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Tra gli autori che, in questi anni, meglio hanno saputo raccontare la storia e le radici del pregiudizio razziale negli Stati Uniti troviamo sicuramente Colson WhiteheadLa ferrovia sotterranea era – e continua ad essere – un romanzo sconfinato e complesso che ha saputo dare tangibilità, anima e concretezza alla leggendaria rete clandestina destinata ad accogliere e “redistribuire” gli schiavi di colore che fuggivano dalle piantagioni del Sud. Il nuovo romanzo di Whitehead, I ragazzi della Nickel, ha una diversa collocazione temporale, ma torna a prendere ispirazione da una vicenda che, questa volta, è malauguratamente reale. La Nickel è, infatti, il calco letterario della Dozier School for Boys, un riformatorio per minorenni gestito dallo stato della Florida e rimasto operativo dal 1900 al 2011. Analisi assai articolate hanno portato alla luce l’atroce passato di abusi perpetrati dall’istituzione “rieducativa” ai danni dei giovani detenuti, con tanto di cimitero clandestino dove venivano fatti scomparire i cadaveri dei ragazzi uccisi o morti in seguito a maltrattamenti, isolamento e violenze.

Domande?
Molte.
Temi?
Complessi e numerosi.
E con chi ne parliamo?
Con l’autore, incontrato agli inizi di settembre durante la tappa milanese del suo tour per la presentazione del libro. I virgolettati di Whitehead scaturiscono da un paio di giri di domande collettivi – perché sì, ero in numerosa e ottima compagnia.

Ma ci vuole un po’ di introduzione.
Il personaggio che, suo malgrado, ci farà oltrepassare i cancelli della Nickel è un ragazzo di colore di Tallahassee – Florida. Elwood, abbandonato dalla madre alle cure della nonna, è uno studente molto promettente, che inizia a muovere i primi passi nel movimento dei diritti civili. L’idealismo di Elwood è fervido. È un ragazzo serio, che studia e lavora, in attesa di cominciare a frequentare l’università. In che anni siamo?

La Dozier – modello per la Nickel – è stata chiusa nel 2011. Potevo scegliere di ambientare il romanzo in un anno qualsiasi, ma ho scelto il 1963 perché è l’anno in cui il movimento per i diritti civili raggiunge una certa massa critica e una vera risonanza. Allo stesso tempo, anche la segregazione, nel ’63, arriva al suo apice. Elwood sceglie Martin Luther King come paladino. L’ottimismo e la fiducia di Elwood, contrapposti al pessimismo e allo scetticismo di Turner – l’amico che conoscerà alla Nickel -, rispecchiano la condizione del panorama politico del tempo, sospeso tra possibilità di cambiamento e disillusione.

La nonna di Elwood lavora in un albergo della città e, in mancanza di alternative, lascia il nipote in cucina durante i suoi turni. Tra i lavapiatti e i camerieri, il piccolo Elwood intravede un potenziale spaccato di futuro, ma sceglie di immaginare una strada diversa. Un giorno, vince una scommessa e si porta a casa un’enciclopedia, dimenticata da qualcuno – un commesso viaggiatore, magari – in una delle stanze dell’albergo. Ma la sorpresa sarà amara. I volumi sono bianchi, ad eccezione del primo, che veniva forse usato come campione da esibire ai potenziali acquirenti. È un episodio crudele, ma emblematico.

È sempre importante trovare un gancio che mi permetta, all’inizio, di capire meglio i miei personaggi. L’enciclopedia rappresenta tutto quel mondo di possibilità che, nel ’63, sono precluse a un ragazzo di colore. Sarà un episodio cruciale per Elwood, ma non lo danneggerà nella costruzione idealistica della sua personalità.

La storia si muove su due piani temporali. C’è l’approdo di Elwood alla Nickel e la sua permanenza in riformatorio, ma c’è anche uno spaccato di futuro.

Sì, i capitoli degli anni successivi sono un tentativo di indagare come si può sopravvivere a un’esperienza traumatica, ricostruendo un’identità coerente.

Elwood finisce alla Nickel per una sfortunata fatalità – e sua nonna non può permettersi di pagare un avvocato valido che sbrogli la questione. Il destino gioca a suo sfavore, insomma, ma pare che il destino tenda ad essere meno clemente con chi è più povero, più svantaggiato e con la pelle più scura rispetto alla classe dominante.

Alla Nickel ci sono anche degli “studenti” bianchi. Il fattore determinante che accomuna tutti è proprio la povertà, anche se l’attitudine al pregiudizio della polizia statunitense è riscontrabile anche nell’epoca contemporanea. Anch’io sono stato fermato e ammanettato senza ragione, mentre ero in giro per i fatti miei. Non si può mai sapere. Svolti l’angolo e puoi ritrovarti in un universo completamente diverso, come è capitato a Elwood.

Chi vince, negli Stati Uniti di oggi, tra la fiducia di Elwood e il disincanto di Turner?

Turner, di certo. Ci ritroviamo con un presidente che vorrebbe colpire un tornado con delle bombe atomiche. I migliori ideali della nazione si stanno deteriorando e ci troviamo di fronte a una continua umiliazione dello spirito umano. È difficile mantenere un atteggiamento come quello di Elwood. Ne usciremo… e Trump non sarà presidente per sempre, anche se è stata proprio la situazione politica attuale a spingermi a scrivere questo romanzo. Mi sono sempre misurato con generi molto diversi fra loro. Parlo di razza e di razzismo, ma anche di città e di cultura pop. Il prossimo libro sarà un crime ambientato ad Harlem negli anni ’60. I miei ultimi due lavori [La ferrovia sotterraneaI ragazzi della Nickelsono quelli che contengono il minor numero di battute in assoluto. Nel prossimo romanzo non ci saranno così tanti personaggi brutalizzati una pagina sì e l’altra pure. [Ride]

Come è possibile che la Dozier sia stata chiusa solo nel 2011?

Ho sentito parlare per la prima volta della Dozier nel 2014, durante gli scavi che hanno riportato alla luce i cimiteri. Per un giorno se n’è occupata anche la stampa nazionale, a parte le emittenti della Florida. La Dozier ha aperto i battenti nel 1900 e la prima denuncia è arrivata nel 1903. Per farla chiudere, però, sono serviti 111 anni. È successo perché a nessuno interessano i ragazzi poveri o i ragazzi di colore. Non sono stati i politici a commettere direttamente degli abusi, ma li hanno coperti, voltandosi dall’altra parte per non ostacolare il profitto – perché queste scuole ne generano, grazie a fabbriche di mattoni, lavori di tipografia, agricoltura… Vicende come questa diventano possibili quando chi detiene il potere ha la facoltà di vessare chi di potere non ne ha.

Sia La ferrovia sotterranea che I ragazzi della Nickel si basano su una solida ricostruzione storica. Qual è il metodo di lavoro?

Per La ferrovia sotterranea sono partito da una struttura astratta – le basi erano la ferrovia e gli stati ad essa collegati. Poi ha preso vita Cora. Ho voluto che la protagonista fosse una donna, perché nel caso della schiavitù il genere ha implicazioni fortissime. Dopo aver delineato una trama inizia il lavoro di ricerca. Per I ragazzi della Nickel ho utilizzato alcuni diari, degli articoli e una ricerca della South Florida University. Ho immaginato Elwood prima di Turner… un personaggio come Elwood richiedeva in modo piuttosto naturale la presenza del suo opposto.

E cosa succede quando i romanzi passano in traduzione all’estero? [Il libro, per l’Italia, è stato tradotto dalla meravigliosa Silvia Pareschi].

Non so valutare le traduzioni, ma sono sempre molto felice di dare una mano, se serve. Per La ferrovia sotterranea, che è molto complesso dal punto di vista lessicale, avevo creato un documento in condivisione con i traduttori di tutti i paesi. Silvia, durante il lavoro, mi ha fatto alcune domande e le ho risposto volentieri. Spesso si rivela necessario, perché uso di frequente slang di altre epoche e anche termini specifici relativi a un ambiente particolare, come la piantagione nel caso della Ferrovia.

I ragazzi della Nickel è un romanzo “breve”, rispetto alla grande mole della Ferrovia. È stato più facile o più difficile?

Per questo libro ho cercato ispirazione nel lavoro di Mohsin Hamid e Julie Otsuka, nella loro capacità di condensare una storia vasta in un romanzo stringato. Cosa metti? Cosa togli? Te lo domandi continuamente… e la loro tecnica è stata di grande aiuto.

Un romanzo può essere un buon modo per innescare il cambiamento, per spingere le persone ad agire?

So che ho deciso di scrivere I ragazzi della Nickel per elaborare questo mio sentimento di impotenza. Avevo bisogno di capire meglio che cosa era successo ai ragazzi rinchiusi là dentro, soprattutto a quelli di colore. Forse dedicarsi alla beneficienza e alle donazioni – due attività che svolgo – sono un modo più efficiente di contribuire alla causa rispetto allo scrivere romanzi. [Ride]

Whitehead non è stato tenero nei confronti dell’amministrazione statunitense – e ci mancherebbe altro -, ma gli abbiamo chiesto anche come vede l’Europa…

L’Europa è malmessa come il resto del mondo. I governi di estrema destra stanno salendo al potere ovunque. E tutti affrontano il tema dell’immigrazione con strategie quasi sempre crudeli e inefficienti.

Un film che descrive bene gli USA di oggi?

Mad Max. Fury Road. 

Impeccabile, direi. 🙂

***

Ecco qualche pensierino sulla Ferrovia sotterranea, per completare l’opera.

Qui, invece, I ragazzi della Nickel.

Orbene, eccoci di nuovo qua. La listona dei finalisti per l’edizione 2019 dei Macchianera Internet Awards – che Pippo Baudo definirebbe senza esitazioni “gli Oscar italiani della rete” – è uscita qualche giorno fa. E ci sono anch’io.
La storia di Tegamini – come entità social e contenutistica, oltre che come estensione della mia sconclusionata persona – ai MIA si sta facendo lunga e felice. È dal 2016 che approdiamo alla finale come “Miglior sito letterario”. Nel 2016 ho vinto per Snapchat – categoria poi abolita, anche sensatamente – e, lo scorso anno, è andata di ultra lusso e ci siamo portati a casa il premio libresco. Uso il plurale perché il merito è condiviso con chi ha proposto la mia candidatura e ha continuato a sostenermi anche nelle perigliose fasi conclusive. Persevero nel sentirmi onoratissima, molto fortunata e anche sorpresa. E no, non è uno sfoggio di finta modestia. Il mondo dei libri e dell’editoria online è vasto e vivace. Ci sono portali, riviste, redazioni, sitoni grandi. Non è scontato arrivarci, figuriamoci vincere. Quest’anno sono anche più agitata del solito, perché in finale ci arriviamo da detentori del titolo e, in estrema sintesi, si tratta di difendere l’agognato piazzamento. NO PRESSURE, proprio.

Ma non dilunghiamoci orrendamente.

Qua sotto, per chi avrà voglia di fare il tifo (GRAZIE, PERBACCO!), c’è l’ipertrofico form per la votazione finale. Il “Miglior sito letterario” è la categoria 20 ma, affinché il vostro voto venga democraticamente registrato, bisogna esprimersi in almeno 9 categorie. Non credo faticherete, ma lo dico. Per votare c’è tempo fino al 5 novembre.

Ci riproviamo?
Se voi ci credete ricomincio a crederci anch’io. 🙂
Grazie, di tutto. Sempre e comunque.

VOLEVO EMBEDDARE IL FORM DI VOTAZIONE MA, COME LO SCORSO ANNO, MI ESCE UN RIQUADRO INSERVIBILE. UN SEGNO DI BUON AUSPICIO? CHI PUÒ DIRLO. ECCO DUNQUE UN BEL MURO DI TESTO GIGANTE CHE È ANCHE UN LINK ALLA SCHEDA DI VOTO. GRAZIE, SCUSATE. SE VINCO MI CERCO UN WEBMASTER.

