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La mia ignoranza musicale è assoluta. Non sto scherzando. Non so proprio niente. Classica, jazz, pop, rock… non importa, nella mia testa c’è solo uno sconfinato deserto roccioso falciato dalla tramontana. Ho avuto le mie folli passioni per incredibili band metal-core di omoni tatuatissimi e so a memoria la discografia dei Queen, ma rimango una bestia. Adesso che ci penso, però, alla fine del liceo adoravo follemente anche dei tizi vegani col mascara e una depressione conclamata. Mi piacevano i testi. Non ci si capiva granché, ma c’erano un sacco di immagini super tragiche e storie di solitudini irrimediabili che mi confortavano assai. Comunque, non so una mazza lo stesso. Non me ne vanto, sia chiaro, ma è inutile far finta di niente. Sono anni che cerco di spiegarmi questa atavica avversione, anni. E credo sia cominciato tutto con la faccenda del pianoforte. Visto che ero una bambina bionda estremamente rapida nell’apprendimento e che m’era rimasto un pomeriggio libero – i restanti erano occupati da tennis, ginnastica artistica e inglese… e a scuola facevo il tempo pieno – la famiglia stabilì, dopo una breve ricognizione delle biografie dei principali fanciulli-prodigio del pianeta, che dovevo imparare a suonare il pianoforte, con annesso spin-off solfeggio. Mozart alla tua età era già al cospetto dell’imperatore! E io lì, con un minipony in mano e i calzerotti rosa coi gommini. Ecco. A me suonare il pianoforte faceva schifo. Una roba che m’abbia fatto così schifo nella vita non credo di ricordarmela. Toh, forse il fegato in padella, le lumache senza guscio. La trippa. Ma niente mi faceva incazzare come il pianoforte. La musica, la gioia, il trionfo dello spirito umano. Macché. Spartiti che volano in corridoio. Dopo anni di conclamate rotture di palle, mi sono finalmente decisa a informare i miei congiunti che non intendevo prolungare quello scempio neanche di cinque minuti. Basta, io questa roba non la voglio più fare. Ma fatemi disegnare, no? Che lì è chiaro che sono portata. Coltiviamo il talento, non intestardiamoci a fabbricarlo quando è palese che non ce n’è. Ah, vi piace tanto il pianoforte? E suonatevelo voi, allora.
Superato questo grande scoglio, la musica ha solo vagamente sfiorato la mia aridissima anima. Credo di essere l’unico essere umano sul pianeta che non ha musica nel telefono. Mi piace Elio, perché Elio è un miracolo della creazione. Mi piacciono le musiche arroganti dei film, anche. A Torino, una volta, sono addirittura andata a sentire Michael Giacchino. Ha preso una banda di ragazzini dell’oratorio – giuro sul dottor Spock – e gli ha fatto suonare le sue colonne sonore. Quella è stata veramente una figata cosmica, ma si è trattato di uno sprazzo di isolatissimo buonsenso. Poi il buio, come al solito.
Eh.
Provate dunque a immaginare di ricevere un accorato e coccolosissimo invito per un concerto all’Auditorium di Milano, quello in Largo Mahler, coi corvi finti sui balconi e un casino di marmo da tutte le parti. Ti piacerà, Tegamini, c’è l’Orchestra Verdi che suona… e dietro passano i documentari della BBC. Si chiamano BBC Earth Concerts. Ce ne sono tre. Te vieni al primo, Planet Earth In Concert, poi vedi come gira. La BBC ci ha messo secoli a filmare tutta quella roba, e poi ha chiesto a un compositore – George Fenton – di scriverci su la musica. Te vieni, ti siedi lì e vedi cosa succede. L’orchestra la dirige Danilo Grassi.

G I O I A.
S P L E N D O R E.
M I R A C O L I.

Uccelli pazzi che cercano di sorvolare l’Everest. Elefantini che sbagliano strada e si smarriscono nel deserto. Foreste che cambiano maestosamente colore. LEOPARDI DELLE NEVI. LEOPARDI DELLE NEVI. LEOPARDI DELLE NEVI. Paperotti che si lanciano dagli alberi. Grotte sommerse, piene di robe spugnose fosforescenti di rara e delicata beltà. Coccodrilli che sterminano gnu. SQUALI BIANCHI GRANDI COME AUTOBUS CHE INGHIOTTONO FOCHE AL RALLENTATORE. Caribù neonati inseguiti dai lupi. Volpi artiche che molestano oche. PINGUININI.

Solo un maestoso documentario con gli animali poteva riconciliarmi con la musica. E solo la musica poteva accompagnare con una simile grazia delle bestie così notevoli. Lo spettacolo è diviso in segmenti, agilmente introdotti da una letturina del direttore d’orchestra. Ora vedremo degli orsi polari che escono dalla tana per la prima volta. E alè, orsi e musica. Poi ci sono i predatori, gli elefanti che nuotano, migrazioni colossali, caprette che fuggono, delfini che mangiano pesce in compagnia di pennuti tuffatori. Insomma, habitat diversissimi e creature di ogni genere, che fanno le loro cose splendide da animalini con l’accompagnamento di un’orchestra.
Una cosa emozionante. Ma sul serio. Al coniglietto della steppa Amore del Cuore mi ha dovuta immobilizzare.
La Verdi, durante l’estate, farà delle repliche di questo primo documentario – Planet Earth – e andrà avanti con gli altri due della serie – The Blue PlanetThe Frozen Planet. Io, fossi in voi, ci farei un pensierino. Ma indipendentemente dalla vostra predisposizione alla musica o alle bestie. È un’esperienza di gioiosa immersione audiovisiva che scioglierebbe anche il più coriaceo dei cuori. E poi ci vogliono tre mesi di appostamenti, per riuscire a riprendere un leopardo delle nevi. Tre mesi. Il minimo che possiamo fare è sederci in un auditorium e rimanere a bocca aperta per un paio d’ore.

granchi tegamini

Se siete stati attenti e seduti belli dritti, saprete di certo che su Tegamini c’è una paginina con un elenco di libri ragguardevolissimi. Sono assai fiera delle mie recensioni delle cose da leggere… mi sembra di servire a qualcosa. Ecco, ma allora non passo proprio tutto il tempo a dire delle stupidaggini! Consiglio anche dei fantastici libri! Non sto qua a lagnarmi e basta, genero CULTURA. Dov’è il mio invito al party dell’Accademia dei Lincei?
Molto bene.
L’estate si avvicina, le celluliti fremono, le zanzare ci assalgono, i MOITI si moltiplicano e le pubblicità dei deodoranti impazzano – “Più sudi, più sai di fresco!”… Se qualcuno è riuscito a trasformare il sudore in freschezza me lo dica, poi, che la mia è proprio curiosità scientifica. Insieme all’eterno ritorno – su ogni genere di settimanale e mensile – dell’impraticabile e stupidissima Dieta del Gelato, in questo periodo salta fuori anche un’altra faccenda, che non si sa bene se sia vera o no. C’è questo mito che in vacanza tutti leggono perché – finalmente – hanno il tempo di farlo. Gente che non sfoglia neanche la Gazzetta al bar che, all’improvviso, sostiene di voler andare in ferie solo per spararsi un mattone di 800 pagine dopo l’altro. Vado a Ibiza coi miei amici. Niente, ci siamo io, Bomber, il Manfo, Poldino e il Lollo. Ma i culetti sodi non ci interessano. Andiamo a Ibiza per stare sul balcone a leggere il grande romanzo americano. O Guerra e pace, finalmente. Non si limonerà mai, ma sarà l’estate più bella di sempre. Ecco. Per risultare credibili, intanto che siete lì a dire delle enormità del genere, vi conviene pianificare un po’. Perché l’editoria è vasta e infida, e non potete mica telefonare a Baricco ogni volta che vi smarrite. Insomma, cosa sarebbe saggio leggere? Io non ne ho la più vaga idea, onestamente, ma posso dirvi che cosa è piaciuto a me (più o meno di recente). Allo scopo, potete andarvi pescare qualcosa dalla sempre fantasticissima Pagina Tegaminica della Suprema Utilità Letteraria o spulciare un po’ i libri che vi appiccicherò qua sotto. Ed è subito Pietro Citati.
Procedo, và, che poi avete da comprare i solari e creiamo ingorgo.

