Uscito nel 2025 nel vasto mondo anglosassone, Tutte le mattine di Sybil arriva qua da noi per Rizzoli nella traduzione di Giuseppina Oneto – e con un publishing, specialmente sul fronte del titolo, che confesso m’avrebbe acchiappata poco, senza il poderoso clamore estero che ha accompagnato il libro e che ha contribuito a farlo finire nel mio listone disordinato di guarda un po’, poi lo leggiamo.
La caratteristica più spiccata da segnalare, qui, è la struttura epistolare. È una storia che assimiliamo leggendo la posta della signora Sybil, settantenne che vive da sola in una casetta probabilmente fatta di marzapane in una cittadina del Maryland. È in pensione da un pezzo – ha lavorato come cancelliera, in simbiosi con un giudice molto stimato -, il suo ex-marito dimora in un altro continente e i figli sono grandi e altrettanto proiettati nel vasto mondo. Lei non è di temperamento avventuroso, ma da una vita intera scrive lettere a chiunque e quell’abitudine, che si sovrappone alla sua stessa identità, continua a sostenerla e ad aiutarla a governare le relazioni con gli altri esseri umani. A noi è dato scavarci in mezzo – leggendo quello che spedisce e, quando occorre, anche quello che riceve – per farci un’idea man mano sempre più definita della sua interiorità, del suo passato e dei rapporti con gli altri personaggi, vecchi e nuovi.
Lo spauracchio più pressante che incombe sulla signora Sybil è la perdita della vista, che s’affaccia all’orizzonte con la promessa di privarla dell’indipendenza e di una quotidianità fatta di confini molto chiari. Solo le lettere possono andare e venire, in questo microcosmo chiuso – e capire come mai la signora Sybil sia così guardinga, stanziale e all’apparenza inflessibile fa parte del giocone che il libro apparecchia per noi.
C’è qualcosa che è andato storto e che continua ad avvelenare il presente, ma Virginia Evans ha tutte le ragioni per farcelo scoprire pian piano. Sybil, scegliendo con cura come raccontarsi, cosa insabbiare e cosa esternare, costruisce di fatto una realtà che le pare possibile abitare. S’impiccia, con una cortesia intransigente, si ritrae, timorosa di rivelarsi vulnerabile. Si vieta legami e speranze, perché crederci può costare caro e, ormai, le pare d’aver fatto quel che doveva fare, nella vita. Che altro dovrebbe capitare a una signora che ha superato i 70?
La struttura è di certo il punto di forza – e le rivelazioni o i ribaltamenti di “versione” tengono viva la curiosità. Il fatto che quest’ossessione così duratura e piacevolmente anacronistica per la corrispondenza trovi anche una spiegazione in una sorta di forma mentis personale della signora Sybil è fonte di sollievo, perché non lascia a penzolare nel nulla la “forma” del libro e riduce la componente di vezzosità e stravaganza della scelta, che un po’ furbetta poteva sembrare.
Bisogna anche dire che la ricerca dell’effetto e dei nostri potenziali piantini è molto evidente nella traiettoria di Sybil e che, forse, bastava pestarci su un po’ meno. Se cercate un garbuglio interpersonale da ricostruire e un incoraggiamento a uscire dal guscio, però, resta un libro che fila via bene e sollecita anche una certa speranza nel domani, nella redenzione e nel conforto che possono donarci gli altri, pure se noi istintivamente ci crediamo poco. Andrete a procurarvi una risma di carta da lettere? Chissà! I francobolli si comprano ancora in tabaccheria? Non ne ho la più pallida idea.
