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Dunque, Tre nomi di Florence Knapp è uno di quei romanzi che si affacciano all’uscita in libreria con una lista già lunga di acquisizioni estere, diritti venduti ai quattro angoli del mondo e grande entusiasmo nel comparto degli addetti e delle addette ai lavori – un pubblico solitamente incline a pessimismo, fastidio e foschi stati d’animo. Knapp arriva qui in Italia nella traduzione di Federica Merati per Garzanti, che mi ha dato l’allegra possibilità di chiacchierare con l’autrice. Gli argomenti di conversazione non mancano, visto che il libro è sia dotato di una struttura curiosa che di un passo svelto e incalzante, oltre che di un ventaglio di relazioni e scogli affascinanti da seguire.

Ma come funziona?
Così.

Una madre, Cora, è chiamata a “registrare” il suo bebè all’equivalente britannico dell’anagrafe. In una giornata elettrica e tempestosa, esce con la figlia più grande e il bebè per occuparsi di questa commissione che dovrebbe essere di pura routine, visto che il marito – uomo dispotico e violento – le ha ordinato esplicitamente di battezzarlo col suo nome. Gordon “Sr” è certo che Cora gli ubbidirà e che la creatura tornerà a casa chiamandosi ufficialmente Gordon “Jr”. Cora, però, tentenna. Voglio davvero che raccolga l’eredità di quest’uomo che mi tormenta e mi riduce all’impotenza? Voglio rivedere lui ogni volta che guardo mio figlio? Voglio scaricare su un innocente questa tara generazionale fatta di cattiveria? Florence Knapp, a questo punto, ramifica la storia in tre, in base a come Cora finirà per chiamare il bambino. In un’iterazione opta per Bear – accogliendo il suggerimento caloroso e buffo della sorellina maggiore -, nella seconda lo chiama Julian – un nome che piace solo a lei e che ipotizza l’esistenza di un “padre celeste” migliore del padre di cui dispongono nella realtà – e nella terza si rassegna a chiamarlo Gordon. Come reagirà il padre? E chi diventeranno, di conseguenza, questi tre bambini? Knapp ci racconta le loro storie a partire dal 1987 e coprendo un arco di 35 anni, tornando a far visita a tutti quanti a intervalli di 7.
Per approfondire ulteriormente, ecco qua Florence che risponde con grande generosità alle mie domande.


I “se” sono sempre un argomento di riflessione affascinante, penso. Ed è anche molto umano guardarsi indietro per cercare di individuare una potenziale sliding-door, uno di quei bivi che hanno il potere di cambiare radicalmente una vita. Fa anche una gran paura, però, perché ci si accorge alla svelta che i fattori che rispondono al nostro controllo sono pochissimi. Ma ci aggrappiamo alla speranza. Scegliamo di credere che ogni cambiamento sia intenzionale, che dipenda da noi. La chiave che usi nel romanzo per sviluppare tre futuri diversi per lo stesso bambino è il nome, una variabile su cui non ha il minimo controllo. Sua madre, Cora, decide come chiamarlo e lui dovrà convivere con questa decisione per il resto della sua vita. Perché hai scelto un innesco di questo tipo? Che significato ha per te il nome di una persona?

[F. K.] – Credo di aver usato il nome perché i nomi hanno il potere di plasmare il modo in cui verremo “visti” dagli altri – e anche il modo in cui noi stessi ci percepiamo. Mettendo a confronto i tre filoni alternativi della vita di questo bambino, ciascuno determinato dal nome che gli è stato dato, sono riuscita a catturare le innumerevoli ramificazioni che una decisione di questo tipo può scatenare.

I nomi sono costrutti potentissimi – quando sentiamo il nome di qualcuno è un po’ come se aprissimo il cassetto di uno schedario. Nella nostra testa, chiamiamo a raccolta tutto quello che sappiamo di quella persona: come ride, come cammina, come ci fa sentire, che lavoro fa, di che colore ha i capelli, dove abita.  Credo che i nomi, in qualche modo, ci offrano più materiale rispetto a una fotografia, che cristallizza una versione statica di quella persona, in un’età specifica, in un momento e in un determinato stato d’animo.

Riusciremo davvero ad afferrare perché la scelta del nome per il bambino è un evento così carico di conseguenze solo esplorando un po’ meglio il mondo di sua madre. Com’è la vita di Cora, quando la incontriamo nel 1987, all’inizio del romanzo?

All’inizio della storia, ogni aspetto della vita di Cora è controllato dal marito. Quello che legge, quello che indossa, come può trascorrere le sue giornate. Lui vorrebbe che Cora assecondasse una consolidatissima tradizione di famiglia, dando il suo stesso nome al bambino. Ma la storia si frattura in tre filoni distinti quando Cora prende in considerazione altri due nomi, rifiutandosi di condannarlo a vivere nei panni di suo padre.

Nel 1987, la Gran Bretagna è stata investita dalla tempesta più violenta degli ultimi due secoli. Cora si sveglia e trova il mondo in subbuglio e, in un certo senso, avverte anche che il flusso “normale” delle cose ha subito una breve interruzione. Anche se ignorare i desideri del marito violento per chiamare suo figlio in un altro modo rappresenta un rischio, le circostanze insolite in cui si trova finiscono per darle coraggio.