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Aleksandar Hemon
Il libro delle mie vite
Einaudi
Traduzione di Maurizia Balmelli

Aleksandar Hemon è un po’ un miracolo, secondo me. Il libro delle mie vite è un’autobiografia a racconti, è un giro nella stranissima vita di una persona che ne vede di tutti i colori. C’è l’amore, c’è lo sradicamento, ci sono mille problemi d’identità, c’è la guerra e ci sono momenti di una gioia così limpida che ti siedi in terra e dici ma perché non ci vado anch’io, a giocare a pallone al parco con degli sconosciuti. E alla fine ci si commuove profondamente e ci si dispera come ci si dispererebbe per qualcuno a cui vogliamo bene. Hemon dice le cose in una strana maniera. Se vuole parlarti, che ne so, di un cuore, inizierà dai remoti capillari che ti si rompono dietro al ginocchio. Se vuole parlarti, che ne so, di Sarajevo che cade a pezzi, inizierà dai cani che ha avuto nella vita. E si capirà tutto lo stesso. Anzi, si capirà meglio.
Vi consiglio con passione e grandi scuotimenti di pon-pon anche Il progetto Lazarus, ma vi va di lusso anche se cominciate da qui. Che poi a settembre arriva Amore e ostacoli, che sarà altrettanto mirabile. Fate riscaldamento.

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Shirley Jackson
Abbiamo sempre vissuto nel castello
Adelphi
Traduzione di Monica Pareschi

Merricat, disse Connie, tè e biscotti: presto, vieni.
Fossi matta, sorellina, se ci vengo m’avveleni.
Merricat, disse Connie, non è ora di dormire?
In eterno, al cimitero, sottoterra giù a marcire!

Se la vostra famiglia vi sembra un casino, non siete ancora andati a cena a casa Blackwood. E se il vostro paese vi sembra un orripilante covo di bastardi ignoranti e impiccioni, non avete ancora conosciuto i concittadini di Merricat e Connie.
Uno spasso, insomma.
Perché, adesso che ci penso meglio, mi è tutto più chiaro. Questo qua è un libro sulla tortura psicologica, la follia, la solitudine, l’invidia e l’emarginazione. Solo che è bello da leggere e pieno zeppo di ammirevoli ingranaggi di una precisione quasi inquietante. Che è una discrepanza che può trarre in inganno, ogni tanto. Constance e Mary Katherine vi spaventeranno a morte – mica serve un’abbazia falciata dalle intemperie per inventarsi due perfette eroine gotiche -, ma sarete ben contenti di accompagnarle a raccogliere l’insalata mentre tutto precipita, si sbriciola e si fa sempre più intollerabile. Voi, in barba al senso di minaccia incombente (giuro, non ho mai visto tanta roba che incombe come in questo libro), gongolerete. Ma è meglio se non tirate sassi.

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Anthony Marra
La fragile costellazione della vita
Piemme

La guerra in Cecenia! Repressione! Povertà! Un freddo boia! Tortura! Soldati che ti bruciano la casa! Punti di sutura col filo interdentale! Spioni! Contrabbando!
Come potete chiaramente vedere, Piemme ha cercato di buttarla un po’ sul ridere. Bei colorini in copertina, bimbe e anemoni di mare. Che poi è tutto vero, tecnicamente, ma non è che regni proprio la spensieratezza. Lì per lì non c’è molto da stare allegri, ma vi accorgerete all’istante che saranno i protagonisti – nonostante abbiano già le loro belle sfighe – a tenervi su. Sono tre figure quasi mitologiche, nella loro forza, innocenza e imperfezione. E Marra fa dei numeri non indifferenti per farci capire chi sono davvero e come siano riusciti ad arrivare fin lì. Le strade, gli eventi e le coincidenze che li portano ad incontrarsi – con tutta la conoscenza e le cicatrici che comportano – riescono a dare un senso anche alla tragedia peggiore, riordinano sentimenti e idee. Perché tutti quanti – anche quelli che somigliano di più a delle comparse – sono personaggi ricchissimi, gente che ti interessa, che vorresti sapere come sta. Oltre all’ingente partecipazione umana che suscita, questo libro bisognerebbe leggerlo anche solo per la struttura. Ci sono degli incastri meravigliosi. Ti metti lì e dici proprio ma che bello, allora è così che è andata. Forse fa anche diventare coraggiosi, questo libro.

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Philipp Meyer
Il figlio
Einaudi
Traduzione di Cristiana Mennella

Oltre ad un affascinante corso accelerato su come diventare indiani e/o trovare il petrolio, questo libro è una specie di monumento. È un’avventura epica, la storia di una famiglia lungo tre generazioni e un ritratto dell’America che cambia. È brutale, schietto, nemicissimo dei luoghi comuni e delle polpettonate auto-consolatorie e scritto in una maniera straordinaria. Le voci sono tre – il capostipite, il figlio rinnegato e l’ultima erede dell’impero – e ogni capitolo è un nuovo frammento della loro vita e, insieme, dell’epoca che abitano. Anzi, ogni capitolo è un po’ un pozzo piantato in mezzo a una di quelle pianure vastissime, con il cielo che sembra fuori scala. E in fondo ai pozzi ci sono delle anime molto pesanti, che fanno di tutto per rimanere a galla.
Bonus track: per capire meglio che cosa si prova, Philipp Meyer ha davvero scuoiato un bisonte e mangiato non so più quale organo interno della derelitta bestiona. Si è anche costruito un arco. Nulla si sa su come abbia digerito o sulla sua mira, però.

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Sylvia Plath
The Bell Jar
(questa qua è l’edizione Harper dei cinquant’anni)

Di Sylvia Plath sapevo tre cose in croce (quelle che sanno tutti, immagino), ma non l’avevo mai letta. Neanche le poesie, Tumblr a parte. Sentendomi in difetto nei confronti di Lisa Simpson, che con The Bell Jar ci si sventolava alle elementari, ho deciso di cominciare da qui. E non mi aspettavo che fosse così bello. Così “vicino” e moderno, anzi. La Plath me l’immaginavo molto più parruccona e ingessata. Un po’ aulica, pure. Sono scema io, che associo la poesia a roba che fa fare fatica. Eh, il romanzo di una poetessa, sarà un pacco. E invece no, mi è piaciuto immensamente… e mi sono anche andata a cercare i rimandi autobiografici, con la mamma che scrive all’editore che sarà un casino, se lo pubblicheranno negli Stati Uniti, e tutta la faccenda delle giovani donne super promettenti che vanno a lavorare a New York. Sono così contenta di averlo letto che non voglio farvi prendere male con la storia – “brillante studentessa cerca d’ammazzarsi e finisce in manicomio”, vedo già partire la ola -, ma vi basterà sapere che anche le tristezze più nere, se raccontate così, diventano qualcosa che vale la pena affrontare.

