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tegamini

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Incredibile, si può tornare a parlare di viaggi. Non ci speravo più. Che lieta occasione, quante cose da raccontare! Partirei da una premessa pratica assai semplice per inquadrare l’avventura: noi a Ischia non ci eravamo mai stati. Per i conoscitori più scafati della ridentissima isola questo sarà sicuramente un diario di bordo che non riserverà sconvolgenti sorprese, ma come esordio direi che ce la siamo cavata benone – cullando nei nostri cuori anche la voglia di tornare. Insomma, troverete un po’ di spunti per giretti, cibarie, logistica e campo-base. Per concludere l’inquadramento, penso sia anche utile dichiarare che il nostro soggiornino è durato tre giorni pieni e che ci siamo stati a fine giugno, infante di quattro anni incluso.

Come ci si arriva, diamine?
Non volendo cimentarci in trasbordi eccessivamente macchinosi da e per gli aeroporti, siamo arrivati a Napoli Centrale in treno, siamo saltati su un taxi per arrivare al porto (c’è una tariffa fissa di 13€ e rotti che copre quella tratta, che vi porta via un quarto d’ora scarso) e abbiamo preso l’aliscafo. Potete prenotare il biglietto – cosa che tendo a consigliarvi in alta/altissima stagione – o farlo direttamente lì alla partenza. Si naviga per un’oretta e si approda a Ischia Porto. La frequenza delle partenze è piuttosto fitta, ma date sempre un occhio agli orari.
Volendo, si può fare porto-stazione e viceversa anche con la metropolitana. Sono due fermate. Al ritorno abbiamo optato per quell’opzione perché avevamo un po’ di margine, anche se con i bagagli non è agevolissimo.

Il prode Cesare imperversa sugli scogli della spiaggia dei Maronti mentre sua madre maledice nei secoli la famiglia Sarratore.

Il campo-base
Ischia è un’isolona e, data la conformazione vulcanico-impervio-montuosa, girovagare non è linearissimo. Diventa super agevole in motorino, credo, ma con un bambino al seguito la soluzione tende a dimostrarsi un po’ intricata. Eravamo assolutamente motivati a piantare le tende a Barano – costa meridionale – e a non schiodarci più dall’albergo, ma siamo stati così ben coccolati e istruiti sul da farsi che ci siamo dedicati anche a varie esplorazioni.

Comunque, ad accoglierci con impareggiabile cuorosità è stato l’Hotel Parco Smeraldo Terme, che dati i lunghi trascorsi e la storia accumulata penso possa ormai essere considerato una sorta d’istituzione. A gestirlo, di generazione in generazione, è sempre la famiglia Iacono e ci tengo a ringraziare all’istante Leonilda che, fra le nuove leve, è quella che si occupa di social e comunicazione e che, per un purissimo e fortuito caso, ha visto nelle mie Instagram Stories un cartone della pizza che immortalava l’albergo e mi ha scritto per invitarmi. Giuro, è andata così. Dato lo straordinario antefatto, non potevo rifiutare e, appena è stato possibile spostarsi di nuovo con ragionevole agio, abbiamo fatto i bagagli. Leonilda, in pratica, ci ha anche fatto da mini tour-operator fornendoci tantissime indicazioni su luoghi meritevoli da visitare, ristoranti e bar, quindi praticamente tutto quello che troverete dopo ha ricevuto il bollino APPROVED DAI LOCAL. Diciamo pure che ogni volta che c’era da prenotare una cena lo staff si riuniva in sessione plenaria per ottimizzare il risultato.

La spiaggia dell’hotel, raggiungibile in 103 passi.

Tornando a noi, l’albergo è – letteralmente – sulla spiagga dei Maronti. Tra i numerosi vantaggi riscontrati, c’è senza dubbio quello di poter scendere di sotto e andare al mare in due minuti, piazzando l’asciugamano su uno dei lettini della spiaggia privata dell’albergo. Restando in tema di abluzioni, però, le opzioni sono varie. L’hotel è anche un complesso termale e, tralasciando le piscine coperte della spa – e i vari percorsi caldo/freddo che si possono fare lì -, c’è pure la piscina esterna, altrettanto alimentata ad acqua termale piacevolmente caldina e costeggiata qua e là da una costellazione di lettini e ombrelloni. Il verde è curatissimo e molto avvincente: in pratica, vi aggirerete per un giardino subtropicale pieno di vegetali estrosissimi e rigogliosi.

La nostra finestra è quella al secondo piano con una persianina aperta.
Quello che effettivamente si scorgeva dal nostro balcone. Ciao, Sant’Angelo!
Il laghetto che ospita da tempo immemore una colonia di tartarughe vivacissime che figliano con entusiasmo e con ancor più entusiasmo sono state ammirate e nutrite da Cesare. Ne ha anche battezzata una. GIOVANNI, ovviamente.

Giornata-tipo? Giornata-tipo, che aiuta sempre a rendersi conto della gestione pratica del tempo. Abbiamo passato le mattine usufruendo allegramente di mare e piscina, ci siamo sempre fermati a pranzo in giardino – l’albergo ha un bistrot mediterraneo con servizio ai tavoli sotto le frasche – e, meraviglia delle meraviglie, dopo mangiato siamo tornati sempre in camera per il pisolino. Mio figlio non dorme più al pomeriggio da due anni ma a Ischia HA DORMITO. Grazie, acqua termale. Rinfrancati dal sonno, abbiamo poi dedicato la seconda parte delle nostre giornate per visite e giretti, mangiando poi qua e là. Si può cenare anche in albergo – come abbiamo fatto la sera dell’arrivo. C’è bontà e abbondanza. Mi ritenevo nutrita già al buffet degli antipasti, ma avevo sottovalutato l’esuberanza gastronomica campana.