Gordon, il padre, sembra vivere due vite completamente separate. Per il mondo “esterno” è un medico – un bravo dottore, affidabile e stimato -, ma a casa è un marito crudele, violento e dispotico. Nessuno è a conoscenza di questa vita domestica completamente nascosta, il che non fa che isolare Cora ancora di più. Sa benissimo che nessuno crederebbe a tutto quello che sta subendo e, da lettrici e lettori, ci troviamo in una posizione difficile: tifiamo per lei e vorremmo tanto vederla scappare da lì, ma dobbiamo anche capire perché per Cora sia quasi inconcepibile. È stato doloroso, da scrittrice, intrappolare un’altra donna in una situazione così tremenda? 

Sì, è stato incredibilmente doloroso. Anche se credo che, accompagnando Cora nella storyline di Gordon Jr, sono riuscita a comprendere meglio perché non riesca ad andarsene. A ogni snodo mi ritrovavo a pensare, Ecco, finalmente può scappare, adesso ci siamo. Ma poi riflettevo sulle potenziali reazioni di Gordon e ogni volta spuntava un nuovo muro che le costruiva davanti, un nuovo livello di controllo. Potevano essere gli abusi fisici e l’isolamento sociale, poteva privarla della sua indipendenza finanziaria o mettere in discussione la sua sanità mentale, poteva minacciare di portarle via i figli… diciamo che mi è sempre sembrato un sollievo potermi rifugiare negli altri due filoni narrativi, in cui la vita di questa famiglia offre più speranza – anche se gli ostacoli non mancano mai.

Perché hai scelto di lavorare su un intervallo temporale di 7 anni?

Seguiamo questa famiglia lungo un arco di 35 anni e ho saputo, sin da subito, che mi sarebbero serviti dei salti temporali piuttosto ampi, in modo da poter incontrare le versioni di questo bambino a intervalli ben scanditi, focalizzandoci con precisione sui momenti emblematici che lo plasmano, sia durante l’infanzia che nell’età adulta. C’è anche una teoria, ho scoperto, secondo cui il corpo umano si rinnova completamente seguendo cicli di 7 anni e mi è parso un buon punto di riferimento per un romanzo che, almeno in parte, parla anche di trasformazione.

Bear, Julian e Gordon crescono in tre ambienti molto diversi, determinati dalla reazione iniziale del padre. Anche negli scenari peggiori, la possibilità di costruire una “comunità” e di trovare sostegno diventa un pinnacolo di speranza. Cos’è la famiglia, allora? La vera speranza si può trovare nelle famiglie che ci scegliamo, nelle circostanze che decidiamo di creare per noi stessi?

La famiglia, nel romanzo, assume moltissime forme. Alcune sono più convenzionali – due persone che si innamorano e si costruiscono una vita insieme – ma mi è anche piaciuto scrivere di famiglie d’elezione, o di un nucleo in cui si stringono legami tra generazioni radicalmente diverse, o di una vicinanza che nasce da una passione comune. A parte il matrimonio di Cora, credo che la speranza e la gioia si possano trovare in ciascuna di queste configurazioni, per quando disordinate o imperfette siano.

Alcuni personaggi ricoprono un ruolo centrale nella vita di Bear/Julian/Gordon mentre, in altre iterazioni, sono presenze più evanescenti. Hai pianificato tutto sin dall’inizio o hai deciso strada facendo chi includere nel “cast” in maniera più incisiva?

C’era ben poco di scolpito nella pietra, all’inizio, anche se sapevo di voler giocare con l’idea che una decisione singola, come il nome da dare a un bambino, potesse influenzare quali persone diventeranno fondamentali per noi. C’è un personaggio che si chiama Lily e, in uno dei filoni della vita di questo bambino, lui si innamora di lei. In un altro, invece, le infligge un danno gravissimo. In un terzo, poi, le loro traiettorie si sfiorano a malapena.

Bear, Julian e Gordon imboccano strade separate, ma tutti e tre crescono con una paura molto radicata – o, almeno, con un dubbio fondato: siamo destinati a diventare come nostro padre? Mentre Bear e Julian rifiutano radicalmente questo scenario, per Gordon Jr è molto più complicato. All’inizio lo disprezziamo, in un certo senso, perché si schiera dalla parte del padre – il soggetto “potente” nella dinamica di famiglia -, anche se non dovremmo giudicare un bambino per le strategie di sopravvivenza che adotta…

Credo che Gordon Jr subisca una manipolazione atroce da parte di suo padre, che finisce per usarlo come un’arma. Non ha il pieno controllo sulla sua bussola morale e fa alcune scelte discutibili. Da adulto non può cambiare quello che ha fatto, ma ha la possibilità di decidere chi essere e come inserirsi nelle vite degli altri, da quel momento in poi. Non credo che abbia necessariamente il diritto di ottenere il perdono delle persone che ha ferito, ma trovo che ci sia della speranza, nel consentirgli di essere giudicato dal mondo per l’adulto che sceglierà di essere.

Sei sempre stata una “Florence” o c’erano altre possibilità? Per dire, io sono una Francesca ma dovevo chiamarmi Isotta – che qua da noi è un po’ meno comune. 🙂

Mi piacciono molto sia Isotta che Francesca – sono entrambi dei bellissimi nomi. Io sono sempre stata una Florence. Vorrei poter dire d’aver preso il nome dalla città, ma la verità è che mia madre, durante la gravidanza, aveva visto The Magic Roundabout, un cartone francese in stop-motion, e si era innamorata di questa Florence, un personaggio con delle scarpette bianche coi lacci.

Non si scrive (e non si legge) ma in uno spazio vuoto e indago sempre con grande curiosità le influenze altrui sul processo creativo. Libri, musica, film… cosa ti ha aiutata o ispirata durante il lavoro su Tre nomi?

