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In questi mesi – un po’ perché mi sono riprodotta e un po’ perché capita di poter lavorare a progetti belli – ho fatto amicizia con Peg Pérego. A giugno ho passato una giornata sul set con la navetta Elite e i videomaker di Marie Claire, qualche settimana dopo ho seguito lo shooting per il trasformabilissimo seggiolone Siesta e, all’inizio dell’autunno, ho trovato il Biglietto d’Oro in una tavoletta di cioccolato e sono andata a visitare gli uffici e la fabbrica di Peg Pérego ad Arcore.
Ora, non so voi, ma io sono una grande fan di tutti i programmi che ti fanno vedere come si fanno le cose. Li amo indistintamente, senza badare al prodotto o alla complessità del procedimento. Una fabbrica di filo spinato? Perfetto! Una petroliera? MEGASTRUTTURE, fantastico! Un fiasco d’alabastro? Adoro! E via così.
Quando mi hanno proposto di passare una giornata a disturbare moltissimo con i miei video e le mie domande moleste gli indaffarati dipendenti di Peg Pérego, dunque, ho accettato con trasporto. Un po’ per una mia personalissima forma di curiosità verso i più svariati COME SI FA, ma anche un po’ per rendermi conto in maniera più completa che cosa succede quando un’azienda progetta, produce e distribuisce una vasta gamma di articoli destinati ad esseri umani molto piccoli – che, come possiamo ben immaginare, non sono i consumatori finali più malleabili e facili da accontentare. Procreare per credere.
Che cosa succede a casa Peg Pérego, quindi?
Ecco che cos’ho scoperto in dieci punti (più o meno rapidi) pieni di marchingegni elaboratissimi e persone molto gentili e disponibili. 

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Razionalizzare la complessità – a.k.a. ci sono tanti modi per organizzare un assemblaggio

Non mi immaginavo di finire in un incubo fordista – con tanto di Charlie Chaplin incastrato in qualche ingranaggio – ma neanche di trovarmi in un ambiente all’apparenza così “semplice”. Mettere insieme il telaio di un passeggino, una navicella o un seggiolone è una faccenda intricata. Ci sono tanti pezzi da creare, molti incastri da padroneggiare e una miriade di controlli da fare. Trasformare l’intricato in qualcosa di lineare è un lavoro di una difficoltà estrema… e forse è proprio per questo che i “come è fatto” ci affascinano tanto. La fabbrica di Peg Pérego è una sorta di arcipelago di isolette specializzate che si occupano ciascuna di un prodotto diverso, dall’inizio alla fine. Molte linee utilizzano il metodo Toyota – razionalizzando le risorse necessarie e producendo quello che effettivamente viene ordinato, in maniera super rigorosa ma anche flessibilissima.

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La scritta “Made in Italy” non racconta frottole

Peg Pérego è un’azienda storica che si basa, da sempre, su un indotto di tante piccole – ma indispensabili – realtà locali che sostengono la produzione fornendo le materie prime e i pezzi che non vengono stampati direttamente nello stabilimento. Si assembla a pochi chilometri da Milano, ma anche quello che si assembla non arriva da lontano. E la sensazione è quella di mettere piede in un’azienda di famiglia che è diventata gigantesca ma che non si è dimenticata da dove viene. O come si coltivano relazioni solide con i propri vicini di casa. Le componenti sono sfornate da macchine che stampano i pezzi partendo dal materiale grezzo, ma ad assemblare effettivamente il seggiolone che vostro figlio ricoprirà di appiccicosissime rondelle di banana ci pensano delle mani. Ci sono delle mani che vestono le navicelle con l’imbottitura che accompagnerà molte nanne e mani che ricoprono la scocca con la fodera impermeabile che terrà alla larga il freddo e l’umidità. Mani, come in un laboratorio artigiano. Ma molto più grande.