A turno, la mattina, siamo anche andati a collaudare la spa. Il mio consorte, rengo come una seggiola, si è fatto fare un massaggio, mentre io mi sono cimentata con il trattamentone superfavola a base di fanghi. Il procedimento è avvincente. I fanghi vengono “estratti” direttamente dalle profondità del complesso e vengono anche preparati lì – prima che ve li applichino, in tutto il loro terapeutico tepore, passano otto mesi buoni. Prima dell’applicazione vi visita un medico che vi spedisce dalla vostra infangatrice di fiducia – Maria, ciao! Sei meravigliosa! – con un’indicazione di trattamento. Cioè, c’è proprio uno schemino d’applicazione, in base alle magagne che vi affliggono. Io son rigida di collo ma ho un sacco di capillari sulle gambe, quindi ho vinto un’applicazione benefica per le articolazioni evitando però cosce e polpacci, per dire. Dopo essere stata impacchettata in un bozzolo di fango – che detta così pare una roba orrenda ma in realtà è molto rilassante -, vi docciano come dei labrador e vi immergono per un altro quarto d’ora in una vasca che vi idromassaggia in vari e sofisticati modi (ozono, per me). Per non sfigurare di fronte a Cuorone, poi, anch’io ho vinto un massaggio drenante che mi ha ulteriormente rimessa al mondo. Due ore molto ben spese. CHE BENESSERE.

Avventure – vol. I | Sant’Angelo
L’orizzonte dell’albergo è scenograficamente occupato da una sorta di promontorio a forma di panettone. Ecco, quel panettone lì è Sant’Angelo, un piccolo borgo che sospetto sia stato edificato ad arte da un produttore di cartoline. Ci si può arrivare in macchina – prendendo una serpeggiante strada montana – o via mare. Peter Parker credo ci possa anche arrivare a piedi, ma lui se la cava bene con le pareti verticali e noi molto meno. Insomma, quel che vi suggerisco è di posizionarvi in riva al mare sulla spiaggia dei Maronti – la “fermata”, da quanto ho capito, si chiama DA MARIO – in corrispondenza di un eloquente cartello. Potete leggere il numero di telefono sul cartello e chiamare il vostro traghettatore o, per soluzioni più pittoresche, potete sbracciarvi e un barcaiolo arriverà e vi caricherà. Sì, vi bagnerete i piedi, quindi regolatevi con le scarpe. La “traversata” dura un quarto d’ora e costa 4€ a persona – il percorso inverso, in orario serale, costa il doppio e vi conviene portarvi un golfino. E un telescopio.

Per rendere più agevolmente l’idea.
La garrula fase di avvicinamento.
Capitan Cuorone, celebre lupo di mare.

E Sant’Angelo? È un luogo incantevole. Arrampicatevi su per le stradine fino alla chiesa di San Michele, zampettate qua e là per vicoli e piccole botteghe e organizzate un campionato per eleggere il davanzale fiorito più avvenente. Mi fa strano parlare di cimiteri, ma pure il cimitero è un tripudio di colore e ceramiche smaltate.

La Santa Vergine delle Piante Grasse, protettrice della flora mediterranea.

Dove mangiare? Sul cocuzzolo del paese c’è un ristorante panoramico dall’aria epica – Villa Sirena, si chiama -, ma ci sembrava un po’ “pettinatino” per starci in tranquillità con un bambino. Siamo dunque tornati giù fino alla piazzetta centrale e ci siamo cimentati in un aperitivo al Pirata, cenando poi dal Pescatore. Sì, è uno di quei casi felici in cui non è necessario fare gli originali a tutti i costi e andarsi a cercare chissà quale chicca sperduta in mezzo a una foresta infestata dalle gorgoni. Potete mangiare in pace pure lì e godervi in serenità la piazza, il porticciolo, la spiaggina e il pontile-istmo che vi collega all’immenso panettone roccioso. Ci potete anche parzialmente salire, sullo scoglio, basta seguire la scaletta di legno.

Avventure – vol. 2 | Giardini La Mortella
Questi giardini dovrebbero essere rubricati tra le meraviglie del mondo? È possibile. Il complesso è frutto di lunghe e meticolose stratificazioni. Tutto comincia nel 1949, quando sir William Walton – compositore e musicista inglese tra i più blasonati del secolo scorso – si trasferisce a Ischia con la moglie Susana, wonderwoman di origini argentine che, a partire dal 1956, comincerà a “coltivare” i terreni vulcanici e i terrazzamenti circostanti alla casa, commissionando un ambizioso progetto strutturale all’architetto paesaggista Russell Page.

Quello che possiamo ammirare oggi – sotto l’amministrazione della Fondazione Walton, che ha raccolto il lascito di lady Susana preservando la Mortella e trasformandola anche in un polo culturale per la musica – è una sorta di rigogliosa bolla verde che si arrampica sul fianco di una collina affacciata sulla baia di Forio e ospita un’infinità di specie vegetali dalle provenienze più disparate. Il giardino è diviso in due macro ambienti, il giardino di Valle – quello inferiore, di impronta subtropicale – e quello di Collina – un labirinto mediterraneo, assolato e arroccato sulla pendice dell’altura.

A parte l’oggettivo splendore dei vegetali che prosperano ovunque, passeggiare per la Mortella è un tributo al gusto per l’esplorazione. La sensazione è quella di trovarsi in un ambiente al contempo selvaggio e “vivo”, ma anche sapientemente orchestrato per stupirci a ogni radura. Non perdetevi il Ninfeo, il Tempio del Sole e la Cascata del Coccodrillo. Calzature comode, che un po’ c’è da scarpinare e per vedere dignitosamente tutto servono almeno un paio d’ore. Per riposini e rifocillamenti, a metà percorso c’è anche un bar provvisto di pittoreschi ombrelli con gli specchiettini.

Visto che i Maronti non sono vicinissimi a Forio – il centro più vicino ai Giardini, che sono un po’ fuori mano rispetto al paese-paese – e che dopo l’abbondante escursione non volevamo tornare in albergo a notte fonda, siamo rientrati al campo-base e abbiamo mangiato in uno dei numerosi locali affacciati sulla spiaggia. Dal Parco Smeraldo sono tutti raggiungibili a piedi in neanche dieci minuti e cenare sul mare è indiscutibilmente fascinoso. Noi siamo stati al Faro e Cuorone ha reso omaggio alle tradizioni ordinando il coniglio all’ischitana. Hardcore, il coniglio all’ischitana.

