Libri

Il gruppo di sostegno per “Una vita come tante”

Pinterest LinkedIn Tumblr

Una piccola introduzione molto semplicistica.
La letteratura è (anche) una vasta collezione di disperazioni. È assai raro che la gioia possa fungere da solido motore narrativo, così come non è una coincidenza che il lieto fine stia dove stia: all’ultima pagina, senza la necessità di aggiunte o di particolari approfondimenti. E vissero tutti felici e contenti. Che altro vuoi? Metti in saccoccia e arrivederci. Lo spettacolo è finito, si prega cortesemente di dirigersi alle uscite.

Ma che cosa accade, però, quando l’intento fondamentale di un libro è quello di sviscerare e amplificare la sofferenza, il trauma, la vergogna, il malessere fisico e spirituale, la morte perpetua della speranza, la disfatta e il disfacimento? Accade Una vita come tante di Hanya Yanagihara, romanzo che ha conquistato a mani basse la sommità del mio personalissimo podio della tristezza in letteratura e che, in questi anni, si è trasformato in una sorta di oggetto di culto, in una vetta da scalare, in una sfida aperta ai rivenditori all’ingrosso di fazzoletti da naso.

Mesi fa, colta dal comunissimo raptus del “che diamine, solo io non l’ho ancora letto”, mi sono procacciata A Little Life e me lo sono girato un po’ tra le mani. La mole mi era già nota – l’edizione originale veleggia sulle 800 pagine -, ma prima di iniziare qualcosa attraverso sempre uno di quei momenti da pesatura egizia del cuore sulla soglia del regno dei morti. Metto il libro su un piatto della bilancia e, dall’altra parte, sistemo energie, forza di volontà e stati d’animo. E inizio davvero a leggere solo quando mi sembra che i due piatti raggiungano l’equilibrio. Ecco, con la Yahagihara ci è voluto un po’, ma il coraggio è arrivato.
Piangerai un casino!
Sarà orribile!
Ho provato a leggerlo ma l’ho mollato, si sta troppo male!
Stupendo… però che sofferenza.
No, zero, già sto da cani di mio, una roba del genere non la leggo neanche se mi pagano.
Quando l’hai finito dimmi che ne pensi, devo parlarne con qualcuno.

Ed eccoci qua.

Che cosa succede in questo libro, in estrema sintesi?
Una vita come tante racconta i rivolgimenti esistenziali di quattro amici.
Willem, Jude, JB e Malcolm si incontrano poco meno che ventenni al college e, fra alti e bassi, allontanamenti e riavvicinamenti, carriere che svoltano e battute di arresto, le loro esistenze continuano a intrecciarsi per i tre decenni successivi.
Il centro di gravità è New York, che tutti finiscono per abitare in modo diverso ed emblematico.
Il protagonista – anzi, il mistero da risolvere – è Jude. Ed è a Jude che ne capitano di tutti i colori.

Nella prima parte del romanzo, Jude resta nelle retrovie. Conosciamo meglio i suoi compagni di stanza, le loro lotte interiori per trovare una direzione e un posto nel mondo – Malcolm vuole fare l’architetto, JB vuole fare l’artista e Willem fa il cameriere mentre sgomita per diventare un attore. Il terzetto si destreggia tra zavorre dell’infanzia, ambizioni, dubbi e fatiche “pratiche” correlate al diventare grandi… e Jude pulisce casa. Cucina. Li osserva. Aggiusta quello che si rompe. Studia legge e matematica – rivelando la sua prodigiosa intelligenza. Zoppica. Digrigna i denti per il dolore e si scusa continuamente, perché si sente d’impaccio. Quel che sappiamo di Jude è che, in un momento imprecisato del suo passato, un tremendo incidente gli ha danneggiato in maniera invalidante la schiena e le gambe. Cammina male e amministra quotidianamente un dolore cronico, che a volte lo investe con una forza tale da paralizzarlo, cancellando anche i pensieri. Jude, però, non ne parla. Glissa sulla sua provenienza, glissa sulle sue strane abitudini, si scansa bruscamente quando qualcuno cerca di toccarlo – anche solo per dargli una pacca sulla spalla – e non si fa mai sorprendere a braccia scoperte – o nudo, figuriamoci.