 

Dunque, che Margaret Atwood volesse tornare nel mondo del Racconto dell’Ancella un po’ si era già capito dal suo prezioso coinvolgimento nella produzione della serie tv, credo. Tenderei anche a non dimenticare le sue numerose e schiette dichiarazioni, che si potrebbero riassumere all’incirca così: dati i tempi che corrono, nemmeno il più distopico degli scenari può essere confinato in maniera inequivocabile nel regno dell’impossibile.
Tornando alla serie tv, in questa casa siamo riusciti a vedere solo la prima stagione – il “may the Lord open” qua ha funzionato e… diciamo che restiamo molto meno aggiornati di prima, sul fronte dell’intrattenimento audiovisivo -, ma mi è sembrata una valente trasposizione dello spirito e del “mondo” creato dal libro, con qualche pezzettino in più. La serie non è solo un compitino splendidamente svolto, ma una sorta di ponte verso un territorio inesplorato. Un’espansione credibile e coerente di quello che già c’era.

Ecco.

I Testamenti proseguono l’opera, librescamente parlando.
Già dal Racconto dell’Ancella sappiamo che Gilead non esiste più, ma non ci vengono offerti indizi o informazioni solide su come il regime finisca per sgretolarsi. I Testamenti sono una sorta di genesi del disfacimento. Anzi, alzano il velo su un lungo processo di decomposizione che, ad un certo punto, si fa irreversibile, perché troppo ha offeso lo spirito umano e troppo ha richiesto ai suoi stessi esecutori, burocrati e carnefici.
C’è un punto di innesco, in ogni reazione a catena capace di demolire un intero ordinamento. E I Testamenti si muovono nell’arco temporale di chi, più o meno intenzionalmente, ha acceso la miccia.

Il libro è ambientato 15 anni dopo l’Ancella e – senza spoilerare (quel che leggerete qua, a livello di “fatti”, è quello che scoverete senza particolare difficoltà nelle prime pagine) – è costruito grazie a una combinazione di tre voci. Un personaggio affida a un manoscritto le proprie memorie, mentre le altre due narratrici ci restituiscono la loro testimonianza grazie all’espediente della registrazione “ritrovata”. Il risultato è un intreccio a orologeria che, saltando da una voce all’altra, ci fa piombare nelle profondità di Gilead e riesce anche a ricordarci, molto nitidamente, perché ci sono venuti i brividi la prima volta.
Ma cos’è, allora? Una specie di loop basato sull’auto-citazione?
No. Anzi.

L’Ancella ci mostrava una transizione.
Il mondo “normale” che diventa Gilead.
Donne che vengono estratte da un contesto per noi riconoscibile – da uno stato di diritto che può somigliare al nostro e da una quotidianità non distante da quella che ci è vicina – per essere riconvertite ad Ancelle, Mogli, ingranaggi del sistema. Donne che ricordano come si viveva prima. Donne che hanno subito una riprogrammazione violenta di ogni certezza, libertà e margine di manovra.
Ebbene, nell’Ancella abbiamo visto come queste donne venivano utilizzate per sfornare in serie nuovi cittadini di Gilead, ma nei Testamenti scopriamo che cosa succede a questi bambini. Anzi, a queste bambine, per forza di cose prive di punti di riferimento alternativi.
Come cresce una bambina a Gilead?
Che cosa ci si aspetta da lei?
Qual è il sistema di valori che dovrà assimilare?
Quali saranno le tappe della sua vita?

Se l’Ancella era la cronaca di una “sovrascrittura” forzata – se vogliamo far finta che la testa, il corpo e il cuore di una persona siano un supporto informatico già pieno di dati, convinzioni e costrutti radicati -, Testamenti sono, in parte, la storia di una materia vergine che incontra un totalitarismo teocratico.

La scelta delle tre voci, in questo senso, è emblematica. E ci offre anche uno spaccato alternativo di un personaggio tra i più detestabili e cruciali dell’Ancella – anche qui, non spoilero nulla che non vi dica già lei quasi all’istante.
La prima voce, infatti, il vero “testamento” del libro, in un certo senso – perché è l’unico che viene redatto con una qualche programmaticità e slancio verso i posteri -, è quella di Zia Lydia.
La seconda voce è quella di un’adolescente di Gilead, figlia di un Comandante e di una Moglie che molto la ama ma che poco potrà proteggerla.
La terza voce, speculare alla seconda, è quella di una ragazza canadese che vive nel mondo ancora libero e che osserva Gilead dall’esterno.

Le tre donne sono legate da un filo che un po’ appartiene alla matassa del destino e parecchio dipende da una scelta deliberata, dalle molte facce di una medesima menzogna.
Indipendentemente da cosa succede e dalla solidità della tensione narrativa – non so cosa capiterà a voi, ma io mi sono sparata tutto il romanzo alzandomi una volta sola per andare a prendere due biscotti, quindi tenderei a dire che no, di momenti di fiacca non ce ne sono – ho apprezzato profondamente la possibilità di esplorare Gilead imboccando sentieri poco battuti.
Nell’Ancella sapevamo che c’erano le Zie. E basta. Da dove vengono? Come possono continuare a campare, sapendo di essere quello che sono? Come possono sopportare il ruolo che sembrano rivestire con tanto zelo?
Ebbene, benvenuti nel mondo delle Zie – e nella testa di Zia Lydia.
Ormai anziana e prossima al raggiungimento di uno status quasi mitologico, all’interno di Gilead, Zia Lydia è un enigma di raro fascino. Banalità del male? Nella sua lungimiranza e nel suo acume – e pure nel suo spiazzante senso dell’umorismo – c’è ben poco di banale. È una vittima che disegna la sua prigione… e lo fa con un talento fuori dal comune. Credo sia diventata uno dei miei mostri letterari preferiti.

E le ragazze?
La nostra amica canadese è un ingranaggio utile, ma è Agnes che ci riporta alla quotidianità di Gilead. Grazie a lei ci rendiamo conto, tra le altre cose, che il mondo delle “donne rispettabili” – che esclude le Ancelle, quindi – è forse ancora più ristretto, crudele, innaturale e strumentale di quello che DiFred è riuscita a mostrarci. Quel che scopriamo, però, è che il rancore è un sassolino che può increspare anche il più vasto dei laghi. E che, nonostante tutto, esistono reti di salvataggio che somigliano molto a bug di sistema ben collaudati.
La faccenda “stupenda”, però, è che nessuna scappatoia riesce a sembrarci consolatoria. È un romanzo che riflette (anche) sulla natura del potere, sui compromessi fatali e devastanti che il caso o la volontà ci costringono a stringere quando sappiamo di non avere, di fatto, nessuna arma a disposizione. E l’orrore sta anche lì. Nel dover manovrare all’interno di un angolo di irrilevanza assoluta nel disegno del mondo, perché non è un mondo che ci interpella o ci ritiene capaci o degne di decidere da sole. E, nel caso di Gilead, potrebbe sembrare una questione di fede.
Ma la fede è, ovviamente, un mero pretesto. Uno dei tanti.
Nel disegno divino non credono i Comandanti come non ci credono le Zie, non ci credono le Mogli e non ci credono gli Occhi. Ogni disegno che possa giustificare un meccanismo di sopraffazione e la creazione artificiale di un privilegio, di una nuova “catena alimentare”, di una forma di assolutismo può essere spacciato come disegno divino, con i giusti accorgimenti. E da dove si comincia? Occultando la conoscenza. Distorcendo i fatti. Ridisegnando la realtà per eliminare ogni spiraglio, cancellando la possibilità di immaginare un’alternativa. Crescendo le nuove leve in un mondo dove l’orizzonte non è una linea immaginaria che si sposta man mano che esploriamo e impariamo, ma qualcosa di solido. Forse è questo quello che mi terrorizza di più, sia nell’Ancella che nei Testamenti. La prospettiva di dover vivere all’interno di un dogma vuoto, fittizio, strumentale. È l’impossibilità di accedere a una narrazione diversa che ti sottrae la possibilità di sospettare anche solo lontanamente che questa narrazione diversa ci sia, in qualche modo. E il ciclo si auto-alimenta, man mano che la capacità di dubitare si diluisce.

Mi sono dilungata?
Mi sono dilungata.
In estrema sintesi? È bellissimo. Margaret Atwood non aveva bisogno di soldi. Aveva davvero dell’altro da dire. E quel che dice continua ad essere prezioso e terribile.

Concluderò poco onorevolmente con due parole: ZIA MAYBELLINE.
Ah, un’altra cosa. Esaminate bene la copertina di Noma Bar (quarta compresa). È molto meno minimal di quel che sembra.

*

I Testamenti è uscito In italiano per Ponte alle Grazie con la traduzione di Guido Calza. Leggetelo, che almeno ne parlo con qualcuno. Sto esplodendo. Manco con Endgame ho patito tanto.

Una piccola introduzione molto semplicistica.
La letteratura è (anche) una vasta collezione di disperazioni. È assai raro che la gioia possa fungere da solido motore narrativo, così come non è una coincidenza che il lieto fine stia dove stia: all’ultima pagina, senza la necessità di aggiunte o di particolari approfondimenti. E vissero tutti felici e contenti. Che altro vuoi? Metti in saccoccia e arrivederci. Lo spettacolo è finito, si prega cortesemente di dirigersi alle uscite.

Ma che cosa accade, però, quando l’intento fondamentale di un libro è quello di sviscerare e amplificare la sofferenza, il trauma, la vergogna, il malessere fisico e spirituale, la morte perpetua della speranza, la disfatta e il disfacimento? Accade Una vita come tante di Hanya Yanagihara, romanzo che ha conquistato a mani basse la sommità del mio personalissimo podio della tristezza in letteratura e che, in questi anni, si è trasformato in una sorta di oggetto di culto, in una vetta da scalare, in una sfida aperta ai rivenditori all’ingrosso di fazzoletti da naso.

Mesi fa, colta dal comunissimo raptus del “che diamine, solo io non l’ho ancora letto”, mi sono procacciata A Little Life e me lo sono girato un po’ tra le mani. La mole mi era già nota – l’edizione originale veleggia sulle 800 pagine -, ma prima di iniziare qualcosa attraverso sempre uno di quei momenti da pesatura egizia del cuore sulla soglia del regno dei morti. Metto il libro su un piatto della bilancia e, dall’altra parte, sistemo energie, forza di volontà e stati d’animo. E inizio davvero a leggere solo quando mi sembra che i due piatti raggiungano l’equilibrio. Ecco, con la Yahagihara ci è voluto un po’, ma il coraggio è arrivato.
Piangerai un casino!
Sarà orribile!
Ho provato a leggerlo ma l’ho mollato, si sta troppo male!
Stupendo… però che sofferenza.
No, zero, già sto da cani di mio, una roba del genere non la leggo neanche se mi pagano.
Quando l’hai finito dimmi che ne pensi, devo parlarne con qualcuno.

Ed eccoci qua.

Che cosa succede in questo libro, in estrema sintesi?
Una vita come tante racconta i rivolgimenti esistenziali di quattro amici.
Willem, Jude, JB e Malcolm si incontrano poco meno che ventenni al college e, fra alti e bassi, allontanamenti e riavvicinamenti, carriere che svoltano e battute di arresto, le loro esistenze continuano a intrecciarsi per i tre decenni successivi.
Il centro di gravità è New York, che tutti finiscono per abitare in modo diverso ed emblematico.
Il protagonista – anzi, il mistero da risolvere – è Jude. Ed è a Jude che ne capitano di tutti i colori.