Oh, adoro questa domanda. E sì, concordo in pieno.
Qualche esempio.
C’è un verso di Dancing in the Dark, una canzone di Bruce Springsteen, che dice “I check my look in the mirror / Wanna change my clothes, my hair, my face’. Mi sono resa conto, scrivendo, che continuava a girarmi in testa. Dopotutto, è una sensazione con cui sia Gordon Jr che Julian si ritrovano spesso a lottare.
Poi c’è Maya Angelou, che ci porta in posti scomodi, con i suoi libri. Da lettrice, però, mi ha sempre fatto sentire avvolta in una specie di bozzolo protettivo. Non so come ci riesca, ma credo dipenda dal calore e dalla bellezza delle parole che sceglie. Ci penso spesso – a come si possa trovare un equilibrio tra luce e oscurità.

Se anche a voi andrà di cercarlo, trovate Tre nomi in libreria. Grazie a Florence Knapp per la pazienza e la gentilezza e a Garzanti per averci messe in contatto.

Jordan non si chiama Jordan ma per scoprire il suo vero nome bisognerà arrivare all’ultima pagina. La battezzano così Sam e Yash, i due studenti più appassionati, promettenti e anche immanicati del suo corso di Letteratura al college. In un campus pieno di dormitori pulciosi e alloggi traballanti in condivisione, loro abitano nella bellissima casa di un professore che s’è preso un anno sabbatico e si spacciano volentieri per due personaggi da romanzo. Jordan in quella casa ci finisce in qualità di “Daisy” di Sam, che l’ha invitata a uscire in circostanze meno sfarzose di quelle che avrebbe potuto garantirle un Gatsby. Quel che conta, però, è sempre il filtro letterario che si sovrappone alla vita, la narrazione che sull’esperienza si può costruire.

Sam e Yash sono diversi ma affiatatissimi. Il loro è un rapporto quasi fraterno, un’alleanza solida come solo quelle dei vent’anni, forse, riescono a sostenerci e a modificarci, prima che l’età adulta ci cementi in una forma meno volatile. Jordan si ricava uno spazio in questo microcosmo, che la affascina e la accoglie. Vorrebbe scrivere ma vorrebbe, anche, che quel tempo felice e terribile di grandi possibilità ancora spalancate non finisse mai. Ma è un limbo che ha una data di scadenza – un po’ perché il tempo passa e ci si laurea e un po’ perché Sam, a ben vedere, non è materiale da Grande Amore.

Poveraccio, eri spacciato in partenza, mi viene sinceramente da dire a Sam. Yash è ingegnerizzato da Lily King – che porta Cuore l’innamorato in Italia per Fazi, con la traduzione di Manuela Francescon – per produrre un certo tipo di romanticismo dolente, di fascino pieno di maliconico umorismo. E ve l’ho fatta lunga, ma il triangolo amoroso ve lo promettono direttamente in bandella, quindi abbiamo poco da girarci attorno. È interessante, seguire un amore che sboccia mentre l’imparaticcio precedente muore, ma il libro allunga il passo e complica le cose, trasportandoci verso un futuro che si nutre di quello che è andato storto e del molto che è rimasto in sospeso, di quello che si sceglie di seppellire per andare avanti con la propria vita.

Non sempre, nel mondo vero, si ha la possibilità di chiudere i tanti cerchi che gli anni lasciano in sospeso e il fatto che King regali questa facoltà a Jordan è uno degli elementi più struggenti e visibilmente orchestrati del libro – fin troppo, probabilmente, perché serve un drammone fuori scala perché la resa dei conti funzioni davvero. Si rende onore a un sentimento antico, che inevitabilmente irrompe in una vita che si era consolidata attorno a nuove certezze e a nuove felicità e non si può fare a meno di chiedersi dove abiti davvero il cuore più autentico dei personaggi. È meglio amare, perdere e ricominciare o amare, perdere e scoprirsi incapaci di dimenticare?

È un bel libro, innegabilmente incalzante, che rende giustizia alla confusione elettrizzante del primo amore che illumina tutto quanto – e ogni tanto acceca o ci sorprende quando non ci sentiamo ancora all’altezza. La seconda parte del romanzo, per me, è un po’ furbacchiona e molto calcata. Pecca di eccessivo mestiere, mi viene da dire, di ricerca troppo palese dell’effettone, della reazione emotiva. Qualche tragedia in meno avrebbe dato man forte alla squadra dei sentimenti immani, mantenendoli in un perimetro di credibilità maggiore. Ma potrei essere io, che non ho esperienza di congedi così significativi.

Devo ammettere che il mio preferito resta Lacci, ma nel filone delle spigolosità relazionali esplorato in questi anni da Domenico Starnone si casca tendenzialmente sempre bene, perché i sentimenti che disseziona non sono mai piatti e fiabeschi, ma somigliano di più a un garbuglio sotterraneo che si nutre di buone intenzioni per poi sconfinare nell’imperfezione.
Confidenza è la storia di un legame – tra un magnetico professore e una sua ex allieva – che sopravvive grazie alla condivisione di due segreti inconfessabili. Tu dici a me (e solo a me) la cosa peggiore che hai fatto e io dico a te (e solo a te) la cosa peggiore che ho fatto. Rimarremo insieme – o almeno così crediamo – perché entrambi custodiamo il brutto dell’altro e rivelare quel che sappiamo ci distruggerebbe.
Sapere tutto di chi amiamo è auspicabile e opportuno o è un lusso che è meglio non concedersi? Teresa e Pietro si faranno carico per noi del temibile esperimento e, mentre le loro vite (amorose, creative e lavorative) continueranno a fare il loro corso, il patto terribile che hanno stretto diventerà il ritratto che li attende in agguato in soffitta, la grande paura che li sorveglia come una sentinella.
Tra piccolezze quotidiane, famiglie che nascono, egoismi e nuovi incontri, Confidenza disegna la mappa di quel nucleo sommerso che alimenta l’amore e che può trasformarci nella versione peggiore (o migliore, a seconda dei compromessi che scegliamo di accettare) di noi.