Il disvelamento di Jude, se così possiamo chiamarlo, è la spina dorsale del libro. Il suo ostinato ermetismo è una strategia per arginare i ricordi di un passato indicibile, ma anche per limitare il disgusto che Jude è convinto di suscitare negli altri. È una corazza difensiva, piena di falle e spiragli, è il tentativo di cambiare pelle e di diventare una creatura nuova, un uomo che si rimette insieme un pezzo alla volta, piegando la realtà ai suoi molti segreti, elaborando strategie per rimanere al sicuro. Jude assorbe il male che gli è stato fatto e finisce per assumersene la responsabilità, tramutandolo in qualcosa di irreparabile, da custodire per non allontanare chi, nella sua “nuova” vita, gli sta facendo conoscere un universo nuovo, dove sono possibili l’amicizia, l’amore e la fiducia.

Scopriamo poco a poco che cosa è successo a Jude. Perché Jude “è così”. E, con il procedere del romanzo, le nostre conoscenze sono comparabili a quelle degli altri personaggi. Finiamo anche noi per domandarci come “gestire” Jude, lo ammiriamo per la sua tenacia e per i suoi successi – perché intuiamo che arriva da una moltitudine di posti che, tipicamente, non sfornano giuristi di spicco, matematici brillanti o esseri umani di una tale sensibilità. Restiamo con lui perché la sua fatica e il controllo costante che cerca di esercitare sul suo corpo e sulla sua mente sono esercizi titanici e vorremmo alleggerirgli il fardello, pur sapendo che non ce lo permetterà. Lo seguiamo perché ci fa arrabbiare, perché scopriremo che cosa è stato e vorremmo dirgli che non è colpa sua, che può smettere di farsi del male.

Spulciando un po’ in rete alla ricerca di notizie sull’autrice, mi sono imbattuta in diverse interviste – e anche in un diario di bordo “visivo” che ha accompagnato Yanagihara durante la stesura del libro. Una domanda ricorrente è “ma perché così TANTO dolore?”.
È una domanda legittima. Una vita come tante è un romanzo sul dolore. Ed è un romanzo che esplora gli estremi dello spettro emotivo e gli strascichi eterni del trauma… ma si sofferma anche sull’enigma delle fortune umane. Tutto sembra governato da una forma sghemba di giustizia ultraterrena: si può ottenere un risarcimento per le sofferenze patite, ma non sarà mai un risarcimento sufficiente a guarirti dove più ne hai bisogno. Sarà una compensazione parziale, imperfetta, quasi malvagia nella sua inadeguatezza. Jude ci sottrae l’illusione di una felicità riparatrice o, se proprio, ci mostra la natura effimera dei periodi di tregua, pace, appagamento.
L’autrice ha più volte raccontato che questo calcare la mano è voluto e che il suo intento, scrivendo, era di amplificare fin quasi al paradosso tutto quello che di terribile può capitare a una persona, di spingersi fino ai confini più estremi dell’oscurità. Non c’è sfiga che a Jude venga risparmiata. E queste sventure – che si tratti di patimenti della carne o dello spirito – vengono anche descritte con puntiglio, chirurgicamente. A che scopo si continua a vivere, se il prezzo da pagare è questo?

La copertina dell’edizione originale, così come quella di Sellerio, che ha pubblicato Una vita come tante in Italia con la traduzione di Luca Briasco, è una fotografia di Peter Hujar – e sempre di Hujar sono le immagini che accompagnano questo post. Sembra un tizio che sta male, così di primo acchito. Il titolo dell’opera, in realtà, è Orgasmic Man. Leggendo, la scelta iconografica appare perfetta. Tanto, in questo romanzo, ruota attorno al corpo (spesso traditore), al sesso, all’intimità e all’abbandono. Ai segni che rimangono e alle cicatrici invisibili. Al fatto che un’esperienza possa risultare normale e meravigliosa per qualcuno e, contemporaneamente, traumatica e irreparabile per la controparte, innescando un meccanismo che somiglia alla dipendenza, a una catena infinita di compromessi che facciamo per tenere insieme i cocci e restare aggrappati a quello che abbiamo di più caro. Di indispensabile.

Anche il titolo è una specie di camaleonte. In originale, questo libro si chiama A Little Life. Man mano che si macinano pagine, ci si rende conto delle sue molte facce. Una di quelle più significative, secondo me, è anche un’esortazione impossibile da assecondare. “Forza, dai. Un po’ di vita!”. Jude se lo sente ripetere spesso… sia testualmente – durante specifiche situazioni traumatiche della sua infanzia e prima adolescenza – che velatamente, da una moltitudine di personaggi che costituiscono la sua famiglia allargata, la sua zattera di salvataggio. E forse è proprio questo il punto. Possiamo pensare di salvare davvero chi non si ritiene degno di essere salvato? Chi vuole arrendersi perché non ha più le energie per combattere?