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Gli step di controllo sono innumerevoli – e nessuno è superfluo

Ogni addetto si occupa spesso di più fasi produttive. In alcuni casi (e con variazioni cicliche delle mansioni) una persona mette insieme un determinato articolo dall’inizio alla fine, sottoponendolo regolarmente a un sacco di step di controllo che hanno a che fare con la tenuta, i meccanismi di aggancio, le chiusure e la corretta applicazione di tutto quello che serve. Gli ovetti, per dire, vengono infilati in un aggeggio che, con 11 macchine fotografiche, ha il compito di verificare il corretto posizionamento delle parti metalliche. Alla fine del procedimento, i prodotti vengono imballati, inscatolati e pesati. La pesatura è una saggissima prova del nove. Pesa troppo? C’è qualche pezzo in più. Pesa troppo poco? Manca qualcosa.

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Gli stampi sono classificabili come arte moderna

I prodotti vengono assemblati, ma da dove arrivano i pezzi? Dal capannone vicino. Fuori dallo stabilimento ci sono dei silos decisamente voluminosi pieni di materiale plastico – e qui mi giocherò la parola difficile della giornata: POLIPROPILENE – che viene “risucchiato” e dato da mangiare a una macchina che somiglia un po’ a un autolavaggio ma che, in realtà, fonde la plastica, la stampa e la raffredda, restituendoci un oggetto tridimensionale perfettamente strutturato e pronto al montaggio. Per stampare i pezzi servono gli stampi, MA GUARDA UN PO’. Ci sono stampi di millemila tipi – i più favolosi erano quelli per i telai delle macchinine giocattolo – e sono tutti accomunati da una gloriosa caratteristica: sono cari come il fuoco. Gli stampi sono inestimabili, massicci, pesantissimi e facilmente scambiabili per dei pezzi da museo. Dato il loro valore di mercato e il loro favoloso aspetto da astrattismo post-industriale (esisterà bene una corrente artistica che fa più o meno una roba del genere), fossi in Peg Pérego mi farei dare una sala all’Hangar Bicocca.

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I collaudi sono cruentissimi

C’è un signore che passa le sue giornata a torturare i passeggini. Li prende, li piazza su un rullo pieno di dossi artificiali e ce li fa correre sopra per chilometri e chilometri. Non pago, li ficca in una cella frigorifera a temperature polari e li osserva compiaciuto mentre surgelano. Non ancora soddisfatto, prende una specie di incudine di quindici chili, ce la carica su e simula il movimento della mamma che fa il gradino per giorni, settimane, secoli. C’è un tavolo DEVASTANTE che ospita una fila di bottoni – quelli montati sulle macchinine giocattolo, per dire – che vengono pigiati da dita d’acciaio per milioni di volte. Ci sono marchingegni che sottopongono i tessuti ad ogni genere di angheria per valutarne la resistenza alla frizione, alla luce e alle intemperie. È un signore adorabile e il suo lavoro è importantissimo sia per testare la resistenza dei prodotti alle condizioni più disparate che per capire come migliorare le materie prime e i tessili, ma sono certa che se i passeggini potessero muoversi di loro sponte, lo travolgerebbero senza pietà.

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L’ufficio invenzioni è un covo di Mr Wolf 

Un’azienda deve preoccuparsi di sfornare e recapitare ai clienti quello che hanno ordinato, ma deve pensare costantemente al prossimo prodotto. E Peg Pérego ha una specie di covo di folli inventori che progettano e costruiscono prototipi a bordo scrivania, in un tripudio di bulloni e software di modellazione 3D. L’idea è quella di migliorare costantemente quello che c’è già, ideando soluzioni nuove a richieste che possono essere emersi dal lato del consumatore, rendendo ancor più fluido e comodo quello che già si vende o escogitando prodotti che ancora non esistono per semplificarci ulteriormente la vita. C’è chi disegna al computer e chi martella, chi sagoma materiali e chi si legge le ricerche di mercato. Avrò visto di sfuggita il prossimo passeggino definitivo? È molto probabile.