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George Saunders
Dieci dicembre
minimum fax
Traduzione di Cristiana Mennella

Va bene, va bene, l’avete già letto tutti. Ma lasciatemi divertire. Lasciatemi dire che io Saunders già l’avevo scoperto con Il declino delle guerre civili americane, in un momento di folle e limpida lungimiranza. Le adoro le storie surreali. Mi piacciono le meditazioni sghembe su chi siamo e su cosa desideriamo. Mi piacciono i racconti con le persone “normali” che cercano di fare del proprio meglio – finendo solo per peggiorare le cose -, mi piacciono i racconti-boomerang, coi disastri che incombono nonostante l’impegno, il coraggio e l’amore. Sarà che mi aspetto sempre che un pianoforte mi precipiti sulla testa, sarà che Saunders ha un occhio magicissimo per gli eventi minuscoli pronti a trasformarsi in valanghe, sarà che inventarsi un mondo in cui le belle ragazze indigenti si fanno appendere agli alberi come decorazioni da giardino è piuttosto interessante, insomma, non so bene il perché, ma questa raccolta è speciale, indipendentemente da quello che vi mettono nella flebo.

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Può andare?
Vi garbano?
Vi sentite meno perduti?
Stavate bene anche prima?
Leggerete sul serio?
Farete buone vacanze?
Siete pronti a giurare solennemente che no, voi il magazine di Barbara D’Urso non lo comprerete mai?
Non so come finirlo, questo post.
Spero di avervi consigliato bene. Mi siete simpatici, ecco perché nell’agile lista non c’è neanche una polpettonata tipo Il cardellino. Tante cose mediamente rapide e assolutamente folgoranti da leggere a rullo, come meritano. Che fa anche un casino autostima, leggere a rullo (voi e i vostri amichetti sul balcone di Ibiza). Insomma, spero vi divertirete. E se avete voglia di raccontare al mondo che cosa metterete in valigia, ci sono sempre i rutilanti commenti.

Ma chi ce lo fa fare?
Perché ci infliggiamo volontariamente questa sofferenza?
Che cosa abbiamo che non va?
Ci pagassero, almeno.
Vieni, Tegamini, questa sera ti diamo 20 euro per guardare una serie tv. Si patisce, l’ingiustizia regna sovrana e i personaggi crepano malamente ogni venti minuti. Non ti affezionare a nessuno. Non credere a niente. Non t’invasare coi costumi: vivi in un mondo dove esistono i leggings fiorati e il vajazzle, non te li puoi  mettere i vestiti delle signore di Westeros. E non pensare di vedere i draghi a ogni puntata, che farli in CGI costa un botto e i soldi bisogna spenderli per il parrucchiere di Daenerys, che quando una è Nata dalla Tempesta ha sempre i nodi nei capelli.
E invece no. Il Trono di Spade lo guardiamo. A gratis. Con una costanza e una dolentissima empatia che non riusciamo a sprigionare in nessun altro ambito della nostra esistenza. E senza manco un rimborso per lo psicanalista. Siamo qui, a farci maltrattare da un vecchio ciccione irsuto, uno che si nutre dei nostri singhiozzi e gode come un cinghiale maremmano a sminuzzare, tritare e castrare i suoi personaggi. Orfani che vagano per i Sette Regni, mani mozzate, famiglie disgregate, pecore carbonizzate, zombie ghiacciati, vendette che non funzionano e nerissima disperazione. E noi qua, tutti contenti.
Abbiamo dei problemi, altroché.
Io adesso mi metterò a parlare dei miei traumi personali legati alla quarta stagione del Trono di Spade. Dopo il Keep Calm & Valar Morghulis. Quindi se non avete ancora visto tutto, non andate avanti che se no vi spoilero.

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Devo ammetterlo. La dipartita di quel piccolo bastardo sadico di Joffrey mi ha profondamente destabilizzata. Va bene, ero contenta… voglio dire, chi non lo sarebbe? Il mondo senza Joffrey è automaticamente un posto migliore. Ma è rimasto un vuoto. Chi odierò forsennatamente, adesso che Joffrey è morto? Ma soprattutto, perché sposarsi è così incredibilmente pericoloso? Non mi è neanche piaciuto com’è crepato. Per un tipo così spregevole ci voleva la combo pubblica umiliazione+spettacolare spargimento di sangue. Una roba tipo corona sciolta in testa. Quella sì che è stata una morte seria, da brutta persona che finalmente la paga per le sue immonde malefatte. E invece no. Nessuno ha avuto l’occasione di insultarlo platealmente di fronte a una folla oceanica. Nessuno ha potuto sputazzargli in faccia, scucirgli la giubba ricamata o prenderlo a pedate nel sedere. Nemmeno il prolungato primo piano sul suo volto cianotico e agonizzante è servito a rallegrarmi. È stato un bel colpo di scena, niente da dire (e centomila punti a nonna Tyrell, megera intrigante) ma Joffrey meritava di peggio. In realtà è tutta colpa di Batman. Doveva lasciarlo in mezzo ai fuggiaschi del manicomio di Arkham o consegnarlo alla Setta delle Ombre. Loro sì che sanno pigliarti a calci in culo.

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Sei un cretino, Batman.
‘fanculo.

Continuando sul filone “Mai una gioia”, poi, sono assolutamente e irrimediabilmente devastata dalla truculenta dipartita di Oberyn Martell. Cioè, ero CERTA che avrebbe sbudellato la Montagna con quella sua ridicola lancia da majorette anoressica. Ero felice. Speravo nella giustizia, nel trionfo del bene. Tyrion salvo, regine rancorose che non rompono più i coglioni, buonsenso, arcobaleni e amore spensierato. Errore madornale. Ho detto, che diamine, Inigo Montoya ce la fa, alla fine, a vincere il duello del millennio contro l’uomo con sei dita, che ha Oberyn di meno? È anche vestito meglio.

game of thrones oberyn

Che brutta roba. Ho proprio gridato. E Amore del Cuore ha buttato giù un bicchierone di vino, ma così al colpo, tipo Cersei in fase alcolismo-pesante. Ho cercato di gettarmi a terra, ma non ce l’ho fatta. Mi sono accasciata sul divano, in pigiama, balbettando una cosa tipo “basta,  io questa serie non la voglio più vedere. Non ci riesco, non si può. Lasciatemi qui, come un cavallo zoppo”.
Oberyn era una meraviglia. Oberyn Martell era lo Zlatan Ibrahimović dei Sette Regni… magari Oberyn con Piqué ci sarebbe andato giù un po’ più deciso, ma è comunque un validissimo paragone. Oberyn ha portato un po’ di festa ad Approdo del Re. Bei dialoghi, spocchia, odio sacrosanto per i Lannister, giubbe di ottimo taglio. Mi piaceva un casino, Oberyn Martell. E sono ancora incazzata come una biscia. Con tutti gli inutili che ancora respirano, ma proprio lui doveva morire? E quei pollicioni giganti, non me li dimenticherò mai. Pollicioni giganti che guizzano e spiaccicano occhi. Non ci meritavamo nulla del genere. La vita è dolore. Le tenebre hanno vinto.
‘fanculo.