Avventure – vol. 3 | Ischia Porto e il Castello Aragonese
Dunque, se volete dedicarvi allo shopping vi consiglio caldamente di fare la vostra comparsa a Ischia Porto nel pomeriggio inoltrato, perché non tutti i negozi aprono presto – controllate magari gli orari, che noi siamo andati di domenica e il giorno della settimana, alta o bassa stagione che sia, forse influisce.
Il nostro obiettivo era girellare e visitare il Castello Aragonese, che svetta in tutta la sua rocciosa arroganza su un altro voluminoso scoglio lavico collegato alla terraferma da un ponte artificiale – l’idea della pietra è venuta ad Alfonso V d’Aragona a metà del ‘400. I primi insediamenti risalgono al 474 a.C. e, a partire da Gerone il Siracusano, tante furono le dominazioni che modificarono la fortezza, stratificandone l’architettura e ampliando gli insediamenti.

Sempre nel 1400, tutta la popolazione ischitana abitava là sopra, per difendersi dai pirati: c’erano ben sette parrocchie, un paio di conventi, la guarnigione principesca e quasi 2000 famiglie, che verso la metà del ‘700 – debellati i pirati – cominciarono a trasferirsi nel resto dell’isola, per badare alle colture e dedicarsi alla pesca. Gli inglesi assediarono la rocca nel 1809 per strapparla ai francesi, demolendo pure la cattedrale – i cui magnifici resti si possono ancora esplorare. Nel 1800, Ferdinando I – re di Napoli – adibì il Castello a carcere “duro”, destinazione d’uso che è sopravvissuta fino al Regno d’Italia.

Cenni storici a parte, la visita non è riposantissima ma sorprendente. Il panorama dai terrazzi abbraccia il golfo di Napoli e Capri, ci sono chiese e cappelle piene di gatti sonnacchiosi, uliveti, sentieri e scale che si diramano dal corpo principale della fortezza per condurvi ai quattro angoli dell’isola… sempre che un’isolotto tondo possa avere degli angoli. Il percorso è ben indicato e numerato, ma anche in questo caso preparatevi a infrangere il record giornaliero del vostro FitBit. Teoricamente c’è anche un ascensore che dovrebbe portarvi in cima in maniera più rapida, ma quando siamo andati noi non era in funzione.

Altre tappe del giro a Ischia Ponte?
Gelato? Ice da Luciano.

Libri? La libreria Imagaenaria è l’unica dell’isola ed è anche ben fornita. In aggiunta, funziona da editore “locale”, con diversi volumi dedicati alla storia dell’isola, narrativa assai estrosa e saggi sui personaggi illustri che in qualche modo hanno lasciato un’impronta a Ischia. No, la gatta Cenerella non l’ho incontrata. Se la vedete, salutatemela.

Caffé? Il bar Cocò occupa strategicamente il fronte sul mare all’imboccatura del ponte del Castello. Ci siamo piazzati lì a fare merenda, in primissima fila.

Ceramiche? Leonilda mi aveva consigliato di fare un salto da Cianciarelli, ma era chiuso.  Visto che sono fissata con le ceramiche e non c’è viaggio che termini senza che io mi porti a casa almeno una piastrella, ho perlustrato via Mazzella e ho scatenato un discreto scompiglio da Sole d’Ischia – sì, ha in vetrina il limoncello, i Pulcinella e tanti souvenir non proprio favolosi, ma se ci si addentra c’è parecchio da scoprire. Alla fine ho comprato sei piatti fondi, sei piatti piani, quattro tazzine e una rana. Tutto ha tollerato alla perfezione la lavastoviglie, come mi era stato promesso, e sono soddisfattissima. Il proprietario mi ha imballato e spedito tutto a Milano in un paio di giorni. Se volete fare ricerche e approvvigionarvi in altri lidi, è tutta ceramica vietrese.

Angoli Pittoreschi? Palazzo Malcovati, col suo portone affacciato sul mare e il cortiletto verdissimo e fascinosamente disordinato. Se vi stuzzica qualche remoto ricordo è perché è stato spesso una location cinematografica.

E a cena?
Abbiamo approfittato di un ottimo consiglio dello staff del Parco Smeraldo riunito in seduta plenaria e ci siamo fatti prenotare un tavolo al Giardino Eden. Si prende una barchetta-taxi dal pontile della Curteglia e si naviga tra la costa e il castello per una manciata di minuti. Il locale è in una baietta riparata da un mini-arcipelago di scogli e poche altre volte in vita mia credo di aver mangiato in un posto così bello. C’è un’area bar dove abbiamo fatto l’aperitivo con ottimi cocktail. Temendo per la resistenza di Cesare – che ha scalato un castello e un po’ di sonno poteva legittimamente averlo – non ci siamo cimentati con i diversi percorsi dei menu degustazione, ma mi sento di consigliarvi quell’approccio lì. Non ci siamo fermati al panificio Boccia, ma ci siamo ritrovati a tavola il loro pane, quindi evviva. Cesare, comunque, quando ha visto l’acquario dei frutti di mare e dei conchigliami assortiti ha dimostrato di essere molto più arzillo di me.

Spostamenti
Visto che non volevamo sbatterci – un po’ perché c’era Cesare e un po’ perché non andavo in vacanza da un secolo e ho ritenuto legittimo investire in comodità -, non ho indicazioni particolarmente utili da darvi sui mezzi pubblici. Esistono e circolano copiosamente, comunque. Noi siamo andati in giro in taxi e abbiamo sempre richiamato lo stesso autista – che è diventato il nostro scarrozzatore ufficiale, a un certo punto. Vi fate lasciare il numero e vi organizzate tra esseri umani su orari e punti d’incontro. Per darvi un’idea delle tariffe, dai Maronti a Ischia Ponte/Forio si paga una media di 30 euro a tratta, idem per raggiungere l’imbarco dell’aliscafo a Ischia Porto.