Nella prima parte del romanzo, Jude resta nelle retrovie. Conosciamo meglio i suoi compagni di stanza, le loro lotte interiori per trovare una direzione e un posto nel mondo – Malcolm vuole fare l’architetto, JB vuole fare l’artista e Willem fa il cameriere mentre sgomita per diventare un attore. Il terzetto si destreggia tra zavorre dell’infanzia, ambizioni, dubbi e fatiche “pratiche” correlate al diventare grandi… e Jude pulisce casa. Cucina. Li osserva. Aggiusta quello che si rompe. Studia legge e matematica – rivelando la sua prodigiosa intelligenza. Zoppica. Digrigna i denti per il dolore e si scusa continuamente, perché si sente d’impaccio. Quel che sappiamo di Jude è che, in un momento imprecisato del suo passato, un tremendo incidente gli ha danneggiato in maniera invalidante la schiena e le gambe. Cammina male e amministra quotidianamente un dolore cronico, che a volte lo investe con una forza tale da paralizzarlo, cancellando anche i pensieri. Jude, però, non ne parla. Glissa sulla sua provenienza, glissa sulle sue strane abitudini, si scansa bruscamente quando qualcuno cerca di toccarlo – anche solo per dargli una pacca sulla spalla – e non si fa mai sorprendere a braccia scoperte – o nudo, figuriamoci.


Il disvelamento di Jude, se così possiamo chiamarlo, è la spina dorsale del libro. Il suo ostinato ermetismo è una strategia per arginare i ricordi di un passato indicibile, ma anche per limitare il disgusto che Jude è convinto di suscitare negli altri. È una corazza difensiva, piena di falle e spiragli, è il tentativo di cambiare pelle e di diventare una creatura nuova, un uomo che si rimette insieme un pezzo alla volta, piegando la realtà ai suoi molti segreti, elaborando strategie per rimanere al sicuro. Jude assorbe il male che gli è stato fatto e finisce per assumersene la responsabilità, tramutandolo in qualcosa di irreparabile, da custodire per non allontanare chi, nella sua “nuova” vita, gli sta facendo conoscere un universo nuovo, dove sono possibili l’amicizia, l’amore e la fiducia.

Scopriamo poco a poco che cosa è successo a Jude. Perché Jude “è così”. E, con il procedere del romanzo, le nostre conoscenze sono comparabili a quelle degli altri personaggi. Finiamo anche noi per domandarci come “gestire” Jude, lo ammiriamo per la sua tenacia e per i suoi successi – perché intuiamo che arriva da una moltitudine di posti che, tipicamente, non sfornano giuristi di spicco, matematici brillanti o esseri umani di una tale sensibilità. Restiamo con lui perché la sua fatica e il controllo costante che cerca di esercitare sul suo corpo e sulla sua mente sono esercizi titanici e vorremmo alleggerirgli il fardello, pur sapendo che non ce lo permetterà. Lo seguiamo perché ci fa arrabbiare, perché scopriremo che cosa è stato e vorremmo dirgli che non è colpa sua, che può smettere di farsi del male.

Spulciando un po’ in rete alla ricerca di notizie sull’autrice, mi sono imbattuta in diverse interviste – e anche in un diario di bordo “visivo” che ha accompagnato Yanagihara durante la stesura del libro. Una domanda ricorrente è “ma perché così TANTO dolore?”.
È una domanda legittima. Una vita come tante è un romanzo sul dolore. Ed è un romanzo che esplora gli estremi dello spettro emotivo e gli strascichi eterni del trauma… ma si sofferma anche sull’enigma delle fortune umane. Tutto sembra governato da una forma sghemba di giustizia ultraterrena: si può ottenere un risarcimento per le sofferenze patite, ma non sarà mai un risarcimento sufficiente a guarirti dove più ne hai bisogno. Sarà una compensazione parziale, imperfetta, quasi malvagia nella sua inadeguatezza. Jude ci sottrae l’illusione di una felicità riparatrice o, se proprio, ci mostra la natura effimera dei periodi di tregua, pace, appagamento.
L’autrice ha più volte raccontato che questo calcare la mano è voluto e che il suo intento, scrivendo, era di amplificare fin quasi al paradosso tutto quello che di terribile può capitare a una persona, di spingersi fino ai confini più estremi dell’oscurità. Non c’è sfiga che a Jude venga risparmiata. E queste sventure – che si tratti di patimenti della carne o dello spirito – vengono anche descritte con puntiglio, chirurgicamente. A che scopo si continua a vivere, se il prezzo da pagare è questo?

La copertina dell’edizione originale, così come quella di Sellerio, che ha pubblicato Una vita come tante in Italia con la traduzione di Luca Briasco, è una fotografia di Peter Hujar – e sempre di Hujar sono le immagini che accompagnano questo post. Sembra un tizio che sta male, così di primo acchito. Il titolo dell’opera, in realtà, è Orgasmic Man. Leggendo, la scelta iconografica appare perfetta. Tanto, in questo romanzo, ruota attorno al corpo (spesso traditore), al sesso, all’intimità e all’abbandono. Ai segni che rimangono e alle cicatrici invisibili. Al fatto che un’esperienza possa risultare normale e meravigliosa per qualcuno e, contemporaneamente, traumatica e irreparabile per la controparte, innescando un meccanismo che somiglia alla dipendenza, a una catena infinita di compromessi che facciamo per tenere insieme i cocci e restare aggrappati a quello che abbiamo di più caro. Di indispensabile.

Anche il titolo è una specie di camaleonte. In originale, questo libro si chiama A Little Life. Man mano che si macinano pagine, ci si rende conto delle sue molte facce. Una di quelle più significative, secondo me, è anche un’esortazione impossibile da assecondare. “Forza, dai. Un po’ di vita!”. Jude se lo sente ripetere spesso… sia testualmente – durante specifiche situazioni traumatiche della sua infanzia e prima adolescenza – che velatamente, da una moltitudine di personaggi che costituiscono la sua famiglia allargata, la sua zattera di salvataggio. E forse è proprio questo il punto. Possiamo pensare di salvare davvero chi non si ritiene degno di essere salvato? Chi vuole arrendersi perché non ha più le energie per combattere?

Sono felice di aver letto questo libro. Non sono certa di poterlo consigliare. Non è un libro che si può consigliare. È come augurare a qualcuno di star male. Ma è un libro che spero possa essere letto e capito come merita, perché è una specie di monumento. Contiene l’ombra più fosca e uno spirito combattivo difficile da intravedere, ma potentissimo. Raramente – o forse mai – mi è capitato di “conoscere” personaggi così complessi, spregevoli, disarmanti e “buoni”. Non ho parlato di paternità, degli ambienti, di carriera e lavoro, di autolesionismo, di menzogne. Non ho parlato davvero di fluidità nell’approccio ai rapporti amorosi… e chissà quante altre cose ci sarebbero da dire. Ho la sensazione di poter parlare di questo libro per anni, perché porterò sempre con me un brandello di Jude e una rabbia senza soluzioni. È un romanzo terribile. È un romanzo bellissimo. E non ho la minima intenzione di sfoderare la bilancia per illudermi che esista un equilibrio. Prendo atto dell’impossibile. E spero di averne colto, almeno in parte, la complessità.

Il mondo dell’editoria per l’infanzia è un posto bellissimo. E non solo “visivamente”. I libri per i piccoli sono oggettivamente favolosi da vedere, ma rispondono anche a una vocazione progettuale e creativa che fa dell’invenzione il suo strumento principale. Il mio infante va per i tre anni e, dopo aver palpato e stropicciato tutto il palpabile e lo stropicciabile, è passato all’analisi meticolosa delle illustrazioni e all’ascolto (assai attivo) di una storia. Abbiamo accumulato tanti titoli che vengono ciclicamente amati con grande trasporto e che, in tutto il periodo del nido, si sono rivelati preziosi alleati nelle perenni operazioni di intrattenimento  della prole. Qui c’è qualche suggerimento per popolare le librerie dei vostri bambini – o quelle di amichetti, minuscoli parenti, nipotini e compagnia saltellante.
Lista – lacunosa ma collaudata.

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Marianna Coppo – Petra

La storia del sasso meno statico di sempre. Lanci! Avventure! Trasformazioni! Illustrazioni adorabili!

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Le mie prime 100 parole

Animali, oggetti domestici, cibo, operazioni quotidiane, veicoli… una specie di riassunto per immagini del mondo, per dare un nome alle cose. Esistono anche degli approfondimenti tematici, nella medesima collana. Cesare si è infervorato molto anche per I miei primi 100 animali e Numeri colori forme.

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Angela P. Arrhenius – Dove sei Signora Gallina?

Cavallo di battaglia assoluto durante il primo anno di nido, Dove sei Signora Gallina? è un libro interattivo con delle sagomine di feltro da sollevare per trovare bestie nascoste in luoghi PALESISSIMI. Grasse risate e diversi ambienti da esplorare, visto che la collana non si è fermata all’aia della Signora Gallina, ma ormai abbraccia gli ecosistemi più remoti. Per espandere la collezione, infatti, ci sono anche Dove sei Signora Zebra?Dove sei Signor Pinguino?Dove sei Signor Orso?Dove sei Signor Leone? Dove sei Signor Cane?. Ma non finisce qui, secondo me. DOVE DIAVOLO SIETE, BESTIOLE. DOVE!

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Mathew Neil – La mia prima biblioteca. I dinosauri

UN COFANETTO MIRABILE CON MONOGRAFIE ILLUSTRATE E RIMATE SUI DINOSAURI PIÙ EMINENTILa collana è ricca. Per dire, c’è anche il cofanetto Leggo e imparo con i numeri, le forme, le letterine… noi, ovviamente, ritenevamo prioritario insegnare a Cesare come campa uno stiracosauro.

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Agathe Demois & Vincent Godeau – Borgo nascondino

Qua serve molta guida da parte dei grandi, perché le illustrazioni sono stilizzatissime e anche la fruizione non è proprio elementare. Ciò detto, evviva. C’è una grossa lente da spostare sulla pagina per far apparire e scomparire pezzi di disegno, riportando alla luce particolari nascosti.

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Emilie Collet – Gli animali nella musica classica

Compositori celebri che raccontano, in musica, il mondo degli animali. Ogni pagina è dedicata a un brano, che si può ascoltare passando il polpastrellino su un bottone.

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Con un ditino – Nella notte blu

I libri con le finestrelle sono una pietra miliare dell’interattività analogica. Qua succede un po’ di tutto. Si possono far crescere i tulipani, viaggiare da una sponda all’altra del mare, cavalcare arcobaleni. Tutto con un ditino.

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Jo Lodge – Roar! Roar! Dinosauri!

Il principio del ditino può essere esteso anche ai grandi rettili della preistoria. Qui non ci sono millemila pagine, ma i dinosauri combinano cose avvincenti. Apatosauri che allungano il collo… pterodattili che sbattono le ali… stegosauri che pestano i piedi… alé.

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Agnese Baruzzi & Gabriele Clima – Buongiorno, pettirosso!

In pratica è un romanzo di formazione che ripercorre le vicende quotidiane di due pettirossi e dei loro genitori. Il libro è pieno di fustellature interessanti, che animano il bosco e aggiungono una dimensione ulteriore al racconto. Ci sono anche Buongiorno, leprotto! e Buongiorno, farfalla!.

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Galia Bernstein – Uno di voi

Grandi felini VS un gattino che sostiene di essere come loro… ma in piccolo. Un libro per imparare ad accantonare le differenze per pensare a quello che ci unisce.

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Eric Carle – Il piccolo Bruco Maisazio (Edizione pop-up)

Classico imprescindibile dell’editoria per l’infanzia, il Bruco Maisazio continua a prosperare, divorando tutto quello che si para sul suo cammino. Questa è un’edizione pop-up di grande impatto scenografico.

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Emilia Dziubak – Un anno nella foresta

Solo illustrazioni. Il medesimo scorcio di foresta, ridisegnato in maniera diversa per ogni mese dell’anno. Che cosa ci si può tirare fuori? Un ragionamento sulle stagioni e sul ciclo della natura. Ma può diventare anche una caccia al tesoro, perché gli animali appaiono e scompaiono – c’è anche una doppia pagina dedicata all’habitat notturno -, vivono la loro vita, si inseguono, si moltiplicano, vanno in letargo, si svegliano, FANNO COSE. Ricchissimo e super divertente da analizzare.