OBERYN MARTELL: THE RED VIPER VERSUS GREGOR CLEGANE: THE MOUNTAI

A furia di parlare di morti – E DI CHE ALTRO DOVREMMO PARLARE, È IL TRONO DI SPADE, SANTISSIMA LA POLENTA -, mi è venuto in mente che sono molto triste anche per Ygritte. Ygritte è scomparsa da tutte le serie che guardo. In Downton Abbey è andata a fare la segretaria, mentre qua nel Trono di Spade è andata a scagliare frecce nelle verdi praterie del Paradiso dei Bruti, senza aver mai imparato a battere a macchina. La morte di Ygritte mi fa fare un passo indietro sul fronte Jon-babbacchione-Snow. Ora che non c’è più lei, tornerò a fregarmene altamente di lui. Finché c’era Ygritte, potevo sperare in una riconciliazione romantica. Mi piacevano, insieme. Ma adesso? Chi se lo piglia su, uno così? Che ce ne facciamo del suo musone corrucciato? Lo spogliassero un po’, almeno. Macché, è il più vestito dell’universo. Ha su dodici strati di pellame e lanine. Ma soprattutto, Sam Bombolone non poteva farsi gli affaracci suoi? Piccolo manovratore dell’ascensore della barriera, proprio tu, adorabile frugoletto. Lo so che non hai mai preso in mano un arco in vita tua, ma è il momento di farsi valere. Fai come me, sono imballato come un pitone che digerisce, ma ho tanto buon cuore. Lo so che hai le mutande piene, ma fai come me e impegnati al massimo, dobbiamo scacciarli questi Bruti, o sbudelleranno la ragazza che mi piace. Non ha il mento e ha fatto un figlio con suo padre, ma io la trovo celestiale. E che fa, quel piccolo derelitto? Trafigge la nostra indomita Ygritte, ma al primo colpo. Uno di sette anni che passa le giornate a far funzionare un ascensore ghiacciato nel singolo posto più triste del mondo. Come dovremmo reagire? Non sono impazzita solo perché ero anestetizzata dalla noia mortale della puntata della Battaglia della Barriera, ma c’era da prendere a ciabattate la tv. Anzi, altroché ciabatta, serviva un bello scarpone da sci.
‘fanculo.

Jon-SnowYgritte è morta.
Ma forse Ghost è una femmina!

Proseguendo nella veglia funebre, direi che i tempi in cui Tywin Lannister irrompeva nella sala del trono in groppa a un cavallo cagone sono ormai lontani. E pure lui, di cacca non ne farà più. È morto in un luogo inglorioso, va bene, ma se l’è anche un po’ andata a cercare. Il momento Apocalypse Now di Tyrion mi ha lasciata un po’ perplessa, ma con la dipartita di Nonno Lannister si aprono scenari caotici e potenzialmente molto interessanti. Coso, lì, Tommen, l’amico dei gattini, sarà un re vagamente normale? Come farà a cavarsela senza i malvagi consigli del nonno meno affabile dei Sette Regni? La sempre astuta Marjorie – Natalie Dormer, un’attrice condannata a interpretare per sempre Anna Bolena -, riuscirà a tenersi un marito? Io avrei paura a fidanzarmici, che diamine, porta una sfiga nera. E nel caso Tommen riesca a raccogliere il coraggio, le permetteranno di riciclare quella meravigliona di abito da sposa tutto rose e spine?

wedding dress

Sono anche un attimo agitata per la regina della friendzone, Daenerys Cento Epiteti Targaryen. Daenerys ha messo al mondo tre draghi. I tre draghi, finalmente raggiunta l’età dell’adolescenza, sono diventati tre spaventosi e stronzissimi mostri apocalittici. Divorano quadrupedi, inceneriscono bambine, non le danno retta manco per sbaglio e, in generale, le fanno fare pessime figure. Uno è pure scappato di casa perché voleva il motorino. Io non so come funzionino i draghi, come si faccia ad addomesticarli, dove si possano tenere, se è saggio rinchiuderli in una catacomba. Io non lo so, ma Khaleesi ha un bel problemone. A Daenerys piacerebbe diventare una sovrana saggia e amata dal suo popolo di ex-schiavi sgobboni, solo che non è capace. Crocifigge gente a caso, corre ai ripari invece di dedicarsi a solide riforme strutturali, pesta una merda al giorno, parla parla e non conclude niente e, in sintesi, sta lì piantata senza sapere troppo bene il perché. Sembra il Movimento Cinque Stelle. Qualcuno deve aiutare questa benedetta ragazza. Lei s’impegna, ma la vedo assai male. E non ha nemmeno più Jorah-Casaleggio! Guarda che tristezza, non è neanche più capace di sedersi su una roccia.

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Persa ogni fiducia nella Madre dei Draghi – anche se si continua a parteggiare per la storia d’amore piuttosto difficoltosa (a livello di hardware, temo) tra Fighissima Ancella Poliglotta e Verme Grigio Immacolato -, fermamente decisa a fottermene con sportività di quello che succede ai piccoli Stark superstiti e prontissima a rimanere salda nel mio odio per Stannis e per la sua maga piromane, non mi resta che parteggiare per un unico e strabiliante eroe-canaglia: quella serpe di Lord Baelish. Un uomo che ci ha fatto la cortesia di gettare in una spaventosa voragine la nevrastenica sorella di Lady Catelyn – una che trova normale allattare ragazzini viziaterrimi alti un metro e settanta -, trasformando Sansa in una rispettabilissima dark lady. Sansa, è riuscito a scuotere Sansa dal suo torpore di santa martire. E’ come se Suor Germana avesse all’improvviso deciso di fare la spogliarellista, cacciandosi tortellini da tutte le parti. Non so neanche per che cosa dovrei tifare di preciso, ma tifo per Lord Baelish. Tifo per l’intelligenza e per le vendette trasversali a lento rilascio. E per le storie d’amore un po’ così. Amavo tua madre come la vita stessa… che dici, limoniamo?
Ma non importa.
Perché Lord Baelish è uno di noi. Lord Baelish SPOILERA. E merita il Trono di Spade.

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Ebbene, ho detto anche troppe stupidaggini. La verità è che nulla ha senso, perché Martin potrebbe decidere di squartare chiunque in qualsiasi momento. E noi qui a fare i cuoricini a Lord Baelish. Non abbiamo imparato niente, e continueremo a farci prendere per il naso come giganteschi vitelloni rincoglioniti. Non so perché ci piaccia così tanto, ma  siamo arrivati in fondo anche a questa quarta stagione, indomiti e coraggiosi. Abbiamo fronteggiato traumi inenerrabili, senza riportare danni permanentissimi. Qualche livido, dei graffietti, distorsioni al ginocchio. Insomma, congratulazioni vivissime a noi, abbiamo vinto uno stuzzicadenti in acciaio di Valyria. E non resta che una sola cosa da dire. La più importante:

H O D O R

Dovrebbe finirci lui, sul Trono di Spade. Poche balle.

Dunque, Amore del Cuore è sopravvissuto brillantemente a ben due addii al celibato – nelle città di Berlino e Praga -, ma sembra aver perso la capacità di prosperare negli ecosistemi urbani dove abitualmente risiede. Negli ultimi due giorni è stato travolto da una macchina mentre viaggiava placidamente in motorino dalle parti di Sesto San Giovanni e punto da un calabrone nella libreria Mondadori di Piazza Duomo. Un weekend spaventoso. Sono dovuta correre al pronto soccorso di CINISELLO BALSAMO e ho trovato Amore del Cuore su una specie di tavolaccio di metallo, tutto pieno di cerotti e di collari, in mezzo a una moltitudine di persone afflitte da ogni genere di orrori. Coi neon tremolanti e manco un ortopedico in ospedale.
AAAAHHHHH!
Lo sgomento!
È andata comunque bene. 
Il motorino è distrutto, ma Amore del Cuore ne è uscito vincitore. È ammaccato ma intero, ed estremamente di buon umore. Visto che era vivo, poi, abbiamo festeggiato ordinando una tonnellata di maki al salmone. Nel dubbio, però, mi sto informando su dove si possa comprare o affittare un San Bernardo di salvataggio che lo accompagni in giro in mia assenza. Perché ormai sono terrorizzata. Lui era terrorizzato al pensiero di dover attraversare gli Stati Uniti con me al volante, ma il dottore che gli ha guardato le lastre non ha visto fratture… e dovrebbe poter guidare in santa pace. Il che, a livello di salute pubblica, è un bel vantaggio.