Ho la pessima abitudine di considerare i libri che mi capita di presentare o di cui mi capita di discutere in pubblico come già affrontati, raccontati e sviscerati. Il risultato è che qua sopra non ne rimane traccia, anche se sarebbe meglio poterli ritrovare come diligentemente accade per tutti gli altri, che non hanno beneficiato di eventi o incontri specifici. Sto migliorando, però – e Rachel Cusk mi è testimone, insieme a questo propizio approfondimento.

Di Intermezzo, il quarto romanzo di Sally Rooney, si discute da mesi con l’ormai consueta esuberanza. Uscito in settembre in inglese e il 12 novembre per i Supercoralli Einaudi con la traduzione di Norman Gobetti, Intermezzo è stato per me un graditissimo ritorno della Rooney “migliore” e, per certi versi, anche il debutto di una versione stilisticamente aggiornata dell’autrice. Se ripenso agli esperimenti di Dove sei, mondo bello mi viene il nervoso – chi non manda e-mail di dieci cartelle alle proprie amiche per discutere del declino della civiltà occidentale? Magari voi sì, ma a me era sembrata una soluzione estremamente posticcia e pretenziosa – e la grande speranza era di non ritrovarmi per le mani un nuovo romanzo che proseguiva tenace per quella china. Mi piace e mi è sempre piaciuto leggere Rooney per la capacità che ha di collocare le relazioni nel mondo, di esplorare gli spigoli della comunicazione fra gli esseri umani, di riprodurre i garbugli dell’identità e delle idee lungo il confine tra percezione “interna” e confronto con la realtà – e lì dentro ci finisce anche la politica, area d’azione da cui Rooney non si è mai sottratta, anzi. L’uscita di Intermezzo è stata massicciamente accompagnata da librerie che restano aperte di notte – spesso con veri e propri takeover degli spazi commerciali -, gadget, distribuzione anticipata di ambiti scatolotti a una ferrea lista di personalità rilevanti, gruppi di lettura e aggregazioni di varia e multiforme entità. La si aspettava con trepidazione, Sally Rooney… un po’ al varco, anche. E non credo proprio abbia deluso.

In Intermezzo il punto di vista è sdoppiato e parallelo e Rooney lo affida a due fratelli – Peter e Ivan. Il romanzo si apre con la morte del loro papà dopo una lunga malattia e tallona i due durante il periodo di “assestamento” che fa seguito a questo evento campale, doloroso e profondamente destabilizzante. Peter ha superato i trenta e fa l’avvocato a Dublino. Ivan ha una decina d’anni meno ed è stato un prodigio degli scacchi, disciplina in cui spera di poter tornare a primeggiare. Peter è un animale sociale di successo, Ivan legge meglio la scacchiera delle persone. Peter è bello e balla, Ivan è bello ma non balla per niente, per metterla giù in maniera un po’ triviale ma diretta. Peter ha avuto una lunga storia con una donna soave e intelligentissima, che è rimasta nella sua vita e nella sua testa come inscalfibile precedente di perfezione, mentre Ivan non ha ancora collezionato un numero ragguardevole di esperienze, anzi. Entrambi, nel loro periodo di “intermezzo” tra la vita che hanno conosciuto e quella che devono ricostruire dopo il lutto, attraversano disastri, nuovi incontri, nuovi specchi in cui provare a riconoscersi o a sputarsi in faccia. Così, tanto per infarinarvi e fornire un piccolo quadro della situazione.

Rooney ha raccontato di aver cominciato il romanzo in una fase di profonda vicinanza con l’Ulisse di Joyce. E si sente. Se siamo stati più abituati a considerarla un’autrice che con le parole non produce prodezze particolarmente funamboliche ma un’autrice che si legge perché può intrigarci come fa pensare e come fa interagire i personaggi, in Intermezzo succede qualcosa in più. La pagina somiglia alla testa dei personaggi e, qui, ci sono due teste che funzionano in maniera peculiare e distinta – e, a tratti, smettono proprio di funzionare e si avvitano in spirali di disordine e reazioni viscerali. Insomma, trovarsi per le mani (soprattutto) Peter è un’esperienza nuova e molto ricca. Lì per lì può spiazzare, ma seguitelo anche quando barcolla.

Di amore, intimità, sesso, disperazioni, passi in avanti stilistici, dinamiche relazionali, differenze d’età, SANTI NUMI COSA NE PENSERÀ LA GENTE, Irlanda centrale e periferica, morale cattolica, senso di colpa, famiglia, pochi scacchi e molto altro abbiamo discusso anche in Mondadori Duomo qua a Milano il giorno dell’uscita di Intermezzo. Nella chiacchierata trovate Stefano Jugo di Einaudi a moderare – perché non contento di avermi avuta come vicina di scrivania per qualche anno capita che mi rievochi come un Pokémon leggendario -, Ilenia Zodiaco e Carlotta Sanzogni. Eccoci qua per un’oretta:

Dunque, fughiamo subito un dubbio: se volete leggerlo perché amate Roger Federer (o il tennis) in maniera viscerale non credo vi convenga. Qui il tennis e il blasonato torneo di Wimbledon sono elementi utili a produrre un effettone di romantica abnegazione, ma non è un romanzo SUL tennis.
Henry Evans, il giardiniere del titolo, ha effettivamente curato per mezzo secolo i prati di Wimbledon, ma manco a lui frega niente del tennis –  o del verde, direi. La ragazza che amava era una giocatrice accanita e, nella speranza di ritrovarla, Henry ha accettato un posto di giardiniere al circolo perché giocare a Wimbledon da professionista era il grande sogno della sua Rose. Com’è andata? Non benissimo.