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I piccoli Montessori – Le forme da toccare

L’Ippocampo ha sfornato una piccola collana di scatoline montessoriane che esplorano diversi temi e che, per quel che ho visto giocandoci a più non posso, sono strutturate in maniera molto funzionale e coinvolgente per gli infanti. In questa dedicata alle forme, ad esempio, diverse tesserine con disegnati sopra oggetti quotidiani o “riconoscibili” (dal biscotto alla piramide, per dire) vanno associate alla forma corrispondente, stampata in rilievo ruvidino su un altro cartoncino.

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Che verso fai?

I libri coi buchi sono un’altra meritevole tradizione che vale la pena perpetrare. Quelli della Coccinella, poi, sono invariabilmente corredati da mirabili testi in rima – penso anche a Il gufo e gli altri – oltre che da disegni e soluzioni sceniche assai estrose.

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Hervé Tullet – Un libro

Semplicissimo e geniale. Ogni pagina offre delle istruzioni da eseguire. E alla pagina successiva bisogna vedere che cosa succede. Schiaccia il pallino! Soffia! Scuoti! Genera invasamento istantaneo, all’interno di una perfetta sospensione dell’incredulità.

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Tom Fletcher – C’è un mostro in questo libro

Stesso principio di Tullet, ma qui le cose succedono a un mostrino blu invece che a una schiera di pallini colorati.

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Britta Teckentrup – Ape

Illustrazioni pregevolissime e articolate peregrinazioni boschive alla scoperta della natura, seguendo il percorso dell’alacre ape operaia.

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Chris Hadfield – Il giorno della Luna

Hadfield è uno dei miei astronauti preferiti su Twitter e sono felice che la sua opera di divulgazione scientifica e spaziale sia arrivata anche ai più piccoli. Qui si parte dalla paura del buio (e dei mostri che si nascondono nell’ombra) per arrivare fin sulla superficie della Luna.

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Piccoli libri con adesivi – La fattoria

Gli adesivi sono una fonte perpetua di intrattenimento. Quelli di Usborne hanno un tratto gradevolissimo e, per quel che ho visto, procedono per aree tematiche. La fattoria è rappresentata in diversi ambienti, tutti da popolare con la corrispondente pagina di adesivi. In un momento di particolare machismo, Cesare ha anche preteso di manovrare dei camion.

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Emma Dodd – Quanti tesori!

Emma Dodd riesce immancabilmente a farmi piangere. Perché le sue sono storie di mamme e di papà che insegnano a cuccioli di ogni genere come si sta al mondo. Alla fine del libro tendo ad abbracciare Cesare con foga gridando che gli voglio bene. Di base, mi risponde ANCH’IO TI VOGLIO BENE MAMMINININA. Sì, gli è partita la fase del vezzeggiativo estremo. Comunque, Emma Dodd funziona. E ho amato anche Quel che conta di più.

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Nicky Benson & Jonny Lambert – Ti voglio bene, cucciolo mio

Non lo so, ho un debole per gli animali che insegnano teneramente quello che sanno ai rispettivi cuccioli, esplicitando con efficacia l’ampiezza del loro spettro emozionale.

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Tom Schamp – Il più folle libro illustrato del mondo

Da bambina abituata ai fasti di Richard Scarry, non posso che approvare questa specie di atlante più o meno immaginario dello scibile umano. C’è di tutto. Ci sono le stagioni, i mezzi di trasporto, i supermercati, gli strumenti musicali, gli abiti… ogni vasto insieme concettuale viene esplorato nei dettagli più minimi, aggiungendo personaggi immaginari zoomorfi a cui ne succedono di ogni. Un altro testo da esplorare insieme, spiegando e inventando collegamenti.

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Colorami – Chi c’è sott’acqua?

Una piccola collana di libri-bagno (solo illustrati) da far fluttuare nella vasca. I librini sono di plastica galleggiante e partono in bianco e nero. Si colorano quando vengono immersi… e le strategie possono essere molteplici. Cesare è passato da un repentino tuffo dei volumi nell’acqua a una fruizione più paziente, colorando con il ditino bagnato le pagine. Coccosissimi.

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Tupera Tupera – Le mutande di Orso Bianco

La transizione pannolino-mutanda (accompagnata dalla transizione mi faccio tutto addosso/mi siedo sul water) è una grande tappa evolutiva. Fior di testi affrontano la scottante tematica. Uno dei nostri preferiti è questo, che racconta la storia di un Orso Bianco che perde tragicamente le mutande e va a cercarle per mare e per terra con indomito coraggio.

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Claudio Gobbetti & Diyana Nikolova – Teniamoci stretti

Un trattato sull’utilità dell’abbraccio, pratica benefica che viene qui esplorata ripercorrendo le avventure di una famiglia di lontre particolarmente affettuose e affiatate.

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Gek Tessaro – I bestiolini

Che cosa succede quando si guarda da vicino un prato? Succede che si scopre un mondo, fatto di creaturine minuscole con un’identità ben definita. Un maestro della narrazione per l’infanzia che si diverte a raccontare la complessità della natura e la necessità di rispettare anche chi è più piccolino di noi.

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Mi sarò dimenticata qualcosa? È molto probabile. Ma buone letture lo stesso a tutti quanti. :3

Il multiforme ingegno dell’umanità ha generato, in anni recenti, professioni nuove. Mi sono laureata con la convinzione di dovermi inserire in una granitica struttura aziendale, svolgendo mansioni ben codificate e spiegabili con relativa facilità ai miei parenti. E ci sono stata, in azienda. Per due lunghi scaglioni temporali. Ho iniziato in una casa editrice, al marketing. Poi mi sono spostata e ho militato come copy in un’agenzia digital. Adesso sto a casa mia, spesso in vestaglia, e dedico una considerevole porzione della mia giornata alla produzione (più o meno retribuita) di contenuti che vanno a finire su Instagram, Facebook, Twitter. O sul blog.

La tranquillità di mia MADRE è, da sempre, inversamente proporzionale al grado di solidità del mio contratto. Agli inizi della mia sfavillante carriera, un tempo indeterminato in un mastodontico gruppo editoriale le permetteva di dormire sonni tranquillissimi. Ora che ho aperto la P. IVA – e che un po’ traduco libri e un po’ parlo da sola dentro a un telefono – la vedo decisamente meno riposata.

Per la porzione “WEB” del mio lavoro esiste, in prima istanza, un problema di definizione. “Imprenditrice digitale” va bene se sei la Ferragni o se il tuo matrimonio ha generato l’indotto di un parco a tema in alta stagione. “Blogger” andava bene dieci anni fa. “Influencer” non si può più utilizzare seriamente, è uno di quei termini che può essere impiegato con blanda disinvoltura solo all’interno di una frase sarcastica e/o auto-denigratoria.

Va anche ricordato, però, che la ricezione di un termine dipende anche parecchio dal contesto. Nel nostro contesto, che non brilla per tenerezza e tende anche un po’ alla generalizzazione più spiccia, gli “influencer” sono ritenuti – quasi senza eccezioni – dei pagliacci pieni di soldi che non fanno una mazzafionda dalla mattina alla sera e che lucrano sulle risicatissime capacità critiche di orde di mentecatti che si lascerebbero convincere pure a sostituire lo spazzolino da denti (che utilizzano abitualmente) con lo scopettone del cesso (che utilizzano con altrettanta frequenza).

Scegliamo dunque un’altra parola, visto che avvalersi di “influencer” equivale ormai al tirare un bestemmione in chiesa.
Ebbene, per non farti ridere dietro da grandi e piccini e qualificarti con una certa precisione, se lavori sui social inventando roba che la gente può leggere e guardare, pare vada ancora bene la locuzione “content creator”. Didascalico ma neutro. Senza autocelebrazioni pretenziose. Pulito. Schietto. Funzionale.
Perché queste etichette son tutte in inglese? Non si sa. In italiano fanno ancora più ridere. Cosa fai? Faccio il CREATORE… COME DIO. E torniamo al problema dei moccoli nei luoghi di culto. Teniamoci, quindi, l’anglicismo. E andiamo in pace.

Ma di che si occupa, nel concreto, un essere umano che campa così? Di tante cose, soprattutto se non ha raggiunto una massa critica tale da permettergli di impiegare uno staff di assistenti, manager, truccatori, fotografi, stagisti, guardiani del faro, bambinaie, cocchieri, assaggiatori di pietanze e piastrellisti.
Io, su Instagram, ho quasi 60.000 follower. Se vogliamo stabilire dei termini di paragone, all’interno della catena alimentare delle professioni digital d’avanspettacolo, sono praticamente un cetriolo di mare.

E no, non si tratta di far sfoggio di finta modestia. Conservare un certo senso della realtà è fondamentale, se si vuole procedere con dignità. Se non sai comprendere il contesto in cui sei inserito – il tuo posizionamento, insomma – non sarai capace di valutare le proposte che ti arrivano e nemmeno di operare in maniera efficace e plausibile all’interno del tuo ambiente.

I cetrioli di mare possono diventare maestosi capodogli? Perché no. Ma non è spacciandosi per capodogli quando si è cetrioli di mare che si riuscirà ad accelerare il ritmo del processo evolutivo.

Ma cerchiamo di procedere. Chiaro, l’operatività quotidiana di un CONTENT CREATOR non è fisica nucleare, ma presenta comunque un certo tasso di ingarbugliamenti, dilemmi, scleri, sospiri di sollievo, autentico spasso e moti d’indignazione. Quello che “esce” sui social è, più o meno sempre, solo la puntina di un iceberg di assurdità ed estenuanti processi negoziali che si svolgono sotto la gelida superficie del minaccioso oceano delle digital PR.

Ma è tutto “lavoro”? No. Anzi, dipende. Dipende da come imposti la tua presenza online. Per esempio, io ho cominciato a raccontare delle cose su un blog nel 2010. La mia idea era piuttosto elementare: creare un contenitore dove poter coltivare la mia passione per la scrittura e raccogliere scoperte, ricordi e riflessioni. Il blog era una sorta di diario, un vasto insieme di finestrelle da spalancare sui temi che mi stavano a cuore.

Come molti miei “colleghi” di lungo corso – alcuni assai più lungimiranti di me -, non avevo idea di quello che sarebbe capitato dopo. E che cos’è capitato? Si sono aggiunti i social. Sono spuntati canali e linguaggi nuovi. È diventato possibile ricevere, in maniera crescente, feedback diretti e istantanei, interagire con i lettori/fruitori di contenuti senza particolari barriere, creare poli di aggregazione specializzati, costruire (più o meno accidentalmente) delle community capaci di superare la logica del “seguo solo la gente che conosco nella VITAH VERA o che faceva la mia scuola”.

Le piattaforme digitali si sono ritagliate, pur muovendosi secondo velocità d’adozione e di diffusione diverse, un grande spazio nella composizione della nostra dieta mediatica. E chi si prendeva cura di un diario virtuale (magari su diverse piattaforme, come è pian piano accaduto a me), ad un certo punto si è accorto, in maniera assai misurabile, di non parlare più da solo. Anzi.

Sapere che c’è qualcuno che ti legge o che guarda le tue foto su Instagram modifica il tuo approccio? Credo sia inevitabile, in una certa misura. Esistono facoltà di sociologia che studiano il presente con la speranza di decodificare cosa succede in un contesto dove tutti possono produrre di tutto a beneficio di tutti gli altri. C’è un grado di artificiosità fisiologica, credo. Ma forse “artificiosità” non è il termine corretto. Per me tutta la faccenda somiglia di più a un’assunzione di responsabilità e a una presa di coscienza – rispetto all’esistenza di un filtro tecnico dato dal mezzo e all’esistenza di un pubblico – che a un EVVAI FACCIAMO IL TEATRO ELABORIAMO UNA PERSONALITÀ ALTERNATIVA.

