Libri

Steven L. Peck | Un breve soggiorno all’inferno

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In Un breve soggiorno all’inferno di Steven L. Peck – tradotto da Stefano Ternavasio per Blackie Edizioni – si scopre che l’aldilà è amministrato dallo zoroastrismo e che chi non aderisce già a quell’inquadramento lì finirà d’ufficio in uno dei numerosi inferni possibili. Noi facciamo esperienza dell’inferno assegnato al nostro protagonista, modellato su un racconto di Borges, La biblioteca di Babele. La biblioteca contiene tutti i potenziali libri composti o componibili in ogni luogo e tempo e te ne puoi andare solo se trovi quello che racconta la tua storia. È plausibile trovarlo? Giammai.

Il poveraccio di cui condividiamo la sorte vaga per EONI in questo luogo sterminato, uniforme e asettico (in cui non si può manco morire per davvero). Ci sono altre anime erranti, che esprimono con grande dovizia le innumerevoli sfaccettature dell’erosione interiore e della follia innescata dal tedio assoluto e dalla mancanza di prospettive. Si tenta disperatamente di ricostituire ordini sociali e relazioni umane, si fa di tutto per occupare il tempo in un posto che esiste oltre la dimensione del sopportabile e dell’intellettualmente comprensibile. Come se non bastasse, sfogliando e sfogliando volumi, i penitenti si imbattono solo sporadicamente in una parola o in una frase di senso compiuto – te pensi: che bello, un’eternità a leggere capolavori in una biblioteca senza fine! E invece no, nella prodigiosa connotazione combinatoria della biblioteca i libri contengono quasi solo roba che pare scritta da un gatto che cammina sulla tastiera – sajs71)/?©@.€/773shsuHuBsiCOSÌ INSOMMA.

A parte il terrore che l’eternità e l’infinito generano in automatico nei cuori e nelle menti dei mortali – più o meno dotati di fede -, la radice del problema sta nella presenza dichiarata di una via d’uscita, che però è ingegnerizzata per concretizzarsi in un’illusione di raro sadismo. L’inferno è la speranza che muore perché mai e poi mai ci si trova nelle reali condizioni di afferrarla.
Che malessere. Che magone. Che paura, signor Peck. Ma chi me l’ha fatto fare. Idea stupenda e fertilissima? Certo. Ci vivrei? Ma manco dipinta.

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