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Mi sono resa conto che le listine vi garbano. E anche a me non urtano particolarmente, anzi. Mi impongono un certo sforzo di sintesi che le rende forse più fruibili rispetto alle mie consuete lenzuolate. Ciò detto, ecco qua quattro libri (tre romanzi e un saggio “sentimentale”) che ho apprezzato in questo periodo. Sono scompagnatissimi fra loro, ma non mi pare uno svantaggio. Ci sarà (potenzialmente) qualcosa di bello per tutti. O almeno spero.
Procedo con celerità.

***

M. T. Anderson
Paesaggio con mano invisibile
(Rizzoli)
Traduzione di B. Capatti

Un adolescente racconta le trasformazioni della società statunitense dopo lo sbarco sul nostro pianeta di una specie aliena. I vuuv sono esseri tozzi e sgraziati, dotati di una tecnologia capace di renderli quasi onnipotenti. Il loro arrivo determina il collasso dell’economia terrestre, che si riconverte alle esigenze produttive vuuv, distruggendo di fatto il tessuto delle comunità umane e generando una disparità siderale tra i ricchi – quelli più vicini agli alieni – e i poveri – tutti gli altri. Il romanzo è costruito “a dipinti”: Adam, infatti, è un artista, ed è attraverso i suoi quadri, i suoi disegni a carboncino e i suoi schizzi che ci ritroviamo progressivamente immersi in un mondo nuovo, dove la schiavitù è una realtà e anche i sentimenti possono diventare materiale di simulazione.
Un romanzo stranissimo e crudo, una piccola storia fantascientifica di ribellione, di disperazione e di lotta per preservare il bene più prezioso che possediamo: la dignità (nonostante le conseguenze invalidanti dei virus intestinali cronici).

*

Paolo Giordano
Divorare il cielo
(Einaudi)

Dunque, è il primo romanzo di Giordano che leggo. Perché, mio malgrado, soffro della sindrome del lettore rompicoglioni: se una roba la leggono tutti ne diffido automaticamente. Molto spesso ci prendo, altre volte mi perdo qualcosa di bello. Ecco, a questo giro mi sono sforzata di zittire la vocetta da lettrice rompicoglioni e ho deciso di provare a fare amicizia con Giordano. Non ho idea di come siano gli altri suoi libri, ma Divorare il cielo è un polpettone che ti fa venire voglia di vedere come va a finire. La vicenda ruota attorno a un quadrangolo amoroso – esisterà il “quadrangolo amoroso”? Chi può saperlo – dalle radici adolescenziali e dagli sviluppi devastanti. Teresa, di anni quindici e rotti, passa tutte le estati a Speziale dalla nonna, in Puglia. Una notte si ritrova in piscina tre bagnanti clandestini. Li guarda dalla finestra – mentre vengono scacciati senza molti riguardi dal padre e dal tuttofare della villa – e, anche se non può ancora sospettarlo, continuerà a guardarli per i due decenni successivi (o quasi), finendo anche per trasformarsi nel loro occhio del ciclone, il punto verso cui tutti e tre convergono, si scontrano, gravitano e si aggrovigliano, pur da distanze e con intensità variabili. I tre – Bern, Nicola e Tommaso – sono fratelli a tutti gli effetti, anche se il sangue non li lega. Vivono tutti quanti alla masseria confinante con la villa di Teresa, in una sorta di famiglia allargata capeggiata da un benevolo ma complicato figuro che legge loro la Bibbia, organizza funerali per i passerotti stecchiti, elogia le virtù del sano lavoro manuale e professa la reincarnazione. Che cosa potrà mai andare storto? Parecchio. Ma tante tribolazioni saranno comunque punteggiate da nitidissimi momenti di felicità, perdizione, speranza e gioia.
Nonostante tutto l’impianto del romanzo dipenda dalla quasi totale incapacità di Teresa di comprendere con esattezza che cosa le stia succedendo – o di interpretare i tormenti altrui -, l’intreccio dei piani temporali funziona molto bene e, nonostante certi episodi siano un po’ “iperbolici” per i miei gusti – e pure un po’ WTF -, il lavoro di scavo psicologico sui personaggi è davvero riuscitissimo. Insomma, mi sembra di aver trovato il modo di apprezzare Giordano. O almeno questo libro. Vittoria!