Amore del Cuore ringrazia sentitamente tutti quanti per gli incoraggiamenti e le grida di preoccupazione.
…ha dei ditoni buffi, Amore del Cuore. 

Un po’ perché ho bisogno di parlare di cose allegre e un po’ perché mi piacerebbe ricevere qualche buon consiglio da chi magari ha già fatto il girone meraviglioso che ci accingiamo a fare noi – sempre che ci arriviamo senza ulteriori incidenti -, mi accingo ad appiccicarvi qua da qualche parte l’itinerario del nostro strabiliante viaggio di nozze.
Perché tutte le sofferenze patite durante le Matrimoniadi dovranno pur servire a qualcosa.
Ce l’ha organizzato un uomo leggendario, uno che qualche tempo fa è capitato in Corea del Nord e ha vinto i campionati nazionali di tiro alla fune. Io non so come abbia fatto e non so neanche il perché, ma è una cosa che mi piace dire. Contrariamente al fascino travolgente di Cippo – che vive e prospera IN Ancona -, il sito/lista nozze dell’agenzia non è altrettanto figo. Il che è molto ingiusto, ma si può sempre rimediare qui nelle verdi Tegamini-praterie, con un itinerario super schematico ma arricchito oltre ogni immaginazione da una disordinata ed eterogenea selezione delle cartoline più trash che mi è capitato di scovare.
Saremo ben contenti di ricevere suggerimenti. Fate un po’ come vi pare: procedete per città, per area geografica o per percorso (che ne so, se lungo la strada c’è la Padella Antiaderente Più Grande Del Mondo segnalatecela con grande entusiasmo). Se avete fatto cose strane (caccia al coyote o robe così) o mangiato qualcosa di incredibile, non vergognatevi e rendete partecipi tutti quanti. Bonus gratitudine per le segnalazioni a base di animalini teneri.
E il nostro viaggio è questo qui, da posticino a positicino.

***

IL COAST TO COAST DEL CUORE

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Giorno 1 – MILANO >>> volavola >>> NEW YORK

Giorno 2 – NEW YORK

Giorno 3 – NEW YORK

new orleans

Giorno 4 – NEW YORK >>> volavola >>> NEW ORLEANS

Giorno 5 – NEW ORLEANS

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Giorno 6 – NEW ORLEANS >>> brumbrum >>> HOUSTON

dallas

Giorno 7 – HOUSTON >>> brumbrum >>> DALLAS

amarillo

Giorno 8 – DALLAS >>> brumbrum >>> AMARILLO

santa fe

Giorno 9 – AMARILLO >>> brumbrum >>> SANTA FE

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***

Spero con tutto il cuore che mi paghino ogni genere di traduzione arretrata, così sperpererò i sei euro che ho in banca per tutti gli Stati Uniti. Gli stivalini rosa da cowgirl sono la prima scemenza della lista. Mi raccomando, suggeriteci e consigliateci, che siamo estremamente stanchi, variamente contusi e troppo innamorati per connettere.

1930 milano

Scusatemi moltissimo, ma devo proprio principessare un po’. Avremo anche un Liberty al posto di una carrozza trainata da pavoni e unicorni, ma quando ci invitano a corte cerchiamo di fare del nostro meglio. In questo caso, poi, ero proprio l’ospite ideale. Mi raccomando, amici, niente riferimenti geografici o indicazioni stradali. Cioè, come se avessi il senso dell’orientamento. Ma magari. Sono ancora lì a fidarmi del sussidiario di terza elementare: il nord è dove c’è il muschio sulle piante. Comunque, in compagnia di un raggiante Amore del Cuore – che in queste occasioni si rallegra immensamente di questo mio hobby del blog -, siamo andati in visita guidata al 1930, secret bar dal fascino tendente a +infinito.

tegamini 1930

Il 1930 è un’invenzione strana, almeno per noi che siamo abituati a bere benzina in mezzo alla strada. Ispirato agli anni ruggenti del proibizionismo, il 1930 è uno speakeasy regolamentare. Per entrare ti devono conoscere, ci vuole la tessera, ci vuole la prenotazione e serve pure la parola d’ordine. Proprio come in quei mirabili posti clandestini dove la gente IEA si andava a bere qualcosa – agitando abiti con le frange e, in caso dei maschietti, calcandosi ben bene il cappello sulle sopracciglia – senza preoccuparsi di essere arrestata con malgrazia. La cosa mirabile è che è tutto super nascosto. C’è un negozio di facciata, in pratica. FBI protezione testimoni milanesi. Voi entrate in questa specie di minuscola rosticceria tristissima e scalognata e, magimagia, dietro a una porticina c’è il 1930. Pure il sito vi butta un casino di fumo negli occhi… và, www.1930.sh. SHHHH, capito? Involtini primavera e omertà. Voi aggeggiateci un po’ però, con quel sito lì, perché ci sono dei barbatrucchi. Non posso dire di più, se no mi gettano nel fiume con una pietra al collo e gli stivali di cemento. Sappiate comunque che, soprattutto se avete l’amante, dovete trovare il modo di farvi ricevere, perché lì non vi trova neanche la Signora in Giallo. Ma neanche se morite al bancone.

Una volta dentro, vi sembrerà un po’ una piccola macchina del tempo. Ci sono i tavoli tondi da poker, gentiluomini che suonano strumenti musicali, luci soffuse, macchine da scrivere romanticamente arrugginite e poltroncine imbottite. Un frac, datemi un frac. Mi hanno anche detto che nel sotterraneo vive un fantasma che si diverte a scompigliare le fiammelle delle candele, ma forse accade solo dopo qualche bicchiere. Dietro al bar, poi, ci sono due alchimisti. Arrostiscono cose. SCECHERANO liquidi con movenze ignote ai più. Si rimproverano a vicenda perché c’è da fare la crema pasticciera fresca, che quella già pronta è lì da ben due inaccettabili minuti. Mescolano liquori inestimabili con sciroppi fatti in casa. Maneggiano tuorli d’uovo. Ad un certo punto hanno affumicato un cocktail. Non so che cocktail era, ma hanno preso una specie di cupola di vetro, l’hanno messa sopra al bicchiere e l’hanno riempita di un fumo aromatico che più coreografico non si poteva. Ciao, allora. Ciao.
La lista dei cocktail è stagionale e funziona a romanzo a puntate. Vi portano proprio un libricino. All’inizio ci sono le cose che potete bere – anzi, le cose che potete bere oltre all’universo di drink che potete chiedere – e poi c’è un racconto da leggere. Spie con l’impermeabile, signore col rossetto che non sbava mai e compagnia cantante. Qualsiasi cosa accada, quello che vi arriverà sarà prelibato e di un’avvenenza imbarazzante.

lista 1930 tegamini

Niente.
Vi ci porterei tutti in braccio per fare una bella partita a canasta, vi vorrei salvare dalle orrende bettole che tutti quanti frequentiamo, ma non aprono manco a me, se ci torno. Quindi niente. Per il momento vivo del felice ricordo dei due meravigliosi drink che mi sono bevuta alla salute di chi ci vuole male. E mantengo il segreto, come mi è stato ordinato. Se un giorno, finalmente, le mie nobili origini verranno riconosciute, luciderò le perle e prenoterò un tavolo – piccolo – anche per voi. Nel frattempo, ringrazio il 1930 per la bella serata. Amore del Cuore è ancora oltremodo commosso. E io continuo ad essere felicissima per tutte queste strane avventure.
A presto, spero.