Sono felice di aver letto questo libro. Non sono certa di poterlo consigliare. Non è un libro che si può consigliare. È come augurare a qualcuno di star male. Ma è un libro che spero possa essere letto e capito come merita, perché è una specie di monumento. Contiene l’ombra più fosca e uno spirito combattivo difficile da intravedere, ma potentissimo. Raramente – o forse mai – mi è capitato di “conoscere” personaggi così complessi, spregevoli, disarmanti e “buoni”. Non ho parlato di paternità, degli ambienti, di carriera e lavoro, di autolesionismo, di menzogne. Non ho parlato davvero di fluidità nell’approccio ai rapporti amorosi… e chissà quante altre cose ci sarebbero da dire. Ho la sensazione di poter parlare di questo libro per anni, perché porterò sempre con me un brandello di Jude e una rabbia senza soluzioni. È un romanzo terribile. È un romanzo bellissimo. E non ho la minima intenzione di sfoderare la bilancia per illudermi che esista un equilibrio. Prendo atto dell’impossibile. E spero di averne colto, almeno in parte, la complessità.

23 Comments

  1. Gatto Nero Reply

    Il mio unico problema con questo libro – che ora cercherò di capire se leggere o meno – è che è una sorta di sadness porn con protagonista un omosessuale, scritto da una donna.

    A giudicare dalla trama letta, non è proprio una bella cosa. Però è un terreno paludoso.

    • Eccomi! C’è poco compiacimento nella sofferenza raccontata. Mi spiego, non è un “ti faccio piangere” strumentale o compiaciuto. Yanagihara dichiara in tante interviste di aver voluto calcare pesantemente la mano per studiare, quasi, come funziona il trauma e quanto possiamo aspettarci di essere sostenuti dal nostro istinto a vivere, anno dopo anno, nonostante tutto.
      Il discorso della sessualità è molto complicato. Dovrei raccontarti esattamente cosa succede a Jude. Quello è un nodo fondamentale e ha degli aspetti davvero problematici, perché le cose orrende che succedono tra uomini sono quasi indicibili, qui. Non c’è un corrispettivo “etero” dell’orrore che la Yanagihara fa succedere tra maschi, non so se mi spiego. È anche vero, però, che la narrazione è volutamente estrema. Insomma, spero lo leggerai anche solo per parlarne. 🙂

  2. Cara Francesca, grazie per questa bella recensione. Ho amato questo libro, complesso, sudato, sofferto, come poche altre letture. Come per tutte le letture importanti, ricordo ancora dove ero e come mi sono sentita quando l’ho finito.
    Ringrazio di averlo letto in un periodo in cui ho potuto apprezzarlo, immergendomi nella storia e nei personaggi senza riserve. Ho trovato poi bellissima e densa la traduzione.
    Grazie ancora.

  3. Vanessa Steccanella Reply

    Io l’ho finito oggi e sono orfana dei personaggi. È bellissimo ma
    Terribile, delicato e duro come la carta vetrata, sordido, esagerato, impossibile.
    Ti incolla e ti fa rimpiangere di averlo iniziato ma non puoi lasciarlo. Jude non si può lasciare. Jude ha bisogno di noi. E noi di lui per capire anche un po’ noi stessi. Hai ragione non si può consigliare con leggerezza sebbene sia un libro che tutti dovrebbero leggere, perché ne vale la pena. Nel senso più letterale: la pena che suscita è funzionale alla lettura. Senza il dolore non vale la pena leggerlo. Hai ragione se ne parlerebbe per anni. Per questo lo consiglio a pochi eletti per poterne discutere ancora. In alcuni punti too much ma si capisce che è uno spingersi verso l’infinito e oltre.

  4. AinMelbourne Reply

    Per me il miglior libro letto negli ultimi anni, e tra I favoriti insieme a “Viaggio al termine della note” anche esso non proprio allegro……………….
    Io lo consiglio a chio so che riesce ad apprezzare e a ‘sopravivere’.