Sapere di essere osservati può produrre mostri? Certo. E la conclusione più semplicistica che potremmo trarre, rispetto a questo stato di cose, è la seguente: MA ALLORA È TUTTO FINTO!1!1111!!1!!
Può essere. Ma anche no.
Il grande evento che, secondo me, ha polarizzato parecchio le cose è, in estrema sintesi, l’apparizione dei soldi. Da posti in cui ci si raccontava i fatti propri e ci si entusiasmava per le stesse cose – ma così, per la gloria – i social sono diventati anche delle nuove “destinazioni” pubblicitarie, oltre a piazze dove trovare contenuti che potevano informare o intrattenere.

E qui torniamo alla grande scelta di approccio. Continuo a fare quel che mi pare, creando un mix di contenuti che comprenda anche collaborazioni commerciali – se sussistono determinate condizioni “di ingaggio” -, o mi strutturo come una pura piattaforma pubblicitaria?

A titolo personalissimo, non credo di essere un buon cartellone pubblicitario regolamentare, per quanto riadattato al canale digitale. E anche in questo caso non si tratta solo di auto-proclamarsi CREATOR retti, genuini e irreprensibili, ma di strutturare un ragionamento che tenga conto dell’impatto sul vivere quotidiano dei contenuti che escono per lavoro (per quanto scelti e prodotti con cura), ma anche dell’efficacia di quello che si vende al cliente (l’entità commerciale che ti propone di lavorare) e del valore che attribuisci alla relazione costruita con la tua community.

Da utente, non storco il naso in automatico di fronte a un post che finisce con #ad. Non parto dal presupposto che, se c’è #ad, la comunicazione sia invariabilmente ingannevole, disonesta, paracula, poco sentita, opportunistica e, alla fine della fiera, non sincera. Vedere un post sponsorizzato “fatto bene” è sempre fonte di curiosità e anche di una discreta speranza per l’avvenire. Come decido se un post sponsorizzato è fatto bene o fatto male? Mi domando quanto somiglia alla persona che l’ha sfornato – per quanto posso conoscerla dalla mia posizione di utente all’interno della community che quella persona ha creato – e lo esamino con attenzione per rilevarne le dimensioni di creatività, ricchezza comunicativa e infomativa, qualità visiva e, grande prova del nove, differenze rispetto a una pubblicità tradizionale o a un messaggio “neutro” affidato, ad esempio, a un testimonial puro.

Non partire prevenuti vuol dire essere scemi? Spero di no. Qualsiasi contenuto in cui ci imbattiamo – che si tratti di una notizia, di un libro che leggiamo, della recensione di un film o di un #ad sui social – richiede l’esercizio di un sano senso critico. Siamo immersi in un sistema complesso di stimoli e gestiamo una massa enorme di informazioni a una gran velocità. È come se la nostra soglia dell’attenzione si fosse al contempo abbassata molto – perché c’è troppa roba da elaborare – e affinata rispetto a un passato anche assai recente – perché abbiamo trovato il modo di “abitare”, pur in maniera lacunosa, questa complessità nuova. Siamo, in sintesi, meno facili da infinocchiare ma anche più esposti, quantitativamente, a un potenziale infinocchiamento, perché il tempo per approfondire quel che vediamo non si è espanso in maniera proporzionale rispetto alla quantità di stimoli che riceviamo.

Che cosa usiamo per non perderci e controllare l’ambiente? Usiamo delle scorciatoie e delle semplificazioni. Lo fanno i creatori di contenuti e lo fanno anche i fruitori di questi contenuti. Chi produce materiale per gli altri ha bisogno di suscitare reazioni, possibilmente positive e partecipi – perché la moneta che abbiamo a disposizione per farci notare e/o ingaggiare da un’azienda è un mix di indicatori numerici che comprendono, tra le altre cose, la quantità e la qualità delle interazioni che riusciamo a generare. Un effetto collaterale di questo bisogno di pungolare il pubblico a reagire sono, tanto per fare un esempio, le domande demenziali alla fine dei post – “E a voi piace essere felici?”. La sensazione, spesso, è quella di girare eternamente in tondo nel medesimo stagno di messaggi elementari e generici. Ci si diluisce per piacere a più persone possibili – e per permettere a più persone possibili di immedesimarsi in noi o nel costrutto aspirazionale che tanti scelgono di proiettare – fino a risultare, di fatto, indistinguibili.

Ma qual è il margine di manovra reale per far uscire contenuti significativi? Dipende. Non tutti i brand – nonostante scelgano di investire dei soldi in campagne di influencer marketing e paghino anche delle agenzie digital affinché queste campagne vengano inventate e gestite nell’operatività – sono effettivamente in grado di capire il mezzo. Dipende tanto anche dai professionisti a cui si affidano. Parecchie agenzie vendono ai clienti progetti con i famigerati influencer senza prima aver “educato” adeguatamente il cliente alle dinamiche di un lavoro di quel tipo. I soldi del cliente fanno comodo, ci mancherebbe, ma un’agenzia decente dovrebbe puntare a vendere progetti efficaci ai brand che segue, mettendo il cliente nelle condizioni di costruire un brief adatto al mezzo e di aiutarlo a leggere i risultati in maniera realistica.

Che succede se il cliente è convinto di potersi muovere sui social come si muove – magari da decenni – in tv o sui cartelloni pubblicitari? Succede che Instagram diventa un canale di televendite. Succede che i content creator non hanno un bel niente da creare, perché il cliente pretende che si reciti a memoria una roba che andrebbe bene per una valletta di Mike Bongiorno, un messaggio così artificiale da risultare identico per tutti, scollegato da chi lo trasmette e, fondamentalmente, inutile.

E come la risolviamo? Facciamo come ci pare e buonanotte? Non proprio. Ogni progetto ha uno scopo preciso, delle informazioni chiave da convogliare, dei tempi e delle indicazioni da seguire in merito ai canali, alla composizione visiva e chi più ne ha più ne metta. Tutta questa roba, tanto per fare la maestrina, viene raccolta ed esplicitata in un BRIEF – che sarebbe già bello ricevere quando ti propongono un lavoro, ma che molto spesso finisci per costruirti tu dopo una devastante operazione di maieutica.

MA ALLORA È KOMUNKUE TUTTO FINTOHH!!!1!!1111!
Il difficile sta proprio qua.
Ovvio, produrre una “bella” foto e scriverci sotto delle cose è un’operazione che richiede tempo ed elucubrazioni. Fa parte del lavoro, ma è solo il pezzettino finale. Le decisioni che devi prendere PRIMA di far uscire un contenuto sono quelle più importanti. Ti devi domandare se ha senso accettare quel lavoro in base a “cosa sei” online. Ti devi domandare quanto ti sarà possibile, date le informazioni di base a tua disposizione, raccontare qualcosa come lo faresti normalmente. Il fatto che qualcuno voglia pagarti implica automaticamente che quello che ti chiedono di sponsorizzare sia favoloso – o che vada sponsorizzato (da te, in particolare)? Non penso.

I lavori che NON si accettano – per ennemila motivi – sono molto più importanti di quelli che si accettano. Ma non perché siamo tutti Naomi Campbell e non ci vogliamo alzare dal letto per meno di 10.000$. È importante che il lavoro – in generale – venga retribuito adeguatamente, ma la valutazione della proposta economica è solo un pezzettino delle variabili da governare. Meglio crepare di fame, perché solo chi crepa di fame è onesto davvero? Quella è un’altra distorsione. L’ambizione che dovremmo coltivare, credo, è essere pagati il giusto per inventare contenuti di cui poter andare fieri. E il primo passo verso questo ambizioso traguardo è valutare bene (e filtrare) le proposte che arrivano.

Ma son comunque contenuti che escono dopo una “sollecitazione”, non sei comunque spontanea!!1111! Parlando di quello che si fa quotidianamente – come nel mio caso -, capita spessissimo di raccontare “gratis” tantissime cose. Segnalazioni di posti, negozi, mostre, giri, mete, cibo, beveraggi, ristoranti, libri, giocattoli, rossetti, coppa, salami, tazzine del caffè, deltaplani, spade laser, ROBA. La cura che ci vuole (e il tempo che si impiega) per farlo non è trascurabile. Ogni tassellino contribuisce ad esplicitare una certa attitudine narrativa, estetica, valoriale. Lo fai perché ti diverti e perché, come essere umano, insegui quello che ti incuriosisce e ti va di parlare di quello che ami. Puoi scoprire qualcosa lungo la strada? Credo di sì. Puoi scoprirlo per conto tuo – “oh, ho letto su giornale che c’è una mostra nuova al Supermuseodelcuore!” – o puoi scoprirlo perché te lo dice un ufficio stampa – “Ciao, Francesca. Vorremmo invitarti all’inaugurazione della nuova mostra al Supermuseodelcuore”. La mostra al Supermuseodelcuore ti interessa? Sì? Perfetto. Andando all’inaugurazione non demolirai la legittimità del tuo interesse, credo. Coglierai l’opportunità di poterla raccontare meglio? È probabile. Perché le condizioni di accesso saranno “migliori” – magari avrai una guida a disposizione, tutta per te. E potrai convogliare la ricchezza di quello che ti viene presentato al tuo pubblico, creando un ponte.

Verranno sempre fuori meraviglie? Sarai sempre protetta da una coerenza adamantina? Ma magari. La tua percezione non è del tutto sovrapponibile a quella degli altri. Un contenuto che a te sembrava perfettamente sensato potrebbe essere accolto con meno entusiasmo rispetto a un contenuto che racconta un’impresa che ti sembrava più lontana dalla tua benedetta confort zone. È la fine del mondo? Macché. Può diventare utile. Può essere l’inizio di una conversazione e di una riflessione. Che senso ha buttar fuori un fantastiliardo di post se poi non te ne prendi cura e se non impari niente da quello che puoi osservare – sia a livello di dati che di chiacchiere?

 

Le chiacchiere sono di un’importanza capitale. Sia quelle che si vedono – le interazioni pubbliche, come possono essere i commenti a un post – che quelle che non si vedono – i DM che ti arrivano, per esempio. Si apprende moltissimo, si misura il famigerato SENTIMENT di un contenuto, ci si conosce – almeno un po’. L’asimmetria te/pubblico è un altro fattore strutturale. Ma non perché te la tiri e non hai voglia di star lì a parlare con @fragoletta_di_bosco_79. L’asimmetria esiste perché tu sei un’entità singola e, di contro, esistono 60 mila fragolette di bosco. L’asimmetria è anche accentuata dall’illusione della vicinanza. Una persona che ti vede tutti i giorni in vestaglia mentre racconti delle cose stabilisce con te un legame stretto, che tu non puoi ricambiare con la medesima intensità.

Possono esserci effetti collaterali. Anche paradossali. È un po’ come se chi produce contenuti venisse percepito, gradualmente, un po’ meno come una persona e un po’ più come un servizio. O uno spettacolo. O Google. Rendersene conto è bizzarro. Riesco fare (anche) questo lavoro perché posso contare sul sostegno di tante persone che mi ascoltano con pazienza e si interessano a quello che scopro e mi va di condividere. Mi sento sempre in debito con chi legge, ascolta, commenta, guarda, interagisce. E tratto chi mi sostiene con tutta la sollecitudine possibile, senza particolari sacrifici – se mi scatenasse una fatica soverchiante non lo farei di certo. Ma c’è anche un confine da tracciare. Mi sembra legittimo, di tanto in tanto, far notare che chiedermi dov’è che si può parcheggiare nei pressi del Piccolo Teatro non è un’informazione che ha senso cercare di ottenere da me. Così come mi sembra legittimo sgranare gli occhi di fronte a uno sconosciuto che ti scrive “senti la mia fidanzata compie gli anni domani puoi venire a Stocazzago Di Sotto che così facciamo l’aperitivo insieme le farebbe proprio molto piacere”. True story.