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Rossella Milone
Cattiva
(Einaudi)

Quanti romanzi e/o opere di assortita non-fiction ci sono sulla maternità? Millemila. Quanti di questi libri sono prescindibilissimi, stucchevoli e anche un po’ fastidiosi, con quella loro patina forzata di GUARDAMI SONO UNA MAMMA PASTICCIONA TI RACCONTO COME FUNZIONANO LE COSE CON ARGUZIA E CORROBORANTE DISINCANTO SONO CERTA CHE TROVERAI I MIEI GUAI TANTO CONFORTANTI E ALLEGRAMENTE SCANZONATI? Quasi tutti. Ecco, è raro imbattersi in una narrazione materna come quella della Milone. E mi sento di ringraziarla, sul serio. È un libro che si legge in un paio d’ore, ma che riesce a filtrare in maniera potentissima nelle pieghe dei ricordi (spesso freschi) di chi ha più o meno recentemente vissuto l’esperienza della nascita di un figlio. È il primo libro di questo “filone” che mi sembra voglia prendere sul serio le mamme, riconsegnandoci – con una lingua bellissima – quei momenti di profonda gioia e di profonda difficoltà che fanno parte dell’universo nuovo che ci troviamo ad attraversare insieme ai nostri bambini, senza sapere bene come si fa. È una storia di istinti confliggenti ma, soprattutto, di correnti sotterranee che ti trascinano lontano e di piccole ancore – che sembrano non fare altro che mangiare, piangere e riempire pannolini di roba immonda – che hanno immancabilmente il potere di restituirti il cuore.

*

Giorgio Amitrano
IRO IRO
(DeA Planeta)

Giorgio Amitrano è un’istituzione. Accademico e traduttore “ufficiale” per l’Italia dei più grandi narratori giapponesi, è da tempo immemore un vero punto di riferimento per chi si occupa di cultura nipponica, dalla letteratura all’intrattenimento. IRO IRO è il suo primo saggio – di taglio gioiosamente autobiografico – sul Giappone. È un testo “colto” ma lontano dai toni specialistici, un ordinato divagare che tocca i nodi salienti della società, della storia e dell’impianto “visivo-filosofico” giapponese reinterpretandoli con la sensibilità di chi ha fatto di quel paese materia di studio e di fascinazione perenne. Dall’arte della calligrafia al karaoke, Amitrano ci fa da guida in uno splendido puzzle di suggestioni letterarie, artistiche e cinematografiche – rigorosamente raccolte nella bibliografia finale -, consegnandoci un diario di bordo in cui i ciliegi in fiore convivono con i robottoni e gli haiku spuntano come isolette fra le pagine di Murakami. Delizioso.

 

Non so perché, ma Guardians of the Galaxy in Italia esce il 22 ottobre. Sarà che qua d’estate i cinema chiudono. Sarà che ormai in casa la gente ha l’aria condizionata e in agosto non sente il bisogno di andarsi a rinfrescare le ascelle alla multisala. Sarà che il doppiaggio di Groot, l’albero senziente che dice solo I AM GROOT, si è dimostrato più complesso del previsto. Io non lo so, ma va così. Visto che ero in America al momento giusto, però, io i Guardiani della Galassia sono andata a vederlo. A Santa Monica, dove i ricchi passano le vacanze. In un cinema con lo schermo così grosso che spanciava nel mezzo e un sottofondo di gente che masticava senza sosta. In America c’è sempre qualcuno che mastica rumorosamente o che minaccia di andare in giro senza scarpe. Comunque, visto che uscirà fra secoli e che la mia prosa è irresistibile – una giovane donna, su Twitter, mi ha sgridata perché le ho spoilerato Spiderman… Ma scusa, io lo scrivo sempre all’inizio del post se ci sono degli spoiler. Eh, lo so, ma non riuscivo a smettere di leggere. MADRE le avrebbe detto di andare a pescare, io le ho mandato un cuorino -, insomma, per tutti questi validissimi motivi ho pensato di fare una di quelle recensioni da personcina professionale, senza dire un cavolo di quello che succede e dedicandomi semplicemente al com’è questo film. Visto che ho difficoltà ad elaborare delle argomentazioni organiche e ben strutturate perché non sono abituata a litigare con le persone sui social network, si procederà in ordine sparso – ma non senza entusiasmo.