  5. Beh che dire.. finito ieri sera e stamattina mi sono alzata con un po’ di vuoto dentro. Sono sincera, mi aspettavo dall’inizio il finale (non così, mi aspettavo ciò che è successo a chi è successo, scusate le parole, è per non fare spoiler) però cavolo non mi aspettavo che facesse così male, prima della fine ho preso il libro e l’ho letteralmente buttato via dicendo “ma non è possibile dai” e mi sono sfogata insultando la povera Yanagihara (si lo so non è molto maturo, ma dovrò pur dare la colpa a qualcuno no?) prima di riprenderlo in mano. Hai ragione Tegamini non si può consigliare un libro così, però nonostante tutto sono contenta che seguendoti l’abbia visto in un post e abbia deciso di comprarlo. Sono felice di aver conosciuto i personaggi e aver passato 2 settimane con loro.. saranno sempre nel mio cuore.
    P.s grazie per questo gruppo di sostegno ❤️

  6. Grazie! Per la recensione e anche per
    il gruppo di sostegno. È la prima volta che dopo aver letto un libro ho sentito un forte bisogno di condividere l’esperienza della lettura e di sapere cosa sentissero altri lettori. Sono d’accordo, non è un libro da consigliare a cuor leggero. Ma se non lo avessi letto vorrei fortemente che qualcuno me lo consigliasse.

  7. Un’esperienza bellissima e sconvolgente.
    Un libro che ti prende per non lasciarti più….
    L’ho consigliato – anche insistendo – a coloro che sapevo in grado di poterlo apprezzare…. ed ho fatto bene…. ora altri amici lo stano leggendo.
    Potremmo parlarne per ore, gli argomenti trattati sono quelli cruciali dell’esistenza umana serviti in versione ventunesimo secolo.

  8. Ho insultato anche io l’autrice, in certi passaggi cruciali, in preda alle lacrime e alla sofferenza che abilmente mi provocava. Un po’ come facevo diversi anni fa con i film di Lars Von Trier, mi ripetevo quasi capricciosa: “insomma, basta, un po’ di rispetto per i nostri sentimenti!”, come se la mia involuzione bambinesca di fronte a quel dolore, potesse fermare l’ineluttabilità degli eventi.
    L’indagine intorno al trauma è la cosa che più mi ha fatto pensare ai film del danese: quando pensavi che non potesse esserci nient’altro di brutto che potesse accadere, ecco, ti sbagliavi di grosso.
    E allora stesso modo ho amato l’assenza di una ragione, di una giustizia e di una salvezza, perché mi ha ricordato quanto siano proprio questi nutrimenti esistenziali di cui più siamo ingordi.

  9. L’unico libro che ho letto a dosi, nel senso non ce la facevo a subire il dolore per più di un ora al giorno… ho pianto, ho imprecato, l’ho buttato via e ripreso più volte, ho inveito contro l’autrice e me stessa per non riuscire a staccarmici … una volta finito ho sentito il vuoto dentro. Lo rileggerò ma mi ci vuole un po’ di coraggio.

  10. Che recensione meravigliosa !
    È venuta anche a me voglia di leggerlo… se non fosse che “già sto da cani di mio”, per l’appunto e quindi temo non sia il caso!
    Ho una curiosità, nel tuo lavoro di traduttrice, ti è mai capitato di stravolgere completamente il titolo di un libro e se sì, perché viene fatto? Perché ho pensato che ad esempio in questo caso mi sembra davvero una bella traduzione del titolo, molto aderente all’originale, mentre a volte il titolo italiano è proprio tutt’altro e un po’ mi dispiace.
    Un bacione ❤️

  11. Dopo alcuni giorni dalla fine del libro, riesco a dire qualcosa anche io su questa bellissima opera: per me è un libro sull’amore, quello vero, incondizionato, che nemmeno Shakespeare ha raccontato. Amore verso Jude, anche se lui non lo capisce, lui, così sfortunato, è stato il fulcro di tanto amore, di tutto l’amore che le persone che aveva intorno gli hanno donato o almeno hanno cercato di farlo. Peccato che a volte l’amore non basti a salvare qualcuno.

  12. Alessandra Reply

    Fa male. Punto.
    L’ho iniziato a fine gennaio e terminato ora, in piena quarantena. Ho dovuto schiacciare “ff-wd”, leggere una parola sì e una no in alcuni passi troppo dolorosi, troppo precisi per la mia sensibilità e allergia all’ansia. Serve aria. Ma siamo chiusi in casa: e devo dire che tutto il dolore e la tristezza provati fisicamente, tutto ciò che ho letto e poco digerito, mi aiuta ad addolcire lo sguardo su ogni creatura, sulle debolezze più o meno celate di ciascun individuo, me compresa. Scava dentro. E mi interroga, come una sorta di autoterapia, su ciò che davvero muove la mia vita. Che bello ci sia qualcuno capace di scrivere così! Che belle le storie! Ma che male…

  13. Sarà la quarantena, e la percezione che il tempo sembra stia iniziando a dilatarsi, che mi ha indotto ad affrontare queste 1091 pagine.
    Inaspettatamente ne sono stata assuefatta e inspiegabilmente, l’ho finito in soli 5 giorni.
    E’ sto straziante, a tratti catartico. Crudele, per poi cedere a momenti di commovente dolcezza. E tutto questo in un loop di disperazione che ti fa trasalire per abbandonarti al sospetto che si trattasse di un inno all’amore.