Sono casi limite e sono anche rari – in proporzione, ma ci sono. È colpa di qualcuno? Non è facile stabilirlo. La realtà, secondo me, è che non sappiamo ancora molto bene come gestire tutta questa roba. Ma da entrambi i lati della relazione. La comunicazione è talmente diretta e accessibile da prevedere un legittimo abbattimento dei convenevoli, ma mi pare anche importante rimarcare l’ovvio. Non è che perché posso parlare con qualcuno ho anche il diritto di dirgli quel che mi pare. Si sente anche molto spesso questa stupidaggine conclamata: “eh, ma scusa, stai online, ti esponi, ti devi beccare quello che arriva”. La situazione ottimale è ben lontana da questa convinzione, secondo me. Sto lì perché voglio interagire, chiaramente. Ma lo star lì non autorizza nessuno – in nessun caso – ad elargire sgradevolezze gratuite.

Che vogliamo, solo gente che ci dice che abbiamo ragione? O solo interazioni stereotipate da gruppo Telegram di scambio-commenti? CHE TOP TESORO SEI BELLISSIMA WOW DA PROVARE FANTASTICO BELLA CHE BELLO SUPER. Magari no. Ma è un lavoro ad alto tasso di coinvolgimento personale e presenta delle delicatezze non trascurabili. Mi sembra che non ci si pensi o che non venga molto percepito. Cavolo, siamo ancora qua a dover scrivere delle lenzuolate per provare a spiegare che non tutti stanno su Instagram solo per vendere il tè dimagrante. Come in tutti gli ambiti professionali, ci sono i cani, gli opportunisti e i truffatori dichiarati… ma ci sono quelli che se la cavano con dignità – se non proprio bene. Come si organizzano gli altri? Come gestiscono l’operatività quotidiana? Si fanno pure loro tutti questi patemi? Non lo so.

È il caso di piangersi addosso? Ma figuriamoci. I vantaggi sono VASTI, ma l’equilibrio è fragile. Se penso a quanto mi viene pagato un lavoro su Instagram in confronto a quanto mi viene pagata una traduzione mi sento male. E il fatto che ci siano davvero dei benefit materiali molto spiccati è pericoloso. Perché ti ritrovi per le mani un’esternalità positiva che non avevi in nessun modo previsto. È un po’ come se, per ammazzare il tempo, ti fossi messa lì ad appoggiare dei mattoncini uno sopra l’altro. Così, uno ogni tanto. Ma senza chissà quali ambizioni o strategie. E poi, dieci anni dopo, tiri su gli occhi e ti accorgi di aver costruito una casa. E ti si riempie la posta di gente che vuole arredartela gratis. O che, anzi, ti vuole pagare per arredartela.

Ci vuole un attimo a rincoglionirsi completamente. O a credere che tutto quello che c’è di bello ti sia dovuto. E, anche qui, non si tratta di fare la ragazza semplice o la miracolata. Si tratta di imparare a navigare, al meglio delle tue possibilità, in una specie di oceano che ha ancora bisogno di essere estensivamente mappato, perché prima non c’era. C’erano solo degli stagni molto piccoli. O delle pozzanghere. E la consapevolezza più importante da coltivare, secondo me, è l’instabilità dell’impresa. Basta scegliere male un lavoro per ritrovarsi mediamente crocifissi in multipiattaforma. Quel che si sottovaluta è l’equivalente – diventato personale – del rischio d’impresa. La faccia è tua.

Non sarò mai equipaggiata, forse, per inanellare con la massima disinvoltura un #ad dopo l’altro. Chi lo fa è un filibustiere senza scrupoli? Che ne so. Magari è più sveglio di me. Tira su quarte pareti che rendono tutto molto più luccicante e misterioso. Non tutti quelli che ammassano un grande seguito e fanno cose favolose sono dei bastardi. E non tutti quelli che partono minuscoli e poi trovano il modo di farsi ascoltare da folle oceaniche vanno biasimati e devono diventare oggetto di quel risentimento che di solito si riservava alle band indie che a un certo punto firmavano con una major, dopo aver mangiato patatine fritte in cantina per un secolo. Mi pare necessario, però, affrontare un’avventura di questo tipo con un certo senso di responsabilità e di metodo. Non per salvare il mondo – perché no, ribadiamolo, qua non stiamo salvando vite umane -, ma per non peggiorarlo troppo, almeno. E per restituire un po’ di credito a chi si impegna, a chi continua a divertirsi (quando non lo pagano… e anche quando succede), a imbastire storie che possono farci scoprire qualcosa – o anche intrattenerci, semplicemente.

Le liste estive sono una tradizione ormai intramontabile. L’ottimismo con cui affrontiamo le settimane vacanziere non smette mai di commuovermi: finalmente potrò dedicarmi a tutti i libri che ho trascurato quest’anno! Nessuno mi fermerà! Sto a pancia per aria e guai a chi mi importuna! Serenità! Letteratura!
Non sarò di certo io a farvi smettere di sognare. Anzi, sono qui per fomentarvi all’ascolto multiplo dei più disparati prodotti narrativi (e saggistici) partoriti dall’ingegno umano.

Ecco qua un po’ di titoli che ho amato in questi mesi, più un paio di candidati che vorrei ospitare nella mia nutrita playlist.

Caro Michele di Natalia Ginzburg
Letto da Nanni Moretti

Natalia Ginzburg fa parte del mio programma di riascolto di testi letti in gioventù. Nanni Moretti – così come Margherita Buy per Lessico famigliare – è un interprete che si adatta alla perfezione al ritmo della Ginzburg, alle sue osservazioni minute, alla sua prosa schietta e “pratica” che spalanca finestre su orizzonti sconosciuti o, più spesso, sulle profondità ignote che chi è più vicino a noi custodisce con cura, per i motivi più disparati. Il Michele del titolo è un figlio randagio, il centro di gravità di un turbine di personaggi (più o meno vicini alla sua orbita) che si struggono per lui o si arrabattano per conto proprio. Michele, con il suo destino nefasto che pian piano va delineandosi, si trascina dietro un mondo di case, incontri, lotta politica, rancori, vecchie ruggini, amori storti ed esseri umani testardi e veri, che si impegnano per far combaciare i propri spigoli, fallendo splendidamente.

Heidi di Francesco Muzzopappa
Letto da Tamara Fagnocchi

Un impiego surreale e massacrante come direttrice dei casting per un’azienda che sforna format televisivi demenziali, un’insonnia invalidante, un curriculum sentimentale disastrato e un anziano padre (convinto di vivere sulle Alpi svizzere in compagnia del cane Nebbia e della nipotina Heidi) espulso per direttissima dalla casa di riposo. La protagonista di questa commedia di Muzzopappa – punto di riferimento ormai granitico quando si tratta di scegliere qualcosa di spensierato da ascoltare – ha abbondantemente oltrepassato la soglia dell’esaurimento nervoso, ma le cose possono sempre peggiorare…

Momenti di trascurabile felicità e Momenti di trascurabile infelicità di Francesco Piccolo
Letti dall’autore

Ho consigliato e riconsigliato questi libri e sono contenta, ora, di ritrovarli anche qui – letti da Piccolo, poi. Entrambi i Momenti sono un gioco serissimo e una riflessione arguta sulle nostre nevrosi, sulla curiosità umana e sulla preoccupazione continua di risultare all’altezza della situazione. No, non siamo all’altezza della situazione. E rendercene conto è liberatorio, di tanto in tanto. Può regalarci attimi luminosissimi di gioia e può anche permetterci, per una volta, di contemplare con franchezza la possibilità di fallire. In santa pace.

Mancarsi di Diego De Silva
Letto dall’autore

Ho conosciuto De Silva, come molti, grazie all’avvocato Malinconico e alle sue sconclusionate ma illuminanti divagazioni filosofiche. Poi ho esplorato quello che era arrivato prima e ormai tendo a non volermi più perdere niente di suo. Mancarsi è una sorta di intermezzo, un romanzo fulmineo che contiene un piccolo universo amoroso. Anzi, due universi paralleli che, involontariamente, fanno di tutto per non incontrarsi mai. È un’analisi toccante (ma ben ancorata a terra) sui primi passi di un sentimento che nasce e sugli ostacoli, più o meno fortuiti, che ci troviamo a superare.

Addio fantasmi di Nadia Terranova
Letto da Elena Radonicich

Possiamo capire il dolore altrui, quando il danno che ci ha arrecato è troppo vasto per essere misurato? Ida torna a Messina nella casa “infestata” della sua infanzia e della sua adolescenza per aiutare la madre con i lavori. Ventitré anni prima, il padre – dopo una lunga depressione – era scomparso nel nulla, lasciandole sole con un rompicapo che non concede riposo. Addio fantasmi è stato uno dei libri in cinquina al Premio Strega di quest’anno e, in versione audiolibresca, acquista una dimensione ancora più preziosa. I luoghi, in questo romanzo, sono fondamentali. Ed è suggestivo ritrovarli anche nella voce di chi narra.

Non mi diffonderò troppo perché ne ho già parlato spesso, ma non posso astenermi dal ricordarvi dell’esistenza di Luca Marinelli che legge Lamento di Portnoy di Philip Roth, di Toni Servillo che legge Hanno tutti ragione di Sorrentino (e sempre letto da Servillo c’è anche Il gattopardo, festa grande!) e di Margherita Buy che legge Mal di pietre della Agus. 

E i podcast? Team Francesco Costa. In catalogo possiamo trovare il suo ormai “storico” reportage sull’attualità americana (Da costa a costa), ma anche Milano, Europa, indagine recentissima sull’evoluzione urbanistica, sociale ed economica della città.

Aspirazioni personali per il futuro?
Vorrei ascoltare Manuale per ragazze rivoluzionarie di Giulia Blasi (letto da lei medesima), Canne al vento di Grazia Deledda (letto da Michela Murgia), La straniera di Claudia Durastanti (letto da Tamara Fagnocchi) e Mythos di Stephen Fry (letto da lui medesimo).
Come ambiziosa nota finale, una saga che prima o poi gradirei affrontare: I Melrose di Edward St. Aubyn. 
Prendo ferie fino a Natale? 
Non sarebbe male.

Per il momento, però, buona estate… e felicissimi ascolti!

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Ebbene, quanto tempo è passato dal viaggio a Palermo? Sei mesi? Sei anni? Un’era geologica? Più o meno. Per nostra fortuna, però, non mi attende un compito difficile. Palermo non è una città che si dimentica facilmente e la memoria, quando sfrigola di bellezze raccolte lungo la strada, tende ad assisterci.
Ecco qua, dunque, un piccolo riassunto di quel che abbiamo visto, mangiato, visitato, bevuto.

Grande premessa. La nostra visita ha avuto il pregio di combaciare con il weekend delle Vie dei Tesori, un’iniziativa che ogni anno rende accessibili palazzi, dimore, musei e strutture che normalmente non sono aperti al pubblico – o lo sono con modalità diverse e/o più ridotte. Tanti luoghi di interesse ospitavano anche le installazioni artistiche di Manifesta, la biennale d’arte Europea che nel 2018 ha fatto tappa proprio a Palermo. Il consiglio generale, dunque, è di informarvi bene sulle aperture d’ordinaria amministrazione nel periodo dell’anno da voi prescelto. Si fa un po’ di fatica, lo so, ma si fa più fatica ad arrivare in un posto e trovare chiuso.
Altro consiglio: il ricco itinerario della Palermo arabo-normanna (e dei siti UNESCO) è un altro splendido gomitolo da seguire.

POSTI

Il rifugio antiaereo di Piazza Pretoria
Durante la Seconda Guerra Mondiale i bombardamenti non hanno risparmiato Palermo, anzi. Uno dei rifugi della città era in pieno centro, sotto alla splendida Piazza Pretoria, e si può ancora visitare. Si entra da una specie di anfratto minuscolo nella portineria del palazzo comunale – salutate gli addetti, mi raccomando – e si scende fino al nucleo di gallerie e corridoi, aperti per la prima volta al pubblico solo un paio di anni fa. La visita guidata è, in larga parte, un’operazione narrativa (di grande efficacia e suggestione). Per controllare la disponibilità delle visite, c’è il sito.
Capitan Ovvio vi sconsiglia di imbarcarvi nell’impresa se vi angosciano gli spazi sotterranei/angusti/sigillati.
Capitan Ovvio vi esorta anche a guardare il resto di Piazza Pretoria – anche detta Piazza della Vergogna – e la sua fontana di intricata beltà zoomorfa.