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Vestire i passeggini è un po’ come vestire le persone

Pensavo che i moodboard fossero un costrutto immaginario – spesso utilizzato nei film quando bisogna raccontare come funziona la redazione di Elle – o qualcosa che puoi aspettarti di vedere solo su Pinterest, ma invece esistono veramente. E sono utili. I tessuti che rivestono i passeggini che spingete o i seggioloni che ospitano le vostre creature quando è ora di mangiare vengono da una ricerca combinata di materiali e pattern. Ci sono le collezioni stagionali, proprio come per le case di moda, e c’è un super lavoro che comincia con lo studio delle tendenze di un particolare periodo e finisce alla macchina da cucire. In mezzo c’è un grande sforzo di progettazione estetico/funzionale e ci sono anche persone precisissime che tagliano cartamodelli, applicano bottoni e trovano il modo di vestire ogni prodotto nella maniera più piacevole e comoda possibile. In poche parole, una sartoria per passeggini. La vita.

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Per disegnare i giocattoli si usano pennarelli straordinari

Da dichiarata maniaca della cancelleria ed ex-persona che sa disegnare, il reparto giocattoli mi ha regalato grandi emozioni. Con “giocattoli”, Per Pérego intende principalmente le macchine, i trattorini e le ruspette pilotabili dai vostri bambini. E sui tavoli dei progettisti di giocattoli ho visto meraviglie. Schizzi e disegni di mini-fuoriserie. Portamatite pieni zeppi di pennarelli inestimabili. Astucci strotolabili contenenti ogni pastello mai inventato dall’uomo. Copiosi cicciottini di gomma – avete presente quando si cancella con la gomma, no? Il risultato della cancellatura è una specie di palata di cicciottini. COMUNQUE. Mi immaginavo, non so bene perché, che ormai non capitasse più, ma il pensiero di una persona che si siede lì e disegna un giocattolo con la matita, la gomma e i pennarelli mi riempie di una felicità senza pari.

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Al parco giochi ci sono anche le corse clandestine

Tra i disegnatori, gli inventori e l’ufficio stile c’è una sorta di parcheggio, pieno di veicoli telecomandabili di ogni forma e dimensione. Molti giocattoli Peg Pérego, oltre ad essere guidabili da vostri figli, sono pilotabili da remoto anche attraverso un’app. E mi è stato rivelato che questa funzionalità è assai gradita dai genitori. E io, subito: “Ah, certo. Insomma, è comodo. Metti che il bambino sta per schiantarsi, tu sterzi con l’app e sei a posto”. Ma mi sbagliavo. “Certo, certo. Le macchine sono sicurissime, Francesca. Ma la faccenda è un’altra. I papà ci fanno le corse”.
Favola.

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Dietro alle “cose” ci sono tante persone. E molta passione

L’ultima scoperta è un po’ un tratto comune di ogni punto che ho cercato di raccontare. E credo sia un po’ l’anima della giornata. Quando vai in un negozio e chiedi di vedere un passeggino, ne percepisci istantaneamente i vantaggi pratici e ti preoccupi di capire esattamente come funziona e quali sono le caratteristiche che possono contribuire effettivamente a semplificarti la vita. Ma non ti rendi conto – almeno, io non me ne sono mai resa un granché conto – di quello che è successo prima. Non hai modo di intravedere la lunga strada che quel passeggino ha fatto per arrivare lì davanti a te. Può sembrarti più o meno bello, comodo e ingegnoso – ma è difficile percepire la complessità della sua storia progettuale, produttiva e logistica. E, soprattutto, non capita spesso di intuire la cura gigantesca che tante persone ci hanno messo per fartelo trovare lì. Al di là della curiosità che un “come è fatto” può suscitare, quindi, quello che mi ha colpito davvero di questo giro in Peg Pérego è stato proprio quello. La cura. L’idea di doversi impegnare per rendere più facili le giornate di chissà quante famiglie sconosciute. La necessità di fare bene le cose, perché nei seggioloni, nei passeggini e sulle macchinine ci finiscono dei clienti molto importanti. E avere la possibilità di accorgermi davvero di tutto questo, gironzolando per gli uffici o in mezzo alle linee di montaggio, è stata la scoperta più preziosa. Il mio nuovo passeggino arriva da quel posto lì. E mi pare una grande fortuna.

Grazie del tour, Peg Pérego! Vedervi all’opera è stato un piacere.
E grazie a Marie Claire ed Elle per avermi voluta a bordo in questo progettone lungo, interessantissimo, super ricco di scoperte e di elegante utilità materna.