Spero che questa piccola guida – per esploratori ischitani alle prime armi – possa tornarvi utile. E spero anche di poterla prima o poi arricchire con ulteriori avventure. Per il momento non sono in grado di insediarmi sull’isola come una vera lady Susana, ma ho applaudito la sua decisione a ogni passo. Voglio ringraziare ancora Leonilda e l’Hotel Parco Smeraldo Terme per l’impareggiabile accoglienza e per l’affetto che ci hanno riservato. Ci siamo rimessi sulla via di casa con quel mezzo magone che si manifesta quando si saluta un posto dove sono stati fabbricati ricordi felici. Cesare vi raccomanda di salutargli la tartaruga Giovanni e tutte le sue compagne di stagno. Se andrete da Leonilda e famiglia, non scordate di dichiarare la vostra Tegamini-provenienza, che ci sarà una sorpresina. 😉

[Per approfondimenti ulteriori, nel circoletto ISCHIA su Instagram troverete una copiosa cronaca video delle nostre imprese. Ma anche qui, qui e qui].

Allora, per essere una lista è effettivamente una lista, ma trattandosi di audiolibri dovrei forse osare di più? UNA COMPILATION. E siamo subito al Festivalbar.
Premesse superflue a parte, ecco qua un sintetico e funzionale ricapitolino degli ultimi ascolti su Storytel. C’è un po’ di tutto. Si ride, ci si ama in modo struggente, ci si spaventa perché c’è il gas aperto, si parla di donne notevoli e ci si fa prendere a pesci in faccia perché ci andrebbe di scrivere qualcosa.
Procediamo – e al fondo, come di consueto, trovate anche il link per il collaudo gratuito di un mese.

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Carmen Totaro
Un bacio dietro al ginocchio

Letto da Iaia Forte
Una madre, una figlia e un cataclisma che avanza silenzioso per anni, alimentato da una bugia che diventa troppo pesante da portare. Si comincia uscendo allegramente a cena per il compleanno di una ragazza che, in teoria, sta scrivendo la tesi, ma la serata termina con una porta chiusa e il vicinato intero radunato sul pianerottolo. Cos’è che Ada – la madre – si rifiuta di vedere? E perché sua figlia è così ferocemente intenzionata a fuggire da lei?
Un romanzo – quasi un noir psicologico, mi verrebbe da dire – fatto di donne imperfette, sorde, inadeguate e cocciute, che non sanno come stare insieme ma non sanno nemmeno come lasciarsi andare davvero.

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Francesco Muzzopappa
Figurine
Letto dall’autore
Pubblicitari insopportabili che mangiano pesce crudo, insetti temibili, teatro dell’assurdo, balere piene di anziani instancabili, tecniche di marketing autolesioniste e italico folklore: Muzzopappa è diventato uno dei miei punti di riferimento sul fronte dello svago. Quando ho bisogno di qualcosa di leggero, arguto e simpatico vado a bussare alla sua porta. Figurine è una raccolta di racconti quotidianissimi fra il buffo e il surreale, dieci episodi tragicomicamente vissuti che vi doneranno un paio d’ore di serena evasione.

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Vanni Santoni
La scrittura non si insegna
Letto da Gerry Gherardi
Vanni Santoni, per provare a presentarlo in maniera al tempo stesso riduttiva ma anche piuttosto accurata, è “uno di quelli che s’intende di editoria”. I libri li fa, li racconta e cerca anche di insegnare a scriverli, per quanto il compito sia arduo se non impossibile. La scrittura non si insegna non è un manuale di scrittura creativa e nemmeno un prodigioso decalogo dei passi fondamentali per scalare le classifiche e farvi tirar su monumenti davanti alle più blasonate biblioteche italiane. Più che altro è un libro che mira a non farvi perdere tempo, mettendo in fila quelle poche ma fondamentali domande che dovreste farvi prima ancora di coltivare ambizioni romanzesche. C’è un po’ di funzionamento del “mondo dell’editoria”, molto sull’importanza di leggere tanto per prendere meglio le misure, un pizzico di metodo di lavoro e, in generale, il cordiale ma fermo tentativo di scoraggiarvi.

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Igiaba Scego & Esther Elisha
Tell me mama
Come ormai ben sappiamo, Storytel ospita anche una vasta schiera di podcast originali. Tra le novità che ho accolto con più curiosità in questi mesi c’è Tell me mama di Igiaba Scego – ho iniziato a fare amicizia con lei partendo da La mia casa è dove sono, sempre su Storytel – e Esther Elisha, entrambe afroitaliane e molto attive nel testimoniare, scrivendo o recitando, che cosa significa davvero, oggi, in Italia, essere figlie di un mix culturale e promotrici di una visione del mondo più ricca, equa e sfaccettata. Tell me mama è allo stesso tempo una chiacchiera tra amiche e l’esplorazione, puntata per puntata, della storia di una donna afrodiscendente che, negli ambiti più disparati, si è fatta portavoce di novità e cambiamento. Ho cominciato dalla puntata dedicata a Bernardine Evaristo, perché Ragazza, donna, altro è uno dei libri che più ho amato quest’anno.

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André Aciman
Chiamami col tuo nome
Letto da Andrea Oldani
Non so dov’ero, quand’è uscito il film. Credo di essere rimasta l’unica al mondo a non averlo visto. Dato che al ritardo non si poteva più rimediare, ho deciso di ascoltare prima il libro e buonanotte. Arriveremo anche a Guadagnino, prima o poi, anche se dubito di riuscire a superare il sospetto che Armie Hammer voglia, in realtà, mangiare Timothée Chalamet. Tornando a noi, però, mi sentirei di incoraggiarvi a partecipare agli struggimenti di Elio e Oliver, perché è un libro che racconta l’amore come forma di riconoscimento, come evento totale che non sempre può durare nel tempo ma che al tempo ci restituisce irrimediabilmente modificati. È un romanzo che contiene sia la stella luminosa dell’amore corrisposto – e il percorso sempre miracoloso della scoperta di questa reciprocità – che la tragedia totale di un equilibrio irripetibile di circostanze perfette. Volete patire? A posto. Volete sperare? Benissimo anche in quel caso.

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Utilità pratiche.
Per altri consigli su cosa ascoltare su Storytel, vi rimando all’ormai nutrito archivio di COMPILATION a tema
Non avete mai collaudato Storytel? Ecco qua un bel mese di prova gratuita.