guardians of the galaxy poster

La Marvel ha annunciato il nuovo film!
FIGATA!!!! Cos’è?
Guardiani della Galassia!
…e chi diavolo sono?

Ecco.
Quando ho dovuto spiegare ad Amore del Cuore – che non aveva visto manco il trailer e, in genere, subisce con pazienza e diffuso disinteresse la mia fissazione per i supereroi -, insomma, quando ho dovuto spiegargli che cosa sapevo del nuovo polpettone Marvel, mi è uscita all’incirca questa descrizione. Amore del Cuore, in questo film ci sono una gnocca verde – quella che in Avatar faceva la zebrona blu che tirava le frecce e dopo un po’ stava in plancia sull’Enterprise -, un procione parlante che spara, Batista – quello del wrestling col collo grosso come una mortadella, dai, quello della Batista Bomb -, uno sbruffone biondo mai visto in vita mia e una specie di albero semovente alto tre metri. Non ho idea di che cosa ce ne faremo di questa gente o del perché questo film esista, non ho capito chi è il cattivo e, in generale, non so una mazza di niente, ma dobbiamo vederlo assolutamente. Sono nello spazio! Ci sono le astronavi! C”è UN PROCIONE CHE PARLA… anzi, c’è un procione che parla con la voce di Bradley Cooper! E l’albero è Vin Diesel!
Sul serio, non vi serve sapere altro. Pensano a tutto loro. E sono adorabili.
Guardiani della Galassia è un po’ la Marvel che va a sedersi al bar di un villaggio turistico. Quei bar in mezzo alla piscina, tipo. Che ne facciamo di tutte queste strampalate scene post-credits che disseminiamo in giro da almeno un lustro? Non possiamo mica buttar via un Benicio Del Toro incredibilmente ossigenato! Ebbene, quelli che odiano gli sprechi di idee e di incastri saranno contenti di accogliere nei loro esigenti cuori un bel po’ di mondi nuovi, roba che completa e rende più comprensibile quello che abbiamo già visto succedere. Ah, gli anguilloni corazzati degli Avengers, ma da dove verranno? Eh, da quei posti lì della fantascienza caciarona. Perché va così, è un bel film di fantascienza come si deve. Anzi, è un film di fantascienza super divertente. Era un po’ che non sentivo dei dialoghi così spassosi. E vedere quei cinque coglioni lì tutti assieme è una felicità. Non ce n’è neanche uno che riesca vagamente a non interessarti, albero e procione compresi. Cioè, Groot è il mio nuovo idolo. Se dovessi scegliermi adesso un testimone di nozze piglierei Groot, ma senza pensarci cinque minuti. In generale, ogni scena è una sorpresa. C’è quella leggerezza intelligente che ti fa contento, ma senza smenarci dal punto di vista della tensione o dell’empatia. Vuoi bene a tutti, ti preoccupi, ti prendi male. Ma c’è proprio della gioia, anche. Saranno le musicassette vintage e le spacconate, sarà che quei cinque lì sono – a loro modo – degli sfigati e dei fenomeni da baraccone, sarà che è facile tifare per la gente simpatica che – nonostante le apparenze – ha anche un casino di senso della giustizia, dell’amicizia e dell’onore. Non capisco bene che cosa sia successo, ma questo film è un mezzo prodigio. E c’è pure Lee Pace. Lee Pace dovrebbe diventare patrimonio Unesco. Bisognerebbe costruirgli attorno un museo. Te entri e vai a guardare Lee Pace che vive la sua vita, coi suoi sopracciglioni.  In questo film ha un costume corazzato che lo fa somigliare a una suora-samurai ricoperta di bitume fosforescente. Uno spettacolo. Ed è sempre incazzato come una biscia. E non vi parlo neanche di chi rivedrete nella scena post-credits… quella roba lì è una perla immortale. Un tributo alla vostra infanzia – se ne avete avuta una come si deve. Insomma, ho ritrovato la fede nella fantascienza felice. Vi esorto con veemenza a presentarvi al cinema il 22 ottobre… e informo gli arcigni uffici stampa che se mi vogliono regalare un costume da Gamora sono pronta anche ad andare un po’ a correre al parchetto. In alternativa, si accettano dei Groot per il giardino. O dei contrabbandieri-redneck da scatenare contro le forze del male. Van bene anche un paio di Gemme dell’Infinito, a farle montare ci penso io.
Viva i Guardiani.
Viva i procioni!
Viva Zoe Saldana, che non si capisce perché la debbano sempre dipingere come una matta, povera stella.
E in bocca al lupo a Batman vs Superman, che se pigliano anche uno solo di questi qua e lo mettono vicino a Tony Stark la galassia esplode in un trilione di coriandoli a forma di unicorno bionico!
Ah, la vita è meravigliosa.