E ora perdonatemi, ma devo andare a fare le impennate con Cesare e il mio Pliko Mini tutto a righette colorate.
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Ho passato buona parte della mia infanzia a cercare di capire che cosa potevo o non potevo fare. In casa mia c’era la convinzione che quasi tutto – dai cartoni animati alle caramelle – potesse irreparabilmente trasformarmi in un’assassina. O in una trapezista dal coltello facile. O in una spregiudicata meretrice eroinomane. O in un politico che insulta le ragazzine su Twitter. È un casino, un genitore si gira un attimo e si ritrova con Pablo Escobar che fa merenda in cucina. La verità è che non ci si improvvisa presidenti degli Stati Uniti, astronauti, neurochirurghi, Newton e capitani d’industria così, in cinque minuti. Non ci si può affidare al caso, e non conviene nemmeno sperare in qualche provvidenziale miracolo genetico. Per tirare su fenomeni, intellettuali e premi Nobel serve un solido progetto pedagogico. Cielo, la nostra unica figlia bionda, la proteggeremo e la cresceremo come il piccolo Mozart! Stabiliremo regole severe ma giuste. Metteremo al bando i Cavalieri dello Zodiaco e la incoraggeremo a fare sport all’aria aperta e a leggere Proust. Evvai, salveremo la sua anima dalle sostanze psicotrope!
Ecco, l’andazzo era questo. 
Il pc – incredibilmente – mi ricordo che lo potevo usare. Probabilmente perché c’era l’idea che facesse diventare intelligenti.
Il mio papà, per qualche esorbitante cifra, comprò subito un 386 della IBM. Avevo deciso di battezzarlo CIRILLO, il 386, perché in un Istrice della serie di Zio Albert – avete presente, no? Zio Albert e i quanti, Zio Albert e i buchi neri… otto anni e già dovevo star lì a farmi bonariamente intortare da Einstein sulla struttura della materia -, insomma, in questi libri qua c’era il nipotino-genio di Zio Albert che aveva questo computer senziente che si chiamava così. CIRILLO era un acronimo di non mi ricordo più cosa, ma eran tutti valori positivi e pieni di saggezza. E niente, mi sedevo lì davanti a Cirillo e mi sciroppavo centinaia di migliaia di enciclopedie didattiche con le pagine interattive sulla struttura riproduttiva della raganella blesa dell’Amazzonia sud-orientale. Preparavo anche i programmi del saggio di fine anno delle elementari. La grande sfida non era tanto impaginare sensatamente l’elenco delle canzoncine che dovevamo strillare o delle poesie che ci facevano recitare, la roba veramente interessante era escogitare il modo di cacciarci dentro più clip-art possibili. Insomma, potevo farci praticamente di tutto, col pc. Ma guai a me se giocavo a qualcosa.
I videogiochi no.
I videogiochi rimbecilliscono. I videogiochi sono delle stupidaggini, fanno perdere tempo, spiaccicano i neuroni e sono pieni di boiate di cattivo gusto.
Quindi no, piccolo Mozart, non giocherai sul computer, non giocherai col Game Boy e non sognarti neanche di chiedere a Santa Lucia il Nintendo o la Playstation. E intanto che ci siamo, dimenticati anche il motorino. La legge ti autorizzerà a guidarlo fra una decina d’anni, ma noi cominciamo a dirtelo subito, così ti abitui all’idea. Ecco. Visto che ero una bambina molto obbediente – e perennemente terrorizzata dalla possibilità che i miei genitori potessero smettere all’improvviso di volermi bene -, non mi sono battuta con sufficiente convinzione per rivendicare i miei diritti videoludici, e ho accettato la situazione. A parte Tetris, lo Street Fighter che c’era al bar della spiaggia e una sporadica avventura nel magico universo di Final Fantasy VII – c’è da dire che ho buongusto, se l’unico gioco che ho comprato nella vita è Final Fantasy VII – sono eroicamente cresciuta senza videogiochi. Quando ci penso mi viene in mente l’Isola di Pasqua. Mi sento come una prateria incontaminata. Un giacimento petrolifero che nessuno ha ancora scoperto. Mi sento come una caverna sottomarina piena zeppa di forme di vita misteriose che non s’è ancora capito bene che cosa siano. Mi specchio, e vedo un dodo di un metro e settanta. Ecco.
Non so bene come dirlo, ma la verità è che a marzo faccio trent’anni. E la settimana scorsa ho giocato per la prima volta a Super Mario.