Esordirò con un’osservazione un po’ ridicola. La quarta di copertina m’aveva infuso un certo senso d’allarme perché Mio, la nostra protagonista, pare lì per lì motivatissima da un unico scopo: utilizzare la sua vista prodigiosa – per quanto fisiologicamente fondata – per attribuire un colore specifico a ogni singolo essere umano che incontra. E io, che sono arida e tendente all’assurdo, ho subito pensato ECCOCI QUA, UN ROMANZO SULL’ARMOCROMIA… MA IN GIAPPONE! Alla faccia della mia pochezza d’animo, però, Le vite nascoste dei colori di Laura Imai Messina – in libreria per Einaudi – si prefigge scopi ben diversi, con la delicatezza di un’ala di farfalla.

Che accade in questo libro? Dipende dall’occhio.
La dorsale principale – a livello di movimento di trama, almeno – è quella dell’incontro tra Mio e Aoi, che nasce come fortuita collisione tra cuori carezzevoli ma nasconde trame e predestinazioni che arrivano da lontano.
Mio è l’ultima discendente di una stirpe di creatori di kimono nuziali, l’indumento più complicato e ricco di significati simbolici della produzione indumentaria del Giappone tutto. La sua famiglia gestisce con sapienza un atelier specializzato in shiromukudalla tintura del tessuto alla vestizione della sposa. Mio è cresciuta sbirciando di soppiatto le giovani donne assistite dalla madre e dalla nonna, ma anche beandosi delle innumerevoli sfumature della stoffa. Il suo rapporto col colore è totalizzante, ma non tanto per sghiribizzo o ossessione. Mio è strutturata, proprio a livello ottico, per percepire una gamma cromatica molto più ampia del consueto e questa capacità di vedere il colore e di interpretarlo diventerà il suo cammino d’elezione, anche da grande. Il fatto che Mio veda più sfumature degli altri – e che cerchi di descriverle costruendo, di fatto, un vocabolario prodigioso che un po’ attinge dalla storia e un po’ vive d’accostamenti suggestivi – non la trasforma in una mazzetta Pantone ambulante, ma in una sensibilissima cartina tornasole che cattura anche quello che si agita sotto la superficie.

[Parentesi di puro fascino visivo: lo shiromuku è fatto così. La foto viene da qua.]

E Aoi? Aoi ha un’impresa di pompe funebri. Se la famiglia di Mio affianca chi, col matrimonio, sta per intraprendere una vita nuova, Aoi è custode dei riti che governano il corpo dei defunti e consolano i rimasti. È un ragazzo gentile, abituato a confrontarsi con le persone durante i momenti in cui meno vorremmo essere visti – mentre soffriamo, mentre ci separiamo da chi abbiamo amato. Anche nel suo caso, non pare sia un talento che nasce dall’allenamento o dal quella patina di cinismo disincantato che finisce quasi sempre per rivestire chiunque svolga un mestiere – e lo svolga bene – per un lungo lasso di tempo. Aoi non ha timore della morte perché è nell’accudire la vita – che si tratti di un giardino o di chi incontra – che si radica davvero il suo talento. E Mio, che sta invece al mondo col freno a mano tirato, timorosa di scoprirsi, di sbilanciarsi nel sentimento e di finirne incenerita come già ha visto accadere, più che alla vita che prosegue pensa al passato che non si può più modificare. A paralizzarla, forse, è la vastità delle possibilità che intravede nello spettro cromatico – che si tratti di fiori o di anime – che rende ricchissimo ma anche soverchiante il mondo in cui si aggira. L’unico a cui non riesce ad attribuire un colore, però, è proprio Aoi. Ed è da lì che comincerà il loro cammino.

Mi sono ingrovigliata già a sufficienza su Mio e Aoi, ma il loro incontro non è l’unica tesserina del mosaico. È un libro che parla di famiglia e di identità, di ricordi inattendibili – perché filtrati dalle sensazioni che un ricordo inevitabilmente ingloba, di responsabilità, scelta, eredità e sacrificio. Come il colore di una persona poco si intuisce se quel dono ci manca, tanto di quello che è davvero decisivo può restare taciuto e sepolto, anche se modifica in maniera irreparabile la nostra rotta.
Insomma, se il nucleo sono Mio e Aoi – e i loro sguardi complementari -, tantissimo fa anche l’atmosfera e l’accurata levità di Laura Imai Messina. Parte del fascino che, da lettori “altri”, attribuiamo a un romanzo ambientato in Giappone si annida anche in quello che di quei posti ci viene permesso di scorgere, credo. La precisione dello sguardo di Mio non troverebbe espressione senza una cura analoga della parola e del contesto. Quel che ci viene restituito è un Giappone fatto di piccoli quadri ricchi di dettaglio che mettono in comunicazione il nuovo con l’antico, la tradizione col quotidiano. Già l’esplorazione dei colori è un campo di gioco significativo, perché riesce ad abbracciare sia estetica che bagaglio simbolico, radicato in una cultura che col colore cercava di catturare l’armonia, ma organizzava anche il funzionamento gerarchico dei suoi gruppi sociali, tanto per fare un esempio. Ed è mettendo in fila tanti minuscoli moti dell’animo e facendoci pensare a quale mai potrebbe essere la sfumatura della parte posteriore della foglia del salice o del fondo di un armadio che Laura Imai Messina traccia per noi la parabola volubile e complessa di un amore che sboccia. E quando accade? Quando, finalmente, scegliamo di mettere da parte la paura e di correre il rischio di ricorrere alla verità… svelando i nostri veri colori.

Dunque, Pietro Minto assembla già da un pezzo una delle mie newsletter preferite – Link Molto Belli. La newsletter fa esattamente quel che dice: mette insieme link pazzi e curiosi in una rassegna periodica a metà tra l’indagine antropologica e il puro gusto di perdere tempo su internet. Come annoiarsi meglio, forse, raggiunge uno scopo simile ma ulteriore: farci riflettere sul modo in cui usiamo il tempo e sulla capacità sempre più scarsa di cui possiamo fregiarci per controllarlo, uscendone alla fin fine sopraffatti (e insoddisfatti).