Il padre di Henry, rimasto vedovo, si trasferisce col figlio a Blake Hall per prendere servizio come giardiniere. Blake Hall è Downton Abbey, tanto per produrre un’immagine immediatamente comprensibile. Henry conosce Rose – terzogenita dell’altolocata famiglia – mentre gironzola in bici per la tenuta. Sono coetanei e l’indole dimessa e arrendevole di Henry pare garbare alla determinatissima Rose. Dato che sono poco più che bambini, il loro legame non desta scandali o tragiche preoccupazioni, ma l’amicizia è destinata a crescere e il tempo a passare. Sullo sfondo – ma mica poi tanto – i prodromi della Seconda Guerra Mondiale sono in pieno svolgimento. Che ne sarà di Blake Hall e dei suoi occupanti?

Il giardiniere di Wimbledon – in libreria per Feltrinelli con la traduzione di Chiara Mancini – è costruito a partire da una testimonianza diretta di Henry, resa a una giornalista specializzata in questioni di cuore un po’ smancerose. Quest’intervista fittizia a Harry “anziano” diventa un grande flashback che ci presenta la sua versione della storia – con la “s” piccola e con quella grande – e della relazione con Rose. Ora, io ho faticato enormemente a trovare verosimile i cinquant’anni passati ad aspettare a Wimbledon la fidanzatina di gioventù e credo dipenda anche un po’ dall’esecuzione. L’idea è struggentissima, ma per reggere uno struggimento simile credo serva un peso specifico diverso… e Crilly m’è parsa poco sostanziosa. È un amore raccontato per schemi ricorrenti – resi necessari dalle circostanze di clandestinità della relazione, certo, ma anche molto poco avvincenti da seguire – e azioni “pure”, senza chissà quali indagini interiori.

Quello che spicca e che ho trovato molto più “forte” è l’abbozzo di indagine sociale. Henry e Rose sono condannati dalle diverse posizioni che ricoprono nella catena alimentare e quello è l’unico conflitto davvero rilevante del romanzo.
Henry sa che i figli dei giardinieri non sposano le figlie del proprietario della tenuta e Crilly è brava a creare un’atmosfera corale che accentua la dicotomia tra i piani alti della casa e quelli bassi del personale. La condiscendenza dei “ricchi” verso i loro dipendenti – che regge solo se tutti restano al loro posto -, l’incapacità di percepirsi in una posizione di privilegio, la deferenza obbligata – che tramuta un lavoro onesto e dignitoso in servitù “vera” – e un intero sistema sociale che vuol farti credere che svuotare il pitale del signor Blake sia un grandissimo onore si può riassumere un po’ così: vi concederò la possibilità di lustrarmi le scarpe se mi dimostrerete gratitudine eterna e se potrò rammentarvi di continuo che pure voi mi appartenete. Ecco, l’andazzo è quello… e Rose è figlia di quel mondo, oltre che del suo tempo. Dopo aver visto in azione Lady Sybil, qua ti piglia lo scoramento.
E il tennis? Rose usa Henry come sparring partner, punto. Il tennis è il suo unico afflato di sincera rottura con un contesto di partenza che dice di schifare ma che in realtà le fa comodo – perché non ha idea di cosa ci sia davvero oltre i cancelli della sua splendida dimora.

Insomma, per me è stata una lettura tiepidina “da viaggio”. O forse ho un cuore di pietra e rosico ancora per Sinner-Berrettini al secondo turno di Wimbledon.

Invidia è uscito a puntate sul quotidiano Tan nel 1937 e questa traduzione di Nicola Verderame per Crocetti è la prima a far capolino fuori dai confini della Turchia, dove Nahid Sirri Örik è al centro di una sorta di riscoperta collettiva dopo decenni di oblio. Cosa ne so io della produzione letteraria turca a cavallo tra la disgregazione dell’ordine imperiale Ottomano e l’insediamento della repubblica? Zero, ma da qualche parte è possibile cominciare, quindi perché non tentare con questo concentrato di cattiveria, passioni nefaste, scappatelle sciagurate, matrimoni mal architettati e città minerarie provincialotte che vogliono fingersi bel mondo? Alé.

Una buona domanda per cominciare è la seguente: che cos’è l’invidia? Quali conseguenze può produrre? Per quanto possiamo “coltivarla” prima che ci divori dall’interno? Örik architetta per la protagonista di questa storia delle pessime condizioni strutturali: è brutta – e ci viene ribadito brutalmente ogni tre righe proprio in quel modo lì: “è brutta” -, non è più giovane – secondo gli standard del tempo, almeno -, non ha un marito e dipende di fatto dal fratello, che è avviato a una buona carriera nel nuovo e fiorente settore estrattivo.
Ma poteva andare diversamente?
Secondo Seniha sì. Perché bella non è mai stata, ma c’è stato un tempo in cui avrebbe potuto studiare e prendere sul serio le proposte di potenziali pretendenti, ma in una famiglia in cui le risorse non sono più floride come prima – l’era dei Pascià è letteralmente e metaforicamente finita – si sceglie di investire sul figlio maschio di casa e non di sicuro su una femmina, che di prezioso ha solo la sua virtù. Halit studia e viaggia, insomma, mentre Seniha resta ferma ai blocchi di partenza, vedendosi portare via risorse che pensa le spettino e covando nel cuore un rancore devastante.