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È successo perché Amore del Cuore è arrivato a casa con una immotivata Wii U. Così, all’improvviso. Amore del Cuore è un tipo risoluto. Io, se mi veniva in mente adesso che volevo una Wii, finiva che la compravo nel 2019, per i miei bambini. Lui no, è un uomo incisivo. L’ha tirata fuori dalla scatola, ha rubato al mio quattordicenne cognato ben 2 controllerini – con relativi volanti per Mario Kart -, si è seduto lì, ha appicciato Super Mario 3D World e in sette giorni scarsi l’ha spianato via. Ma in serenità. Così, la sera, tanto per fare qualcosa mentre si digerisce. Al che ho pensato, capirai, è facile. Salti di qua, corri di là, scansi una pianta carnivora e viva la gioventù. Ce la posso fare anch’io, che diamine. Ho trovato marito, sarò ben capace di governare i movimenti di un idraulico alto tre centimetri.

La verità è che giocare a Super Mario è difficilissimo, se non hai introiettato i principi-base del videogiocare sin dagli anni innocenti dell’infanzia. Non solo è difficile, ma è anche assurdo.

Super Mario, da quel che ho capito, è una persona perbene. Ha un collega ingiustamente sottovalutato che si chiama Luigi – o sono parenti? – e una passione evidentemente non corrisposta per una principessa vestita di rosa. È ben strano, ho pensato subito. Come si saranno conosciuti una principessa e due idraulici? Cielo, la vasca da bagno di porcellana si è crepata a metà! Aiuto, sudditi, soccorretemi! La principessa Peach, oltre agli idraulici, frequenta anche funghi semoventi, draghini col naso grosso e un casino di altri esserini-cianfrusaglia che le zompettano intorno incessantemente. Il nemico di tutti quanti è un tozzo incrocio tra un tartarugone spinoso e una specie di leone obeso e irascibile.
Amore del Cuore, ma chi è quello lì? Perché ha rapito le fatine campanneline? Che se ne fa. Dove le ha messe. E perché mai dovremmo aiutarle? Che ci frega, s’impicchino pure.
È il cattivo, cuchina. Si chiama Bowser.
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…seh, Internet Explorer.
Nel gioco che sto facendo io, Bowser Explorer cattura queste fatine imbecilli, le caccia in un barattolo e se le porta via. Mario, inspiegabilmente, sente il bisogno di salvare le scalognate fatine, si getta in un tubo insieme al suo seguito di funghi, principesse, ciafferini e minchiatine trotterellanti e parte all’inseguimento. E niente, ci sono i mondi. Dentro ad ogni mondo ci sono i livelli. E poi ci sono delle casine che, se ci entri, puoi vincere delle cose. Una roba che non sapevo è che, mentre cerchi di sopravvivere a un livello – scansando gli innumerevoli esseri nocivi che cercano in tutti i modi di saltarti addosso o evitando di gettarti accidentalmente in fondo a un dirupo -, è anche importante prendere le stelline verdi. Perché se non hai abbastanza stelline verdi non ti fanno entrare nel castello di Bowser Explorer e le fatine si attaccano al tram. La faccenda divertente è che nessuno te le illustra, queste leggi inconfutabili del mondo di Super Mario. Piglia più stelline verdi che puoi. Oppure, le campanelle forniscono a Mario un’inquietante tutina da gatto. Con la tutina da gatto ti puoi arrampicare meglio e puoi graffiare i malvagi. Ma GESOO, ditele, queste cose. Uno non può ritrovarsi all’improvviso con la principessa Peach che spara globi di fuoco dalle mani senza che appaia, che ne so, un amichevole pop-up con una dettagliata descrizione dei poteri magici di cui possiamo disporre. Cosa ne so che con la tutina-castoro-bianco sono invulnerabile. Che ne so che se tocco un fantasma MUOIO all’istante. Stimabile gioco, io so a malapena saltare, non puoi pensare che io possa introiettare  la meccanica del tuo universo in dieci minuti. Fai così perché pensi che tutti quanti siano cresciuti con Super Mario, ma ti posso assicurare che non è così. Non costringermi a leggere il libretto delle istruzioni, ho trent’anni, è umiliante. 