I Quattro Canti
Un incrocio che diventa piazza, tributo alle quattro sante protettrici della città e omaggio esuberante alle stagioni.

Chiesa di San Cataldo
Tre panettoncini rossi sul tetto e un interno dall’austero splendore.

Cattedrale
La magnificenza esterna surclassa il contenuto della Cattedrale (fenomeno che non si registra praticamente mai nel resto dei luoghi di culto palermitani), ma c’è di che consolarsi. Si possono visitare le cripte, l’area delle tombe (compreso il sarcofago di granito rosso di Federico II, STUPOR MUNDI), il tesoro e anche i tetti. Sui tetti andateci anche per noi, perché siamo capitati durante una specie di nubifragio e quel pezzo lì era  stato momentaneamente interdetto alla frequentazione del pubblico. Siamo fortunatissimi, sempre.

Palazzo dei Normanni
La Cappella Palatina è di una bellezza abbagliante. Ma non in senso metaforico, sul serio. Sembra proprio in grado di creare la luce dal niente del cosmo. È uno tripudio di mosaici meticolosissimi – che rivestono anche l’ultimo dei battiscopa – e una specie di forziere miracoloso che può contenerci.
La Cappella fa parte del complesso monumentale del Palazzo dei Normanni, che ospita anche mostre temporanee e un percorso permanente di visita – giardini compresi. Potete saggiamente munirvi di biglietto qua, senza aspettare per anni alla biglietteria di Piazza Parlamento.

Santa Maria dello Spasimo
Una delle tappe più fascinose del quartiere della Kalsa. In parole poverissime, è una chiesa scoperchiata. Il complesso – dalle ambizioni gotiche – doveva comprendere un convento e il santuario, rimasto però incompiuto. Oggi si può passeggiare lungo una navata titanica (con tanto di albero che cresce rigoglioso accanto a una delle pareti perimetrali) e osservare lo scheletro della chiesa, senza soffitto.

Palazzo Butera
Ci siamo aggregati a una visita guidata di Manifesta e abbiamo esplorato la parte già “riqualificata” del palazzo. Il complesso è mastodontico ed è stato acquistato un paio di anni fa da facoltosi privati (collezionisti d’arte, tra le altre cose) che hanno deciso di restaurarlo e di riaprirlo alla cittadinanza. I saloni e gli ambienti verranno rimessi in sesto e integrati con opere contemporanee, creando un avvincente incontro tra antica nobiltà isolana e modernità. Il maestoso terrazzo che affaccia sul mare – e sulla Passeggiata delle Cattive – è stupendo. Bonus track: valente sbirciatina dal piccolo belvedere sul tetto.

Palazzo Forcella De Seta
Il materiale d’ispirazione primigenia per Palazzo Forcella De Seta è l’Alhambra andalusa. E la cosa non può che farci piacere. Mosaici moreschi e pavimenti ipnotici, finestre complicate e belve esotiche che si rincorrono sui soffitti. Natura e geometria. E pure qualche ponteggio, nostro malgrado.

Chiesa del Gesù (AKA Casa Professa)
BAROCCO OVER 9000.
LA MORTE DEFINITIVA DEL MINIMALISMO.
UN TRIONFO ASSOLUTO.
PUTTI CHE ESCONO DALLE (BENEDETTE) PARETI.

Chiesa di Santa Caterina
IDEM COME SOPRA MA QUI CREDO DI AVER ANCHE PIANTO.
[Nota aggiuntiva: accanto alla chiesa c’è una porticina che vi condurrà sapientemente al chiostro del monastero. E alla leggendaria pasticceria].

Mercato di Ballarò
Pur alloggiando a venti metri dal mercato della Vucciria, siamo sempre capitati nel momento sbagliato. Niente. Zero. Deserto. Ci siamo però consolati con un’escursione al mercato di Ballarò… che non finisce mai. Vasto, incasinato, tentacolare e traboccante, pieno di ortaggi di dimensioni quasi preoccupanti, cartelli pazzi, secchiate di pesce, olive, ROBA, è un’esperienza sensoriale decisamente intensa e avventurosa. È tutto traballante, disordinato e vorticoso, c’è la gente che passa in motorino agitando dei pesce spada decapitati, ci sono BOSCHI di origano, merce che penzola da ogni escrescenza possibile, muri scassati, fili elettrici che sembrano delle liane. È una bellezza.

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MANGIARE

Pasticceria Costa
Una pasticceria storica – che trovate opportunamente ubicata ai Quattro Canti – con dolci artigianali e cannoli degni di una parata celebrativa. Il locale è una bomboniera. Ah, il fascino retrò delle vetrinette!

Buatta
Un ristorante siciliano “moderno”. Ingredienti del territorio e piatti della tradizione, rielaborati in maniera vispa ma senza asfaltarne le origini. “Cucina popolana”, c’è scritto da tutte le parti. Ecco, me l’aspettavo un po’ più “popolano”, forse. Meno trattoria di Moscova. Abbiamo mangiato bene? Direi di sì. Sperticati applausi per l’antipasto misto. SFINCIONE, TI VOGLIO BENE.

Focacceria Testagrossa
Ci siamo passati dopo la visita a Palazzo dei Normanni – è a una decina di minuti a piedi da lì. CHE BENESSERE. È uno dei posti più ronci di sempre, credo, ma ci siamo appollaiati su uno sgabello in strada e ci siamo mangiati i nostri panini con panelle e crocché. Due panini grandi come il mio cranio più una bibita a testa: 5€ e rotti. Commozione vastissima.

Pasticceria Cappello
Torta Setteveli. Fatto!

Al Vecchio Club Rosanero
Le mie esperienze culinarie preferite sono anche le più surreali. Il Vecchio Club Rosanero è una trattoria assai alla buona, sobriamente decorata da ogni genere di cimelio del Palermo. Sciarpe, foto, magliette, palloni, GONFALONI, gagliardetti, tutto. La cucina è tipica e casereccia, si mangia un casino (pure bene), si spende pochissimo.

Friggitoria Chiluzzo
Anche in Piazza della Kalsa ci si può rifocillare a colpi di panini, frittazzi, panelle e altre prelibatezze. Ci sono un po’ di tavolini, l’atmosfera è piacevolmente scacciona e vi verrà anche voglia di rimanere lì solo per guardare la fervente attività che si scatena dietro al banco. Pure qua si mangia come tirannosauri con 6€ in due, tipo.

Bisso
Una libreria storica ai Quattro Canti che si è trasformata in ristorante/bar/bistrot, conservando vetrine e parte degli arredi originali. Dunque, ci siamo andati in una serata particolarmente infausta – quella del temporale più violento dell’anno, si è poi scoperto – e l’affollamento era quasi claustrofobico. Volevamo fermarci a cena, ma nonostante fossimo seduti non c’era lo spazio fisico per maneggiare una forchetta. Ci siamo limitati a un bicchiere di vino e abbiamo sfidato le intemperie per tentare la fortuna altrove. Bello assai a vedersi, ma da riprovare in circostanze meno iellate.

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BERE

St’orto
Ci siamo fermati a fare l’aperitivo la sera dell’approdo in Sicilia, seguendo il buon consiglio di un amico autoctono di Amore del Cuore (grazie, Max!). È un bar/pub/vineria piccolino, con tavoli fuori più o meno condivisibili con gli altri avventori e un’atmosfera ibrida. Perché il posto è curato, ma anche alla buona. Si beve bene – i cocktail costano 5€ e i taglieri di ciccionate d’accompagnamento sono valentissimi – ma con poche pretese e grande pace.

Via Paternostro
Immaginateci come api sui fiori, ma coi locali al posto dei fiori. È una via vispissima e brulicante, con bar dalla struttura incomprensibile che hanno “il fuori” ma pure dei “dentro” paralleli, che somigliano a dei garage ma sono pieni di poltroncine gattopardesche. Vagate, confusi e felici.
Menzione d’onore al Bar Garibaldi, che vanta anche un calendario di incontri letterario/culturali assai nutrito. Ci siamo tornati due sere di fila.

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NEGOZI (E UN SIGNORE)

Edizioni Precarie
Cartoleria creativa e quaderni stupefacenti. Viene tutto rilegato a mano usando la carta alimentare dei mercati di Palermo. Ne ho comprati due, con buona pace della cappelliera dell’aereo.

Magazzini Anita
Una boutique vintage in pieno centro. Selezione super creativa e prezzi (anche) molto accessibili.

La biblioteca di Pietro Tramonte
Non so bene come sia possibile, ma a Palermo c’è un signore che ha una biblioteca per strada e che regala i libri a chi lo va a trovare. Ci siamo passati tutti i santi giorni – perché il “suo” vicolo era vicino a casa nostra – ma la pioggia devastante deve aver persuaso il signor Tramonte e tenere chiuso e a coprire la nutrita esposizione con solidi teli di plastica. Insomma, ve ne segnalo la presenza. Andate a salutarlo calorosamente anche per me, se il sole splende – come di solito accade.

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ALLOGGIO
Ci siamo felicemente stabiliti da Indigo Rooms, a due passi dalla Vucciria. La formula è interessante. Indigo è uno studio di registrazione con foresteria, utilizzabile dagli artisti o dai turisti di passaggio. L’insonorizzazione è ottima e nessun gruppo heavy metal funesterà il vostro sonno, ci tengo a precisarlo. Il tutto è ospitato nella storica dimora del Principe di Lampedusa – Giuseppe Tomasi di, proprio lui. I ragazzi che gestiscono l’impresa sono ospitali, simpaticissimi e cuoroni veri.

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Il clima scalognato ha rallentato parecchio la visita e tante mete ci sono rimaste sul gozzo. Torneremo per completare l’opera? Spero tanto di sì. Per il momento, spero che queste poche indicazioni possano tornarvi utili per organizzare un degno giretto.
E che Santa Rosalia vi preservi.
😀

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CREDITS & RINGRAZIAMENTI TURISTICI
Se volete integrare, vi consiglio di fare quello che ho fatto anch’io prima della partenza: date un occhio alla guida palermitana di Elena. È ormai una veterana e mi sono affidata a lei con immensa fiducia.
Ringrazio anche tutte le volenterose e i volenterosi che mi hanno tempestato di messaggi su Instagram per suggerirmi posti e cose belle da fare. Citarvi è impensabile, ma il vostro contributo non è andato sprecato. Vi sono debitrice.

Gary Shteyngart ha un talento raro: ti fa ridere di cuore, ma ti mette anche addosso una gran voglia di sederti in terra a singhiozzare un po’. I suoi personaggi si ingarbugliano nel tentativo perenne di cambiare pelle e coltivano con caparbietà le speranze più varie, deformandole fino al paradosso dell’illusione. Si muovono in mondi sovrapponibili al nostro – come nel caso di Destinazione America, uscito per Guanda nella traduzione di Katia Bagnoli – e contribuiscono a metterne in luce le storture, le ambizioni più malsane e le grandi occasioni perdute. Ho incontrato Shteyngart un mesetto fa a Torino, nel gran ribollire del Salone del Libro, e ho fatto del mio meglio per non lasciarmi annichilire dall’emozione. Sono una fan, che devo fare. Ed essere fan di un autore noto per la sua ironia e per la sua acutezza devastante è un problema ancora più grande, quando si tratta di sedersi lì e di non fare la figura della pianta da appartamento. In ogni caso, il buon Gary è stato di una gentilezza disarmante. Me lo immaginavo serafico, simpatico e brillante, avvolto in una nuvola di pessimismo divertito. E non mi sbagliavo. Spero davvero che abbia apprezzato quanto me il quarto d’ora che abbiamo passato a dirci delle cose in un cantuccio verdeggiante dell’NH Lingotto.