Quando Halit torna a casa con una moglie vispa e bella – a coronamento di una posizione sociale che si fa sempre più significativa -, a Seniha si chiude definitivamente la vena. Tu, che prosperi grazie a tutto quello che mi è stato tolto. Tu, che mi ignori e manco mi degni di uno sguardo, quando a ogni passo dovresti ringraziarmi perché è me che hanno sacrificato per darti tutte le possibilità che hai avuto. Tu, che hai deciso che dovrò farti di fatto da governante a vita invece di impegnarti a trovarmi un buon partito e una casa mia da gestire come avevi promesso di fare.
E via così.
Ma le recriminazioni di Seniha non si limitano a restare nello spazio astratto delle idee: a trasformare “la fanciulla sfiorita” – CHE CI TENGO A RICORDARVI SEMPRE E ANCHE QUA CHE È MOLTO BRUTTA, inciso mio – nell’antieroina totale di questo romanzo è la transizione dall’interiorità alla pratica. Seniha si fa artefice di un sabotaggio deliberato, di una lunga e meticolosa opera di manipolazione ai danni dell’anello più malleable della catena, quella giovanissima e splendida moglie che nessuna passione vera ha conosciuto e che ha sposato Halit per uscire dall’indigenza – l’ennesima tragedia “femminile” che Örik ci dona. Seniha trasforma Mükerrem in un’arma per danneggiare il fratello, anche a costo di non guadagnarci più niente – anzi, ben sapendo quanto poco le convenga turbare lo status quo.

L’aspetto più epico e terrificante dell’impresa di Seniha è proprio la natura intrinsecamente autolesionistica del suo progetto: l’invidia che la muove non è un sentimento che produrrà dei vantaggi per lei o che prevede almeno una soddisfazione personale. Non c’è rivincita, non c’è compensazione possibile. Quel che è perso è perso, ma quel che posso farti perdere io non mi restituirà niente e non renderà radioso il mio avvenire. Ma lo faccio lo stesso, perché demolirti è l’unico potere che mi hai lasciato, avendo escluso a priori di poter partecipare di buon grado alla tua prosperità. Scelgo di farti del male e spero di fartene il più possibile, perché è l’unico tizzone “vivo” che mi resta.

Insomma, se vi intrigano i territori storico-letterari fuori dai radar consueti e se siete in cerca di un libro fatto di interiorità tumultuose e gente sgradevolissima ma assai interessante nel suo nero spirito, Örik può essere un recupero curioso – per quanto amaro e fosco – da fare.

Non so come sia crescere in una casa piena zeppa di fratelli e sorelle. Forse si impara a fare un gran chiasso per emergere in quel pandemonio di altri bambini, calzini, piatti e carabattole – specialmente se i genitori che ti toccano somigliano un po’ a quelli di questa storia. O forse ci si ritira nel proprio guscio come chioccioline pazienti, perché gestendo un perimetro più piccolo si può imparare a sottrarsi al caos circostante o a patire di meno la noncuranza dei grandi. Non si sa nemmeno se i grandi, qui, siano sbrigativi e distaccati per necessità pratiche o per indole, ma tra i figli che ci sono già e quelli che arrivano a ciclo continuo resta più margine per il lunario da sbarcare che per grandi slanci sentimentali. Le braccine dei bambini servono ad aiutare e grava sulla casa una cappa di disordine, di fatica rassegnata, di uomini che perdono bestie utili a carte e che quando escono chissà dove vanno.

La bambina silenziosa di Un’estate – piccolo gioiello di Claire Keegan in libreria per Einaudi Stile Libero con la traduzione di Monica Pareschi – si prepara a cambiare aria per un po’. L’ennesimo fratellino sta per nascere, la mamma sarà indaffarata e un’estate senza scuola è lunga da sfangare. La bambina viene caricata in macchina e portata dai Kinsella – una coppia insieme vicina e lontana alla famiglia. Mandano avanti una fattoria prospera e, anche se si fanno un mazzo così, la bambina intravede in loro una serenità che non conosce e che non è abituata a “sentire”. Saranno davvero così contenti? È possibile che decidano di cacciarla via all’improvviso? Perché l’estate non può durare per sempre? Perché sono così diversi dai suoi genitori?

È una storia fatta di gesti semplici e di parole misurate, delicatissima nel rivelare pian piano una ferita insanabile. Ci vuole coraggio a voler bene di nuovo così come ne serve tanto per lasciarsi amare, se raramente qualcuno si è preso cura di noi. E quell’amore “di base”, così ovvio ma anche elusivo, può attecchire fortissimo anche se mancano legami di sangue, rivendicazioni di “proprietà”.
Si legge in un paio d’ore – meno di quanto occorre a preparare una crostata al rabarbaro, penso -, ma credo vi farà compagnia a lungo, consolandovi anche un po’. Perché sì, comunque vada, l’amore che si riceve non si dimentica.

[Ma c’è altro di Claire Keegan? Certo, ecco qua Piccole cose da nulla.]

In città si crepa di caldo, in campagna anche… ma almeno ci si augura che il cambio di scenario aiuti la creatività a fluire un po’ meglio. I dipendenti di Bomba Agency si riuniscono prima della chiusura ufficiale delle ostilità e dei “ci pensiamo a settembre” per mettere insieme una proposta di gara. Non conosciamo il cliente, non sappiamo che cosa vada in concreto inventato, ma in fondo non è necessario. Le gare sono tutte uguali e sono anche il simbolo perfetto di come gira il mondo: si lavora in uno scenario incerto con la speranza che quel lavoro lì produca in futuro altro lavoro, ma lievemente più solido. Nel frattempo gli orari si allungano, i confini tra vita professionale e vita privata si sfumano, tutto è urgente, fondamentale e indispensabile… ma non stiamo mica salvando vite umane, non scordiamocelo. Ironia, mi raccomando! Una birretta?