Ma sarà poi così male perdere tempo?
In realtà no, non è così male. Anzi, coltivare la noia, come antidoto alle distrazioni tecnologiche che ci intrappolano spesso in loop infiniti (e quasi sempre poveri di reale appagamento), può dimostrarsi una pratica salubre. L’idea non è tanto quella di tramutarci in asceti o di rimpiangere i tempi lontani in cui qua era tutta campagna, però. Lo scopo principale è renderci un tantinino più consapevoli del nostro modo di occupare il tempo, per intravedere delle maniere alternative di perderlo un po’ meglio, più serenamente, senza lasciarci strangolare dall’ansia.
E da dove si comincia? Mappando le distrazioni e identificando i meccanismi che ci tengono ancorati ad abitudini in bilico sulla china della compulsione. Insomma, cosa diamine ci aspettiamo che succeda se ricarichiamo per la decima volta in un minuto il feed di Instagram? Perché vogliamo sempre “dell’altro”, del “nuovo”?

A tratti assolvendoci (perché molti dei meccanismi di fruizione digitale che ci intrappolano sono progettati appositamente per agire su sistemi ancestrali di reazione) e a tratti facendoci sentire dei perfetti imbecilli (perché ci illudiamo che il vuoto possa essere riempito da altro vuoto), Minto analizza il nostro rapporto con gli schermi, con gli altri e con il mondo intero, fotografandoci nel presente mentre ci dibattiamo fra tecnologia, lavoro onnipresente e relazioni, perdendo pezzi per strada e lasciandoci cullare dalla promessa di incentivi sempre più effimeri, fugaci e transitori.

Insomma, è un vispo saggio tragisimpatico – e il debutto di un autore italiano nel catalogo caleidoscopico di Blackie – che mappa le trappole che ci siamo piazzati da soli lungo la strada e che prova a farci immaginare una realtà in cui la tecnologia può diventare una compagna d’avventure curiosa e funzionale, smorzando l’ansia da prestazione che ci assale anche quando siamo convinti di servircene come valvola di sfogo.

*

Un altro tassello del Minto-verso? Qua potrete trovare il coraggioso autore alle prese con un intricato esperimento socio-matematico. 

In Pelle d’uomo di Hubert/Zanzim, uscito qua da noi per Bao, una fanciulla assai graziosa viene promessa in sposa – come vuole la tradizione – a un tizio che non ha mai visto prima. Non che la sua opinione conti, d’altro canto. Il matrimonio è una transazione come un’altra e da quando in qua una fanciulla dovrebbe coltivare l’ambizione di scegliersi un marito, o addirittura di sposarsi per amore?
Le donne della sua famiglia, però, si tramandano segretamente un manufatto assai particolare, raro e prezioso. Una magica “pelle d’uomo” che, se indossata, fa esattamente quel che promette di fare: conferire le sembianze di un bel giovanotto che può muoversi indisturbato nel mondo, concedendosi libertà del tutto inedite.

Bianca, la nostra promessa sposa, indossa la pelle con l’aiuto della sua madrina per lanciarsi in una specie di missione in incognito: vuole conoscere meglio l’uomo che dovrà sposare, infiltrandosi da pari in un mondo a cui di solito non ha la possibilità di accedere. Come si comporta Giovanni nel suo “ambiente naturale”? Che tipo sarà? Bianca deve aspettarsi un matrimonio privo di sentimento ma ricco di corna come quello che è toccato alle sue conoscenti o può aspirare a un avvenire meno scoraggiante?

Ebbene, nei panni di Lorenzo, Bianca non scoprirà lì per lì nulla di troppo confortante… ma non è l’unica a portare una maschera e sarà proprio il riconoscimento delle sovrastrutture che schiacciano e intrappolano entrambe le parti a farle aprire davvero gli occhi.
Senza togliervi il piacere del garbuglio narrativo, quello su cui si può riflettere sono i temi. È una storia che parla di ruoli predefiniti e squilibri di potere – alimentati da un moralismo di fondo che si arroga il diritto di stabilire cosa è lecito, “pulito” e buono. Il predicatore fanatico che punta il dito contro le tentazioni della carne è ascoltato e incoraggiato finché predica l’obbedienza femminile, ma quando caccia dalla città le prostitute frequentate da una considerevole fetta di uomini (soprattutto quelli sposati), la sua carriera subisce una significativa battuta d’arresto. Emblematico? Direi assai.
Lorenzo è l’elemento fuori dagli schemi (maschio e femmina insieme) che squarcia il velo e porta a galla le menzogne di facciata che la gente cerca di tenere in piedi per difendere e coltivare quel che è normale davvero: la propria inclinazione, spesso fluida o apertamente queer. È un racconto importante anche perché esplora pure l’altra faccia della medaglia, quell’impianto di mascolinità tossica che polarizza i comportamenti maschili e costringe chi non è conforme a quello schema – altrettanto artificiale – a nascondersi e a camuffarsi per non subire l’ostracismo della propria comunità e per continuare a tenere, in sostanza, il coltello dalla parte del manico.

Insomma, è un libro che usa un espediente magico e un’ambientazione lontana nel tempo per riflettere in maniera libera, sbarazzina e imprevedibile su una gran quantità di scogli ancora attuali.
L’auspicio resta quello di sbriciolarli.
VIVA LORENZO!

Benvenute e benvenuti nell’angolo della speculative fiction, un anfratto in cui la narrativa piglia una cosa del presente che fa già schifo (o comincia a puzzarci) e la sposta in una dimensione alternativa per farla degenerare fino in fondo.

Radicalized di Cory Doctorow raccoglie quattro racconti in bilico tra sociologia, economia e tecnologia che amplificano con dovizia di particolari e doveroso realismo (perché se non ci sono abbastanza dettagli minuti non funziona mai bene) alcune ansie emblematiche del nostro tempo.
Una ricognizione veloce per inquadrare meglio i temi.

I.
Rifugiati che cercano di adeguarsi alla realtà vessatoria del paese che li “accoglie”, aziende che controllano i tuoi consumi tramite l’hardware (qui: fornetti ed elettrodomestici di casa), palazzi in cui gli ascensori funzionano solo per i ricchi, l’illusione di poter ingannare un sistema sbagliato, la lotta per la dignità basilare.