 

PER COERENZA, LA RECENSIONE DI PACIFIC RIM DOVREBBE ESSERE TUTTA IN MAIUSCOLO. E SE SOLO FOSSI CAPACE DI AUMENTARE LE DIMENSIONI DEL CARATTERE LA SCRIVEREI PURE PIU’ GROSSA. VISTO CHE NON SO FARE NIENTE DEL GENERE E CHE DOPO TRE RIGHE DI STAMPATELLO COMINCIO A SENTIRMI A DISAGIO COME QUANDO SI PROVA A CHIACCHIERARE IN DISCOTECA, CREDO CHE MI RIDIMENSIONERO’. MA NEL MIO CUORE C’È TUTTO UN TRIPUDIO DI CARATTERI CUBITALI, E VE LO DIMOSTRERO’! GO BIG OR GO EXTINCT!

SANTO CIELO, COME MI SONO DIVERTITA.
È COME SE FOSSE ARRIVATO UNO A DIRMI CHE I CARTONI ANIMATI SONO VERI.

Pacific Rim è una gloriosa celebrazione delle nostre lontane infanzie. Tutto è grosso, fosforescente, stereotipato, fumettoso, rumoroso, semplicione e pieno di lucette e accartocciamenti. Ruggiti, mazzate, devastazione, macchiette assolute, pepperepé musicali e unioni che fanno la forza. Alla terza volta che ho visto un pilota di jaeger che tirava su i pugni per spaccare il testone a un kaiju li ho tirati su anch’io. Quando ho visto i russi, poi, non vi dico, credo di aver sgambettato. Se avessi avuto un colbacco me lo sarei cacciato in testa.