  14. “Una vita come tante” è stato per me, un ritratto straziante della realtà più cupa e meschina a cui l’uomo può arrivare, ma, paradossalmente, è stato anche il libro più dolce e carico d’amore che io abbia mai letto.
    Spesso nella lettura mi sono ritrovata a chiedermi come l’essere umano sia capace di tali atrocità, una scena in particolare (tra le tante purtroppo), mi è rimasta così impressa da causarmi un senso di inquietudine per il resto della giornata. Eppure, accanto a queste scene così crude, si faceva largo un’immensa storia di amicizia e amore sconfinato. Mentre leggevo queste pagine mi sono spesso ritrovata a pensare “voglio qualcuno che mi ami così”. Ho amato la fragilità di Jude, la bontà di Willem, la dolcezza di Harold e potrei continuare all’infinito. Un libro che sono contenta di aver letto, nonostante i pianti e le arrabbiature, lo rileggerò sicuramente, più avanti però, ora devo riprendermi.

  15. Alessandra Reply

    “Una vita come tante” è uno dei pochi libri che mi ha tenuta sveglia di notte, l ho macinato in 5 giorni, ed anche io ho imprecato contro l’autrice, mi sono sentita disgustata e poi indicibilmente presa tanto da non poterlo lasciare. E sì, è un libro che non si può consigliare, se non con un grande warning.
    Nella stragrande maggioranza dei casi non riesco a portare i libri a termine perché non ne sono coinvolta, mentre questo l ho divorato come poche volte. Altri libri che ho divorato allo stesso modo sono Shantaram, Memorie di una geisha, Cigni Selvatici e la Regina Scalza.
    Volevo infatti approfittare di questo forum per ringraziare e per chiedere se avete letto libri che avete divorato allo stesso modo.
    Grazie

  16. Definirei questo libro un Harmony macabro.
    Al posto del sesso ci sono i soprusi e la violenza sessuale.
    A parte ogni tipo di sfiga cui viene sottoposto il protagonista e tutti quelli che lo circondano le restanti (troppe) pagine sono riempite da sterili elenchi di tutti i successi, i viaggi, le case, i soldi, che riescono a fare i protagonisti grazie alle loro strabilianti doti.
    Come se non bastasse imperversa per oltre 1000 pagine.
    Una lettura che ti lascia veramente poco o nulla se non la sensazione di aver riempito il tuo tempo leggendo atrocità fini a se stesse.

  17. Mi sono imbattuta in questa recensione perché ho finito questo libro stupendo e dolorosissimo e cercavo commenti e idee altrui. Grazie, perché hai espresso esattamente quello che mi è rimasto dentro…..

    (Sono anche molto contenta di avere trovato questo blog!)

  18. Irisa Llanaj Reply

    ho appena finito di leggere “Una vita come tante”, e sono venuta subito a cercare la tua recensione per alleviare il mio senso di mancanza e di tristezza. Mi ritrovo assolutamente in quello che hai scritto. Non riesco a consigliarlo, ma non riesco a non essere felice di averlo letto.

  19. Alessandra S. Reply

    “Certe persone ti straziano il cuore ” (cit) e pure certi libri. Un romanzo straziante, devastante, che induce all’apice dell’empatia e che estremizza la sensazione di essere orfani di personaggi immaginari ormai diventati amici. Un libro potentissimo, pieno di dolore, pieno di sofferenza estrema, di silenzi affilati come armi, ma paradossalmente pieno di attaccamento alla vita in tutta la sua fragilità e crudeltà. Un inno all’amicizia, albero maestro dell’esistenza. Per il resto, sottoscrivo ogni tua parola.

  20. È mezzanotte e quaranta ed ho appena finito di leggere “Una vita come tante” fra le lacrime. Pochi libri ti rimangono attaccati come questo, pochi libri ti turbano e ti feriscono come questo. Pagina dopo pagina ho imparato tanto, ho vissuto tanto.

Write A Comment