II.
Due versioni parallele di Superman e Batman alle prese con un dilemma etico: schierarsi attivamente dalla parte di cui, nel silenzio e nella “comodità” generale, è da sempre la minoranza vessata? Intromettersi migliora le cose? Una riflessioni coi supereroi nel seminato di #BlackLivesMatter per riflettere, tra le altre cose, sull’idea di privilegio e sull’amministrazione della giustizia – che no, non è uguale per tutti.

III.
Un forum popolato da uomini che hanno perso o stanno per perdere gli affetti più cari perché le assicurazioni private si rifiutano di pagare cure che potrebbero invece rivelarsi decisive e salvifiche. Saluto, profitto, gestione pubblica della sanità, vendetta.

IV.
Un megalomane maniaco del controllo sfondato di soldi costruisce una cittadella fortificata in cui rifugiarsi con pochi eletti (altrettanto ricchi e/o dotati di particolari skill “utili”, tra cui figura anche la scopabilità) all’indomani della disgregazione del vivere civile. Andrà tutto BENONE.

Insomma, se Black Mirror Love, Death + Robots non vi hanno terrorizzato a sufficienza, o se non vi è bastato Mark O’Connell in versione apocalittica – molto di quello che troviamo nel quarto racconto è già in via di edificazione – Doctorow vi assesterà la mazzata finale. Non riesco bene a capire se il mio apprezzamento per il genere dipenda dall’intrinseca spettacolarità che possiamo ricavare dall’implosione di un immenso costrutto (o di una civiltà) o da una volontà che ricorda molto quella del prepper che dorme con sotto al letto lo zaino col suo kit di sopravvivenza in caso di fine del mondo. In ogni caso, il collasso sembra vicino… e anche questa settimana abbiamo finito il tonno.

Bianca Pitzorno patrimonio dell’umanità. Esordirei così.
Sortilegi è una raccolta di tre storie “magiche”. Andando in ordine troviamo: una presunta strega, una maledizione ricamata, dei biscotti irripetibili.

La strega è la versione espansa di un testo originariamente nato per accompagnare una narrazione illustrata – Ritratto di una strega di Ventura, uscito nel 1991. Racconta di una bambina piccolissima che sopravvive sola nella casa silvestre di famiglia. Tutti gli altri congiunti e i vicini muoiono di peste, ma lei ne esce illesa e cresce bellissima e biondissima nei boschi senza incontrare per anni anima viva… finché non la prendono per fattucchiera, le attribuiscono la responsabilità di ogni genere di sciagura naturale abbattutasi sul contado e chiamano allegramente l’Inquisizione. “Messer no, non sono una strega”, ma a poco valgono le sue sincere rimostranze.

Maledizione è ispirato a un reperto realmente conservato nel museo Sanna di Sassari: una tovaglietta da corredo con ricamato sopra un anatema destinato a una coppia di sposi. Pitzorno immagina l’origine di questo manufatto, producendo una favolosa rivincita per il karma ma anche una feroce indagine sulla gelosia e sul potere salvifico dell’innocenza.
Un pezzo della maledizione fa così:

GADONI* MUNDANU E TRAITORI TE PUEDES LAMARE.

*Gadoni era il nome del novello sposo.
Trovo sublime l’uso di LAMARE e sarebbe quantomai opportuno sostituire quel “Gadoni” con, che ne so, NINO SARRATORE.

Profumo parla di biscotti quasi mitologici, sempre in terra sarda. Sono biscotti che condensano nella loro apparente semplicità un intero luogo e una saggezza remota, la storia intera di una famiglia.

Per come funziono io, ho particolarmente amato il primo racconto. Oltre a ricostruire con minuzia e credibilità la vita “materiale” del Seicento, è anche una splendida esplorazione linguistica e la cronaca accurata – il caso di Caterina è raccontato dall’autrice assemblando una vasta documentazione storica – della sistematica eliminazione delle donne (relativamente) libere, disallineate, non conformi. Nel suo complesso, Sortilegi è un omaggio a un tempo non necessariamente lontanissimo in cui il prodigio era possibile, ma anche fonte di ingiustizia e arma potente. È anche un libro che parla di radici, di folklore denso e di magia che Pitzorno riesce ancora una volta a farci sentire concreta, viva, terribile.

 

 

Lo dichiaro all’istante: Love, Death + Robots è una delle mie cose preferite al mondo. La prima stagione ci era piombata addosso senza particolari fanfare, generando un entusiastico effettone-sorpresa dato dalla struttura e dal trattamento visivo estremamente eclettico delle storie. E anche la seconda – uscita il 14 maggio su Netflix – non smentisce il folle spirito delle operazioni. Al comando della ciurma ci sono David Fincher e Tim Miller (qui showrunner/ideatore e già regista direi assai applaudito dalla popolazione del globo per Deadpool), con Jennifer Yuh Nelson a fare da coordinamento registico e da collante creativo.
Love, Death + Robots, per far ambientare bene anche chi si fosse perso il primo giro in giostra, è una serie antologica d’animazione che funziona come una specie di multiverso sci-filosofico. Coi robot. E i mostri. E le navicelle spaziali. E i sentimenti. E lo spazio-tempo. E ROBA. Le puntate sono indipendenti le une dalle altre e hanno una durata variabile – alcune ve le vedete in 4 minuti e altre superano i 20 -, ma sono tutte accomunate dal tentativo di immaginare come l’umanità si proietterà nel futuro o come il mistero, l’ignoto e “l’alieno” possono innestarsi nella normalità che conosciamo, deformandola in mille modi rivelatori. È un grande esperimento narrativo che esplora le vaste potenzialità dell’animazione digitale – ci sono puntate che sembrano film con attori in carne e ossa ed episodi che potrebbero comodamente diventare anime che stanno in piedi da soli, più incursioni che combinano CGI e stop-motion – e che, pur ponendoci immancabilmente di fronte a questioni totalizzanti di vita o di morte non rinuncia al gusto per il bizzarro, l’ironia e il divertimento puro dello spettacolo. Sono due stagioni di paradossi e di ipotesi su quello che la tecnologia potrà farci – o ci ha già fatto. E sono estremamente piacevoli da guardare per varietà, durata ben modulata e imprevedibilità sia visuale che tematica.