:3

Fate finta che quella copertina lì sia uno scherzo. Non fateci caso, se potete. Copritela con qualcosa di elegante e arguto, tipo una volpe che vi guarda mentre prendete il tè in giardino. Ricordatevi il parasole, se ce l’avete… è anche vero che passerà di moda man mano che girerete le pagine, ma per qualche tempo – anzi, a intermittenza – potrà tornarvi utile. Grazie al cielo, però, non è neanche così importante che il fuori di questo libro somigli al dentro, perché il dentro vi stupirà comunque. Qua dalle mie parti di di Kate Atkinson non s’era ancora letto niente, quindi non so granché stabilire se pure gli altri suoi romanzi siano così. Facciamo che me lo auguro, perché Vita dopo vita mi è proprio piaciuto. Sono quelle sorpresine che fanno bene a chi legge volentieri. È un romanzo delicato e strambo, di quelli che appartengono alla grande famiglia felice delle fantasticherie che invadono il concreto. E bisogna essere bravi bravi a scrivere, per far stare in piedi una storia del genere. Bisogna metterci tonnellate di particolari, bisogna descrivere le cose con precisione e rapidità – tipo uno che ti spara al momento giusto -, bisogna cacciarci dentro un po’ di cose che sono successe per davvero e, soprattutto, bisogna distribuire cuori e cervelli ai propri protagonisti. Vita dopo vita è una magnifica assurdità fatta di universi paralleli, che Ursula Todd – trascinandosi dietro l’intera famiglia e una girandola di comparse che si rifiutano categoricamente di farsi dimenticare, sia da lei che dai noi che leggiamo – percorre più o meno faticosamente, rimanendoci secca parecchie volte. Ursula nasce in una notte di neve e di scomodità. Muore ancora prima di venire al mondo, muore strozzata dal cordone ombelicale, muore perché il dottore e la levatrice, bloccati da qualche parte in mezzo alla campagna, non arrivano in tempo. Il tempo, però, decide di piegarsi a fiocco e di donarle sempre un’altra possibilità. Che si tratti di annegare su una spiaggia mentre fa i castelli di sabbia, di scivolare da un tetto o di beccarsi l’influenza spagnola da una domestica che è andata a divertirsi a Londra per festeggiare l’armistizio post-Prima-guerra-mondiale, Ursula riapre immancabilmente gli occhi. E la notte di neve continua ad essere la prima della sua vita.
Idea fascinosissima, soprattutto se – crescendo – sei una personcina che si accorge che il mondo non è proprio nuovo di pacca, e che certe catastrofi si possono magari evitare (o prevenire, per il bene di chi ci sta simpatico). La Atkinson fa capitare a Ursula le cose più disparate. Ci racconta quello che ha già vissuto cambiando prospettiva – venghino, siori, venghino! Non ci si annoia! Nemmeno quando si torna a un episodio che conosciamo! – e aggiunge, passettino dopo passettino, cambi di rotta piuttosto giganteschi o impercettibili variazioni. Passiamo da Ursula che si sceglie il marito sbagliato a Ursula che va in vacanza con Eva Braun (e il suo affabile fidanzato), da Ursula grigia-impiegata a Ursula-volontaria-londinese che tira fuori la gente dai palazzi bombardati. E non è mica come giocare con le Barbie, che cambiano abito ma rimangono sempre degli stoccafissi. Ursula accumula vite, senza perdere per strada quello che ha imparato. Non sempre è consapevole di quello che può fare, ma riusciamo sempre a riconoscerla, malgrado le circostanze e il tempo che passa. Quello che viene fuori, tra sfiga nera e pericoli scampati, è un puzzle circolare, un ingranaggio interessante fatto di caos, storia, fatalità, libero arbitrio e amore.
E caddero le tenebre.

 

tegamini firenze cavalli nettuno

Io e Amore del Cuore siamo specializzati nei viaggi con difficoltà climatiche.  Dobbiamo andare a Oslo? Andiamoci a dicembre, che c’è un freddo polare e viene buio alle 14.38. Un weekend a Praga? Va benissimo, ma solo con un’alluvione in corso. Berlino? Fantastico, c’è addirittura una bufera di neve! Saliamo in cima a una torre nella ridente città di Lucca? Perfetto, ma aspettiamo un attimo, che questo qui non mi sembra mica un temporale serio. Miami? Rigorosamente ad agosto, con 50 gradi e un’umidità tipo passato di verdura.
Dopo tutte quelle intemperie lì, un giro a Firenze per il ponte del primo maggio ci sembrava assolutamente innocuo, da un punto di vista puramente meteorologico. Perbacco, in Toscana a maggio, cosa mai potrà capitarci? E invece no. Rovesci furibondi, vento, pozzanghere d’ogni foggia e dimensione. E noi là in mezzo, a combattere il monsone con un ombrellino rosa. Ma c’è un altro ma. Perché il problema della pioggia, quando decide di abbattersi su una città d’arte, è quello che fa alle persone.
Perché il turista non reagisce alla pioggia in modo normale. Il turista non gestisce le precipitazioni come fa a casa sua. Il turista non si accontenta di un ombrello, ma manco per niente. Il turista vuole il PONCHO DI PLASTICA FOSFORESCENTE.
Divinità celesti, ma perché!
Io vivo a Milano. Si mette a piovere? Pazienza, affronto Milano con un ombrello. Non dico che prendere dell’acqua mi faccia piacere – e magari un po’ di spray impermeabilizzante in più (fantomatico prodotto-placebo) ce lo potevo pure spruzzare, sui miei fragilissimi stivalini scamosciati di Twin Set con gli strass e i cuoretti belli -, ma non è che rincoglionisco di botto. Non rincorro un venditore ambulante, implorandolo di darmi un assurdo poncho fruscioso e svolazzante da esibire con fierezza mentre faccio la coda agli Uffizi, sgocciolando orrendamente addosso alla gente normale.
Nessuno a casa sua si riparerebbe mai dalla pioggia con un poncho, ma zero. Amore del Cuore ne ha uno nero per le emergenze da motorino,  ma spesso – pur di non perdere la dignità – preferisce infradiciarsi e ciao. E ha ragione lui, diamine.
La gente in vacanza perde il lume della ragione
. Madri di famiglia che pensano di dover scalare l’Annapurna e attraversano centri storici assolutamente innocui e civilizzati indossando tragici total-look Decathlon da campeggio amazzonico. Coi coltelli in tasca e una retina per le noci di cocco nello zaino. Padri che decidono all’improvviso di dover usare il marsupio. Bambini con la borraccia al collo. E il poncho, obbligatorio per tutti. Un indumento ingestibile, antiestetico e rumoroso, che ti fa somigliare a una tenda menomata e ti impedisce di utilizzare correttamente le mani. Più scomodo dell’ombrello (dove la metti quella roba lì, una volta che l’intemperia finisce di imperversare?), efficace solo se si sta fermissimi, imbecille oltre ogni misura, il poncho è – soprattutto – un vile inganno. Il poncho finge di essere divertente e sbarazzino, finge di voler partecipare alla gioia della vostra gita fuori porta. E voi, come degli sprovveduti suricati, pensate davvero che infilarvi un poncho sia un’idea spiritosa, un modo simpatico e sacrosanto di affrontare il maltempo senza incazzarvi come delle bestie, che avete un giorno di ferie ogni cent’anni e tutte le volte che uscite dalla vostra provincia di residenza vi grandina in testa. Il poncho lo sa, ecco perché finge di essere un brioso strumento d’evasione, un amichevole accessorio per le vostre scampagnate. Perché in vacanza si fanno delle cose diverse. Si fugge dal solito tran-tran. Qualche giorno di pace, a vedere dei bei posti, senza nessuno che vi rompe le balle.
Ed è un attimo.
Vi allontanate dal vostro habitat naturale, scendete dal treno, mettete i bagagli in albergo, vi assicurate di aver portato con voi le pastiglie per purificare l’acqua, date un’ultima occhiata alla cerbottana e addio, dopo mezz’ora siete già terreno fertile per i loschi intrighi del poncho antipioggia.

