In Quello che possiamo sapere – qui da noi in libreria per Einaudi nella traduzione di Susanna Basso –, Ian McEwan spacca il mondo in due. Da un lato c’è il presente dell’accademico che ci invita a seguirlo nelle sue ricerche e, dall’altro c’è il tempo abitato dai soggetti meticolosamente frugati. Si studia il 2014 – un passato per noi recente – da un lontano 2119, epoca ipotetica in cui quel che poteva andar male è già andato male. Il volenteroso Metcalfe, filologo specializzato nella letteratura e nella cultura del blocco 1990-2030, abita in un futuro di continenti sommersi e umanità sparpagliata, di equilibri politico-economici stravolti da un Grande Disastro. A produrlo son state sia le pessime decisioni dei governanti che il disinvolto superamento dei limiti della decenza sul fronte climatico e ambientale.
Metcalfe e i suoi contemporanei – compresi gli studenti che s’iscrivono senza troppa convinzione al corso che anima insieme alla compagna, anche lei accademica prediluviana – nutrono una fascinazione ambivalente per il periodo 1990-2030. Lo vedono come un’età magica in cui il benessere era ancora diffuso e si campava facendo meno fatica, ma giudicano anche con intransigente severità quegli antenati sciatti, egoisti e poco lungimiranti che hanno spianato la strada alla catastrofe globale. Che contributo alla creatività può aver dato della gente simile? Cosa si scriveva? Cosa si leggeva? Come si stava insieme? Che valore si può attribuire allo spensierato escapismo di quel tempo?
Con le biblioteche traslocate su picchi montani e in luoghi impervi – nella speranza di proteggerle da un altro innalzamento delle acque -, McEwan regala a Metcalfe un antico mistero da risolvere. E anche una fissazione che gli invade la vita. Un celeberrimo poeta di quel bel mondo perduto lì, infatti, ha composto una “corona” per festeggiare il compleanno della moglie. L’ha declamata a cena davanti a un gruppetto di amici e stop, nessuno ha mai più avuto l’opportunità di leggerla o di trovarla pubblicata da qualche parte. E ritrovare la “Corona per Vivien” di Francis Blundy diventerà la missione definitiva di Metcalfe.
Il coraggioso filologo ha qualche pista da seguire e, soprattutto, ha avuto modo di farsi un’idea che ritiene attendibilissima sia sui coniugi Blundy che sul circolo di amici e parenti che hanno presenziato alla fatidica e irripetibile lettura. McEwan gli fa raccontare per filo e per segno cosa è riuscito a ricavare dalla sovrabbondanza di fonti disponibili in un’epoca in cui un autore affermato sfornava libri a cui seguivano recensioni, apparati critici, conferenze e interventi filmati. Visto che l’autore affermato e i suoi sodali sono anche delle persone inserite in un contesto di comunicazioni che pian piano si avviano a una capillare digitalizzazione, però, da spulciare ci sono anche diari, lettere, e-mail, messaggi. Ed è proprio sul confine tra pubblico e privato che Metcalfe scava con disperata insistenza. Ci propone una ricostruzione biografica della parabola di Vivien e di Blundy, ma è evidente che qualcosa manchi. È quello, l’altro modo che McEwan sceglie per spaccare in due il mondo: c’è “l’idea” di Blundy e Vivien, ma cosa vogliamo saperne, in fin dei conti? La verità è quel che affiora o va cercata altrove? Come le terre sommerse del presente di Metcalfe, anche i soggetti della sua ricerca e le loro motivazioni più autentiche sembrano riposare sul fondo limaccioso di un abisso di mistificazioni, inganni e segreti.
Il romanzo ci offre un’attrezzatura completa da palombari ed è lì che ci trascina, con l’eterna promessa di un capolavoro poetico da riportare all’asciutto – magra vittoria nella desolazione che tocca ai discendenti di quella generazione felice e irresponsabile. Quella che sembra una pura indagine accademico-letteraria si trasforma in una sorta di tremendo giallo relazionale e ci ricorda che anche quello che può passare per un purissimo esercizio artistico arriva da un fondo scuro di contraddizioni e trappole fatte di corpo, mente e futuri spazzati via da accidenti imprevedibili.
Fatevi una cortesia e cominciate bene l’anno. Lo scafandro ve lo presta McEwan.







Il problema che 
Devo ammettere che il mio preferito resta 
Efesto, possiamo dircelo tranquillamente, non è uno che ha saputo costruirsi una fandom solidissima. È un dio utile, ma non è che sia molto di compagnia. Brutto, ombroso e sciancato, sfacchina senza sosta nelle sue prodigiose fucine e si tiene abbondantemente alla larga dalla mondanità. Quando ottiene la mano di Afrodite lo si compatisce, più che invidiarlo. Sulla cima dell’Olimpo ci sarà anche una magica città, ma a Efesto toccano corna, scherno, una sostanziale marginalità e assai poca poesia. Paola Mastrocola non esita a indicarcelo come l’unico dio che lavora – nello sconcerto generale -, ma ne rimescola con grazia motivazioni e gesta per immaginare tutto quello che scorre e ribolle sotto la superficie. Efesto è sotterraneo e magmatico come il metallo che forgia e il suo destino è perennemente in salita – e non solo a livello metaforico. Scaraventato giù dall’Olimpo da neonaterrimo, Efesto passerà l’eternità a cercare di vendicare quel violento rifiuto e, soprattutto, a cercare di fare a meno di quell’amore fondamentale che gli è stato negato. Non può dirsi perfetto e splendido come gli dèi e le dee al cui fianco avrebbe pieno diritto di stare, ma tutta la bellezza che gli manca finisce nell’arte che produce e nel comando che esercita sulla materia. È quello il mezzo con cui rovescia all’esterno il sentimento, è quello il suo lascito. Il dio che pare meno dotato di grazia è quello che crea meraviglie capaci di stupire persino gli eterni abitanti dell’Olimpo, che tanto si compiacciono d’aver già visto (quasi) tutto. Figlio di due madri e figlio di nessuno, Efesto arranca alla scoperta delle sue origini, sempre conteso tra vette e abissi, bisogno d’appartenenza e orgoglio ferito.
Di 
Reduci dalla NOTEVOLE mole di 4321 – che possiamo aver amato o molto ammirato o possiamo magari ricordare in prevalenza per la fatica che ci ha fatto fare -, trovarsi alle prese 


Serpeggia insomma un’insoddisfazione blanda ma caparbia e le giornate si srotolano sempre uguali, con le chiacchiere tra una permanente e l’altra e le storie minute delle clienti. Un bel giorno, però, uno sconosciuto entra per farsi tagliare i capelli e si dimentica al salone il primo volume della Recherche di Proust.