Tim Miller ha già confermato che ci sarà una terza stagione – che vedrà il ritorno di un trio di robot EPICI già apparsi al debutto della serie e che sarà composta da otto puntate. In questo secondo volume c’è anche la partecipazione (in una motion-capture di un realismo assurdo) di Micheal B. Jordan, pilota precipitato su un pianeta desertico che se la vedrà brutta proprio nel modulo di salvataggio che dovrebbe tenerlo al sicuro.
Chicche letterarie aggiuntive: un episodio arriva da Joe Lansdale ma, soprattutto, c’è la trasposizione di The Drowned Giant di Ballard. Il racconto è stato una fissazione di lunga data di Miller, che dopo aver perseguitato praticamente per anni le figlie di Ballard è finalmente riuscito a ottenere la loro autorizzazione per lavorarci – ci aveva già provato per gli otto episodi d’esordio, ma le eredi l’avevano mandato a stendere. Siamo felici che abbiano acconsentito, anche se a scoppio ritardato. Il risultato è surreale, malinconico, struggente e assurdo… un po’ come tutta la serie.


Pur non essendoci un filo rosso esplicito a legare tutti gli episodi, le puntate si strizzano l’occhio e si passano la palla, mostrandoci quello che succede se decidiamo di fare un passo in più e di superare i tradizionali confini della fantascienza, della robotica, dell’intelligenza artificiale e dei what if classici del cinema o delle narrazioni libresche. Nonostante i robot malevoli, i mutanti fosforescenti, lo spazio profondo e le miracolose rigenerazioni cellulari, al cuore di ogni storia ci sono degli esseri umani che si specchiano nella loro solitudine o nel loro bisogno di stupirsi davanti alla vastità di quello che può esistere – Babbo Natale compreso.
Insomma, è un bel parco giochi… con ottovolanti senzienti che faranno tutto il possibile per uccidervi o per accartocciare in maniera meravigliosamente creativa e inquietante ogni vostra certezza.

Dev’essere confortante avere la capacità di analizzare in un libro – e di razionalizzare, in un certo senso – un terrore personale reso onnipresente dal contesto informativo in cui siamo inseriti. Ecco, Mark O’Connell – già transitato per questi lidi con Essere una macchina – per un certo periodo si è ritrovato a gestire un’ossessione soverchiante per la fine del mondo… intesa come multiforme apocalisse che mescola molti aspetti diversi, dalla degenerazione climatico-ambientale al collasso della civiltà.

Associamo tradizionalmente l’idea di Apocalisse a un grande e plateale evento traumatico di portata definitiva e irrevocabile, ma O’Connell ce la presenta come una condizione di graduale disgregazione e deterioramento di quello che ci circonda, sia dal punto di vista del nostro “habitat” che della nostra cultura, dei nostri legami e delle nostre speranze per il futuro.
È come se avessimo spesso di immaginare il domani con l’ottimismo con lui le grandi “ere del progresso” ci hanno abituato a concepire la nostra sorte. Il domani è gradualmente diventato sempre più fosco, insomma. E ci viviamo dentro, già ora, con limitate capacità (o volontà) di arginare l’arginabile.

Per cercare di inquadrare meglio quest’ansia da fine dei tempi, in Appunti da un’Apocalisse O’Connell ha fatto i bagagli e ha visitato una serie di luoghi emblematici che trasportano nel mondo tangibile la nostra paura della catastrofe. Alcuni sono posti “preparatori”, altri sono posti in cui la catastrofe è già accaduta. È un viaggio personale, ma anche un itinerario che attraversa un ventaglio di subculture e fenomeni socio-economici collettivi.

Dai bunker di lusso in South Dakota ai miliardari della Silicon Valley che si comprano pezzi interi di Nuova Zelanda (o di Terra di Mezzo?) fino ai tour guidati nella Zona di Alienazione di Pripjat’ – passando per una conferenza sulla colonizzazione marziana – O’Connell vaga riflettendo sul tempo che ci resta e su una grande scelta finale: a sopravvivere sarà l’individuo con i mezzi per isolarsi e tenere fuori il resto del mondo o sarà l’essere umano come membro di una comunità da ricostruire – insieme?

Orbene, Annie Ernaux è un’autrice che sto pian piano affrontando e che fa della rielaborazione autobiografica – nella speranza di toccare corde universali – la sua cifra narrativa. È asciutta, precisa, inflessibile e acutissima, soprattutto nello sviscerare il sommerso. Ognuno ha il suo, di sommerso, ma lei sommerge anche per gli altri.

Qua sotto ci sono due dichiarazioni d’intenti – usate da esergo per L’evento – che credo inquadrino bene il suo progetto.

Il mio duplice auspicio: che l’evento diventi scritto, che lo scritto diventi evento. – Michel Leirs
Chissà che la memoria non consista solo nel guardare le cose fino in fondo. – Yuko Tsushima

Comunque, in questo capitolo della cronaca del suo transito su questo pianeta, Ernaux ripercorre un’esperienza dai vasti risvolti, l’interruzione di gravidanza a cui ha deciso di sottoporsi nel 1963, a 23 anni, quando in Francia la procedura era ancora illegale.

Se il tema vi angustia, siete avvisati e avvisate: si parla di aborto, con dovizia e nel suo complesso. Se ne parla in termini psicologici, pratici, “sociali” – perché è all’interno di una società con regole che imbrigliano la possibilità di decidere sul corpo femminile che Ernaux si trova ad agire, in quel momento.
Se ne parla come impatto potenziale sul futuro, come reazione istintiva, come estraneità a un ruolo che l’autrice non è pronta ad assumersi. Se ne parla come evento che trasforma e segna, restituendo qualcosa nel togliere.

Ernaux, in mancanza di alternative legali, finisce per ricorrere alla clandestinità, tra rischi sia fisici che “penali”. È un libro facile? No. È una testimonianza che fotografa un punto di svolta totalizzante? Certo. È uno spunto per pensare, nella sua totalità, al valore fondamentale del diritto di decidere? Sì.