– Gennaro! Che ridere, ma l’hai visto quello là?
– Chi? Il coglione col poncho giallo?
– Mamma mia, ma lo vedi, ormai non ti si può dire più niente! È simpatico, il poncho. Siamo qua contenti, che visitiamo, che vediamo l’arte… se fosse per te vivremmo sul divano, in mezzo alle briciole.
– E che mi frega a me. Se lo vuoi pigliare, piglialo, il poncho. Tanto qui non ci conosce nessuno.

MA IL CIELO VI GUARDA. E PIANGE. E se il cielo piange, vuol dire che piove.
La pioggia è colpa del poncho. Il poncho fa apposta a insinuarsi nelle vostre giornate di villeggiatura. Lo fa per insultare il firmamento, nel tentativo di preservare le condizioni più adatte alla propria spregevole sopravvivenza. È un complotto plastificato.
Regolatevi, ora che conoscete la verità. Unitevi alla resistenza anti-poncho. Resistenza Anti-Poncho, per un turismo meno sciocco e più soleggiato.
Vai, che fra tipo cinque minuti ci sono anche le elezioni europee.

Spoiler?
OVVIO.
Beware.

Amazing-Spider-Man-International-Poster-31

Leviamoci subito il pensiero.
È un film piacevolone? Ma certissimo.
Vi cambierà la vita? Ma proprio no. 
E quindi? E quindi guardatevelo con spirito giocoso, questo Spider-Man, che mica stiamo al mondo per patire. Mica siamo dei Peter Parker, con centosei cattivi da combattere ogni santa volta e un guardaroba estremamente limitato. Noi non scorgiamo il padre defunto della nostra fidanzata agli angoli della strada. Non dobbiamo lottare per farci la lavatrice da soli, che se no nostra zia May si accorge che siamo dei supereroi. Non abbiamo amici potenti che bramano il nostro sangue per guarire da una malattia di inaudita rarità che somiglia al drammatico incrocio tra la lebbra e la peste bubbonica. I nostri lanciaragnatele non si friggono e, superata con successo l’adolescenza, non sentiamo il bisogno di ricoprire di fotografie e metri di nastro adesivo le pareti delle nostre camerette. Non siamo nemmeno ingegneri elettronici col riporto e i pantaloni scappati. Oxford non ci telefona per regalarci una borsa di studio. Una cosa che, invece, forse saremmo capaci di fare anche noi – e senza un impiego alla Oscorp – è bloccare una centrale elettrica schiacciando semplicemente il bottone STOP, ma questo è un altro paio di maniche. Perché questo film è pieno di stupidaggini, ma bisogna un po’ prenderla come fa Paul Giamatti, in arte Rhino. Paul Giamatti si è divertito come un bambino, si vedeva proprio. C’è per sei minuti, ha questo fenomenale accento russo da barzelletta e devasta una decina di isolati con un camion pieno di plutonio, indossando una comoda tuta dell’Adidas da gangster dell’est e due chili buoni di collanazze d’oro. E tutto questo ancora prima di ricevere un’armatura a forma di rinoceronte corazzato.

Paul Giamatti On The Set Of 'The Amazing Spiderman 2'

rhino giamatti

Così, bisogna fare. C’è da buttarla in caciara, come c’insegna il prezioso Giamatti.
Perché Electro ha la faccia così gonfia? Le anguille fotovoltaiche erano forse piene di cortisone? Perché è così incredibilmente lento e rincoglionito? RHAAAAAAAAA, vi distruggerò perché non mi facevate posto in ascensore! MAAAAAAAAX, mi chiamo MAAAAAAX, come hai potuto dimenticarmi?
E Harry? Harry comincia ad ammalarsi e a riempirsi di croste nell’esatto istante in cui il suo augusto genitore, impareggiabile simpaticone, gli comunica che in casa loro c’è questo lieve problemino genetico. Prima non aveva niente – a parte l’hobby di covare invincibili rancori – e all’improvviso ALE’, morte che incombe e serpeggia, tra una giacchetta di sartoria e l’altra.
Anche Parker-padre, poi, è uno che fa le cose in grande. Per lasciarti in eredità una video-spiegazione lui non si accontenta di seppellirti una chiavetta in un contenitore ermetico, in un qualche posto segreto e sicuro. Una roba che si fa in due ore. No, per farti vedere un video lui ricicla un’intera stazione abbandonata della metropolitana, con tanto di treno-laboratorio che emerge dalle profondità della terra. E suo figlio si siede lì, guarda il filmato e tanti saluti, non gli viene manco in mente di farci qualcosa, con quelle gloriose tonnellate di attrezzature scientifiche. Che io non so, con zia May patisce la fame da quand’è piccolo… ma suo padre non poteva comprare un acceleratore di particelle in meno e lasciargli una valigia piena di soldi per vivere un po’ più decorosamente?
Ma soprattutto, QUANTO PIANGE SPIDER-MAN? Fateci caso, non c’è una scena in cui Peter Parker non singhiozzi. Piange, piange e piange. Piange perché vuol bene a sua zia, piange per la frustrazione, piange tutte le volte che deve fare qualcosa con Gwen – si lasciano e piange, la rivede e piange, limonano e piange -, piange perché la faccenda di Harry lo tormenta, piange nel diamine di treno-laboratorio, piange sulla schiena spezzata della sua fidanzata e per i cinque mesi successivi al suo funerale. Lui, semplicemente, piange. Piange quand’è in borghese e, sicuramente, piange pure nella maschera, con conseguenze di scomodità e appiccicatume che preferisco non prendere in considerazione.

spiderman garfieldHarry, ben ritrovato! Sono il tuo unico amico d’infanzia, non mi abbracci neanche?
Oh, ciao, Peter. E’ bello rivederti, ma sono in riunione. Se vuoi un abbraccio vai a chiederlo a tua zia.

spiderman electroMAAAAAAAAX! Friggerò i vostri ascensori! MAAAAAAAAAAAX!
Perché non m’avete fatto snello come il dottor Manhattan, perché!

spiderman garfield stoneFuori rido. Ma dentro, PIANGO.

spiderman goblinPerché non l’hai chiusa in un bunker, la tua fidanzata! Perché mi costringi a scaraventarla giù per una torre piena d’ingranaggi? Perché voi siete così tenerelli e io devo star qui con la faccia verde e una montagna di pustole bavose! Maledetti! 

