamente utilizzato. Farò quello che posso e proverò ad avvicinarmi a quello che non posso fare. E, nel frattempo, col ventaglio mi ci voglio sventolare.