RedFairy

Le difficoltà sono numerose. Quelle più frustranti sono legate alla mia incapacità di ricordare che cosa fanno i bottoni. Devo saltare? Corro. Devo correre? Graffio, o sparo, o scodazzo (se mi trasformo chissà perché in un castoro). Devo graffiare? Parto a razzo, mi schianto contro il nemico e muoio. Muoio? Non me la prendo. Non me la prendo affatto.
Ma cuchina, cos’hai combinato?
MA CHE CAZZO NE SO! NON SI CAPISCE UN CAZZO IN QUESTO GIOCO DI MERDA! NON HAI UN SECONDO DI PACE, CONTINUANO AD ASSALIRTI E POI DIVENTI PICCOLO, E POI RIDIVENTI GRANDE, E POI CASCHI DALLE PIATTAFORME GIREVOLI PIENE DI PIANTE CARNIVORE E NON TI PUOI ARRAMPICARE E SI SPOSTA TUTTO E C’È ANCHE QUELL’OROLOGINO STRONZO CHE TI METTE L’ANSIA E NON SO QUANTE MONETE DEVO RACCOGLIERE E NESSUNO MI HA DETTO A CHE COSA SERVE NIENTE E CONTINUANO A SALTARMI ADDOSSO UN MILIONE DI AFFARINI CATTIVI, SONO DA TUTTE LE PARTI, MA CHE VADANO A FARSI FOTTERE! VAFFANCULO! VAFFANCULO!
Cuchina, stai tranquilla. È un gioco. Non l’hai mai fatto, è normale che ti confondi un po’, all’inizio.
MA NON ROMPERE I COGLIONI, SON QUA DA DUE GIORNI E NON SO ANCORA COME SI ENTRA NEI TUBI VERDI! NON C’È NEANCHE LA STORIA! A ME CHE COSA ME NE FREGA DI VAGARE PER QUESTI LIVELLI, CHE NON MI RACCONTANO NIENTE! MA CHE FATINE INUTILI SONO? CHE NON RIESCONO NEANCHE A USCIRE DA UN BARATTOLO? MA CHE POTERI HANNO? STRONZE! ESTINGUETEVI, FATINE DI MERDA! NON AVETE NEANCHE I PIEDI!
Amore, ci sono dei giochi con la storia e dei giochi…
DEI GIOCHI DEL CAZZO! BASTA! MI SONO ROTTA LE PALLE! PIGLIATI QUESTO CONTROLLER E CIAO. SEMBRA UNA PADELLA ANTIADERENTE, TRA LE ALTRE COSE, MA CHE BISOGNO C’ERA DI FARE UN CONTROLLER COSI’ GROSSO? MA VAI A PESCARE, SUPER MARIO, VAI A PESCARE. E PEACH NON TE LA DARA’ MAI!

E mezz’ora dopo sei di nuovo lì. Che cerchi invano di introdurti in un tubo. Sei di nuovo lì, ipnotizzata dalle musichine allegre, dai colorini vivaci, dai fiorellini, dai livelli pieni di tortine. Sei lì e detesti tutto quello che ti si para davanti, ma senti un’inspiegabile bisogno di proseguire.
Anzi.
Scopri addirittura di nutrire dei sentimenti per le cavolo di fatine. Le vuoi salvare per davvero. Arriverò in fondo, e le libererò dalla loro ingiusta prigionia! …ma non perché vuoi indiscriminatamente del bene alle fatine in difficoltà. Le vuoi salvare per poter essere tu a spiaccicarle con uno scarpone da sci.
È quello il segreto: trovare le giuste motivazioni. E imprecare moltissimo.