Ma quanto sono meravigliosi, nella loro infinita improbabilità? Ma sono anche più belli dei cinesi sul robottone con tre braccia e lama rotante. Cioè, i russi guidano un coso che si chiama CHERNO ALPHA e somiglia a un ferro da stiro che ha avuto una brutta giornata. E niente, accetterete l’esistenza di due personaggi del genere perché il buon Del Toro – ma quanto gli piacciono gli ingranaggi e i bulloni, a Del Toro? – vi ha già abbondantemente mostrato ogni genere di enormità. Creature di milioni di tonnellate che rosicchiano i palazzi e corrodono interi quartieri con delle bave fluo super acide. Robot mezzi rotti che collassano su litorali dimenticati. Variegati terrori che emergono da portali in fondo all’oceano, così, perché la vita è ingiusta. E troverete il tutto estremamente rilassante, accetterete ogni cosa con serenità e gioia. E poi, una volta che vi sarete abituati all’intrinseca assurdità di quello che state vedendo – abbandonando consapevolmente la speranza di sentir dire a qualcuno una battuta che non sia una tonante spacconata e/o un bel luogo comune -, comincerete a fare il tifo. Io ho iniziato a sbracciarmi quando Gipsy Danger ha fatto partire il PUGNO-GOMITO, o come diamine si chiamava. L’apice della felicità, però, è la battaglia di Hong Kong. Sono convinta che l’ingegno umano non riuscirà a partorire nulla di più bello di un jaeger che si avvicina a grandi falcate a uno di quegli schifoni anfibi pieni di denti brandendo UNA PETROLIERA. Concretamente, non riesco a capire che cosa ci sia di così bello in un robot che prende a sganassoni un kaiju degli abissi con UNA PETROLIERA. Non me ne capacito, a livello razionale. So solo che ero felice come una bambina. Ci sarei stata delle ore, a vedere entità gigantesche che si percuotevano con delle imbarcazioni. Ma poi, che meraviglia era il kaiju grasso – felice incrocio tra un gorilla, un lottatore di sumo e un carlino – che lancia un’onda elettromagnetica scassa-macchinari dalla cima di quel suo cranio pieno di pistilloni frementi? E quanto era ancora più bello l’altro kaiju – quello che prende la petroliera in faccia – che si trasforma all’improvviso in un astiosissimo pterodattilo? Il momento pterodattilo ha risvegliato in me ogni genere di entusiasmo infantile. Al momento “tagliamolo in due con l’agile spadone seghettato in dotazione al nostro jaeger analogico” ho esultato, ammirando il maestoso orizzonte terrestre pieno dei pezzi maciullati del maligno creaturone.

Del Toro, diciamolo, coi mostri è sempre stato bravo. E i suoi kaiju sono belli sul serio. Tutti diversi ma anche tutti familiari, per qualche strano motivo. Un po’ coleotteri, un po’ coccodrilli, un po’ serpenti o scimmioni, sono delle bestie spaventose di un altro pianeta, ma qua e là, nei loro corpaccioni incasinati, c’è sempre qualcosa che possiamo riconoscere. E quando te ne accorgi ti spaventi davvero, perché smettono di sembrarti entità astratte e, anche nella loro infinita improbabilità, cominciano quasi a diventare plausibili. E poi sono interessanti. Hanno i loro poteri, i loro attacchi, sono dei cosoni complicati e, ogni volta che ne sbuca qualcuno per azzannare un ponte, sai bene che non vedrai lo stesso combattimento che ti ha fatto agitare i pugnetti in aria quindici minuti prima. Viva i kaiju e la loro immane varietà… anzi, fossero così avvincenti pure i personaggi, saremmo a cavallo.