La verità è che Andrew Garfield è troppo adorabile. E anche il suo Spider-Man è afflitto da questo insormontabile problema. Arrendiamoci: si può provare a prendere in giro questo film, ma non c’è niente da fare, è comunque uno spasso. E’ come quando Amore del Cuore cerca di sgridare Ottone von Accidenti perché butta in terra la macchina del caffè nel cuore della notte. Una volta è sceso dal soppalco per amputargli le zampe – zampe che Ottone utilizza per raspare forsennatamente su sacchetti, bottiglie, mobili e qualsiasi cosa faccia un rumore infernale… e sempre alle 4 del mattino -, ma poi me lo sono visto che risaliva la scala col gatto in braccio. “Ho provato ad arrabbiarmi, ma è troppo carino”. Ecco. Cosa gli puoi dire a uno che scrive TI AMO con le ragnatele sul ponte di Brooklyn, che ti guarda dalla cima di un palazzo mentre vai a mangiare immonde polpette coreane coi tuoi amici, che rischia la vita per attraversare una strada quando c’è rosso, perché tu sei dall’altra parte e lui è troppo travolto dai sentimenti per far caso a macchine, tir, cingolati e autobus? E’ uno che difende i bambini e i loro esperimenti di scienze dai bulletti del quartiere, per la miseria! I pompieri gli prestano il casco! Ed è così coordinato! E ci sono tutte le piccole gag simpatiche!
Insomma, io ci ho provato. Ma non posso vincere, quando si tratta delle chiappette d’oro di Andrew Garfield. E a me gli smilzi non piacciono neanche, figuratevi un po’.

michele mari roderick duddle tegamini

Dopo FantasmagoniaDi bestia in bestia, ho cominciato a pensare a Michele Mari come a una specie di destinazione turistica. Per la precisione, Michele Mari era diventato una di quelle grotte incredibilmente buie, ingarbugliate e interessanti che uno va a vedere quando è in ferie in qualche posto un po’ fuori mano. Quelle con un’escursione termica dentro-fuori di circa novemila gradi centigradi, le stalattiti e le stalagmiti che non smettono mai di crescere e ampi tratti ancora inesplorati, pieni d’acqua e assolutamente letali. In quelle caverne lì, che siano fatte di calcare o di chissà che altro, c’è sempre un sentierino calpestabile e moderatamente illuminato che serpeggia docile in mezzo a forme e strutture improbabili. A me, in quei posti, viene sempre in mente la roba da mangiare. Ci sono le formazioni sedimentarie a forma di cannelloni, ci sono quelle più grevi che sembrano dei mucchi di profiterole. E tutto sembra quasi innocuo, se per un attimo ti dimentichi che sei sottoterra, che c’è un freddo innaturale e che si scivola. O che dipendi dai quei quattro fari in croce puntati sul tuo sentierino, che sta in mezzo a chissà quali indicibili anfratti, in un labirinto di cunicoli, sale e abissi che mai potrai percepire nella loro interezza. La cosa peggiore, però, è sentire la guida che ti dice che là sotto c’è la vita. Al buio, nel silenzio più completo, ci sono delle cose vive.
Ecco. Michele Mari, per me, somiglia un po’ a un ecosistema sotterraneo di quel genere lì. Uno che scrive dei libri che se li apri in spiaggia viene nuvolo. E te rimani seduto sul tuo asciugamano e ti prendi il raffreddore, perché sei così travolto dalla meraviglia che ti dimentichi di metterti la maglietta.
…temo di aver rotto i coglioni con queste metafore. Anzi, come direbbe Salamoia, vi sto facendo venire uno scaciorbio, con le benedette metafore. E gli altri personaggi di Roderick Duddle gli darebbero ragione.
La Badessa, donna pratica e poco incline ai giri di parole, ordinerebbe al Probo di farmi sparire.
Il signor Jones, tanto per cominciare, mi metterebbe a servire ai tavoli.
Lennie non capirebbe che cos’è una metafora, ma forse mi regalerebbe un topolino morto da accarezzare.
Moriarty si approprierebbe dei miei pochi averi con un tortuoso ma impeccabile atto giudiziario.
Suor Allison, probabilmente, si alzerebbe le gonne.
Scummy commenterebbe con un laconico Yuk Yuk.
E Roderick? Roderick vorrebbe delle spiegazioni, credo. E un bicchiere di latte e qualche ossicino di gabbiano.
Ma voi, che magari siete personcine esigenti e ben abituate, potreste avere voglia di uscire dalle grotte – per quanto piacevoli e affascinanti – per mettere le mani su qualcosa di avventuroso, nobilissimo e perfettamente ingarbugliato, su una storia che sembra arrivata da lontano apposta per farvi divertire e per prendervi in giro. Dovrebbe venirvi voglia di leggere Roderick Duddle, secondo me, anche solo per annotarvi su un foglietto tutti i modi in cui Michele Mari sceglie di chiamarvi, o esigenti e sapidi lettori. Perché capita che uno scrittore, dopo un piatto di orecchiette salsiccia e ricotta, si diverta a inventare un romanzo d’appendice pieno di canaglie, equivoci, esecuzioni sommarie, intrighi, fortune contese, meretrici leggendarie, scarpe rotte, suore che vi menano con una spranga, cantine umide, strade costiere malfrequentate, gendarmi, avidi manigoldi, raggiri, bambini muti, scherzi della natura, polene e locande piene di scarafaggi. Imparerete un casino di insulti desueti, ammirerete la precisissima assurdità dell’intreccio e finirete per invitare qualche nuovo ospite ai vostri pic-nic. Perché Mari ha deciso di portare in vacanza tutti quanti i suoi mirabili mostri… e a voi conviene farveli amici, intanto che sono così di buonumore e villeggiano felici tra una pagina e l’altra di questo libro.

:3

P.S. se non siete tanto convinti – crastúmberli, com’è possibile! -, andatevi a leggere quest’intervista bella bella. C’è anche una mappa. E dove c’è una mappa, lo sanno tutti, c’è anche un tesoro.

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Succede che, di tanto in tanto, mi scambiano per una fashion blogger e m’invitano ai Press Day
. I Press Day sono quelle cose che te vai, ti mettono in mano un bicchiere di bianco e ti portano in giro per degli spazi allestiti con infinita carineria per farti vedere quello che i più disparati brand – e/o maison, stilisti, sartine di quartiere, designer, scarpari, case cosmetiche, ciabattini o multinazionali del lusso interplanetario – hanno intenzione di proporre per la stagione che verrà. Te vaghi, guardi tutte queste belle cose, fai le fotine artistiche e pensi, più che altro, che non hai i soldi per comprarti manco il tonno – se proprio non è in offerta -, figuriamoci i meravigliosi abitini rosa di Christopher Kane a forma di ventaglio. Quindi cerchi di non infervorarti troppo – si sa, poi, infervorarsi è da plebei, mica da fashion blogger altolocate -, ti rifai gli occhi, ti comporti al meglio delle tue possibilità e non tocchi niente. Io che vengo dalla campagna, però, ho visto degli animalini e mi sono subito invasata. E ho anche scoperto che la carta da parati è ancora di grande attualità, sempre che sia made in London, esosissima e palesemente arrivata su questa terra dal Paese delle Meraviglie.

 

 Perché esistono delle Puma assurdamente ricoperte di bestiole del bosco e di creaturine fiabesche piene di piume, codine poffose e pellicciotte dai colori pastello. Le nobilissime calzature, la Puma se le è fatte foderare da House of Hackney, che è questo brand britannico che produce arredamento superposh-artistico. Stampe meravigliose. Paralumi. Divani. Lampade a forma di pappagallo. Cuscini con le felci.
Ammazzatemi.

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E niente.
Gli animalini di House of Hackney, oltre a decorare milioni di cuscini che inonderei volentieri di lacrime e tazze che userei ogni secondo della mia vita – anche per mangiarci dentro la pastasciutta -, sono andati a finire anche sulle Puma più Puma. Me sono anche scritta i modelli: le Puma con i piccoli tassi, i pennuti inglesi e il gessato bianco e nero da splendidi squilibrati sono le Basket, le Slipstram e le R698. Usciranno con la collezione autunno/inverno – perdonatemi: FW14 -, quindi avrò ancora un po’ di tempo per gettare delle monetine di rame dentro a un secchio, nella vana speranza di accumularne a sufficienza.
E lo so, sono assurde.
Ma sono gloriose.
E quelle nere sono pure pelusciose-cinigliose!

 
 
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