 

Dopo aver appurato che non saremmo riuscite a incrociarci – come le vere donne di mondo, che hanno sempre degli impegni precedenti -, abbiamo elaborato un piano infallibile. Ilaria doveva lasciarmi allo stand di Compagine, al Salone, una preziosa copia con dedica del suo Vintagismi, che così poi passavo e me la compravo. Poi però si è dimenticata, ma fa niente, sono comunque successe delle coccole. Me l’hanno passata al telefono – super imbarazzo, che io non so telefonare – e sono stata accolta con grande affetto, in un tripudio di foto e tolleranza. Tolleranza e immenso garbo, anzi, perché sono riuscita a esclamare “Ma che carine queste noci! Ma perché avete un cestino di noci, qua in mezzo ai libri?”. Senza battere ciglio, mi hanno indicato il gigantesco logo appeso al muro. Che poi è questo qua.

Lo so, lo so.
Con me ci vuole un po’ di pazienza.
E forse vale la pena cambiare argomento… che siamo qua per commuoverci con Vintagismi.

È un librino tenero, pieno zeppo di ricordi,  scoperte e ciuffetti storti. Ci sono le lumache, le scarpe con gli occhi, un giardino con piantata in mezzo una pietra gigante, un papà iperattivo, i pomodori dell’orto, una nonna pettoruta e abilissima nel distorcere la realtà, un divano-nascondiglio, la foto di classe di prima elementare e la tragedia dell’abbigliamento anni Novanta. Sulla pagina dell’OUTFIT natalizio è come se ci fossi anch’io, con collettone di pizzo e calzamaglia rossa che prudeva tantissimo. MADRE contribuiva al folklore complessivo trasformando la gonna scozzese in una gonna-PANTALONE scozzese, tanto per farmi capire da subito che il mondo è un luogo tetro, ingiusto e inospitale. Vi torneranno in mente i passamontagna e gli inspiegabili fuseaux con le ghette, insieme a tutti gli sport che vi hanno fatto fare anche se non ne avevate voglia e pativate come dei cani. Poi ci sono i cantanti del cuore – che ve li immaginavate bellissimi ma poi erano tutt’altro – e le estati di noia, in cui si impara a leggere per divertimento e non ci si annoia mai più.

È proprio un librino felice. Si va in giro per i ricordi di un’altra persona e, senza neanche pensarci troppo, cominciano a venire a galla anche i tuoi. Fa nostalgia allegra, ecco, anche per le cose più surreali e le passeggiate di venti chilometri in salita – sia all’andata che al ritorno.
Poi quando capisco se sono più adorabili le illustrazioni o i testi torno indietro e ve lo dico.

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Se ti tagli una tibia, cadendo da un gradino come una voluminosa oca, ti ritroverai seduta per terra con in mano un flacone d’acqua ossigenata e la testa affollata da ricordi e domande. Ti chiederai se i giganteschi frammenti di calza rimasti intrappolati nella ferita finiranno per scatenare una cancrena che provocherà l’amputazione del tuo utile arto, appena sotto il ginocchio. Ti chiederai anche, sempre che la gamba si salvi, se ti rimarrà il segno. Ti chiederai se devi in qualche modo intervenire nel processo di cicatrizzazione o se il tuo unico incarico sarà di non rompere le balle, lasciando che la natura faccia saggiamente il suo corso. Ma più di ogni altra cosa, ripenserai alle eroiche piastrine di Esplorando il corpo umano.