Io dei personaggi non volevo nemmeno parlare, perché se tiri a mano un personaggio poi devi anche soffermarti su quello che dice e su come lo dice… e qua sarebbe meglio mettersi lunghi e distesi su una zattera appena sopra la breccia-portale-ingresso-kaiju. Inghiottici, kaiju gigante! O almeno, azzannaci le orecchie. Diciamolo, perbacco: i Power Ranger avevano una vita interiore ben più ricca di questi piloti di jaeger.
La povera Rinko Kikuchi, che l’avevano pure nominata a un Oscar, non fa altro che sgranare gli occhi. Io non so perché, ma passa metà del film a girarsi di scatto con due occhi così, come una foca monaca che ha appena preso una mazzata sul cranio, PAM! La sua versione piccola e disperata – con cappottino azzurro e scarpetta di vernice rossa -, è invece di un’espressività commovente. Quel che sospetto è che, in realtà, non piangesse tanto per il kaiju gigante che aveva appena sterminato la sua famiglia, quanto per la recitazione surreale della sua controparte adulta. Bei capelli, certo, ma santo il cielo.
L’altro marimittone biondo che guida Gipsy Danger non è da meno. Dovrebbe essere un’anima ferita, uno che ha sentito morire suo fratello con tutte le sinapsi a sua disposizione, uno che ha perso ogni ragione per vivere e passa il tempo a dare martellate a un muro inutile in Alaska. Ecco, noi dovremmo assistere alla trasformazione di questo reietto in un baluardo di speranza, in un eroe capace di vendicare l’intera umanità. E invece zero, tutte le volte che lo inquadrano ci ritroviamo a sperare, segretamente, che tornino a farci vedere un personaggio a scelta tra A) tizio hipster con basettoni, bretelle e farfallino (la sua unica funzione è osservare un display e annunciare l’arrivo di un nuovo kaiju. Se c’è proprio del dramma gli fanno anche dire di che categoria è e come si chiama) – B) matematico zoppo con la sindrome di Asperger – C) il biologo nerd, iperattivo come uno scoiattolo che ha passato la vita a rossicchiare semi di caffé, che dovevano fargli fare uno degli amici di Sheldon Cooper ma poi hanno capito che non era brutto abbastanza per essere sfigato sfigato davvero.
Sarò poi io che non ho capito, ma in base a che cosa si è deciso che Rinko e Marmittone Biondo – che mai s’erano visti in vita loro – erano così assolutamente adatti a guidare un robottone insieme? È perché lei continuava a sbirciarlo dal buco della serratura (con tanto di sobbalzo e sgranata d’occhi quando è passato mezzo nudo)? Per le quattro bastonate che si son dati davanti a tutti? Perché entrambi nascondevano traumi profondissimi e sconcertanti? Boh. A me sembravano due concorrenti del Grande Fratello. Sai no, quando arrivano nella casa, che nessuno sa chi è nessuno e dopo ventisei minuti si amano tutti alla follia? Ecco.
Palma imperitura dell’odio, però, va al cane di papà-figlio-Australia. E se mi venite a dire che quei cani lì sono belli e/o dolci, nella loro bavosa goffaggine, vi meritate una cataratta. Ron Perlman, ne sono certissima, la pensa come me… anche perché il cane lo si vede molto più spesso del suo spregevole e godibilissimo contrabbandiere di pezzi di kaiju.

Tutto quel pippone lì sui personaggi l’ho scritto solo per far vedere che non ho perso la voglia di criticare. Volevo però anche dirvi che è un discorso del tutto inutile: mettersi a questionare sulle espressioni più o meno ridicole di Rinko Kikuchi non ha alcun senso, così come recriminare per la buffa serietà marziale di Idris Elba. Se va avanti così, a fare parti da albero parlante – Heimdall! -, Idris Elba camperà cent’anni senza manco una ruga.
Comunque, non agitatevi, che non serve: al minuto uno vedrete un iguanodonte crestato alto ottanta metri che sgranocchia un viadotto e non ve ne fregherà più niente di niente.
Non vi sembrerà strano che bastino dieci elicotteri per trasportare a pelo d’acqua un jaeger che pesa come un Gesù. Non vi chiederete come sia possibile che a furia di mollare mazzate a bestie acide i robottoni non si ritrovino coi pugni tragicamente corrosi. Non batterete ciglio di fronte alla signorina Mori che nuota allegramente con tanto di armatura e stivaloni piombati, galleggiando con l’agilità di un delfino saltatore.
Nulla di tutto questo riuscirà a scalfirvi, perché ad un certo punto Marmittone Biondo e Rinko schiacceranno un bottone rosso con su scritto SWORD e ciao, insieme a un kaiju urlante e sputacchioso il buon Gipsy Danger affetterà in due anche il vostro cervello. L’emisfero sinistro vi spingerà a gettare per aria dei popcorn e ad emettere suoni inarticolati. L’emisfero destro governerà l’altro braccio, che deciderete di preservare così com’è, bello lindo e morbido, per farvelo ricoprire di tatuaggi di kaiju. E niente, sprofonderete felici nella magnifica insensatezza di questo film. Pacific Rim farà contento il vostro cuore, come il più gigantesco e ben fatto dei cartoni animati della vostra infanzia… e uscirete con un unico rimpianto: il Megazord di jaeger, perché non han fatto un Megazord coi jaeger? C’è un sequel, vero? MEGAZORD, vi prego, fate un MEGAZORD!