La casa di campagna che fa da sfondo vivo e presentissimo a Estate caldissima di Gabriella Dal Lago – in libreria per 66thand2nd – accoglierà per una settimana di lavoro e stretta convivenza i sette componenti di Bomba, più una gatta e un bambino di otto anni. È figlio di Gian, il padrone della casa e pure dell’agenzia – anche se quasi si vergogna a farsi trattare da capo – e della sua ex compagna. La compagna attuale è una collega che, prima ancora, era stata una sua studentessa. Le relazioni degli altri (e con gli altri) si sveleranno man mano, mentre si suda copiosamente, si prova a mettere insieme qualcosa di dignitoso da presentare all’ipotetico cliente e ci si rimbalza addosso con diversi gradi di intensità. La casa accoglie e nasconde, forse perché conosce già il futuro e sa rassegnarsi alla rovina. Non piove da un’eternità… ma pioverà e nessuno sarà pronto.

Di millennial impantanati e prigionieri delle proprie contraddizioni si sta cominciando a narrare con buona lena, di solito raccontandoli in preda a una rassegnazione statica o, a volte, facendoli proprio rinunciare a partecipare. Son strade reali, ma ce ne sono altre. Dal Lago non affligge ogni suo personaggio col medesimo dilemma “generazionale”, anzi, dosa il pesante e il leggero con occhio e sensibilità. Alcuni sono alle prese con delusioni senza tempo, altri si scoprono più flessibili del previsto, una vuol salvare l’universo intero ma è indifferente a chi le sta a un metro, un’altra sa che non avrà mai il coraggio di scappare. È una confusione ben orchestrata e soprattutto “attiva”, ci si scorge una forma di resistenza e un margine di manovra ancora accessibile. E probabilmente è questo che rende amara sul serio la sorte di Bomba.

La casa potrebbe essere l’ultimo rifugio prima di una catastrofe, ma si dimostra un crocevia decisivo che nessuno riconosce. E i disastri più grandi di noi – che arriviamo col nostro valigino di panni sporchi, dilemmi, compromessi e programmi a brevissimo termine da portare avanti con le persone che accettiamo come inevitabili – guadagnano terreno, si addensano all’orizzonte e si preparano a spazzare via quello che conosciamo… e che non siamo stati capaci di aggiustare. Come fai a salvare TUTTO, quando ti tieni a malapena a galla e ti è stato insegnato che conta far vincere un IO che restringe ogni confine? Come si fa a sentirsi abbastanza “potenti”, se non ci fidiamo nemmeno di noi stessi? Meglio lasciarsi dimenticare o imparare a vivere “nel mezzo”, perché il passato ci sconfigge per definizione e il futuro va costruito… ma i progetti li abbiamo persi.

Book cover

La gente di pianura diventa cattiva perché non ha niente da guardare: non c’è un ostacolo naturale capace di creare un limite ai desideri ma la vastità monotona di quello che ti circonda scoraggia l’iniziativa. Insomma, vuoi andare chissà dove perché il paesaggio appare “facile” – e pensi che l’orizzonte ti sia dovuto – ma per strada non ti ci metti perché il potenziale percorso è semplicemente eccessivo. Marta Cai esordisce per Einaudi con Centomilioni allestendo il suo teatro proprio in un’evanescente cittadina di pianura, affidando alle sue “vittime” di finzione il compito di raccontarci l’insoddisfazione, lo stallo perenne di chi molto vuole ma pochissimo crede di poter fare, la claustrofobia assoluta delle radici, della meschinità fatta passare per affetto, della cura come ricatto.

L’unica cosa che Teresa e Alessandro hanno in comune è forse la necessità viscerale di scappare. Lei non concepisce nemmeno la possibilità di comprare un vestito senza la supervisione della famiglia tutta, lui si piace da impazzire e non ritiene che serva altro. Lei ha ben superato i 40, lui ne ha poco più di 20. Lei è una via di mezzo tra una bambina decrepita e una zitella prigioniera, lui non ha mai trovato il modo di farsi prendere sul serio. Entrambi coltivano una sorta di esistenza parassitaria: lei ostaggio dei genitori anziani – “con tutto quello che abbiamo fatto per te non vorrai mica abbandonarci?” – e lui come zavorra per il Vecchio Porco che mantiene la madre. Lei lo ama come ci si innamora di un cantante alle medie… e lui l’ha capito.

Son poche pagine, ma il rancore che ci troverete dentro penso vi basterà per lungo tempo. Più che Teresa – che è una creatura paradossale che può far pena come rabbia – quel che colpisce è l’accuratezza della ricostruzione di quella miriade di grettezze quotidiane, abitudini impermeabili al cambiamento e superbie imbecilli che fanno “paese”… e che sono fin troppo vere. A tenere insieme tutto è l’eterno tema dei soldi: chi ne ha, chi se li merita, chi li butta, chi ne vuole di più, chi fa progetti senza averne, chi non ha nemmeno l’immaginazione per spenderli e chi li conta in tasca agli altri, incessantemente. Cento milioni, pensati in lire per farli sembrare di più – anche perché andranno divisi in tre: ecco il premio per il più mesto degli inganni. Sono pochi? Sono tanti? Non si sa, dipende da com’è il paesaggio di casa vostra. Teresa e Alessandro vivono in pianura. E vivere, per loro, è un debito insormontabile.