Un buon 90% di quel che so del mio organismo e di quello del mio prossimo si fonda su Esplorando il corpo umano. Non ne vado fiera, ma neanche mi vergogno. Mi vergogno solo di non aver mai avuto la santa pazienza di montare tutto lo scheletro, quello sì. Un giorno, non si sa come, lo stomaco è andato perso e da lì è iniziato lo sfacelo. Scapole ciondolanti, piedi al contrario e via così, non c’era più motivo di continuare. Nonostante la sconfitta modellistica, videocassette e fascicoli hanno plasmato la mia giovane mente, trasformandomi in una venticinquenne che ancora si immagina i mitocondri come dei fornetti a legna e i neurotrasmettitori che corrono di qua e di là con le pergamenine in mano. Ed è una cosa bella, perchè quando salta fuori una sana idea divulgativa, il sapere trasmesso riecheggia sereno nell’eternità. E da questa affermazione potremmo quasi generalizzare che Piero Angela non può morire, ma non è il momento.
Comunque, si parlava delle piastrine di Esplorando il corpo umano. Neanche alle Termopili si è vista una dedizione pari a quella delle piastrine di Esplorando il corpo umano. Se ci pensiamo bene, tutti gli altri abitanti dell’organismo svolgono sì il loro lavoro con impegno, ma un po’ come facciamo anche noi. Ci si lamenta, si trascinano i piedi, si sbuffa se c’è da faticare più di tanto, si guarda con insistenza l’orologio, si va dai colleghi a raccontare quanto stiamo lavorando e si fa a chi è più esausto, ci si iscrive a competizioni sulla profondità dell’occhiaia e cose del genere. Tornando al sistema circolatorio, esempio lampante e innegabile di questo diffuso malcostume è il Globulo Rosso Grasso. Un po’ sempre, ma soprattutto quando trasporta anidride carbonica, il Globulo Rosso Grasso è di una pesantezza inaudita. Non fa un micron senza infliggere ai globuli circostanti un preciso resoconto di quanto sia spossato, demotivato, scazzato,  infelice ed esaurito. Di quanto gli pesi l’anidride, di quanto voglia arrivare ai polmoni il prima possibile, perchè così non gliela fa più, perchè lui è grosso e quindi gli mettono sulla schiena più anidride degli altri e lui non se la merita, tutta quella roba da portare in giro e insomma, morirà secco di fatica. E basta, Globulo Grasso, hai vicino il Globulo Vecchio, che ha millemila anni e inciampa nella barba, ma si sobbarca la sua anidride senza fare tante storie, e che sarà mai, mica c’è in giro la leucemia, cammina e taci, trombone lamentoso che non sei altro.

Ecco, da una piastrina non si avrà mai e poi mai un comportamento da Globulo Grasso. La piastrina è al mondo per salvare tutti gli altri. La piastrina darà la mano alle altre piastrine per costruire un ponte o tappare una falla o sottrarre un vaso sanguigno dal collasso… e lo farà con gioia, lo farà con allegria ed efficienza, si arrampicherà e incastrerà finchè il solido muro di piastrine, con tutte le loro faccine ben disegnate una ad una diventerà una campitura rossa indistinta e vorrà dire che la singola piastrina non esiste più, ma è diventata una molecolina inscindibile in una cosa più grande e nobile.  E mi ricordo che da piccola, quando finalmente si creava questo impenetrabile muro indistinto e il corpo era salvo, mi mettevo a piangere a dirotto davanti alla tv. Piangevo forte per le eroiche e anonime piastrine, che si sacrificavano col sorriso sulle facciotte tonde, agitando le cinque sei o quante mani sono, perdendo se stesse senza sentire uno straccio di grazie, perchè quello era il destino della piastrina, creata per compattarsi alle altre e proteggere tutti dal dissanguamento.
Insomma, tutto questo sta capitando sulla mia tibia tagliuzzata.
Proprio lì… e ora sono molto commossa.

A casa mia c’era snobismo, quindi non si aspettava Babbo Natale ma avevamo Santa Lucia, una portatrice di regali di nicchia. E io credevo a Santa Lucia con una fervida, incrollabile e cieca fede, cieca almeno quanto lei.

Fondamentalmente, ci credevo così tanto perchè non avevo ben chiari i meccanismi dell’economia di mercato. Esempio lampante: ero una bambina convinta che il bancomat regalasse i soldi, ma allo stesso tempo non riuscivo a dare un valore a quello che c’era nei negozi, che mi sembrava assolutamente fuori dalla nostra portata. Di conseguenza, non era plausibile che ricevessi tutti quei giocattoli in una botta sola senza un aiuto sovrannatural-divino… tutti quei giocattoli avrebbero rovinato noi e la nostra discendenza, rendendo arida la terra, sterili gli armenti e secche le fonti.
Il fatto è che il denaro mi trascinava nella più assoluta confusione.