Il mio papà è, da sempre, il compagno di cinema ideale per determinati generi. Col papà si vede la fantascienza, si vedono le tamarrate tecnologiche e le catastrofi. Abbiamo condiviso momenti felicissimi davanti ad Armageddon, Deep Impact, Il quinto elemento e addirittura Contact, che in pratica è piaciuto solo a lui. Che vi devo dire, anche il più granitico dei genitori ha, ogni tanto, un cedimento astronomico-mistico. Dimenticavo, guardiamo pure i film con gli esorcismi, ma quelli solo a casa e in seconda serata su Sky che, si sa, sono tutti delle cacate pazzesche e non vale la pena sprecare i soldi del biglietto. Comunque, in quest’epoca di revival e rispolveroni di vecchie cose care, io e il papà abbiamo un sacco da fare. Siamo andati a vedere Tron e il primo Star Trek di GEIGEI Abrams e volevo pure portarlo a vedere Prometheus ma poi è finita che ci sono andata da sola… e per fortuna, sarebbe stato uno spezzacuore per il mio papà. Mostri a forma di biscia-vagina, culturisti albini e parti cesarei fai-da-te. Dov’è la poesia dello spazio. Dov’è la mirabile dicotomia uomo-mostro. Al mio papà piacciono quelle cose lì, oltre al sedere sodo di Ripley. Dategli un HAL9000 che blatera filastrocche ed è subito Natale. Fategli vedere Io, Robot e vi compatirà brandendo un tomo di Asimov e declamando a memoria le tre leggi della robotica. Per dire, il suo film preferito credo sia L’uomo bicentenario, che se lo sceneggiava Asimov in persona veniva difficile farlo più rispettoso del libro e del sacro materiale di partenza.

Diamine, sto divagando. Se solo avessi un cervello positronico, lì sì che andrei in ordine.
Quel che volevo dire – credo – è che anche per Star Trek. Into Darkness abbiamo onorato le tradizioni e ci siamo allegramente presentati al cinema a braccetto. Visto che il papà ha più di 65 anni ma si vergogna a usufruire dello sconto-anziani, col bigliettaio ci parlo io. “Senta, nonostante il mio gagliardo genitore se li porti benissimo, temo proprio che dovrà fargli il ridotto”… al che interviene anche lui, solitamente con un “Che ci vuole fare, gli anni passano”, perché comunque gli rode un po’ che gli facciano quel biglietto lì. Poi niente, quando entriamo in sala o fa il melodrammatico (durante i trailer di Tron è riuscito a dire “Che poi insomma, sono contento di vedere il 3D, che di opportunità per andare al cinema non me ne restano poi molte, ormai”) o si stupisce (“Ma guarda, c’è anche il buco per metterci la bibita”). L’unica costante è che ci mettiamo in quinta-sesta fila, che la miopia è ereditaria.

Alla fine, Into Darkness ci è piaciuto perché non poteva non piacerci, siamo fatti per amare questi film qua.
L’Enterprise che emerge dalle acque, Spock che cementa un vulcano, Benedict Cumberbachichachech che prende a mazzate un intero plotone di klingon incagnatissimi, sentimenti, Chris Pine con la faccia gonfia, scudi al minimo, il cammeo della mummia di Leonard Nimoy, criogenia!
Ci è garbato, è vero, ma non ci ha convinto del tutto. E la recensione più accurata e corretta che posso fornirvi è, al momento, quella del mio saggio e sintetico papà.

Che spettacolo. Bello, bello. Mi è piaciuto molto. Non so bene perché Sherlock Holmes fosse così agitato, ma mi è piaciuto.

Dateci dei cattivi motivati. Dateci dei cattivi per cui fare il tifo. Dateci dei cattivi di cui conosciamo e comprendiamo il passato – e non solo perché eran già in uno Stak Trek del 1982. Se non lo fate, ce ne fotteremo altamente del loro futuro. E continueremo a fissare rapiti le frangette dei vulcaniani.