Due parole sul libro, prima di lasciarvi in pace a leggere l’intervista.

Destinazione America è un ritratto di Manhattan (e dell’America) alla vigilia dell’ascesa di Trump. Shteyngart ce la descrive utilizzando, in parallelo, due voci. Da un lato abbiamo Barry – “l’uomo più simpatico di Wall Street”, un finanziere che amministra hedge-fund in maniera non proprio eccezionale, ma che riesce più o meno sempre a cascare in piedi – e dall’altro c’è sua moglie Seema – figlia di immigrati indiani assai intransigenti, ha tutte le carte in regola per fare l’avvocato in uno studio prestigioso, ma ha sposato Barry e, ora, fa la signora ricca a tempo pieno. Vita idilliaca? Ovviamente no. Perché, al mondo, non tutto è in vendita. Barry e Seema partiranno ben presto per le rispettive tangenti, nel nome di una felicità che sentono di meritare ma che non sono ancora stati capaci di afferrare. Tra antichi rimpianti, Greyhound puzzolenti, autostrade che si snodano in un mondo fin troppo “reale” per gli standard di un milionario di New York, una meticolosa ossessione per gli orologi da collezione, ambizioni frustrate, scrittori boriosi, FBI e cantonate madornali, Shteyngart demolisce il sogno americano mettendo in mano il piccone proprio a due dei suoi “prodotti” di maggior successo. Che cosa resta? L’esigenza viscerale di scrollarsi di dosso le sovrastrutture e la vergogna per quello che siamo diventati, nel tentativo di riscoprirci – forse – un po’ più umani e predisposti, finalmente, all’imperfezione.

Di che abbiamo parlato? Un po’ di tutto, per mia fortuna.
Ecco qua le nostre chiacchiere.

Dobbiamo per forza partire dagli orologi, perché hanno un ruolo fondamentale all’interno del libro. E ho anche visto che le persone arrivano alle presentazioni cariche di orologi…

Oh, ma allora mi segui su Instagram! È vero. Spessissimo mi chiedono anche di autografare i cinturini! Forse pensano che la mia firma aumenti il valore dell’orologio. Credo sia vero il contrario, ma che ci dobbiamo fare.

In questo romanzo – e forse non solo lì – i soldi, insieme al tempo, sono un modo per misurare il valore di una persona.

Prima che iniziassi a scrivere questo libro, tutti i miei amici se ne stavano andando da Manhattan. I giornalisti, gli scrittori, gli artisti. Si stavano trasferendo tutti quanti perché non si potevano più permettere di vivere lì. Mi sono guardato un po’ attorno, allora. E mi sono chiesto: ma chi è rimasto? I banchieri, sono rimasti. Non c’è più nessun altro a Manhattan. Volevo parlare di loro, perché scrivo di New York e penso di dover raccontare la città così com’è… non posso creare una mia versione “inventata” di New York. Dopo qualche anno immerso in quel mondo ho cominciato a vedere tutto da una prospettiva basata sul valore. Ah, questa cosa vale TOT. Questa persona vale TOT. Vivere così è spaventoso. Poi ho fatto un passo indietro, per cercare di decomprimere. E mi sono spostato anch’io. Ora vivo a nord, per una metà dell’anno, in un piccolo centro a dure ore dalla città. E là posso concedermi di essere normale. Anche un sacco di miei amici che si sono trasferiti ormai vivono lassù, perché se lo possono permettere.

È un tema che abbiamo già incontrato, mi pare. In Storia d’amore vera e supertriste tutti hanno una specie di cartellino virtuale che fluttua sopra le loro teste e che mostra al mondo il loro valore.

Esattamente. Penso sia una conseguenza diretta dell’aver vissuto così a lungo a New York, quest’idea che ciascuno di noi abbia un numerino che lo qualifichi. Vale anche per Trump, che vuole continuare a farci credere che il suo numerino sia molto alto… anche se in realtà non lo è affatto.

C’è parecchio Trump, in questo libro. Quando hai iniziato a lavorarci?

L’ho scritto nel 2016, quando non era ancora diventato presidente. Credevamo che sarebbe rimasto un po’ in ballo nella corsa elettorale, ma nessuno pensava che potesse vincere. E poi, man mano che procedevo con il libro, mi sono ritrovato a dover aggiungere sempre più Trump… perché il 2016 stava andando in quella direzione.

Ecco, non mi ricordo a memoria il passaggio, ma a un certo punto c’è una frase che dice più o meno così: “Se sono così ricchi è impossibile che siano stupidi”. 

[Ride].

È uno dei grandi falsi-miti americani. Si pensa che la gente ricca sia anche incredibilmente intelligente. Barry, ovviamente, è molto ricco… ed è convinto di voler aiutare le persone. Ma le sue idee sono di un’idiozia assoluta. Vorrebbe istituire questo Urban Watch Fund per aiutare i ragazzini dei ghetti a comprarsi il loro primo Rolex. Eccomi qua, mi sto prendendo cura di voi!

Imprescindibile. In America è quasi obbligatorio che i “ricchi” diano l’impressione di voler aiutare la comunità con raccolte-fondi, iniziative benefiche, gran cene di gala. Ma vivono comunque in un universo completamente scollato da quello delle comunità che dovrebbero beneficiare della loro grande magnanimità. Che ne sanno?

Ma niente. Niente. Vivono in un mondo in cui esiste il loro club esclusivo di Midtown, il loro ufficio, la loro villa negli Hamptons. È un mondo veramente noioso. Io adoro mangiare… e in quei club il cibo è pessimo. Non so come facciano a campare così. Ho iniziato a portarli in giro per ristoranti. Ristoranti indiani, ristoranti veri. “Oh, santo cielo, che buono, ma pensa!”E hanno scoperto che si può mangiare qualcosa di incredibile per molto meno di 100 dollari a piatto.

In questo romanzo ci sono due punti di vista diversi. Abbiamo Barry, che parte per il suo viaggio – e chissà dove andrà a finire – e poi c’è Seema, sua moglie. Lei è una donna brillante, una che potrebbe farcela benissimo da sola, senza accalappiare un marito in mezzo agli hedgie di Wall Street. Che le è capitato?

La domanda non è solo cosa è capitato a lei, ma cosa è capitato a centinaia e migliaia di persone come lei. Incontravo di continuo mogli come Seema. Donne più intelligenti dei loro mariti, con un curriculum migliore di quello dei loro mariti. Quando si sposano, però, fanno due conti e cominciano a pensare che tutto sommato non valga più la pena lavorare. E si crea questo sistema sociale… futile. La moglie scorta i principini verso il futuro, punto e basta. È un sistema assolutamente misogino, che non aiuta nessuno. Ma immagina di essere il figlio di una queste mogli… che cosa fa la mamma? La mamma ha una laurea migliore di quello di papà ma passa tutto il suo tempo a escogitare un modo per far entrare il suo bambino ad Harvard. È davvero avvilente.

E le operazioni iniziano dall’asilo?

Iniziano dal nido, per certe scuole. Ho un bambino piccolo anch’io e quando abbiamo provato a iscriverlo – avrà avuto un anno, più o meno – ci hanno spiegato che no, la domanda va fatta pre-nascita. Insomma, se fai sesso e hai anche solo il sentore di aver concepito, la mattina dopo devi prendere il telefono e chiamare SUBITO. Salve, sì, abbiamo fatto l’amore proprio bene… potete tenerci un posto?

[COPIOSE RISATE NON TRASCRIVIBILI]

Uno dei veri problemi, in un contesto di questo tipo, è la gestione di quello che va storto. Ed è quello che capita a Barry e Seema. Loro figlio non è il bambino che si immaginavano, non sarà mai il principe che governerà il mondo. E non riescono ad accettarlo.

Esatto. Il loro bambino si colloca da qualche parte all’interno dello spettro autistico. La vita di Barry e Seema è strutturata per avanzare e convergere verso la perfezione – Barry per la sua infanzia tremenda, Seema per la severità dei genitori immigrati. Devono avere successo, ad ogni costo. E spunta una crepa, in mezzo a tutto questo. Per loro è così devastante da non poterlo nemmeno dire apertamente, Seema non può parlarne ai suoi. Devono far finta che vada tutto bene… ed è tragico, anche per il bambino.

Seema ha una cartella di foto sul telefono in cui Shiva sembra “normale”. E usa solo quelle foto, quando si tratta di far vedere suo figlio agli altri. All’inizio del libro vanno a cena dai loro vicini, che hanno questo bimbo perfetto che canta e recita filastrocche. E per loro è un’esperienza assolutamente mortificante.

Li distrugge. E Barry pensa, “ma com’è possibile? Io ho molti più soldi di loro! Mio figlio dovrebbe essere meglio del loro!”.

I soldi aiutano, ma a loro mancano proprio le basi di un rapporto umano significativo.

Non solo. Barry fa la spola da un’università all’altra distribuendo donazioni nella speranza che qualcuno smentisca la diagnosi di suo figlio.

E poi parte per il suo viaggio, che si trasforma in un’avventura comica e surreale. È come se vedesse il mondo per la prima volta. Oh, guarda, un Walmart!

Esatto! Ho un sacco di azioni di Walmart, ma non ne avevo mai visto uno! Incredibile!

Barry ha anche un’assistente che si occupa di ogni dettaglio della sua vita. Man mano che il viaggio procede, però, comincia a separarsi dalle sue carte di credito, dal telefono… che cosa rimane di Barry?

È proprio quello il domandone. Gli americani sono convinti che la loro vita sia composta da numerosi atti. Certo, si comincia col primo atto… ma puoi sempre diventare una persona diversa. È un paese grande, se vuoi trasferirti nel sud-ovest per allevare bestiame in un ranch o spostarti chissà dove per coltivare avocado lo puoi fare. In realtà, però, sei sempre la stessa persona. Quel che manca, a volte, nella mentalità americana, è la consapevolezza che dopo un po’ di tempo – quando ormai ha superato l’infanzia – non cambi più per davvero. Barry decide di partire per riscoprirsi, vuole ritrovare la sua fidanzata storica, fare questo, fare quello… ma alla fine è sempre lo stesso schmuck di prima.

Quando va a cena con i genitori della sua ex fidanzata si trova davanti a due persone paralizzate dall’imbarazzo, che cercano in tutti i modi di dirgli – invano – che il passato è passato.

Il passato è passato. La reazione di Barry? “Oggi posso comprarmi questo passato. Se solo avessi sposato la mia ragazza del college, tutto sarebbe andato in un’altra maniera”.

Verissimo. Sono tutti alle prese con un rimpianto antico o con un errore a cui cercano di porre rimedio. Forse è ormai un luogo comune… ma è possibile che nel sogno americano qualcosa sia andato storto?

Molto storto. Anzi, potremmo dire che è finito. Ma è stato bello, per un po’. Tutto finisce. E questa è un’altra cosa che gli americani non capiscono. Pensano di essere un paese eccezionale – non è mai esistito niente di così straordinario! – ma abbiamo avuto l’impero romano, il dominio spagnolo, l’impero mercantile olandese, l’impero cinese… è come un giro sulle montagne russe. E ora la parabola è decisamente discendente.

Forse è anche una conseguenza dell’economia che abbiamo costruito. Le cose vanno male ma non comprendiamo a pieno le cause… anche se siamo stati proprio noi a creare quel sistema.

Quando un sistema diventa ipercomplesso, com’è ora, è l’inizio della fine…

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Grazie a Guanda per aver ritagliato un po’ di tempo anche per me nell’agenda massacrante del buon Gary. E grazie soprattutto a lui per le splendide chiacchiere. E per questo libro, che come sempre ci fa disperare per la spietata limpidezza di quel che ci restituisce… ma ci fa anche sguazzare con vero divertimento nell’arte nobilissima del paradosso.
🙂

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