Mi pare che a Coco Mellors sia globalmente toccato un lancio editoriale che riassumerei più o meno così: “Sally Rooney, ma simpatica e vestita meglio!”. Cleopatra e Frankenstein, il suo esordio – in libreria per Einaudi Stile Libero con la traduzione di Carla Palmieri –, dunque, ha automaticamente raccolto l’odio di chi già detestava Rooney ma anche le tradizionali accuse di frivolezza, disimpegno e “semplificazione” del Vero Dramma Della Condizione Umana. Mellors non pare averci badato, anzi. Si è comprata degli stivaletti dorati e una cappa di Valentino e ha danzato leggiadra a firmare un contratto con la Warner – se non sbaglio – per trasformare il libro in una serie. Destinazione perfetta, perché il romanzo ha proprio quel passo lì.

L’intrigo in prevalenza sentimentale si svolge a New York nel 2007 e anni limitrofi, un’epoca pre-tracolli economici in cui era ancora vagamente possibile far fortuna a Manhattan (o anche solo pagasi una stanza) lavorando nei settori creativi e artistici. Cleo ha 24 anni ed è arrivata da sola dall’Inghilterra per studiare pittura. Bella, misteriosa e sofisticata – almeno all’apparenza – pare destinata a un radioso futuro. Il suo è il tempo della gioventù e delle potenzialità che ancora devono esprimersi, ma il tempo della realtà la insegue: il visto da studenti sta per scadere e Cleo non ha progetti solidi e nemmeno una Green Card. L’universo provvederà? Forse. Mentre abbandona a un orario fantozziano una festa di Capodanno, incontra Frank in ascensore e i pianeti promettono di allinearsi. Lui ha superato i 40 e dirige un’agenzia pubblicitaria. Istrione di successo, Frank rimane folgorato da Cleo e sei mesi dopo si sposano in comune reclutando come unico testimone un venditore di hot-dog. Cosa non si fa per avere una bella storia da raccontare… forse ci si sposa anche.

Il romanzo è una cronaca a più voci del matrimonio sghembo di Cleo e Frank. Attorno a loro orbita una compagnia di amici, sorelle piccole, colleghi, pessimi genitori, madri tragiche e segretarie che funzionano narrativamente da superfici riflettenti o da “carte imprevisto” e che, insieme a una città che a suo modo funge da personaggio, da cornice che definisce una maniera peculiare di stare insieme e di concepirsi nel mondo, da gorgo che maschera col divertimento tanti scogli aguzzi che attendono sotto la superficie INSOMMA, tutto questo contribuisce a delineare i confini di una pessima idea travestita da colpo di fortuna, da fato favorevole.

L’idea che ci si salvi insieme vale per chi non ha ancora trovato il modo di stare in piedi per conto suo? Quanto perdiamo la capacità di concepirci nel futuro se il bagaglio che ci trasciniamo in giro è troppo pesante? Quanto “costa” rendersi finalmente conto che non saremo mai dei talenti sprecati perché di talento da sprecare non ce n’era poi molto? Come si fa a costruire qualcosa di reale se attorno a noi resiste l’idea che tutto è transitorio, tutto è di passaggio o tutto è una festa da aggiungere alla povera narrazione delle nostre imprese?

Dunque, non sapendo bene cosa aspettarmi e diffidando dei miracoli, non ero ottimista, ma l’ho trovato molto godibile. Diciamo che le parti “facili” sono le meno interessanti e anche quelle che forse patiscono di più la ricerca di un effetto. I dialoghi sono una specie di ottovolante – alcuni sono splendidi e i personaggi litigano con particolare piglio, così come mi è piaciuto davvero tutto quello che ha a che fare con Eleanor, ma tanti altri scambi che vorrebbero essere argutissimi e/o fascinosi sono un po’ debolini. Ma davvero si sono innamorati dicendosi questa roba? Chissà, i sentimenti che sbocciano ci rendono indiscutibilmente ridicoli. Mellors gioca molto anche sul fatto che Cleo sia un’inglese in mezzo agli americani – anche se poi il loro “giro” è estremamente cosmopolita – ma, nella resa finale, non è che vengano fuori trovate strabilianti. Alcuni tra i comprimari sono delle macchiette – Santiago e specialmente Quentin -, mentre per altri ci si augurerebbe più spazio. C’è una sensazione di generico déjà-vu che un po’ dipende dalla New York festaiola e un po’ dal tema trito del “guarda quanto sono speciale ma non lasciarti ingannare perché anche la mia vita è un dramma anche se sono pieno di soldi e siamo tutti di una bellezza fuori scala”.
Insomma, si potrebbe dire che é una commedia romantica che quando vuol fare la commedia romantica funziona meno mentre fila via con disinvolta bellezza – e una scrittura che ha visibilmente un altro passo – quando si affaccia su panorami meno scintillanti. Ci sono tanti temi “pesanti” e per nulla frufru, dalla malattia mentale all’alcolismo, dalla solitudine al terrore di tagliare i ponti con quello che conosciamo, anche se quel che conosciamo non ci basta. Lì c’è qualcosa di brillante che resiste e che, almeno per me, ha tenuto in piedi la costruzione, ma non tanto perché occorra il tema “pesante” per farsi prendere sul serio, ma perché è lì che ci ho visto più coraggio, più sincerità, quello che meno mi aspettavo e che esce dall’inquadratura.
Ciao, Coco Mellors. Piacere di conoscerti. Dove li hai comprati quegli stivaletti epici?